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venerdì 28 marzo 2008

I MISTERI DELLE TRIBAL BELT






Il nuovo governo pachistano potrebbe mettere la mordacchia alle incusrioni segrete dei predator americani a caccia di qaedisti in Pakistan. Che finora hanno violato la sovranità aerea del paese col beneplacito di Musharraf

Tratto da Lettera22.

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A Landi Kotal il minimo che possa capitare è che il vostro accompagnatore, di solito un soldato delle Frontier Corps con impeccabile divisa nera che siete obbligati ad associare all'autista e all'auto appena affittata, vi sconsigli di scendere. Da queste parti il Pakistan è solo un attributo geografico di scarso valore benché Landi Kotal si trovi sulla strada che collega il cuore dell'Afghanistan al subcontinente indiano e che costituisca una delle vie maestre tradizionali del commercio interasiatico. Amabili pathan col tradizionale pakol di lana marrone girano per il mercato con la carabina e l'amministrazione della giustizia e delle beghe locali è affidata alle jirga, assemblee tribali dove malik e capi villaggio dettano le regole. La strada che da Peshawar, passando per Landi Kotal, arriva al passo di Kyber, sale accompagnata da enormi fortilizi di cemento senza finestre. E non solo perché non si usa guardare in casa d'altri. In molte di queste dimore trovano rifugio, oltre alle raffinerie d'eroina, qaedisti e talebani. E' in questo paesaggio, un po' particolare da ben prima della “guerra al terrore”, che il numero due del Pentagono John Negroponte e il suo sottosegretario Richard Boucher, sono andati a far visita a diversi capi tribù. Probabilmente, oltre ai soldati delle Fc, erano ben protetti. La Cia ha avviato da queste parti un intenso programma di spionaggio che si avvale della collaborazione dei servizi pachistani e di un certo numero di spioni. Che riescono, se non a guardare dentro i castelli della tribal belt, l'aera tribale delle sette agenzie speciali che fanno parte della provincia della Frontiera pachistana, almeno a raccontare chi entra e chi esce. E' abbastanza raro che personaggi di questo calibro si avventurino in un genere di località dove in questa settimana, per dirne una, diverse decine di persone sono state ammazzate per una faida scoppiata tra gli Orakzai e i Katchai, due tribù potenti di un'area turbolenta dove jiadisti e qaedisti, talebani afgani e neo talebani afgano-pachistani hanno organizzato i loro santuari, approfittando di una situazione di sottosviluppo endemico e di grande distanza di questa periferia tribale dai centri amministrativi e della ricchezza “legale” del Pakistan della pianura. Ma la missione di Negroponte aveva un senso. Ufficialmente gli americani hanno in queste zone una ventina di istruttori militari e un programma di sviluppo quinquennale da 750 milioni di dollari. Ma la rete va ben oltre perché sta servendo, prima che si chiuda la “finestra Musharraf”, a fare il lavoro sporco: omicidi mirati condotti da predator americani in completa quanto tollerata violazione dello spazio aereo nazionale. Questa storia, che ufficialmente viene negata a Islamabad come a Washington, è stata raccontata diffusamente dal Washington Post che anche ieri ricordava ben tre “strike” segreti nel solo 2008: 16 marzo, 28 febbraio, 29 gennaio. In realtà pare che gli aerei senza pilota abbiano colpito anche negli anni precedenti. L'esercito pachistano si assumeva la responsabilità. Ma ora? Con Musharraf in difficoltà e un governo che non sembra proprio quello che gli americani avrebbero voluto, bisogna fare in fretta. Le indiscrezioni dicono che la Cia vorrebbe fare di più: mandare ad esempio truppe di terra. Locuzione che, di questi tempi, fa rabbrividire qualsiasi candidato alla presidenza. Ma poiché la guerra al terrore continuerà quale che sia il prossimo inquilino della Casa Bianca, tutti sembrano d'accordo che bisogna sfruttare la finestra prima che si chiuda. Prima, insomma, che il Pakistan smetta di essere, come ha spiegato a Negroponte Nawaz Sharif – leader del secondo partito pachistano – il “killing field” degli americani. Sia Sharif, sia Zardari, il leader del primo partito pachistano, sia il neo premier Gilani hanno messo la sovranità nazionale e il negoziato al primo posto. E anche se Gilani ha rassicurato sulla continuazione della guerra al terrore, gli inviati americani, pare creando qualche dissapore per patenti violazioni del cerimoniale, hanno preferito andar di persona a vedere quanto ancora, nelle aree tribali, la finestra potrà rimanere aperta.

martedì 25 marzo 2008

LA DEMOCRAZIA (POCO) COMPASSIONEVOLE E (MOLTO) AUTORITARIA DEL BHUTAN



I partiti in lizza erano due: il Partito democratico del popolo che è nelle mani di Sangay Ngedup , imparentato con la casa reale, e quello di Jigmi Thinley, a capo del Partito butanese dell'armonia, che si dice araldo dei comuni cittadini. Il primo spoglio dei voti dà la vittoria a quest'ultimo che avrebbe preso 44 seggi su 47. Esercizi di democrazia in Bhutan. Con molti ma
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Il concetto di “democrazia guidata” lo inventò Sukarno negli anni Sessanta e, recentemente, è stato ripreso da Vladimir Putin. Ma il vero campione di questa via asiatica alla democrazia è adesso diventato a tutti gli effetti Jigme Khesar Namgyel Wangchuck, il giovane re (nella foto) che tira le fila della monarchia del Bhutan, il regno del “drago tonante” come vuole la traduzione del nome autoctono di questo piccolissimo paese sul Tetto del mondo. Che da ieri non è più un regno monocratico.
Le attese elezioni politiche, ancorché guidate, edulcorate e preparate con un lungo processo di aggiustamento durato un paio di anni, segnano infatti il passaggio a una monarchia costituzionale con tanto di parlamento bicamerale. I seggi all'Assemblea nazionale – per cui si votava ieri - sono però solo 47 e solo 25 sono quelli alla Camera alta (per cui si è già votato in dicembre) e, in realtà, solo due erano i partiti in lizza. Tra l'altro con manifesti programmatici molto simili. Sistema bipolare perfetto o da grande coalizione in salsa di yak. Ma mentre sul Tetto del mondo si seguono con angoscia le vicende tibetane, dove diversi milioni di autoctoni non hanno voce in capitolo, non va poi così male per i 658mila butanesi. Come anche l'affluenza alle urne ha dimostrato. Per la cronaca, i due partiti in lizza sono retti rispettivamente da due ex primi ministri....
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sabato 22 marzo 2008

ONESTA' INTELLETUALE (CINESE)


Sabato 22 Marzo 2008
Alcuni intelletuali cinesi hanno preso carta e penna e inviato una lettera aperta al loro governo sulla questione tibetana. Un atto di grande coraggio...

