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sabato 31 maggio 2008
venerdì 30 maggio 2008
LA FINE DELLE CLUSTER (O QUASI)

Sulla lettera mancano solo i francobolli. Ma martedì prossimo, esauriti i festeggiamenti del 2 giugno, la Campagna italiana per la messa al bando delle cluster bomb manderà una lettera per ringraziare i 271 parlamentari italiani che con mozione bipartisan hanno firmato l'altro ieri la mozione che allinea l'Italia all'accordo, che verrà ufficialmente siglato stamane a Dublino, per la messa al bando dei piccoli mostri che uccidono come le mine ma si chiamano in un altro modo.
La lettera ricorda ai nostri parlamentari due cose: la prima è che, dopo la consacrazione ufficiale del Trattato a Oslo nel dicembre prossimo, occorrerà che almeno trenta paesi ratifichino la convenzione. E che non sarebbe male che l'Italia fosse tra questi. La seconda è che, nonostante le belle parole, langue il fondo per lo sminamento, sceso da 15 a 5 milioni di euro, che dovrebbe servire a porre riparo ai danni immani causati da uno dei peggiori sistemi d'arma mai inventato dalla fervida ingegneria umana. Per dirla con i numeri, l'ultimo Landmine monitor, il rapporto che fa stato della situazione delle mine nel mondo, racconta che le cluster hanno continuato a lavorare anche nella stagione del post conflitto: colpendo in Libano 182 persone e 22 in Afghanistan ma anche in Iraq e altrove. Testimonianza di morte a futura memoria di queste micidiali bombe a grappolo che, in misura di 100-300 bombette contenute in una bomba-madre, restano nel terreno per anni.
La firma stamane a Dublino di oltre cento stati all'accordo faticosamente sudato in questi anni dalla Campagna internazionale è indubbiamente una vittoria del buon senso che non nasconde però alcuni elementi di seria preoccupazione....
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mercoledì 28 maggio 2008
MISTERO ITALIANO: DA ABU OMAR AD ALDO BIANZINO

Nel lungo documento sull'Italia che accompagna il corposo Rapporto 2008 di Amnesty International, più di un capitolo è dedicato a prigioni, tribunali e processi. Come quelli seguiti al G8 di Genova del 2001 e al caso di Carlo Giuliani per il quale la Corte europea per i diritti umani, nel marzo scorso, “ha dichiarato ammissibile il ricorso” presentato dai famigliari. Ma si ricorda anche il procedimento per le violenze avvenute in Val di Susa nel 2005 o quello per la morte di Federico Aldrovandi. Poi c'è il capitolo delle “rendition” sulle quali, ricorda AI, “...il governo italiano non ha collaborato pienamente alle indagini degli organismi internazionali che hanno accertato precise responsabilità dell'Italia nei trasferimenti illegali da un paese all'altro, generalmente culminati in arresti arbitrari, sparizioni, detenzione senza processo e tortura...”. AI cita i casi di Abu Omar, Maher Arar, Abou El Kassim Britel e ricorda anche che in Italia non è stato ancora inserito nel codice penale il reato di tortura, una richiesta su cui Amnesty batte ormai da anni,
Ma ci sono anche i capitoli oscuri della morte di Gabriele Sandri, ucciso da un poliziotto mentre era assieme ad amici per andare a vedere una partita a Milano, e quello, ancor più controverso, di Aldo Bianzino, di cui “il manifesto” si è molto occupato sin dal suo stranissimo decesso avvenuto nell'ottobre scorso nel carcere di Capanne a Perugia.
Del caso di Aldo, il falegname di Pietralunga trovato morto in prigione dopo una notte dalla dinamica molto incerta, Amensty si occupò sin dalla fine di quell'ottobre su interessamento della famiglia. “In seguito – spiega la compagna di Bianzino, Roberta Radici – il “Comitato verità per Aldo” mi chiese tutta una serie di documenti che avevo e di cui fu spedita una copia ad Amnesty”.
Il caso però per la procura di Perugia è chiuso. Archiviato il reato di omicidio, i magistrati perugini sono orientati alla sola omissione di soccorso e semmai a un risarcimento civile. Ma la famiglia non intende mollare e la difesa di parte sta preparando una memoria per opporsi alla decisione del tribunale. Il fatto che Amnesty abbia segnalato il caso nell'allegato al Rapporto 2008 indica le molte perplessità che ancora gravano su quell'oscura vicenda. La morte di Aldo è stata liquidata come decesso da emorragia cerebrale in seguito ad un aneurisma. Ma nessuno ha saputo spiegare come mai Bianzino avesse il fegato spappolato.
martedì 27 maggio 2008
I CAVEAT, L'OPZIONE MILITARE E IL PRIMATO DELLA POLITICA
Una riflessione dopo le dichiarazioni dei nostri ministri a Bruxelles sulla rimozione dei cavet e la "flessibilità geografica". La foto è di R. Martinis
* * *
Per il nuovo governo italiano le regole d'ingaggio e i caveat che comprimono i nostri soldati in Afghanistan sono da rivedere. Non soldati in più (semmai 300 in meno ha detto il titolare della Difesa Ignazio La Russa) ma “flessibilità geografica” e dunque truppe anche al Sud, se necessario. Apriti cielo. L'opposizione si è arrabbiata ma aihmé, chi sperava di vedere finalmente una presa di posizione sulla “politica” in Afghansitan, ha dovuto constatare che il dibattito rimane sempre prigioniero dell'opzione militare.
Per quel che mi riguarda, certo che quest'affermazione possa essere presa per una bestemmia, non sono contrario alla rimozione dei caveat....Leggi tutto
Se hai qualcosa da dire clicca qui sotto su "commenti" e posta il tuo
VISIONI CONSIGLIATE

Non credo che il mio augusto fratellone abbia bisogno di pubblicità ma insomma ecco il trailer del suo ultimo film "Sanguepazzo", storia maledetta di Luisa Ferida e Osvaldo Valenti, un lungometraggio che sembra inizare dove terminava "Notti e nebbie", un film che conteneva già i temi sviluppati con "Sanguepazzo" e che resta, per me, il suo miglior lavoro, considerato che ha oltre vent'anni (fu mandato in onda nel 1984 per la Rai ma apparve, in prima serata, durante un derby...ed ebbe quindi meno attenzione di quanta non ne meritasse).
"Sanguepazzo", fuori concorso, ha vinto a Cannes il Premio François Chalais, un riconoscimento del ministero della Cultura della Francia e del CNC in associazione con France 2.
Aggiungo, per maggior gloria famigliare, che mia figlia Malvina ha una piccola parte nel film (come si evince dalla foto a fianco dov'è la seconda da sinistra). Prendete dunque questa indicazione con beneficio d'inventario in quanto potentemente viziata da conflitto d'interesse. Ma credo che comunque il film meriti di essere visto e che non stia affatto male in compagnia di "Gomorra" e de "Il divo". Buone visioni
La foto è tratta da cinemaitaliano.info. Il video da Youtube
lunedì 26 maggio 2008
L'OSCURA MORTE DEL REVOLUCIONARIO DAL "TIRO PRECISO"

Timoleon Jimenez detto "Timoschenco" (così almeno lo scrivono i colombiani), uno dei membri del segretariato delle Forze armate rivoluzionarie di Colombia (Farc), ha scelto Telesur, l'"Al Jazeera venezuelana", per confermare la morte di Manuel Marulanda Velez, detto "Tirofijo" (tiro preciso), il capo indiscusso della più antica guerriglia del continente latinoamericano. Barba e cappello in puro stile veterocastrista (il leader maximo porta spessissimo abiti di buona fattura possibilmente gessati) e parla come in un comizio davanti a una bandiera colombiana e con la selva alle spalle. Conferma nel video la notizia della morte di Manuel, che è uscita sul settimanale Semana in maniera assai bizzarra durante un'intervista concessa al periodico dal ministro della Difesa colombiano Juan Manuel Santos. Ma Timoleon aggiusta il tiro. Marulanda sarebbe morto il 26 marzo per un arresto cardiaco, "tra le braccia della sua campagna" e circondato "dalle sue guardie del corpo" e non colpito daun bombardamento. La lotta, aggiunge, continua......
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Guarda il video trasmesso da Telesur
domenica 25 maggio 2008
LA ZANZARA PUNGE ANCORA

