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lunedì 18 agosto 2008

CIAO GIULIANA


Si è spenta ieri a Milano Giuliana Malpezzi. Chi l'ha conosciuta sa che la sua mancanza sarà grande per molti e non soltanto per una questione di affetto e relazione personale. Questa donna, animata da un'energia profonda, amava l'Oriente ma non si accontentava di tenere questa passione per sé. Con la sorella Daniela, aveva ripreso in mano le sorti della rivista "Quaderni asiatici" e dato nuovo impulso all'associazione Italia-Asia, fondata da Sante Spadavecchia e intitolata a Giglielmo Scalise. Animatrice instancabile e grande organizzatrice di eventi, aveva trasformatao in un piccolo "cenacolo asiatico" anche la sua casa di Milano dove invitava amici italiani e orientali, scrittori, poeti, accademici, gente di passaggio. Molti ricorderanno anche il profumo della sua cucina accanto a quello della sua anima generosa

domenica 17 agosto 2008

LE VERITA' NASCOSTE



Le informazioni che arrivano dall'Afghanistan sono spesso lacunose e incomplete. Logico in un paese dove la copertura mediatica è molto bassa e per il quale ci accontentiamo di spezzoni di notizie in cui il dato principale è la violenza. Raramente conosciamo i fatti nella loro profondità in modo che sia possibile rifletterci.
Così è accaduto anche per la morte di tre operatrici umanitarie occidentali e del loro autista afgano dell'International Rescue Committee che, il 13 agosto, sono state crivellate di colpi sulla strada tra Gardez e Kabul. Le agenzie di stampa ci hanno riempito di particolari sulla loro nazionalità, sui numeri delle violenze in corso in Afghanistan e sulla rivendicazione dei talebani che hanno ammesso di essere stati gli esecutori. Il Financial Times ha persino citato un anonimo comandante talebano che rivendicava un tentativo di sequestro, notizia - che lo stesso FT diceva priva di altri riscontri - onestamente bizzarra: non si crivella di colpi un'auto di umanitari, che com'è noto viaggiano disarmati, per sequestrarli. Ma in realtà le cose sarebbero andate assai diversamente. E non l'avremmo saputo se un giornalista dell'Agenzia Italia, recuperando un'abitudine che sembra ormai perduta, non avesse voluto fare un supplemento d'indagine per saperne di più. Alzando il telefono anziché limitandosi, come capita ormai sempre più spesso e per svariati motivi che non staremo a ricordare, a tradurre i resoconti in inglese di qualche primaria major dell'informazione.
L'Agi ha così appreso che, il giorno dopo l'omicidio, una sessantina di responsabili di Ong straniere impegnate in Afghanistan si erano riunite a Kabul, convocate dall'Afghan National Security Organisation, “...per fare il punto sulla sicurezza degli operatori umanitari all'indomani dell'uccisione di tre cooperanti straniere e del loro autista afghano, rivendicata dai talebani”. Fresca di questa riunione, Monica Matarazzo, capo missione in Afghanistan dell'italiana Intersos, spiegava all'Agi che "...l'assenza di un'agenzia indipendente per la tutela degli operatori umanitari come l'Ocha (Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari) e la confusione tra ruoli - umanitario e militare – generato nella popolazione dall'atteggiamento ambiguo tenuto dalle forze armate, sono considerate dalla comunità di Ong cause chiave della loro condizione di insicurezza". L'operatrice umanitaria aggiungeva che "...un'animata riflessione è stata innescata dal messaggio di rivendicazione dell'attentato, in cui i talebani affermano di aver confuso automobili dell'Irc con veicoli militari. Le forze armate utilizzano normalmente le stesse auto bianche usate dalle organizzazioni umanitarie. Sulla questione, il rappresentante speciale dell'Onu in Afghanistan, Kai Eide, ha detto di aver sollevato il problema nelle riunioni di coordinamento con le forze militari presenti nel Paese (Enduring Freedom , Isaf e Prt)".
Questa notizia, apparsa solo sul sito “Agimondo.org”, fornisce una chiave di lettura dell'omicidio del tutto diversa da quella apparsa su tutte le principali agenzie che di quel comunicato riportavano solo la rivendicazione. Ciò non fa dei talebani degli esseri meno spregevoli (per l'uso dei kamikaze ad esempio). Chiarisce però come il “salto di qualità” - colpire volutamente i civili o gli operatori umanitari - non sia ancora avvenuto (anche se non si tratta certo delle prime vittime) come invece la vicenda faceva temere. E come l'antica querelle tra operativi militari e azione umanitaria sia ancora lontana da una soluzione. Con tutto ciò che di grave e drammatico ciò comporta.

La foto è di Romano Martinis: vista (con carro armato) su kabul

sabato 16 agosto 2008

LA GUERRA E LA CITTA'



