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domenica 29 giugno 2008

LAGRANDE CASA (VUOTA) A WAZIR AKBAR KHAN

Kabul - La grande casa nel quartiere in di Wazir Akbar Khan, con a fianco la sua televisione personale, e’ circondata dagli sgherri di sempre. Uzbechi dai tratti rudi e i baffetti stretti stretti su visi larghi con gli zigomi alti e sporgenti su corporature tozze e robuste inguainate nella mimetica. Ci sono loro, la sua milizia privata, ma il generale non c’e’. L’ ostentata magione di mosaici azurri e scintillanti cornici di filo spinato sulle alte preti e’ orfana di Abdul Rashid Dostum, signore della guerra gia’ ex comandante militare dell’esercito pro sovietico poi passato ai mujaheddin e infine trasferitosi, armi e milizie, nell’Alleanza del Nord per la conquista ai talebani – di cui era stato sempre un fiero oppositore - della capitale nel 2001. Si dice riparato altrove: nella sua Mazar-i-Sharif o addirittura in Uzbekistan, la terra turcofona oltre frontiera che e’ un po’ la sua seconda patria.
Tutto e’ inziato nel febbraio scorso, quando il ministro degli Interni gli ha fatto circondare la casa nella capitale per un’oscura vicenda interna alla sua banda. Ma molti pensano che che il governo Karzai voglia semplicemente mettere un freno alle sue ambizioni approfittando del fatto che Dostum ha fatto picchiare dai suoi scherani il suo vecchio alleato Akbar Bay che lo ha poi denunciato. Il generale sale sul tetto di casa e arringa la folla. Minaccia, fa sparare. Poi la cosa si calma e gli uomini del ministero si ritirano. Ma dopo qualche giorno si apre un cofronto durissimo tra il generalissimo e la procura generale, guidata dal potente Abdul Jabar Sabit, che lo accusa di lesioni ad Akbar Bay e dell’omicidio di una sua guardia del corpo. Dostum, che agita spesso lo spettro della secessione di quello che considera il suo mini stato del Nord, dove ha fatto anche battere moneta, fa capire che se i giudici volessero andare fino in fondo, la strada della guerra civile potrebbe riaprirsi.
Per tenerlo buono Karzai, pur senza nominarlo ministro, lo aveva gia’ messo in un posto di riguardo (da molti ritenuto soltanto cerimoniale) tra i maggiorenti del nuovo esercito afgano. Carica perduta proprio dopo le vicende di febbraio. Dostum ha molti nemici tra cui il governatore della provincia di Balq, Atta Mohammad Nur, che la citta’-stato del potente signore della guerra non riesce a governare. Ma il generale, che ha un suo proprio partito (Jumbish-i-Milli Islami, o Movimento islamico nazionale) fa anche parte del Jabhe-ye-Motahed-e-Milli (o Fronte unito nazionale. Che si oppone a Karzai ma che non sembra averlo difeso con troppa convinzione.

sabato 28 giugno 2008

LA VITA CONTINUA (VIAGGIO A KARGA')

Karga' - Non ci vorrebbe molto in un giorno normale a raggiungere il lago artificiale di Karga', a una quindicina di chilometri da Kabul. Si trova sulla strada per Pagman, un luogo famoso per la sua aria pulita e meta negli anni Settanta anche del turismo occidentale. Diventato adesso tristemente noto perche' un soldato italiano e' stato ucciso proprio li da un kamikaze l'anno scorso.
Ma se a Karga', luogo di villeggiatura un tempo esclusivo resort della famiglia reale, ci andate al venerdi (la domenica afgana)....per tornare a Kabul ci si impiega anche un'ora, avendo l'accortezza di fare una strada alternativa. Comitive, famiglie, giovinotti e anche qualche coppietta con giovani donne senza il burqa. Un'idea di normalita' (e anche di riccchezza a far la tara sui macchinoni e la quantita' di persone che consuma in riva al lago) che stupisce e in un certo senso fa anche bene al cuore.
Nel tornare siamo passati da un quartiere di vecchie case anni Sessanta-Settanta che la mannaia del nuovo piano urbanistico sta distruggendo. Ai proprietari viene dato terreno e 100mila dollari e le case, buone case moderne e anche di un certo gusto, vengono sventrate per allargare la strada. Per andare a fare una scampagnata a Karga', appunto. Segno della modernita' che avanza? Segno di una nuova ricchezza che s nota in questa citta' che conosce una rovoluzione edilizia? Ci ha ricordato certi scempi urbanistici nostrani. Ma non c'e' solo quello.
Lungo la strada ci fermiamo con Romano a fotografare un campo di sfollati. Vengono da Helmand. Un'anziana signora, senza una gamba, chiede l'elemosina. Poverta' e dolore. E gli effetti collaterali di un bombardamento. Quello che le ha maciullato l'arto ora sostituito da una protesi artigianale.

venerdì 27 giugno 2008

SCUSATE L'INTRUSIONE

Non ho potuto ovviamente ancora vedere il film di Baldoni ITALIAN DREAM che mi sono permesso di suggerirvi in un'orgia di narcisismo. Pero', e non sono io a dirlo ma il Messaggero, la pellicola vale la pena. Di seguito la nota di un recensore di rango inviatami da un'amica (mi dicono ne sia uscita una anche su il manifesto ma a Kabul non lo vendono)

Una fiaba nera virata su tinte acide. Una metafora del nostro presente chiassoso e confuso girata senza giudicare, anzi provando ad amare un po’ anche i personaggi più cialtroni. Il ritorno dell’autore di Strane storie, con il suo stile svelto e irridente, divaricato tra satira, fumetto, schizzo surreale. Insomma un film, Italian Dream, che non somiglia a nient’altro e alla fine si perde un po’ per strada, ma prima mette in campo trovate bizzarre e immagini sorprendenti (il “kit del disoccupato” distribuito dal governo; quel maialino che passeggia sui mosaici del Foro Italico...). Al centro di tutto c’è un italiano archetipico, ottimista, vitale, bugiardello, giocatore, padre di famiglia. Ma soprattutto sognatore. Il sogno di Antonio (uno stralunato Ivano Marescotti), portiere di notte in un albergone, sposato alla pazientissima Silvia Cohen, è quasi ingenuo: aprire un hotel-ristorante tutto suo nella modernissima e affluente Londra. Per farcela stringerebbe un patto col diavolo: e il diavolo, forse, arriva. Anche se a vederlo è un pingue riccone (Teco Celio) che gira in Jaguar circondato da indiani col turbante e si dice sicuro che Antonio debba ucciderlo... Il resto, fra pedinamenti, delitti, reincarnazioni, fughe d’amore e d’affari, non si racconta. Ma sarebbe bello, prima di concentrarsi sui significati, poter credere un po’ più alla fiaba (F. Fer.)

