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giovedì 25 settembre 2008

RISCHI COREANI E DEBOLEZZE AMERICANE



La provocazione è un ingrediente chiave della politica estera nordcoreana. E la prassi del “rischio calcolato”, come noi occidentali l'abbiamo chiamata, è una teoria politica portata avanti con fermezza da Pyongyang. In questo quadro ormai arcinoto sembra rientrare l'ennesima crisi che, come sempre, finisce ad opporre il regno eremita all'impero americano.
Come annunciato i nordcoreani hanno disposto la rimozione dei sigilli nell'impianto di trattamento del plutonio di Yongbyon. All'Agenzia per l'energia atomica di Vienna il dossier nordcoreano è caldo e l'Aiea ha informato che i coreani intendono introdurre materiali nucleari e far ripartire l'impianto in una settimana. La Casa Bianca chiede che Pyongyang faccia “marcia indietro” e si adegui agli obblighi dell' “accordo a Sei”, il tavolo diplomatico in cui sono rappresentati, oltre ai due contendenti, i coreani del Sud, il Giappone, la Russia e la Cina, ospite del negoziato e vero mediatore della situazione. Condoleezza Rice ha gettato acqua sul fuoco: “il negoziato va avanti”.
Alcuni osservatori sostengono che i coreani alzano il tiro approfittando della debolezza congenita alla fine di un mandato presidenziale. Sanno che il raffreddamento della crisi nordcoreana fu una delle poche vittorie della diplomazia americana ma anche il frutto di una battaglia interna, che non pare ancora sopita, tra modi diversi di intendere il rapporto, più che con gli alleati, con gli avversari. La crisi coreana è stato un paradigma per leggere la querelle interna all'Amministrazione che si rifletteva poi sulla scelta dei negoziatori che alla fine hanno però sempre dato maggior ascolto al Dipartimento di Stato (le colombe) che non alla Difesa o alla vicepresidenza (i falchi) . Il presidente è sempre rimasto in mezzo, vagamente indeciso tra l'asse del male e la realpolitik. Se ce ne siamo accorti noi figurarsi a Pyongyang. Il prossimo presidente dovrà essere l'espressione di una voce sola. Solo così potrà disinnescare la mina vagante del rischio calcolato.

lunedì 22 settembre 2008

MARRIOTT, IL GIORNO DOPO




Se l'obiettivo dei jihadisti, che sabato scorso hanno attaccato il Marriott di Islamabad, fossero stati gli occidentali, il loro bottino sarebbe davvero magro. Nonostante infatti vi fosse, come spesso accade negli alberghi internazionali, un ricevimento con diplomatici e funzionari di vari paesi, tra le oltre cinquanta vittime dell'attentato – l'ultimo bilancio è di 53 morti e più di 260 feriti - figurano pochi stranieri: l'ambasciatore della Cechia, Ivo Zdarek, e due americani oltre a un diplomatico danese ancora tra i dispersi, per citare solo gli occidentali (tra le vittime anche un vietnamita e ospiti afgani). A molti altri è andata bene in un punto di ritrovo dove spesso si incontrano anche giornalisti e uomini d'affari. Ma l'obiettivo non erano probabilmente loro. Come già si era ipotizzato sabato, nel mirino c'era forse l'intera élite pachistana: il presidente Zardari e il primo ministro Gilani, entrambi del Partito popolare fondato dalla dinastia Bhutto, e forse anche il capo dell'esercito, generale Kiyani. Il premier è così sicuro che l'attentato fosse contro di lui che lo ha detto ieri in una conversazione con la stampa all'aeroporto di Lahore. Secondo quanto riferito dal primo ministro, e riportato dalla televisione pachistana, i terroristi avevano individuato come obiettivo la sua residenza, che però era stata messa in allerta e sotto massima sorveglianza. Gilani, del resto, non è nuovo agli attentati: uscì illeso da un agguato il 3 settembre scorso alla periferia di Islamabad, quando alcuni sconosciuti aprirono il fuoco contro la sua auto blindata e il convoglio della scorta. Ma lui, semplicemente, non c'era....

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La mappa è tratta dal sito di Bbconline

domenica 21 settembre 2008

STRAGE ALL'ALBERGO



Il bilancio è ancora incerto ma è destinato a salire. Nel cuore della capitale del Pakistan, in uno degli alberghi più noti alla comunità internazionale, meta di uomini politici, diplomatici e giornalisti, un kamikaze è riuscito a fare strage. Decine i morti e oltre cento i feriti anche se il camion-bomba, non riuscendo a superare la barriera protettiva del "Marriott", una nota catena che ha molti prestigiosi hotel in Pakistan, ha fatto meno danni di quanti avrebbe potuto farne il suo carico di tritolo....

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sabato 20 settembre 2008

BIRMANIA/ONU, QUALCOSA SI MUOVE




Una protesta spazzata sotto il tappeto. Una nazione stretta nella morsa di un regime liberticida. Una Costituzione fatta approvare con la forza che regala definitivamente il paese ai militari. Una mediazione internazionale che arranca. Una persecuzione degli oppositori costante e silenziosa. Troppo.
Troppo soprattutto per chi, da 18 anni, aspetta che il mondo gli riconosca il ruolo che le ultime elezioni democratiche del paese, nel 1990, gli attribuirono con voto popolare. Il paese è la Birmania. Chi aspetta, oltre ai suoi abitanti, sono i deputati di un parlamento che non ha mai funzionato. Che ora dicono basta.
Così l'unione dei parlamentari birmani in esilio ha chiesto a Ban Ki-moon che l'Onu ritiri le credenziali alla giunta birmana che, a loro dire, rappresenta illegittimamente a Palazzo di Vetro il popolo del paese che i generali hanno ribattezzato Myanmar. In una parola che l'Onu tolga il seggio ai militari e lo restituisca ai parlamentari eletti. La data scelta è simbolica: tra una settimana sarà un anno da che monaci e cittadini birmani impressero alle statiche vicende di quel lontano paese una svolta politica decisa. Che finì schiacciata in una dura repressione il cui bilancio – vittime, scomparsi, arrestati – non è mai stato reso noto. La giunta militare ebbe partita vinta e la mediazione dell'Onu, affidata al nigeriano Ibrahim Gambari, non riuscì a produrre nemmeno la liberazione di Aung San Suu Kyi, la Nobel da anni ai domiciliari. I deputati sperano che la comunità internazionale riemerga dal torpore e che la loro richiesta formale possa almeno provocare un forte scossa diplomatica per il semplice fatto che la sola discussione sulle credenziali, e dunque sulla legittimità di chi siede all'Onu, può rimettere in agenda, alla vigilia della 63° Sessione della Assemblea Generale, il dossier Birmania....Leggi tutto su Lettera22

