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mercoledì 30 luglio 2008

IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA DELLA CRESCITA INDIANA


Ovvero cosa accade se un partito comunista sposa il neoliberismo nella più grande - e piena di problemi - democrazia del mondo, come si usa dire...

* * * *

Vorrei segnalarvi l'oggetto della trasmissione di stamattina a Radio3 Radio3Mondo. Si è parlato di un bellissimo documentario di 28 minuti girato da Piero Pagliani, un matematico prestato alla cinepresa.
Colpito da quanto avveniva in Bengala, dove va spesso per lavoro, Pagliani ha pensato di raccontarlo. Forse gli è sembrato un dovere etico(anche il film non è affatto "militante"). Non voglio farlo io: il suo video "La grazia e la violenza" , ospitato su google, parla da solo (anche se sul web non ha un'ottima qualità). Di questo documentario, e della storia connessa sugli espropri delle terre ai contadini bengalesi, in Italia abbiamo davvero saputo poco o nulla, salvo rare eccezioni. Potete ascoltare la trasmissione di Radio3 o vedere (meglio) il documentario. Mi permetto di dirvi che non sarà tempo buttato

PROVE DI DEMOCRAZIA IN RETE



Lunedi scorso era il primo giorno di www.olympic.org, il sito Internet del Comitato Olimpico Internazionale nato per aggiornare gli appassionati su quanto avviene e avverrà a Pechino, sede della sessione di Giochi olimpici forse più seguita della storia, e non solo per motivi sportivi. Ma ieri il Cio, che però si è ben guardato dal darne notizia sul sito in questione, ha anche esposto al comitato cinese che organizza i Giochi le lamentele dei giornalisti per l'applicazione della censura ad Internet e per la bassa velocità della rete nel principale centro stampa della capitale.
I giornalisti lamentano, nonostante le promesse delle autorità cinesi, la mancanza di accesso libero al www nel centro stampa olimpico, così che i cronisti stranieri non riescono ad arrivare alle pagine web di organizzazioni internazionali di difesa dei diritti umani (come Amnesty) o di analisti che criticano la politica del governo cinese o ancora di programmi audio come quelli della tedesca Deutsche Welle o della statunitense Free Asia. Il Cio ha ricordato ai cinesi che ad aprile le autorità avevano promesso che non sarebbe stata applicata nessuna censura ad Internet per gli oltre 20mila giornalisti accreditati, molti dei quali già frequentano i centri stampa preparati dalle autorità cinesi.
Ma se per la stampa estera vi sono altri mezzi per procurarsi le informazioni (una mail dalle redazioni centrali, ad esempio) il vero problema della webcensura riguarda ovviamente i cinesi stessi che, come internauti, cominciano ad essere tanti: oltre 160 milioni, stando alle cifre ufficiali della Rpc, il 70% dei quali ha meno di trent'anni. I siti web cinesi, secondo il China Internet Network Information Center (Cnnic), il centro di web-informazione dello stato attivo dal 1997, sono oltre 1.3oomila. La corsa del web in Cina è cominciata nella metà degli anni Novanta e per scopi dichiaratamente commerciali. Ma presto le autorità scoprivano che Internet aveva anche un lato oscuro: metteva in chiaro le magagne. Nel 2001 il presidente Jiang Zemin se la prendeva con le "perniciose informazioni" divulgate dalla rete e lamentava una legislazione in materia "inadeguata" anche se, dal '95 al 2001, la Rpc aveva già promulgato ben sei regolamenti a riguardo. Secondo il britannico "The Guardian", nel 2005, la Cina disponeva di una netpolice con un attivo di 30mila uomini. Adesso, con un aumento del 50% degli internauti solo nell'ultimo anno, saranno forse aumentati.
Mentre molti ricorderanno gli infortuni di Yahoo e Google con le autorità cinesi, un dossier di Human Right Watch, uno dei siti inaccessibili in Cina, spiega in dettaglio come funziona il cosiddetto "Great Firewall of China", la muraglia telematica che blocca gli accessi e rimanda alla temibile "404 error page". Ma al contempo, HRW cita un'interessante ricerca dell'Accademia cinese delle scienze sociali (Cass) secondo cui almeno il 10% degli internauti utilizza costantemente sistemi che permettono di bypassare la censura (proxy server e altre tecnologie di "aggiramento") mentre il 25% li usa solo occasionalmente. Ma era un'inchiesta del 2000, quando Internet era agli albori nell'uso di massa. Adesso?
Qualche tempo fa l'universo dei blogger, che ha le sue province anche in Cina, ha fatto circolare una serie di domande su come nell'Impero di mezzo si aggira la censura: interessante come spiega il fenomeno "Undersound". A suo dire solo il 5% dei suoi amici e compagni di scuola aggira il "muro". Ma anche perché, spiega, i siti oscurati non sempre stanno nelle preferenze delle giovani generazioni, attratte da giochi e filmati "innocui" diffusi sul web e su cui la censura cinese non mette bocca.
Il fenomeno insomma è ancora giovane ma sembra avere comunque una funzione importante. Lo testimonia il dibattito scatenatosi su blog e website cinesi durante la recente repressione (censurata) in Tibet. Qualcuno, tra le migliaia di messaggi nazionalisti, cominciava a chiedersi se i tibetani non avessero le loro ragioni. Frasi impensabili, soprattutto da leggere, anche solo qualche anno fa.

