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venerdì 31 ottobre 2008

LA MATTANZA DELLE BALENE



Succede in Danimarca. Ho ricevuto una mail che sta girando sul web e che contiene una serie di immagini raccapriccianti (qui ne vedete una). Non so molto di questa storia ma la mail chiede di far girare il messaggio e lo faccio volentieri. Storie da stomaci forti ma su cui non so dirvi molto di più. Di seguito il testo che mi è stato inviato

Grindabo. Fiesta para la virilidad en las islas Feroe.
Septiembre 2008
El espantoso hecho ocurre como una fiesta en las costas de las Islas Feroe, ubicadas en el mar Atlántico. Hasta allí, los delfines calderones son guiados cada verano hacia las costas, donde quedan atrapados y son asesinados a sangre fría por jóvenes.
Ante la mirada indiferente de la Unión Europea, los delfines calderones y ballenas son asesinados de manera brutal y salvaje en las costas de las Islas Feroe -Dinamarca-, donde esta macabra matanza es celebrada por los jóvenes del lugar como una fiesta que demuestra la virilidad de los hombres.
El impresionante panorama se repite cada temporada de verano en este territorio constituido por 18 islas ubicadas en el centro del mar Atlántico Norte. Hasta allí, llegan cada año al menos 900 ballenas en busca de alimentos y guiadas por los hombres que desde barcos lanzan piedras para conducirlas hacia la bahía, quedando atrapadas en la costa por el empuje constante de los demás animales que quieren seguir avanzando.
Ya atrapadas por la baja marea y sin poder retroceder, comienza el denominado 'Grindabo' o 'Grindadráp' -cazar ballenas- donde los adolescentes protagonizan la matanza con ganchos llamados blásturongul y sierras para cortar la espina dorsal tratando de quebrar y romper sus principales arterias.

giovedì 30 ottobre 2008

LA FARNESINA PARLA ARABO



Novità interessante sul sito del ministero degli esteri italiano. E' stata aggiunta la lingua araba tra quelle in cui è possibile consultare le notizie e le informazioni. Una buona iniziativa: ora lo strumento c'è. Occorre vedere quali contenuti si metteranno, e quali saranno le reazioni dei paesi arabi.

martedì 28 ottobre 2008

SPIRAGLIO DI LUCE NEL CASO BIANZINO



Per la magistratura di Perugia il caso di Aldo Bianzino non è chiuso. Il giudice per le indagini preliminari Massimo Ricciarelli ha infatti ordinato al pubblico ministero Giuseppe Petrazzini ulteriori accertamenti medico legali che possano fare chiarezza sull'oscura vicenda di una morte di carcere. Una notizia che riaccende il filo della speranza nei famigliari dell'ebanista di Pietralunga che, arrestato per detenzione di erba, entrò con la sua compagna nel carcere di Capanne il 12 ottobre di un anno fa per uscirne senza vita due giorni dopo.
Dopo la sua morte, l'indagine aveva fatto decidere a Petrazzini per l'archiviazione: Aldo è morto per cause naturali, un aneurisma scoppiato all'improvviso che ne ha causato il decesso. Una bomba a tempo di cui risponde solo la natura. Ma la famiglia di Aldo, e in particolare la compagna Roberta Radici, non si dà per vinta. Per i genitori di Bianzino, i suoi figli, gli amici, la verità sembra troppo lontana per accettare l'archiviazione e, al più, un risarcimento danni in sede civile. A luglio l'avvocato Massimo Zaganelli presenta una corposa memoria facendo opposizione all'archiviazione. Ad agosto si viene a sapere che il Gip, che avrebbe potuto rifiutarla, l'ha invece accolta: studia le carte e, evidentemente, resta colpito da una ricostruzione in cui l'indagine appare, secondo i famigliari di Aldo, lacunosa e con molti interrogativi, a cominciare da un fegato spappolato, come strappato via dalla sua sede naturale. Il 17 ottobre il Gip convoca il Pm e le parti, ossia i legali della famiglia. E infine scrive la sua ordinanza che riapre i giochi.
Non si limita il Gip a chiedere ulteriori accertamenti medico legali e ad esigere dunque un'indagine più completa ma auspica anche che il magistrato inquirente utilizzi nuove figure professionali per vederci più chiaro: professionisti esterni con cui setacciare tutte la sequenza di quei giorni che lasciarono nel corpo di Aldo almeno un segno evidentissimo sul suo fegato....

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sabato 25 ottobre 2008

LA PIAZZA, LA SPERANZA E IL METRO DELLA CIVILTA'


Questa mattina sono stato svegliato dagli slogan di un corteo: “Ce n'est q'un debut....”. Non ho potuto fare a meno di correre in strada ed ero emozionato, lo ammetto. Mi son chiesto allora, vedendo sfilare quei ragazzi che hanno adesso 15 anni come li avevo io nel 1968, se non si trattasse di una mia sindrome nostalgica di cinquantenne per i bei tempi della giovinezza andata. Ma non era così: la nostalgia è sempre un sentimento controverso specie se applicato alle categorie della politica. Pericoloso. No, non era nostalgia, era speranza. Quei ragazzi mi hanno ricordato che l'indignazione per quanto accade in questo paese si può anche esprimere e non solo su blog e (pochi) giornali. Per strada. E che per strada la speranza diventa forza, reazione, cambiamento possibile. Questo dicevano quei 500 ragazzi senza slogan né bandiere di partiti politici ma con un solo un cartellone: "Cavour (il nome della scuola) presente". Passeggiata per bigiare? Non credo perché perché per chi non è interessato, uno sciopero è l'occasione per andare al cinema. E' sempre stato così. E quando queste cose accadono spontaneamente, è sempre un bel segnale. E' la testa che si muove. Col cuore e con le gambe.

Seguendo in questi giorni le vicende studentesche mi sono imbattuto, come forse qualcun altro tra voi, nell'intervista che Cossiga ha rilasciato a un giornale. Cosa ha detto? Stentavo a crederlo ma potete dare un'occhiata alle dichiarazioni rilasciate al Quotidiano nazionale nelle quali , a un imbarazzato cronista, un presidente emerito della repubblica si esercitava in consigli al ministro degli Interni rispetto agli studenti universitari: "....lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città.... Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri...le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà...mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano..."(il grassetto è mio).