Questo articolo è uscito anche su il riformista

mercoledì 17 settembre 2008

EFFETTO PETRAEUS, WASHINGTON SCOMMETTE SUL SUPER GENERALE



Un passaggio di consegne non è sempre e soltanto una cerimonia. E' anche l'occasione per fare il punto e, forse, essere realisti. Il generale Ray Odierno, che ha assunto ieri il comando delle forze statunitensi in Iraq – ha cioè preso il posto del generale David Petraeus, di cui è stato a lungo il vice (si occupava dei rapporti con gli alleati) - sembra abbia scelto questa strada. Anziché menar vanto dei risultati ottenuti e metter da parte le ombre, come di solito si usa, Odierno ha fatto mostra di sano pragmatismo, più che necessario in tempi che poco hanno bisogno di retorica. E davanti al segretario alla Difesa americano Robert Gates, arrivato a sorpresa a Bagdad da cui poi è subito ripartito per una visita altrettanto a sorpresa a Kabul, Odierno ha valutato che i progressi ottenuti in materia di sicurezza in Irak sono ancora “fragili e reversibili”.
Ma certo, aggiunge, il bicchiere è anche mezzo pieno: l'Iraq, dice Odierno, è un “paese diverso da quello che avevo frequentato in un primo tempo.... tuttavia, dobbiamo avere coscienza che i guadagni in materia di sicurezza sono fragili e reversibili”. Un realismo che ha molto a che vedere con la realtà. A far da riscontro alle sue parole si produce in effetti il solito bollettino quotidiano: due agenti delle forze speciali del ministero degli interni iracheno uccisi e altri tre feriti da un ordigno artigianale a Bagdad e quattro poliziotti ammazzati (tre i feriti) da un'altra bomba sporca a Nord-Est di Baquba. Ma è un bollettino che gronda comunque meno sangue di quelli cui eravamo abituati: gli effetti del “surge” che, seppur mitigati da un conflitto tutt'altro che terminato e seppur favoriti da un cambiamento quasi fisiologico dello scenario politico iracheno, Washington vorrebbe esportare in Afghanistan, il vero teatro caldo. Un teatro che anzi, con la sua coda pachistana, sta diventando sempre più bollente e che tutti temono possa diventare incandescente. Petraeus infatti non andrà in pensione. Cavallo che vince non si cambia. Semmai si sposta. O lo si promuove e, in questo caso, non certo per rimuoverlo.
Che sia Obama o McCain il nuovo presidente degli Stati Uniti, il generale di ferro resterà infatti con le mani saldamente sulle redini dell'esercito americano nella guerra al terrore: andrà alla guida del CentCom, il comando che, dall'Asia centrale al Golfo Persico, con l'occhio lungo ai mari africani, dovrà trasmettere nuovo impulso alla strategia militare americana. Che Petraeus, uomo risoluto ma incline a coniugare azione e pensiero, vorrebbe forse più mirata con un'iniezione di realismo politico di cui sinora la War on terror in Asia centrale sembra far difetto.
Certo Petraeus da solo non potrà fare molto. Gran parte della sfida è politica e dunque bisognerà aspettare quel che succederà a novembre. Ma le patate bollenti sono già tante: un governo fragile e debole insediato a Kabul dove ieri le Nazioni Unite hanno diffuso i dati sempre più allarmanti di una moria di civili non imputabile solo ai talebani ma ad “effetti collaterali” che cominciano a diventare imbarazzanti, soprattutto per l'opaco governo di Karzai, presidente in scadenza. Eppoi la questione pachistana: ieri l'esercito del Paese dei puri ha fatto sapere che d'ora in poi (e come pare abbia già fatto l'altro ieri) aprirà il fuoco contro le forze della coalizione internazionale a guida americana e attive in Afghanistan se queste violeranno la sovranità territoriale del Pakistan. Gli ha fatto eco il (debole) governo guidato dal neo premier Gilani: “La sovranità e l'integrità territoriale del Paese saranno salvaguardate a tutti i costi”, ha detto il capo del governo al termine di un incontro con il ministro della Giustizia britannico Jack Straw. Il generale Petraeus certo lo ha sentito.

martedì 16 settembre 2008

PRECEDENTE DI FRONTIERA, SE I PACHISTANI SPARANO SUGLI AMICI AMERICANI...




Come per tutte le operazioni “coperte”, la confusione, le smentite, le ipotesi e le mezze verità si inseguono senza dare una quadro di certezza a quanto avvenuto ieri a ridosso della frontiera afgana, in territorio pachistano. Ma quel che è sicuro è che l'alba di questo inizio settimana non sarà dimenticata: ha assistito al primo scontro armato tra truppe del Pakistan e soldati americani, rei di aver violato la sovranità del “Paese dei puri”. Fuoco contro i mezzi militari “amici”, seppur solo per rimandarli indietro. Una notizia che, nonostante le smentite ufficiali, è già un pezzo di storia che a qualche acuto osservatore – sull'autorevole sito asiatico Atimes.com, ad esempio - ha già fatto ricordare i tempi del Vietnam, quando i bombardamenti segreti in Cambogia e Laos, col loro confuso e tragico corollario, segnarono una svolta nel conflitto indocinese.
Militari pachistani “aiutati da elementi armati locali che erano in allerta”, riferivano ieri mattina le agenzie di stampa, hanno aperto il fuoco contro elicotteri americani che prima dell'alba (di ieri) sorvolavano lo spazio aereo pachistano, nelle zone tribali poco oltre il confine. Li costringono a invertire la rotta e tornare verso l'Afghanistan. Più tardi la Bbc riferisce di “nove elicotteri” americani che sarebbero atterrati nello spazio pachistano e l'agenzia News Network International, ripresa poi dalla cinese Xinhua e infine dalle altre grandi agenzie internazionali, cita fonti locali pachistane secondo cui anche caccia statunitensi sarebbero stati avvistati nella zona di Angor Adda. E' quest'ultima un'area particolarmente “sensibile” perché in questo villaggio della tribal belt, nel Waziristan del Sud, si è verificato una settimana fa il primo “sbarco a terra” di truppe americane. Che, in un controverso raid, hanno ucciso almeno venti persone, sollevando un mare di polemiche. Tanto che il capo dell'esercito di Islamabad, Ashfaq Kiyani, aveva detto in un comunicato dai toni durissimi che il Pakistan non avrebbe consentito a truppe straniere di entrare sul suolo nazionale e che la sovranità del paese e la sua integrità territoriale sarebbero state difese a tutti i costi. Detto e fatto dunque, anche se tra le voci “ufficiose”, prevale il racconto di come l'esercito abbia solo sparato in aria. Un avvertimento insomma, ma niente affatto blando.
Non passa qualche ora e arriva però la smentita ufficiale. Sia da Islamabad, sia da Washington....