martedì 29 luglio 2008

ANCHE GLI AFGANI VANNO A OLIMPIA



Kabul - L'ultimo filo di luce taglia l'aria polverosa che circonda, come ogni cosa in questa stagione, lo stadio Ghazi di Kabul. L'unico di tutto il paese, iniziato prima di Zaher Shah e terminato con Daud, il cognato del re che spodesto' la corona negli anni Settanta per instaurare la repubblica. Fu l'ultimo sprazzo di pace per questo paese sprofondato da quasi trent'anni nelle secche di un conflitto con attori in continuo cambiamento. E fu l'ultimo sprazzo di vitalita' per lo sport in Afghanistan. La guerra contro l'Urss prima e le rigide regole dei talebani poi, chiusero il sipario definitivamente su una stagione giovane e troppo fragile. Adesso pero' le cose sono cambiate.

Alle sei di sera o alla mattina presto gli atleti e le atlete afgane tornano a calpestare il fondo malridotto di uno stadio trasformato, durante i talebani, nel macabro palcoscenico della giustizia sommaria: impiccagioni e lapidazioni a cielo aperto con una folla per lo piu' obbligata ad asssitervi. Tra questi giovani sportivi che si allenano sullo spiazzo centrale, e persino negli angusti corridoi dello stadio, c'era fino a qualche giorno fa anche Mahboba Ahadyar, classe 1985, l'unica donna tra i quattro atleti afgani che quest'anno saranno a Pechino per le Olimpiadi. Adesso Mahboba e il suo collega Massud Azizi, centometrista, sono in Malaysia ad allenarsi. Il piccolo paese dell'Asia sudorientale e', con la Corea del Sud, l'anfitrione che prepara questi quattro atleti che in agosto ripeteranno la prova che ad Atene nel 2004 ha riammesso l'Afghanistan tra le nazioni che partecipano ai giochi nati ad Olimpia. Se Mahboba e Massud si stanno allenando per correre, Nasar Amad Bahawi, classe 1985, e Rohellah Nekpa classe 1987, specialisti di takewondo, provano con gli allenatori coreani a tentare il colpo: portare a casa una medaglia visto che, in questa disciplina, gli afgani hanno conquistato nel 2007 un argento agli ultimi mondiali della specialita'. Proprio in Cina.