Cossiga non mi è mai piaciuto molto ma qui ha passato ogni limite. Scherzava? Non pare e comunque questi scherzi non si fanno specie se si è rivestita la più alta carica dello Stato. Ma quel che più mi ha colpito è che ieri alla Sapienza alcuni studenti, dopo aver letto il QN, volevano scrivere sul muro “Kossiga boia” col K e alcuni studenti lo hanno impedito. Questa è civiltà. E l'intervista di Cossiga? Questa è inciviltà. Peggio incitamento alla violenza e all'odio. Configura un reato penale se lo dicessi io. Immaginatevi se lo dicesse da Parigi Oreste Scalzone rivolto alla polizia. Apriti cielo. E invece? Invece Cossiga può dire una cosa assolutamente indegna e nessuno (pochi) si indigna. Civiltà contro inciviltà. Delle parole che, non caso, qualcuno ha detto possono essere pietre.

In certi momenti bisogna conservare la calma, come hanno fatto i ragazzi della Sapienza. Ma di questi tempi frasi così non dovrebbero passare inosservate, girando al più nel regno dei blog. Dovrebbero essere una pietra dello scandalo come quelle dette dal premier quando parlava della polizia nelle università e invitava noi giornalisti a riportare fedelmente le sue parole, salvo poi ritrattarle. Ma non mi pare che Cossiga abbia ritrattato.

Insomma per qualcuno le manifestazioni degli studenti sono un atto violento e ingiustificato. Per me sono un segno di speranza. Quando qualcosa si muove dal profondo della società, dalle sue basi e arriva a contagiare un quattordicenne, un ventenne o un cinquantenne, c'è speranza che qualcosa accada. Che una parte di questo paese si risvegli dal suo torpore. Chissà

SI TORNA A PARLARE DELLA CROCE ROSSA ITALIANA



La Croce rossa continuerà ad essere un'organizzazione che ha rapporti molto stretti con il governo italiano. Se ne riparla in questi giorni. Ricordando i suoi capitoli più bui, iniziati in Iraq nella primavera del 2003 quando alla testa della Cri c'è un avvocato di Sulmona che dà la sterzata decisiva

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Il capitolo più buio della Croce rossa italiana è associato al nome del suo penultimo commissario straordinario, l'avvocato Maurizio Scelli. Lo scenario è quello dell'Iraq che scopre di essere un paese in guerra anziché una nazione liberata. E Scelli si distinguerà, come mai prima era successo, per schiacciare l'operato della Cri su quello del governo italiano, facendo carta straccia dei tre capisaldi dell'entità creata dal filantropo svizzero Henry Dunant nell'800: neutralità, indipendenza, imparzialità.
Il primo intervento della Cri in Iraq apre in realtà un capitolo nuovo dell'intervento umanitario in tempo di guerra: e salda esigenze di propaganda governativa all'operato di un'organizzazione che dovrebbe tenersene alla larga per mandato. L'idea prende corpo nella primavera del 2003. Viene concepita tra le stanze dei dicasteri di Difesa ed Esteri, retti al tempo dai ministri Martino e Frattini, e di Palazzo Chigi, dove nella sala comando c'è Gianni Letta, buon amico di Maurizio Scelli (anche se poi, in una famosa audizione al Comitato parlamentare di controllo sui servizi nel settembre del 2005, lo scaricherà). E' facile dunque per Scelli suggerire l'invio di un ospedale da campo di alto profilo tecnologico a Bagdad, segno tangibile dell'italico buon cuore. Martino spiegherà in parlamento che "...la vigilanza interna dell'ospedale è affidata ad un'unità di trenta carabinieri.... primo segno concreto della presenza militare italiana in territorio iracheno, con evidenti scopi umanitari...".
La scelta dell'ospedale militarizzato non passa però inosservata nella comunità degli esperti di diritto umanitario e tra le Ong italiane (Un ponte per...tra le prime). E varca la frontiera, sollevando polemiche nella sede centrale della Croce rossa internazionale a Ginevra... Leggi tutto su Lettera22.

venerdì 24 ottobre 2008

FERMARE LA GUERRA CON PIù GUERRA?



Islamabad vuole armare i clan loali delle agenzie tribali al confine con l'Afghanistan per contrastare qaedisti e talebani. Ma ha senso cercare di stroncare una guerra iniettando più armi in un'area esplosiva e caratterizzata da un forte sottosviluppo, ambiente ottimo per la propaganda jihadista? Dubbi e perplessità mentre anche il parlamento pachistano dice no al governo Zardari e rilancia la parola "negoziato"

Almeno di otto vittime e diversi feriti è il bilancio dell'ultimo raid missilistico nel Waziristan del Nord, in un'area della cintura tribale pachistana al confine con l'Afghanistan considerata roccaforte del rais talebano Jalaluddin Haqqani, di simpatie qaediste. L'attacco di un drone americano ha parzialmente distrutto una madrasa a Dandai Darpajel. Tutte le vittime sarebbero studenti di età compresa tra i 12 ed i 18 anni. L'attacco è arrivato a poche ore dalla richiesta del parlamento pachistano al governo Zardari di un riesame della strategia di sicurezza nazionale e di lotta al terrorismo. I parlamentari hanno definito il dialogo «la massima priorità» nella gestione del conflitto, sottolineando la necessità di salvaguardare la sovranità ed integrità territoriale del Pakistan. Ma il governo intende privilegiare un'altra scelta.
Impegnato in una lotta senza quartiere ai talebani nelle aree tribali, l'esercito di Islamabad ha il fiato corto e sinora la strategia negoziale, alternata ad azioni militari (nel Bajaur sono stati uccisi da agosto circa un migliaio di militanti jihadisti) non ha portato a nulla. Così il governo ha deciso di armare, con Ak47 appena comprati in Cina, delle milizie tribali, piccoli eserciti guidati da capiclan che mal sopportano qaedisti e talebani. Idea gravida di prospettive problematiche: iniettare ancora più armi per fermare una guerra può infatti essere anche il modo migliore per alimentarla all'infinito. Infine, in assenza di un piano politico che preveda di far uscire le aree tribali dal sottosviluppo, questi nuovi eserciti rischiano di essere i futuri battaglioni di un secessionismo sempre rampante in quell'angolo di mondo.