Leggi tutto nella rubrica "Pakistan" su Lettera22 o sul quotidiano il manifesto.

sabato 13 settembre 2008

IL GRANDE GIOCO TRA CARACAS E WASHINGTON


La crisi comincia in Bolivia ma poi si allarga. E tutti i paesi sudamericani spalleggiano Evo Morales. Più di ogni altro Hugo Chavez (nella foto) che gioca anche la carta dello scontro diretto con Washington. Che raccoglie

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"Yankee go home", dicono dal Sud del continente dove il vecchio mantra non è mai stato dimenticato. Ma da Nord la risposta non è meno dura. Tra reciproche espulsioni di ambasciatori, messa in stato di accusa di diplomatici e funzionari, accuse al vetriolo, minacce di ritorsioni energetiche e congelamento dei beni, la guerra delle parole sta andando oltre le parole. Calor bianco in un triangolo che da Washington arriva a La Paz passando per Caracas ma che allarma un po' tutte le cancellerie sudamericane, da Buenos Aires a Brasilia, su fino a Managua. Che si schierano con Morales e Chavez contro Washington. Escalation preoccupante e che ai suoi confini meridionali può già mettere a bilancio qualche vittima: sono almeno 15 le persone morte e decine quelle ferite negli scontri fra gruppi favorevoli al governo di Evo Morales ed oppositori nella regione di Pando, in Bolivia, sulla frontiera con il Brasile nella cosiddetta "Mezzaluna orientale". La regione-scintilla che ha acceso la miccia.
E' nella Bolivia di Morales, contestato dalle province "separatiste" ricche del paese (e contro le quali è ricorso al referendum), che comincia infatti, durante l'estate, a surriscaldarsi il clima. Ieri truppe dell'esercito di La Paz sono entrate in azione nel dipartimento di Tarija (sudest) per sbloccare le vie di comunicazione verso i pozzi petroliferi nella regione di Villamontes e Yacuiba in quella che sembra una operazione più ampia per porre fine alle violenze nei dipartimenti che si oppongono al governo del presidente. Inoltre Morales ha dato istruzioni alle forze armate di proteggere le risorse energetiche nazionali nella Mezzaluna orientale (Santa Cruz, Tarija, Beni e Pando) perché le occupazioni (da parte degli oppositori) di pozzi di gas e petrolio hanno già creato gravi problemi nei rifornimenti di idrocarburi a Brasile e Argentina. Su questo sfondo, che dà conto dei problemi innescati da una crescita economica generale nel continente che tocca anche la Bolivia dove al presidente "indigeno e indigenista" si oppongono gli antichi potentati locali, c'è però molto altro che si muove: i rapporti sempre più tesi con Washington; la nascita di un asse nazionalista e di sinistra che, per quanto disomogeneo, segna una prima decisa svolta nelle politiche della maggioranza dei paesi latinoamericani; l'astro di Hugo Chavez, il controverso presidente venezuelano che ha saputo maneggiare con cura la grande ricchezza nazionale del petrolio e sfruttare la "nueva onda".
E' proprio lui, "el bolivariano", che entra a gamba tesa nella vicenda boliviana dove si è intanto arrivati a uno scontro diretto con l'ambasciatore Usa a La Paz, Philip Goldberg, che, per Morales e Chavez, altro non è che un agent provocateur americano. Goldberg non ha fatto molto per negare le accuse di Morales salvo levarsi dalla giacca gli schizzi di fango e smentire le illazioni. Ma quando Morales espelle Goldberg, Chavez rincara la dose e rimanda a casa l'ambasciatore americano a Caracas, Patrick Duddy. Per Washington è troppo. Prima dà il benservito alla feluca di Caracas, Bernardo Alvarez, poi decide il congelamento dei beni di Hugo Armando Carvajal Barrios e Henry de Jesus Rangel Silva, due alti responsabili del governo venezuelano, accusati di aiutare la guerriglia colombiana. Infine decide il congelamento delle attività commerciali e finanziarie con Caracas. Ma anche Chavez si è spinto oltre: minaccia di sospendere le forniture di petrolio agli Usa, suo principale cliente, e promette aiuto militare, se servisse, a La Paz. Anche il momento è topico: Caracas ha appena dato il benvenuto ad aerei russi in missione di addestramento nella regione, mentre è annunciato l'arrivo di una flotta della marina di Mosca.
Che, a parti invertite, la Mezzaluna boliviana stia diventando una piccola Ossezia sudamericana? In grado di produrre, oltre che scintille, persino qualche esplosione. Almeno diplomatica.

giovedì 11 settembre 2008

VINCERE UNA GUERRA...SENZA PILOTA?



I raid con "droni", aerei senza pilota, sono in aumento nelle aree tribali pachistane e, per gli americani, benché non ufficialmente, ottengono buoni risultati nel colpire Al Qaeda. Ma la rabbia aumenta nel Paese dei puri. E anche a Washington si registra qualche malumore, persino negli alti comandi militari. Che consigliano un cambio di strategia



Mentre emergono nuove indiscrezioni sull'attacco missilistico che, lunedì nell'area tribale pachistana, avrebbe colpito il quartier generale del capo talebano Jalaluddin Haqqani e in cui sarebbe morto addirittura il nuovo leader di Al Qaeda in Pakistan, il Washington Post ha fatto i conti in tasca alla nuova offensiva missilistica in territorio pachistano. Offensiva che, a parte l'oscuro episodio che settimana scorsa ha visto scendere nella tribal belt anche soldati americani in carne ed ossa, si serve soprattutto di Predator, gli aerei senza pilota che, solo nell'ultimo mese, hanno lanciato i loro missili Hellfire contro quattro obiettivi: da gennaio la politica del "drone" avrebbe portato a casa la morte di almeno due esponenti di spicco di Al Qaeda ma a prezzo di un'escalation delle violazioni della sovranità nazionale pachistana. Quest'anno, secondo fonti pachistane citate dal quotidiano, i raid sono stati 11, rispetto ai 3 del 2007. Elementi che, persino nelle dichiarazioni di importanti esponenti dell'establishment militare (ieri al Congresso l'ammiraglio Michael Mullen) o negli avvertimenti di alcuni think tank (come il National Intelligence Council) pesano sulle relazioni con un alleato sotto fortissima pressione – il Pakistan – nel quale monta una forte reazione nazionalista e antiamericana che finisce probabilmente per alimentare la strategia degli islamisti radicali.
La notizia della morte di Abu Haris (e di altri tre "stranieri" qaedisti: i sauditi Abdullah e Abu Hamza e l'egiziano Zain Ul Abu Qasim) è un piccolo giallo. L'annuncio non è stato dato in pompa magna dalla Casa Bianca o dal Pentagono, come ci si aspetterebbe se Abu Haris fosse veramente, come riportava ieri la Cnn, il "capo di Al Qaeda" in Pakistan. Si potrà obiettare che, trattandosi di un'operazione "coperta" e in violazione, se non dei rapporti ufficiosi con Islamabad, della sovranità ufficiale di un paese, non convenga sbandierare i risultati pubblicamente. Ma è singolare che la rivendicazione di un'azione con così buoni risultati (pur con la tara che le vittime del raid di lunedì sarebbero almeno 25 e non tutte islamiste...) venga affidata a un'emittente televisiva attraverso le dichiarazioni di un anonimo agente della sicurezza, citato appunto dalla Cnn.
Molte cose non tornano nell'ingarbugliata vicenda della guerra nelle aree tribali. C'è un problema interno di gestione pachistana (proprio ieri tra l'altro il premier Gilani ha accettato le dimissioni dei ministri della Lega musulmana Pml-N, che a maggio avevano lasciato il governo), un problema di rapporti tra Islamabad e le aree tribali (tradizionalmente neglette dal governo centrale e al momento con un alto tasso di sfollati che scappano dalla guerra nella tribal belt) e tra Islamabad e Washington. Infine forse anche un problema di "visione strategica" nella stessa Washington.
Secondo l'ammiraglio Michael Mullen, che ieri ha parlato al Congresso Usa, gli Stati Uniti sono in una sorta di corsa contro il tempo che, per vincere la guerra in Afghanistan (e in Pakistan), non potrà basarsi solo sulla soluzione "più truppe". Il fatto è che Mister Adm. Mullen è il capo del Joint Chiefs of Staff, vale a dire un soldato con il numero uno sul cappello. La sua messa in guardia al Congresso arriva appena dopo l'annuncio che Bush ridurrà la truppa in Iraq anche per portare altri 4.500 uomini in Afghanistan. Ma sia Mullen che, per certi versi persino il segretario alla Difesa Robert Gates, non sembrano troppo convinti che questa sia la soluzione. Mullen ha aggiunto che la guerra si potrà vincere ma solo a patto che vi sia un maggior impegno nella ricostruzione del paese e in una nuova iniziativa per quel che riguarda la regioni tribale del Pakistan. In un certo senso, ed è bizzarro che sia stato un generale a farlo, Mullen ha fatto capire che la politica con la P maiuscola dovrebbe avere un primato sulla politica dei numeri militari tout court. "E' necessario – ha concluso – lavoro di squadra e cooperazione".
L'uscita di Mullen fa sospettare uno scontro sotto traccia che è in realtà stato oscurato dalla corsa elettorale e da un vuoto propositivo piuttosto rilevante dei due candidati sul futuro della politica estera in Afghanistan. Quanto a Bush, è rimasto fedele ai suoi principi, che sono poi gli stessi di Dick Cheney o della vecchia scuola di Donald Rumsfeld: soldati, soldati, soldati. E forse droni, droni, droni.
Ma proprio la politica dei raid oltre confine lascia perplesse in America molte teste d'uovo che si occupano di sicurezza e strategia militare. Il mese scorso il National Intelligence Council aveva messo in guardia l'Amministrazione sul fatto che utilizzare i raid in Pakistan avrebbe potuto portare a lungo termine a sempre maggiori rischi di destabilizzazione nel Paese dei puri. Con qualche ragione.