Anche le tre operatrici umanitarie uccise l'altro ieri a Logar (i talebani hanno però smentito di avere gli umanitari nel mirino) hanno pagato l'aumento esponenziale della violenza che in Afghanistan non risparmia nessuno: i civili soprattutto. Sotto i colpi di mortaio dei talebani o per essersi trovati a tiro di qualche kamikaze che mirava a obiettivi militari, i non combattenti uccisi aumentano giorno dopo giorno. E anche gli “errori” della coalizione militare occidentale fanno la loro parte. Solo negli ultimi giorni gli “effetti collaterali” dei bombardamenti hanno fatto una ventina di vittime costringendo le autorità afgane ad aprire un'inchiesta. Almeno 400 civili sono stati uccisi dalla guerra, nelle sue forme più diverse, dall'inizio dell'anno e sarebbero oltre una ventina gli operatori umanitari finiti nel mirino della guerriglia islamica. Una situazione che continua a peggiorare.
Le notizie che arrivano dalla capitale sono inquietanti: i talebani sono da sempre alla periferia di Kabul e ogni tanto si fanno sentire con qualche colpo di mortaio, missili lanciati dalle alture per dire: siamo qui. Ma adesso hanno aumentato la pressione e non solo con gli uomini bomba o le auto imbottite di esplosivo. L'obiettivo è di solito militare: caserme, convogli, ministeri. Ma a pagare sono sempre i civili. Presi in mezzo. E purtroppo presi in mezzo tra due fuochi. In una situazione in cui diventa sempre più difficile capire qual'è e, soprattutto se esiste, il “fuoco amico”.
Alla periferia Ovest di Kabul, la strada corre in un corridoio che, a destra, vede sorgere nuovi quartieri residenziali. Ma sul lato sinistro la nuova urbanizzazione della capitale parla un altro linguaggio. C'è un accampamento di tende lacere sprofondato in un terreno sabbioso e dove qualche rigagnolo d'acqua forma subito un acquitrino. E' una città di stracci dove l'insegna dell'Unhcr, l'agenzia dell'Onu che si occupa degli sfollati, sembra l'unico segno di interesse del mondo verso questi diseredati. Quanti saranno? cento, duecento, mille? Difficile dirlo.
Mentre siamo fermi sul ciglio della strada a rubare con la macchina fotografica qualche immagine in questo deserto dell'anima, un'anziana ci viene incontro. Non ce l'ha il burqa questa signora. Ha un corpo smagrito e rinsecchito avvolto da stracci neri drappeggiati dignitosamente come un vestito. Un filo di henné le tinge ancora parte dei capelli candidi. Tende la mano in un gesto che non è comune in questo popolo fiero. L'amico afgano che è con noi si fa interprete di una rabbia che è ormai solo disperazione. Al posto della gamba questa anziana signora della provincia dell'Helmand ha una protesi. No anzi, a guardar bene è solo un pezzo di legno in cui è stato infilato un perno che morde una specie di scarpetta formata da strati di cuoio e copertoni. Si appoggia a una stampella. E' finita sotto un bombardamento la signora. Ma non sa di chi erano quelle bombe. Se della Nato o della coalizione a guida americana, quel che resta di Enduring Freedom e che continua a generare una pericolosa confusione in cui ormai i distinguo si assottigliano.
Qualche mese fa un sondaggio della Bbc dava al oltre il 50% il consenso degli afgani nei confronti della presenza occidentale. Una percentuale che era assai più elevata sei anni fa e che ogni anno si assottiglia. Difficile pensare che gli afgani preferiscano tornare sotto i diktat di mullah Omar, anche perché i talebani non si fanno scrupolo di uccidere i civili nelle loro azioni militari. Ma anche noi stiamo facendo altrettanto con lo svantaggio di essere stranieri. E non ci sono segnali di un cambio di strategia.
Da una delle alte montagne che dominano la capitale osserviamo la città mentre scende il tramonto. C'è qualcosa che strega in questa metropoli centroasiatica fatta di casupole abbarbicate alla montagna dove la furia di sopravvivere ha trasformato uomini e donne in muratori clandestini che erigono le loro casette dove possono, come se il colore dei mattoni, lo stesso della montagna, potesse in qualche modo porli al riparo. Balconi che pencolano su un abisso dove decine di ruspe completano nuovi scintillanti edifici in una febbre speculativa che la guerra, anziché fermare, alimenta. Vanno di moda questi edifici di vetrocemento e questi scintillanti manufatti di vetro luccicante che vengono appiccicati sulle costruzioni tradizionali e che regalano l'illusione della modernità. Anche il tessuto sociale di Kabul sta cambiando. Specchietti colorati per nascondere il dramma.
Il narcotraffico, il vero balzo in avanti dell'economia locale, crea nuova ricchezza e nuovi soggetti che mischiano una perversa modernità assemblata con occhiali a specchio e abiti di taglio occidentale a quel che resta di un Afghanistan tradizionale che sembra smarrire la sua identità. Del narcotraffico si sanno solo i numeri della produzione (8mila tonnellate prodotte nel 2007) e il fatto che, in tangenti sulla protezione, i soli talebani si sarebbero guadagnati una stecca da cento milioni di euro. Un affare che forse sta modificando una guerra combattuta in nome di una fede che il denaro dell'oppio, amaro come il sapore del frutto del papavero, probabilmente annacqua. Ma in queste periferie ammucchiate dove si accalca, senz'acqua e senza servizi, la popolazione di una città che in venticinque anni ha quintuplicato le sue presenze arrivando a quattro milioni di abitanti, come lavora il tarlo del narcotraffico? Che speranze promette a una gioventù senza futuro che, se sfugge al reclutamento talebano (comunque interessante visto che paga anche dieci volte più che il salario dell'esercito) non sa come impiegare sangue, braccia e cervello? La città in realtà offre abbastanza: lavoro nei cantieri, nei servizi, nelle mille attività legate all'edilizia e alla ricostruzione. Ma non ce n'è per tutti. Come per i contadini nei campi, per i giovani kabulini l'oppio o l'eroina devono essere una bella attrattiva. Non tanto per il consumo (comunque alto: un milione di tossicomani in Afghanistan tra cui 60mila bambini sotto i quindici anni) quanto perché, in assenza della pace, è una bella assicurazione per il futuro.
Quanto alla produzione, il 70% dell'oppio afgano viene dalle province di Kandahar ed Helmand. Le stesse da cui è scappata, sotto le bombe, la nostra signora del campo di sfollati. E' un binomio esplosivo. Una guerra nascosta dentro la guerra guerreggiata. Fa anche lei, in un modo o nell'altro, le sue vittime civili.

