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mercoledì 30 aprile 2008

LETTERA22, IL LITTORIO E MIO NONNO



Lettera pubblicata oggi su "Il Riformista"

Caro direttore,

abbiamo letto su L'Espresso che la neonata associazione Lettera22 (che con scarso fair play e altrettanto poca fantasia utilizza la stessa dicitura dell'agenzia da me diretta) si fa precedere senza smentirle da battute tipo: “Siamo gli antemarcia, gli altri al massimo sciarpa littorio”. Con un riferimento nemmeno tanto velato a quella vicenda oscura del Ventidue che va sotto il nome di marcia su Roma. A me le marce non dispiacciono, vedi quella per il Tibet, ma detesto le marcette. E mi dà un senso di disgusto pensare che qualche tuo lettore, su un giornale per il quale scriviamo da anni, possa confondere la nostra Lettera22 (il cui motto abbiamo mediato da Albert Londres: "L'unica linea che un giornalista è tenuto a rispettare è quella ferroviaria...") con una Lettera22 che si lascia apparentare con i cascami del littorio e una gongolante passione nostalgica per un'epoca dove la libertà di stampa era una chimera.
Lo sapeva bene mio nonno Tullio che, da direttore e proprietario de La Tribuna, dopo aver attribuito il delitto Matteotti al Duce, si vide confiscare il giornale e obbligare a un buen retiro sulle colline umbre senza più poter prendere la penna in mano. A questo punto è bene che i tuoi lettori sappiano che io, Paola Caridi, Gabriele Carchella, Gianna Pontecorboli, Ilaria Maria Sala e quanti di Lettera22 scrivono per te, non hanno nulla a che vedere che con questi giovin signori. Noi esistiamo da ben quindici anni, ed è un po’ singolare che dei cronisti non si siano accorti, leggendo gran parte dei giornali italiani o accendendo la tv, della nostra presenza sul mercato editoriale. I giovin signori, comunque, sembrano voler usare lo strumento - che Montanelli rese famoso - per la loro marcia su Viale Mazzini, dove pare vantino molte adesioni. Temo che quel 22 assomigli, più che ai tasti della Lettera di Nizzoli, al Ventidue che inaugurò una delle più buie stagioni del giornalismo italiano

Vai al sito di Lettera22

Leggi di mio nonno Tullio Giordana quanto scritto ne "La stampa del ventennio" di M. Forno

martedì 29 aprile 2008

LETTERA22.IT PRENDE LE DISTANZE DA LETTERA22.INFO




Avviso ai miei lettori

Con una lettera inviata oggi alla Federazione nazionale della stampa e ai direttori dei quotidiani e periodici italiani con i quali collaboriamo da ormai quindici anni, l'associazione indipendente di giornalisti Lettera22 (www.lettera22.it) ha preso le distanze dalla neonata Associazione giornalisti per le libertà “Lettera22info” nata alcuni giorni fa e sulla quale sono uscite indiscrezioni di stampa non smentite dall'associazione stessa. Le indiscrezioni attribuiscono a tale associazione, non solo una precisa parte politica, ma anche un riferimento alla marcia su Roma e altri nostalgici orpelli del Ventennio. Nel sottolineare che utilizzare la dizione “Lettera22” per un'associazione tra giornalisti quando già ne esiste una da 15 anni non è propriamente indicativo di fantasia e di correttezza professionale, la redazione di Lettera22 ha voluto informare i lettori dei giornali con cui collabora (oltre una trentina in Italia) e quelli del sito Lettera22.it (circa 40mila lettori singoli ogni mese per circa un milione di contatti) , che il 22 che segue alla parola “lettera” non ha nulla a che vedere con la data (1922) nella quale venne fatta la marcia su Roma e che dunque tra lettera22.it e lettera22info non esiste nessuna relazione

vai al sito di Lettera22

CONTRORDINE COMPAGNI



Dopo la timida apertura di un paio di giorni fa, attribuita forse troppo frettolosamente a un “successo diplomatico” della Ue, Pechino sembra aver imboccato la via, se non di una rapida marcia indietro, quantomeno di una ripuntualizzazione dei suoi inossidabili paletti

* * *

La torcia olimpica, per una volta, ha potuto percorre il suo tragitto senza traumi. Niente contestazioni, né tafferugli, né Reporter senza frontiere con manette al posto dei simboli dell'Olimpiade. La sua corsa infatti ha toccato ieri Pyongyang, alleato fedele di Pechino, e la capitale della Corea del Nord ha riservato ai cinesi lo spettacolo che si attendevano, con quelle coreografie che tanto piacciono al paese del fresco mattino e al monarca dalla faccia imberbe che lo comanda. I cinesi sono gli unici padrini della dinastia dei Kim. Gli stessi che disinnescarono la bomba a tempo accesa dai nordcoreani quando decisero di levare i sigilli Aiea dai loro reattori e che contribuirono a raffreddare la crisi inventando il tavolo negoziale che, a cadenze più o meno fisse, si riunisce a Pechino. Uno sgarbo nei loro confronti sarebbe stato impensabile...

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lunedì 28 aprile 2008

KARZAI SOTTO ATTACCO (AP)

In questo video girato a Kabul ieri dall'Associated Press e scaricato da Youtube, l'attacco a Karzai. L'attentato (fallito) indebolisce o rafforza il presidente? E la strategia dei kamikaze è un segno di forza o non piuttosto di debolezza?


domenica 27 aprile 2008

MA DOVE LE PRENDERA' LE NOTIZIE?



Ho letto sui giornali di oggi che i Comitati di redazione di diverse testate e Roberto Natale, segretario del sindacato giornalisti, si sono molto risentiti delle parole di Beppe Grillo a Torino che, nel denunciare giustamente i guasti dell'informazione nostrana, ha fatto di ogni erba un fascio utilizzando l'insulto e la mannaia.
Ma si può mettere sullo stesso piano il Corriere, il manifesto, il Tg1? Nella sua voglia di gogna, Grillo ha detto che grazie ai giornali certe cose non le abbiamo mai sapute: la NoTav, il No Dal Molin, il caso Bianzino....Eh no, caro Grillo del caso Bianzino, forse poco, ma abbiamo saputo. E grazie ai giornali. Quelli umbri, in primis, e poi grazie al manifesto per il quale noi di Lettera22 abbiamo lavorato su questo oscuro omicidio, che tale continua ad apparirci nonostante l'archiviazione disposta dal magistrato. E Grillo come l'ha saputo del caso Bianzino? O lo ha scoperto da solo?
Dicono le cronache che Roberta Radici, la compagna di Aldo Bianzino, quando il cronista del manifesto presente a Torino le ha detto che era di quel giornale, lei, reduce dal palco del Grillo, lo ha abbracciato.
E no caro Grillo, l'informazione italiana è piena di pecche ma c'è chi fa bene il suo lavoro. E anche noi di Lettera22 sappiamo bene che,nonostante la Rete, è importante arrivare ai giornali. Appena abbiamo conosciuto il caso infatti, oltre a pubblicarlo sul nostro sito (2mila lettori quotidiani, una buona cifra ma troppo piccola) ne abbiamo parlato coi colleghi del manifesto e così la notizia di lettori ne ha raggiunti, 30, 40, 50mila. Poi, in seguito a questo, ne ha parlato Repubblica ( e li i lettori sono 800mila) e poi la Daria Bignardi che ne ha fatto una trasmissione su La 7. Senza contare Carta, tra l'altro, tra i primi settimanali a seguire il caso. Senza giornali caro Grillo non si va da nessuna parte. Diamoci da fare per cambiarli. Ma ad abolirli (tagliando le provvigioni dell'editoria) lascia che ci pensi qualcun altro che volentieri certi fogli li chiuderebbe dalla sera alla mattina. Capitò anche a mio nonno, Tullio Giordana, che dirigeva e possedeva "La tribuna". Scrisse che il delitto Matteotti era da imputare al Duce. Il volitivo capo del governo lo fece chiamare e lo obbligò a vendere il giornale (che venne diretto da Forges Davanzati) per passare a fare, per un ventennio, il contadino in Umbria. Dalla penna all'aratro. A Spoleto. Non poi così lontano dal carcere di Capanne.

sabato 26 aprile 2008

PECHINO E IL DALAI LAMA, SARA' VERA SVOLTA?



Inaspettatamente, a poco più di tre mesi dall'inizio delle Olimpiadi, Pechino ha annunciato ieri l'intenzione di avviare nei «prossimi giorni» consultazioni tra il suo governo ed emissari del Dalai Lama. Il merito oltre che delle colombe che forse volano anche nei piani alti del Politburo si deve, così par di capire, soprattutto alle pressioni europee. A Pechino si trova infatti il presidente della Commissione europea, Josè Manuel Durao Barroso, e la presidenza di turno slovena dell'Unione Europea ha dato subito il “benvenuto” alla decisione di con un comunicato diffuso a Bruxelles. Ciò significa che le pressioni servono e che funzionano qunado, come europei, parliamo con una voce sola.
L'annuncio della svolta è stato dato dall'agenzia Xinhua dopo la conclusione dell'incontro con la delegazione della Commissione europea, guidata da Barroso, e quella del governo di Pechino capeggiata dal premier Wen Jiabao. «Considerate le ripetute richieste da parte del Dalai Lama per la ripresa dei colloqui, il dipartimento responsabile del governo centrale avrà nei prossimi giorni contatti con i rappresentanti privati del Dalai Lama», ha scritto l'agenzia citando un anonimo funzionario (tutta la cronaca su Lettera22). Per il momento è un passo importante ma che resta vago. Sarà vera svolta?