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LA CINA E L'AMBIENTE, OLIMPICHE RIFLESSIONI



La lotta contro il tempo per fare di Pechino una città in perfetto ordine quando i Giochi apriranno i battenti l'8 agosto è forse una delle peggiori battaglie che governo e municipalità sono impegnate a combattere. Il professor Zhu Tong, dell'Università di Pechino, ha fatto intendere che sulle auto più o meno inquinanti della capitale grava la minaccia di un taglio di nove auto su dieci: per migliorare l'aria il 90% delle autovetture di Pechino potrebbero essere costrette al garage (o al cortile di casa) almeno sino al 24. E poiché il professor Zhu l'ha scritto in prima pagina sul China Daily, la minaccia equivale a un editto non ancora promulgato ma forse imminente.
Come la metterà la città celeste dell'Impero di mezzo con la rampante necessità di mostrarsi ricchi, floridi e potenti proprio perché si può ostentare un Suv o una Buick, feticcio meccanico la cui marca, scriveva ieri il Washington Post, è più venduta in Cina che negli States? La Buick Lucerne si può comprare in America per 299 dollari al mese in 39 comode rate, ma i cinesi ricchi non hanno di questi problemi. E che dire degli aggressivi Hummer, i gipponi di lusso che occupano due corsie per senso di marcia, la cui gara all'acquisto in Cina ha fatto aprire, dall'inizio dell'anno, ben 25 punti vendita?
Dal primo luglio i veicoli etichettati come molto inquinanti sono già stati banditi dalle strade della capitale e, a partire dal 20 luglio, sono state introdotte le targhe alterne per regolare la circolazione dei mezzi. Come è noto la moratoria olimpico- ambientalista ha penalizzato anche le fabbriche a cui è stato chiesto di ridurre del 30% le emissioni nocive, senza contare che alle officine che macinano gas inquinanti è stato imposto di fermare la produzione. Pugno di duro. Ma i cinesi come la prenderanno?
In un paese che, per il momento, è disposto a pagare il petrolio a peso d'oro pur di non fermare il grande balzo in avanti, la macchina è uno dei beni di lusso che chiunque, uscito da un'atavica povertà, desidera esibire. E mentre in tutto il mondo (ex) ricco la gente va in bicicletta, in treno oppure a piedi, in Cina le vendite dei Suv, che in Europa e negli States stanno andando a picco, sono aumentate di oltre il 40% rispetto all'anno precedente. Cosa dirà adesso il signor Chou o mister Wen quando gli diranno che l'Hummer va tenuto parcheggiato in strada sennò si guasta il naso al Comitato olimpico internazionale? La questione ambientale aleggia sulle Olimpiadi come l'ennesimo fantasma che si aggiunge alle ombre tibetane, uigure e contadine, la massa dei diseredati in un modo e nell'altro ancora esclusa dalla crescita esponenziale del Pil cinese. Ma c'è anche l'ombra dei nuovi ricchi.
La preoccupazione delle autorità è forse anche un segno positivo e non solo un gioco di facciata da gettare alle ortiche a fine agosto. Ma questa nuova sensibilità ambientale dovrà poi anche fare i conti coi nuovi ricchi che affollano la scena cinese, la classe emergente che non vuole pagare le tasse ma esibire il suo insperato – fino a ieri – successo sociale. Basta pensare alla levata di scudi italiana quando si parlò di aumentare il bollo sui Suv. Non è che in Italia tutti abbiano queste ingombranti e scomode autovetture, ma la reazione fu talmente abnorme che la cosa finì li.
Il peggio però deve ancora arrivare. Una quindicina di anni fa in Cina le macchine private erano una rarità, ma adesso ce ne sono già 15 milioni, una cifra che, paragonata ai nostri parco macchine (in rapporto alla popolazione), fa ancora sorridere. Ma perché il governo cinese possa contare sul consenso, la promessa di prosperità deve arrivare a tutti e dunque, come nell'Italia del boom, tutti dovranno avere la loro 600 e, perché no, la multipla o la 1100. Visto che in un paio d'anni il parco macchine cinese è più che raddoppiato, la stima secondo cui nel 2020 in Cina ci potrebbero essere poco meno di 200 milioni di automezzi circolanti, non appare peregrina. I nodi verranno al pettine allora con ossido di carbonio e tutto il resto. Altro che Olimpiadi.

EFFETTI COLLATERALI



Le vittime civili sono il punto più dolente dell'intero conflitto afgano. Ieri, come nei giorni scorsi, le notizie che si sono rincorse dal Sud del paese al Pakistan sino...all'Italia dove proprio il dramma dei civili afgani sarebbe all'origine del rientro di due elicotteristi italiani che si sarebbero rifiutati di sparare nel mucchio....