LETTERA AL GOVERNO CINESE IN 12 PUNTI SULLA SITUAZIONE IN TIBET

Dodici idee sulla situazione in Tibet

Al momento, la propaganda che i media ufficiali cinesi stanno diffondendo, senza lasciare spazio a niente altro, sta facendo avvampare sempre più le fiamme dell’odio interetnico ed aggravando la severità di una situazione già molto tesa. Questo ha effetti estremamente deleteri per la salvaguardia a lungo termine dell’unità nazionale, e noi sottofirmati lanciamo un appello affinché questo tipo di propaganda cessi.....

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venerdì 21 marzo 2008

UNA PETIZIONE AL GOVERNO CINESE

HO APPENA FIRMATO .... an urgent petition calling on the Chinese government to respect human rights in Tibet and dialogue with the Dalai Lama. This is really important, and I thought you might want to take action:
http://www.avaaz.org/en/tibet_end_the_violence/98.php/?CLICK_TF_TRACK
After nearly 50 years of Chinese rule, the Tibetans are sending out a global cry for change. Violence is spreading across Tibet and neighbouring regions, and the Chinese regime is right now making a crucial choice between tougher crackdown or dialogue.
President Hu Jintao needs to hear that "Made in China" exports and the upcoming Olympics in Beijing will have the support of the world's people only if he chooses dialogue. But it will take an avalanche of global people power to get his attention. Click below to sign the petition - in just 3 days, the campaign is almost half way to the goal of 1 million signatures!
http://www.avaaz.org/en/tibet_end_the_violence/98.php/?CLICK_TF_TRACK

giovedì 20 marzo 2008

ALLA CONQUISTA DELL'UMANITARIO/ SECONDA PUNTATA


Secondo atto del viaggio nei difficili rapporti della politica con un mondo complesso. La relazione con i grandi organismi di cooperazione internazionale presenti in Italia riunti nel Cini. Che hanno fatto dieci domande ai politici candidati e non ne hanno ottenuto un granché

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A prender per buoni i risultati di un sondaggio del Cini, il network italiano che raccoglie sei pezzi da novanta del mondo non governativo internazionale in Italia, vien fuori che a otto candidati su dieci al nostro parlamento, della cooperazione internazionale non importa granché. Eppure, a far quattro conti, potrebbe convenire.
Il Cini raccoglie un colosso come il Wwf che ha, oltre al panda nel logo, cinquecentomila iscritti, probabilmente in età da voto anche per il Senato. Amref, Ong di matrice africana, ne conta 120mila. Con Action Aid, Terre des Hommes, Save the Children e il Vis (Volontariato internazionale per lo sviluppo) si va oltre il milione di sostenitori abbondante. E se, come probabile, ci aggiungete Oxfam, ormai in pol position per entrare sul “mercato” italiano, questo numero cresce. Sostenitori che, abbastanza ovviamente, devono essere buoni consumatori di politica ambientale e internazionale e che insomma, potrebbero far gola. Invece no. Il Cini ha spedito un questionario, roba anche facile da compilare, a tutti i candidati premier e ai parlamentari uscenti delle commissioni esteri di Camera e Senato che, in gran parte, sono tutti ricandidati. Gli ha chiesto, in dieci domande facili facili cui rispondere si o no (e persino non lo so), cosa ne pensano della lotta alla povertà, degli impegni in sede internazionale, se bisogna mettere più fondi e contenuti nelle politiche di cooperazione. Cinquanta questionari ma solo nove risposte. Niente male. Risultato: alla politica italiana della cooperazione importa poco. Prova ne sia una legge molto invecchiata che il parlamento si rifiuta di rivisitare o che ama rivisitare con lunghe disquisizioni per non approvarla mai. Un'araba fenice che fa andare in bestia, nel solo mondo delle grandi Ong internazionali, un milione di potenziali elettori.
Tra i candidati premier hanno risposto in tre: prendete nota. Bertinotti, Veltroni, Boselli. Tra i parlamentari in sei: Bonino, Della Seta, Ferrante, Marcenaro (Pd), Siniscalchi (Sa). Menzione d'onore per l'unico uomo di centro (destra o sinistra?) che ha perso dieci minuti per rispondere: Rocco Buttiglione, in quota Udc.
Egizia Petroccione (Amref) e Massimo Zortea (Vis) hanno presentano i dati col distacco che si confà alle persone di mondo ma la delusione, benché attesa, è manifesta. Lamentano l'assenza di partitoni come il Pdl o di formazioni minori ma importanti come la Lega o l'Italia dei valori. Non solo. Le poche risposte segnalano anche che nulla di quanto guadagnato finora alla causa è certo. Un viceministro? Mmm si vedrà. L'aiuto slegato dai traffici commerciali o dalle operazioni militari? Bhe forse, però. Ma soprattutto un'attenzione scarsa di cui le risposte al sondaggio sono solo il segno manifesto.
Gli sforzi maggiori li hanno fatti Partito democratico e Sinistra Arcobaleno. Forse la palma spetta a Bertinotti: già due incontri a Roma e uno a Milano e un altro ancora in agenda con quel variegato mondo che rappresenta in Italia la cooperazione internazionale, che è anche una fetta importante del movimento per la pace. E che segnala un'attenzione del grande pubblico, sempre misconosciuta dalla politica. Anche Veltroni si posiziona: ha indetto a Padova un incontro che, nel foglio d'invito, segnalava che nel Pd la sensibilità c'è e che almeno un'apertura si può registrare.
Cosa c'è che non va tra la politica italiana e questo mondo rappresentato ormai da vere e proprie lobby e da centinaia di migliaia di cittadini di buone intenzioni? “Possiamo solo registrare che questi temi non sono in cima ai pensieri dei candidati”, dice amaro Zortea. Peccato, due righe in più nei programmi dei partiti non avrebbero guastato. E avrebbero fatto contenti almeno un milione di potenziali elettori. (2 – continua)