Memorie personali e memoria di un'epoca, il giornale d'istituto che fece scandalo torna a farsi vedere. E si potrà leggere il 28 maggio comprando il Corsera edizione milanese o l'Europeo
* * *
Nel novembre del 1967 iniziò in Largo Gemelli a Milano l'occupazione dell'Università cattolica. Di solito si fa risalire a quell'episodio l'inizio del Sessantottto. Ma in realtà il segno dei tempi era di ben prima: del 1966 quando, al Liceo parini di Milano, un'austera costruzione di epoca fascista che aveva fama di qualità e rigore e che, tolti i rari proletari di Brera, accoglieva i figli migliori della spocchiosa borghesia milanese, accadde il fattaccio: il giornale d'istituto – La “Zanzara” – aveva pubblicato un'inchiesta sul sesso. Apriti cielo: l'Italia clericale e perbenista, permeata del confortante italian way of life democristiano era insorta e aveva bacchettato quell'uscita del 12 febbraio 1966 sul terzo numero del giornalino nato nientemeno che nel '45, dopo la Liberazione.
Negli anni Sessanta la Zanazara non era l'unico giornale che circolava. Io, che al tempo frequentavo la seconda media proprio al Parini, nemmeno ne sapevo nulla ed ero invece rimasto molto attratto dal giornale dei situazionisti che mi piacevano più per il piglio anarcoide che non per la “società dello spettacolo” raccontata su quei fogli sconclusionati pieni di colori spezzettati e di assemblaggi grafici che poi in parte avrebbe ripreso “Re Nudo”, la pubblicazione dell'“ala mistica” del movimento nata qualche anno dopo. Ma della “Zanzara”, se non me n'ero accorto io troppo preso dai mie drammi adolescenziali passati a guardare da lontano le ragazze del liceo (le medie stavano nell'edifico accanto) e a mangiare i gelati del signor Nencini (un toscano incazzoso che vendeva coni artigianali a 30 lire l'uno), ben se ne accorse la quieta borghesia milanese. Strali, fulmini e saette.
All'epoca la Zanzara era diretta da Marco De Poli che se n'era uscito coraggiosamente pubblicando l'inchiesta “Che cose ne pensano le ragazze d'oggi?”, dibattito tra studenti sulla sessualità coordinato da Marco Sassano, che poi diventerà un brillante giornalista, Claudia Beltramo Ceppi e lo stesso De Poli. Perché me lo ricordo proprio adesso?
Il giornale di allora esce il 28 maggio come “panino” del Corsera di Milano e come inserto dell'Europeo. Esce in due parti: una è la copia anastatica della “Zanzara” di allora, una è la “Zanzara” di oggi, che esiste ancora e non ha perso il gusto di pungere visto che di nuovo si parla di sesso, anzi di omosessulaità, visto che i tempi son cambiati e l'amore tra uomini e donne (che cos'è poi il sesso se non una forma dell'amore?) non fa più scalpore (quello tra uomini o tra donne invece si come si evince dall'arretratezza italiana in materia).
Come finì la storia allora? Lo “scandalo del Parini”, come titolarono i giornali, finì in tribunale anche se poi i tre studenti e il preside vennero assolti. Due anni dopo, il 6 marzo del 1968, il Parini sarà il primo liceo in Europa ad essere occupato (verrà sgomberato dalla polizia due giorni dopo). La “Zanzara” smise le pubblicazioni ma adesso eccola che ritorna. Ci sono le firme di allora (lo stesso De Poli o Giorgio Cerquetti, un'animatore all'epoca e oggi della famosa “ala mistica” del movimento che qui racconta una bella idea di scuole in India gemellate e finanziate da altrettanti licei italiani) e qualche novità che invita ad andare in edicola il 28.
Per una volta, il gadget, anziché essere uno shampoo, un dvd con le canzoni di Endrigo, o un inserto dell'Enciclopedia della storia del baco da seta, è una vecchia gloria degli anni Sessanta. Il vero inizio del Sessantotto. Per chi, come me che pure abitavo di fianco, se lo fosse perso.
sabato 24 maggio 2008
L'AFGHANISTAN A PARIGI

E' possibile che la società civile afgana, quella dei paesi confinanti e quella europea possano costruire una forza d'urto importante per la pacificazione dell'Afghanistan? "Afgana", la rete di associazioni, cittadini, accademici e Ong formatasi un anno fa in Italia ( Afgana.org), non solo lo crede ma ha pensato di porre la questione al centro del dibattito al "Forum internazionale sull'Afghanistan della società civile e del settore privato" che si conclude oggi a Parigi, organizzato dal ministero degli Esteri francese a tre settimane dalla Conferenza dei donatori sull'Afghanistan in agenda il 12 giugno sempre nella capitale francese....
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L'AMBIGUA SVOLTA DEI GENERALI BIRMANI

La prima domanda legittima è se c'è da crederci. Non erano infatti passati che pochi minuti dalla conferenza stampa di Ban ki-moon dopo il suo incontro con Tan Shwe (nella foto), il generale dei generali birmani, che alcuni colossi dell'umanitario, come Medici senza frontiere, esprimevano le loro riserve sulla “svolta” della giunta che, dice il segretario dell'Onu di ritorno dalla capitale fantasma Napidaw, è pronta ad aprire le porte all'aiuto umanitario. E anche il compassato dispaccio della Bbc, l'emittente britannica che per eccesso di zelo cita sempre le fonti ufficiali quando produce un bilancio delle vittime, ricorda che i birmani hanno un “record” nel tradire le promesse fatte alla comunità internazionale. Un Guinness di cui i generali possono andar fieri. Ma quali sono le promesse?
Ban, sbarcato l'altro ieri in Birmania per cercare di convincere il regime militare ad aprirsi agli aiuti internazionali (a tre settimane dal passaggio del ciclone Nargis che ha causato oltre 133mila tra morti e dispersi e 2.5 milioni di sinistrati) si è incontrato ieri per la prima volta col capo dei capi, il generale Tan Shwe. Non era mai, è bene ricordarlo, nemmeno riuscito a parlare al telefono col generalissimo. Prima dell'incontro a Ban era stato “permesso” visitare alcune zone totalmente devastate dal ciclone nel delta dell'Irrawaddy (ma – dicono le agenzie - sotto stretta scorta di esponenti del regime). Infine la visita nella neo capitale nel centro del paese. Ban Ki-moon ha riferito che il generale Than Shwe “ha acconsentito a fare entrare nel paese tutti i soccorritori” che da settimane attendono ai confini. Alla domanda se la decisione possa rappresentare una svolta nella gestione dei soccorsi, Ban ha risposto che pensa di si, un modo diplomatico per non compromettersi troppo. Per il segretario generale dell'Onu si è trattato comunque di un “buon incontro” in cui Ban ha registrato una “posizione assai morbida” e in cui il generale ha accettato che l'aeroporto di Rangoon sia utilizzato come “piattaforma internazionale per la distribuzione dei soccorsi”. Subito dopo però una portavoce delle Nazioni Unite ha detto, parlando con i giornalisti a Ginevra, che non si conoscono ancora le modalità dell'apertura delle autorità birmane. Comunque, ha aggiunto, la qualifiche delle persone che potranno entrare conterà più del loro numero. Dall'avvio delle operazioni di soccorso, 133 aerei dall'estero sono arrivati in Birmania e solo un centinaio di funzionari umanitari hanno finora ottenuto un visto di ingresso.
Ma la svolta, se è reale, a cosa si deve? Forse la giunta è stata mossa da considerazioni politiche, forse da uno spirito di emulazione dei cinesi visto che il lutto nazionale è stato decretato in Birmania il giorno dopo che Pechino aveva fatto lo stesso per via del sisma. La giunta lavora a un'operazione di immagine nella quale evidentemente rientra il fatto che ieri ha consentito ad Aung San Suu Kyi di votare per il contestato referendum sulla costituzione, già vinto per altro con percentuali “birmane” e sul quale nei prossimi giorni si esprimeranno i distretti nei quali il suffragio era stato rinviato. In ballo non c'è solo la faccia da mostrare al mondo (un mondo ”che vi osserva” ha detto ai birmani Ban Ki-moon) ma anche la Conferenza dei donatori di domenica prossima. Bruxelles ha confermato tutti i suoi impegni ma probabilmente vuole vedere fino a che punto la giunta manterrà le promesse. Una giunta che sa bene che l'Onu ha ricevuto sinora circa il 25 % de 201 milioni di dollari chiesti ai paesi donatori per finanziare le operazione in favore dei sinistrati dell'Irrawaddy. Senza un qualche segnale questa cifra rischia di rimanere al palo. E anche i generali sanno che un disastro ben maneggiato può persino essere un'occasione di sviluppo.
giovedì 22 maggio 2008
SEQUESTRO SOMALO

«Il governo italiano è attivato su più fronti per attivare un contatto con i rapitori, con l'assoluta indispensabile discrezione che merita la vicenda». Lo riferisce Alfredo Mantica alla Camera nella sua prima uscita come sottosegretario agli Esteri. Il tema è il sequestro in Somalia di due cooperanti italiani e di un collega somalo avvenuto ieri mattina a Sud di Mogadiscio
* * * *
Il nome che gira in queste ore ha il suono amaro di “shebab”. C'è chi li definisce un fenomeno recente legato all'ala militante delle corti islamiche, chi dice che sono solo l'estensione sotto altra ideologia dei vecchi manipoli che a bordo delle teknike, i pick up con mitragliere tristemente noti, fanno da scorta a chi gira il paese: signori della guerra, capipopolo, giornalisti. Ma il termine shebab indica anche gruppi che hanno da tempo varcato il confine tra criminalità e politica, tra fedeltà clanica e mercenariato, espressione di un disagio che si fa forza lavoro buona per tutte le stagioni. Giovani leoni (shebab vuol dire appunto giovane) che l'agenzia Misna, che ha le fonti meglio informate sulla questione somala, definisce “pistoleri a noleggio”. Il quadro di un paese devastato fa da sfondo alla nascita di questi gruppi che hanno vissuto di una rendita nata con la guerra infinita e che sono cresciuti all'interno delle corti islamiche ma che sarebbero pronti a prestare il loro braccio al diavolo. “Del resto – avverte Mantica, che l'Africa conosce bene – dire corti islamiche è come dire talebani: c'è dentro di tutto”. Ma in questo “di tutto” c'è anche molta criminalità, una paese allo sbando che produce aggregazioni anche improvvisate dedite all'estorsione, l'ipotesi al momento più gettonata....
Leggi il seguito re altri articoli die miei colleghi su Lettera22
martedì 20 maggio 2008
AFGHANISTAN, GLI INTERROGATIVI DELLA GIUSTIZIA E