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domenica 27 luglio 2008

ANCHE GLI STADI HANNO MEMORIA



Kabul - Il filo lucido di sudore che corre lungo la schiena di Khaled scintilla sotto l'ultimo sole che bacia lo stadio Ghazi di Kabul. E' ben diverso dal colore delle lacrime che devono aver inondato questo pezzo di terra sfibrata dove un alacre guardiano tenta disperatamente, e con un filo d'acqua, di riplasmare un tappeto erboso che sembra aver subìto, oltre alle angherie del tempo, quelle delle mille guerre che l'Afghanistan conosce dalla fine degli anni Settanta. Lo stadio Ghazi era l'arena in cui i talebani di mullah Omar radunavano le folle per assistere a lapidazioni ed esecuzioni sommarie. Andarci, come ci raccontarono allora quando ancora i turbanti dettavano legge su tutto il paese con l'esclusione della piccola enclave del Panjshir, era un obbligo etico. Piacesse o meno, era quello lo sport che doveva allietare i giorni di festa. Ma adesso che quel ricordo è lontano, sembra lontana anche la guerra che si combatte nelle province del Sud e che si fa ogni tanto sentire con gli attacchi kamikaze sin dentro la capitale (proprio qui, allo stadio, i talebani hanno attentato alla vita di Karzai in aprile). Khaled corre approfittando della clemenza di un luglio torrido che a sera regala qualche refolo di vento più fresco. Si allena, come può, per diventare un centometrista. Scarpette da ginnastica più grandi del suo numero e una sacca sportiva un po' slabbrata. Né cronometri, né allenatori. Nemmeno un famigliare con la bottiglietta d'acqua. Ma la passione c'è tutta...
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mercoledì 23 luglio 2008

LA LUCIDA FOLLIA DI KARADZIC

C'è sempre stato qualcosa di impressionante nel personaggio Karadzic. Quella massa ribelli di capelli candidi, lo sguardo da scienziato pazzo, gli atteggiamenti bonari e accattivanti con i giornalisti con sui sapeva abilmente trattare. E quel piglio deciso, un baleno negli occhi, che si trasformava nell'ordine di una strage, nel bombardamento dalle alture delle montagne sopra Sarajevo, nel correre delle colonne di miliziani in città divenute lo spettro di se stesse, sventrate prima e poi saccheggiate da bande di commercianti organizzati. A vederla oggi dall'alto Sarajevo, da quelle trincee scavate bel fango e ancora zeppe di vecchie cartucciere, di bottiglie di rakia, di appoggi per i fucili dei cecchini, il primo volto che viene in mente è il suo: i proclami senz'ombra di dubbio, la mimetica abilmente alternata all'abito diplomatico, l'atteggiamento simpatico seguito dagli ordini imperiosi cui obbediva il suo sodale ancora uccel di bosco, il possente generale Mladic.

Dopo una latitanza di oltre dieci anni la sua corsa si è fermata. Montenegrino di nascita, psichiatra per studi e poeta per passione, Radovan Karadzic sale velocemente i gradini della politica. E' la situazione a offrirgli una scena che richiede un capo senza dubbi, visionario quel tanto che basta, amico della gerarchia ortodossa di cui si fa scudo e capace di scaldare gli animi di un nazionalismo in fasce che cresce rapido agli inizi degli anni Novanta. Ma Karadzic si prende fin troppo sul serio e finisce a scontrarsi col suo grande protettore, quello Slobodan Milosevic che, ultimo capitano della Iugoslavia, cerca di disegnare con Karadzic i futuri confini della “Grande Serbia”. Ma quando nel 1995 si siglano gli accordi di Dayton, che mettono fine alle guerre balcaniche, Karadzic non ci sta. Entra in rotta di collisione con “Slobo” e forse non capisce come, solo qualche mese prima, Belgrado gli abbia dato il via libera per “ripulire” Srebrenica (8mila scomparsi) e adesso si accordi coi nemici per ridurre la Republika Srpska a una misera entità del nuovo stato presidiato dalla Nato.

Si è detto di Karadzic che fosse pazzo ma in realtà è una via d'uscita troppo comoda. Il suo disegno - creare lo stato etnicamente puro dei serbi di Bosnia - è fin troppo lucido. Come lucida è la sua fuga che sfrutta coperture e inanità ben sapendo che solo la politica potrà decidere del suo futuro. E infatti quando il patto si rompe la sua fine è segnata. Non serve la nuova maschera da dottore che si è disegnato. L'ultima maschera che gli resta addosso è quella, coperta di sangue, dipinta dai drammi umani che la sua lucida follia ha causato.