NOTIZIE DAL FRONTE

Kabul - A leggere i bollettini militari e le pur scearne notizie dal fronte, dove ormai i giornalisti occidentali sono praticamente assenti non fosse per qualche osservatore rigorosamente embedded, l’offensiva di primavera, scattata con ritardo, e’ in pieno svolgimento. I talebani sembrano metterla in atto con un cambiamento di strategia. Spostano il fronte rapidamente, forse per confondere il nemico. Mentre all’estero i padrini dell’Afghanistan si affannano con dichiarazioni tese soprattutto a calmare i bollenti spiriti tra Kabul e Islamabad, le cui relazioni non sono mai state tanto tese, l’ultima settimana ha registrato una sequela di azioni della guerriglia seguite da altrettanti bombardamenti. Il bilancio, come sempre difficilmente attendibile, parla di qualcosa come un centinaio di guerriglieri uccisi ma, nelle more di nozioni piu’ precise, e’ interessante la mappa insurrezionale. Non e’ infatti solo a Sud, nella provincia di Kandahar o nel riottoso Helmand, che la stagione e’ infuocata.
La Xinhua, l’agenzia di stato cinese che ieri ha compilato un riepilogo delle vicende militari (la presenza cinese qui e’ sempre piu’ evidente, anche nell’informazione), ha tracciato un percorso che, dal Sud, si e’ spostato verso il centro-Est, nelle province orientali di Paktika (nei distretti di Bermal e Gomal), nella zona di Wardak – settanta chilometri a sudovest della capitale - e nel vicinissmo distretto di Surobi, nel lato oirientale della stessa provincia di Kabul. Surobi ci interessa perche’ e’ zona sotto controllo italiano: vi ha perso la vita, in febbraio, il maresciallo Giovanni Pezzulo. In questa zona diverse formazioni controllano interi villaggi. Di giorno se ne riparano in montagna ma di notte scendono per attaccare le guarnigioni di esercito e polizia afgani. Sinora le richieste d’auto sono state onorate solo dagli angloamericani ma forse in futuro, essendosi ridotto il tempo necessario per una risposta da Roma, le nostre brigate potrebbero rispondere alla richiesta di soccorso. Territorio caldo. Talebani? Puo’ darsi, ma anche gruppi a geometria variabile diretti da quel Gulbuddin Hekmatyar che si favella sia stato ferito in un recente raid aereo americano.
In realta’ si continua a dire, qui a Kabul, che il vecchio signore della guerra pashtun sta negoziando sotto traccia con Karzai che in questo momento e’ in cerca disperata di alleanze. Il presidente e’ sotto tiro soprattutto da parte di quel Fronte unito nazionale (Jabhe-ye-Motahed-i-Milli) con cui si e’ rivitalizzata l’ex Alleanza del Nord e dove all’attuale capo di stato si oppone l’ex presidente mujaheddin Rabbani, islamista della prima ora.
Ma in questa guerra confusa e dilatata su molti fronti, le alleanze sono come sempre lasche. E se dunque c’e’ da combattere, specie se si tratta di forze angloamericane, anche gli uomini di Gulbuddin, chissa’ poi quanto fedeli al leader pashtun, una mano ai talebani non la negherebbero. Aprendo appunto altri fronti, piu’ vicini alla capitale.
Ieri pero’ e’ stata una giornata tranquilla e non solo a Kabul. Unica notizia di rilievo, il licenziamento in tronco del capo della polizia di Kandahar, responsabile di una negligenza che ha fatto evadere un migliaio di prigionieri dal carcere della citta’ tra cui circa quattrocento talebani. A ridosso di quella fuga e’ iniziata un’offensiva proprio nell’area a Nord di Kandahar. Anche le autorita’ militari americane comunque concordano sul fatto che gli attacchi nell’Est sono aumentati del 40% rispetto all’anno scorso. Oltre un centinaio di soldati delle forze multinazionali sono morti dall’inizio dell’anno e almeno 36 nel solo mese di giugno, un bilancio che supera, almeno in questo mese, i numeri dell’Iraq (23).
Ma l’altro fronte caldo e’ quello politico tra Pakistan e Afghanistan: a rincarare la dose, dopo le accuse sugli sconfinamenti e il diritto all’autodifesa dell’una o l’altra parte, il capo dell’intelligence afgana Amrullah Saleh (che i lettori italiani conscono bene per l’arresto di Rahmatullah Hanefi di Emergency) aveva detto che dietro all’attentato a Karzai di aprile c’erano stati contatti telefonici col Pakistan. Il portavoce presidenziale Humayun Hamidzada ha aggiunto martedi scorso che la mano di un’intelligence straniera sarebbe "chiaramente coinvolta" mentre il portavoce di Saleh, Saeed Ansari, si e’ affrettato a spiegare che si tratterebbe proprio dell’Isi pachistana. Islamabad ha reagito con estrema durezza.

giovedì 26 giugno 2008

LA CALMA, I MANGHI E LA TEMPESTA

Kabul – Vista dall’alto della Ko-Televisiun - la montagna della televisione, per via delle centinaia di antenne che ne affollano la cima - sembra proprio tranquilla in questi giorni la capitale dell’Afghanistan. Per molti e’ solo la calma che prepara l’ennesima tempesta, ossia l’ennesimo attacco kamikaze, l’ultimo dei quali e’ di un paio di settimane fa. Ma vista dal monte che separa in due questa citta’ dove le casupole di fango e paglia ocra abbarbicate alla montagna sembrano, dall’alto, ordinati quartierini tradizionali dipinti dalla mano di un oculato urbanista, oggi Kabul sembra davvero un posto tranquillo. A parte il traffico disordinato, i cantieri in perenne ebollizione e i grattacieli vetro-cemento che crescono a vista d’occhio - lievitati con chissa’ quali capitali -, la quasi totale scomparsa dei blindati dell’Ifor, la forza multinazionale di 70mila uomini che presidia, qui e la’ il paese e il cui comando in citta’ e’ affidato agli italiani, da’ un senso di sollievo.
Il cosidetto passaggio di mano, l’ afganizzazione del conflitto, e’ gia’ dunque cominciato e, almeno in citta’, la presenza straniera appare piu’ discreta. Dicono che lo stesso Karzai abbia ripetutamente chiesto di rimuovere, almeno in parte, quella marea di cavalli di frisia, blocchi di cemento precompresso, sbarre di ferro e sacchetti di sabbia che, da tre-quattro anni a questa parte, sono diventati il grande business di una citta’ blindata e, fino a ieri, attraversata a velocita’ sostenuta – e francamnente odiosa – da colonne di blindati e scorte oggi sostituite da meno appariscenti, almeno a colpo d’occhio, auto blindate ma dall’aspetto civile. Se non fosse per le antenne radio o per quelle che servono a disinnescare le rudimentali tecnologie con cui i talebani fanno saltare ordigni telecomandati. Fan da contraltare centinaia di banchetti con succulenti meloni e cassette di manghi giallo intenso dal sapore delicato. Ma questa, certo, e’ forse solo apparenza...(segue)