MON AMI, ATTILIO E IL SUO NUOVO BLOG



Attilio Scarpellini ha finalmente un suo blog. Chissenefrega, direte voi. E allora bisogna che facciate un salto a leggere quello che scrive.
Non sono sempre d'accordo con lui (diciamo al 97%) ma trovo la sua prosa una delle migliori del nostro panorama di scribacchini. Attilio è in effetti un giornalista di Lettera22, anzi è uno dei soci fondatori di Lettera22 e ne è anche il presidente. So che la definizione "giornalista" gli va assai stretta ma è così che abbiamo iniziato a lavorare assieme una quindicina di anni fa, quando ci ritrovammo per un paio d'anni alla redazione romana dell'Avanti!, allora diretto da Roberto Villetti: c'erano Paola Caridi, Mauro Martini, Sergio Trippodo e appunto Attilio. Nacque lì, mentre il giornale socialista andava in mille pezzi, l'idea di Lettera22, una piccola sfida che, nonostante le imitazioni (vedi la recente fondazione di una sorta di lobby corporativa che porta lo stesso nome) ancora tiene.
Attilio ha studiato in Italia e in Francia, dove è stato borsista alla Scuola Pratica di Alti Studi in Scienze Sociali di Parigi. Scrive per il Diario, collabora alla redazione di "Nuovi Argomenti" e a "Carta". Come traduttore ha curato opere di Stendhal, Mallarmé, Maupassant, Drieu La Rochelle. Gli piace insomma la Francia, il camembert,la bella scrittura, il buon teatro e molte altre cose che non diremo.
Teatro appunto: nel 1997, con il dramma "L'ombra e la voce", ha vinto la prima edizione del premio Via di Ripetta. Tra il 2001 e il 2002 ha condotto su Radio Rai la trasmissione Mattino Tre/Lucifero. Ebbe grande fortuna, ma poi Attilio fu cacciato per aver disapprovato in diretta la nuova gestione del palinsesto. Non essendo Enzo Biagi, e non essendo stato espulso con editto bulgaro ma con sapiente far finta di nulla, nessuno ha protestato. A parte i suoi ascoltatori.

Dimenticavo: il suo blog ha un titolo che, ovviamente, riprende quello di un testo francese. Indovinare quale

venerdì 25 aprile 2008

TITUBANZE FRANCESI E CERTEZZE CINESI


Botta risposta tra la Ue e la Cina sul Tibet. Mentre Parigi va a Canossa da Hu Jintao


* * *


Avrà capito bene Monsieur Christian Poncelet, presidente del senato francese, in visita ieri in Cina con Monsieur Jean-Pierre Raffarin, già primo ministro della Repubblica francese? Secondo Poncelet, il presidente cinese Hu Jintao sarebbe “disposto” a riprendere un dialogo con il Dalai Lama che “già esiste”. Ma di che natura sia questo dialogo, come sottolineava ieri maliziosamente la pagina online di Le Monde, Poncelet non l'ha detto. E mentre il capo dei senatori consegnava a Hu una lettera del presidente Sarkozy, Raffarin tentava di aggiustare il tiro dei rapporti sino francesi col premier Wen Jiabao, profondendo rassicurazioni sul paternariato strategico tra Cina e Francia (che vale qualche milione di euro in contratti siglati qualche mese fa dallo stesso Sarko) e denigrando il gesto del sindaco di Parigi che ha offerto la cittadinanza onoraria al Dalai Lama. Raffarin ha invece incassato le rassicurazioni cinesi sul fatto che Pechino sa che Parigi – così gli ha detto il premier Wen Jiabao - “sostiene l'organizzazione cinese dei Giochi”, si oppone “a legare la politica alle Olimpiadi” e riconosce che “va rispettata la sovranità nazionale e l'integrità territoriale” della Cina.
Pechino insomma ha recitato il mantra anche per Parigi, e Parigi si è accontentata di registrare, sempre che Poncelet abbia capito bene, la disponibilità cinese al dialogo. Era già successo in una conversazione telefonica con Gordon Brown cui poi però, riattaccato il telefono, i cinesi non avevano fatto seguire alcun dialogo col Dalai Lama e la sua “cricca”. Tant'è che Poncelet ha dovuto anche specificare che i cinesi vogliono che Oceano di saggezza modifichi le sue “esigenze”. Quali? Poncelet non l'ha detto.
I dubbi sono aumentati dopo il botta e risposta, sempre di ieri, tra l'Unione europea e la Cina. In Giappone il commissario europeo per gli Affari esteri, Benita Ferrero-Waldner, nel corso di una conferenza stampa a Tokyo ha reiterato che “un dialogo costruttivo e sostanziale con il Dalai Lama è importante per realizzare miglioramenti concreti per i tibetani. Vogliamo una soluzione pacifica tra la Cina, il Dalai Lama e i suoi rappresentanti”. Affermazioni giunte a poche ore dalla partenza della delegazione Ue, guidata dal presidente Josè Manuel Barroso, per Pechino, dopo la chiusura del 17esimo summit Ue-Giappone. “Il nostro messaggio al governo cinese – ha detto ancora la commissaria- sarà sicuramente quello di avviare un sostanziale e costruttivo dialogo che affronti questioni sostanziali” Quali? “Il reale miglioramento della condizione dei tibetani. Naturalmente siamo consapevoli che la Cina considera la sua sovranità come una questione delicata, ma penso sia anche logico chiedere il rispetto della loro cultura e delle loro tradizioni”.
Passa qualche ora e dalla Cina arriva la risposta: “Abbiamo detto molte volte che la questione tibetana è un affare interno della Cina e nessun paese o organizzazione straniera può effettuare ingerenze”, chiarisce il portavoce del ministero degli Esteri Jiang Yu. “Spero – ha aggiunto - che la comunità internazionale capisca. Quanto all'atteggiamento del governo cinese rispetto al Dalai Lama è chiaro. Il Dalai Lama deve cessare immediatamente le sue azioni separatiste. Se accetta le richieste del governo, la porta al dialogo è spalancata”. A Poncelet devono essere fischiate le orecchie.

domenica 20 aprile 2008

NOTIZIE DAL PAESE IN FIAMME

La foto è di R. Martinis

Circondato da barbuti armati e a volto scoperto, l'ambasciatore pachistano a Kabul, Tariq Azizuddin, sequestrato in febbraio nella zona del Kyber Pass (aree tribali del Pakistan), è apparso ieri in un filmato di due minuti trasmesso dalla rete Al-Arabiya. Il diplomatico, abbastanza provato, ha così confermato di essere nelle mani dei talebani e ha chiesto al suo governo, appellandosi anche ai suoi omologhi in Iran e Cina, perché garantiscano il suo rilascio andando incontro alle richieste dei sequestratori. Richieste non note ufficialmente, almeno stando alle dichiarazioni di Islamabad, ma che riguarderebbero uno scambio con prigionieri talebani. Non è chiaro però di quali talebani si tratti: stando a una recente inchiesta americana, citata dalla testata telematica Eurasianet, in territorio pachistano albergherebbero almeno 14 gruppi terroristici. Inoltre i talebani afgani hanno ormai una sorta di controparte locale, i “talebani pachistani”, attivi, anche se meno che nei mesi passati, nelle aree tribali del Pakistan. Il governo di Islamabad, attraverso il partito secolare pashtun Awami che ha stravinto le elezioni politiche nella “tribal belt”, starebbe trattando con i gruppi insurrezionali. Non è l'unica notizia di trattative in corso....

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sabato 19 aprile 2008

IL PARTITO FEDERALISTA DEMOCRATICO



Ieri su uno dei quotidiani più letti d'Italia, è uscito un editoriale senza firma (cosa rara per Repubblica) nel quale si invitava il Partito democratico e diventare anche, se non forse soprattutto, una forza locale. Una sorta di decentramento e di federazione per capire, in particolare, le ragioni del Nord, interpretarle meglio, vincere alle prossime elezioni. A una prima lettura sembrava di individuare una sorta di necessità a fare come la Lega, dove la Lega ha saputo raccogliere consensi nel Nord Italia grazie a un radicamento territoriale profondo e dove la sinistra avrebbe invece ignorato il nuovo modo di produzione, i "nuovi saperi" (così diceva l'editoriale) le spinte innovative di una piccola industria che non è solo un'industria piccola ma cuore e nerbo dell'economia del ricco settentrione. Sul giornale di oggi la cosa viene ripresa dai vertici del Pd in un palleggio che sembra suggerire come ormai al quotidiano di Ezio Mauro il Pd dia il peso che una volta si dava al giornale di Antonio Gramsci o, in tempi più recenti, a quello di Antonio Polito che di questa idea federale del Pd non hanno però mai parlato. L'idea di un editoriale "ispirato" non pare peregrina, ma non è questo il punto.
E' una buona idea formulare, per un Pd che si è dato come simbolo l'innovazione, l'idea che adesso dovrebbe rincorrerebbe la Lega con una sorta federalismo di partito? Sembra di capire che si vagheggi un'organizzazione federata dalle stimmate fortemente identitarie e localiste che, perché no, potrebbe persino sposare l'idea del federalismo fiscale o le famose gabbie salariali che in fondo a Palermo i dolci costano meno che in Via Torino a Milano. Non capisco ma, del resto, in questa Italia molto bizzarra è toccato oggi alla Lega rintuzzare Montezemolo per il suo attacco ai sindacati. Il Pd, non ancora settentionalizzato, non c'era arrivato. Forse più tardi nel pomeriggio...
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Stavo guardando la copetina dell'ultimo Foreign Affairs. E mentre spulciavo l'articolo di Jerry Z. Muller sul nazionalismo etnico (una riflessione su come sta rapidamente cambiando il mondo senza che gli Stati Uniti se ne siano accorti essendo quel modello tanto lontano), ecco che ci appare l'idea di un Partito democratico identitario, quasi etnico potremmo dire. Che finalmente darà dignità ai lombardi, spezzerà le reni agli albanesi o li riconsocerà degni dell'Italia quando rispetteranno le regole che, per molti, significa detestare i propri conterranei che vengono a portar via il lavoro alla prima generazione, intergrata e, accidenti, ormai davvero italiana. Da lombardo felicemente residente a Roma, meridionalizzato per scelta, "terrone" per collocazione geografica, una gran tristezza mi ha assalito compitando tra Foreign Affairs e Repubblica. Uno medita sulla deriva etnico-nazionalista, l'altro sembra proporla come soluzione. O almeno indica una strada locale per risolvere un problema che non è mai stato tanto genrale. Dovremo chiedere il visto per passare il Po'? Dovrò mostrare il mio certificato di nascita per rivendicare l'assistenza sanitaria? Dovrò chiedere al Pd del Nord cosa pensa delle elezioni a Roma o potrò fare questa domanda soltanto nella capitale al partito di riferimento locale?
Non mi ci raccapezzo ma onestamente questa idea non mi piace affatto. Io, come diceva Giorgio Gaber, non mi sento italiano. Ma per fortuna o purtroppo lo sono

venerdì 18 aprile 2008

UNA PASTIGLIA (A POCO PREZZO) VI SALVERA'