mercoledì 10 settembre 2008

MISTERO NORDCOREANO



Kim Jong-il è sparito. Morto, malato, già sostituito in sordina? Le ipotesi si sprecano. Ma un piano per il "dopo Kim" già c'è. Anche a Pechino

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"Che fine ha fatto Kim Jong-il"? A volerla vedere dal lato buffo, potrebbe essere un buon titolo per il prossimo festival di Venezia o per quello del cinema asiatico. Ma assai meno simpaticamente è la domanda reale che da qualche tempo in molti si stanno facendo in Asia e non solo. Una domanda che ieri è passata, dalle stanze della pura speculazione a quelle meno eteree del realismo politico, dopo che il 66enne leader del regime nordcoreano ha disertato nientemeno che la solenne parata militare che a Pyongyang festeggiava il 60mo anniversario dalla fondazione della Corea del Nord.
I giornali nipponici e coreani, i più attenti alle mosse dell'imberbe figlio di Kim Il-sung, fondatore della "monarchia rossa" del "regno eremita", gli hanno fatto subito i conti in tasca: il "giovane" Kim, il "caro leader", non compare in pubblico dallo scorso 14 agosto. E, secondo alcune speculazioni di marca giapponese, sarebbe addirittura morto nel 2003. A farsi vedere in pubblico sarebbe un sosia che lo avrebbe lungamente tenuto in vita artificialmente. Anzi, c'è chi dice che i sosia siano quattro e predisposti e selezionati proprio dal caro leader quand'era in buona salute. C'è anche chi specula su un suo allontanamento da parte di una nuova cricca di potere ma questa, come altre, sembrano idee poco convincenti: buone forse per qualche giallo sulla "cortina di bambù" ma che non fanno i conti con un sistema di potere molto centralizzato e rettosi per anni su una sorta di mutuo soccorso tra militari e presidenza.
Gli analisti più seri, citati dalla rivista Online Asiatimes, sono di diverso avviso. Secondo Toshimitsu Shigemura, della Waseda University di Tokyo, le possibilità che Kim sia morto in effetti sono elevate: l'oramai non più ragazzino, forte fumatore e bevitore, soffriva di diabete, difficoltà circolatorie, disordini al fegato e anche di qualche forma psicopatologica. Ha ragione dunque la stampa giapponese secondo cui Kim sarebbe morto in agosto? O hanno ragione gli americani che ipotizzano un ictus?
Per Shigemura la Corea del Nord si sarebbe comunque dotata di una sorta di leadership collettiva per gestire la transizione e preparare il dopo-Kim. I nomi? Kim Yong-nam, l'attuale segretario del Comitato centrale, e Chang Sung-taek, il cognato del caro leader, anche lui alto papavero del Partito del lavoro di Corea. Non pensa invece che Kim sia già morto Lee Young-hwa, portavoce del Rescue the North Korean People! (Renk), un gruppo di attivisti che ha sede in Giappone dove si occupa di rifugiati nordcoreani. Lee, che è di origini niordcoreane e insegna economia, pensa che Kim sia ancora vivo ma non proprio vegeto. Potrebbe esser affetto da Alzheimer. Quanto al potere, anche Lee concorda su Chang Sung-taek ma aggiunge il nome di Kim Jong-nam, il figlio maggiore di Kim Jong-il.
Rosella Ideo, dell'Osservatorio "Asia Maior", coreanista e storica che insegna a Trieste, è molto più cauta: "Che il figlio maggiore di Kim sia il designato mi pare azzardato. Ha 37 anni, il padre non ha mai fatto il suo nome e inoltre è stato "pizzicato" in Giappone sotto mentite spoglie mentre andava a divertirsi... una scappatella che gli è costata una sorta di esilio punitivo a Macao. Quanto agli altri figli - due maschi e una femmina - la donna è fuori discussione e degli altri si sa solo che hanno studiato in Svizzera. La verità – aggiunge – è che davvero non sappiamo nulla di questo ermetico paese. Sappiamo solo del rapporto strettissimo tra Kim, con in mano il potere reale ma che non poteva fare a meno dell'esercito, e i militari, con una fortissima relazione con lui necessaria alla legittimazione dei loro privilegi. I militari sono potentissimi anche economicamente e dunque nella transizione giocheranno un ruolo. Quale sarà? Difficile dirlo ma certo un piano è stato preparato". Non solo dai nordcoreani, dice Ideo: "Un piano per Pyongyang lo hanno fatto anche i cinesi e di questo c'è certezza. Ma è un piano con grandi cautele che potrebbe però non escludere, se il paese dovesse sprofondare nel caos, anche un intervento di Pechino". Un'ipotesi che agli stessi cinesi non piacerebbe molto. A Pechino sanno bene che a Washington stanno monitorando la cosa molto seriamente. E che gli Usa hanno ancora in Corea del Sud 27mila soldati.