mercoledì 25 giugno 2008

MA DELL'ASIA CHI SE NE FREGA

La notizia mi arriva qui mentre annuso quest'aria calda e polverosa che ammanta la citta'. Gia', perche' la globalizzazione e' ancora la velocita' delle informazioni e par bizzarro venir a sapere, nel cuore dell'Asia, nella capitale di un paese su cui siamo molto ignoranti e dov'e' in corso un conflitto cui partecipano 2400 soldati italiani, che il Belpaese ha deciso, in patria, di...sopprimere proprio l'Asia.
E' infatti da sciogliere secondo l'ultima a manovra finanziaria la prestigiosa (e utile)istituzione italiana fondata nel 1933 da Giovanni Gentile e Giuseppe Tucci che risponde al nome di Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente (IsIAO, già IsMEO, prima della fusione nel 1995 con l’Istituto Italo-Africano). E' passato nel novero degli Enti pubblici da sopprimere (enti con meno di cinquanta dipendenti). La notizia ha creato grande sconcerto e preoccupazione per l’Istituto, fondato nel 1933 da Giovanni Gentile e Giuseppe Tucci, che è presente con la sua storica Sezione fin dal 1937 anche a Milano. In questi giorni si moltiplicano gli appelli e tra questi, se consentite, ci metto anche il mio che all'IsMEO ho studiato (e per un po' anche insegnato)...Se amate gli studi asiatici informatevi a unitevi al coro e firmate la petizione a questo indirizzo:

http://www.giuseppetucci.isiao.it

martedì 24 giugno 2008

lunedì 23 giugno 2008

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO


Il 27 giugno, cioè tra un par di giorni, esce in alcune città italiane il film Italian Dream, di Sandro Baldoni. Dipinge con delicata ironia un bel ritrattino di alcuni vizi dell'italiano di ogni latitudine, con una vena surreale tipica del cinema di Baldoni. Ma oltre al fatto che Baldoni è un bravo regista, il film l'ha prodotto anche il mio amico Gianfilippo Pedote, la costumista è un'altrettanto cara amica - Donatella Cianchetti - e, udite udite, Baldoni ha avuto persino la balzana idea di farmici recitare assieme a mia figlia Malvina. Bhe, mia figlia un senso ce l'ha perché, come si dice, studia da attrice ma io...sono la negazione assoluta per il cinema anche se mi è capitato, del tutto casualmente, di fare una comparsate qui e là in gioventù, tra cinema e pubblicità, per rimpinguare il portafoglio. Insomma se volete vedere questo film, considerate soprattutto che Baldoni è un bravo regista e che va sostenuto in un panorama che mi sembra sia sempre meno asfittico e dunque con aperture da appoggiare in un paese che ha davvero bisgno di buoni film e di impegno anche da parte nostra nel sostenerli. Sarà una sorpresa anche per me che il film non l'ho visto. Inutile dirvi che faccio la parte di un gentiluomo pachistano o afgano. Diciamo pashtun o pathan che è dunque la stessa cosa...

domenica 22 giugno 2008

IMPUNITA', UNA LEZIONE DA GIACARTA



Ci sono voluti quattro anni ma alla fine il mandante dell'avvelenamento di un attivista per i diritti umani indonesiano è finito in manette. E non è cosa da poco visto che si tratta di un generale, già vice direttore dei servizi segreti (Bin) e con un passato di comandante del Kopassus, il corpo d'élite dell'esercito indonesiano noto per essere stato la punta di diamante della dittatura conclusasi nel 1998. Il generale Muchdi Purwopranjono è tra quelli che la resistenza timorese indicò nella rosa dei grandi mostri di Timor Est. Noto quanto lo era Munir (nell'immagine), questo il nome dell'attivista ucciso, per la su attività di denuncia proprio delle malefatte indonesiane nell'ormai ex provincia indonesiana.
Il generale si è consegnato spontaneamente forse sperando di farla franca ma non gli sarà facile. Rischia la pena capitale per omicidio premeditato e poiché il “caso Munir” ha fatto il giro del mondo, il suo arresto è adesso il segno che la fragile democrazia indonesiana è anche uno stato di diritto. Prova che ancora manca dopo che il dittatore Suharto, morto qualche mese fa, è passato a miglior vita senza esser giudicato da alcun tribunale.
La vicenda risale al 7 settembre 2004. Munir, 39 anni, segnalato come giovane leader emergente asiatico dalla rivista AsiaWeek, noto per le indagini sulle stragi a Timor grazie a cui cui aveva dimostrato i legami tra esercito e milizia unionista, decide di partire per l'Olanda con un volo Garuda, la compagnia di bandiera. Ma ad Amsterdam, il fondatore di Kontras (Commissione per gli scomparsi e le vittime di violenza) arriva morto. Lo coglie un “malore” in volo. I medici olandesi però gli praticano l'autopsia e fanno gli esami due volte prima di consegnarli, il 9 novembre, agli indonesiani. Rilevano nel suo corpo una quantità di arsenico dieci volte superiore a quella tollerabile: nelle urine, nel sangue, nello stomaco.
Le indagini indonesiane, che si avvalgono di una commissione ad hoc voluta dall'attuale presidente Yudhoyono, portano all'arresto – con condanna a vent'anni per omicidio - di un pilota della Garuda, Pollycarpus Budihari Priyanto. E' sua la mano che avvelena Munir all'aeroporto di Sdingapore. Si trova su quel volo con un foglio di servizio firmato dal direttore della compagnia Indra Setiawan, poi condannato a un anno e ora libero dopo 10 mesi di pena. Al processo del pilota, colpo di scena: un agente dell'intelligence, Budi Santoso, fa il nome del potente Muchdi che lo aveva incaricato di dare a Pollycarpus in due riprese circa 1500 dollari (una discreta cifra in Indonesia). Pollycarpus nega ma la corte non gli crede. Le indagini scoprono che l'omicidio è figlio dei servizi: viene coinvolto l'ex altro funzionario As'ad, per le pressioni su Garuda, e infine si arriva a Muchdi, il mandante nell'ombra. In fatto di impunità l'Indonesia potrà d'ora in avanti andare a testa alta. E forse insegnare qualcosa persino ai paesi di più antica civiltà giuridica. Come l'Italia, ad esempio.

sabato 21 giugno 2008

PASSAGGIO IN TIBET




"Proteggi l'ordine sociale e la stabilità” oppure “Festeggia i Giochi Olimpici armoniosamente”. Sono alcune delle scritte con cui il Governatorato di Lhasa ha riempito i muri di una città blindata dove di armonioso e ordinato c'è soprattutto un imponente schieramento di truppe che, riferisce il sito del Tibetan Centre for Human Rights and Democracy, controlla le principali arterie con un poliziotto ogni duecento metri.