Dietro la battaglia per i farmaci essenziali e la lotta alle pandemie, di solito di battaglia ce n'è anche un'altra. Quella contro le multinazionali farmaceutiche e, per dirla tutta, contro chi fa profitti sulla salute, anzi le malattie altrui. Così che la novità rappresentata da un nuovo trattamento contro la malaria (che in soldoni è la razionalizzazione di cure già esistenti) ha un doppio valore perché il nuovo preparato - già registrato e disponibile in Brasile – è il prodotto di una collaborazione pubblica “globale”, dove in questo caso la globalizzazione è davvero un elemento...salutare.Questa partnership innovativa nasce dal rapporto tra l'azienda farmaceutica pubblica brasiliana, Farmanguinhos/Fiocruz, e l'organizzazione non-profit per la ricerca e lo sviluppo di farmaci, Drugs for Neglected Diseases initiative (Dndi). Che ieri hanno lanciato Asmq, nuova dose combinata di artesunato e meflochina, principi attivi antimalarici già noti da tempo alla comunità scientifica ma che adesso arrivano ai pazienti in un un solo preparato

giovedì 17 aprile 2008

IL DOPO SENTINELLI ALLA FARNESINA




Il vicepresidente della Commissione europea Franco Frattini ha dodici giorni per sciogliere la riserva e comunicare a Bruxelles se la sua nuova scrivania sarà alla Farnesina. Ma il ministro degli Esteri in pectore, che pur si è detto “onorato” dell'indicazione piovuta dai piani alti del Pdl, non sembra sia molto propenso a rivestire per la seconda volta i panni del capo della diplomazia. I beninformati dicono che ha qualche resistenza e preferirebbe altro anche se non è escluso che alla fine accetterà. Giochi aperti dunque e con tutto quel che ne consegue. La decisione sul nuovo ministro inciderà infatti anche sulla scelta dei sottosegretari e del viceministro/a che, se Berlusconi intende rispettare il passato, avrà la delega per la cooperazione. Finora i candidati per il posto ricoperto da Patrizia Sentinelli erano sostanzialmente due: l'ex governatrice di Nassirya Barbara Contini, eletta in Campania e per cui però si è già vociferato di un'ipotesi come super commissario per la spazzatura. E Alfredo Mantica, l'uomo che, ai tempi del Polo, aveva questa delega come sottosegretario e che, nella passata legislatura, ha tirato le fila in Commissione esteri al senato della nuova legge sulla Cooperazione, per altro rimasta nella penna dei legislatori. Mantica ne avrebbe già parlato con Fini ma starebbe valutando anche altre ipotesi pur se la Cooperazione, come l'Africa e il Medio oriente, sono sue antiche passioni. Nel corso del suo mandato inoltre, Mantica è stato apprezzato anche a sinistra forse come pochi altri del suo schieramento. E' un personaggio che ha le sue idee ma ascolta anche quelle degli altri ed è per il primato della politica tanto da essere stato uno dei più fieri oppositori al progetto di un'Agenzia troppo svincolata dalla Farnesina. Motivo che gli vale anche un certo apprezzamento tra le feluche.Intanto, quel che è certo, è che gli unici partiti che si sono spesi per la Cooperazione in parlamento, in parlamento non ci sono più e, con loro, il manipolo di deputati che sulla questione hanno dimostrato interesse. Come ricucire adesso che gli interlocutori sono tornati a casa e i partiti dell'Arcobaleno sono stati sospinti nel limbo extraparlamentare? Da Amsterdam, dove si torva in queste ore, il presidente delle Ong italiane indica le priorità: “Innanzi tutto costruire un'interlocuzione col nuovo governo – dice Sergio Marelli – ma soprattutto creare un momento di verifica e riflessione tra di noi”. Un tavolo, dice Marelli, dove Ong e associazionismo, movimenti e cartelli della società civile studino il nuovo scenario. “Due cose però le dobbiamo chiedere subito al nuovo capo del governo: la prima è che sia riconfermata la figura del viceministro ma con più poteri. Deve sedere in Consiglio dei ministri e dunque deve contare di più. Poi c'è il percorso della legge di riforma che si è arenato in parlamento. Infine, mi preme segnalare che la ragioneria, l'ufficio del ministero del Tesoro preposto al bilancio, ha di nuovo bloccato le procedure che devono provvedere al saldo di quanto già anticipato e sborsato dalle Organizzazioni non governative”. Ce n'è per tutti: Berlusconi, il titolare della Farnesina e Via XX settembre.Gli fa eco, su un altro fronte, il portavoce “ad interim” del Cini (il coordinamento dei network internazionali in Italia), Massimo Zortea (presto sarà sostituito da Egizia Petriccione di Amref): “Come non governativi abbiamo sempre dialogato con tutti e così sarà anche in futuro: certo, anche se non per forza la cosa sarà tra le priorità del nuovo governo, ci aspettiamo si vada avanti sul processo di riforma della legge. Ma pensiamo anche che ci debba essere un impegno perché, se è il prelievo fiscale a formare l'aiuto pubblico allo sviluppo (Aps), bisogna anche pensare a nuove forme private di finanziamento. E' necessario creare un sistema che renda più semplici e defiscalizzate le procedure”.E se ci fosse una pregiudiziale politica? “Intanto va chiarito che le istanze della società civile che lavora su questi temi - dice Nicoletta Dentico, una veterana dell'associazionismo italiano (che lavora all'estero) - non sono frutto di posizioni ideologiche ma nascono dal contato diretto con le popolazioni e sono frutto di un dibattuto internazionale fortemente documentato. Quindi è opportuno che chiunque avrà la barra in mano abbia un'interlocuzione aperta e non pregiudiziale”. Un futuro ancora da disegnare.
(LEGGI le altre puntate su www.lettera22.it)

mercoledì 16 aprile 2008

SE FELLINI RESTA A CASA

“Il Belpaese dev'essere uscito dall'Unione europea e non ce ne siamo nemmeno accorti”. La battuta che gira in questi giorni tra la comunità italiana di Delhi la dice lunga su un assalto ai nuovi mercati emergenti che stenta a decollare. In effetti, se si spulcia la lista del 13mo European Film Festival, che si tiene in India dal primo al 30 aprile, nessuno dei trenta film che verranno proiettati è italiano. Ci sono pellicole britanniche e tedesche ma anche polacche, slovene e persino del Lussemburgo. Non mancano neppure, e giustamente, gli ultimi acquisti: Romania e Bulgaria. Nulla invece dalla patria di Monicelli e Fellini. Il festival, in un paese che ha un mercato e un'industria cinematografica di grandissima portata e dove la Ue figura tra i primi finanziatori, ringrazia in compenso la sede dell'Alliance Française de Delhi. E infatti di film francesi, in cartellone, ne figurano sei. Dall'Italia nemmeno uno spot televisivo.

martedì 15 aprile 2008

TERREMOTO ROSSO A KATHMANDU




Pushpa Kamal Dahal, il "compagno Prachanda" (nella foto) è l'asso pigliatutto in testa nelle proiezioni dei risultati di voto delle elezioni politiche del Nepal

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Chi ha paura del lupo cattivo? E' una domanda inevitabile se si scorrono i risultati parziali, ma assai indicativi, delle elezioni nepalesi. Altro che larghe intese! Di largo, vasto, ingombrante, scoccante, sul Tetto del Mondo c'è solo un risultato che premia il partito maoista di Prachanda che, fino all'altro ieri, imbracciava il fucile e non disdegnava di tagliare la gola ai sindaci filogovernativi. Non di meno, nel giro di un paio d'anni, i maoisti, dopo oltre dieci di lotta armata, hanno fatto un'inversione a U: si sono accordati coi partiti istituzionali, hanno fatto nascere un'organizzazione politica dal movimento popolare armato e convenuto con le Nazioni Unite le tappe dello smantellamento del loro Esercito popolare di liberazione. Del resto l'esercito reale non fece altrettante efferatezze? E' la guerra civile, bellezza. Ma ora il capitolo è chiuso. Sarà proprio così?La preoccupazione c'è in un Nepal dove la maggioranza parlamentare sarà in mano a Prachanda, dove i moderati del partito del Congresso hanno solo una manciata di seggi (per ora poco più di una ventina) e dove anche il Partito comunista m-l, che contendeva agli himalayan-mao i voti a sinistra, ha perso voti e seggi. E' inutile negarlo. Lo si è capito quando il consigliere per la sicurezza di George Bush, Stephen J. Hadley, parlando in pubblico del Tibet ha detto una mezza dozzina di volte “Nepal” alludendo ai pericoli insiti nella maniera in cui si tratta la questione del “Paese delle nevi”. Voleva dire Tibet ma diceva Nepal. Un classico lapsus freudiano poi rimesso a posto dai suoi addetti stampa che hanno spiegato che Hadley si era confuso. Gli americani sono per ora i più strenui oppositori ai maoisti nepalesi visto che la loro organizzazione figura in compagnia di Hamas o delle tigri Tamil. Ma quel che conta veramente, in quella fetta di mondo, sarà l'atteggiamento di India e Cina. Un analista indiano sostiene che Nuova Delhi è preoccupata e che i rischi maggiori arriveranno dall'assalto al Nepal Royal Army, l'esercito nepalese che reale non è più ma che resta baluardo a un possibile tentativo di far virare la democrazia “rossa” in regime, con un'accelerazione non concordata con gli altri partiti sulla gestione del paese. Com'è noto al primo punto del programma c'è la trasformazione definitiva del Nepal in repubblica. Ma alla fine della centenaria monarchia nepalese si accoppiano un altro paio di questioni tutt'altro che secondarie. E che solo in parte riguardano il destino della famiglia reale che i maoisti vorrebbero in esilio. C'è il problema della terra, della proprietà fondiaria, della speculazione edilizia che ha trasformato Kathmandu in un'enorme periferia di se stessa anche grazie alla crescente insicurezza nella campagne. E non è un caso se i maoisti nepalesi hanno vinto anche nella capitale. Una riforma agraria e del sistema di proprietà fondiaria sarà un inevitabile terreno di scontro. Si stima che in Nepal vi siano almeno 5 milioni di contadini senza terra che costituiscono quasi la metà di quel 50% di nepalesi che vivono con un dollaro al giorno per sbarcare il lunario in un paese dove l'agricoltura impiega circa l'80% della manodopera. In una nazione di montagne, la terra è poca e la migliore è controllata da una cinquantina di famiglie e da rapporti di quasi vassallaggio. C'è poi anche un problema culturale che riguarda le donne, in grandissima parte braccianti ma senza alcun diritto se non quello di obbedire ai propri mariti. Prachanda vorrà mettere forse mano anche a questo?Ai grandi vicini – India e Cina – interessa soprattutto la stabilità di uno stato cuscinetto dove nei secoli la monarchia nepalese aveva garantito ordine e disciplina. Ma quando la casa regnante si è dimostrata incapace di reggere le sorti del piccolo stato himalayano, sia Nuova Delhi sia Pechino hanno mollato la corona e lavorato ad un accordo tra i partiti. Che ai cinesi interessi la vocazione maoista del nuovo Nepal è da mettere in dubbio perché in realtà non sono stati i cinesi ad aiutare Prachanda ma semmai l'India, che ospitò la sua organizzazione in esilio e la fece incontrare segretamente con gli emissari dei partiti nepalesi. Pragmatismo insomma. Finora Prachanda è stato in grado di garantirlo in questo bizzarro laboratorio politico sul Tetto del mondo. La scommessa è aperta.

lunedì 14 aprile 2008

Great Game





LE NOTIZIE E IL TG1, TEMO DI ESSERCI CASCATO DI NUOVO






Ieri sera alle 8 ho guardato il Tg1. Lo faccio arramente e di solito guardo RaiNews24 ma a quell'ora, la rete diretta da Mineo, pastonizza i telegiornali della Rai, abbassando notevolmente il livello, e allora tant'è guardarseli a schermo pieno. Volevo sapere due cose: delle elezioni e del Tibet. Ma possibile che ancora mi illuda di trovare le notizie sul Tg1? Ci sono ricascato.