giovedì 14 agosto 2008

AFGHANISTAN, I NODI AL PETTINE E IL RUOLO DELL'ITALIA



Il mantenimento della sicurezza a Kabul, finora compito della Nato, passerà il 28 agosto sotto il controllo delle forze afgane. Recitano così i comunicati che rendono ufficiale la notizia che circola da tempo. I nostri soldati, che fino alla fine del mese hanno il compito di proteggere la capitale, passeranno la mano e si trasferiranno ad Herat.
E' l' “afganizzazione” promessa all'ultimo vertice Nato di Bucarest in cui l'Alleanza, nel vuoto di strategia politica che sembra aver colpito europei e americani, ha tirato fuori il suo coniglio dal cilindro. Ma sono in tanti a chiedersi se basterà, se oltre al simbolico passaggio di consegne, c'è qualche nuova idea o non piuttosto, come si mormora nei corridoi delle cancellerie, un modo raffinato per sfilarsi da un conflitto diventato ormai una palude. Il nodo delle vittime civili, la doppia missione Isaf e a guida americana, l'impasse in una ricostruzione che non produce ricchezza e lo scoglio di un governo fragile come il suo presidente a cui tutti stanno facendo la posta, sono solo alcuni dei nodi da sciogliere.
In questa palude si trova anche l'Italia che, in termini numerici, rappresenta la terza forza militare dopo americani, britannici e tedeschi. Ma non ci sono solo i numeri. L'Italia ha anche il peso, l'onere o l'onore, di avere ottenuto in questi mesi una serie di riconoscimenti politici che hanno piazzato i nostri diplomatici e militari in posizioni di tutto rispetto. E quindi di maggior responsabilità. L'ultimo avvicendamento è di ieri: il colonnello dei carabinieri Umberto Rocca è il nuovo vicecomandante della missione di polizia europea (EuPol). Subentra al tenente colonnello Nicola Mangialavori, giunto a fine mandato e si tratta dunque di un avvicendamento nelle cose . Ma l'Eupol (è guidata dal generale tedesco Juergen Scholz) è anche una delle maggiori scommesse della Ue. Su cui però si è impegnata troppo poco (120 uomini che dovrebbero però aumentare a 400). La sua scommessa è preparare una polizia moderna (e consapevole), un modo intelligente di dare agli afgani il loro paese. Potrebbe fare molto di più (nella foto, poliuziotti afgani).
Non è invece normale avvicendamento la nomina di Ettore Sequi, già ambasciatore a Kabul (a metà settembre rileverà la sede il nuovo capo missione Claudio Glaentzer) che è da luglio il nuovo rappresentante speciale della Ue in Afghanistan. La nomina è stata in forse molti mesi (si diceva che vi concorresse la Germania) e segue alla fine dell'incarico del catalano Francesc Vendrel che, prima di andarsene, aveva rilanciato la controversa idea che coi talebani ormai, in un modo o nell'altro, si deve trattare. Ma non c'è solo Sequi: in maggio a un altro diplomatico italiano, Fernando Gentilini, è stato attribuito l'incarico di 'Senior Civilian Representative' della Nato in Afghanistan. Ruolo delicato perché può persino diventare un boomerang proprio nel momento in cui il problema delle vittime civili sta diventando il nodo principale.
Eppure, nonostante le difficoltà, proprio la nostra presenza in posti così rappresentativi (con il responsabile di Unama, Kai Eide, si tratta dei tre ruoli di responsabili civili più importanti a Kabul) potrebbe essere un formidabile atout in un momento in cui la sola opzione militare e la speranza di superare il conflitto usando soltanto le armi appare evidentemente col fiato corto. Saprà l'Italia raccogliere questa opportunità saldando all'azione diplomatica le richieste che provengono dalla società civile italiana, europea e, per quanto con voce flebile, da quella afgana? Sono pressioni che chiedono una svolta politica e una nuova visione della nostra strategia – e di quella europea – in Afghanistan. Per ora non ci sono segnali incoraggianti. E la finestra delle opportunità sembra si stia rapidamente per chiudere.

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mercoledì 13 agosto 2008

MUSHARRAF VERSO L'IMPEACHMENT




La mozione di impeachment contro il presidente pachistano Pervez Musharraf sarà presentata in parlamento la prossima settimana. Lo ha annunciato ieri il ministro dell'Informazione Sherry Rehman, spiegando che la coalizione di governo è tranquilla: può contare su una maggioranza di due terzi, più che sufficiente per ottenere la messa in stato d'accusa del presidente. La notizia corona una giornata densa di avvenimenti politici e di una nuova ventata terroristica che ha ucciso almeno 13 persone dopo settimane in cui gli attentati erano stati oscurati dalle battaglie in corso tra esercito e paktalebani nella riottosa provincia del NordOvest da cui, tra l'altro, si è avuta conferma della morte di Abu Said al Masri, ritenuto un membro della cupola di Al Qaeda.
Ma la Provincia della Frontiera del Nord Ovest (Nwfp) ha giocato ieri anche la sua partita più propriamente politica sfiduciando, come già aveva fatto l'Assemblea provinciale del Punjab, il presidente. Le altre due province, il Sindh e il Belucistan, si esprimeranno nei prossimi giorni a ridosso della mozione di impeachment che sarà presentata a breve in parlamento. Nella Nwfp la sfiducia ha ottenuto il consenso di 107 membri su 124 (13 gli astenuti) e con un voto molto significativo: quello di Aftab Sherpao, ex ministro degli Interni con Musharraf, che ha deciso di appoggiare le accuse rivolte al presidente (ex membro del Partito del popolo pachistano dei Bhutto fino al 2002, era a capo di una fazione che aveva appoggiato Musharraf nella legislatura precedente).
La vera domanda che tutti si fanno in queste ore è cosa farà adesso l'esercito e il suo potente capo, il generale Ashfaq Pervez Kiyani, nominato da Musharraf nel novembre dell'anno scorso 14mo capo delle forze armate del Pakistan, un esercito che conta 600mila uomini e possiede l'arma atomica. E cosa farà l'Isi, il potente servizio segreto nazionale che, inutilmente, il premier Gilani ha tentato nei mesi scorsi di portare sotto l'ala del ministero degli Interni, cioè sotto il diretto controllo del governo....