NUCLEARE, IL GOVERNO INDIANO OTTIENE LA FIDUCIA



Alla fine il governo indiano ha ottenuto la fiducia del parlamento. Il voto era stato promosso dai partiti dell'opposizione ostili all'accordo sul nucleare con gli Stati Uniti che consente a Delhi l'accesso alla tecnologia civile americana e all'energia necessaria al funzionamento delle centrali. Un accordo entrato nel mirino di detrattori internazionali e locali: i primi perché l'India non aderisce al Trattato di non proliferazione presidiato dall'Aiea, l'organismo internazionale di supervisione del nucleare, i secondi perché vedono nell'accordo un atto di servilismo politico nei confronti degli Usa, che comprometterebbe lo sviluppo dell'India come protagonista politico internazionale.
Dopo che le sinistre hanno levato l'appoggio al governo di Manmohan Singh, il primo ministro del Partito del Congresso, la sfida del voto in parlamento significava dunque correre un enorme rischio: quello della caduta del governo. Ma la buriana è passata perché i deputati che hanno votato ieri a favore della fiducia sono stati 275 contro 256...

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lunedì 21 luglio 2008

SE IL SILENZIO COPRE UNA STRAGE (in Etiopia)



E' il 30 marzo del 1939 e la guerra in Etiopia e' ormai in corso da tre anni. L'areonautica italiana ha intercettato un consistente numero di “ribelli” e fornito le coordinate a una colonna di militari che si mettono all'inseguimento. Ma non si tratta di un'operazione di ordinaria controguerriglia. Non che tra gli etiopi in fuga non vi siano combattenti: c'è ad esempio Tesciommè Sciancut, un capo cui gli italiani danno la caccia da tempo. Ma la maggior parte dei fuggiaschi – un fatto che gli avieri devono aver notato - è composta di feriti, anziani, donne e bambini parenti degli uomini in arme. Quelli che oggi definiremmo “sfollati”, civili in fuga dall'orrore della guerra...

Una brutta stoia italiana raccontata nel saggio sull'Etiopia di Matteo Dominioni

giovedì 17 luglio 2008

GIALLO A BOGOTA' CON CROCE ROSSA




Può un'azione di commando che ha portato a casa illese le vittime innocenti di un sequestro trasformarsi in crimine contro l'umanità? Per quanto paradossale è possibile se effettivamente, come ha pare abbia scoperto la Cnn nei fotogrammi secretati di un video sulla liberazione di Ingrid Betancourt, i liberatori usarono il simbolo dell'Icrc, la Croce rossa del Comitato internazionale di Ginevra, istituzione che tiene più che ogni altra al suo status di indipendenza e neutralità. Il fotogramma che la Cnn mostra sul suo sito è alquanto illeggibile e una cosa sarebbe il simbolo della sola croce rossa, altro se a quel segno vermiglio fosse effettivamente in un tondo circondato dalla scritta “Comité Internationale Geneve”. L'emittente americana pare andare a colpo sicuro anche se non ha voluto acquistare immagini e filmati (e non può dunque verificarne a fondo l'autenticità) dalla “talpa” che ha preposto, fotogrammi contro denaro, lo scambio merce. L'immagine di un soldato con il simbolo internazionale sulla pettorina, sarebbe stata scattata alcuni secondi prima della liberazione degli ostaggi nelle mani delle Farc colombiane.
Il fatto è che, sebbene spesso la croce rossa sia stata usata in più di un'azione che poteva comprometterne l'imparzialità e la neutralità, la sensibilità è molto alta quando si parla del Comitato internazionale. Spesso, in azioni controverse, ci sono di mezzo le Croci rosse nazionali, federate nella Ficross, un organismo autorevole e di garanzia ma con una nomea di imparzialità ben lontana da quella di cui si fregia da sempre il Comitato cui viene concesso, per dirne una, di visitare carceri e ospedali anche in guerra e bucando la cortina dei regimi speciali di segretezza. Utilizzare il suo simbolo, anche se per uno scopo nobile, ma senza l'autorizzazione di Ginevra, è reato grave, sanzionato come crimine contro l'umanità dalla Convenzione di Ginevra, come ha spiegato alla Cnn Mark Ellis, direttore dell'International Bar Association.
Se il tribunale penale dell'Aja non riesce a trascinare alla sbarra il presidente del Sudan, difficile che l'Icrc possa muovere contro il presidente Uribe (che ha respinto ogni addebito) anche perché la liberazione di Betancourt è ormai un caso di successo che tocca troppi paesi e diplomazie e su cui tutti hanno preferito lasciar perdere gli approfondimenti. Ma il danno sarebbe gravissimo. A volte un semplice simbolo può salvare vite. Ma se la sua reputazione è compromessa, se chi vuole ne può far uso, la croce vermiglia farà sempre meno strada. Di vite salvandone sempre meno.