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Per la verità la prima notizia era quella che mi interessava: i dati di affluenza. Ok, due minuti che ci volevano. Poi sconto le solite due notizie di cronaca sui pedoni investiti. Uno, del resto, è un collega della rai, ucciso da un pirata mentre passeggiava. Ci siamo anche qui, ci può stare. La terza o quarta notizia è l'arresto di un supposto sodale di Roberto Sandalo. Ci siamo anche qui. Poi arriva l'estero. Con sorpresa è la Birmania, su una notizia un po' stagionata (i comici anti regime) che ci potrebbe anche stare se non fosse che ...il servizio è vecchio: è stato ricicciato da una cosa che ho già visto la sera prima o due sere prima a tarda notte. Davvero singolare ripubblicare in prima serata un riciclo notturno! Aspetto il Tibet ma mi devo sorbire le beauty farm americane dei vip pseudo tossici e varie altre amenità tra il costume, il gossip e la cronaca rosa. E le notizie? E il Tibet, la Cina (non dico lo Zimbabwe)....Ci sono cascato un'altra volta caro Riotta. Posso dirti che fai davvero un pessimo servizio pubblico? E che il tuo giornale, oltreché vacuo, è anche noioso nonsotante ieri mi abbiate risparmiato la par condicio con la sfilata dei poltici che in 8 secondi dicono la loro. Scusate lo sfogo

LEGGERE DI CINA E TIBET



Quattro saggi per capire che il monolite cinese monolite non è.
E che il Paese delle nevi sul Tetto del mondo è sempre più lontano.
Un articolo scritto per La differenza


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Lunedi' 14 Aprile 2008 Sulla Cina anche quest'anno sono usciti molti libri e in passato molti altri ne sono usciti. Non è una novità nel mercato italiano da sempre attento all'Impero di mezzo ma è ovvio che la produzione sia aumentata in questi ultimi anni, specie quella giornalistica: è stato soprattutto il corrispondente da Pechino di Repubblica, Rampini, a fare la parte del leone col suo “L'Impero di Cindia” del 2006. I corrispondenti di solito producono molto ma non sono gli unici. Ci era piaciuto, sempre nel 2006, anche “Cina, il drago rampante” di Renata Pisu che la Cina conosce molto bene. Ma qui ci preme segnalare due uscite recenti, di passo assai diverso ma che rappresentano altrettanti interessanti tentativi di guadare le Cina, oltre che con i nostri occhi e le nostre lenti, anche con quelle dei cinesi. Uno sforzo raro che è stato fatto con buoni risultati da due giornalisti italiani che amano l'Asia: Angela Pascucci, de Il manifesto, e Claudio Landi di Radio radicale.Il “Dragone e l'elefante” (Passigli) di Landi è un saggio sulla nuova relazione tra Cina e India indagato a colpi di agenzie di stampa e comunicati ufficiali: una lettura della quotidianità che permette di ricostruire la scioccante novità di due vecchi nemici che si guardavano in cagnesco - e che non hanno esitato a imbracciare il fucile - oggi diventati amiconi. Landi, che peraltro esamina le reazioni un po' scomposte di europei e americani di fronte al fenomeno di questa nuova amicizia e crescita esponenziale, si sforza di darci anche una visione “asiatica” di questo rapporto: non guarda Cina e India solo da Occidente insomma. Cerca di farlo anche da Oriente (utilizzando ad esempio gli analisti cinesi o quelli dell'ottima testata telematica AsiaTimes), cambiando prospettiva e forse rendendo così più evidenti cose che, viste da un'univoca direzione, si spiegano con maggior difficoltà.E' la stessa operazione che, in tutt'altro modo, fa Angela Pascucci. “Talking China” (manifestolibri), il saggio-intervista di questa appassionata viaggiatrice (nel libro c'è spazio anche per il reportage) che sul suo giornale ha saputo raccontare i cambiamenti di questo strano pianeta, investe infatti direttamente i cinesi stessi. Incalzati dalle sue domande, personaggi molto diversi ed espressione di segmenti molto differenti tra loro della società civile cinese, tentano di disegnare una critica del sistema con tutto quel che questo significa e con la difficoltà di farlo in un luogo dove esiste una sorta di forma dissimulata di espressione critica. E' il tentativo di andare oltre, non soltanto la critica occidentale ma la stessa critica del dissidente classico che di solito vive all'estero. La ricerca forse di una terza via dove i protagonisti sono persone a cui la Cina com'è non sempre piace (alla volitiva Yue Sai Kan ad esempio piace moltissimo) e stanno pensando a come si modifica un ordine sociale che sembra a molti di loro aver tradito le aspettative create dall'idea di una società egualitaria che lo è sempre di meno e dove semmai aumenta il divario tra vecchi poveri e nuovi ricchi. Fuori dallo schema classico dunque, la Cina di Pascucci è una Cina dove si agita un fermento da noi appena percepito solo quando leggiamo delle rivolte nelle campagne o quando sentiamo parlare di uiguri e tibetani. E siamo al Tibet.Anche il Tibet può essere letto e osservato in molti modi. Lo scrittore-giornalista più prolifico e ovviamente da segnalare resta Piero Verni autore di una biografia ufficiale del Dali Lama (Jaka Book) e di numerosi libri, saggi e persino guide sul Tibet (l'ultima, uscita per Polaris) . Verni conosce bene il Tibet e i tibetani e ha intervistato il Dalai lama almeno un centinaio di volte. Ciò non di meno, ed essendo evidentissima una presa di posizione filotibetana (per tre lustri è stato presidente dell'associazione Italia-Tibet), i suoi saggi restano molto equilibrati. Ma qui corre l'obbligo di segnalare il bellissimo e ingiustamente poco conosciuto “Lontano dal Tibet” (Lindau) di Carlo Buldrini, un profondo conoscitore del Tibet della diaspora ma anche dei segreti del back stage della comunità tibetana, in esilio e in Tibet. Buldrini racconta il Tibet attraverso i resoconti dei superstiti del genocidio culturale, fuggiti a Dharamsala o nel Sud dell'Unione indiana a partire dal 1959 quando il Dalai Lama, per primo, dovette scappare dal Paese delle nevi. Buldrini ricostruisce il paese che non c'è senza nulla concedere ai cinesi, di cui racconta le nefandezze articolate nella metodica distruzione della cultura tibetana, ma nemmeno al mito di Shangri-la o del monaco pacifico-pacifista per forza. Dà voce ai tibetani “lontani” che, in esilio, ricompongono il puzzle di un'identità spezzata ma ancora viva (anche se oggi forse molto fragile): dalla vita della dottoressa Lobsang Dolma, che fece uscire i segreti della medicina tibetana dal Tetto del mondo e che è stata la prima primaria donna del Tibet, al sacrifico di Thupten Ngodup che si lasciò morire di fame durante un epico sciopero della fame, al Dalai lama e alle lotte interne alla teocrazia tibetana. Un saggio che è anche un grande racconto dei luoghi della diaspora. Scritto con una penna felicissima.


giovedì 10 aprile 2008

contatore

INCOGNITA ELETTORALE SUL TETTO DEL MONDO




Cosa succederà in Nepal dove oggi si vota. Il re non se ne vuole andare, i maoisti minacciano, nel Sud di agitano i secessionisti e anche ieri ci sono stati almeno sette morti. Eppure, almeno finore, quella nepalese è una pace che sta funzionando