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martedì 12 agosto 2008

LA STRAGE QUOTIDIANA DI VITTIME CIVILI



Il bollettino di ordinaria guerra guerreggiata in Afghanistan sta ormai entrando nella classica routine della quotidianità. Un soldato lettone è rimasto ucciso e altri tre suoi connazionali sono stati feriti nell'esplosione di un ordigno a Maiman, nel Nord del paese mentre un kamikaze si è fatto saltare in aria nel pomeriggio di eri nella parte orientale di Kabul, lanciandosi contro un gruppo di soldati della Nato e ferendone diversi. Brutti segnali di un'espansione della guerra a Nord, ai margini e dentro la capitale. Ma non sono queste le notizie peggiori della giornata di ieri e dei giorni precedenti: nel dare la caccia ai talebani le forze multinazionali hanno ucciso, tra sabato scorso e lunedì, oltre una ventina di civili. Spingendo le autorità afgane ad aprire un'inchiesta. Il sintomo che la sensibilità sulla moria di civili sta diventando uno dei nodi maggiori nel conflitto che infiamma il paese dell'Asia centrale.
Le notizie di ieri raccontavano di almeno otto civili uccisi nell'Afghanistan centrale in un bombardamento aereo condotto dalle forze della coalizione internazionale contro guerriglieri talebani. La zona è il distretto di Khas Urzugan della provincia di Urzgan, nel centro del Paese, dove un aereo, chiamato in soccorso delle truppe dell'Isaf-Nato che si trovavano in zona, ha bombardato un fabbricato. Secondo i militari dell'Alleanza l'areonautica non era a conoscenza della presenza di civili: "Insorti hanno usato edifici lungo la strada per operare diverse imboscate contro le truppe della coalizione prima di fuggire verso un villaggio vicino, dove hanno preso in ostaggio 11 civili, tra i quali vari bambini", recita il comunicato secondo cui i talebani avevano teso un'imboscata alle truppe della Nato che hanno di conseguenza richiesto appoggio aereo. Tre i civili sopravvissuti, venticinque i talebani uccisi. Uno a tre il rapporto tra civili e guerriglieri colpiti. Secondo il capo della polizia dell'Urzgan, Juma Gul, la responsabilità sarebbe comunque dei talebani che utilizzano i civili come ostaggi.
Un caso simile ma ancora coperto da mistero riguarda invece l'area di Tagab, nel distretto di Kapisa. L'inchiesta aperta dalle autorità afgane riguarderebbe le voci sulla morte di oltre una decina di civili e sul ferimento di altri 18 diffusesi domenica. Ma in questo caso non ci sono commenti ufficiali ne è chiara la dinamica dei fatti che si sono svolti sabato in un'area a una novantina di chilometri dalla capitale e che si trova a Est della grande base americana di Bagram. Non è chiaro se i morti si debbano alla coalizione a guida americana o alle forze della Nato o a un'operazione congiunta o se vi abbia partecipato anche l'esercito che fa capo a Karzai. Ma l'apertura dell'inchiesta e le scarse notizie a riguardo indicano quanto meno che la vicenda dei civili uccisi sta diventando il vero punto sensibile della guerra. Si cerca di farli apparire come ostaggi dei talebani o si evita di divulgare troppi chiarimenti. Ma è chiaro che l'uccisione dei civili sta diventando un'altra grossa falla nel consenso sempre più fragile che circonda il governo afgano e la presenza occidentale nel paese. Né sembra di cogliere un segnale di un cambio di strategia.
Secondo una ricostruzione della Reuters, sulla base di notizie raccolte da fonti ufficiali afgane e di agenzie umanitarie, sarebbero circa 400 i civili uccisi dall'inizio dell'anno dall'insieme delle forze che combattono i talebani.

Nella foto di Romano Martinis, aerei Nato in Afghanistan

OLIMPIADI, CI PROVA ANCHE L'INDIA


Eccolo lì il signor Abhinav Bindra, folta capigliatura nera e occhialetti su un fisico non particolarmente prestante, che alza la mano destra in segno di vittoria. La sua immagine campeggiava, e a buon diritto, sui giornali web indiani di ieri. Bindra ha conquistato il primo oro olimpico individuale dell'Unione indiana grazie alla alla carabina ad aria compressa dai dieci metri. Quattro anni fa ad Atene non era andato oltre il settimo posto ma adesso si porta al collo un oro olimpico che vale doppio. Forse di più. "Sono felice, è l'emozione più grande della mia vita. Ho cercato – ha detto - di concentrarmi sui tiri, ma non pensavo di scrivere una pagina di storia". La pagina di storia è quella delle Olimpiadi, sempre più un podio dove le nazioni vanno oltre l'agonismo sportivo per dimostrare che i muscoli vanno di pari passo con cervello, tecnologia, crescita economica e, insomma, status di grandi fra i grandi. Tutti a congratularsi: il presidente indiano Pratibha Patil, il ministro dello sport Gill e il presidente del Comitato olimpico indiano S. Kalmadi. Ha scritto Patil a Bindra che, d'ora in poi, lui sarà "un'icona per i nostri giovani : mi auguro che questa vittoria li avvicini maggiormente alla pratica degli sport olimpici"....

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domenica 10 agosto 2008

I MILLENARI SEGRETI DEL TEATRO DANZA DI BALI





Al centro dello spiazzo arde una lampada posta su un alto piedistallo e circondata da fiammelle. Il coro, che può essere formato anche da un centinaio di danzatori, si accosta lentamente in due mezzi cerchi antagonisti emettendo con forti suoni gutturali il kecak-ecak-ecak. E' il fraseggio di rito che, ritmando l'avvicinamento dei danzatori, sale di tono fino a trasformarsi in un fragore onomatopeico che avvolge lo spettatore e lo proietta nel mondo fantastico della lotta tra l'esercito delle scimmie comandato da Hanuman e l'armata dei demoni guidata dal principe Rawana...

Innamoramento occidentale

Questo spettacolo, forse il più noto della complessa architettura del teatro danzante balinese, proviene da una tradizione antichissima le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Ma forse pochi sanno che il kecak che vediamo oggi, in origine la più complessa danza sanghyang dedari, è in realtà una trasformazione introdotta nella prima metà del secolo scorso...dal cinema occidentale. La causa precisa dell'origine del kecak come rappresentazione autonoma si deve infatti alle necessità cinematografiche del regista tedesco Victor von Plessen che, negli anni Trenta, girò nel villaggio balinese di Bedulu “Die Insel der Damonen” (L'isola dei demoni), cui aveva collaborato come consulente artistico e “mediatore” culturale, Walter Spies, uno dei maggiori studiosi del teatro balinese. Spies era un artista tedesco di origini russe che, come accade anche oggi a chi visita l'arcipelago indonesiano, si era profondamente innamorato di questo vasto mondo insulare che conta 13mila isole. Nel 1923, durante la dominazione europea di quelle che una volta erano le Indie orientali della corona olandese, Spies andò a vivere a Giava ma poi, nel '27, Tjokorda Raka Sukawati, il principe balinese della “città degli artisti”, lo invitò a Ubud per un breve soggiorno che si trasformò in una scelta di vita e che vide Spies – che spaziava dalla pittura, alla danza, al teatro – rimanere a Bali sino alla sua morte nel 1942.
A Bali, Spies scoprì due cose: la prima era che l'sola aveva attratto una miriade di occidentali rimasti incantati dalla pubblicazione di un libro che nel '26 che aveva fatto il giro del mondo: Bali, popoli, terra, danze, feste e templi, del fotografo tedesco Gregor Krause. “La fama di Bali, terra paradisiaca - racconta Vito Di Bernardi nel suo documentato Giava-Bali, rito e spettacolo - incominciò a viaggiare per l'Europa e l'America”, contagiando con suggestioni di “bellezza tropicale, arte esotica, mistero e magia”, una folta schiera di scrittori, pittori, antropologi e semplici viaggiatori. Fu il caso del pittore messicano Miguel Covarrubias e di sua moglie Rose, appassionata fotografa, del musicista nordamericano Colin Mc Phee, della danzatrice e scultrice Claire Hot, dell'antropologa Jane Belo, della studiosa inglese Beryl de Zoete. Una colonia che finì con l'arricchirsi anche del bizzarro gentiluomo cremasco Leonardo Bonzi che su Bali girò, negli anni Cinquanta, un bellissimo documentario, “L'isola degli dei” (ora disperso in qualche teca della Rai), viaggiando in lungo e in largo l'arcipelago su un mercantile bughinese artigianalmente costruito a Makassar, nelle Sulawesi, e riadattato dal nobile lombardo come yacht da crociera e luogo di produzione cinematografica....