Non si aspetta un capo di stato sotto tiro e nemmeno si prepara un summit internazionale. L'oggetto del contendere è il bastoncino fiammeggiante simbolo delle Olimpiadi. Quello stesso che, partito da Olimpia con una sonora contestazione di Reporter senza frontiere, dovrebbe arrivare oggi nella capitale tibetana. Marcia rinviata rispetto alla data originaria e la cui versione ridotta vedrebbe la torcia simbolo di tutti gli sport passare in territorio tibetano per un solo giorno. Con un condizionale che resterà d'obbligo sino all'ultimo minuto anche se appare davvero improbabile che i cinesi optino per una soluzione ancora più drastica. Comunque, gli spettatori per il passaggio della torcia dovranno avere un lasciapassare.
La prova generale è stata già fatta del resto qualche giorno fa a Kashgar, città dello Xinjang cinese popolata, oltre che dagli echi della millenaria epopea della Via della seta, da comunità musulmane non Han (gli uigiuri) che mal digeriscono la mano pesante di Pechino. Ma a a Kashgar, deserta forse più per scelta dei locali che non per le durissime misure di sicurezza, non è successo nulla. Non si sono palesati gli oscuri terroristi del Jihad declinato in ideogrammi arabizzati e agitato da Pechino come un incubo da tenere lontano dai sacri giochi. E dunque le autorità cinesi devono aver pensato che comunque un passaggio a Lhasa valesse bene il rischio di una possibile e non ancora del tutto esclusa protesta tibetana. Non esclusa ma difficile. Le notizie che filtrano dal Paese delle nevi dicono che i monasteri sono sotto controllo quando non sigillati, che molti monaci soggiornano in galera e che persino i pastori nomadi vengono deportati mentre corre voce di nuove misure di "pianificazione familiare" con il dichiarato intento di ridurre ancor più la presenza demografica degli autoctoni.
A seguire l'evento ci saranno comunque una trentina di giornalisti e dunque qualche notizia in più da Lhasa sarà possibile ottenerla, sempre che il viaggio rigidamente embedded consenta di dare un'occhiata in giro. La scommessa per i cinesi è troppo alta e anche se al momento la tempesta politica sembra brillantemente superata, Pechino teme sempre che qualche scintilla possa – per dirla con Mao Zedong – incendiare la prateria. Ridestando dal sonno media e soprattutto governi che, passata la bufera di marzo, sembrano ormai decisi a dimenticare almeno per un po' la “questione tibetana”.
Ma se i governi, compreso quello italiano, appaiono sprofondati nel torpore (che in questi giorni il radicale Matteo Mecacci ha tentato di squassare con una lettera a Berlusconi firmata da una quarantina di parlamentari “trasversali” per invitarlo a prendere posizione sulla cerimonia di apertura), la società civile, altrettanto trasversalmente, continua a stare sveglia. In India e in Nepal soprattutto, ma anche in Italia, dove ieri si è svolto un sit in dell'Associazione Comuni Province Regioni per il Tibet, o nel Regno Unito dove per sabato è fissata una manifestazione all'ambasciata cinese di Londra .
Ma le proteste maggiori si svolgono in India e in Nepal. Nel paese dove è stata appena abolita la monarchia, il nuovo governo non si sta dimostrando tenero con i tibetani: circa settecento dimostranti sono stati arrestati nella capitale per aver “intralciato il traffico e i lavori dell'ambasciata cinese” con una manifestazione di cui riferiva ieri l'agenzia di stampa cinese Xinhuà. In India invece, gli utlimi arresti sono di due tibetani dell'esilio che avevano tentato di attraversare il confine nella zona del Shipkila Pass,Himachal Pradesh. E due giorni prima era toccato a una cinquantina di tibetani, fermati dalle autorità indiane mentre arrivavano a Dharchula, l'ultima città prima del confine indo-tibetano. C'erano duecento poliziotti ad aspettarli mentre i marciatori arrivavano a gruppi di quattro.

giovedì 19 giugno 2008

COME VA LA SALUTE (PUBBLICA)? NON TROPPO BENE GRAZIE



Se l'ultimo rapporto Ocse-Dac sull'Aiuto pubblico alla sviluppo registrava una strana schizofrenia per cui aumentano le promesse dei paesi ricchi ma il loro aiuto pubblico diminuisce con una contrazione nel 2007 dell'8,4% rispetto all'anno precedente (e un rapporto tra aiuti e Pil sceso dallo 0,31% allo 0,28), ieri il secondo rapporto di “Azione per la salute globale” ha rincarato la dose. Dimostrato che, accompagnato spesso da una discutibile efficacia, anche l'investimento nella sanità ha andamenti alterni, a trent'anni di distanza dalla celeberrima dichiarazione di Alma Ata che santificò il principio che la salute - completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente assenza di malattia - è un diritto umano fondamentale e il fondamento dello sviluppo. Se alcuni paesi – dice il rapporto – sono stati virtuosi (Germania e Spagna grazie all'aumento della cooperazione bilaterale), altri arrancano: la Francia ad esempio ma, ancora una volta, soprattutto l'Italia, salvatasi in corner l'anno scorso dalla figuraccia peggiore: la mancata erogazione del suo contributo al Fondo globale contro le grandi pandemie. In termini di investimento in aiuto alla sanità, Roma vede una diminuzione del suo contributo nell'ordine del 7% per quel che riguarda la salute di base e addirittura del 62% nel settore delle politiche per la popolazione e la salute riproduttiva, tutte quelle buone pratiche che prevengono tra l'altro le malattie trasmissibili sessualmente.
Azione per la salute globale (Asg) è una rete internazionale europea che conta al suo interno due Ong italiane (Aidos e Cestas) e alcune grandi organizzazioni internazionali con sede anche in Italia. Il suo compito è seguire l'andamento degli investimenti in questo delicato settore dove, accanto alle grandi pandemie, convive la difficoltà dei sistemi di sanità pubblica dei paesi in via di sviluppo (per non parlare di quelli nostrani di cui però la rete non si occupa). Nel suo secondo rapporto, se l'Italia sfigura, in generale non si stanno raggiungendo i risultati intermedi fissati dagli Obiettivi del Millennio: nel settore salute, dice Asg, l'Europa “non ha rispettato l'obiettivo di destinare i 27 miliardi di dollari concordati per il 2007”. Il rapporto esce a due mesi dall'incontro che, in settembre ad Accra in Ghana, dovrà constatare quanto siamo ancora lontani dai tre grandi obiettivi fissati dall'Onu per il 2015: ridurre il tasso di mortalità infantile di due terzi e di tre quarti quello di mortalità materna; produrre infine una diminuzione se non l'arresto della diffusione di Hiv, Aids, tubercolosi e malaria.
Ma il rapporto critica anche il moltiplicarsi di iniziative e meccanismi di finanziamento nuovi e complessi che “se creano nuove opportunità” rischiano anche di “sovraccaricare i governi dei Pvs” o di “minarne la titolarità”. I funzionari locali sono spesso “travolti dal gran numero di delegazioni” estere che li va a visitare o dal gran numero di “modalità di monitoraggio” sul loro lavoro. Morire di burocrazia.
Tornando all'Italia la sua sfida più alta è la presidenza del G8 nel 2009 cui il governo tiene moltissimo tanto che Frattini si è tenuto la delega per la cooperazione. Qualche giorno fa a New York in un incontro all’Onu per fare il punto, con i rappresentanti di 147 stati, sui progressi della lotta contro l’Aids rispetto agli impegni presi nel 2001 e nel 2006, Roma si è presa un bel impegno. In vista della presidenza del G8 i delegati italiani hanno ribadito l'impegno per il raggiungimento dell’obbiettivo dell’Accesso universale a cura, prevenzione e trattamento da raggiungere già entro il 2010, come promesso dai paesi del G8 durante il vertice di Gleaneagles nel 2005 e nei successivi summit. Roma ha garantito che metterà al centro dell’agenda del G8 2009 la lotta contro le tre grandi pandemie: Hiv/Aids, Tb e malaria. Decisione che l’Osservatorio Italiano contro l’Aids ha giudicato positivamente, mettendo in guardia però sul carattere assai impegnativo della promessa. Sarà infatti bene ricordare che dopo molte pubbliche promesse fu proprio l'Italia a bloccare i finanziamenti al Fondo globale contro le pandemie, sbloccatisi poi nell'ultima finanziaria. Chissà che fine faranno nella prossima.