TIBET, LA SVOLTA DI GORDON BROWN

Un'immagine dalla manifestazione per il Tibet di ieri a Roma in Campo de' fiori

“La situazione è davvero tesa e si sente una pesante presenza militare. Vedo numerosi convogli dell'esercito dirigersi verso Lhasa...”. Passando attraverso le maglie della censura le testimonianze filtrano continuamente dal paese che non c'è. Quest'ultima, rigorosamente anonima e arrivata al servizio e-mail della Bbc, conferma quanto raccontano altre fonti tibetane: “movimenti di truppe” che dicono non soltanto dei timori di Pechino su una protesta tutt'altro che spenta, ma anche il fatto che la rivolta continua, seppur con forme diverse e del tutto spontanee. Gansu, Hezuo,Sichuan, Aba, Qinghai sono i nomi di un nuovo dizionario geografico che abbiamo imparato in questi giorni. Sono i toponimi delle provincie cinesi in cui l'amministrazione imperiale di Pechino ha diviso il Tibet storico oltre la provincia autonoma propriamente detta e sono i luoghi, le località, i monasteri dove la protesta non si ferma. Circolano filmati con cavalieri tibetani che sembrano usciti da un vecchio film, studenti e maestri che strappano bandiere cinesi e innalzano la colorata tela con le insegne tibetane, cortei spontanei, monaci che mostrano i pugni...Girano le fotografie sui siti del dissenso: corpi ammassati, fori di proiettile nella carne dei cadaveri, sfregi, sangue. E' la ritualità macabra della morte che riesce a uscire dal paese delle nevi perenni e che racconta quello che non abbiamo visto 49 anni fa, nel 1959, o durante la repressione dell'88-'89.
Queste immagini devono aver visto anche Gordon Brown e il Pontefice, i protagonisti politici – col Dalai Lama e Wen Jabao - della giornata di ieri. E mentre Benedetto XVI trovava il coraggio di dire le parole che tutti si aspettavano da lui - e che si sono concluse con un appello al negoziato - che con il Dalai Lama condivide il peso di orientare le coscienze dei fedeli, il primo ministro britannico telefonava a Wen Jabao. Mosso forse anche dalle tante iniziative della società civile, dalle parole sempre più forti che qualche leader ha iniziato a pronunciare, dalle iniziative che qualche cancelleria ha preso (l'Italia ponendo sul piatto la missione della troika Ue in Tibet) il premier britannico è riuscito a scucire all'omologo cinese una prima disponibilità: la disponibilità ad avere colloqui con il Dalai Lama. Con delle condizioni, certo, ma se resta confermato quanto riferito da Gordon Brown, prima in parlamento e poi parlando coi giornalisti, quella di ieri diventa le prima svolta considerevole dopo il profluvio di insulti inoltrati dallo stesso Wen alla “cricca” del Dalai Lama.
Il primo ministro del Regno Unito – riferiscono le agenzie - aveva detto ieri nel corso del question time ai Comuni che avrebbe incontrato il Dalai Lama in maggio durante la visita prevista per allora da Sua santità a Londra. Decisione comunicata a Wen in mattinata e alla quale Brown aveva aggiunto le sue raccomandazioni dicendogli “chiaramente” che le violenze in Tibet devono cessare immediatamente, anche se il rapporto con la Cina è vitale per Londra. Brown ha poi rivelato che nel corso della sua conversazione telefonica il leader cinese si è detto disposto a colloqui con il Dalai Lama, ma ponendo precise condizioni: “a patto che vengano confermate due cose che il Dalai Lama ha già detto, ovvero che egli non sostiene la piena indipendenza del Tibet e che dice no alla violenza”. Gli Stati Uniti hanno subito commentato favorevolmente l'apertura.
Dal suo esilio di Dharamsala, nel Nord dell'India, il Dalai Lama ha intanto proposto ai cinesi di riprendere il dialogo sospeso da quasi due anni e ha poi chiesto agli organizzatori della marcia tibetana verso la frontiera indo-cinese di sospenderla, come ha riferito Sergio D'Elia, tornato ieri dall'India per presenziare alla convocazione delle commissioni esteri di Camera e Senato riunite su sua richiesta ieri mattina.
Mentre la diplomazia dunque batte un colpo sarebbero intanto 160 le persone che si sono consegnate alle forze di sicurezza a Lhasa, prima della scadenza dell'ultimatum fissato per la mezzanotte di lunedì 17 marzo. Ora la preoccupazione è quel che succederà agli arrestati. Le notizie che provengono da Lhasa non sono affatto rassicuranti ma il fatto che la comunità internazionale si stia muovendo forse può aiutare a cambiare le cose. E a proteggere dunque anche il loro incerto destino.
(Questo articolo è uscito oggi anche su Il Riformista)

mercoledì 19 marzo 2008

LA SINISTRA ARCOBALENO ALLA CONQUISTA DELL'UMANITARIO


L'incontro sulla cooperazione a Roma diventa un peana per Patrizia Sentinelli. Ma dopo di lei il futuro ha molte incognite. Cronaca di una luna di miele dai destini incerti. Viaggio nei difficili rapporti della politica con un mondo complesso. (Nella foto Patrizia Sentinelli a Kabul
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La platea è tutta per lei, la Patrizia nazionale. Nemmeno Bertinotti riesce a scalfirne le mostrine ottenute sul campo. Così, se il compagno candidato premier resta “Bertinotti”, la Sentinelli diventa per tutti “Patrizia”. Se l'è proprio conquistata questa lobby dell'umanitario, questi colonnelli della cooperazione, le avanguardie del non governativo, gli alfieri del movimento pacifista. Sembrerebbe un po' troppo melassa questa conferenza organizzata dalla Sinistra Arcobaleno al cinema Farnese di Roma, all'ombra della statuta di Giordano Bruno, se non fosse per la strigliata di Riccardo Troisi a una politica complessiva del governo che, ricorda, ha aumentatole spese militari, ha sostenuto le politiche di Finmeccanica, ha fatto dei contestatissimi caccia F35 un “grande affare”. Anche Troisi, che parla per la Rete italiana Disarmo, ha parole buone per “Patrizia” ma poi “cazzia” ben bene la Sinistra Arcobaleno: “Avete messo i colori della bandiera della pace nel simbolo. Porta male se poi le politiche dei governi vanno in un'altra direzione”. Bertinotti non è ancora arrivato. Toccherà a lui chiudere la giornata.Questo incontro sulla cooperazione, non il primo e forse nemmeno l'ultimo per la Sinistra Arcobaleno, è il tentativo del cartello delle sinistre di corteggiare la lobby diffusa e trasversale che in Italia ha coniugato pacifismo e cooperazione con un'elaborazione critica che ha fatto fare alla tradizionale solidarietà caritatevole delle Ong un balzo in avanti. Diventato un soggetto politico variegato, associazioni, Ong, assessorati per la pace, irrompono adesso su una scena politica dove, a esser sinceri, a questo movimento della società civile (o “società responsabile" come la chiama Flavio Lotti parafrasando don Ciotti) non è dedicata molta attenzione. Anche l'Arcobaleno per la verità di cooperazione si occupa poco, a parte “la Patrizia”. Nel programma, diffuso in sala, se ne parla in mezza riga: “Serve una uova legge sulla cooperazione allo sviluppo”. Ma se nei quattro partiti del cartello la sensibilità verso questo segmento latita un po' (anche se meno che altrove) la Patrizia si prende la sua rivincita. Sa di aver aperto da viceministra, per la prima volta, un rapporto diretto come l'associazionismo, di essersene guadagnata la stima, di aver saputo - anche con una certa umiltà - ascoltare. Imparando in fretta. Da questo punto di vista Rifondazione ha fatto tana. Anche se poi, sul filo di lana, ha mollato. Lo ricorda Sergio Marelli, presidente delle Ong italiane: “Vorrei ringraziare Francesco Martone – dice ricordando il suo impegno per la legge di riforma che poi però la luce non l'ha vista (“eravamo, pur nel rispetto del parlamento, per la via del decreto” ricorda per l'Arci Raffaella Bolini). Quando fa il nome di Martone parte un'ovazione dal pubblico che deve far fischiar le orecchie al compagno candidato premier che Martone non lo ha ricandidato. E' girata anche una lettera con molte firme per contestare questa scelta tanto che, dicono i maligni, quando poi ne è girata un'altra per avallare la candidatura di Bertinotti, chi aveva firmato quella per “Francesco” la firma non l'ha messa. Il compagno candidato premier sorvola. Parla di cooperazione ma un po' di striscio. Si sente più a suo agio, e gli riesce assai meglio, nell'analisi puntuale di un capitalismo che, col salvataggio delle banche d'affari, segna il reingresso della mano pubblica, non già nelle politiche di welfare, ma nel soccorso al credito, Analisi interessante ma che lascia il pubblico un po' freddo. Questa gente la conquisti se parli il suo linguaggio e se sai riconoscere i passi avanti che ha fatto e quelle dinamiche che costruiscono nuovi rapporti sul piano internazionale con relazioni che vedono, nelle società civili del Sud del mondo, “non partner ma protagonisti”, come spiega Fabio Alberti di Un ponte per. Insomma il feeling con l'Arcobaleno ci sarebbe anche, ma con riserva. Marco De Ponte (Action Aid) si chiede chi verrà dopo e Antonio Onorati di Crocevia (la più vecchio Ong italiana) ricorda che è riuscito a parlare di agricoltura con Patrizia ma non col ministro deputato. Ma poi? Persino Legambiente e Wwf strizzano l'occhio a “Patrizia”. Chissà come devono fischiare le orecchie al compagno Pecoraro Scanio. (1 - continua)