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Giovedi' 10 Aprile 2008 Per il nuovo anno che in Nepal inizia il prossimo 13 aprile, re Gyanendra (nella foto quando era ancora a capo dell'esercito), un re ormai senza corona e senza scorta, gli auguri li ha mandati nella forma rituale: “... from their Majesties the King and Queen". I maoisti non hanno gradito. Nelle elezioni che chiamano oggi alle urne 17 milioni di nepalesi su 29 che ne conta il piccolo stato himalayano, la monarchia è una delle poste in gioco. Il suo destino è già stato deciso dall'attuale governo ad interim, espressione di un parlamento di transizione nato nel gennaio 2007 e che adesso sarà rimpiazzato, a distanza di quasi dieci anni dalle ultime legislative, dai 601 seggi di un'Assemblea costituente. Uno dei suoi primi atti legislativi dovrebbe essere la formalizzazione della vocazione repubblicana del Nepal. Ma, si chiedono in tanti, il re che farà? Accetterà di andarsene come i maoisti, diventati partito nel 2006 ma ancora forti di un esercito, hanno sempre chiesto e per i quali la cancellazione della monarchia sarà l'inizio di una nuova stagione?Gyanendra, controverso e poco amato, è si senza corona ma la scorta in realtà l'avrebbe ancora. Non formalmente, perché l'esercito ha smesso di giurargli lealtà. Ma i maligni dicono che non sarebbe estraneo all'ondata di violenza che ha accompagnato la campagna elettorale e che, alla viglia del voto, ha registrato ieri la morte di almeno sette maoisti, uno degli atti più violenti di questi mesi e che ha visto il re approfittarne per un invito al voto super partes, passando sopra alle rivalità di partito.Violenza, intimidazioni e minacce pare abbiano costellato la campagna elettorale, più che nella capitale, nelle remote regioni montane o nelle pianeggianti vallate calde del Terai, dove una nuova insurrezione vagamente secessionista e dagli ibridi contorni ha segnato una nuova stagione sfuggita di mano persino ai tradizionali detentori della lotta armata. L'esercizio di dietrologia affibbia agli indiani l'agenda nascosta dei ribelli e certo l'India un'agenda nepalese l'ha sempre avuta non meno, anzi assai di più, della Cina che, con un pezzo di Tibet, sovrasta il piccolo stato cuscinetto.In effetti, e vista la quantità di monaci e rifugiati tibetani in Nepal, anche i cinesi hanno seguito da vicino le vicende locali e hanno lavorato alla ricomposizione di una crisi durata dieci anni di conflitto armato. Ma è stata Nuova Delhi a fare la parte del leone e non solo perché i nepalesi, che tutti prendono per buddisti, sono in larghissima maggioranza indù (86%). Molte comunità sono etnicamente indiane e Delhi preme per l'approvazione di una legge che dia la cittadinanza a un'enorme massa di indocumentati a cui quasi tutti i partiti sono favorevoli. Delhi dispone, Kathmandu esegue. Fu Delhi a ospitare la diaspora maoista in India e a condurre sotto traccia la trattativa tra i maoisti di Prachanda e gli uomini del Congresso, il maggior partito del Nepal diretto dall'attuale premier Girija Prasad Koirala. E' sempre stata Delhi la capitale di riferimento per il Nepal e quel che ne sarà dopo il voto.Nell'attuale parlamento il Congresso conta 133 seggi. I maoisti ne hanno 84, uno in più dei comunisti del Partito ml (Cpn-Uml) con cui però non vanno molto d'accordo. Gli ex insurrezionalisti hanno anche già detto che se non dovessero vincere sarà per colpa di un complotto. Fanno insomma la voce grossa anche se hanno accettato di disarmare e il loro capo ha detto e ripetuto di preferire Gandhi alla lotta armata.Sino ad oggi, quella nepalese è una storia di successo: si vota dopo la posposizione delle elezioni per due volte, i tira e molla e le violenze ripetute (ma assai composte rispetto all'epoca in cui i maoisti erano in grado di prendere in ostaggio la capitale bloccandone l'accesso o di imporre scioperi-coprifuoco la cui violazione era punita da abili cecchini). E' un esercizio non retorico dopo la pacificazione seguita a due lustri di guerra in un paese sull'orlo del baratro con una monarchia corrotta e autoritaria retta da un uomo emerso da una strage dai contorni mai chiariti in cui, era il 2001, perì l'intera famiglia reale.

martedì 8 aprile 2008

L'ARMONIOSO GRANDE GIOCO DI PECHINO


Penetrazione commerciale, cooperazione e abili relazioni diplomatiche nella pacifica offensiva internazionale a tutto campo dell'Impero di mezzo. Considerazioni saulla nuova lunga marcia di Pechino


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Con qualcosa come 1400 miliardi di dollari di titoli del debito federale americano in mano alle banche cinesi, solo uno sprovveduto avrebbe potuto pensare che i gravissimi fatti del Tibet potessero vedere una qualche forma di fermezza da parte degli Stati Uniti. Ma gli europei, a parte qualche velata minaccia soprattutto francese, non hanno fatto molto di più. La Cina è un grande paese e, per dirla con altre parole, un immenso mercato che, tra l'altro, sta dominando buona parte dell'economia mondiale. Una super potenza con cui bisogna fare i conti.In questi anni i cinesi hanno fatto molti passi avanti senza mai fare il passo più lungo della gamba. Hanno cominciato a tessere una tela di relazioni politiche e commerciali soprattutto in Asia e hanno confucianamente aspettato che gli americani e i russi, i loro più temibili avversari, si gestissero le rispettive gatte da pelare. Con un certo sogghigno Pechino deve aver guardato alla guerra d'Iraq come all'ultimo clamoroso errore dell'amministrazione Bush. Un errore da controbilanciare con una politica “armoniosa” che non esporta la guerra ma beni di consumo, cooperazione civile ai paesi in via di sviluppo e appoggi politici nelle sedi dove è importante avere un padrino nobile. La Birmania ne è stato l'esempio più evidente quando, ancor prima dei tragici incidenti dell'anno scorso, Pechino impedì col veto la risoluzione di condanna che il Consiglio di sicurezza voleva votare contro il regime dei generali.La politica di abile tessitura diplomatica è cominciata in Asia: dall'India innanzi tutto, una potenza emergente con cui i cinesi hanno vissuto una lunga stagione di attrito e persino una piccola guerra di frontiera benché siano stati soprattutto gli indiani a trascinarvela. Poi, alcuni anni fa, la svolta. Passata per il riconoscimento bilaterale dei propri domini: Nuova Delhi, che ospita il governo del Dalai lama in esilio dal 1959, riconosceva ai cinesi la giurisdizione di Pechino sul Tibet. In cambio, la Cina riconosceva i diritti di Nuova Delhi sul Sikkim, la piccola enclave himalayana da sempre contesa. I due colossi si sono anche accordati per far terminare bene l'annosa vicenda nepalese, lavorando ai fianchi sia dell'ex monarca, sia dei partiti costituzionali, sia della stessa guerriglia maoista. Pechino ha poi lavorato con attenzione nel ritagliarsi un sempre maggior ruolo nella geometria in costruzione nata attorno all'Asean, l'associazione dei dieci paesi del Sudest asiatico che si è fatta motore di un'espansione in stile Ue con la costituzione dell'East Asian Summit, un'architettura che prefigura un'ampia area di libero scambio economico e di cooperazione che sarà sempre più politica. E che, oltre a Cina, India e Corea del sud, vede anche la partecipazione di Nuova Zelanda e 'Australia, con cui Pechino è in ottimi rapporti. Infine la gestione della Sco (Shagai Cooperation Organization), un nuovo attore multiregionale il cui futuro è ancora molto da definire ma in cui è ben definito il ruolo di Pechino.Solo con il Giappone e, ovviamente con Taiwan, ci sono state scintille. Ma ben maneggiate dalla capacità dei cinesi di raffreddare lo scontro nella penisola coreana, promuovendo e ospitando il tavolo negoziale a sei che ha portato la pericolosissima tensione prodotta dalla Corea del Nord a sbollire lentamente.Si è dunque aggiudicata anche un punteggio sul piano di una grande capacità negoziale internazionale che le sta permettendo ora di intervenire su altri scacchieri, primo fra tutti la crisi iraniana. Grazie al veto russo e cinese, dirà forse la storia, un'altra guerra nel Golfo è stata (speriamo) scongiurata. Mentre lavorava su questi due fronti - il tavolo asiatico e l'arena internazionale (nella quale ha proposto per la prima volta di fornire proprie truppe nelle operazione di peacekeeping dell'Onu) - i cinesi sono andati alla conquista dei mercati: l'Asia sudorientale e l'India ovviamente, ma anche l'Asia centrale e lo stesso Afghanistan, senza contare i legami già strettissimi col Pakistan che sta costruendo (in un certo senso per i cinesi) il grande porto di Gwadar, uno sbocco sui mari caldi che consentirà a Pechino un'alternativa agli “stretti” della penisola di Malacca, unico accesso per lo smercio dei suoi prodotti e per buona parte del suo approvvigionamento energetico, il nervo più scoperto della Rpc. Infine l'Africa: solo per dare un'idea della sua capacità di penetrazione basterà citare il viaggio di marzo a Pechino del presidente della Nigeria. Accolto con tutti gli onori da Hu Jintao, ha concordato nuovi accordi economici dall'agricoltura, alle infrastrutture, agli scambi culturali. Il petrolio era già stato oggetto di precedenti negoziati. Per fare qualche numero, nel 2000 l'interscambio commerciale con l'Africa era di 11 miliardi di dollari; nel 2006 è diventato di 56. Quintuplicato. Nel 2010 dovrebbe arrivare a 100 miliardi di dollari e in Africa si stimano ad almeno 800 le imprese di stato cinesi attive. Affari e cooperazione, l'altra faccia della Cina che la rende assai più digeribile dell'Europa, molto appannata sullo scenario africano o degli Stati Uniti che si son fatti fama di unilaterali guerrafondai. I cinesi costruiscono strade, ferrovie, aeroporti e alberghi. Chiedendo poco o nulla in cambio. Difficile discutere la loro “armoniosa”penetrazione che finora porta, almeno apparentemente, soprattutto benefici reciproci e non minaccia, semmai allontana, l'ipotesi di nuovo conflitti.Di questa accorta politica ci siamo accorti con molto ritardo salvo poi stupirci della crescita esponenziale del potere cinese che in questi giorni si può leggere nelle dichiarazioni che, soprattuto in Asia, Pechino ha raccolto a favore di come sta trattando – col pugno di ferro - la questione tibetana.


Tratto da http://www.lettera22.it/ e pubblicato anche su La differenza, rivista del progetto Scenari Indipendenti

venerdì 4 aprile 2008

LA GUERRA IN NOME DELLA FEDE?