Anche su Lettera22

mercoledì 22 ottobre 2008

PASTICCIACCIO AFGANO



Pasticcio. Palude. Disastro. Fallimento. Ci si può sbizzarrire con i sostantivi per cercare di definire quel che accade in Afghanistan ma persino le parole sembrano avere un limite. Il brutale assassinio di una cooperante (la prima volta nella capitale) e, nello stesso giorno, la morte in seguito di un'autobomba di cinque bambini che erano vicino a una pattuglia di militari tedeschi, sono solo le ultime due cattive notizie che raccontano di un deterioramento non solo della sicurezza ma della guerra stessa. I talebani, o almeno una parte di questa galassia ormai infiltrata da criminali comuni, trafficanti di armi e narcos, stanno tentando il tutto per tutto utilizzando la pratica del terrore e cercando di sfruttare il momento di debolezza e stanchezza che stanno provando le cancellerie occidentali e i contingenti militari inviati sul terreno. La strategia dei raid aerei, con il loro corollario di vittime civili, non ha fatto intanto che peggiorare lo stato delle cose, senza garantire un reale controllo del territorio e semmai aumentando la perdita del consenso della popolazione locale che, fino all'anno scorso, era ancora oltre il 50% ma che sembra scemare vieppiù: se infatti i militari della Nato non riescono a garantire la sicurezza e, inoltre, continuano a collezionare vittime civili, con chi conviene schierarsi?
La svolta a più riprese invocata è rimasta lettera morta, circondata soltanto dagli effetti blandissimi di una ricostruzione mal guidata e di cui, in alcuni casi, hanno beneficiato soprattutto contractor stranieri. Resta dunque questo il problema reale: il vuoto della proposta politica e l'afasia dei parlamenti e dei governi europei cui fa da contraltare un'impasse dell'Amministrazione americana che, in attesa della nuova presidenza – che non pare per altro aver le idee ben chiare sulla questione – continua a limitarsi a invocare una soluzione “irachena” e un aumento di truppe con le quali il demiurgo del “surge” il generale Petraeus, dovrebbe aggiustare ogni cosa.
Il paradosso è che proprio dai vertici militari – da quelli americani a quelli europei passando, dopo le recenti dichiarazioni del generale John Craddock, anche dai vertici della Nato – viene l'indicazione che la guerra non sarà vinta con la sola opzione militare. Ma al momento, né le indicazioni di Craddok, né quelle dello stesso tenore del generale britannico Mark Carleton-Smith, sembrano aver fatto breccia nella politica benché un primo segnale – ma assai controverso nelle reazioni- sia arrivato nei giorni in cui, per la prima volta in forma ufficiale e sotto gli auspici della monarchia saudita, emissari talebani e del governo Karzai si incontravano alla Mecca indicando che è in realtà in corso un processo negoziale.
Quello che manca è dunque un'indicazione chiara da parte della politica e la trasformazione di una serie di nebulose (negoziati con la guerriglia, conferenza di pace internazionale, avvio di un processo negoziato con i paesi che confinano con l'Afghanistan) in dichiarazioni chiare ed efficaci che comincino a disegnare nuovi scenari oltre la guerra e a individuare strategie concordate per uscire dalla palude afgana. Prima che l'impresa si dimostri realmente un disastro e un fallimento.

Questo articolo è stato preparato su richiesta del sito www.agimondo.org

martedì 21 ottobre 2008

AGGUATO A KABUL



L'omicidio atipico di un'operatrice umanitaria. I talebani rivendicano l'assassinio di Gayle Williams (nella foto tratta dal sito della Bbc) e un attentato che a Kunduz uccide cinque bambini e due militari Nato tedeschi


Trentaquattro anni, di cui due spesi in Afghanistan nei centri per disabili. Stava andando al suo ufficio di Kabul Gayle Williams, origini sudafricane e passaporto britannico, una casa a Londra. Ma non c'è mai arrivata: alle sette del mattino la cooperante di Serve Afghanistan, una Ong britannica di ispirazione cristiana che lavora nel paese dal 1993, è stata ammazzata a colpi di pistola da due killer in moto. La morte deve essere stata immediata perché quando i suoi colleghi sono arrivati sul posto Gayle era già deceduta, una lunga scia di sangue sul marciapiede.
A poco è servito un inseguimento tardivo nel traffico caotico di una capitale che, soprattutto a quell'ora del mattino, è bloccato da code interminabili di auto, pullman e carretti trainati a mano. La sua morte apre diversi interrogativi. Innanzi tutto si tratta del primo assassinio di un umanitario nella capitale, già teatro di rapimenti e rapine ma mai di questo tipo di killeraggio. E Mike Lyth, il responsabile della “charity” che ha sede in Gran Bretagna, dove vive la mamma di Gayle (che era nata in Sud Africa ma si era poi trasferita con la madre a Londra) ha molti dubbi sulla rivendicazione giunta qualche ora dopo. “Abbiamo assassinato questa donna straniera - e ce ne assumiamo la responsabilità - perché lavorava per un' organizzazione che predica il cristianesimo in Afghanistan”, dice il portavoce talebano Zabiullah Mujahid che telefona alla agenzia France Press per rivendicare l'omicidio. Ma Lyth non ci crede. Non crede alle accuse di “proselitismo” fatte a un'organizzazione nota per aver tradotto libri in braille e per l'assistenza a molti disabili.
Secondo il capo dell'organizzazione caritatevole hanno forse utilizzato “opportunistica mente”, come ha detto a un quotidiano britannico, un azione da sicari che ha forse altre origini. Uomini e donne di Serve Afghanistan non erano di primo pelo: tutte le mattine sceglievano per abitudine strade diverse proprio per evitare rapimenti. Quanto ai talebani resta da vedere se la rivendicazione sia attendibile (altre volte hanno smentito l'uccisione di operatori umanitari) anche perché la galassia jihadista, sempre più infiltrata da banditi, narco e trafficanti di armi, è ormai un puzzle di difficile decifrazione e forse c'è chi ha tutto l'interesse, mentre si muovono passi difficili sulla strada negoziale (dopo i colloqui della Mecca) a mandare a monte anche la più piccola apertura. Certo gli umanitari – anche Save Afghanistan sta pensando di chiudere i battenti – si sentono sotto tiro e sono quantomeno un aspetto dello stillicidio quotidiano della guerra: secondo l'ultimo rapporto dell'ufficio afgano per la sicurezza delle Ong (Anso), nel 2008 sono stati uccisi 28 operatori, cinque dei quali stranieri. Ventisette sono stati rapiti. Nel contempo, quando lo scorso 13 agosto tre donne straniere e il loro autista afgano furono assassinate in un'imboscata a una ventina di chilometri da Kabul, i talebani smentirono che l'azione fosse stata condotta contro gli umanitari e che si era trattato di un errore. Ma nel clima di violenza che attanaglia il paese (nel 2008, dice Anso, ci sono stati 146 episodi di violenza contro le organizzazioni non governative da parte di ribelli o di criminali comuni, 16 in più che nel 2007) ogni giorno diventa sempre più difficile capirne le ragioni e l'origine.
Lo stesso Zabiullah Mujahid, ha comunque rivendicato anche l'attentato compiuto ieri a Kunduz, nel Nord dell'Afghanistan, che ha causato la morte di cinque bambini e di due soldati tedeschi della Nato. Feriti anche un militare e un civile.

domenica 19 ottobre 2008

AGGUATO A HERAT



Herat, Badghis, Farah. Sono questi i territori dove i soldati italiani devono tener d'occhio una situazione in graduale peggioramento. Anche perché non ci sono solo i talebani di mullah Omar...