Il caso di Parwiz Kambakhsh (nella foto) e la denuncia dello special rapporteur dell'Onu per l'Afghanistan, Philip Alston, che, alcuni giorni fa, ha denunciato la morte di almeno cinquecento civili, duecento dei quali per operativi militari di polizia, esercito afgano e forze multinazionali, e – questo il lato più oscuro – in operazioni extra giudiziali “coperte” e imputabili ai servizi segreti occidentali
* * *
La giustizia torna ancora alla ribalta in Afghanistan. Con il caso del giovane giornalista condannato a morte per blasfemia e che settimana prossima si ripresenterà davanti alla corte d'appello di Kabul e con la denuncia dello special rapporteur dell'Onu per l'Afghanistan, Philip Alston, che, alcuni giorni fa, ha denunciato la morte di almeno cinquecento civili, duecento dei quali per operativi militari di polizia, esercito afgano e forze multinazionali, e per – questo il lato più oscuro – in operazioni extra giudiziali “coperte” e imputabili ai servizi segreti occidentali. Evidenze, subito rispedite al mittente dalla Nato, che per il professor Alston, minano sempre più il consenso degli afgani.
Il giudice della corte di appello di Kabul Abdul Salam Qazizada ha dato al giornalista afgano Parwiz Kambakhsh (nella foto) una settimana per preparare la sua difesa contro l'accusa di blasfemia che contempla la pena capitale. Non molto ma certo assai più dei tre minuti che, mesi fa, gli vennero concessi quando la prima udienza fu tenuta nel Nord del paese e gli fu comminata la pena di morte in prima istanza...
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lunedì 19 maggio 2008
GIORNALISTI SOTTO TIRO

Parwiz Kambakhsh, il giovane giornalista della provincia afgana di Balq che un tribunale islamico di Mazar-i Sharif ha condannato a morte per blasfemia, fu obbligato sotto tortura ad ammettere un reato che non aveva fatto: aver interrotto le lezioni all'università per discutere della questione di genere. Lo ha detto al processo d'appello svoltosi ieri a Kabul dove Parviz ha negato le accuse e si è detto innocente. La sentenza forse tra una settimana
domenica 18 maggio 2008
ANCORA SUI ROM, UN BRUTTO INCUBO ITALIANO CHE MI RIPORTA A VUKOVAR
Forse il paragone può apparire forte – e certamente lo è - ma in questi giorni, leggendo dei fatti di Napoli, ho ripensato al bellissimo libro “Yugoslavia: Death of a Nation” di Laura Silber e Allan Little, due giornalisti di rango che ispirarono il bellissimo documentario della Bbc: The Death of Yugoslavia che, fino a qualche tempo fa, si trovava su Youtube.
Non ho il libro sottomano e non ho più trovato sulla videoteca online il primo capitolo di quel film. Ho trovato solo un altro documentario su Vukovar ma la parte che cercavo non c'è. Così finisce che la Storia, per eccesso di sintesi, alla fine descriva sommariamente effetti e cause ma non riesca a darci conto esattamente di come, a livello sociologico e psicologico, si possano produrre certi cambiamenti nella testa della gente. Come un popolo possa cambiare così velocemente costume e opinione e dare carta bianca a una leadership che si dimostra xenofoba al punto da favorire quando non esercitare direttamente, come accadde a Vukovar nel 1991, la pulizia etnica e una strage spaventosa, come potete vedere nel documentario postato in sostituzione del filmato della Bbc.
L'Italia del 2007 non è la Iugoslavia del 1991. Eppure...
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Non ho il libro sottomano e non ho più trovato sulla videoteca online il primo capitolo di quel film. Ho trovato solo un altro documentario su Vukovar ma la parte che cercavo non c'è. Così finisce che la Storia, per eccesso di sintesi, alla fine descriva sommariamente effetti e cause ma non riesca a darci conto esattamente di come, a livello sociologico e psicologico, si possano produrre certi cambiamenti nella testa della gente. Come un popolo possa cambiare così velocemente costume e opinione e dare carta bianca a una leadership che si dimostra xenofoba al punto da favorire quando non esercitare direttamente, come accadde a Vukovar nel 1991, la pulizia etnica e una strage spaventosa, come potete vedere nel documentario postato in sostituzione del filmato della Bbc.
L'Italia del 2007 non è la Iugoslavia del 1991. Eppure...
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SCONCERTO RAZZIALE
Ho ricevuto dal gruppo EveryOne (nella lista dei link trovate la strada per leggere l'ottimo sito da cui è tratta l'immagine) questo resoconto sulla situazione dei Rom a Napoli: davvero sconcertante. Lo posto così com'e' ringraziando Roberto Malini e Laura Todisco che me l'anno inviato
Napoli, ultime notizie sull'assedio razziale che stringe i Rom
di Roberto Malini e Laura Todisco
La persecuzione dei Rom in Italia ha raggiunto punte di efferatezza, disumanità e abuso ormai intollerabili per i democratici, gli antirazzisti e le persone che hanno mantenuto un barlume di coscienza umana e civile. Il Gruppo EveryOne sollecita da tempo, con il sostegno dei Radicali e altre organizzazioni politiche/attivistiche, l'invio da parte dell'Ue di una commissione di ispezione in Italia, per verificare le condizioni dei campi Rom, a partire dal Casilino 900, simbolo dell'oppressione razziale. La Commissione europea ha scelto l'europarlamentare Rom ungherese Viktoria Mohacsi, che a sorpresa ha visitato oggi, guidata da una delegazione di Radicali italiani, l'insediamento romano e domani sarà a Napoli per effettuare una serie di ispezioni e verificare le reali dinamiche degli eventi che hanno condotto al pogrom di via Malibran e a una sequenza impressionante di aggressioni, violenze e minacce nei confronti dei Rom. Uno degli episodi su cui intende far chiarezza è il presunto rapimento di cui è accusata (ingiustamente, come il Gruppo EveryOne ha dimostrato) la giovane Rom Angelica, attualmente detenuta presso il carcere di Nisida. La Mohacsi, dopo la visita al Casilino 900, ha pronunciato un giudizio molto severo: "La situazione dei Rom in Italia è orribile. È incredibile che in un paese democratico ci siano persone che vivono senza diritti e senza documenti anche se sono qui da 40 anni. Sono venuta qui in seguito all'assalto del campo nomadi di Ponticelli a Napoli," ha continuato Viktoria Mohacsi, "e per vedere la situazione con i miei occhi. Sono preoccupata per ciò che avviene in Italia, dove bambini appartenenti alla terza generazione di immigrati non hanno ancora i diritti fondamentali di cittadinanza. E' urgente che si attui un programma di integrazione, specialmente per le persone che arrivano dai nuovi stati membri dell'Ue. Lunedì sera riferirò a Strasburgo ciò che ho visto in Italia". Intanto a Napoli la caccia al Rom continua, nonostante i media locali celino i più recenti episodi dietro una cortina di silenzio, che per alcuni è omertà, per altri vergogna. Sono passati solo pochi giorni dall'atrocità del pogrom di Ponticelli e adesso sono gli abitanti di Soccavo a intraprendere azioni violente e intimidatorie per cacciare via i Rom. La montatura del rapimento di Ponticelli e le più atroci calunnie contro i Rom sono stati il pretesto per nuovi incendi e a raid che hanno causato la fuga disperata di tutti i Rom che abitavano i campi della zona. Stamattina si sparsa la voce che due Rom avrebbero tentato di rapire un bambino in via dell'Epomeo. A mezzogiorno si è vociferato di altri due tentati rapimenti di neonati. Dicerie che si sono diffuse a macchia d'olio, provocando nuovi atti violenti, inseguimenti, aggressioni, terrore. A distanza di poche ore, quattro donne si sono presentate ripetutamente all'ingresso dell'ex scuola Deledda dove sono ospitati alcuni Rom, tra cui gli scampati di Ponticelli, minacciando di dar fuoco a tutto se non se ne fossero andati.
Intanto, ronde formate da decine di energumeni a bordo di scooter pattugliano la zona e, contemporaneamente, altri quartieri di Napoli in cui vivono comunità Rom. Le pattuglie passano ripetutamente davanti all'ex scuola, si fermano e i razzisti levano alte grida: "Ve ne dovete andare, se no bruciamo tutto!"
Gruppi di cittadini, uomini e donne, minacciano gli operatori della protezione civile che cerca di proteggere il centro di accoglienza e persino i poliziotti, prontamente accorsi sul posto per evitare che dalle minacce si passi a vie di fatto. Intanto nel centro di accoglienza i numerosi bambini osservano i movimenti delle ronde e odono le grida, in lacrime, rincuorati dai coraggiosi genitori. La forza pubblica assiste senza accennare la minima reazione alle intimidazioni, subisce minacce e si premura solo di evitare che la situazione possa degenerare ulteriormente. Con totale mancanza di senso di responsabilità, Rai1 ha piazzato alcune telecamere di fronte alla ex scuola, sul balcone di un'abitazione. "Il loro intento è quello di riprendere eventuali maltrattamenti di bambini Rom da parte dei genitori," rivela una persona informata, "per fare audience approfittando dei sentimenti anti-Rom sempre più accesi".
sabato 17 maggio 2008
LA BIRMANIA E L'EREDITA' DI HENRY DUNANT