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Non esiste una lettura soddisfacente del conflitto tra sunniti e sciiti in Iraq, le due maggiori comunità religiose del paese. Gli storici fanno risalire le tensioni tra lo scisma sciita e la maggior corrente dell'islam, minoritaria però in Iraq, a 1400 anni fa quando gli sciiti proclamarono il diritto di Ali, cugino del Profeta, a governare la comunità dei credenti, rifiutando il califfato elettivo. Fu principalmente l'Irak il terreno dello scontro anche se oggi il paese sciita per eccellenza è l'Iran mentre in Iraq gli sciiti contano per il 60% della popolazione: una rilevante fetta della popolazione della capitale e quasi l'intero Sud dove si trovano Bassora, seconda città e unico sbocco al mare del paese, e i siti sacri di Karbala, Najaf e Samarra, sedi delle tombe di Ali, del figlio Hussein e del fratellastro Abbas, "martiri" massacrati nel 680.La storia dell'Iraq è storia di dominio sunnita ma, recentemente, soprattutto per i rapporti tribali che legavamo la famiglia di Saddam Hussein, il rais rovesciato dagli americani, al cosiddetto triangolo sunnita del centro del paese. Alla fine della prima guerra del Golfo, nel 1991, gli sciiti tentarono di ribellarsi ma gli americani non assecondarono la rivolta e la repressione fu violentissima. E se gli sciiti assaltarono gli edifici del governo, uccidendo i membri del partito Baath di Saddam, l'esercito li schiacciò sparando anche contro le moschee di Karbala e Najaf. Nel '92 le forze multinazionali imposero una no-fly zone a sud del 32esimo parallelo (poi estesa fino al 33esimo) ma il rais continuò a mantenere il controllo del Sud e dei quartieri sciiti della capitale. Una nuova ondata repressiva fu scatenata nel '98- '99. Dopo la caduta di Saddam gli sciiti si organizzarono in partiti politici molti dei quali, come il Supremo consiglio per la rivoluzione islamica in Iraq (Sciri) di Baqir al Hakim, avevano trovato ospitalità a Teheran. Ma nemmeno l'autorità della massima guida spirituale, l'ayatollah Ali Sistani, è mai riuscita a ricomporre la disomogenea rinascita sciita del dopo Saddam. Diventata sempre più potente grazie alla dissoluzione del Baath e dell'esercito e per l'endemica debolezza in cui si è ritrovata la minoranza sunnita, deprivata di ogni potere e distante dal nuovo governo iracheno e dalla presidenza, affidata ai curdi - terza minoranza del paese - tradizionali alleata degli americani. Sono in particolare le milizie di Moqtada al Sadr, l'esercito del Mahdi, la variabile più difficile da contenere per lo stesso premier Nuri al Maliki, segretario del partito sciita Dawa e che dunque rappresenta la comunità al massimo livello dell'esecutivo. Il paradosso è che tutti, da Tony Blair allo stesso Moqtada, ritengono che a sfruttare le tensioni tra sciiti e sunniti siano qaedisti e jiadisti che provocano incidenti per dare la stura a un nuovo caos interno, sperando di in indebolire il governo centrale. Si sono anche visti infatti miliziani del Mahdi proteggere luoghi sacri sunniti e viceversa.

giovedì 3 aprile 2008

LETTERA22 E LA SETTIMANA ENIGMISTICA



A proposito della nuova "Lettera22"


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La primogenitura è sempre una cosa antipatica e anche un po' pedante. Ma, come faceva la Settimana Enigmistica, ci toccherà segnalare sulla testata del sito tutti gli “innumerevoli tentativi di imitazione”. E' ovvio che ognuno può appropriarsi di un marchio e di un nome che hanno fatto la storia del giornalismo italiano, ma si potrebbe avere un po' più di fantasia. Così la nascita, domani, dell'”Associazione Lettera22 – giornalisti per la libertà” ci ha lasciato un po' sconcertati. Anche perché, ne siamo certi, i promotori di questa ennesima Lettera22 (già diverse altre ne abbiamo viste nascere) certo non ignorano l'esistenza sul mercato editoriale italiano, da una quindicina d'anni, di “Lettera22”, testata telematica che state in questo momento leggendo. Perché ingenerare confusione con una nuova, ennesima “Lettera22”? Si poteva ad esempio usare la Remington oppure, aggiornando un po' il sistema di scrittura, Apple o Ibm...tipo 382, uno dei primi computer. Non potevano i colleghi per la libertà scegliere un altro nome? Detto tra noi poi, anche noi siamo per la Libertà, con la maiuscola però, poiché siamo onorati di scrivere anche per la “Libertà” di Piacenza, testata storica del panorama regionale editoriale italiano.Alla fine, comunque, ognuno faccia come crede e utilizzi il nome che ritiene più opportuno. Il lettore distinguerà e confidiamo sulla nostra anzianità perché gli internauti non prendano lucciole per lanterne. O lanterne per lucciole visto che, tra le due, siamo più propensi ad essere come quegli animaletti che vagano emettendo luminosità intermittenti. Buona navigazione a tutti.