L'intero articolo è stato pubblicato daL mensile Geo in edicola

sabato 9 agosto 2008

SCRIVI OSSEZIA, LEGGI NATO



Oltre alle ragioni identitarie c'è, come sempre, altro. Ma la lezione di geopolitica sta intanto costando cara ai civili. Una breve scheda per riassumere il contenzioso e cosa c'è dietro.
La mappa è tratta da Ossetians: i confini osseti sono in rosso. Il verde segna la frontiera tra Georgia e Russia e tra Sud e Nord Ossezia


Va rintracciata nell'Unione sovietica, o meglio nella sua dissoluzione, la radice dei problemi che oggi attanagliano il territorio dell'Ossezia del Sud. E si chiama Nato l'ultimo contenzioso che oppone la Georgia (che vi vuole entrare) alla Russia (che vi si oppone) e che ha probabilmente finito per utilizzare l'Ossezia come pretesto per sciogliere un nodo che che continua a creare tensione tra Tbilisi a Mosca.
L'Ossezia del Sud, che come la sorella Ossezia del Nord (in territorio russo) è in buone relazioni con Mosca, è un piccolo territorio di 3.900 kmq con circa 70mila abitanti che si trova all'interno della Georgia. Agli inizi degli anni Novanta si proclamò indipendente da Tbilisi. Per oltre due terzi etnicamente e linguisticamente diversi dai georgiani, gli abitanti dell'Ossezia meridionale combattono in realtà da quasi vent'anni con i georgiani e nel 1992 le forze separatiste ossete, che avevano sconfitto i georgiani con l'aiuto russo, prepararono un referendum il cui risultato li schierava per l'indipendenza e la riunificazione con l'Ossezia del Nord (la continuità territoriale tra le due aree è divisa dalla frontiera russo-georgiana).
Il cessate il fuoco con i georgiani si trasforma in accordo per la presenza di una forza di interposizione di 500 uomini (russi, georgiani e nord osseti) per mantenere lo statu quo che viene però continuamente violato, anche se la situazione resta relativamente tranquille quando a Tbilisi comanda il presidente Eduard Shevardnadze (già ministro di Mosca ai tempi dell'Urss). Il conflitto riesplode quando le scelte politiche del paese si orientano decisamente in senso sempre più filoccidentali e gravi incidenti si verificano nuovamente nel 2004. A questo nuovo conflitto seguirà l'offerta del presidente georgiano Mikhail Saakashvili di un'ampia autonomia per la regione. Ma intanto le relazioni tra Mosca e Tbilisi si sono andate sempre più deteriorando e ogni questione aperta diventa un pretesto per accuse reciproche che finiscono a riflettersi sui nervi sempre tesi delle aree a vocazione separatista presenti in Georgia: l'Abkhazia, enclave ai confini occidentali, e appunto l'Ossezia del Sud.
I nodi sono venuti al pettine nell'ultima riunione della Nato a Bucarest in aprile. Georgia e Ucraina hanno registrato una battuta d'arresto nel loro processo di avvicinamento ma l'offensiva diplomatica di Tbilisi, che in Europa conta su diversi appoggi, ha molto irritato Mosca.

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venerdì 8 agosto 2008

POLITICA E SPORT A PECHINO 2008



Alla fine ci siamo. Le Olimpiadi più scrutinate della storia, quelle su cui si sono addensate nubi e polemiche rimbalzate, nell'era della globalizzazione, sui siti Internet più o meno oscurati di tutto il mondo, sono arrivate ai nastri di partenza. Città blindata e scrutata dagli occhi attenti di oltre centomila agenti anti terrorismo, migliaia di poliziotti, telecamere ed elicotteri, Pechino è però anche la sede di un'euforica attesa sportiva che è stata attraversata da avvenimenti che con lo sport hanno poco a che fare ma che per il capo della diplomazia europea Solana è la “celebrazione comune di amicizia e sportività".

Non si fermano però tensioni e polemiche: c'è un botta e risposta tra Bush e le autorità cinesi che respingono al mittente le “interferenze esterne”, la questione tibetana e delle libertà delle minoranze e ancora le minacce del terrorismo che si sono ieri affacciate dal web con un video attribuito al sedicente Partito islamico del Turkestan (che ha già rivendicato diversi attentati). Il video mostra immagini con il logo dei Giochi in fiamme e un'esplosione virtuale in uno dei siti olimpici di Pechino.

Vigilia densa insomma, e piena di spunti polemici e con il tema dei diritti umani che continua a essere ben presente. Al presidente cinese Hu Jintao (nella foto) è arrivato un appello perché "permetta una soluzione pacifica" della questione tibetana, protegga "le libertà di espressione, di religione e di opinione nel suo Paese incluso il Tibet", assicuri che i difensori dei diritti umani "non siano più intimiditi e imprigionati" e fermi la pena di morte. Le firme sono importanti: grossi calibri dello sport come Blanka Vlasic o Antonietta Di Martino, Dee Dee Trotter o Tero Pitkamaki.
Ma a Pechino forse brucia di più il messaggio di cui è latore Nicolas Sarkozy. Che, prima di imbarcarsi per la Rpc, ha inviato alle autorità cinesi, nella sua veste di presidente di turno dell'Unione Europea, una lista di detenuti politici e attivisti per i diritti umani. Sarkozy è stato scaltro e ha sapientemente bilanciato il suo viaggio a Pechino, da cui non poteva esimersi non solo per le buone relazioni tra Parigi e la Rpc, ma anche perché rappresenta l'Europa: ha infatti detto che non avrebbe incontrato adesso il Dalai Lama ma ha fatto però sapere che comunque lo vedrà entro la fine dell'anno. E intanto il leader spirituale dei tibetani sarà ricevuto il prossimo 13 agosto a Parigi dal senato francese.