martedì 9 settembre 2008

AFGHANISTAN, UNAMA SOTTO LA LENTE



E' questione di ore. Poi due dossier arriveranno sul tavolo di Kai Eide, il responsabile norvegese di fresca nomina che capeggia Unama, la missione Onu in Afghanistan (una sua immagine a sinistra). Si tratta di dossier con toni e provenienze diverse ma altrettanto spinosi. Pongono una serie di domande ancora senza risposta all'ufficio delle Nazioni Unite di Kabul e rendono manifesta una guerra sotto traccia che si è appena svolta tra il Palazzo di Vetro, e in particolare l'Ufficio per gli affari umanitari (Ocha) e il suo direttore John Holmes, e lo stesso Eide. Il riferimento è a una vicenda recente.
In buona sostanza, conscio che la missione di Unama a Kabul funziona poco e male, Holmes ha proposto – evidentemente d'accordo con Ban Ki-moon e dopo una visita in loco - di stabilire in Afghanistan una missione di Ocha, per garantire miglior sicurezza al lavoro umanitario e soprattutto una maggior indipendenza politica rispetto all'ufficio di Unama, non solo sottodimensionato sia quantitativamente che qualitativamente, ma spesso percepito come troppo legato al governo e alla missione militare occidentale. Ma Eide si è opposto e per ora l'ha avuta vinta. La vicenda però ha sollevato un polverone e si tratta comunque della vera prima scossa interna all'Onu sul dossier afgano che potrebbe preludere a un cambiamento di rotta e a una riscrittura, se non della missione, del suo apparato e delle sue linee guida.

"Distinguere umanitario da litico e militare"

Il primo documento, siglato dal un coordinamento internazionale di Ong che operano in Afghanistan, è una lettera aperta a Eide. Vi si legge che i firmatari sono rimasti sconcertati proprio dalla conclusione della vicenda visto che "...non restiamo convinti che Unama possa provvedere a una vera indipendenza nella leadership umanitaria" per via del suo "mandato politico" e dei rapporti con l'Isaf-Nato. I firmatari non criticano Eide in prima persona né la missione in quanto tale, ma attestano una "realtà dei fatti" nella quale "imparzialità e indipendenza dell'azione umanitaria necessitano una separazione da obiettivi e funzioni politiche e militari". La lettera punta il dito sull'utilizzo da parte di Uanma e delle agenzie Onu di "scorte armate nei veicoli bianchi (quelli generalmente in uso tra gli umanitari ndr) poiché ciò mina la nostra imparzialità e la nostra sicurezza". Nel richiedere che la questione di Ocha venga rivista e nel sottolineare una serie di misure da prendere subito, i firmatari (tra cui anche organizzazioni italiane) ricordano inoltre che una grave crisi minaccia l'Afghanistan, alla vigilia di un inverno che si prospetta deleterio per la popolazione e a cui è necessario far fronte con "finanziamenti indipendenti e flessibili" agli attori locali "senza interferenze o caveat di natura politica o militare" in una situazione ambientale in continuo "deterioramento" (continua)

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lunedì 8 settembre 2008

POLEMICHE E URAGANI



Anche se il Congresso repubblicano è finito senza che la furia di “Gustav” rovinasse la festa, la stagione degli uragani e tutt'altro che conclusa. E non smette, oltre che di far vittime e danni, di provocare polemiche politiche.
Mentre scriviamo, il terribile “Ike” si sta abbattendo su Cuba dopo aver risparmiato la misera Haiti che, ben più sfortunata della gemella con cui confina (la repubblica Dominicana), è stata prima stravolta da Gustav (una settantina di vittime), poi martoriata dalla tempesta tropicale Faray (altre quaranta) e infine dall'uragano Hanna (bilancio provvisorio sopra i 500 morti e un appello di Croce rossa e Mezza luna internazionale per almeno 3 milioni e mezzo di aiuti onde far fronte ai danni). Hanna è adesso in azione lungo la costa nordorientale degli Stati Uniti e sulla via di spegnersi nuovamente in mare, ma negli Usa le cose, sia per Gustav che per Hanna, sono andate bene. Per Ike, l'uragano di “classe 4” (secondo la scala Saffir-Simpson, un sistema di misurazione dell'intensità dei cicloni tropicali ormai consolidato e messo a punto nel 1969 dai due scienziati statunitensi ) ancora non si sa. La sua traiettoria indica che venerdi dovrebbe battere le coste di almeno tre stati, risparmiando forse la Florida (che però ha predisposto l'evacuazione volontaria). Preoccupa.
Ma adesso siamo ancora a Cuba dove l'uragano era atteso per ieri sera dopo aver in parte strizzato le Bahamas a una velocità di 215 chilometri l'ora e dopo aver fatto polpette dell'80% delle case di Turks e Caico, territorio d'oltremare britannico formato da un arcipelago di una trentina di isolette da cui i turisti sono fuggiti a gran velocità (anche un paradiso fiscale può diventare un inferno)....

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La mappa è tratta dal sito di BbcOnline

domenica 7 settembre 2008

ZARDARI PASSA, IN NOME DELLA MOGLIE


Asif Ali Zardari, vedovo di Benazir Bhutto, la leader del Partito del popolo del Pakistan uccisa in un attentato nel dicembre scorso, è il nuovo capo dello stato del “Paese dei puri”. E' stato eletto a scrutinio segreto dai membri delle due camere del parlamento e dalle quattro assemblee provinciali (481 voti su 702, sufficiente la maggioranza semplice per essere eletti).
Con un'elezione scontata in base alla matematica delle recenti elezioni legislative, Zardari sa di non essere amato dal popolo che, alle politiche, votò il partito di cui è a capo perché era quello dei Bhutto e non certo quello di Zardari, costretto dalla morte della moglie a dedicarsi alla politica. Si trova di fronte un paese squassato da un aspro conflitto interno nelle aree tribali al confine con l'Afghanistan e da attentati, l'ultimo dei quali ha celebrato nel sangue la sua elezione: almeno trenta persone (ma il bilancio potrebbe salire) e decine di feriti sono il bilancio dell'esplosione di un'autobomba davanti a un checkpoint nei pressi di Peshawar, capoluogo della provincia della Frontiera nordoccidentale che si snoda lungo il confine afgano. Territori “ribelli” che, oltre ad ospitare la guerriglia talebana afgana, hanno dato luogo a un nuovo fenomeno islamista armato: i talebani pachistani, cui si attribuisce anche la morte di Benazir...