Si alza il livello dello scontro, spiega ai giornalisti il ministro La Russa dopo l'attentato kamikaze ieri a Herat che ha ferito cinque militari italiani. Dice ciò che è già noto e già registrato sul terreno dai soldati italiani che hanno la responsabilità del presidio di Herat. Un presidio che li porta a controllare una zona ad alta tensione al confine occidentale afgano, lungo la frontiera che separa l'Afghanistan dall'Iran. Per dirla con le parole di un generale che ha passato molto tempo in Afghanistan "i nostri uomini partono al mattino ma non sono certi del modo in cui torneranno alla base". Territorio ostile e nel quale anche il consenso della popolazione locale sembra sempre più in calo: "ci sono villaggi dove i nostri convogli vengono presi a sassate", ci confida un comandante italiano a Herat durante una visita alla regione sotto comando italiano.
Gli uomini che ieri sono stati feriti fanno parte dell'Operational Mentoring and Liason Teams (Omlt), squadre di militari della forza Isaf-Nato, incaricati di addestrare l'esercito afgano (Ana) non solo a livello tecnico-teorico ma direttamente sul campo. Sono spesso fianco a fianco e accompagnano i soldati afgani in missione. Le unità sono composte da un numero di soldati che varia da una dozzina a una ventina e si tratta sempre di personale selezionato che ha esperienza e proviene da reparti d'élite. Cinque sono gli Omlt italiani che addestrano i soldati afgani e queste squadre sarebbero ricalcate sugli Ett statunitensi (Embedded training teams) che svolgono la stessa attività nell'ambito dell'operazione Enduring Freedom, l'altra missione a guida solo americana che opera, creando non pochi problemi, parallelamente alla missione Isaf-Nato nel paese asiatico. Il 31 agosto due militari italiani che facevano parte di queste squadre rimasero feriti durante un'operazione logistica a Bala Morghab, nella provincia di Badghis e sempre militari italiani di queste unità avrebbero in passato già partecipato a scontri a fuoco con i talebani.
Herat, Badghis, Farah. Sono questi i territori dove i soldati italiani devono tener d'occhio una situazione in graduale peggioramento. Anche perché non ci sono solo i talebani di mullah Omar. Herat è una zona di antica vocazione guerriera con una lunga storia di milizie a suo tempo comandate dall'ex governatore della provincia Ismail Khan, finito poi ministro del governo Karzai. Poi, riferiva l'emittente araba Al Jazeera, ci sono personaggi come l'ex sindaco della capitale della provincia di Herat, Ghullam Yahya Akbari, che vive tra le montagne e conta su una ventina di basi. Intervistato ha detto che non intende negoziare e non vuole fare come mullah Omar se questo sceglierà di trattare. Difficile definirlo un talebano. A lui si attribuiscono rapimenti di ostaggi probabilmente più a fine di lucro che per vera motivazione politica.
In quelle regioni al confine si muovono spezzoni di milizia alleate alla grande rete del contrabbando trans frontaliero dei vari signori della guerra e delle armi, molti dei quali oggi sono signori dell'oppio: sia a Badghis che ad Herat i livelli di produzione non sono paragonabili a zone come Helmand o Kandhar ma già nel 2007 gli uffici dell'Onu di Kabul denunciavano un incremento delle coltivazioni tra il 10 e il 50%.

venerdì 17 ottobre 2008

CIVILE OBIEZIONE E TAGLI ALLA COOPERAZIONE



I fondi della cooperazione italiana, in futuro sempre più al lumicino per i tagli del governo, tornano a riaccendere polemiche. E fa capolino anche l'oramai nota confusione di competenze e finanziamenti tra civile e militare. La polemica sul dissanguamento dei fondi dell'Aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) è stata ieri l'oggetto degli strali della Coordinatrice della Campagna dell'Onu per gli Obiettivi del Millennio, Evelyn Herfkens, che giovedì era in visita al parlamento italiano. Ma una precisazione del senatore del Pd, Roberto di Giovan Paolo, che era ieri presente alla conferenza stampa della Herfkens, ha messo il dito nella piaga di un'antica materia: quattrini della cooperazione civile che finiscono a finanziare parte delle missioni militari.
In maniera abbastanza silenziosa infatti è passato mercoledì al Senato il doppio voto che ha fatto diventare legge due decreti: la proroga della partecipazione italiana alle missioni internazionali, fino alla fine dell'anno e le "disposizioni urgenti" per la partecipazione italiana alla missione di vigilanza dell'Unione europea in Georgia. Di Giovan Paolo, un passato da obiettore di coscienza, ha però deciso di non partecipare al voto delle due leggi (passate con 261 voti su 262 presenti al Senato) che settimana prossima andranno alla Camera...Continua

martedì 14 ottobre 2008

REPORTAGE CUBANO



Una foto di Alberto D. Perez, un collega giornalista dell'Undp dell'Avana, alla presetazione del saggio "Cooperacion e Innovacion. El Pdhl en Cuba - Viaje a un programa innovador de desarollo humano, cooperacion, dialogo e intercambio entre comunidades", uscito per i tipi dell'Undp che mi aveva affidato questo lavoro qualche tempo fa. Il libro è stato presentato all'Avana il 2 ottobre scorso

lunedì 13 ottobre 2008

CIVILI E MILITARI POSSONO DIALOGARE?