mercoledì 18 giugno 2008

PRODOTTI BEN CENTRATI



L'ultimo rapporto dell'Stockholm International Peace Research Institute dice che la spesa militare mondiale non conosce crisi e nel 2007 è stata pari a 1.339 miliardi di dollari, il 2,5% del Prodotto nazionale lordo del pianeta con una spesa di ben 202 dollari a testa per ogni abitante della terra. L’incremento in termini reali rispetto al 2006 è del 6% e del 45% rispetto al 1998, l’anno prima della caduta del muro di Berlino...

L'analisi di Luciano Bertozzi pubblicata su Lettera22

sabato 14 giugno 2008

LA PARABOLA DIPLOMATICA DI UNA PALLA DI CERVO



Sulla quarta di copertina di "Stanotte la libertà" di Dominique Lapierre e Larry Collins, uno dei libri più fortunati della storia del giornalismo, due ex ufficiali del British Indian Army, l'esercito del Raj britannico, posano soddisfatti al posto di frontiera indo-pachistano che divide il Punjab. Il primo è un maggiore del Pakistan col basco d'ordinanza sulla divisa kaki. Il secondo è un colonnello sikh dell'esercito dell'Unione indiana, con tanto di barba e turbante. Accanto agli autori, lungo la linea di confine che dal 1947 divide l'India dal Pakistan, i due hanno probabilmente in comune almeno tre cose: appartenevano, prima della Partition, allo stesso esercito che, dal 1858 al 1947, si chiamava semplicemente Indian Army; provengono assai probabilmente dalla medesima terra – il Punjab, la regione dei cinque fiumi che fu divisa dal righello coloniale del giurista britannico Cyril Radcliffe. Infine condividono la stessa passione per il medesimo sport: il cricket. Di queste tre possibilità, la terza è sicuramente la più certa.
A sessant'anni da quella notte dell'agosto 1947 in cui neo pachistani e indiani raggiunsero la libertà dall'Impero di Sua Maestà, molte cose sono cambiate nelle due sorelle divise da quel parto brutale. Ma la passione per il cricket è rimasta la stessa. E' andata anzi, col tempo, aumentando. Facendo di Pakistan e India due delle più abili nazioni a maneggiare la mazza piatta e la pallina di pelle di cervo che costituiscono il cuore di un gioco nato nel Sud dell'Inghilterra tra il XIV e il XV secolo, ma divenuto molto popolare in epoca vittoriana e, da allora, trasferitosi con sempre maggior fortuna nelle colonie dell'Impero. Di più: il cricket ha finito per rappresentare, per Pakistan e India, sia un motivo di orgoglio identitario quando si giocano i campionati internazionali, sia il modo ufficioso per tornare a stringersi la mano quando la politica fa fatica o sceglie altre vie che non siano quelle formali dei negoziati ufficiali. India e Pakistan usano il cricket per giocare e divertirsi, scommettere e arrabbiarsi, godere e imprecare ma anche per parlarsi, negoziare, stemperare tensioni o, al contrario, inasprirle...

Leggi su Lettera22 il seguito dell'articolo uscito oggi in edicola anche su Il Diario quindicinale col titolo Cricket & Pakistan

giovedì 12 giugno 2008

AFGHANISTAN, UN IMPEGNO TUTTO MILITARE


Frattini e La Russa sulle nuove regole. Non sembra che cambi molto in realtà ma c'è sempre un grande assente: la poltica. Nessuno sa spiegare cosa dobbiamo fare oltre a sparare. Il dramma è che nemmeno l'opposizione sembra saperlo...

* * * *

La revisione dei “caveat”, le limitazioni di impiego delle truppe italiane in Afghanistan, ufficialmente annunciate ieri dai ministri di esteri e difesa Franco Frattini e Ignazio La Russa in parlamento, vuole essere un messaggio “politico e simbolico” agli alleati per dare loro “un segnale di piena solidarietà”. Mentre il presidente Bush sbarca a Roma i due ministri spiegano quello che, nei fatti, è però - più che un cambiamento di regole nella missione - una maggior “flessibilità” dei nostri soldati.
Il titolare della Farnesina ha infatti poi spiegato a Sky Tg24 che “certamente non ci sarà una dislocazione stabile a Sud (le aree di guerra ndr)” anche se Frattini non ha escluso del tutto una mobilità del contingente italiano che “dipenderà dalle richieste”. Nel dettaglio La Russa ha spiegato che più che un cambiamento di caveat la volontà del governo è di “mettere nero su bianco” l'intenzione di rispondere a richieste di mobilità entro sei ore, e non nelle 72 attualmente previste. La Russa ha anche indicato che entro il prossimo agosto i militari italiani presenti in Afghanistan tra Kabul e Herat passeranno da 2600 a circa 2000-2100. Poi, a partire dall'autunno ci sarà un parziale rischieramento che porterà il loro numero a 2400. È poi all'esame l'ipotesi di incrementare, “sia pur leggermente”, il settore dell'addestramento delle forze di polizia afgana con una quarantina di carabinieri nella missione di polizia europea (Eupol). La Russa ha anche parlato dell'ipotesi del rafforzamento della componente aerea italiana che non prevederebbe però l'impiego dei caccia Amx, mentre è allo studio l'eventuale uso dei Tornado.
L'opposizione ha reagito con sostanziale via libera al discorso dei due ministri: la controparte “ombra” Piero Fassino ha detto che in Afghanistan e in generale per tutte le nostre missioni di pace occorre “continuità di scelte” ma si è anche augurato che “l'impegno militare sia affiancato ad un rafforzamento dell'azione politica internazionale”, sulla quale però non ha fornito spunti. Più incisivo l'intervento di Roberta Pinotti, ministro della Difesa del governo ombra, secondo cui “la presenza di due missioni differenti ed entrambe militari, una guidata dagli Usa (Enduring Freedom), l'altra dall'Isaf, non favorisce quel processo di democratizzazione che è lo scopo della loro presenza”. Questo perché, ha aggiunto Pinotti, “colpendo la popolazione civile, entrambe vengono percepite come nemiche dagli afgani”. Ed è infatti di queste ore una polemica per un ennesima strage di civili afgani colpiti dai bombardamenti oltre a un incidente di frontiera con l'esercito pachistano che ha accusato un aereo della coalizione occidentale di aver bombardato e ucciso una decina di suoi soldati.
Intanto si apre oggi a Parigi la conferenza dei donatori sull'Afghanistan. Si parlerà soprattutto di soldi. Kabul chiede 50 miliardi di dollari. Per ora sul piatto ce ne sono una decina.