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sabato 6 settembre 2008

ZARDARI E L'ARITMETICA ISTITUZIONALE


La matematica parlamentare dice che il prossimo presidente pachistano sarà Asif Ali Zardari (nell'immagine), leader del Partito del popolo pachistano e vedovo dell'ex premier Benazir Bhutto, uccisa in un attentato a Rawalpindi il 27 dicembre scorso. Il quadro in cui dovrà muoversi è a tinte fosche: l'economia vede un periodo buio e già c'è chi rimpiange Musharraf; nelle aree tribali la guerra coi pak-taleban, gli estremisti talebani della marca pashtun pachistana, ha visto saltare tregua e negoziato; infine, ma non certo l'ultimo dei problemi, i rapporti con gli Usa

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Le elezioni presidenziali del Pakistan che si tengono oggi non riserveranno sorprese. Poiché non si tratta di un'elezione diretta ma di un voto parlamentare (cui si aggiunge quello nelle assemblee proviciali) la metematica elettorale ha già decretato, sin dalle ultime legislative, il futuro capo di stato. Così dunque Asif Ali Zardari, leader del Partito del popolo pachistano (Ppp) e vedovo dell'ex premier Benazir Bhutto, uccisa in un attentato a Rawalpindi il 27 dicembre scorso, ha già la presidenza in tasca anche se l'umore che si registra nel paese non è certo quello che può fargli pensare che conquistare la potrona più importante del Pakistan equivalga ad ottenere nel medesimo tempo altrettanto consenso popolare.
Da diverso tempo i sondaggi danno infatti in irrestitibile ascesa il leader della Lega musulmana, quel Nawaz Sharif che non a caso non è tra i candidati alla presidenza. Ben conscio che l'aritmetica delle legislative lo aveva già fatto fuori, Nawaz Sharif, ex premier rovesciato da Pervez Musharraf (l'ormai ex presidente minacciato di impeachment le cui dimissioni recenti hanno riaperto la corsa alla presidenza), ha giocato una candidatura di bandiera. Quale sia la sua strategia non è chiaro ma è evidente che l'uomo è ben conscio che tutte le attuali difficoltà del Pakistan, a cominciare dall'economia per finire con la guerra nelle aree tribali e con i sempre più tesi rapporti con Washington, sono altrettanti nodi che finiranno nel pettine di Zardari, un uomo con cui Nawaz Sharif si è alleato contro Musharraf ma che ha poi lasciato solo, abbandonando la coalizione di governo nelle acque difficili di una transizione ogni giorno più complessa. Inoltre Zardari rischia di inciampare sulla magistratura: il suo partito ha fatto ufficialmente sapere che non tornerà al suo incarico Iftikhar Muhammad Chaudhry, il capo della corte suprema rimosso da Musharraf l'anno scorso con altri giudici. I suoi colleghi potranno essere reintegrati ma Chaudhry "sarà destinato ad altro incarico". Una mossa che al popolino, agli intellettuali, alla società civile pachistana insomma (che ha dimostrato di esistere e saper contare) non piace affatto anche perché tutti sanno che proprio Chaudhry l'integerrimo avrebbe potuto riprendere in mano qualche file messo da parte proprio da Musharraf e che riguarda i tarscorsi poco onorevoli della famiglia Bhutto, Zardari in prima linea. Un uomo che, prima che alla politica, aveva consacrato la sua vita agli affari. A qualunque costo.
Inoltre Islamabad ha un governo debole, a guida Ppp, e avrà così anche un presidente debole marcato Ppp. Zardari non è mai stato amato e usufruisce solo di riflesso della popolarità che godeva la famiglia Bhutto tra i pachistani. Non solo per Benazir, morta da martire, ma anche per via del padre di lei, Zulfikar, un progressista modernista di ispirazione laica e socialista che ha pagato la fede nei suoi principi con l'impiccagione. Zardari è di tutt'altra pasta....

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venerdì 5 settembre 2008

OLTRE GUSTAV, L'EMERGENZA AD HAITI



Per gli Stati Uniti "Gustav" è stata soprattutto una grande paura. Per Cuba - una lunga storia di evacuazioni pilotate quando arrivano uragani, tempeste e cicloni - Gustav è stato, nella provincia occidentale di Pinar del Rio, un vetro e proprio dramma con danneggiamenti anche gravi ad almeno 100mila abitazioni, ma alla fine con un bilancio di danni da imputare solo alle strutture. Ben diversa la situazione ad Haiti dove il quadro ambientale è in continuo peggioramento e dove il solo uragano Gustav si è portato via oltre settanta anime. E dove la forza della natura – e l'impreparazione alle catastrofi naturali – rischia adesso di sprofondare il paese in una vera e propria emergenza umanitaria.
Dopo Gustav è infatti stata la volta dell'uragano Hanna che ieri aveva già totalizzato oltre sessanta vittime ma che, secondo la protezione civile, stamattina era oltre le 130. Ma dopo Guastav e Hanna (che non ha ancora concluso la sua corsa) e con l'intermezzo della "tempesta tropicale" Faray che ha ucciso altre 40 persone, all'orizzonte c'è un altro uragano: Ike. Tre tempeste d'acqua e di vento nel giro di sole tre settimane e un ennesimo dramma naturale all'orizzonte rischiano di sprofondare letteralmente il paese in una catastrofe complessiva che le misere strutture della fragile economia haitiana potranno difficilmente sopportare....

Nella foto R. Preval, presidente di Haiti

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giovedì 4 settembre 2008

I TALEBANI CONTRO GILANI, GLI AMERICANI CONTRO I TALEBANI. ESCALATION PERICOLOSA IN PAKISTAN


Nella foto l'ex leader del Ppp, Benazir Bhutto. L'attentato contro Gilani colpisce anche il suo partito e fa tornare alla emoria il suo assassinio