Cosa lascia dietro di se' un convegno? Spesso solo la somma dei nodi affrontati dai singoli relatori, più o meno brillanti, più o meno noiosi, più o meno suggestivi. Naturalmente ognuno ne ricava anche una sensazione o ne sceglie un aspetto che non per forza è poi il segno di quell'incontro in quanto tale. Ma a Rovereto ho tratto la convinzione che un passo importante è stato fatto. Un passo che si deve a un'intuizione degli organizzatori (col Museo la Ong Mine Action Italy di Brescia e la S:E:I di Ghedi, un tempo all'avanguardia nella produzione delle mine). L'intuizione è che tre mondi separati (militari, società civile, industria mirata al settore bellico) debbano alla fine parlarsi. Dialogo (im)possibile? Gli organizzatori mi avevano affidato questo tema che non so quanto bene ho affrontato. Ma il fatto che lì si fosse a interrogarsi proprio su questo dialogo già era dialogo. Il che non è poco. Non so, non credo, che il dialogo sia così trasversale da potersi applicare a tutti e tre i segmenti. Francamente i rapporti con l'industria che produce armi credo che rimarranno difficili, almeno per quel che riguarda la società civile italiana, nelle sue più diverse forme. Come ha ben spiegato Francesco Mantovani di Finmeccanica , è il business a informare l'azione di una grande industria e dunque col business – specie nel settore militare – c'è poco da ragionare. L'industria bellica vive di guerra assai più dei militari che, bene o male, benché la guerra la facciano in prima persone, sono anche le persone che, se ben dirette, arrivano anche a far si che si negozi la pace. Vorrei dire per paradosso che pur se la guerra è la ragione d'essere dell'esistenza dei militari, l'industria bellica ha un dannato bisogno della guerra per alimentarsi mentre i militari possono anche configurarsi come i custodi della pace (in qualche caso è avvenuto e avviene).
Nel mondo ideale di un pacifista ragionevole (e mi ci metto anch'io) non ci sono guerre ma i militari – credo – restano. Non per farla la guerra, ma per impedirla. Ma sarebbero militari armati di bastone, come dire, come i policeman di Londra. In un mondo senza guerre, basterebbe infatti poco a impedirle mentre anche nelle paci più o meno durevoli che conosciamo, la preparazione della guerra continua – fosse quella fredda o quelle a termica variabile di oggidì – prevede un'industria che continui a produrre sempre più sofisticati sistemi d'arma. In buona sostanza, se davvero si lavorasse al disarmo, i militari resterebbero ma l'industria della guerra dovrebbe pensare a riconvertirsi pesantemente. Ma questo è un discorso che ci porta lontano e che riserviamo a altro capitolo.

Militari e società civile

A Rovereto si è invece sviluppato un confronto (forse il termine dialogo è ancora prematuro) tra militari e società civile. Molti gli interventi e molti i nodi da sciogliere con per sfondo le nostre missioni di pace ma direi, soprattutto, l'onda lunga, cupa e glaciale della guerra d'Afghanistan (che proprio durante il convegno vedeva ferito l'ennesimo soldato italiano), una guerra finalmente chiamata col suo nome ed evocata proprio attraverso i temi che hanno finora opposto – e ancora opporranno – militari e società civile o almeno quella parte di società civile che alle guerre si oppone (una riflessione interessante potrebbe riguardare l'Ana, l'associazione nazionale alpini, che è anch'essa società civile. E' un'associazione con 450mila associati – come ho imparato in un recente incontro a Cividale del Friuli proprio con loro - e non per forza, come con pregiudizio potremmo considerare, favorevole all'impresa o alla retorica bellica o bellicista).
Il fatto è che la società civile (penso alla rete di Afgana.org o alle Ong che si muovono con difficoltà in Afghanistan, alla rete Link2007 e così via) e i militari italiani che oggi sono in Afghanistan, non si sono finora mai parlati o quasi. Mondi separati che si lanciano strali o che demandano ad altri (i politici) la responsabilità di quanto accade. Ma poi, sul campo, eccoci lì, militari e Ong, a doversi "spartire" un territorio per ora occupato da una gran confusione (e nel quale la politica appare aihmé latitante). Il punto l'ha spiegato assai bene proprio un militare, il generale Battisti che di Afghanistan se ne intende. Ha centrato il nodo quando ha detto che le Ong temono che la cooperazione civile messa in atto dallo stesso attore che un mano dà e con l'altra spara, possa danneggiare il loro lavoro e la percezione della popolazione locale (mi scuso con l'interessato perché lo cito a braccio e conosco la sensibilità dei militari quando si usano le loro parole dal momento che son uomini che si sentono sempre "sotto tiro").
E proprio su questo argomento è forse arrivato il momento di confrontarsi. Non si tratta di una questione di puro "coordinamento" ma della ragion d'essere stessa dei Prt, i team di ricostruzione provinciale ideati dalla Nato e che sono il grande oggetto del contendere. Ma un oggetto del contendere va discusso e affrontato, con rigore e fermezza, cercando la strada per uscire, se sarà mai possibile, da questo punto controverso. C'è chi pensa che non sia possibile, c'è invece chi ritiene che una riflessione che rispetti i ruoli e le specifiche competenze e che, tanto per cominciare, accetti l'altro come controparte, possa trovare la strada corretta e forse addirittura indicare un modello. Ma insomma...
Io credo che a Rovereto il convegno abbia messo in moto un meccanismo bloccato. Anche solo per il fatto che la gente che si conosce ed entra in relazione spezza spesso il pregiudizio che, in alcuni casi, non ci fa neppure parlare assieme o subito giungere a un punto polemico che poi diventa chiusura (è stato uno degli elementi richiamati da Valter Serrentino e che mi è molto piaciuto). Si può andare avanti così, a non parlarsi? Serve (soprattutto agli afgani che si suppone vorremmo aiutare) continuare a testa bassa? E non è questo un dibattito, non solo di portata nazionale, che è ora – con maturità – di affrontare? Ciò non vuol dire recedere dai propri principi. Si tratta però di cominciare a riconoscere (e rispettare) il ruolo dell'attore con cui abbiamo a che fare e di negoziare con lui la via d'uscita possibile. Naturalmente, dice il proverbio, per fare bene una cosa bisogna essere in due a volerla fare. Credo che Rovereto abbia aiutato a mettere le basi.

La contestazione al convegno

Il convegno era naturalmente molto altro e in realtà verteva soprattutto sulla formazione. Ma io sono rimasto colpito da questo aspetto della comunicazione o dell'incomunicabilità. Fuori dal luogo del convegno una gruppo di pacifisti ha contestato l'incontro. Un gruppo che si è firmato nel volantino “Antimilitaristi senza se e senza ma” e che denunciava l'imminente costruzione di una nuova base militare a Mattarello, mi ha accusato di aver violato il principio sacro che coi militari non si parla. Ne abbiamo discusso davanti ai loro striscioni ma non volevano sentir ragioni. Ho rimpianto gli anni Settanta quando i manifestanti chiedevano di entrare o irrompevano nei consessi per dire la loro. Invece no, ancora più lontani del dialogo tra sordi. Eppure continuo a vedere queste manifestazioni come una risorsa. In fondo quei manifestanti volevano ricordare una cosa sacrosanta: che la guerra produce morti. E' la loro lettura che alla fine appare riduttiva. Come se la guerra fosse decisa dai soldati e non dai parlamenti che sono poi l'espressione (inutile dar sempre la colpa ai politici) del voto dei cittadini. Anche questo è un pezzo di strada da fare. E non credo ci si possa limitare a stendere uno striscione. Mi piacerebbe che il messaggio del convegno arrivasse anche a loro.