I Giochi olimpici sono comunque al via. Telecineoperatori, giornalisti, turisti e curiosi, atleti e sponsor, politici e naturalmente attivisti che scaldano i muscoli nei rispettivi box. A Pechino e casa propria. “La situazione dei diritti umani in Cina sta peggiorando giorno per giorno”, sostiene in un appello Reporter senza frontiere mentre, secondo l'organizzazione Chinese Human Rights Defenders (Chrd), nel corso degli ultimi 12 mesi vi sono stati in Cina 428 casi di «arresti arbitrari». Migliaia di tibetani hanno manifestato ieri in India contro il pugno di ferro in Tibet e gli stessi attivisti, che l'altro ieri hanno innalzato striscioni filotibetani a Pechino per essere poi fermati dalla polizia, hanno minacciato nuove azioni (pacifiche).

Come che vadano queste Olimpiadi, una cosa è certa. Nonostante tutti gli sforzi per non “politicizzare” la manifestazione, le Olimpiadi di Pechino saranno ricordate forse soprattutto per la politica. Le sorprese del medagliere del resto devono ancora arrivare.

giovedì 7 agosto 2008

PAKISTAN, TUTTI CONTRO IL PRESIDENTE




La notizia, non solo era nell'aria, ma era data per definitiva proprio per questi giorni. Tanto che l'altro ieri si eran rincorse voci, poi smentite, che il presidente di ferro Pervez Musharraf, a Pechino per le Olimpiadi non sarebbe andato. Ma oggi il generale-presidente, che salito al potere nel 1999 con un golpe incruento si è levato la divisa solo nel novembre dell'anno scorso per poter essere rieletto a capo dello stato, ha dovuto smentire la smentita e ha pensato bene di restare a Islamabad. In mattinata i rumor si eran fatti attesa certa che nel pomeriggio il colpo tanto atteso sarebbe arrivato. E infatti i leader dei principali partiti, che hanno vinto le elezioni in febbraio opponendosi proprio a Musharraf, hanno annunciato quel che già avevano paventato in campagna elettorale: la messa in stato di impeachment del presidente, possibile in base all'articolo 47 della Costituzione e purché ci sia una maggioranza parlamentare dei due terzi....

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OLIMPIADI, TORNA DI SCENA LA QUESTIONE TIBETANA



A sinistra la foto, tratta dal sito dell'emittente Abc, della protesta di ieri mattina a Pechino

Sono le cinque e mezzo del mattino a Pechino quando quattro attivisti filotibetani (due britannici e due americani) guadagnano la piazza antistante il nuovo stadio a nido tutto lustrini per l'apertura dei Giochi olimpici. Si arrampicano, in due, su un alto palo della luce e vi appendono due striscioni con scritto, sia in inglese sia in cinese, “One World One Dream / Free Tibet” e “Tibet Will Be Free”, il sogno della libertà dell'identità tibetana.
Protesta silenziosa e di breve durata. I quattro sapevano che sarebbero stati arrestati ma hanno voluto correre il rischio. In tutto dieci minuti. Mentre uno dei due aderenti al movimento Students for a Free Tibet, che si dichiara “Ian di Edinburgo”, parla al telefono con l'emittente Abc spiegando che gli attivisti sono entrati in Cina con visto turistico, arriva la polizia. Il fermo avviene senza incidenti e gli striscioni vengono rimossi. Poco dopo un portavoce del Comitato organizzatore spiega che la Cina ha le sue regole. Che in questi giorni seguono ovunque un diktat: “non politicizzare i Giochi”. Una speranza che si sta dimostrando vana.
Il clima a Pechino è quello di un coprifuoco che non si manifesta come tale ma che si dovrebbe nutrire per tutta la durata delle Olimpiadi di circa 100mila agenti anti terrorismo, mentre la polizia già occupa i punti strategici, gli angoli delle strade, i tetti degli edifici. E i passeggeri di metrò o i visitatori degli edifici “sensibili” vengono minuziosamente perquisiti. Incombe il Tibet ma, ancor di più, qualche possibile nuova sorpresa uigura dopo lo smacco di tre giorni fa quando due attentatori, stando alla versione ufficiale, hanno ucciso in un solo colpo 16 poliziotti e ne hanno mandati altrettanti all'ospedale di Kashgar, nello Xinjiang.
Intanto a Pechino è arrivata la torcia olimpica. La fiaccola, portata nel centro della capitale dal campione di basket Yao Ming, ha viaggiato per 140mila chilometri e attraversato il pianeta da quando, il 24 marzo scorso, partì da Olimpia, la città greca che è un po' la madre di tutte le Olimpiadi: come i lettori ricorderanno, fu una partenza “funestata” dalla prima evidente protesta mediatica dopo i fatti di Lhasa di qualche settimana prima. Alcuni attivisti di Reporter senza frontiere apparvero alle spalle degli organizzatori sventolando una bandiera con i cerchi olimpici sotto forma di manette, logo diventato l'emblema della politicizzazione dei Giochi. Ma in seguito, dopo la dura repressione dei moti tibetani e il pungo di ferro anche con i manifestanti in India, Nepal e nelle città europee, la vicenda tibetana si era un po' assopita. Anche i colloqui tra le autorità di Pechino e gli emissari del Dalai lama non hanno portato a molto. Il gesto degli attivisti di ieri mattina ha rilanciato la polemica.
In Asia in realtà la cosa è andata avanti nonostante le notizie dal continente sulle proteste filotibetane non siano più state ritenute degne dei riflettori della cronaca. In India soprattutto, dove per oggi la Tibetan Youth Congress ha organizzato una nuova manifestazione di protesta. Da Dharamsala fanno sapere che Lhasa sarebbe sotto una sorta di stato d'assedio con un massiccio controllo poliziesco e che anche in India le forze di sicurezza non scherzano. Fonti locali fanno sapere che il poeta e attivista tibetano Tenzin Tsundue è stato arrestato qualche giorno fa mentre cercava di raggiungere una settantina di tibetani diretti verso il confine sino-indiano. Decine di marciatori sarebbero stati arrestati e detenuti nelle località di Manali e Bhuntar. Tra di loro anche lama Shingza Rinpoche, originario dell'Amdo, e considerato uno dei principali maestri spirituali della diaspora. Tutti gli arrestati avrebbero iniziato uno sciopero della fame e della sete mentre a Delhi si sono aggravate le condizioni di salute dei sei militanti della Tibetan Youth Congress che sono in sciopero della fame dalla fine luglio. Ma sempre da Dharamsala il Dali Lama getta acqua sul fuoco: “Vorrei porgere i miei auguri alla Cina, agli organizzatori ed agli atleti. Rivolgo le mie preghiere per il successo dell'evento”.