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Il premier pachistano Yousuf Gilani è sfuggito ieri a un attentato rivendicato in serata dai talebani-pachistani, attivi nelle aree tribali e in particolare nella valle dello Swat dove, sempre ieri, sono continuati i combattimenti tra l'esercito di Islamabad e la guerriglia con un bilancio di diverse decine di morti. Ma non è l'unico episodio che ha fatto salire ieri la tensione nelle aree al confine con l'Afghanistan: per la prima volta soldati americani avrebbero condotto un operativo di terreno, sbarcando da elicotteri provenienti da oltre confine e colpendo nel Waziristan, uccidendo diverse persone. L'atmosfera politica, già estremamente tesa, si è subito riscaldata e il governatore della Provincia della frontiera (Nwfp), Owais Ahmed Ghani, nominato dal governo centrale, non ha usato mezze misure: “È un'aggressione diretta contro la sovranità del Pakistan – ha dichiarato in un durissimo comunicato - e il popolo ha il diritto di aspettarsi che le forze armate pachistane difendano la sovranità del loro Paese e prendano misure appropriate per rispondere a tali attacchi”. Sia gli americani che la Nato-Isaf hanno detto di non essere a conoscenza del fatto.
La notizia del raid, che segnerebbe un salto di qualità nella tattica americana di tallonamento dei qaedisti rifugiati in Pakistan che sino ad ora – e sempre in mezzo alle polemiche- si era limitata a raid aerei condotti con velivoli senza pilota, si è così accompagnata a quella dell'attentato fallito contro il premier della fragile coalizione di governo, parafulmine politico della guerra nello Swat e nel Waziristan, le due aree più turbolente della tribal belt, le sette agenzie pashtun dove è in corso un vero e proprio conflitto tra centro e periferia e in cui i raid americani aggiungono benzina sul fuoco.
Un portavoce delle milizie talebane attive nella valle di Swat ha rivendicato l'attacco, alle porte della capitale, al convoglio in cui doveva viaggiare Gilani, sfuggito per miracolo all'attentato semplicemente perché il premier non era a bordo della limousine blindata, colpita da colpi d'arma da fuoco. “Lo abbiamo fatto per vendicarci dell'operazione militare tuttora in corso nella valle di Swat e nella regione tribale”, ha dichiarato il portavoce guerrigliero Muslim Khan in una telefonata all'agenzia tedesca Dpa: “Qualsiasi politica di coloro che attualmente guidano il Pakistan è contraria all'Islam e al Paese. Queste persone vogliono compiacere gli americani con lo spargimento di sangue dei nostri figli. Vogliamo che sappiano – ha concluso il portavoce - che se i nostri figli non sono al sicuro nelle loro case, allora anch'essi non potranno sentirsi mai al sicuro”.
Se l'attentato non può essere messo in relazione diretta con la vicenda del raid, certo è che l'operativo di ieri non fa che spingere l'escalation della tensione. Nell'attacco, condotto all'alba, sarebbero morte, a seconda delle fonti, tra undici e venti persone, fra cui diversi civili. Sulle circostanze e il luogo dell'attacco ci sono versioni diverse: per l'agenzia Reuters il raid ha avuto come obiettivo il villaggio di Angor Adda, sul confine. Testimoni hanno raccontato che è stato compiuto con elicotteri da combattimento americani mentre altri hanno parlato anche di truppe di terra. “I soldati sono arrivati con gli elicotteri e hanno compiuto l'azione in tre case, verso le tre di notte”, ha detto Gul Nawaz, un commerciante del villaggio, citato da Reuters. Secondo Mowaz Khan, un responsabile dell'amministrazione del Sud Waziristan citato invece dalla France Presse, l'attacco sarebbe avvenuto nel villaggio di Jalal Khel (a 60 chilometri da Angor Adda) con quattro elicotteri d'assalto “della Nato” giunti dall'Afghanistan che avrebbero anche sbarcato truppe.
La notizia arriva nel giorno in cui il segretario generale della Nato Jaap de Hoop Scheffer si dice “molto preoccupato” per il numero delle vittime civili in Afghanistan e ritiene necessario aumentare il “coordinamento” tra le forze internazionali impegnate sul terreno. Ma anche questa ennesima vicenda e lo stato di confusione su chi ha fatto cosa e dove, denuncia inesorabilmente come il “coordinamento” appaia solo una tardiva foglia di fico che al momento impedisce di chiarire solo le responsabilità dirette.
Intanto, dopo che persino il presidente Bush ha sentito il dovere si scusarsi con Karzai per le ultime stragi di civili, il governo di Kabul ha accettato di partecipare ad un'inchiesta congiunta con l'Onu e i vertici militari della coalizione a guida americana, proposta dagli Usa, per chiarire cosa avvenne nel bombardamento avvenuto tra il 21 e il 22 agosto nel distretto di Shindand (Herat). Kabul accusa i militari di aver provocato una strage, mentre i militari sostengono che le vittime civili sono la minima parte nell'operazione in cui avrebbero ucciso una trentina di talebani. Una prima inchiesta della missione Onu (Unama) ha accertato almeno 90 vittime civili di cui 60 bambini e 30 adulti, la metà donne, oltre a una quindicina di feriti

mercoledì 3 settembre 2008

IL REGNO SENZA PACE DI RE BHUMIBOL

E' senza pace il regno di re Bhumibol Adulyadej, il più longevo monarca tailandese. Ed è senza tregua la sua democrazia sotto tutela che non riesce a trovare stabilità mentre gli indicatori economici segnano il meno e un governo sotto pressione decide, nella notte, per la strada maestra cara a tutti i regimi: lo stato di emergenza. Le immagini che dalla capitale tailandese sono arrivate ieri sino a noi ci hanno mostrato strade occupate da manifestanti con caschi e bastoni, megafoni in cui si urlano parole d'ordine e polizia in assetto antisommossa che, benché alla fine ci sia scappato anche il morto e sia stato sparato più di un colpo di pistola tra opposti dimostranti, sembra abbia scelto la mano leggera. Dietro le transenne un folla di qualche centinaio di uomini ben organizzati tiene duro sotto un cartellone in cui si affacciano l'ex premier Thaksin Shinawatra e sua moglie accanto alla scritta, in inglese, "Most Wanted": ricercati. Ed è tutta qui la lettura di questa ennesima crisi che per adesso ha scelto di non sciogliere il nodo rinviando tutto a quando alle forze di sicurezza sarà ordinato di tornare nelle caserme e finirà lo stato di emergenza, per ora limitato alla capitale. Misura che sa di mini golpe in un clima violento che non si vedeva a Bangkok da almeno cinque lustri....