Mentre la giunta birmana ammette più vittime e continua il braccio di ferro con l'Onu, monta la rabbia e la frustrazione della comunità internazionale. Che fare per garantire aiuto alle popolazioni colpite dal ciclone? In molti dicono che bisogna utilizzare l'ingerenza umanitaria, l'imperativo categorico che ci obbliga a intervenire in favore di chi soffre. Si, ma come? Anche a costo di usare la forza? Gettando cibo dal cielo? Facendo più pressioni sui militari birmani? Mentre l'Onu si affida alla mediazione dell'Asean, abbiamo girato la domanda a esperti e attori del settore (Leggi tutto su Lettera22). Ma voi che ne pensate?
Il signore nell'immagine è Jean Henry Dunant, il padre dell'umanitario e delle sue regole e principi.
venerdì 16 maggio 2008
LA CONFERENZA DI PARIGI SULL'AFGHANISTAN E IL FANTASMA DELLA POLITICA

Ovvero, se bastassero 50 miliardi di dollari per far uscire il paese (e noi) dalla palude della guerra che ieri ha ferito tre soldati italiani, uno dei quali ha perso un piede. Considerazioni su un appuntamento che promette di essere una riunione di condominio per discutere il bilancio
* * *
Un fantasma afgano si aggira per l'Europa. Un fantasma che per adesso ha il nome vago della “Conferenza” che si terrà a Parigi il prossimo 12 giugno. Quando a sorpresa fu annunciata, quasi casualmente a un vertice della Nato dal roboante ministro francese Bernard Kouchner, a qualcuno sembrò che si fosse finalmente materializzate una vecchia idea della diplomazia italiana: quella della conferenza internazionale che aveva fatto capolino tra il febbraio e il marzo del 2007 – oltre un anno fa - e che sembrava una delle poche idee innovative per tentare di cambiare, più che il corso della guerra, il modo squisitamente militare in cui l'intera vicenda afgana è stata maneggiata. Poi però non se n'è più parlato e l'iniziativa è rimasta saldamente in mano Nato. Ed è stata la Nato a guidare le danze. L'impressione generale è stata che la politica, intesa come attività dell'intelletto civile, avesse fatto un passo indietro e che dunque la nebulosa della conferenza tale fosse rimasta. Dopo l'ultimo vertice della Nato a Bucarest nel marzo scorso qualcosa di nuovo aveva però fatto capolino, visto che anche la Nato fa politica: la necessità di un'“afganizzazione” del conflitto, passare cioè la palla direttamente agli afgani. Scelta sensata se accompagnata da un processo politico più ampio, che ancora non si vede...
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giovedì 15 maggio 2008
CHE PAESE E' QUESTO....
..dove si bruciano i campi rom e si pratica una sorta di pulizia etnica col fuoco davvero imbarazzante per non dire tragica. Sui giornali ho letto che c'è anche lo zampino della camorra e la cosa non stupisce stupisce semmai che si lasci passare come acqua fresca quello che, quando accade altrove, ci indigna in modo altisonante. La mia amica (e collega) Paola Caridi ha proposto una riflessione sul suo blog che vi invito a leggere a questo indirizzo. La cosa più bella è il titolo: "Rom, fratello mio"
Anche il mio amico (e collega) Attilio Scarpellini ha scritto una cosa che condivido e che vi invito a leggere
Ps Sull'ultimo numero del mensile Geo (www.geomondo.it/default.htm) c'è un lungo servizio sui Rom. Contrariamente a quel che si può credere, Geo non è solo una rivista di ambiente e viaggi ma anzi un raro buon esempio di come si coniugano questi temi all'intelligenza interdisciplinare della penna
Anche il mio amico (e collega) Attilio Scarpellini ha scritto una cosa che condivido e che vi invito a leggere
Ps Sull'ultimo numero del mensile Geo (www.geomondo.it/default.htm) c'è un lungo servizio sui Rom. Contrariamente a quel che si può credere, Geo non è solo una rivista di ambiente e viaggi ma anzi un raro buon esempio di come si coniugano questi temi all'intelligenza interdisciplinare della penna
mercoledì 14 maggio 2008
LA CINA E GLI AIUTI INTERNAZIONALI
La torcia olimpica non cambierà il suo percorso per il sisma che ha colpito il Sichuan.
Ci sarà un minuto di silenzio poi i tedofori ricominceranno a correre. Non è solo che the show must go on, ma una scelta non priva di senso e che non si presta a letture particolari. In questa tragedia il cui bilancio cresce di ora in ora e che, tra la mattina e il pomeriggio di ieri, era già passato a 12mila vittime (ma solo Miangmyang almeno 18mila persone sarebbero ancora sepolte dalle macerie), gli interrogativi sono altri. Quelli di sempre, nelle catastrofi naturali, sull'efficenza e l'efficacia della risposta e che, come sempre accade, sono oggetto di critiche. Ma c'è un altro test interessante per capire quanto la Cina è cambiata nell'atteggiamento verso i disastri naturali che colpiscono il suo popolo, fino a ieri rigidamente oscurati dalla censura del regime e oggi, complici i nuovi media, esibiti con una certa trasparenza, scontando le inevitabili interviste ai segretari di partito e a una retorica del "tutto andrà per il meglio" che accompagna sempre, e comprensibilmente, anche ai disastri nei paesi democratici. Il test riguarda l'atteggiamento verso l'aiuto internazionale di cui abbiamo, in negativo, un pessimo esempio nella vicina Birmania di cui tutti i giornali del mondo hanno diffusamente dato conto e che ha spinto la Francia a premere sull'ingerenza umanitaria e persino l'algido segretario dell'Onu Ban Ki-moon a chiedere un corridoio umanitario accusando la giunta di "inaccettabile lentezza".
La Cina accetterà di buon grado gli aiuti esterni addolcita anche dalle considerazioni di Francis Marcus della Federazione internazionale della Croce rossa a Pechino che ha plaudito all'efficenza cinese. Ma sino a che punto? Wang Zhenyao, il direttore delle operazioni di soccorso al ministero degli Affari civili ha espresso apprezzamento per l'offerta di aiuti da parte di leader stranieri, organizzazioni umanitarie e privati tra cui spiccano i 44 milioni di dollari offerti dalla Fondazione Li Ka Shing, nata dal buon cuore dell'omonimo imprenditore (la persona più ricca di Hong Kong e la nona del pianeta, che possiede secondo Forbes un patrimonio da 23 miliardi di dollari). E di fronte ai quali impallidisce il mezzo milione promesso al telefono da Bush a Hu Jintao, il milione del Cio e persino i cinque di Tokyo. Piacciono a Pechino anche le donazioni private dei cittadini cinesi di altre regioni in passato oggetto di eventi sismici e che sarebbero già arrivate a 47 milioni di dollari. Ma anche le donazioni di colossi come le società cinesi Cosco (container) o Wanda (edilizia). In una parola i cinesi sembrano assai propensi a risolvere le cose in casa propria. Accetteranno comunque gli aiuti esterni ma sino a un certo punto e comunque hanno detto che al momento non "non ci sono le condizioni" per team stranieri, una scelta che però ha anche un suo senso perché spesso i team stranieri possono essere un dramma nel dramma. Il vero test è l'accettazione o meno di squadre e consigli dell'Oms o di quanti offriranno un aiuto di qualità nel coordinamento di uno sforzo difficile anche per le avverse condizioni atmosferiche. Ma probabilmente, come già avvenuto in altre emergenze (vedi Sars), i cinesi non si chiuderanno a riccio.
Un altro test sarà l'atteggiamento nei confronti della stampa estera, materia assai sensibile in Cina. Al momento non sembra ci siano particolari divieti o difficoltà e i media di stato lavorano a pieno ritmo. Proseguirà questo atteggiamento anche con gli inviati stranieri o scatterà il timore che vogliano raccontare solo il lato oscuro della vicenda? Resta da vedere. Intanto va registrato che l'efficenza del sistema di risposta è stata lodata anche dal Dalai Lama. Con lui però i cinesi hanno usato un'efficenza di altro tipo.
Ci sarà un minuto di silenzio poi i tedofori ricominceranno a correre. Non è solo che the show must go on, ma una scelta non priva di senso e che non si presta a letture particolari. In questa tragedia il cui bilancio cresce di ora in ora e che, tra la mattina e il pomeriggio di ieri, era già passato a 12mila vittime (ma solo Miangmyang almeno 18mila persone sarebbero ancora sepolte dalle macerie), gli interrogativi sono altri. Quelli di sempre, nelle catastrofi naturali, sull'efficenza e l'efficacia della risposta e che, come sempre accade, sono oggetto di critiche. Ma c'è un altro test interessante per capire quanto la Cina è cambiata nell'atteggiamento verso i disastri naturali che colpiscono il suo popolo, fino a ieri rigidamente oscurati dalla censura del regime e oggi, complici i nuovi media, esibiti con una certa trasparenza, scontando le inevitabili interviste ai segretari di partito e a una retorica del "tutto andrà per il meglio" che accompagna sempre, e comprensibilmente, anche ai disastri nei paesi democratici. Il test riguarda l'atteggiamento verso l'aiuto internazionale di cui abbiamo, in negativo, un pessimo esempio nella vicina Birmania di cui tutti i giornali del mondo hanno diffusamente dato conto e che ha spinto la Francia a premere sull'ingerenza umanitaria e persino l'algido segretario dell'Onu Ban Ki-moon a chiedere un corridoio umanitario accusando la giunta di "inaccettabile lentezza".
La Cina accetterà di buon grado gli aiuti esterni addolcita anche dalle considerazioni di Francis Marcus della Federazione internazionale della Croce rossa a Pechino che ha plaudito all'efficenza cinese. Ma sino a che punto? Wang Zhenyao, il direttore delle operazioni di soccorso al ministero degli Affari civili ha espresso apprezzamento per l'offerta di aiuti da parte di leader stranieri, organizzazioni umanitarie e privati tra cui spiccano i 44 milioni di dollari offerti dalla Fondazione Li Ka Shing, nata dal buon cuore dell'omonimo imprenditore (la persona più ricca di Hong Kong e la nona del pianeta, che possiede secondo Forbes un patrimonio da 23 miliardi di dollari). E di fronte ai quali impallidisce il mezzo milione promesso al telefono da Bush a Hu Jintao, il milione del Cio e persino i cinque di Tokyo. Piacciono a Pechino anche le donazioni private dei cittadini cinesi di altre regioni in passato oggetto di eventi sismici e che sarebbero già arrivate a 47 milioni di dollari. Ma anche le donazioni di colossi come le società cinesi Cosco (container) o Wanda (edilizia). In una parola i cinesi sembrano assai propensi a risolvere le cose in casa propria. Accetteranno comunque gli aiuti esterni ma sino a un certo punto e comunque hanno detto che al momento non "non ci sono le condizioni" per team stranieri, una scelta che però ha anche un suo senso perché spesso i team stranieri possono essere un dramma nel dramma. Il vero test è l'accettazione o meno di squadre e consigli dell'Oms o di quanti offriranno un aiuto di qualità nel coordinamento di uno sforzo difficile anche per le avverse condizioni atmosferiche. Ma probabilmente, come già avvenuto in altre emergenze (vedi Sars), i cinesi non si chiuderanno a riccio.
Un altro test sarà l'atteggiamento nei confronti della stampa estera, materia assai sensibile in Cina. Al momento non sembra ci siano particolari divieti o difficoltà e i media di stato lavorano a pieno ritmo. Proseguirà questo atteggiamento anche con gli inviati stranieri o scatterà il timore che vogliano raccontare solo il lato oscuro della vicenda? Resta da vedere. Intanto va registrato che l'efficenza del sistema di risposta è stata lodata anche dal Dalai Lama. Con lui però i cinesi hanno usato un'efficenza di altro tipo.
martedì 13 maggio 2008
IL TERREMOTO CHE HA CAMBIATO PECHINO