E in futuro?

La notizia ancora non è ufficiale ma del resto noi giornalisti che ci stiamo a fare?. So che in Libano si sta per costituire una sorta di comitato misto proprio per dirimere le questioni di cui abbiamo parlato. Militari e civili. Non tanto per “coordinarsi” ma per vedere e capire assieme ruoli e competenze in particolare della cooperazione civile. A me pare una buona notizia e spero che la cosa vada avanti. Come spero che anche l'anno prossimo Rovereto torni ad ospitare questo dibattito di cui voglio davvero ringraziare gli organizzatori

martedì 7 ottobre 2008

EPPUR SI MUOVE



Un filo rosso, colore del sangue, lega ormai sempre di più le vicende del Pakistan all'Afghanistan come dimostra anche l'ultimo attentato di ieri nel Punjab, dove un kamikaze ha ucciso almeno venti persone nella residenza di un parlamentare della Lega musulmana (Pml-N). L'attacco non è stato rivendicato, ma la stampa pachistana riferisce che l'attentatore aveva in tasca moneta afgana. Eppure qualcosa si muove anche sul fronte diplomatico e proprio sul dossier afgano, fatto che non può non influenzare anche quanto accade in Pakistan. La notizia arriva dalla Mecca e la riferisce la Cnn.
Secondo l'emittente americana, che cita una fonte anonima, tre-quattro giorni di intense discussioni si sarebbero svolte alla Mecca a partire dal 24 settembre scorso tra undici delegati talebani, due funzionari del governo Karzai, un rappresentante del capo mujaheddin Gulbuddin Hekmatyar (uomo che gioca in proprio e dalle alleanza variabili) e altre tre persone di cui non è nota la funzione. Gran mediatore lo stesso re Abdullah, che ha festeggiato la fine del digiuno nell'Eid el-Fitr proprio con tutti i 17 delegati: gesto di pace, inteso a dimostrare il ruolo negoziale di Riyad. La fonte citata da Cnn sostiene che il negoziato per arrivare ai colloqui sarebbe durato due anni e che i delegati talebani sarebbero stati inviati da mullah Omar col mandato di far tra l'altro sapere che il capo storico dei turbanti non ne vuole più sapere dei qaedisti, cosa già detta, seppur a mezza bocca e in più occasioni, dall'uomo che fu il miglior alleato di Osama in Afghanistan.
Presto per dire cosa salterà fuori dal negoziato e presto anche per capirne il valore poiché non molto si sa degli inviati di un governo che i talebani hanno sempre accusato di non essere altro che una marionetta in mano agli stranieri. Ma la vicenda è rilevante così come è singolare l'impegno di Riad nel ritagliarsi un ruolo evidentemente osservato con molta attenzione dai paesi occidentali impegnati in Afghanistan, molti dei quali, a cominciare dai britannici (l'opzione militare non può essere da sola vittoriosa hanno detto all'unisono il generale britannico Carleton-Smith e il ministro della Difesa afgano Wardak) interessati a trovare una strada politico-negoziale per uscire dalla palude di una guerra sempre più impopolare, oltre che in Afghanistan, ormai anche nell'opinione pubblica europea. Presto comunque anche perché la notizia è stata subito smentita: ha negato Karzai, sostenendo che eventuali trattative potranno tenersi solo in Afghanistan. E lo stesso hanno fatto i talebani, ripescando il noto adagio che riguarda l'impossibilità di negoziare finché il paese resta sotto occupazione. Ma anche le smentite fanno parte di una partita che ha una grossa posta in gioco: a cominciare dalle ricadute in Pakistan o nel vicino Iran, che non ha nascosto di considerare l'Afghanistan (come fa Islamabad verso Nuova Delhi) la sua zona di "profondità strategica" nel caso Washington scelga la guerra a Teheran. A Riad non sono meno preoccupati di esplosioni a scacchiere che rischiano di minare tutta l'Asia centrale, meridionale e mediorientale, mettendo in difficoltà anche la terra sacra alla Umma e alla monarchia saudita.