Commento apparso anche su http://www.lettera22.it/

mercoledì 2 aprile 2008

48 ORE A KABUL


Reportage

La foto è di R. Martinis

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In volo da Herat a Kabul e poi il dipanarsi di una lunga giornata nella capitale afgana tra attentati, proclami, ospedali, vita più o meno normale al bazar. Al centro della guerra che si è trasformata in una palude che risveglia poco interesse. E che nessuno sembra aver voglia di raccontare In gergo si chiama “volo tattico”. L'areo oscilla e si piega con un variazione di rotta che fa venire mal di stomaco ma evita che qualche oscuro missile si diverta al tiro al piccione. Possibilità abbastanza remota ma non da escludere e comunque abbastanza difficile che vada a buon segno per via dei deviatori automatici che “spiazzano” i siluri da terra e li fanno inseguire altre fonti di calore. Il C-130, l'aero militare da carico che ospita, oltre a noi, soldati e masserizie nell’ampio ventre metallico, scende sulla pista di Herat per sbarcare parte della truppa e un grosso container di munizioni. C'è tempo per un caffè mentre gli uomini dell'areonautica scaricano casse e zaini del contingente venuto dall’Europa a dare il cambio ai commilitoni. Le sorprese di HeratL'aeroporto di Herat, la terza città dell'Afghanistan, è abbastanza piccolo e fiancheggiato da una caserma dove c'è un gran via vai. Italiani soprattutto, ma anche spagnoli e americani. Distingui questi ultimi per la mimetica con colori violacei e per le teste immancabilmente rasate a zero. Ma non portano insegne gli americani: né sulle divise né sui mezzi, i potenti e schiacciati Humwee a prova di bomba che prendono l'ultimo sole tiepido dell'inverno e che mescolano al color ocra della verniciatura l'opaca sabbia dei deserti afgani. Niente insegne Nato o un modo per capire se questi uomini, che solo qualche volta espongono una minuscola bandierina stellestrisce, fanno parte del contingente multinazionale Isaf/Nato, coordinato da Bruxelles, o rispondono al Centcom, il comando con sede a Tampa, in Florida, che esegue gli ordini della catena di comando di Enduring Freedom, la coalizione dei volenterosi messa assieme da Washington dopo l'11 settembre e che scatenò l'inferno sopra il paese governato dai talebani. Ma questa confusione nelle divise e nei mezzi, rispecchia forse anche una scelta politica. Che compromette in maniera inequivocabile la possibilità di distinguere chi fa cosa: gli americani di Enduring Freedom o gli uomini della forza multinazionale Nato forte di 37 adesioni dall'Albania alla Germania?La prima sorpresa, mente ci offrono un caffè in piccolo ristoro improvvisato - dove, se si fa festa, si stappa anche qualche birra - è scoprire che qui le cose non vanno esattamente come ce le raccontano sulla stampa o sui dispacci militari. E se i dispacci militari sono per vocazione sempre un po' reticenti, la stampa più che altro non c'è a vedere come funziona questa guerra. Bizzarrie mediatiche nell'era della globalizzazione che tutto dovrebbe permettere di sapere in tempo reale e digitale. Qui invece, ma un po' in tutto l'Afghanistan, è così: la guerra non la racconta nessuno. E solo affidandosi a qualche confidenza, mormorata a mezza voce tra una sigaretta e un caffè, scopriamo che l'aeroporto è sotto tiro quasi tutte le sere. Non, come invece sapevano, per qualche attacco sporadico. Suona l'allarme e via, tutti sotto degli improvvisati bunker di cemento armato verdastro che devono essere stati montati da poco. Non che i missili, tirati da qualche decina di chilometri di distanza, facciano mai danno nell'aeroporto. Ma non si sa mai. Chi sia a sparare poi, non è certo. “Avvertimenti”, dice un graduato. Piccoli missili che si schiantano a ridosso della pista quando cala il buio. Una volta tirano da lì, un'altra da là, dicono indicando il deserto piatto dell'Afghanistan occidentale. “Forse – azzarda un soldato – solo qualche contrabbandiere che, in questo modo, indica che da quella parte non ci dobbiamo andare a ficcare il naso”. Più che talebani, trafficanti. Più che guerra, commercio illegale. “Avvertimenti” appunto, in una zona sempre più calda perché vicina al confine iraniano. C'è il contrabbando dunque che la fa da padrone in questo paese senza legge da trent'anni ma c'è anche la tensione di quel che potrebbe accadere domani dietro una frontiera dove i persiani, che temono un attacco americano più volte vagheggiato, si stanno preparando a utilizzare l'Afghanistan come retrovia per dar noia al nemico. Attaccherete Teheran (o gli insediamenti nucleari del Sud)? Bene, noi colpiremo in Afghanistan. In questa guerra al rallentatore, poco raccontata e che sembra essersi arenata in una palude, si agitano fantasmi che si nascondono oltre frontiera. E non solo quella pachistana che fa da retrovia ai talebani. Ma adesso l'aereo è pronto. Tra qualche ora saremo a Kabul.Ossessione sicurezzaLe pratiche burocratiche all'aeroporto di Kabul sono rapide. Dopo le cinque l'autorità civile chiude gli uffici e non vista più i passaporti. Così che, per una di quelle bizzarrie tipiche di un paese governato per metà dai civili afgani e per l'altra metà dai militari occidentali, si entra a Kabul senza alcuna verifica del visto e dei documenti. Dall'aeroporto si srotola la striscia d'asfalto più pericolosa in città. Alcuni chilometri, inizialmente molto dissestati, sino all'anello di Massud, una rotonda che smista il traffico sino al centro. E' il luogo preferito per gli attentati. Né si può proceder in gran fretta per via delle buche. E l'unica consolazione piacevole resta un paesaggio di tappeti stesi ad asciugare in una sorta di lavanderia all'aperto che costeggia i due lati della strada. Una volta, ricordano i vecchi viaggiatori, i tappeti venivano srotolati lungo le strade per far si che il passaggio dei pesanti camion commerciali li “invecchiassero”. Adesso ci pensa la polvere spessa che, in questa capitale senza quasi asfalto, si leva da vicoli e stradine appena la stagione diventa secca – cioè quasi sempre – e si alzano i venti della montagna che spazzano la città e sollevano una coltre spessa di polvere e smog. Che, in certi giorni d'inverno, arriva a oscurare il sole e che, di primo mattino, sembra l'edizione afgana della nebbia della val Padana.La strada si infila dritta nel quartiere delle ambasciate: un fortino a cielo aperto. Quella americana assomiglia a un fortilizio eretto negli anni della speculazione edilizia di qualche città dell'Europa del Sud. Dietro un muro di cemento armato, in una strada che, per essere percorsa, richiede una gimcana tra sacchetti di sabbia, guardiole e civili armati di mitra e occhiali scuri, si erge l'edificio diplomatico a cui è stato affiancato un triste caseggiato dallo stile anonimo tipico dei palazzoni di periferia dove, presumibilmente, vive il personale civile. Ma non c'è una finestra aperta ne un fiore sui davanzali riprodotti in serie da un ingegnere senza fantasia. Alla fine della strada su cui si affaccia questo enorme bunker che ha praticamente chiuso l'ingresso dell'ambasciata tedesca, c'è la legazione italiana cintata da un possente muro di cemento armato. E poco più in là c'è una caserma che sembra un avamposto corazzato della seconda guerra mondiale per via di certi muri slabbrati e lamiere contorte sui tetti delle casematte militari. In quella che chiamano la “zona verde” di Kabul, una riedizione di quella irachena, si deve vivere come in un fortino assediato che guarda un ignoto deserto dei Tartari. E l'ossessione della sicurezza sembra da una parte aumentare il distacco tra gli occidentali e il mondo reale degli afgani, che di protezione non ne hanno nessuna, e dall'altra premiare la strategia del terrore messa in atto dai talebani: negli ultimi mesi sono infatti spaventosamente cresciuti gli attentati kamikaze in città. Basta aspettare e l'attentato arrivaEserciti pubblici e milizie privateCe ne tocca uno la mattina dopo il nostro arrivo. Siamo nel cortile del Kabul Inn, un albergo dai prezzi contenuti nel quartiere commercial-residenziale di Sharenaw, dove dormicchiano giornalisti e spioni, agenti segreti e rari commercianti in cerca di fortuna. Alle otto in punto si ode un boato che fa tremare i vetri. Un'auto si è fatta esplodere contro una colonna di Humwee nel quartiere delle ambasciate ma il sordo boato corre attraverso l'intera capitale. La gente non sembra farci molto caso come se pensasse: “E' andata, questa volta l'ho scampata” e via in bici nel traffico caotico del primo mattino. Ci vuole quasi mezz'ora per arrivare sul posto. Ci sono già i soldati afgani e quelli americani a presidiare la zona. Una gru militare gigantesca entra fragorosamente nella via mentre le divise tengono lontani i curiosi. I vetri delle case sono in pezzi e pare ci siano stati solo dei morti civili, oltre al kamikaze. Come sempre, la “sicurezza” ha funzionato per i soldati nei loro veicoli a prova di bomba. Ma non per i cittadini di passaggio. Per loro – gli “effetti collaterali” delle stragi talebane – è andata male come al solito.Un soldato stellestrisce con lineamenti latini se la prende con due ragazzotti. Li intimidisce prendendoli a male parole e agitando la mitraglietta. Scenario quotidiano. Nel traffico della città, guai ad essere davanti a una colonna di soldati. Soprattutto se americani: prima suonano, poi vi speronano. Un atteggiamento arrogante che, fino all'anno scorso, contraddistingueva un po' tutti i militari della forza multinazionale. Ma poi la Nato pare abbia fatto filtrare il messaggio che bisogna cambiare passo con i locali. Niente occhiali a specchio e modi spicci. Cortesia insomma. Ma non tutti seguono il buon esempio. Notiamo un paio di barbuti in abiti civili che assomigliano a dei guerrieri afgani. Ma l'accento è inconfondibilmente del New Jersey. Agenti dell'intelligence o soldatini degli oltre sessanta corpi privati prodotti dall'ossessione sicurezza?Nell'ufficio del capo della polizia di Kabul, il generale Ali Shah Paktiawal, un corpulento pashtun che incute un certo timore, ce lo confermano. Qualcosa come 25 o 30mila soldati “privati” compongono il terzo esercito dell'Afghanistan dopo quello nazionale e le forze della Nato, che contano ciascuno su circa 40mila soldati. Ce n'è per tutti i gusti: americani, europei, afgani, arabi. Chissà forse anche qualche sudafricano, i mercenari migliori del pianeta. Il governo Karzai vorrebbe porre un freno a questa industria che fattura qualche milione di dollari se è vero che, contro i 50-70 dollari al mese di un soldato afgano, questi “bravi” ne guadagnano anche 2mila. Nell'agosto scorso un “esperto” della sicurezza britannico è stato fatto fuori mentre trasportava 200mila dollari cash nel giubbotto. Altro che talebani. Era un regolamento di conti in un mondo dove, dice il capo della polizia di Kabul, fioriscono sequestri a scopo di estorsione, furti, traffico d'armi. Altro che sicurezza. L'esercito privato sta creando problemi e ferisce l'orgoglio di gente come il generale Paktiawal adesso incaricato di rimettere le carte in regola con controlli spietati sulle licenze e sugli arsenali privati.Confusione pericolosa Usciti dall'ufficio di Ali Shah guardiamo l'orologio. Sono già le undici e ci si può rilassare. La contabilità statistica degli attentati parla chiaro: l'orario buono è tra le sei e le dieci del mattino e dunque quello di stamani era nella media. Veniamo poi a sapere che l'autobomba, una Lexus, era stata segnalata già dalla sera prima nei continui messaggi che l'intelligence multinazionale si scambia di continuo. Uno di questi messaggi diceva che la Lexus (molto spesso si usano le Corolla, mezzo favorito dal fatto che ce ne sono a decine), stava girando “probabilmente in cerca di un obiettivo”. Pare che questi martiri di Dio, molto spesso giovani pachistani delle aree tribali o arabi in trasferta – più raramente afgani anche se il loro numero è in crescita – vadano un po' alla cieca finché non trovano come e cosa colpire: di solito convogli corazzati o, per fare più danno, pullman della polizia su cui, come spesso accade, c'è sempre qualche civile. E’ accaduto ad esempio agli inizi del dicembre scorso a Chihulsutoon, zona sudoccidentale della capitale. L'autobomba ha colpito un minibus di militari dell'esercito nazionale ma ha ammazzato diversi passanti e ha fatto decine di feriti mentre l'esplosione faceva saltare anche una bombola di gas in uno dei negozietti affacciati sulla strada. Quei minuscoli bazar che vendono dai pistacchi alla biancheria e che sono una delle poche attività commerciali del paese. Eppure questa strategia del terrore talebano, che secondo alcuni è anche il segno della loro debolezza sul piano dell'incapacità di avanzare territorialmente oltre il Sud del paese sotto il loro diretto controllo, li penalizza solo in parte. Nella guerra per il consenso, se i talebani perdono qualche punto quando uccidono vittime inermi, anche la Nato e le forze di Enduring Freedom ce la mettono tutta. E per di più non si riesce mai a sapere se i bombardamenti – un'altra causa delle molte stragi indiscriminate di vittime civili - sono da imputare alla Nato o alla coalizione a guida americana. Una confusione che sta nuocendo soprattutto alla Nato/Isaf, una missione militare che – dicono i sondaggi - e nonostante tutto, gode ancora dell'appoggio della maggioranza (con percentuali decrescenti) della popolazione afgana. Un caso eclatante si verifica proprio mentre siamo a Kabul. Questa volta accade lontano dalla capitale: nel Nuristan, la magica regione orientale dove si vuole abitino i discendenti di Alessandro Magno e dei suoi soldati che da qui passarono 300 anni prima della nascita di Cristo.La notizia la recuperiamo con difficoltà perché le agenzie internazionali, che