Il test più drammatico per un paese si misura sempre nella sua capacità di rispondere a una catastrofe. Alle grandi emergenze che, ciclicamente, investono il mondo sotto forma di cicloni, terremoti, eruzioni vulcaniche, inondazioni. Il test ieri è toccato alla Cina di Hu Jintao e Wen Jiabao quando, erano le due e mezza del pomeriggio, a circa 90 chilometri a nord-ovest di Chengdu, capoluogo della grande provincia del Sichuan, giusto a ridosso del grande altopiano tibetano, una scossa di 7,8 gradi della scala Richter ha colpito la parte orientale della provincia. Erano le otto e mezza in Italia.
Le notizie sempre più drammatiche, nell'escalation tipica che segue a un terremoto, hanno cominciato il macabro conteggio delle vittime. Centosette il primo bilancio ufficiale che poi ha iniziato drammaticamente a lievitare. Tremila, cinquemila, settemila, ottomila...Forse di più (stamane i media cinesi scrivono 10mila) , forse di meno perché gli effetti di un terremoto si valutano sulla lunga distanza soprattutto dopo che sono passate le fatidiche 72 ore, il lasso di tempo che permette a chi può ancora salvarsi, di farlo.
La macchina della protezione civile e militare cinese si mette in moto subito. Hu Jintao si muove con altrettanta velocità e lo stesso fa il suo premier, Wen Jiabao, che parte per il luogo della catastrofe. Sarebbe facile argomentare che oggi più che mai la Cina si sente gli occhi del mondo addosso dopo i fatti tibetani e mentre la fiaccola olimpica corre sull'Himalaya e nelle pianure alluvionali del Sud. Sarebbe facile correre col pensiero alle vicende birmane in cui si assiste a una giunta militare che rallenta i soccorsi in nome del controllo paranoico su qualunque straniero metta piede nel paese.
Ma Pechino non è Naypyidaw e il regime cinese non è quello dei generali che hanno spostato la capitale in un luogo sicuro ben lontano dai rischi connessi alla presenza temibile del grande delta dell'Irrawaddy. Anche all'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, che ha registrato la scossa alle 8 e 28 italiane, dicono che la Repubblica popolare ha fatto negli ultimi anni molti progressi sia nel campo del monitoraggio degli eventi sismici sia nella macchina della prevenzione e della risposta alla catastrofi. Ma nonostante ciò il bilancio del sisma, uno dei più violenti degli ultimi anni e che segue di oltre trent'anni l'ultimo verificatosi in quella zona nel 1973, continua ad aggravarsi.
Sotto accusa, come sempre in questi casi, c'è un sistema edilizio e industriale cresciuto rapidamente e spesso in barba alle norme antisismiche che questa parte del mondo, considerata ad alto rischio, dovrebbe avere. Le notizie di studenti travolti dagli edifici scolastici o di operai schiacciati dalle masserizie crollate nelle fabbriche del paese parlano chiaro. E' il cemento armato ad essere come sempre nell'occhio del ciclone. Cede e travolge. Schiaccia e uccide. Crolla un ospedale nella città di Dujiangyan, riferiscono testimoni citati dall'agenzia ufficiale Nuova Cina, e nella stessa città crolla anche una scuola seppellendo 900 studenti sotto le macerie. Ma sono almeno cinque gli edifici scolastici collassati. Nelle fabbriche non va meno bene. Centinaia di persone sarebbero sepolte sotto le macerie di due fabbriche chimiche a Shifang dopo che l'urto sismico avrebbe causato anche un enorme danno ambientale, disperdendo decine di tonnellate di ammoniaca. Nella sola contea di Beichuan l'80% degli edifici non avrebbe resistito all'urto.
Pechino è sotto stress. Ma a differenza della Birmania non dà la sensazione di voler nascondere la realtà dei fatti. Le agenzie di stampa, controllate dal governo, battono notizie sempre più drammatiche. Le autorità si lasciano andare a stime sui morti senza apparente reticenza. Pechino, che ormai non è più un paese che riceve aiuti ma che anzi, dallo tusnami in avanti, è diventato un donatore, cerca di mostrare al mondo che è efficiente e ha a cuore il suo popolo. Certo, c'è anche una preoccupazione di immagine. Non a caso, le autorità cinesi si sono affrettate a a dichiarare che nessuna delle trentun installazioni per i giochi olimpici di Pechino – il sisma si è avvertito anche lì - sono state danneggiate dal terremoto: «sono antisismiche e nessun danno è stato constatato».
Questo articolo è uscito anche su Il riformista. Leggi gli altri articoli su Lettera22
lunedì 12 maggio 2008
LONTANO DAL TIBET (Letture vivamente consigliate)