Articolo pubblicato su Lettera22 e il manifesto

martedì 18 marzo 2008

PROTESTA SENZA TESTA


Martedi 18 marzo
Emanuele Giordana
da Lettera22

La caccia all'uomo è già cominciata a Lhasa, nella provincia autonoma e nelle regioni del grande Tibet divise amministrativamente dalla Cina e dove la protesta è dilagata. Allo scadere dell'ultimatum lanciato dalle autorità di Pechino, e che imponeva a chi aveva manifestato di consegnarsi, è semplicemente proseguito quanto già messo in opera dopo gli scontri del 13 e 14 marzo e in realtà iniziato ben prima quando i monaci avevano iniziato a ricordare il 49mo anniversario della rivolta del 1959. Intanto Champa Phuntsok, governatore della provincia, ha restituito un bilancio ufficiale di 16 vittime dovute non all'uso della forza da parte dei cinesi ma... effetto egli incidenti e dei roghi dei giorni della protesta. Mentre a Lhasa regna la pax cinese, in India e in Nepal continuano le marce e monta nella comunità internazionale la sensazione che le opinioni pubbliche di mezzo mondo siano un passo più in là della timidezza e della cautela dei rispettivi governi. Continuano le manifestazioni di solidarietà e continua la catena di informazioni spezzettate che filtrano dalla cortina di bambù che circonda il Tibet e che fanno salire il bilancio dei morti oltre gli ottanta di cui si era parlato nei giorni scorsi. E qualcosa succede anche nel Comitato olimpico: il presidente del Comitato svizzero, Jorg Schild, ha scritto al Cio invitandolo a prendere posizione sulle violenze seguite alle manifestazioni anticinesi. Se non il boicottaggio almeno evitare un imbarazzante silenzio. La diplomazia internazionale invece tentenna anche se ieri Condoleezza Rice ha chiesto alla Cina di impegnarsi in un dialogo con il Dalai Lama, “occasione mancata da parte dei cinesi di impegnare l'autorità morale del popolo tibetano (il Dalai Lama). Spero che essi trovino ancora il mezzo di farlo». La Rice ha detto che ne parlerà con il ministro degli esteri Yang Jeichi e ha precisato che gli Stati Uniti hanno “veramente fatto appello da vari anni ai cinesi per trovare un modo di parlare con il Dalai Lama”.
In realtà le occasioni non sono mancate, come ricorda il tibetologo e linguista tibetano Chodup Tsering. “Ci sono stati sei incontri che non hanno prodotto nulla. Ogni volta viene chiesto al Dalai Lama di dichiarare una cosa che il Dalai Lama non può dichiarare perché sarebbe un falso storico e cioè che il Tibet è da sempre parte integrante della Cina. Anche la frustrazione dell'impossibilità di arrivare a una soluzione ha dato la stura alla protesta”. Pure J. Santumala, tibetano da oltre vent'anni in esilio, è d'accordo: “Rischiamo di essere una seconda Palestina. Il fatto è che la scelta della “via di mezzo” utilizzata dal Dalai Lama voleva evitare proprio questo. Evitare le violenze di questi giorni ed evitare che i giovani tibetani, che ormai si sentono immigrati in casa propria e che hanno davanti agli occhi 3mila templi distrutti e sono disperati, possano fare scelte estreme”. Rivolta totalmente spontanea? Totalmente, concordano sia Santumala che Tsering. “Totalmente perché in Tibet è impossibile organizzarsi, riunirsi in più di tre persone a bere un te per parlare di politica. Chi vive in Tibet non può materialmente pianificare una protesta e il paese è pieno di spie”. E dunque com'è nata la protesta? “E' nata sull'onda di una grande aspettativa creatasi con la marcia organizzata in India. Le voci – dice Chodup - hanno iniziato a girare, a correre. E oggi in Tibet ci sono i cellulari, comunicazione veloce, passa parola rapido. La cosa è andata così”. Lo conferma Piero Verni, autore di una biografia del Dalai Lama e che anche l'anno scorso ha dato alle stampe per Polaris il suo ennesimo libro sul Tibet. Sposato con una tibetana, Verni è in contatto costante col mondo tibetano: “Non ci sono in Tibet capacità articolate che possano progettare un'unità di intenti e d'azione. Purtroppo, aggiungo io. Ma la marcia indiana ha creato aspettativa ed eccitazione, unita al fatto che le Olimpiadi potevano trasformarsi in un'occasione. Si pensava che , proprio per via dei Giochi, la Cina non avrebbe usato la mano dura. Ma poi la polizia ha iniziato ad arrestare i monaci che per primi si sono mossi e ben prima delle giornate della protesta violenta. E' da lì che è scattata la rivolta, che la polveriera è scoppiata”. “Noi dobbiamo pensare a una comunità – conclude Chodup Tsering – nella quale molti ricordano e hanno vissuto la rivolta del '59 e poi la repressione dell'89 (con l'imposizione della legge marziale per oltre un anno ndr) e che vive la repressione, l'arroganza e la prepotenza dei cinesi immigrati che vivono in condizione di maggior vantaggio e prosperità. E non è finita. Nei prossimi anni si parla di una nuova immigrazione massiccia dalla Cina di dieci milioni di anime”.

lunedì 17 marzo 2008

IL SILENZIO SUL TIBET BUCATO DAI BLOG


Pechino chiude Youtube per i tibetani. Ma le notizie arrivano lo stesso. Sempre via rete