domenica 8 giugno 2008

L'OCCASIONE MANCATA AL VERTICE FAO



Riflessioni a margine della "rivolta" dei sudamericani al summit della Fao

* * *

Al termine della Dichiarazione finale del summit Fao di Roma sull'emergenza alimentare si legge che Argentina, Cuba e Venezuela hanno preparato una loro dichiarazione che “sarà allegata”. Come sappiamo è stata l'opposizione di questi paesi, col sostegno di Nicaragua, Ecuador e Bolivia, a bloccare per alcune ore il summit. Questione di parole si dirà e dunque poco interessante. E' noto che nei consessi internazionali si litiga ore su un termine.
Ma le rimostranze argentine, che contestavano l'impossibilità per un paese di imporre misure restrittive sul proprio export (Buenos Aires produce sette volte più di quel che le serve e dunque si è risentita), dicono qualcosa di più che una semplice battaglia di parole. Al vertice si è creato un vero e proprio controcanto sudamericano, una sorta di cartello che però ancora non sappiamo quanto sia condiviso da altri paesi iberoamericani. Al momento, il documento dei “ribelli” ancora non c'è e dunque possiamo solo far riferimento agli interventi ascoltati. Se dunque tutto partiva da una frase che per gli argentini significava reagire all'imposizione esterna sulla sovranità nazionale nella vendita dei propri cereali, gli interventi dei tre paesi si sono trasformati in una vera e propria condanna della gestione dell'economia agricola da parte del primo mondo. Baires e Caracas dicevano in sostanza che, in un pianeta dominato dall'agrobusiness e dalla speculazione finanziaria delle grandi borse internazionali, i paesi ricchi han sempre fatto il bello e il cattivo tempo fino a ieri mentre ora sposano la liberalizzazione delle merci e l'abbattimento dei dazi che può penalizzare paesi deboli o emergenti. Cuba aggiungeva che non capiva come mai la dichiarazione non prevedesse l'appello al multilateralismo che i cubani avevano sollecitato e che seguiva alla richiesta di infilare una frasetta sull'embargo. In effetti, se togliamo gli occhiali ideologici con cui di solito si guarda all'Avana, la richiesta era legittima. Se l'embargo impedisce a un paese di importare i ricambi dei trattori, come si fa poi a chiedergli di produrre di più? E domandare che il multilateralismo sia un principio condiviso non è forse sensato in un mondo dove, in agricoltura e non solo, ogni paese (forte) è andato finora per i fatti suoi?
Il fronte iberoamericano ha così finito per dire – pur se all'origine delle singole posizioni c'era chiaramente il desiderio di difendere l'interesse nazionale – quello che la dichiarazione non dice e quello per cui tutti - dal Vaticano a Oxam sino al Forum parallelo - hanno criticato il vertice pur con sensibilità diverse. In buona sostanza l'opposizione dei tre paesi latini sosteneva che l'agricoltura mondiale dovrebbe essere governata da regole che mettano a nudo la potenza dell'agrobusiness, i punti oscuri dell'esplosione degli agrocarburanti, la minaccia della speculazione, il problema della protezione della rete dei piccoli contadini che, ovunque nel mondo, è la vera resistenza all'oligopolio dei pomodori coltivati con semi geneticamente modificati che crescono in colture idroponiche, costano di meno e non sanno di nulla. Forse fan persino male alla salute, oltre che alle economie deboli.
L'impressione però è che una battaglia in linea di principio condivisibile si sia trasformata solo in un “baile latino” che ha tenuto in scacco il summit ma che per ora ha partorito un topolino. Anzi manco quello visto che, a due giorni dalla fine del vertice, la dichiarazione fantasma ancora non c'è.

sabato 7 giugno 2008

GIALLO LATINO



Finale con giallo al vertice della Fao sulla fame. Dopo il compromesso nella tarda serata di giovedì che prevedeva che la “Dichiarazione finale”, approvata per acclamazione a larghissima maggioranza, venisse pubblicata solo con la dichiarazione allegata dei paesi “ribelli” (Argentina, Cuba, Venezuela), il segretariato dell'agenzia Onu ha aspettato il documento dei tre paesi sino al pomeriggio di ieri ma ha poi deciso di pubblicare ugualmente sul sito della Fao il solo testo originario senza il documento aggiuntivo dei tre paesi sudamericani che godono comunque di un appoggio più vasto di altre nazioni del continente. Ma alle rispettive ambasciate vige il no comment né la legazione argentina presso La Fao ha voluto rilasciare dichiarazioni. Non c'è accordo sul testo da allegare? I tre stanno cercando un appoggio più vasto? L'intera questione è nata soprattutto su un punto del documento ufficiale e sulla richiesta argentina di tagliarlo. Anche Cuba aveva chiesto che fosse introdotto un riferimento maggiore al multilateralismo. La “protesta” si è così trasformata in un documento politico da allegare al testo della Dichiarazione finale di cui però ancora non c'è traccia

venerdì 6 giugno 2008

BAILE LATINO AL VERTICE FAO



La dichiarazione finale del Vertice Onu di Roma sulla crisi alimentare sembra arenarsi su una parola e sull'opposizione di un fronte principalmente sudamericano guidato da Argentina, Venezuela e Cuba e appoggiato da Nicaragua, Ecuador e Bolivia.. La parola si riferisce a un comma della dichiarazione finale che irrita non solo Buenos Aires. Ma alla fine si arriva a un compromesso per cui all'approvazione della dichiarazione di Roma, che quel termine contiene, ne verrà allegata una integrativa molto critica E argomentata firmata dai contrari. Ma al di la' della battaglia su quel termine, che ha spaccato il summit, la dichiarazione finale scontenta un po' tutti e dice poco su come governare l'emergenza e il futuro dell'economia agricola del pianeta. Ci si e' arrivati con un lungo negoziato di tre settimane, una battaglia nelle ultime ore e un documento ridotto nei capitoli quanto nel succo politico. Nessuno ne esce vincitore e alla fine il summit, che rischiava di chiudersi con un nulla di fatto, riesce solo a dire qualcosa, a raccogliere fondi per l'emergenza e ad affidare a una task force dell'Onu la gestione di un da farsi molto vago e che comunque non tocca i grandi nodi del business agroalimentare, della speculazione finanziaria, del dilemma degli agrocarburanti o di nuove forme di protezione delle reti contadine. L'unico risultato e' che, pur tra mille difficoltà, del problema si e' discusso e lo si e' fatto in un forum multilaterale. Molto poco. E in un futuro incerto per quel miliardo di persone che hanno fame senza sapere a chi dare la colpa.... Leggi tutto su Lettera22