domenica 13 luglio 2008

VOGLIA DI NORMALITA' NELLA CAPITALE DELLA GUERRA


Alla fine consideriamo gli afgani un popolo di guerrieri in armi, tutt'al più in fuga dalla guerra. Eppure in questo paese c'è anche una maledetta voglia di normalità. Di un week end fuori porta come pensiamo di meritare anche noi a ogni fine settimana. Un viaggio controcorrente nel turbine del conflitto



Kabul - I milanesi che al week end prendono la via dei laghi, non meno dei romani che al fine settimana scelgono Bracciano o il piccolo bacino lacustre di Martignano, mettono sempre in conto di partir presto. Dopo le dieci del sabato mattina c'è una coda che non ti dico e lo stesso vale, dopo le cinque del pomeriggio, alla domenica. Ma cosa pensereste se la medesima cosa capita a Kabul, la capitale per eccellenza del conflitto permanente e di una guerra nemmeno poi tanto nascosta?
Eppure se al venerdì, che è poi la nostra domenica, vi avventurate sulla strada verso Paghman avreste delle sorprese. Questa “ridente” cittadina a Ovest della capitale, è un luogo famoso per un Arco di Trionfo dedicato a re Amanullah che qui nacque ed è nota per il clima mite. Tappa obbligata di ogni gita turistica, si trova sulla strada che passa per Kargah, un lago artificiale costruito all'inizio degli anni Sessanta e sovrastato da un enorme ristorante con terrazza, giardini ben curati e vista, oltre che sul lago, sulle ville della famiglia reale che, ai bei tempi della monarchia, reclamava tutto per sé questo angolo di pace alle porte della città. Ma la pace è un concetto tutto virtuale. E non solo perché un vento dispettoso trascina, nei potenti refoli che attraversano il lago, dei piccoli tornadi di polvere che si perdono sullo specchio d'acqua. L'amena località è piena di famiglie, coppiette, anziani in cerca di frescura, venditori di manghi e meloni, improvvisati ristoranti con l'immancabile kebab nelle sue svariate forme e versioni. La ressa è così potente che già ve ne eravate accorti uscendo da Kabul nei rallentamenti lungo la strada a due corsie che porta fuori città. Sul ponte che fa da cintura alla diga, il rallentamento si fa coda ed è solo l'anticipo di quel che vi aspetta al rientro. Il ristorante-parco sul lago prevede un biglietto d'ingresso con consumazione annessa. Sotto una tettoria, un gruppo rigorosamente maschile di pashtun di varia estrazione sociale e svolazzanti nelle larghe shalwaz kamez o in abiti di taglio occidentale, si fanno una canna sorseggiando tè. Bambini fortunati leccano gelati o succhiano lattine mentre fratellini meno baciati dalla dea bendata vendono gomme da masticare o improbabili dolciumi accatastati in rigide scatolette di sudicio cartone. Qualche coppietta di giovani cittadini, lei appena coperta dal velo, scendono sulla riva del lago a bagnarsi i piedi e a stonare nel quadretto, in effetti, c'è solo un gruppetto di giovani funzionari dell'ambasciata inglese accompagnati da due mastini con auricolare, giubbotto antiproiettile, pistola e trasmittente che stanno a debita distanza ma non certo con l'intenzione di non farsi notare...

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