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martedì 2 settembre 2008

LETTURE OLIMPICHE CONSIGLIATE



Il polo e il golf, sport anglosassoni per eccellenza, pare abbiano avuto i loro natali in Cina. E persino il calcio, come anche la Fifa ha riconosciuto: certo, un calcio alla cinese che, già documentato nel secondo secolo avanti Cristo dallo storico Sima Qian, così veniva descritto 200 anni dopo dal poeta Li You: Un pallone rotondo in un campo quadrato/proprio come Ying e Yang/ le porte a forma di luna piena/ stanno agli opposti/ ogni parte ha sei in egual numero.
Ma se tutte queste notizie possono apparire al più delle curiosità con cui riaprire l'eterno dibattito sulla paternità delle grandi invenzioni, "Il podio celeste" (Storia dell'educazione fisica e dello sport in Cina), di Pietro Angelini e Germana Mamone, racconta assai di più. Di un'evoluzione che si dipana, fino alle soglie dell'era moderna, soprattutto lungo i percorsi della filosofia (ying e yang appunto) e quelli delle armi perché proprio il polo, chiamato jiqiu, oltre che a “deliziare la corte nell'epoca Tang, serviva anche ad allenare la cavalleria proprio come il calcio nell'epoca Han aveva allenato la fanteria". Nella Cina antica l'educazione del fisico era considerata una disciplina minore: al più connessa all'arte della guerra o rigorosamente da disprezzare nelle sue forme popolari (le arti marziali fanno eccezione) visto che la Via del Tao (se ci sia esibisce non si brilla/se ci si afferma non ci si manifesta/se ci si vanta non si riesce/se ci si gloria non si diventa capo recita la corposa summa taoista Daodejing) pare l'antitesi della competizione tipica dell'agone sportivo. Gli sport languono. Non che non si pratichino, ma restano relegati in una sfera della vita di serie B e, con l'affermarsi del confucianesimo, scemeranno sempre più in basso. Serve sì educare il corpo, ma giusto per la battaglia: non arte ma dovere, non scelta ma obbligo per chi deve pugnare. Al dotto, al saggio, al mandarino meglio si addice la luce fioca che illumina i testi della saggezza che non la rozza pratica di discipline che imperlano il corpo di sudore. Sfuggono alle maglie troppo strette del nuovo senso dello Stato che tutto deve definire, le arti marziali dove sapientemente si coniuga la cura del fisico con quella dello spirito, l'arte bellica e la disciplina con la ricerca di quell'equilibrio che piaceva ai taoisti, energia delle contrapposizioni che fa scaturire l'azione dall'inattività.
Ma la breve storia dello sport in Cina di Angelini e Mamone è qualcosa in più di una vicenda che racconta l'evoluzione del corpo fisico in questa cultura millenaria. Lo sport diventa, poco prima della Cina repubblicana, lo stimolo – indotto dall'arrivo degli europei – a liberarsi del loro giogo. E i comunisti di Mao, proseguendo sul cammino indicato dai pensatori riformisti e repubblicani (con Chiang Kai-Shek la Cina partecipa alle prime Olimpiadi), penseranno allo "sport rosso" col quale la Nuova Cina dovrà forgiare l'uomo nuovo. Che, come Mao insegna, può essere in grado, sconfiggendo il capitalismo, anche di piegare la forza di un fiume come lo Yangze, dove l'ormai ottuagenario presidente continuerà a nuotare fino alla fine dei suoi giorni. Simbolo dunque di un desiderio di riscatto, segno dell'avvento di un radioso avvenire, lo sport in Cina diventa, al di là della propaganda, anche un nuovo modo di essere e, soprattutto, di farsi percepire: nuovi attori sulla scena globale capaci, chissà, di superare nel medagliere olimpico anche gli americani.
Operazione culturale intelligente e stimolante, il saggio è una riflessione anche sull'utilizzo dello sport come forma di conquista politica, sia degli imperi coloniali sia dei regimi, e un'indagine attenta al dipanarsi di una epopea "muscolare" che percorre la lunga storia dell'Impero di mezzo. Con tutti i suoi balzi in vanti.
A cominciare da quella ping pong diplomacy che, negli anni Settanta, segnò il riavvicinamento tra Stati Uniti e Cina. Mao campeggia in copertina con la racchetta da ping pong in mano e un largo sorriso. Oggi dall'altra parte del tavolo, o meglio del televisore, ci siamo tutti noi che guardiamo le Olimpiadi.

OLTRE GUSTAV (Un'occhiata anche a Oriente)



Con oltre un milione di senza tetto e almeno cinquecentomila persone ancora isolate dall'acqua, l'esondazione il 18 agosto scorso del corso d'acqua himalayano Saptakoshi, che diventa - passato il confine del Nepal dove ha origine - il fiume Kosi al suo ingresso in India, sta mettendo a durissima prova le operazioni di soccorso messe in piedi dall'Unione indiana nel popolosissimo stato nordorientale del Bihar. L'acqua ha invaso interi villaggi e le barche dell'esercito, poco meno di un migliaio, traghettano non senza difficoltà e senza sosta centinaia di persone che cercano di mettersi in salvo dalla furia delle acque: ben oltre la portata dei battelli militari, e dopo che, in molti casi, sono sopravvissute accampandosi in qualche modo sui tetti delle case rimaste ancora in piedi e sferzate da una pioggia battente che concede solo timidi intervalli di qualche ora. Il bilancio ufficiale è per ora di oltre settanta morti ma nessuno dubita che, una volta raggiunte le località più isolate e stilato il bilancio definitivo della catastrofe, la cifra possa lievitare.
L'enorme violenza con cui il fiume ha invaso le campagne nepalesi prima e quelle indiane poi, non si deve solo all'aumento di portata d'acqua del fiume che inevitabilmente cresce nella stagione monsonica estiva ( giugno-settembre) ma anche dalle brecce apertesi nella diga nepalese che regolamenta le acque del Saptakoshi nel territorio amministrato da Kathmandu. Senza più il freno della diga, un'enorme massa d'acqua ha prima esondato in Nepal, lasciando almeno 50mila persone senza casa e distruggendo un migliaio di case, ma ha poi rapidamente attraversato il confine rompendo gli argini del medesimo fiume che in India cambia solo di nome. In Bihar la potenza delle acque del Kosi (un fiume che si getta nel Gange) si è rovesciata nell'area umida della piana indogangetica, una zona dell'India dove l'agricoltura trae la sua ricchezza proprio dall'acqua in un'area nota per le sue risaie e la qualità del prezioso alimento. Le piogge estive hanno fatto il resto complicando ulteriormente la situazione mentre la diga, praticamente impossibile da riparare in questa stagione, continuava a mandare acqua da oltre frontiera.
In India si calcola che per ora l'alluvione, che interessa una quindicina di distretti e circa tre milioni di persone, abbia lasciato senza casa almeno 1.200 agricoltori e il governo, colto alla sprovvista anche perché il danno è arrivato da oltre frontiera, è adesso sotto pressione e attraversato dalle polemiche che accusano lentezza e inadeguatezza nella capacità di reazione, affidata in sostanza all'esercito. Riferiva ieri la Bbc dal campo di raccolta di Bageecha, nella zona orientale di Purnea, che il suo inviato nelle zone alluvionate ha potuto constatare che nei campi allestiti ai margini del disastro ambientale - e in gran parte messi in piedi da volontari - manca un coordinamento nazionale e che la gestione delle migliaia di sfollati è affidata in gran parte al buon cuore dei locali che aiutano i connazionali in arrivo dalle zone alluvionate. Quanto agli scarni resoconti che giungono dalle zone colpite, l'immagine è quella di interi villaggi spazzati via e di contadini che cercano di mettersi in salvo sui battelli militari ben al di là della dozzina di persone che potrebbero portare. L'esercito ha mobilitato anche l'aviazione che ha finora trasportato da Delhi almeno 200 tonnellate di alimenti e strutture e messo in campo una squadra di elicotteri.
In questa regione dell'Asia gli alluvioni sono all'ordine del giorno (nel 2005 si registrarono 3.400 vittime) ma questa volta la vicenda “naturale” e corredata da polemiche molto umane: secondo l’accordo che, da diversi decenni, regola il contenzioso sulle acque tra i due paesi, il governo del Bihar avrebbe dovuto provvedere alla manutenzione degli argini del Kosi, mentre ai nepalesi spetta tenere d'occhio la portata d'acqua del fiume che bagna i due stati confinanti. Ma sia Delhi che Kathmandu devono aver lasciato correre visto che gli argini in India hanno ceduto e che il Nepal non è stato in grado di prevedere che la diga avrebbe potuto cedere. Un brutto colpo anche per le già fragili relazioni tra i due stati in un momento in cui il Nepal vorrebbe ridiscutere tutti gli accordi più importanti che lo legano all'India.