Emanuele Giordana

Lettera22

Lunedi' 17 Marzo 2008

“Essere un rivoluzionario da più soddisfazione dello status quo”, scrive Tsering Yangzom. “Un milione di grazie a chi partecipa a questa protesta” posta Bodh Gyalo. “Avanti così” incita un altro. Messaggi da Lhasa e dalla diaspora in giro per il mondo. Che si sommano all'unico testimone occidentale con taccuino nella capitale tibetana, il corrispondente dell'Economist che, anche lui sfruttando la rete, racconta sul sito online del settimanale britannico queste ore coperte dal fragoroso silenzio della censura.
E' una storia che si ripete e che avevamo già visto durante la ribellione birmana: il Grande fratello mette mano alla rete e, racconta il blog studentsforafreetibet, blocca l'accesso dal Tibet a Youtube, la televisione di Internet che, mesi fa, diffuse il contestato video choc in cui si vedeva un fucile dell'esercito popolare fare secco un profugo tibetano che tentava di varcare le frontiera. Ma la “via del blog”, delle chat, dei caffé virtuali è difficile da fermare. Meno spirituale ma non meno efficace del cammino dell'Illuminato, Internet è dunque il “grande-piccolo veicolo” che fa uscire dal Tibet sigillato le testimonianze e le speranze, i racconti e la tensione. C'è dunque anche chi riesce a scrivere da lì e far uscire la sua voce dal recinto attorno al Tetto del mondo o chi, come il poeta Rakra Tethong, diffonde un “Poema per i marciatori” che ormai gira, rigidamente in tibetano, su tutti i siti filotibetani come Tibet People's Uprising, uno dei più informati. Le parole dei blogger tibetani hanno anche un sito – Tibetblogs – che si occupa di farle girare: c'è un po' di tutto, anche il racconto del primo giorno in Tibet di Rigzin, forse un figlio di esuli che vive in America e che in giugno ha vistato il suo paese.
La capitale sembra normalizzata, ma solo in parte. “Dopo ore di scontri il 14 – scrive il giornalista dell'Economist – un anello di truppe ha circondato il grande quartiere tibetano durante la notte. Ma il giorno seguente alcuni residenti hanno continuato ad attaccare i negozi cinesi che ancora erano rimasti intatti...in molti casi appiccando fuoco in una zona dove si trova la maggior moschea della città e dove vivono gli Hui, una minoranza musulmana cinese i cui membri controllano buona parte del commercio di carne della capitale”. Racconta dunque anche di questa guerra nella guerra con gli Hui, che si preparano a contrattaccare - dice - mentre, nei giorni a seguire, la protesta ha rallentato “con qualche lancio di sassi” e colpi sparati dalle forze di sicurezza. Tensione palpabile dunque anche se, aggiunge l'Economist, al suo corrispondente - l'unico giornalista occidentale con un permesso ufficiale – è stata offerta la possibilità di lasciare in sicurezza la città ma senza l'ordine di farlo.
Intanto le mille fonti non ufficiali, che attraverso i sistemi più complicati arrivano al quartier generale del Dalai Lama a Dharamsala, hanno fatto salire il bilancio dei morti ad almeno ottanta vittime (mentre altre sette persone sarebbero state uccise a Ngaba, nella provincia del Sichuan). Non i cento o persino i trecento di cui si parla in qualche blog, ma nemmeno la decina ammessa dalle autorità di Pechino. Dal terreno vero e proprio del resto le testimonianze sono relativamente poche e le informazioni si raccolgono compilando un puzzle di parole arruffate, punti di vista, commenti. Anche “Irrawaddy”, il sito Internet della testata birmana di opposizione che ha sede in Thailandia e che c informò della rivolta porpora dei monaci, dà il suo contributo: scrive che Lhasa è sotto coprifuoco e che l'immagine ricorrente è quella delle forze di sicurezza armate di lunghi bastoni che pattugliano la capitale. Le notizie frammentarie parlano di una città semideserta dove la polizia sta cercando casa per casa – in stile birmano – i responsabili degli incidenti. Un copione già visto.
Ci si aiuta con le rare immagini e i filmati: su Youtube, “Amdo” ha postato un montaggio di fotografie con un sonoro che non esclude i colpi di pistola e in cui si vedono le auto della polizia incendiata, i negozi dati alle fiamme e le strade con i resti della battaglia o gente che tira sassi ai camion. Immagini che hanno fatto il giro del mondo e che resteranno indelebili. Un cinese, probabilmente, ha postato invece un filmato di alcuni tibetani che fanno a botte e in cui un poveraccio in motorino viene attaccato dalla folla inferocita. Suggerisce la caccia all'Han, al cinese cattivo, e commenta “ecco come i pacifici tibetani...” Anche Internet è un'arma, oltre che di democrazia, di propaganda. Strana bestia insomma la rete e il mondo dei blog. C'è posto anche per le confidenze di un cinese trapiantato in Tibet, Jiang Fengwu: “E' dura far soldi quaggiù con tutta questa gente che arriva, come i businessman che vengono dalla provincia di Zhejiang. Io posso solo dire grazie all'aiuto di tanti tibetani amici. E credo proprio che la loro cultura tradizionale debba continuare a vivere”. Lo ha postato sulla Bbc dove la censura cinese non riesce ad arrivare.