hanno i loro stringer a Kabul (i collaboratori locali che raccolgono le notizie), rilanciano una versione emendata che parla di una dozzina di morti: operai di un cantiere stradale bombardati “per errore” da un aereo multinazionale. Solo le agenzie nelle lingue locali dari o pashto, che citano fonti in loco, fanno lievitare il macabro bilancio ad almeno 25 morti. “Ho contato le bare”, spiega un malik locale, Taj Mohammad, che, come ogni capo tribale che si rispetti, sa leggere e scrivere. Il fatto è che le informazioni su chi avesse commesso l'errore era impossibile ottenerle. I funzionari della coalizione a guida americana dicevano di non saperne nulla e che “avrebbero indagato”. La Nato/Isaf invece ammetteva di aver bombardato la zona ma non sapeva dire esattamente....quando lo avesse fatto.Questa confusione militare non sembra apportare grandi benefici a un paese che, a sei anni dal 2001, quando i talebani furono cacciati e il vuoto politico venne colmato da mirabolanti promesse, non vede grandi miglioramenti. E invocare la sicurezza come condizione sine qua non per lo sviluppo è un discorso che non regge. “In Europa – spiega Orzala Ashraf, una donna impegnata nella battaglia per il rispetto dei diritti di genere – mi chiedono sempre cosa penso dei soldati stranieri. Il punto non è questo. Il punto è che non ci può essere una soluzione solo militare allo sviluppo di questo paese”. Orzala ha probabilmente ragione. Nelle zone dove la guerra non c'è la ricostruzione mostra la corda. E si prepara così il terreno per il ritorno al potere delle vecchie consorterie, si chiamino talebani o signori della guerra o “narcotalebani”, un'efficace termine coniato dal giornalista della Radio televisione italiana Riccardo Iacona. “In Afghanistan – dice – tutti sembrano essersi dimenticati che questo paese produce il 90% dell'oppio del pianeta. Come si può pensare che ciò non influisca e alimenti la guerra?”L'Afghanistan si sta “irachizzando”? La vulgata che va per la maggiore dovrebbe avere un'altra lettura. L'Afghanistan sta diventando come la Colombia, per metà governata da ex rivoluzionari trasformatisi in alleati dei narcotrafficanti, per l’altra metà diretta da un governo fragile e compromesso.Pane caldo, kebab e una guerra di comunicatiAnche a Kabul bisogna pur mangiare. Per gli stranieri però i locali pubblici sono off limits. Sconsigliati insomma. La scelta si riduce dunque a cene che non hanno nulla da invidiare a quelle in un qualsiasi hotel di lusso in giro per il mondo. Perché anche a Kabul sono sorti questi centri commerciali, un po' Hong Kong un po' Dubai, dove all'ultimo piano c'è l'immancabile terrazza con buffet continentale. Ma noi - anziché da questi locali che puzzano di riciclaggio e che come ovunque, da Pristina a Peshawar, sono proprietà di qualche narcotrafficante o contrabbandiere di armi - saremmo più attratti dai localini che espongono kebab di montone o di pollo, l'uno in fila all'altro in qualche stradina laterale. L'accoppiata vincente di queste carni alla brace e diffuse un po' in tutto il mondo musulmano, è una sorta di pane lungo che si cucina in dei bizzarri forni a pozzo. Caldo e fragrante è un cibo sopraffino il cui nome si declina in almeno quattro o cinque nomi lingue diverse a seconda delle zone e delle parlate. Il pranzo e la cena si condiscono il più delle volte con tè verde, una sorta di bevanda nazionale che in passato si consumava nei bicchierini francesi duralex, un prodotto che aveva anticipato la globalizzazione di qualche decennio. Diffusissimi negli anni Settanta anche gli infrangibilissimi duralex non sono però riusciti a superare tre decenni di conflitti. Così adesso ci son tazze probabilmente made in China, un paese che con l'Afghanistan ha un microscopico confine di qualche chilometro ma che è ben presente, anche se discretamente, nel commercio e forse anche negli investimenti. Scommessa geopolitica che interessa anche Pechino. Terminato il tè è ora di ritornare a darsi da fare. Ad esempio con una visita agli uffici di Al Jazeera, la tv del Golfo i cui locali furono bombardati durante la cacciata dei talebani. Si disse allora che gli americani lo avessero fatto apposta per punire questi televisivi arabi che erano tra i pochissimi rimasti a Kabul a descrivere come andava questa guerra ai talebani e che davano conto, già allora, dei bombardamenti scarsamente chirurgici che facevano vittime civili. O che “sbagliavano” obiettivo, come nel caso di Al Jazeera. Quel che colpisce della sede della tv araba, un palazzo moderno e un po' barocco in una via elegante, per quanto possa essere elegante una via di Kabul, è che non ci sono guardie armate alla porta. Né dentro. O almeno non visibili. Niente sacchetti di sabbia, filo spinato, muraglioni in cemento e tondini di acciaio. All'interno, i colleghi di Al Jazeera, che sono ben più al corrente di noi delle cose afgane, ci spiegano che sull'attentato della mattina c'è una diatriba. E che le rivendicazioni spesso arrivano a loro, come ad altre agenzie locali afgane, assai prima che ai media occidentali. Di che si tratta?Si tratta del fatto che l’attentato del giorno lo rivendicano...in due. Il portavoce di Gulbuddin Hekmatyar, signore della guerra che, secondo alcuni, sarebbe anche dietro la strage degli innocenti avvenuta qualche settimana prima nel Nord, a Baghlan (una zona controllata da lui e lontana dalle aree del conflitto nel Sud), e negata dai talebani. Ma non passa qualche minuto, che chiamano anche i talebani. E rivendicano l'attentato. Allora il portavoce dell’Hezb-e islami – il partito di Hekmatyar - si rifà vivo e rilancia. Spiegando che non solo è “cosa nostra” ma che ne hanno le prove, poiché il suicida ha anche una sua “scheda tecnica”: si chiama Ahmajan e viene da un sobborgo di Kabul. Carta canta insomma. Aggiunge, il portavoce di Glbuddin, che d’ora in poi l'Hezb cambierà strategia e rivendicherà ogni azione cosa che non avrebbe mai fatto in passato. Guerra di guerriglia tra la guerriglia. Così, se c’era qualche dubbio sulle divisioni nel fronte insurrezionale, ecco una prova dello scontro interno.Strategie e divisioniEffettivamente gli attacchi suicidi a Kabul sono in costante aumento. In Afghanistan sono stati oltre 130-140 nell'intero 2007 e con un bilancio di vittime in costante crescita. Inoltre, il fatto che in questa offensiva sia coinvolta sempre più la capitale fa pensare a una strategia mirata. Ma se da una parte l'attacco costante al cuore del paese, con obiettivi che essenzialmente sono militari (nazionali o internazionali) o istituzionali (ministeri etc), sembra voler indicare che il cerchio si stringe, la guerra a colpi di martirio può anche raccontare di un impasse sul piano territoriale visto che, in questi anni, se i talebani hanno conquistato almeno due province e ne minacciano seriamente diverse altre, l'assalto alla capitale appare militarmente inverosimile. Benché il Senlis Council, un autorevole think tank con sede anche a Kabul, abbia appena rilevato che, secondo le loro indagini, i talebani controllerebbero ormai più della metà del territorio afgano, la strategia del terrore sembra soprattutto saldarsi a una guerra che i talebani stanno cercando di vincere sul piano psicologico, minando alla base quel senso di sicurezza promesso dalla Nato che di fatto non si realizza. Nemmeno nella capitale, perlomeno tra le sei e le dieci del mattino. In poche parole, se oltre quel 50% del territorio i talebani non vanno (e in molte zone non riescono a tenerselo che per qualche giorno), meglio dare il segnale che la guerriglia può colpire ovunque e comunque. Con gli uomini bomba. Ma non tutti sono d'accordo. A Kabul si dice che in realtà il fronte interno della guerriglia è molto frazionato: ci sono gli uomini di mullah Omar, la vecchia guardia afgana che non sarebbe mai stata molto propensa a usare i kamikaze come strategia combattente. Sarebbe questo, dicono i bene informati, il segmento più prossimo a un'eventuale trattativa con Karzai. Trattativa forse già in corso per via sotterranea e che non esclude l’intelligence occidentale. I qaedsiti, gli stranieri, o l'ala talebana più vincolata alle vecchie strategie di Osama, sarebbe invece quella che non vuole trattare e che usa i kamikaze come arma vincente. Quali e come siano i rapporti tra queste due ali del movimento dei turbanti è difficile dire. Infine c'è la fazione che fa capo al già citato Gulbuddin Hekmatyar, uomo che – com'è suo costume – è stato antitalebano, filotalebano e adesso è nuovamente in rotta con la guerriglia islamista di Omar. Come prova la doppia rivendicazione (di Hekmatyar e dei talebani simultaneamente) dell'attentato di cui abbiamo raccontato. Ma dividere il movimento insurrezionale in tre grandi ali (litigiose) sarebbe riduttivo. Gli iraniani si starebbero muovendo finanziando una parte della guerriglia per avere un braccio armato preventivo in caso di guerra americana all'Iran. Ma si dice anche che gli americani starebbero allevando dei “loro” combattenti antiiraniani. Rumor per ora senza conferme. Dei “si dice” senza riscontri ma che comunicano uno scarso buon umore in questo fine serata a KabulVisita in ospedaleVisto che sta calando il buio e non è saggio farsi una passeggiata in città, il tempo stringe. Resta un'oretta per passare all’ospedale di Emergency. Non ci sono i feriti della bomba mattutina ma c’è ancora un poveraccio colpito qualche giorno prima a Paghman dall’esplosione che ha ucciso un soldato del contingente italiano, il maresciallo Daniele Paladini, e altri civili del posto, bambini compresi. Tutti vittime di un martire che si è fatto esplodere. I medici ci fanno strada in una saletta dove riposa Mustafa, un negoziante che la guerra la conosce fin troppo bene: anni fa è saltato su una mina e ha perso due dita della mano e una gamba. Adesso è tutto ustionato ma si fa fatica a capire cosa gli ha arrecato maggior danno. Sotto il lenzuolo il suo corpo assomiglia a quello di un serpente scarnificato. Non ricorda nulla dell’esplosione che lo ha ferito. Parla a fatica e non ci pare il caso di andare oltre. Qualche domanda di rito e un senso di pietà che diventa più forte dell'obbligato cinismo da taccuino. Ma mentre ce ne andiamo notiamo un poliziotto che piantona un talebano ferito. Dorme davanti al letto di Mustafa. Ironia della sorte, i due riposano uno in faccia all'altro. Viene da pensare che, una volta in forze, Mustafa si scaglierà sul sodale dei talebani che gli hanno scarnificato il corpo. Eppure il medico che è con noi ci rassicura: “In questo disgraziato paese – dice – la guerra è un’occasione di lavoro. Non importa da che parte”. E dunque questi due, paradossalmente, potrebbero persino essere parenti. Difficile che litighino visto che lavorano in un cantiere dove l'offerta di lavoro è quella che è, e la scelta è spesso obbligata. Il cantiere si chiama “guerra” e funziona brillantemente da qualche decennio. E inoltre i talebani pagano bene, anche cinque o dieci volte in più dello stipendio che Kabul dà ai suoi soldati. Difficile biasimare questi “manovali” del conflitto.Quando usciamo è già buio. L'ossessione sicurezza, con le tenebre, diventa spessa come l'aria sempre più polverosa che fatica a ripulirsi coi venti freddi della notte. Con l’arrivo del buio Kabul appare sotto il suo aspetto più spettrale perché la luce elettrica, che viaggia a singhiozzo ed è patrimonio di pochi, è un bene di lusso in questa città che, nelle ore notturne, appare come un presepe si serie B: con i lumi delle candele e delle lampade a petrolio che sembrano l'unica fonte di vita di questa capitale asiatica dove le promesse della ricostruzione non sono nemmeno riuscite a far arrivare la luce elettrica se non nelle nuove magioni di dubbio gusto che affollano i quartieri dei ricchi, percentuale irrisoria e ben protetta della società afgana. Il dottor Oryakhail, che è il medico afgano responsabile dei finanziamenti italiani all'ospedale pubblico Esteqlal di Kabul, ci ha spiegato che c'è voluto del bello e del buono per fare in modo che il sistema sanitario nazionale si prendesse in carico l'allacciamento alla rete elettrica del nosocomio che, fino a qualche mese fa, andava avanti con un generatore a gasolio a costi insopportabili. Anche questo è un aspetto della battaglia del consenso che la comunità internazionale, troppo occupata della piega militare degli avvenimenti, ha già forse irrimediabilmente perso. La finestra, dice qualcuno, si sta riducendo a vista d'occhio. E per finestra si intende il divario tra aspettativa e disillusione: un tema su cui gli afgani cominciano a interrogarsi chiedendosi se non si stava meglio quando si stava peggio, sotto i talebani o persino sotto i dannati sciuravi, gli odiati sovietici. Prima di fare questo salto di qualità, che trasformerebbe tutti gli afgani in nemici dell'Occidente, forse c'è ancora un po' di tempo: se la “svolta politica”, ormai sulla bocca di tutti i governi dei paesi impegnati in Afghanistan, si riempisse di proposte e non solo di vaghi desideri di un cambiamento che non si vede. Se la scelta continuerà invece ad essere quella di un'impossibile vittoria militare e se dell'Afghanistan si continuerà a discutere solo quando, da Roma a Berlino, si devono rifinanziare le missioni militari, la perdita di consenso esaurirà la clessidra sempre più vuota a guardia della finestra tra aspettative e disillusioni.Mentre il C-130 ci carica per riportarci a casa, è questa l'unica amara riflessione che viene da fare dopo 48 passate nella capitale afgana. Dove l'ultima immagine è quella di Mustafa e del talebano nei letti del medesimo ospedale. Figli entrambi di una guerra che è ormai la prima e per molti l'unica possibilità di coniugare il pasto con la cena per la propria famiglia.