giovedì 5 giugno 2008

QUALCUNO NON LA RACCONTA GIUSTA



Tre per cento o trenta per cento? Quanto effettivamente conta nel mercato globale l'impatto della corsa agli agrocarburanti (o biocarburanti) che vantano tra i loro difensori paesi come il Brasile e gli Stati Uniti che non hanno perso occasione per perorarne la causa? Le stime sono clamorosamente diverse. Per Washington, ricordava ieri il sito della Bbc, l'impatto sarebbe solo del 2-3%. Ma all' International Food Policy Research Institute, sono di tutt'altro avviso. Per l'istituto di ricerca che studia sistemi sostenibili per l'eliminazione della povertà (tra i 15 centri di ricerca sostenuti dal Consultative Group on International Agricultural Research, alleanza di 64 governi) l'impatto sarebbe addirittura del 30%.
I suoi ricercatori lo hanno spiegato in un documento (Biofuels and Grain Prices) durante un' audizione davanti alla Commissione per la sicurezza interna del senato degli Stati Uniti il 7 maggio scorso. Benché in realtà l'aumento dei prezzi degli alimenti riguardi il riso come la cassava o il miglio, la ricerca si è orientata soprattutto a determinare l'effetto degli agrocarburanti sull'aumento dei cereali.
“La rapida crescita della domanda di biocombustibili, in particolare da mais e canna da zucchero, ha avuto numerosi effetti – dice il rapporto – sul sistema di domanda e la distribuzione dei cereali” e sulla domanda di terre coltivate a mais per uso energetico, sottratte a quelle per la produzione di commestibili. Lo stimolo di questo genere di domanda poi ha influito su altre derrate e il periodo 2000-2007 comparato al periodo del 1990-2000 dice, nello scenario disegnato dall'Ifpri, che l'aumento medio è stato del 30%: 39% per il mais, 21% per il riso e 22% per il frumento.


mercoledì 4 giugno 2008

QUALCHE CONSIDERAZIONE SUL VERTICE FAO A ROMA



In molti si chiedono se servono a qualcosa questi grandi vertici, con tutto l'apparato che comportano e dove, ogni tanto, si finisce per scivolare su qualche buccia di banana, per fare una gaffe o per dare eccessiva attenzione, piu' che ai temi, al personaggio. Criticare la Fao e' del resto un esercizio che va per la maggiore, abbastanza semplice da fare, e che assomiglia molto alle polemiche sul grande carrozzone delle Nazioni Unite. Ma effettivamente se non ci fossero incontri di questo genere, le occasioni per discutere temi di questa portata correrebbero il rischio di ridursi ai comma di qualche accordo bilaterale che aggiusta qualche dazio, aumenta un po' di aiuto pubblico allo sviluppo, diminuisce qualche sussidio. Temi globali richiedono risposte globali e risposte globali richiedono incontri globali. Con tutto quel che ne consegue nel bene e nel male...

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martedì 3 giugno 2008

FAME/FAO, VISTI DA UN'ALTRA ANGOLAZIONE



Non piace agli attivisti dell'Ipc, il network globale della società civile e dei movimenti contadini, la “task force” che Ban Ki-moon ha organizzato per risolvere i problemi della fame. Per loro, riuniti a Roma al Forum internazionale parallelo Terra Preta alla vigilia del summit della Fao, il problema della “sicurezza alimentare” non si declina distribuendo qualche aiuto qui e là con una logica assistenziale che non arriva ai nodi del problema e, soprattutto, che non ne fa uscire le responsabilità.
Pensano di assaltare il Palazzo d'Inverno, nello specifico il palazzone littorio dell'Agenzia per l'agricoltura e il cibo dell'Onu, con un documento. Che ribadisca un paio di concetti e proponga qualcosa di nuovo. Nessuna task force ma una “nuova commissione Bruntland”, come la definisce Antonio Onorati, della Ong Crocevia, una delle colonne italiane della battaglia sulla sovranità alimentare. La Commissione Bruntland su ambiente e sviluppo prendeva il nome dalla combattiva Gro Harlem Bruntland, socialista di ferro e già premier norvegese, e fu forse il primo passo avanti – era il 1983 - nel riconoscere che ambiente e risorse erano un problema globale che riguardava tutti e di cui bisognava assumersi le responsabilità....