domenica 16 marzo 2008

L'OLOCAUSTO NASCOSTO DEGLI EBREI LIBICI



Pubblicato il 16/3/08 su Lettera22 e sul domenicale del 24Ore

Nell'immagine l'autore di "Uccideteli tutti", Eric Salerno


“Il ministro Teruzzi con foglio riservatissimo ha comunicato al generale Bastico che il Duce ha deciso che tutti gli ebrei della Cirenaica siano riuniti in un campo di concentramento della Tripolitania...”. Come spiega la nota dei carabinieri italiani del 28 febbraio 1942 la “soluzione degli ebrei di Tripolitania”, per usare le parole del console tedesco a Tripoli, era stata avviata su diretta iniziativa di Mussolini. In realtà, l'operazione di pulizia era cominciata ben prima, a partire dalla promulgazione delle leggi razziali anticipate dal “Manifesto della razza” del '38 e che prefiguravano, oltre alle disposizioni per l'Italia, anche le limitazioni da imporre agli ebrei residenti nelle colonie per “..togliere loro le posizioni acquisite in assoluta sproporzione con la loro entità numerica, ponendoli e tenendoli in un piano razziale inferiore”. Gli ebrei di Libia erano diverse migliaia. Solo a Tripoli erano almeno 15mila di cui forse mille di origine italiana. Erano mercanti e imprenditori che figuravano soprattutto nell'élite locale ma non soltanto. Ce n'erano di provenienza italiana, francese, spagnola. Vivevano nelle città ma i più poveri, i “trogloditi della montagna”, campavano d'agricoltura e piccoli commerci in uno stato di palpabile povertà. A sentire il generale Badoglio, che ne scrive nel 1930, gli “israeliti d'Italia son meglio degli israeliti di Tripoli...veri indigeni...(in cui) prevalgono l'egoismo, il disinteresse per gli altri, la pigrizia materiale e morale”. La macchina dell'Olocausto era pronta comunque per tutti loro - ebrei di serie A o di serie B come la gerarchia razzista di Badoglio li aveva catalogati - e gli italiani la misero in moto istituendo un campo di concentramento a Giado, nel Gebel tripolitano, dove nel maggio del '42 vennero trasferite 2.597 “unità”, come le chiama il linguaggio asettico della burocrazia coloniale.
Oggi Giado è una cittadina della municipalità di Yefren e del campo di concentramento non restano nemmeno più le macerie. Per vedere com'era bisogna ricorrere a Mushi Meghidish, Moshe per gli amici, che in un garage vicino a Tel Aviv l'ha ricostruito in scala sulla base dei suoi ricordi di internato: “ci dissero – ha raccontato a Eric Salerno – che ci avrebbero ucciso tutti. L'ordine era arrivato dall'alto. Da lontano”. Non tutti furono ammazzati ma Salerno, l'autore di “Uccideteli tutti. Libia 1943: gli ebrei nel campo di concentramento fascista di Giado (Il saggiatore), stima che nel campo morirono circa 600 persone “...uomini, donne, e tanti bambini perché sono i primi a cadere”. Molti altri passarono il mare perché Giado era solo un avamposto nella macchina dello sterminio. Furono trasferiti in Italia e da lì a Bergen-Belsen “una delle anticamere della soluzione finale”.
Il libro di Eric Salerno, che alla Libia aveva già dedicato un bel saggio sul genocidio messo in atto dall'Impero, non riempie solo un vuoto storico della memoria collettiva su un capitolo dell'Olocausto poco indagato. Restituendo dignità agli ebrei di Libia, e per converso a quelli che vivevano nel Magreb, fa giustizia del duplice razzismo che li colpì: come ebrei e poi anche come africani. Uomini appartenenti a un mondo dove noi italiani avevamo portato la fiaccola della civiltà che avrebbe dovuto illuminare il cammino di popolazioni inferiori per carnagione, costumi e tradizioni oltre che per fede. Volutamente dimenticati dall'Italia, paradossalmente gli ebrei di Libia furono in qualche modo dimenticati persino da Israele: discriminati al processo ad Eichmann dove le sollecitazioni degli ebrei di Libia e Tunisia, che vi volevano testimoniare, vennero respinte.
Volutamente dimenticati dall'Italia, paradossalmente gli ebrei di Libia furono in qualche modo dimenticati persino da Israele: discriminati al processo ad Eichmann dove le sollecitazioni degli ebrei di Libia e Tunisia, che vi volevano testimoniare, vennero respinte. In parte questa storia nascosta degli ebrei del Magreb si deve anche a una sorta di loro vergogna o timidezza nel rivelare quel capitolo buio che costò la vita ad almeno mille persone. In parte. Spiega Yacov Haggiag-Liluf, del centro degli ebrei libici a Or Yehuda, cittadina vicina a tel Aviv, che “anche se quanto capitato agli ebrei libici non può essere paragonato all'Olocausto degli ebrei europei per dimensioni” per decenni è stato insegnato che “l'Olocausto era patrimonio degli ebrei europei, soprattutto degli askenaziti”. Fu detto a libici e tunisini – conclude – che non appartenevano a questa storia. Salerno restituisce loro quell'appartenenza.

BOICOTTARE LE OLIMPIADI?


Pubblicato anche su Lettera22 e i quotidiani del gruppo Espresso/Repubblica
Domenica 16 marzo 2008

C'è già una petizione italiana on line per chiedere il boicottaggio delle Olimpiadi e per oggi Gianni Alemanno di An ne ha annunciata un'altra. Ma non sembra questa la strada che sarà imboccata dalla comunità internazionale, a cominciare dall'Unione europea. Per ora i toni si fanno semmai un po' meno morbidi e la pressione su Pechino aumenta ma senza mettere in discussione la fiaccola olimpica. La Cina sa già di essere sotto osservazione e i giorni a venire sono gravidi di complicazioni: in settimana si terrà a Pechino la prima udienza del processo contro Hu Jia, l'attivista arrestato per impedirgli, si dice, di criticare i Giochi. E sabato prossimo si vota a Taiwan, la “provincia ribelle” che si esprime su un referendum che i cinesi bollano come secessionista. Inoltre, in India e Nepal la diaspora tibetana in esilio minaccia nuove marce.
Ce n'è forse abbastanza per non ricorrere al boicottaggio dell'appuntamento su cui Pechino ha investito miliardi e immagine. Del resto, il presidente del Cio Jacques Rogge ha reiterato il parere del Comitato olimpico: “Il boicottaggio non risolverebbe nulla. Penalizzerebbe solo atleti innocenti”. Gli fa eco il suo vice Thomas Bach: “è una strada sbagliata”. In Italia anche Marco Pannella, il leader politico forse più impegnato sulla causa tibetana, non si unisce al coro di chi chiede il boicottaggio: “Non sempre funziona” dice. Posizione intermedia quella di Franco Frattini: “Bisogna fermare la violenza, ripensare e riannodare le fila spezzate dei diritti umani, riconsegnando le Olimpiadi a un clima di vera fratellanza. Altrimenti è forte il rischio che questa festa dello sport potrebbe correre”.
Ma se non il boicottaggio cosa? Insomma sulle Olimpiadi si discute. C'è chi ricorda la tradizione della “Tregua olimpica” o "Ekecheira", introdotta in Grecia nel IX secolo a.C., con la firma di un trattato fra tre re. Durante la Tregua, atleti, artisti e pellegrini potevano viaggiare in totale sicurezza per partecipare o assistere ai Giochi. Il Cio ha recuperato il concetto allo scopo di tutelare gli interessi degli atleti e più in generale di “creare una finestra di dialogo, riconciliazione e soluzione dei conflitti”. Il progetto di Tregua olimpica fu rilanciato dalle guerre balcaniche: nel 1992, con la Risoluzione 757 lo sport fu incluso dall'Onu per la prima volta tra gli elementi soggetti a sanzioni. Ma il Cio decise di optare per la riaffermazione della propria indipendenza per tutela degli atleti e dei Giochi e, alla fine, il Comitato sanzioni e il Cio raggiunsero un accordo che consentì agli atleti iugoslavi di partecipare a “titolo personale” alle Olimpiadi d Barcellona. Amnesty International però mette in guardia: la Cina non ha rispettato gli impegni presi in materia di diritti umani e sperare che lo faccia durante i Giochi è "illusorio e insufficiente", dice Paolo Pobbiati, presidente della sezione italiana. Che non crede che la Tregua olimpica fermerà la repressione e anzi corre il rischio di essere un “gesto di mera propaganda”.

venerdì 14 marzo 2008

RIFLESSIONI SULLE PROTESTE A LHASA

Le notizie che giungono dalla capitale tibetana parlano di diversi morti e feriti e di una città a ferro e fuoco. Una sorta di punto di non ritorno dopo decenni di acquiescenza e tentativo di dialogo con Pechino. Cosa è cambiato? Perché è esplosa una violenza spontanea nel popolo pacifico per antonomasia? Qualche ipotesi
venerdi 14 marzo 2008