domenica 5 ottobre 2008

DIARIO DALL'AVANA



L'Avana - Proprio dietro alle banchine del porto un paio di appartamenti sono franati sulla strada. Si intravedono ancora i materassi schiacciati tra le macerie, brandelli di intonaco, le traverse in legno del tetto, le pareti che, squarciate dalla forza del vento, si sono aperte sulla strada come sotto l'effetto di un bombardamento. Eppure, qui nella capitale, il passaggio dell'uragano ha fatto una sola vittima. E non solo perché l'Avana è stata assai meno toccata di altre province del paese dove la furia di “Gustav” prima e di “Ike” poi, accompagnati da altri due uragani “minori”, ha fatto veri e propri disastri: i più pesanti degli ultimi cinquant'anni. Il bilancio ufficiale è di sette morti e, paradossalmente, uno di questi era il responsabile dei piani di evacuazione, la vera e unica forza umana che si può opporre alla forza naturale degli uragani la cui stagione non è ancora del tutto terminata. Il pover'uomo, dopo aver passato la giornata a sistemare materassi nelle scuole e ad assicurarsi che ognuno avesse lasciato la propria casa, era così sfinito che si è addormentato nella sua che, come le altre, avrebbe dovuto essere evacuata. Forse ha chiuso gli occhi un momento per riposarsi un po'. Gli è crollata addosso quella del vicino.
In questi giorni una pioggia densa cade sulla città. Piove anche al mattino, il che è piuttosto insolito, e la gente guarda il cielo preoccupata sperando che l'allerta non scatti di nuovo. Le nubi si addensano creando una nebbia cosi fitta che, oltre il braccio di mare che interseca la città, non si vede l'altra parte del porto commerciale. Scrosci d'acqua e tuoni che sembrano scatenare la rabbia di Giove si abbattono sulla capitale trasformando le strade in fiumi impetuosi dove scorrazzano senza tema gli impeccabili nuovi autobus (oltre un migliaio) comperati dai cubani in Bielorussia e Cina, un paese - ha donato 2,5 milioni di dollari per l'emergenza - che sta guardando con interesse, da diversi anni, a questa orgogliosa isola dei Caraibi. Tanto orgogliosa da aver respinto al mittente un'offerta di aiuto americana di 100mila dollari. “Il fatto è – spiega Orlando Requeijo, viceministro per la Cooperazione – che volevano inviare anche una loro squadra di soccorso per fare una stima dei danni...abbiamo detto no grazie”. All'Avana era semmai piaciuta l'idea di un congressista americano che aveva proposto una moratoria di tre o sei mesi dell'embargo: per permettere a Cuba di comprare materiali negli Stati Uniti. Ma l'idea non è andata giù al presidente Bush e la cosa è finita lì. “Noi cubani vorremmo solo l'accesso al credito internazionale e poter comprare negli Usa, mercato vicino e più e economico”. Ma questo l'embargo non lo consente.
Sinora oltre una quarantina di nazioni hanno dato una mano: soldi soprattutto, e materiali. Tutti i paesi sudamericani e persino la piccola Timor Est che ha promesso mezzo milione di dollari, segnale d'attenzione molto apprezzato non meno di quello dei ciprioti (100mila dollari), in questi giorni in visita ufficiale. Ma Cipro, se si esclude il Belgio che non ha mai interrotto la cooperazione con l'Avana o la Spagna che l'ha ripresa nel 2007, è l'unico paese europeo che si è fatto avanti. Tutti gli altri, in attesa che si sblocchi definitamente il contenzioso forse nel viaggio del commissario Luis Michel il prossimo 23 ottobre, sono rimasti a tasche cucite. La cooperazione coi cubani, su iniziativa italo-spagnola, si interruppe nel 2003 col un pacchetto si sanzioni sospese poi nel 2005 ed eliminate nel 2008 ma con una clausola che ai cubani non va giù: “Se anche un solo paese si alza e se la prende con noi, il pacchetto può tornare a funzionare – spiega Requeijo – e questo ci sembra discriminatorio e punitivo”. Il viceministro dice che al momento c'è un'iniziativa francese per risolvere la questione con una proposta per riprendere con l'Avana il dialogo politico. Ma a Cuba temono che se Parigi, che ha la presidenza della Ue, non si muoverà in fretta, con l'attribuzione della presidenza della Cechia tra qualche mese e poi della Svezia subito dopo, il dialogo ne possa seriamente soffrirne. “E – dice Requeijo – bisognerebbe aspettare al gennaio 2010 quando toccherà a Madrid”.
I danni dell'ultima stagione di uragani sono stimati a circa 5 miliardi di dollari e finora la solidarietà internazionale ne ha promessi solo una quarantina. “Gli uragani hanno colpito oltre 440mila abitazioni in tutta l'isola distruggendone completamente 93mila. Ora, Cuba aveva un piano-casa per 50mila unità quest'anno. Ma adesso? Ricostruire quelle abbattute è una priorità e dunque il piano andrà a rilento. Il che è non va bene perché – ammette il viceministro – a Cuba il vero problema è la casa in questo momento”. Assai più che l'aumento dei prezzi dei prodotti agricoli – che nei mercati statali sono rimasti fissi ma che sulla piazza libera hanno avuto incrementi pesanti – o della benzina, che ha raddoppiato il suo costo, anche se, tiene a precisare Requeijo, “è il primo aumento dopo sette anni”. La crescita dei prezzi ha creato malumore. La gente si lamenta del costo delle cipolle e il quotidiano “Granma” se n'è uscito l'altro giorno con l'intera prima pagina dedicata alla promessa che il governo eviterà aumenti e speculazioni. Intanto gli alimenti scarseggiano. I negozi di verdura sono chiusi. Le uova non si trovano.
Pinar del Rio è la provincia più colpita. Dei suoi 14 municipi, nove sono in ginocchio. Dei suoi 730mila abitanti, 200mila sono stati evacuati. Le case crollate sono almeno 19mila mentre altre 90mila sono gravemente danneggiate e 29mila famiglie sono sfollate ormai stabilmente. Per permettere a gran parte degli evacuati il ritorno a casa, servirebbero circa 40 milioni di dollari che è il costo dei soli tetti. E soffrono anche gli ambulatori: 227 sono stati colpiti dall'uragano. Ciò non di meno a Pinar del Rio, regina di questo dramma naturale, non c'è stata nemmeno una vittima. Hanno funzionato i 105 centri di evacuazione della provincia (soprattutto scuole) e la solidarietà dei vicini che ospitano quelli che han perso la casa.
Ma la situazione è drammatica anche altrove, racconta Susan McDade, coordinatrice del sistema Onu nell'isola: “In totale sono quasi 2 milioni i cubani senza casa ossia quasi un quinto della popolazione. Nell'area nordorientale colpita da Ike ho visto scenari da bombardamento: alberi senza più una foglia, piante spezzate, abitazioni con le sole pareti o, come nel caso di Ibarra, case di cemento spazzate vie. Abbiamo foto di onde alte sino al quinto piano...”. La situazione è drammatica, “come è drammatico che il mondo non se ne sia quasi accorto per il semplice fatto che, quando ci sono pochissime vittime... la sensazione è che dunque il danno non sia grave”. La famiglia delle Nazioni Unite a Cuba, ossia le diverse agenzie del sistema, hanno potuto mobilitare subito quasi 9 milioni di euro, quattrini in dotazione al portafoglio dell'Onu. “Ma – dice McDade – basteranno solo per i primi tre mesi. Per andar oltre ne servono almeno altri venti. La situazione è molto grave e i cubani non stanno esagerando”. Paradossalmente i cubani sembrano persino minimizzare e di aiuto non ne chiedono. Temono, suggerisce un funzionario occidentale, che la cosa “sia sfruttata politicamente come un fattore di debolezza”. Ma i numeri restano impressionanti: solo Gustav ha mandato in rovina 55mila ettari di coltivazioni. “Il primo raccolto buono – spiega McDade – richiederà almeno tre mesi”. Il mondo se ne accorgerà?

sabato 4 ottobre 2008

ITALIA RAZZISTA? SICURAMENTE INDIFFERENTE




Riflessioni (amare) a margine della manifestazione oggi a Roma contro il razzismo

Sarà che sono appena tornato da un viaggio all'estero e, dopo i recenti fatti di cronaca, non sono stato a pormi molte domande. Ma mi era sembrata quasi una necessità civile, un imperativo civico, un dovere etico partecipare alla manifestazione contro il razzismo che si è svolta oggi a Roma. Non mi sono chiesto chi l'avesse organizzato. Ho solo sentito l'impulso di andare anch'io per strada. So che non sono le manifestazioni che cambiano la realtà delle cose, ma so anche che certi gesti sono importanti e, per quanto poco possano valere, dimostrano che esiste una reazione.