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LO ZAMPINO DEI QAEDISTI




Almeno sei persone sono morte, tra loro anche un funzionario non europeo dell'ambasciata, e almeno una trentina sono i feriti dell'ultimo bollettino del terrore in Pakistan. La cronaca racconta di un'autobomba saltata di fronte alla sede diplomatica danese a Islamabad. Il premier danese Rasmussen reagisce subito e con fermezza, condannando l'atto “codardo” e sostenendo che il suo paese non cambierà politica. Un riferimento forse ai 700 uomini che il paese del Nord Europa ha attualmente impegnati in Afghanistan.
Ma anche Rasmussen stenta probabilmente a capire chi c'è dietro quest'attentato forse riconducibile all'impegno in Afghanistan, ma fors'anche alla vecchia polemica del settembre 2005 sulle vignette sataniche, poi ripubblicate nel febbraio scorso da un giornale della Danimarca. Nei giorni scorsi in effetti diverse ambasciate hanno denunciato minacce e molti ricordano il recente video di Al Zawairi nel quale si faceva un riferimento esplicito agli empi disegni che mostravano il profeta con un turbante fatto come una bomba. Ma il caso pachistano è particolare e forse segna, anziché una nuova sfida di quel che resta di Al Qaeda, di una sua difficoltà sul terreno.
E' di queste ultime settimane infatti il perfezionamento di un 'accordo che in qualche modo è stato siglato tra il governo di Islamabad e la guerriglia talebano- pachistana. A quanto si sa, Islamabad ha fatto un patto con Baitullah Mehsud (warlord che domina nella cintura tribale pashtun e che è accusato dell'attentato a Benazir Bhutto) per farla finita con la guerra in Pakistan tra talebani e governo centrale. Pare che in cambio di una pace in casa, i pachistani – con una non velata irritazione dell'amministrazione americana- abbiano concordato che non metteranno un dito su quanto avviene oltre frontiera, cioè in Afghanistan. Ma in cambio, e questo era già un vecchio patto tentato da Musharraf quando a governare c'era solo e soltanto lui, i talebani-pachistani si impegnerebbero, oltre a un cessate il fuco che avrebbe come controparte fior di investimenti nell'area tribale, a mandare a casa gli “stranieri”. Una fida aperta ai plotoni di Al Qaeda il cui verbo viene ascoltato, in questa fetta del mondo, soprattutto dai vari expat del mondo musulmano venuti a combattere il jihad globale o in fuga dai mandati di cattura nei rispettivi paesi.
Quanti siano gli stranieri in Pakistan, tra uiguri cinesi, uzbeki, ceceni ed arabi, è difficile da dire. Molti di loro, combattenti ormai più per stipendio che per fede, non solo hanno trovato nei santuari tribali un rifugio per sfuggire alla leggi dei propri paesi, ma si sono spesso sposati con donne locali o si sono comunque inseriti nella nuova realtà di un'esistenza prestata alla lotta in nome di Allah ma fatta anche, come la vita di tutti, di padelle e pannolini, relazioni e anche amori. La faccenda ha già provocato problemi in passato con sconti e uccisioni ma poi gli accordi inesorabilmente saltavano e la situazione tornava allo status quo ante, anche per l'oggettiva difficoltà di cacciare gli “stranieri” che, ben armati, hanno da difendere adesso, oltre alla fede, un posto al sole. Questa volta però la cosa sembra più seria.
Anche se il governo pachistano ha le sue difficoltà (la Lega di Nawaz Sharif lo ha abbandonato garantendo al Partito del popolo dei Bhutto solo l'appoggio esterno ma criticando con forza le sue troppo tenere relazioni con Washington e con lo stesso Musharraf), l'accordo sembra stia funzionando: gli attentati si sono o ridotti (quello all'ambasciata danese è il primo nella capitale da quello avvenuto il 15 marzo in cui è stata uccisa in un ristorante italiano una donna turca e sono rimasti feriti dieci stranieri) e praticamente sono terminati gli scontri nell'area tribale tra esercito e mujaheddin. Ecco dove nascono le difficoltà di Al Qaeda. Un colpo di coda per far sentire, specie dopo la ridda di voci su un possibile nascondiglio di bin Laden nel Nord del Pakistan, che l'organizzazione è ancora forte e in grado di colpire.

domenica 1 giugno 2008

COSA CI DIRA' LA FAO



Forse per la prima volta nella storia della Fao, i grandi temi di un vertice non riguardano solo i paesi poveri. Certo, il clima e lo spettro dei malanni della biosfera, fortemente connessi alla crisi alimentare che attraversa il pianeta, sono al centro del grande summit che dal 3 al 5 giugno, con imponenti misure di sicurezza, vedrà accorrere a Roma da tutto il mondo capi di stato e di governo, ministro e sottosegretari. Ma il focus principale del vertice è soprattutto la fame. E questa volta la fame, o per meglio dire l'aumento esponenziale dei prezzi dei generi di prima necessità, se mette in croce chi già lo è, sta toccando nel portafoglio e nelle borse della spesa anche i cittadini del “primo mondo”. Quelli che, di solito, i vertici li organizzano per lenire i dolori di quella enorme fetta di umanità che tira a campare con un dollaro al giorno.
Il titolo del summit (World Food Security: the Challenges of Climate Change and Bioenergy) dice in una locuzione qual'è il grande tema che, da qualche mese a questa parte, anche noi allegri abitanti delle “società del benessere” abbiamo scoperto andando al mercato: sicurezza alimentare. Nei documenti preparatori del summit, organizzato all'interno del grande palazzone in stile littorio che ospita il ministero dell'Agricoltura delle Nazioni Unite, si dice senza mezzi termini che il pianeta sta sperimentando “un drammatico aumento dei prezzi del cibo” e che nei primi mesi del 2008 i “prezzi nominali di tutti maggiori beni di prima necessità alimentari hanno raggiunto il loro più alto livello degli ultimi 50 anni”. Scoperta recente e drammatica che ha visto vere e proprie sommosse popolari, accaparramenti, leggi per evitare le esportazioni, tentativi di calmierare l'ondata di aumenti che ha fatto lievitare grano e riso, frumento e soia.
Ma se per noi l'effetto si somma ai già onerosi aumenti del prezzo della benzina, al prelievo fiscale, all'aumento delle spese mediche, nel mondo ci sono almeno 800 milioni di persone che già soffrono la fame come se fosse una malattia endemica. Cosa succederà adesso di questo sesto di umanità che non vive ma sopravvive?
Il summit dovrà cercare di spiegare cos'è successo e forse anche come mai non ce ne siamo accorti fino al giorno in cui, facendo la spesa, ci siamo resi conto che un filone di pane costava più del companatico. Il summit dovrà distribuire equamente le colpe che, sino ad ora, sono state rimbalzate su diversi attori: i paesi emergenti che, sviluppandosi, consumano di più e mangiano meglio, i biocarburanti che sottraggono spazio all'agricoltura per alimenti, il prezzo del petrolio che finisce per incidere sui costi della produzione agricola, le politiche finanziarie degli stati che proteggono i propri coltivatori e chiudono i mercati ai prodotti dei paesi poveri. C'è persino chi pensa che la crisi alimentare si potrebbe risolvere in un'opportunità per l'agricoltura dei paesi in via di sviluppo perché l'aumento dei prezzi li farebbe guadagnare...sempre che dazi e protezionismi non ci mettano del loro.
Come che sia, se gli aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari e del carburante minacciano la stabilità macroeconomica e la crescita globale, secondo la Fao ci sono oltre una ventina di paesi che sono più a rischio di altri perché importatori netti di prodotti petroliferi e materie prime agricole. La Fao ha tracciato una mappa della loro vulnerabilità che si ottiene incrociando tre fattori: l'elevato livello di sottonutrizione, la forte dipendenza dalle importazioni di energia (che arriva al 100% nella maggior parte di questi paesi) e di materie prime agricole come cereali riso, frumento e granturco per il consumo interno. Particolarmente vulnerabili sono i paesi africani come Eritrea, Niger, Comore, Botswana e Liberia, a causa di un livello molto elevato di tutti questi fattori di rischio.
Finora, secondo le stime della Fao, il 2007 è già stato un anno da dimenticare con un aumento del costo globale delle importazioni di prodotti alimentari che ha totalizzato una bolletta da 812 miliardi di dollari, il 29% in più rispetto all'anno precedente. Ma quest'anno per alcuni paesi si potrà arrivare ad altri aumenti tra il 30 e il 50 per cento. In una parola: insostenibili, specie se non subentrano correttivi. Quelli per intenderci, che applicati nei paesi ricchi, ci mettono di solito più al riparo di altri.
Quel che il summit dovrà cercare di fare sarà dunque anche indicare come impedire che questa emergenza, cronicizzandosi, non porti a vere a proprie rivoluzioni del pane. La miccia sotto i forni è già accesa.

Questo articolo è stato pubblicato anche su il mattino