Gli storici raccontano il passato, gli scrittori lo narrano e i giornalisti lo rendono in genere più digeribile. Ma è piuttosto raro che un saggio raccolga tutti questi elementi: il rigore, il piacere della bella scrittura, la capacità divulgativa di una narrazione piana. Riesce a farlo magistralmente Carlo Buldrini, da trent'anni in India, nel raccontare il Tibet attraverso il racconto dei superstiti del genocidio culturale, fuggiti a Dharamsala o nel Sud dell'Unione indiana a partire dal 1959 quando il Dalai Lama, per primo, dovette scappare. Ricostruisce il paese che non c'è senza nulla concedere ai cinesi, di cui “Lontano dal Tibet” racconta le nefandezze articolate nella metodica distruzione della cultura tibetana, ma nemmeno al mito di Shangri-la o del monaco pacifico (narra episodi di violenza monacale o il terribile “sciopero della fame sino alla morte” del 1998). Buldrini da voce ai tibetani “lontani”: la dottoressa Lobsang Dolma, che fece uscire anche i segreti della medicina tibetana, il martire Thupten Ngodup che si lasciò morire dandosi fuoco, il Dalai lama che continua a credere nella compassione. La stessa che attraversa tutto il libro.
LONTANO DAL TIBET di Carlo Buldrini, Storie da una nazione in esilio, Lindau 2007,
pp 257, euro 22
Questa recensione è stata pubblicato anche sul Diario in edicola
EPPUR SI MUOVE
Si allenta la morsa del regime brimano sugli aiuti internazionali
* * *
Una “tragedia inimmaginabile”. E' questa, per la Croce rossa internazionale, l'unica locuzione che riesce a descrivere gli effetti devastanti del ciclone che una settimana fa ha attraversato la Birmania.
Una tragedia ancora senza volto che ha ieri fatto ammettere alla giunta che i morti sarebbero oltre 28mila e 33mila i dispersi. Cifre al ribasso, perché contemporaneamente l'Ufficio dell'Onu per il Coordinamento degli affari umanitari stimava che tra 1.200mila e quasi due milioni di persone sono state colpite dal ciclone e che il numero dei morti potrebbe andare da oltre 63mila vittime a più di centomila. Almeno altre 220 mila persone inoltre sarebbero attualmente disperse. Secondo l'Ong Oxfam, anche queste stime potrebbero però essere per difetto.
In questo mare di cattive notizie, aggiustate al minimo dai generali birmani, una timida buona notizia si affaccia: la morsa della giunta sull'arrivo degli aiuti si allenta e il Programma alimentare dell'Onu poteva ieri affermare che altre 38mila tonnellate di generi di prima necessità sono entrate nel paese
Leggi il resto su Lettera22
* * *
Una “tragedia inimmaginabile”. E' questa, per la Croce rossa internazionale, l'unica locuzione che riesce a descrivere gli effetti devastanti del ciclone che una settimana fa ha attraversato la Birmania.
Una tragedia ancora senza volto che ha ieri fatto ammettere alla giunta che i morti sarebbero oltre 28mila e 33mila i dispersi. Cifre al ribasso, perché contemporaneamente l'Ufficio dell'Onu per il Coordinamento degli affari umanitari stimava che tra 1.200mila e quasi due milioni di persone sono state colpite dal ciclone e che il numero dei morti potrebbe andare da oltre 63mila vittime a più di centomila. Almeno altre 220 mila persone inoltre sarebbero attualmente disperse. Secondo l'Ong Oxfam, anche queste stime potrebbero però essere per difetto.
In questo mare di cattive notizie, aggiustate al minimo dai generali birmani, una timida buona notizia si affaccia: la morsa della giunta sull'arrivo degli aiuti si allenta e il Programma alimentare dell'Onu poteva ieri affermare che altre 38mila tonnellate di generi di prima necessità sono entrate nel paese
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domenica 11 maggio 2008
LA BIRMANIA, GLI AIUTI, IL WEB E L'INTERVENTO UMANITARIO

Su Lettera22 i risultati di un sondaggio sull'emergenza birmana: la domanda riguardava la necessità o meno di intervenire in Birmania, ad esempio paracadutando gli aiuti viste le difficoltà di farli entrare nel paese. (Il sondaggio si basa sulle risposte dei lettori del sito che possono votare una volta sola dal medesimo pc. Lettera22 ha una media di 1800-2000 lettori singoli al giorno)
I risultati:
72,22% Si, comunque
16,67% Si se autorizzato dall'Onu
5,56% No, comunque
- No a meno che la giunta impedisca i soccorsi
5,56% Non so
Voi che ne pensate?
sabato 10 maggio 2008
BIRMANIA, DOMANDE NEL WEB
Boicottare la giunta. A chi nuoce? Ai generali? Ai dissidenti o ai semplici cittadini coi loro figli? Se lo chiede nella sua homepage la Free Burma Coalition, uno dei siti internet dove è sempre vivace il dibattito sulle cose birmane. Dibattito antico quello sul boicottaggio e sempre infuocato ma che adesso è bypassato da un altro e più pressante interrogativo: che fare con gli aiuti umanitari internazionali se è la giunta a boicottare il loro ingresso? E che fare se, come scrive un blogger in esilio nella parte del sito dedicata alle voci degli internauti, “..onestamente non ho alcuna speranza nell'intervento dell'Onu...”?
I due siti internet birmani per eccellenza (entrambi in esilio) – Mizzima e Irrawaddy – sono le uniche fonti attendibili su quanto succede nel paese delle mille pagode. Il primo schiaffava ieri in prima la notizia sulla sospensione degli aiuti da parte del Pam, il Programma alimentare delle nazioni unite (poi rientrata). E, poco sotto, ecco una raccolta di commenti sull'interventismo umanitario con una lunga sfilza di risposte alla domanda: “La comunità internazionale deve forzare sul fronte interventista”? Pensa di si Mynt Aye, membro di “Inside Burma” e cita il diritto internazionale e la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Un altro commentatore raddoppia addirittura la cifra di 100mila morti di cui si è parlato in questi giorni. Di fronte a 200mila vittime, commenta Aung Nain Oo, la comunità internazionale “perderà la pazienza”. Bo Bo Kiaw Nyien non ha dubbi: “Non è una questione politica, c'è da salvare un milione di persone” e si dice favorevole al lancio aereo degli aiuti. Nyo Ohn Mynt, che firma come membro della Lega per la democrazia, sostiene che l'intervento umanitario è necessario ma vorrebbe che fosse deciso dai “Cinque grandi” all'Onu. Kyaw Than, presidente della Lega degli studenti, sostiene invece che l'Onu ha già un mandato per l'intervento umanitario. Dunque “...deve intervenire. Perché- scrive - quel che la giunta sta mettendo in atto è genocidio”.
Per dire cose ne pensi, pubblica un commento e/o dai la tua risposta al sondaggio che compare sul sito di Lettera22
I due siti internet birmani per eccellenza (entrambi in esilio) – Mizzima e Irrawaddy – sono le uniche fonti attendibili su quanto succede nel paese delle mille pagode. Il primo schiaffava ieri in prima la notizia sulla sospensione degli aiuti da parte del Pam, il Programma alimentare delle nazioni unite (poi rientrata). E, poco sotto, ecco una raccolta di commenti sull'interventismo umanitario con una lunga sfilza di risposte alla domanda: “La comunità internazionale deve forzare sul fronte interventista”? Pensa di si Mynt Aye, membro di “Inside Burma” e cita il diritto internazionale e la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Un altro commentatore raddoppia addirittura la cifra di 100mila morti di cui si è parlato in questi giorni. Di fronte a 200mila vittime, commenta Aung Nain Oo, la comunità internazionale “perderà la pazienza”. Bo Bo Kiaw Nyien non ha dubbi: “Non è una questione politica, c'è da salvare un milione di persone” e si dice favorevole al lancio aereo degli aiuti. Nyo Ohn Mynt, che firma come membro della Lega per la democrazia, sostiene che l'intervento umanitario è necessario ma vorrebbe che fosse deciso dai “Cinque grandi” all'Onu. Kyaw Than, presidente della Lega degli studenti, sostiene invece che l'Onu ha già un mandato per l'intervento umanitario. Dunque “...deve intervenire. Perché- scrive - quel che la giunta sta mettendo in atto è genocidio”.
Per dire cose ne pensi, pubblica un commento e/o dai la tua risposta al sondaggio che compare sul sito di Lettera22
giovedì 8 maggio 2008
IL MIO (PICCOLO) TIBET