martedì 5 agosto 2008

I GIOCHI E LA MINACCIA UIGURA



La polizia cinese non ci ha messo molto ad identificare i due sospetti responsabili dell'attentato avvenuto ieri mattina a Kashgar (Kashi, in cinese; a dx un'immagine di un mausoleo fuori città), nella regione occidentale della provincia dello Xinjiang e costato la vita a 16 poliziotti. Altrettanti i feriti. Una strage in piena regola a soli quattro giorni dalla data dell'8 agosto, apertura ufficiale delle Olimpiadi di Pechino. Si tratta di due uiguri, la comunità autoctona della provincia: età 28 e 33 anni. Sarebbero stati arrestati subito dopo l'attacco. Si trovavano a bordo dell'autocarro che ha investito un gruppo di una settantina di agenti che faceva jogging a un centinaio di metri dal commissariato di polizia: esercizio fisico di routine quotidiano, dicono le cronache. La reazione delle forze di sicurezza è stata rapida ma l'avvenimento, senza precedenti, resta un colpo fortissimo per Pechino a un pugno di giorni dall'apertura dell'evento dell'anno in calendario venerdì.
L'attentato, attribuito ai separatisti del "Movimento islamico del Turkestan orientale" (Etim), è stato ricostruito dalla polizia locale come un piano messo in essere da due sole persone: i due attentatori erano a bordo di un camion dal quale hanno lanciato granate contro gli agenti per poi attaccarli all'arma bianca con dei coltelli. Quattordici agenti sono morti sul posto, due mentre gli altri venivano trasportati in ospedale. L'attacco è avvenuto in una zona centrale di Kashgar, una città considerata tra le roccaforti di un movimento separatista con molte declinazioni, più o meno radicali, e che si trova a pochi chilometri dalla frontiera col Tajikistan. Erano le otto del mattino e appare onestamente eclatante che due sole persone abbiano potuto, pur con bombe alla mano e forti dell'elemento sorpresa (avrebbero usato un camion dell'immondizia), colpire così a colpo sicuro uccidendo un tale elevato numero di uomini in divisa (non c'è notizia di vittime civili). Per i cinesi, per i quali gli uiguri sono la nuova ossessione dopo i tibetani, lo smacco è fortissimo.
Il Comitato olimpico getta acqua sul fuoco: "Siamo sicuri che le autorità cinesi faranno il possibile per garantire la sicurezza di tutti coloro che parteciperanno ai Giochi", dice Giselle Davies, portavoce del Cio, che fa così capire di non temere rischi per le Olimpiadi anche dopo l'attentato che ha sconvolto lo Xinjiang. Ma dopo aver espresso il suo "cordoglio alle famiglie delle vittime" la Davies non ha voluto rilasciare altri commenti sulla strage. Che resta invece una notizia preoccupante. La domanda vera infatti è cosa succederà nei prossimi giorni e se dunque bisognerà tenere o meno in considerazione le molte minacce fatte dalla galassia radicale uigura. Nei giorni scorsi Pechino aveva smentito le imprese di un sedicente Partito del Turkestan orientale sostenendo che millantava credito. Ma alcune bombe sugli autobus, pur con diverse vittime civili, non sono 16 poliziotti uccisi in un colpo solo: target militare e azione di guerra in piena regola.
Pechino aveva dato anche grande risonanza ad arresti di separatisti e ad azioni che avrebbero disinnescato ordigni e attentati. Ma la vicenda di ieri compromette l'immagine di un'efficienza che nella capitale è comunque facilmente percepibile. Le misure di sicurezza sono sotto gli occhi di tutti. Ma benché la strage sia avvenuta a 2500 chilometri da Pechino, per i garanti dell'ordine, l'attentato di ieri resta una pessima notizia e turba un clima la cui serenità è sempre molto a rischio. Inoltre lo stesso dipartimento per sicurezza pubblica regionale dello Xinjiang aveva in mano informazioni di intelligence secondo cui l'Etim aveva pianificato attentati terroristici da compiere tra il primo e l'8 agosto, giorno di apertura dei Giochi. Si saranno esauriti con quello di ieri?
Di fronte alla strage dei poliziotti è passata logicamente in secondo piano la manifestazione che un gruppo di famiglie di sfrattati da un quartiere centrale di Pechino, rinnovato in vista delle Olimpiadi, ha denunciato ieri alla stampa estera con una rischiosa manifestazione di piazza ancorché con numeri ridotti: gli ex residenti di Qianmen Dajie, la zona trasformata in una via commerciale che sarà inaugurata ufficialmente alla vigilia dei Giochi, hanno dimostrato per circa mezz'ora davanti ai media stranieri: «La felicità delle Olimpiadi – ha detto uno di loro - è stata costruita sul nostro dolore». Poi sono stati bloccati dalla polizia che, una volta sul posto, ha sciolto l'assembramento.

lunedì 4 agosto 2008

KABUL, PIU' SIMILE A BOGOTA' CHE A BAGDAD



Kabul - Ray-Ban a specchio e colletto esagerato sulla camicia candida, bianca, come la "Corolla" con i sedili pavimentati da una finta pelliccia. Pantaloni a zampa di elefante e scarpe lucide a punta. Un paio di cellulari. Lo sguardo da venticinquenne scafato. Non fosse per tutto questo svolazzare intorno di salwar kamiz, volteggiar di turbanti e lunghe barbe a incorniciare tratti indoeuropei anziché i volti indigeni dell'altopiano, sembrerebbe di essere nella zona Rosa di Bogotà, calle 82, o al barrio La Perseverancia dietro alla Plaza de Toros, dove i ragazzi di vita colombiani vivono la loro stagione da pandilla di quartiere o il loro prossimo futuro da killer professionisti. Ma qui siamo a Kabul, a Jodi Maiwand, al Parco di Shar-e Naw o nei dintorni della grande moschea, a ridosso del municipio della capitale, che i sauditi hanno voluto costruire e che è ormai giunta alle battute finali. E se i grandi centri commerciali, sorti come funghi in questi sei anni di guerra, assomigliano assai di più ai loro confratelli edilizi di Abu Dhabi che non al Centro comercial Calle Real della Candelaria, l'odore del narcodollaro qui, come a Bogotà, sembra trasudare tra questi almacen che vendono Rolex d'oro e telefonini di ultima generazione con la sola differenza che a Kabul si chiamano ancora bazar....