Si racconta che quando l'esercito popolare cinese entrò a Lhasa per occupare il Tibet, i suoi generali chiesero all'allora giovanissimo Dalai Lama (classe 1935) di presentarsi per parlamentare. Tenzin Gyatso decise che sarebbe andato ma il suo popolo occupò le strade impedendo fisicamente al XIV Dalai Lama di andare molto probabilmente a finire i suoi anni in una prigione di Pechino. Gente poco violenta per natura e tradizioni, i tibetani ebbero un sussulto nel 1959 quando tentarono una sollevazione immediatamente repressa e in seguito alla quale il Dalai Lama varcò le montagne per stabilirsi in India, dove i tibetani ricostruirono a Dharamsala una sorta di piccolo Tibet in esilio, in un paesaggio che ricordava loro le stesse vette che si potevano ammirare da Lhasa.
E' per ricordare quella sollevazione che in questi giorni in Tibet e in India si è tornati nelle piazze. In realtà da allora, sino praticamente ai giorni scorsi, i tibetani se ne sono stati abbastanza buoni, tenuti calmi dallo stesso Dalai Lama diventato un raffinato diplomatico la cui prima preoccupazione era di evitare che nel suo paese la sottomissione a Pechino generasse un movimento armato e il ricorso alla violenza. Ha scelto sempre le armi del negoziato il Dalai Lama tanto da attirarsi anche qualche critica. Ma ha evitato il peggio. Un peggio sempre in agguato e che ieri si è manifestato nella sua brutalità in una capitale attraversata dalle notizie della morte di alcuni manifestanti e colorata dal rosso degli incendi e dal blu delle divise delle squadre cinesi anti sommossa opposte alle vesti color porpora dei monaci. Spari ma anche auto e negozi cinesi dati alle fiamme. Incidenti con la comunità muslmana. Monaci arrestati e picchiati ma anche gente comune che si è unita a una protesta che dilaga, in modo spontaneo, senza una guida apparente e che, secondo gli osservatori, è la più massiccia da quel marzo del 1959 di cui ricorre quest'anno il 49mo anniversario. Notizie che colpiscono due volte non solo perché le proteste a Lhasa sono rare (in realtà hanno coinvolto anche altre città) ma proprio perché questo tipo di reazione non è mai stata la scelta della leadership tibetana in esilio. Qualcosa è successo. Qualche punto di non ritorno è stato oltrepassato. Il tappo è saltato sul “Tetto del mondo”, un pianeta del quale pochissimo sappiamo o possiamo sapere. Ancor meno della Birmania dove, bene o male, qualche turista o qualche diplomatico, qualche giornalista camuffato (come il povero fotografo giapponese che ha pagato con la vita) riescono a circolare. In Tibet è diverso. E' un mondo sigillato e afono se non fosse per quanto fa e dice la diaspora all'estro, soprattutto in India dove conta 120mila rifugiati.
Negli anni infatti l'India è diventata la sede del governo tibetano in esilio, che si trova a qualche chilometro da Dharamsala, nel villaggio di McLeod Ganji. Ci si arriva in autobus inerpicandosi sulle strade dell'Himachal Pradesh, circondate da campi verdissimi, boschi e vette innevate. Per l'India ospitare il Dali Lama non fu soltanto una scelta obbligata dalla vicinanza geografica o dalle ragioni dell'etica. Per Nuova Delhi, l'invasione cinese degli anni Cinquanta e la dura repressione che ne seguì, la distruzione sistematica del patrimonio culturale, dell'ambiente e della civiltà tibetana erano da condannare soprattutto perché la mano che schiacciava il sasso era quella della Cina. Per Indira Gandhi, non meno che per i suoi successori, il villaggetto di McLeod Ganji e gli insediamenti tibetani sparsi in territorio indiano, erano una spina nel fianco di Pechino. Negli ultimi anni qualcosa però è cambiato. I tibetani possono contare su un minor appoggio di Delhi che, qualche anno fa, ha scambiato il riconoscimento cinese del Sikkim per il riconoscimento indiano del Tibet come rispettive appartenenze statuali. Ragion di stato. Uno schiaffo a Tenzin Gyatso molto simile a quello che la democrazia indiana ha regalato ad Aung San Suu Kyi quando ha deciso di ricevere a Nuova Delhi il capo della giunta birmana per fare affari con lui. Le cose si sono complicate. I tibetani possono contare sull'appoggio degli Stati Uniti, almeno sino a quando i rapporti con Pechino continueranno ad essere tesi, ma non già su quello di diversi governi occidentali, tra cui l'Italia se si pensa alla polemica seguita al recente viaggio italiano del Dalai Lama che Prodi non ha voluto ricevere. Come ugualmente ha fatto Benedetto XVI. Ragioni di stato.
E' a questa congiuntura internazionale che bisogna dunque guardare osservando, per quel che possiamo, ciò che avviene a Lhasa in queste ore dove la ricorrenza del marzo del 1959, che segnò la rivolta contro Pechino quanto l'esilio del Dalai Lama, ha dato la stura alle proteste alle quali la Cina, conscia di avere gli occhi addosso e tremebonda per il futuro delle Olimpiadi, ha aspettato a reagire duramente sino a ieri. Stura a proteste che vanno più in là della compassionevole diplomazia del XIV Dalai Lama. In sempre più seria difficoltà e forse sempre meno compresa nella vita quotidiana di tutti i giorni sul Tetto del mondo.

INTERROGATIVO IRANIANO


Candidati riformisti decimati.
Campagna elettorale piena di limitazioni.
Apatia e voglia di protesta hpotrebbe produrre una forte astensione.
La repubblica islamica sceglie il nuovo parlamento. Senza crederci moltoNella foto Ali Khamenei
Emanuele Giordana
Venerdi' 14 Marzo 2008
( Questo articolo è stato pubblicato su il mattino e sul sito di Lettera22)
Nell'immagine la guida suprema ayatollah Ali Khamenei