Di seguito il primo capitolo/prefazione alla raccolta di saggi raccolti sotto il titolo: TIBET, LOTTA E COMPASSIONE SUL TETTO DEL MONDO, un libricino edito da Il Riformista che si trova nelle edicole a 4 euro con saggi di Carlo Buldrini, Emanuele Giordana, Junko Terao, Ilaria Maria Sala, Piero Verni e un'introduzione di Antonio Polito. E' il racconto di come ho scoperto il dramma tibetano durante un viaggio in India (di cui allego una foto visto che, all'epoca, si poteva attraversare l'Asia a piedi, con l'autobus e, come nell'immagine, in treno) in compagnia del mio amico Davide Del Boca. Correva l'anno....
* * *
Nell'autunno del 1977 avevamo preso, com'era abitudine in anni in cui si disdegnavano gli aeroporti ed era molto più semplice viaggiare via terra, il Direct Orient Parigi-Istanbul che faceva tappa alla stazione Centrale di Milano. La meta – lontana - era il paesino himalayano di McLeod Ganj, una cittadella dell'Himachal Pradesh indiano dove, ed era tutto quel che sapevano, risiedeva il Dalai Lama. Che cosa ci avesse esattamente spinto ad andare là anziché, come altre a volte, a Kathmandu o a Bombay, non sapremmo dire. Durante il viaggio incontrammo molte persone che andavano in quel remoto villaggetto indiano tra cui un giovane amico milanese, incontrato a Lahore, che già vestiva i panni amaranto dei monaci tibetani e che fece un pezzo di strada con noi.Da Istanbul ci muovemmo in corriera sino a Teheran dove soggiornammo a casa dell'amico di un giovane studente iraniano, Kami, conosciuto a Milano. In quella dimora, tra tazze di tè, meloni e pistacchi, si discuteva animatamente della promessa di un anziano religioso in esilio che minacciava di tornare in Iran. Allora non sapevamo nulla dell'ayatollah Khomeini e forse neppure ne sapevano molto i nostri amici iraniani che aspettavano, dal suo ritorno, l'uscita del loro paese dalle secche della terribile dittatura dello Scià. Non sapevano che l'arrivo del sacerdote sciita avrebbe sì liberato l'Iran dai Palhevi, ma lo avrebbe anche precipitato in un altro tragico dramma.Da lì proseguimmo per Mashad, Herat e, infine, Kabul. L'atmosfera in Afghanistan era profondamente cambiata rispetto solo a qualche anno prima. Le tenebre di un inverno confuso si annunciavano in una città semi deserta dove non era difficile incontrare corpulenti signori con pesanti cappotti scuri. Erano, lo sapemmo anni dopo, alcuni dei duemila consiglieri sovietici che Mosca aveva inviato per indirizzare le sorti del piccolo paese asiatico. Percepimmo soltanto un'aria gelida che metteva i brividi e soffiava su un precipizio in cui stava per sprofondare uno dei più affascinanti paesi del pianeta. Il tragico labirinto di una sequenza di conflitti durati quasi trent'anni e non ancora conclusi.Avevamo attraversato, senza rendercene conto, l'anticamera di un inferno ma senza prenderne parte, distratti com'eravamo dalla beata incoscienza del nostro viaggio interiore il cui richiamo principale veniva dall'India dei santoni, dai tetti spioventi della magica città di Kathmandu, dai profili fallici dei templi indù del subcontinente.Passammo per il Pakistan rapidamente, osservando sul Kyber Pass la bizzarra enclave della “tribal belt”, la cintura tribale governata dai fieri pashtun della frontiera sempre armati di moschetto che, oltre l'Afghanistan, si chiamano pathan e sui quali, allora come oggi, la giurisdizione di Islamabad era poco più che virtuale. Ci sembrava folclore ciò che era in realtà la chiave per capire quel che succede oggi nel pantano afgano. Finalmente arrivammo a Nuova Delhi.Due giorni dopo già eravamo a Patankot, dove un treno overnight per il Nord si muoveva lungo chiassose stazioni punjabi, attraversate dai rituali richiami dei venditori di tè al cardamomo serviti in piccole tazze di creta, accompagnate da dolcetti di latte o pastelle fritte servite in larghe foglie venate. Da lì, attraverso un paesaggio che si snodava tra campi sempre più verdi circondati da foreste e vallate, si saliva in autobus sino a Dharamsala e, infine, al piccolo paesino di McLeod Ganj dove, in un'urbanistica dispersa e improvvisata, emergevano i dettagli di un piccolo Tibet ricostruito in modo raffazzonato e miscelato all'architettura tipica delle cittadine indiane. La giornata tipo prevedeva la colazione al “Last Chance”, un locale che alternava algidi scandinavi a hippy brasiliani, un giro al tempio, la costante guerra con le scimmie che popolano la cittadina e una rincorsa serale per arrivare in tempo al ristorante onde evitare di ritrovarsi senza cena. I più bravi andavano alla “Library”. I più colti compravano e divoravano opere scelte stampate malamente su una carta dove l'inchiostro era sempre irrimediabilmente sbavato. L'atmosfera era pervasa da una sorta di santità, o almeno così ci sembrava, ritmata dai mantra che uscivano dagli stomaci dei monaci tibetani, presenza costante e affascinante per noi giovani occidentali che avevamo barattato la civiltà dei consumi degli uomini “a una dimensione” - così la chiamavamo allora - per incontrare la strana spiritualità del buddismo tibetano che ci sembrava l'unica “via di salvezza” spirituale che si potesse coniugare col nostro spirito laico e libertario. In effetti, molto del richiamo del messaggio spirituale del Dalai Lama, contrariamente alle mille forme di proselitismo che alimentavano gli ashram indiani (i luoghi di purificazione che avevano attratto i Beatles e orde di giovani frikkettoni occidentali), sembrava accettabile anche a chi pensava che la religione fosse l'oppio dei popoli e diffidava in genere dalle tonache nere. Che, declinate alle diverse latitudini, ci ricordavano i prevosti sessuofobici della nostra gioventù peccaminosa e, più tardi, le vesti dei mullah iraniani o i turbanti degli islamisti afgani. I buddisti tibetani erano diversi. E il Dalai Lama, quell'uomo mite che davvero ci sembrava un Oceano di Saggezza, riusciva, col suo messaggio di compassione1 e di condivisione, a farci sentire che esisteva un mondo migliore di cui poter far parte. Senza per forza avere gli occhi a mandorla.Ma a Dharamsala scoprimmo anche quello che solo in parte avevamo letto o sentito dire del Tibet. Che molta gente era dovuta fuggire, che tanti uomini e donne erano stati uccisi, i monasteri distrutti, gli oppositori torturarti. La Cina di Mao, che qualche anno prima ci aveva affascinato con la sua liturgia di bandiere rosse e libretti di auree massime rivoluzionarie, era stato – scoprivamo adesso – anche questo: un paese che ne aveva invaso un altro e senza che nessuno o quasi avesse avuto da ridire. Le suggestioni di questa scoperta rimasero nelle nostre anime assai più scolpite di quelle appena percepite a Teheran o Kabul, dove le imminenti macerie della guerra fredda, una decina di anni dopo, avrebbero rivoltato un pezzo di pianeta e fatto discutere la metà del mondo. In Tibet invece, non succedeva nulla e nessuno ne parlava o ne aveva argomentato. Né allora né poi. C'era un tabù che improvvisamente era stato sconquassato dalla compassionevole tragica vista di questi profughi dai volti abbronzati e dal sorriso stretto nelle pieghe che il freddo disegna sui volti ancora giovani di questi popoli montani. Fu, in un certo senso, un piccolo “risveglio”.Tornammo da lì con la coscienza che il mondo non va nella direzione della “Via di mezzo” ma segue convenienze, opportunismi, scelte dettate dalla geopolitica e dal calcolo quali che siano le ragioni o i diritti di questo o quel popolo. Nei confronti dei tibetani, tutto ciò colpiva ancora di più. E colpiva quel silenzio fragoroso col quale il mondo aveva circondato e alla fine soffocato la “questione tibetana”.Il libretto che avete tra le mani è un'occasione per non dimenticarla. Guarderete le Olimpiadi come noi guardammo i territori dei pathan pachistani e cioè nella beata incoscienza propria degli agoni sportivi o delle gite turistiche. Ma questa volta non potrete ignorare che i cinque cerchi dei Giochi nascondono un dramma che, dal 14 marzo del 2008 (più correttamente sarebbe meglio dire dal 10 marzo), ha avuto, proprio grazie alle Olimpiadi ma anche per la caparbietà di un popolo, gli onori della cronaca. I saggi di Piero Verni, uno dei nostri maggiori conoscitori del Tibet che conosce personalmente il Dalai Lama, vi introdurranno alla storia del Paese delle nevi e al dramma interiore che si cela dietro al placido sorriso del Dalai Lama. Il racconto di Carlo Buldrini, che ha visitato McLeod Ganj ben prima di noi e certo con maggior coscienza di quanto non ne avessimo allora, vi accompagnerà nel mondo degli esuli, dimostrandovi che anche i buddisti sono solo uomini, dilaniati da passioni e sofferenze, incertezze, felicità e soprattutto dolore. Che cercano disperatamente di conservare un'identità. Il saggio di Ilaria Maria Sala, una giornalista che studiava a Pechino nei giorni della rivolta di piazza Tian’anmen, vi racconterà di come i cinesi hanno trattato la “questione tibetana” e di come non riescano altresì a liberarsi dalle scosse che turbano l'armonia che Pechino vorrebbe fosse il tratto distintivo di un Impero dove si può solo dire di sì e dove però si agitano sani dubbi e coraggiose contestazioni. Junko Terao infine, nel primo capitolo di questa raccolta, vi ricorderà le tappe che, dal marzo del 2008, hanno fatto riscoprire al mondo che il Tibet esiste e, soprattutto, esistono i tibetani.E' il tentativo di non chiudere rapidamente la finestra sul Tetto del mondo che monaci e gente in abito civile – perché la sommossa di Lhasa non è un fenomeno da monastero – hanno riaperto quel 10 marzo. Pensateci quando guarderete le gare olimpiche, al di là di come si sarà mossa la diplomazia internazionale. E' l'unica arma, al momento, che ai tibetani è rimasta in mano.
martedì 6 maggio 2008
E LA GIUNTA DISSE SI