Leggi tutto il reportage sul il Diario quindicinale in edicola in agosto o su Lettera22

sabato 2 agosto 2008

LA CINA TOGLIE LA CENSURA SUL WEB, MA CON JUICIO

“Abbiamo accolto con favore la notizia che il sito di Amnesty sia accessibile dal Centro stampa olimpico e probabilmente da altri computer a Pechino. Tuttavia, bloccare e sbloccare arbitrariamente determinati siti non basta a soddisfare l'obbligo di rispettare gli standard internazionali in materia di libertà d'espressione e d'informazione”. Così Roseanne Rife, vicedirettrice del Programma Asia/Pacifico di Amnesty International dopo che la buona novella si affaccia nei notiziari: Pechino ha deciso di rimuovere la censura imposta ad alcuni siti Internet e così sono tornati accessibili, quantomeno dal centro stampa dedicato agli inviati stranieri, i website di Bbc, Wikipedia, Human Rights Watch o dell'emittente americana Radio Free Asia e, appunto di Amnesty. Inoltre, il Comitato organizzatore dei Giochi ha garantito facilitazioni per l'accesso al web giudicato troppo lento.
Ma fuori del media centre restano comunque sbarrati molti siti “sensibili”, anche se le testimonianze da Pechino dicono che alcuni dei website sarebbero parzialmente accessibili anche da altre parti della capitale. Politica della macchia di leopardo dunque, che non promette che una timida apertura con limitazioni parziali e sempre suscettibili di novità censorie. E non dev'essere un caso che, mentre Pechino da una parte apre, dall'altra inviti a non strumentalizzare politicamente le date olimpiche. Scende in campo direttamente il presidente Hu Jintao che, in una delle sue rare conferenze stampa, ribadisce che politicizzare l'evento può solo minarne la portata. Accompagna le sue raccomandazioni con un invito al dialogo e fa dunque specie che uno dei siti ancora sotto oscuramente sia proprio....www.thechinadebate.org, un forum creato da Amnesty per promuovere il dibattito sulla situazione dei diritti umani in Cina.
Insomma nella Cina preolimpiadi il nervosismo è patente. Aumentato anche dall'arrivo di una cattiva notizia pur se fortunatamente senza danni collaterali: un terremoto di magnitudo 6.1 della scala Richter è stato registrato nella provincia cinese del Sichuan, alle 4.32 di ieri mattina ora locale. Una scossa di assestamento con epicentro nell'area compresa tra le contee Pingwu e Beichuan e la città di Mianyang City. Un leggero movimento tellurico è stato registrato anche nel Chengdu, dicono i sismologi cinesi. Assestamenti che risvegliano comunque la paura innescata dal recente sisma che ha colpito duro la Repubblica popolare e il cui ricordo è tra l'altro appena legato ai guai (un anno di “rieducazione”) passati dall'insegnante di una scuola media di Guanghan che aveva messo in rete immagini scattate dopo il sisma di maggio.
Quanto al web restano off limits le pagine del Falun Gong che il governo di Pechino considera una minaccia per la sicurezza nazionale. Decisione che a molti non è piaciuta. E del resto i critici non smettono di parlare. Tra i tanti Daniel Cohn-Bendit, l'ex leader del maggio francese, ha lanciato un nuovo appello ai leader occidentali affinché boicottino la cerimonia di apertura dei Giochi. “Andare all'apertura dei Giochi olimpici è un errore e sarebbe stato importante dare un segnale politico forte, tanto più che i cinesi non hanno rispettato nessuno degli impegni assunti quando si decise che i Giochi olimpici si sarebbero svolti a Pechino”. Tra si e no, vado non vado e prove di mini democrazia via rete, l'appuntamento dell'8 agosto si dimostra comunque interessante. E, politicizzati o meno, i Giochi in Cina resteranno un buon precedente per scrutinare chi li ospita. Dimostrando che lo sport non può comunque nascondere le verità che non piacciono ai governi.

venerdì 1 agosto 2008

ALDO BIANZINO, UNA SCHEGGIA DI LUCE SU UNA MORTE CON TROPPE OMBRE



Come morì Aldo Bianzino, l'ebanista di Pietralunga entrato in perfetto stato di salute in carcere il 12 ottobre dell'anno scorso e uscito senza vita dalla casa circondariale di Perugia due giorni dopo? La domanda, cui la richiesta di archiviazione del Pm Giuseppe Pietrazzini, sembrava aver dato una risposta definitiva con la richiesta di archiviazione, rimbalza adesso nuovamente su una vicenda sin dall'inizio apparsa oscura e piena di misteri. Il Gip Massimo Ricciarelli, cui diverso tempo fa' i famigliari presentarono opposizione in sede civile, ha deciso di accogliere adesso anche l'opposizione alla richiesta di archiviazione presentata in luglio dall'avvocato dei genitori di Aldo – Giuseppe e Maura – e di Roberta Radici, la compagna di Bianzino con lui arrestata e poi rilasciata senza che nemmeno le fosse stato detto, se non all'uscita dal carcere, che Aldo era morto.
Si deve alla caparbietà dei famigliari dunque se il caso non si chiude in uno scaffale degli uffici giudiziari perugini e se le eccezioni sollevate dal legale, l'avvocato Massimo Zaganelli, ricostruiscono un percorso di dubbi e interrogativi non ancora sciolti che il magistrato ha evidentemente considerato validi, quantomeno a non far diventare la storia di Aldo un semplice faldone di carte polverose. La ricostruzione della parte civile mette in fila tutte le contraddizioni di quelle terribili ore a cominciare dalla mattina di domenica 14 ottobre quando Aldo è rinvenuto, inanimato, sulla branda superiore del suo letto. I suoi indumenti si trovano, ordinati, su quella inferiore. La finestra della cella è aperta seppure sia ottobre inoltrato e Aldo indossi solo una maglietta a maniche corte. Per il resto è nudo. Il corpo viene prelevato dagli agenti, trasportato subito fuori della cella e deposto sul pavimento del corridoio dell’infermeria, sita a pochi metri. Viene innalzato un lenzuolo così che gli altri detenuti nulla possono vedere....

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