Benché un sondaggio pubblicato ieri dalla Iran, l'agenzia di stampa ufficiale della repubblica islamica, sostenga che andrà a votare il 50% degli aventi diritto al voto a Teheran e il 60% degli stessi nelle maggiori città, il fantasma dell'astensionismo è in agguato in queste elezioni parlamentari iraniane. Non è una novità in un paese dove, alle ultime consultazioni nel 2004 aveva votato appena il 51%. Ma l'atmosfera generale racconta una grande indifferenza verso elezioni che a molti iraniani, specie giovani, sembrano una farsa e dove la scelta di non votare è anche un segnale, oltre che disaffezione e di apatia, anche di protesta. Per i conservatori, riuniti in due coalizioni e che sono dati favoriti, un'affermazione con una ancor più bassa affluenza sarebbe un cattivo segnale. Non basterà dunque vincere sui riformisti, messi in seria difficoltà non solo dal veto su almeno duecento candidature ma anche da come è stata organizzata una campagna elettorale durata pochissimo, con moltissimi divieti – dai poster agli assembramenti – e che si conclude prima della festa del Nevroz, il capodanno sciita. “Molta gente – commenta un giornalista britannico - sembra più interessata a fare shopping che a deporre il suo voto nell'urna”.La televisione invita ad andare a votare così come ha fatto a più riprese la guida suprema ayatollah Ali Khamenei, che ha spiegato ai “fedeli” che votare è un obbligo islamico. Così almeno si declina il diritto dovere nella repubblica islamica dove però non tutti la pensano così: in un'intervista alla televisione italiana, il grande dissidente col turbante, l'ayatollah Hossei Ali Montazeri ha detto chiaramente che «Queste non sono vere elezioni, ma nomine», riferendosi al modo in cui il Consiglio dei guardiani, il custode della purezza delle istituzioni, ha vagliato, deciso ed epurato le liste di candidati. Perché l'Iran è anche questo: un regime con mille restrizioni ma dove esiste una sorta di esercizio della democrazia che permette da Montazeri di parlare. Anche se la sua voce rischia di arrivare solo agli italiani e non ai suoi connazionali.Del resto il sentimento generale è che, in queste lezioni parlamentari è che i riformisti, rappresentati dall'ex presidente Khatami, non ci abbiano messo troppa energia fors'anche perché giudicano inutile perdere troppa a energia in una corsa dove sono state epurati il 40% dei candidati e dove il fronte riformista è stato decimato dei suoi nomi più importanti. Dei circa 4500 candidati su cui si dovrebbero esprimere i circa 43 milioni di iraniani che hanno compiuto 18 anni e che concorrono ai 290 posti del parlamento (cinque scranni sono riservati alle minoranze religiose: due agli armeni ortodossi, uno ai cattolici assiri e caldei, uno agli zoroastriani e uno agli ebrei) la gran maggioranza fanno parte delle due formazioni conservatrici: il Fronte e unito e la Coalizione allargata che in realtà sono molto simili salvo le differenze ch43 dovranno dire che ancora sta con Ahmadinejad (è il Fronte a sostenerlo) e chi invece che il “nuovo corso” che fa riferimento all'ex negoziatore sul nucleare Ali Larijani, al sindaco di Teheran Mohammad Baqer Qalibaf e all'ex comandante dei Guardiani della rivoluzione, Mohsen Rezai. Un test, dicono alcuni, per vedere come posizionarsi nelle future presidenziali dove si deciderà il futuro dell'ex sindaco di Teheran. Quanto alla colazione dei riformisti, ha solo 133 candidati (contro gli oltre 500 delle due formazioni conservatrici) ha perso tutti i nomi più importanti e si deve accontentare del sostegno degli ex presidenti Mohammad Khatami e Akbar Hashemi Rafsanjani che questa volta sposano la medesima causa nel tentativo di dare un segnale al comune rivale Ahmadinejad.Il convitato di pietra è comunque tutt'altro che ideologico e ha più teste: inflazione, disoccupazione e, nelle grandi città, prezzi alle stelle per case e affitti e nonostante le vendite del greggio abbiano portato in Iran 63 miliardi di dollari. Ahmadinejad, che ha impostato tutta la sua campagna presidenziale sui toni populistici del sostegno ai diseredati, teme probabilmente che il voto, o il non voto, possano esprimere un'erosione del consenso palpabile anche se forse non in grado di rafforzare come sarebbe necessario i riformisti. Erosione del consenso difficile da combattere con la retorica dell'orgoglio nazionale o con la resistenza agli attacchi del nemico americano e sionista.

giovedì 13 marzo 2008

AFGANA: UN'IDEA PER USCIRE DAL CONFLITTO


Riporto due articoli dalla stampa italiana di oggi: dal Riformista e dal Manifesto (l'articolo è uscito anche su http://www.lettera22.it/) . Danno conto di "Afgana" una realtà in Italia che tenta di fare sull'Afghanistan un discorso un po' più sensato che non quello che di solito si finisce a fare quando si rifinanziano le missioni militari. Lo scopo di Afgana (http://www.afgana.org/) è quello di dimostrare che in Afghanistan non ci sono solo soldati, talebani, signori della guerra e poveracci analfabeti che si limitano a subire. Prova a dare un senso alla parola "società civile" identificata come soggetto che agisce e come risorsa. Ecco i due articoli, stringati ma efficaci. Su http://www.afgana.org/ trovate di più
Buona lettura (la foto in alto a sinistra è di Romano Martinis)

LA SOCIETA' CIVILE BATTE UN COLPO Il Riformista 13/3/08
Almeno due fantasmi si sono materializzati in questi giorni sullo sfondo tragico del conflitto afgano. Il primo ha battuto un colpo nella riesumazione francese, qualche giorno fa a Bruxelles, della Conferenza internazionale sull'Afghanistan. Una vecchia idea italiana, come lo stesso Bernard Kouchner ha riconosciuto, rivitalizzata dal nuovo corso muscolare di Sarkò. Ma Parigi è stata avara di dettagli se non che la conferenza si terrà in Francia. Su quali contenuti, con quale strategia, con che finalità resta tutto da chiarire. Né lumi sono arrivati da Roma, madrina di un'idea fattasi sempre più sbiadita ancorché sia stata l'unica proposta di un qualche peso che potesse far intravedere il primato della politica sulla sola opzione militare, rivelatasi quantomeno incapace, come ammettono persino i think tank americani, di curare un malato che anziché guarire sembra aggravarsi. Il secondo fantasma, che ha battuto invece un colpo a Roma, è quello della società civile locale che ieri, materializzata da volti e corpi in una conferenza stampa congiunta con la piattaforma di “Afgana” (una rete di associazioni, accademici, cittadini italiani), ha segnalato quantomeno che in Afghanistan non ci sono solo talebani e signori della guerra ma un segmento, probabilmente piccolo e soprattutto fragile, che seppur criticamente si relaziona col governo e con la comunità internazionale. O che vorrebbe farlo visto che non c'è un solo documento della Nato che ne citi almeno l'esistenza. Questi signori e signore sono medici e avvocati, volontari e ricercatori, persino religiosi. Vorrebbero contare di più e dire la loro, forse suggerendo qualche nuova strategia. Chiedono – si legge sulle agenzie – di parlare alla Conferenza di Parigi. Chissà che da due fantasmi non venga partorita alla fine qualche nuova idea

LE RICHIESTE DI AFGANA:CANDIDATO ITALIANO PER UE A KABUL E 15 MINUTI PER PARLARE A PARIGI Il manifesto 13/3/08
Quinidici minuti di intervento alla Conferenza Internazionale di Parigi sull’Afghanistan, in programma per giugno, e il sostegno di un candidato italiano come inviato speciale dell’ Ue a Kabul. E’ quello che chiedono i rappresentanti della società civile afgana e italiana, che ieri a Roma hanno presentato la risoluzione adottata al termine di una conferenza di pace svoltasi a Kabul il a fine gennaio. Un documento in 19 punti, redatto dai membri della società civile locale - che riunisce rappresentanti di diverse realtà del Paese, oltre che i capi clan e i capi religiosi - insieme alla piattaforma italiana “Afgana”. Tra le priorità indicate nel documento, il sostegno alla revisione del mandato UNAMA in stretta collaborazione con il governo afgano, la fine della missione Enduring Freedom, il rafforzamento del ruolo delle Nazioni Unite, delle organizzazioni non governative e della società civile afgana, e il loro coinvolgimento nella cooperazione, ricostruzione e riconciliazione nazionale del paese. La risoluzione chiede inoltre di evitare danni ai civili e prevedere la compensazione di eventuali vittime in rispetto degli standard prescritti dalle leggi internazionali sui Diritti Umani (J.T.)