Perché i generali birmani hanno detto si all'Onu
* * *
Cosa è successo nelle 24 ore di ieri nei palazzi del potere della giunta militare birmana? Distanti dal disastro che ha investito la stessa Rangoon (o Yangoon come viene chiamata adesso), rinchiusi negli edifici costruiti appositamente per i generali nella nuova capitale situata nel centro del paese, i militari birmani si sono trovati a fare i conti con un'emergenza umanitaria che, molto rapidamente, superava la prima stima ottimistica di 350 morti, la cifra ufficiale nota sino a domenica pomeriggio. E mentre sui siti dell'opposizione in esilio, gli unici sui quali poter apprendere qualcosa che andasse oltre le mezze verità del regime, si raccontava la verità, anche i generali devono aver capito che non potevano mantenere il silenzio troppo a lungo. Che dovevamo insomma andar oltre le scarne immagini diffuse dalla televisione di stato o dall'unico giornale, “La luce del Myanmar”, che diffonde solo le notizie che piacciono agli uomini in divisa.
Nel pomeriggio hanno così deciso di fare una prima stima di 4mila morti e 3mila dispersi. In seguito, il capo della diplomazia birmana, Nyan Win, era però costretto ad ammettere il timore che il bilancio potesse arrivare a 10mila vittime. Infine l'agenzia cinese Xinhua, che citava fonti della giunta, azzardava una stima di almeno 15mila morti. I cinesi sono i meglio informati sulle vicende birmane per il semplice fatto che i generali si fidano di questi alleati inossidabili, come ben si è visto in più di un'occasione. Paradossalmente, l'antipatica indiscrezione filtrava sui media di un paese che non brilla certo per una stampa indipendente. Passa pochissimo tempo e arriva anche un'altra novità: dopo l'ammissione della catastrofe, i generali si dicono disposti ad accettare gli aiuti internazionali. Ammettono dunque di non essere in grado di gestire l'emergenza e, soprattutto, accettano che in Birmania mettano piede degli stranieri: occhi indiscreti in un paese sigillato se appena si cerca di andar oltre la fotografia di rito alla pagoda.
Il dramma umano e ambientale deve essere dunque così vasto da aver indotto i generali a fare quello che, in un'altra occasione recente, non avevano voluto fare: erano i giorni dello tsunami che aveva colpito, come in India, Thailandia, Indonesia, anche le coste birmane. Ma la giunta aveva rifiutato sia di dare un bilancio della catastrofe, minimizzando i danni, sia di concedere agibilità ai funzionari dell'Onu, ostacolati nella loro missione di soccorso.
Il dramma umanitario ha dunque nuovamente scosso le basi di un consenso popolare al lumicino E di conseguenza ha scosso anche il tragico immobilismo birmano costringendo i militari ad ammettere i danni, le vittime, la cifra della strage ambientale. I generali sanno che in questi giorni si gioca anche la partita del referendum sulla nuova costituzione, un clone del pensiero unico militare su cui sono chiamati a dire la loro i cittadini. A quanto sappiamo le votazioni, previste per sabato, non solo sono confermate ma sarebbero già iniziate: con l'obbligo di scrivere nome e cognome sulla scheda e dunque con l'impossibilità di esprimere un parere reale. Ma i generali, già scossi dalla rivolta dei monaci dell'anno scorso, temono forse che la catastrofe, con l'inevitabile coda di aumento dei prezzi e di scontento popolare, mandi a monte la perversa costruzione del referendum e l'ostentata operazione di maquillage condotta, almeno sinora, con la sicumera di chi sa di avere in mano, nonostante la fiammata “amaranto” di qualche mese fa, il controllo del paese. Un controllo che il ciclone ha reso più fragile.
lunedì 5 maggio 2008
PICCOLA PUBBLICITA'
Dal 7 maggio in edicola con IL Riformista una raccolta di saggi curata da Lettera22
TIBET, LOTTA E COMPASSIONE SUL TETTO DEL MONDO
Nel marzo del 2008 scoppia a Lhasa una rivolta duramente repressa da Pechino che si appresta a inaugurare le Olimpiadi. Non è la prima sommossa nel Paese delle nevi, occupato nel 1950 dai cinesi, ma questa volta tutti i riflettori sono accesi su una zona del mondo che diplomazia e geopolitica hanno relegato al crudo silenzio di una repressione feroce divenuta, nelle parole del Dalai Lama, “genocidio culturale”. Questa raccolta di saggi, curata da Lettera22 per Il Riformista, comprende contributi di Carlo Buldrini, Emanuele Giordana, Junko Terao, Ilaria Maria Sala, Piero Verni e ripercorre storia, difficoltà politiche e controversie internazionali in un lungo reportage sul Tetto del mondo
Il saggio viene presentato il 5 maggio alla Camera
COLLOQUI IN DATA DA DESTINARSI

Corre veloce in Cina la fiaccola olimpica. “Divisa” in due per motivi tecnico-logistici, una torcia corre lungo la pianure alluvionali e l'altra per le montagne dell'Everest. Nessuna contestazione in vista e anzi, se i tibetani hanno Richard Geere, la Repubblica popolare ha Jackie Chan, uno degli oltre duecento tedofori che ieri hanno “armoniosamente” accompagnato la fiamma olimpica sulla strada maestra che la porterà a Pechino. Appuntamento l'8 agosto. Unica incognita, il passaggio tibetano, la tappa che preoccupa maggiormente il sonno dei dirigenti cinesi.
Grande festa dunque per la lunga marcia della torcia. Gran segreto invece, e silenzio stampa, sui colloqui svoltisi ieri a Shenzen, la città industriale del Sud dove i due emissari del Dalai Lama - Lodi Gyari and Kelsang Gyaltsen - hanno incontrato i due responsabili dell'Ufficio per il Fronte unito (l'organismo della Rpc responsabile per i rapporti con i gruppi non comunisti). Sono due facce note: il cinese Zhu Weiqun e il tibetano Sitar...
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domenica 4 maggio 2008
SE LA COSA NON VI HA TROPPO ANNOIATO....
Sulla vicenda di Lettera22 e della nuova associazione fra giornalisti che ha scelto il nostro stesso nome, Attilio Scarpellini sul suo blog interviene a proposito di una risposta di Paolo Corsini, il capo di questa allegra combriccola, alle nostre rimostranze. Gli avevamo contestato scarsa fantasia e che non riusciva a prendere le distanze dal fascismo, un'ombra antipatica sulla sua associazione gettata da alcune indiscrezioni di stampa e che ingenera confusione con la "nostra" associazione, la primigenia , sorta 15 anni fa e che col fascismo non ha davvero nulla a che vedere. Corsini dice che deliriamo, Attilio gli risponde. Se non vi abbiamo troppo annoiato con questa querelle
andate a leggere Attilio. Credo che, se non saremo tirati per la giacca, sarà la nostra ultima parola su questa storia davvero antipatica
SARA' LA VOLTA BUONA?

Mentre la fiaccola olimpica corre ormai in territorio cinese, l'atteso incontro tra gli emissari di "Oceano di Saggezza" e le autorità della Repubblica popolare è slittato di un giorno. Si sarebbe dovuto tenere ieri, ma poi un portavoce del Dalai Lama ha fatto sapere che i colloqui tra gli inviati del governo tibetano in esilio e i responsabili di Pechino si svolgerà oggi, nella città industriale di Shenzen. Non cominciano però sotto ottimi auspici....
Leggi il seguito su Lettera22
sabato 3 maggio 2008
SE NE PARLA A PECHINO
Oggi a Pechino i colloqui con gli emissari del dalai Lama. Svolta possibile o traccheggiamento per prendere tempo?* * *
La notizia arriva in mattinata e riapre lo spiraglio del negoziato tra Pechino e Dharamsala. E' affidata a uno scarno comunicato del Kashag, il governo tibetano in esilio in India. Due inviati speciali del Dalai Lama andranno a Pechino per colloqui "informali" come si era detto qualche giorno fa. E in effetti, ieri pomeriggio erano già partiti per la capitale cinese.
Lodi Gyaltsen Gyari e Kelsang Gyaltsen dovrebbero già oggi intavolare colloqui che "affronteranno la questione della crisi in Tibet con rappresentanti del governo". Gli emissari esporranno le proposte del Dalai Lama ma anche le sue preoccupazioni in un incontro circondato da una cornice di ottimismo misto a profondo scetticismo. Chi conosce la questione tibetana sa che dal 2002 il governo cinese e i rappresentanti del Dalai Lama si sono incontrati sei volte, ma non è mai stato raggiunto un accordo seppur minimo. L'ultima volta è stato nel giugno del 2007 e le distanze apparivano incolmabili....
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giovedì 1 maggio 2008
LETTERA22 E IL NUMERO VENTIDUE
Con una lettera a Il Riformista, Paolo Corsini di Lettera22.info ha risposto alle rimostranze di Lettera22, espresse con un comunicato alle agenzie e attraverso alcune lettere inviate alla Fnsi, a Il Riformista e a il manifesto. La mia replica:
Utilizzare una sigla, una dizione o un nome già identificativo di una realtà pubblica e nel medesimo settore merceologico non è cosa da poco. A maggior ragione se si rischia di danneggiare un'attività commerciale (come lo stesso Corsini sottolinea e riconosce), com'è - e non ce ne vergognamo - quella di Lettera22. Ma questa è facenda da legulei e non è questa la sede.
Il punto debole della risposta di Corsini riguarda l'apparentamento della sua creatura col fascio littorio di cui han parlato L'Espresso e Dagospia.....
Continua a leggere il resto della replica su Lettera22, dove trovi anche il resto della diatriba
Utilizzare una sigla, una dizione o un nome già identificativo di una realtà pubblica e nel medesimo settore merceologico non è cosa da poco. A maggior ragione se si rischia di danneggiare un'attività commerciale (come lo stesso Corsini sottolinea e riconosce), com'è - e non ce ne vergognamo - quella di Lettera22. Ma questa è facenda da legulei e non è questa la sede.
Il punto debole della risposta di Corsini riguarda l'apparentamento della sua creatura col fascio littorio di cui han parlato L'Espresso e Dagospia.....
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