Quel che accade nel mio paese mi preoccupa. Lo vivo con un sentimento di cupa tristezza interiore che però non voglio si trasformi in accettazione supina. Uccidono un ragazzo nero a Milano, poi ne fan fuori diversi altri a Castelvolturno e poi giù, a precipizio, picchiano un cinese, un altro nero e così via. Uno al giorno, come fosse ormai un esercizio di matematica quotidiana. Ma in che razza di paese vivo? Sarà un fenomeno passeggero o un campanello di allarme? E intanto quei poveri disgraziati uccisi o picchiati a sangue? Ecco, mi dico, vado in piazza a far sentire la mia voce, a dire che questa Italia non mi va e a scusarmi. Mi aspettavo di trovare tanta gente. Mi aspettavo che un'indignazione generale avesse contagiato centinaia di migliaia di altre persone e invece....
Gli organizzatori dicono che eravamo in 15-20mila. Con il beneficio ideologico e la considerazione che il tempo è stato malandrino, diciamo che eravamo 10mila. Ma la valutazione che abbiamo fatto in piazza coi pochi amici presenti è che eravamo 5-6mila. Pochi? Pochissimi, tanto da provar vergogna.

Risalgo il corteo. Vedo quelli dell'Associazione antirazzista interetnica 3 Febbraio che sono in testa e ballano e cantano. Ma gridano anche slogan molto duri, pur se molto civili. Se la prendono con Maroni e Berlusconi, ma anche con Veltroni e Bertinotti. Non han tutti i torti. Penso che se la dovrebbero prendere anche con me per il solo fatto che consento che nel mio paese si dia fuoco alle baracche dei rom e che si picchi qualcuno per il colore della sua pelle. Più su c'è il gruppo di Emergency: striscione e parecchia gente dietro. C'è anche il suo presidente, Garbagnati, che è una brava persona e che è venuto da Milano. Poi c'è il Partito umanista, gli anarco-comunisti, quelli della “Kronstadt”e alla fine un manipolo di partitini comunisti trozkisti con parole d'ordine d'antan, alcune delle quali avevo dimenticato, che suonano proprio come slogan del secolo scorso. Ma, tanto di cappello! Sono lì come me e ci devono aver messo anche dei soldi per il palco e tutto il resto.

Compro un libro che non leggerò per sei euro. Noto che ci son tanti studenti ma nessuno striscione dell'Università. Poche le bandiere della pace. Nessun gonfalone. Manco un sindacalista. Vedo però uno striscione di Rifondazione: è scritto a pennarello “Prc Roma”, ma certo Rifondazione non fa una gran figura. Ci son quindici persone che si giustificano: “Gli altri son nel corteo sparsi nelle varie associazioni...”. A bhe.
Agguerriti son quelli della Garbatella, un comitato antirazzista molto corposo. E poi tanti altri, sigle e siglette che non conosco. Ah, dimenticavo. C'è un mucchio di bandiere di “Socialismo Rivoluzionario”, il gruppo che ha organizzato la manifestazione. Lo apprendo solo alla fine, quando stanno per dar via al concerto e dal palco fanno riferimento a un appello che è partito da loro. E allora capisco tante cose.

Mi è venuto il magone a risalire quel corteo facendo la conta. La testa, con un manipolo di simil black panther che cantano e ballano, riempiva di energia e simpatia. Man man che si risaliva per arrivare poi alla fine del corteo, dove i trozkisti chiudevano la magra sfilata, mi si riempiva il cuore di tristezza. E' che in Italia – e credo che fosse necessario manifestare subito contro questo razzismo che ormai non è più nemmeno strisciante – se una cosa giusta e importante non la organizzo io, bhe allora non ci vado. Si dirà: ma le manifestazioni bisogna organizzarle in tanti, negoziare. Eh si, è vero, è una vecchia regola della politica. Una regola giusta. Ma se nessuno fa nulla? Se l'indignazione passa solo per la copertina de “il manifesto” o per un articolo in prima su "Repubblica" di Gad Lerner? Allora ecco, mi dico, se ai “Socialisti rivoluzionari” gli viene in mente una sana idea – dimostrare che in Italia ci sono molti anti razzisti – perché non dovrei andare? Perché non la penso come loro? Perché ho dei dubbi sulla rivoluzione permanente? Perché non han chiamato questo o quello per mettersi d'accordo (e magari ci han provato)?
Non ho visto in quella piazza nemmeno un leader politico o un deputato. Neanche il mio amico Jean Leonard Touadì che è l'unico parlamentare di colore della legislatura. Non ho visto nemmeno tanti giornalisti o le televisioni come mi sarei aspettato ( ma non esiste un dovere oltre che un diritto di cronaca?). E, della gente nota che conosco, ho veduto soltanto il direttore di “Liberazione”, Piero Sansonetti, che forse – chissà - non era lì solo per lavoro.

Io ero lì come cittadino. Né con i socialisti, né con i trozkisti e neppure con Emergency o gli umanisti ma – quello si – assieme a tutti coloro che oggi han pensato che fosse importante rispondere subito che in Italia non siam mica razzisti. No, non siamo razzisti. Siamo indifferenti. Oppure siamo indifferenti al richiamo che non viene dal nostro nido: “E no sai il partito non ci va, al sindacato dicono che.....”.
Bhe io sono andato. E sono contento di averlo fatto.

mercoledì 1 ottobre 2008

MEDIO ORIENTE: PACIFICHE PROVOCAZIONI

Venezia - Nello stallo in cui sembra precipitato il processo di pace israelopalestinese sembrano emergere due tendenze. La disillusione sulla diplomazia con la “D” maiuscola e una voglia comunque di fare qualcosa. “Se non altro per non doversi dire domani che non ce l'abbiamo messa tutta”, per usare le parole di Adriano Poletti, vicepresidente del Coordinamento nazionale degli enti locali per la pace che ha organizzato a Venezia l'incontro “Facciamo pace in Medio oriente”, terza conferenza europea degli enti locali cui hanno partecipato oltre 270 delegati provenienti da molte città europee e da comuni palestinesi e israeliani. Nasce così anche la “provocazione” impossibile di tentare di gemellare, con la mediazioni europea, città israeliane e città palestinesi. “Si, impossibile - sorride Flavio Lotti - esattamente come... la pace. Ecco perché bisogna provarci”.
Fosse anche solo per il numero dei delegati, il tema della “diplomazia delle città” non sembra dunque essere stata solo una chiave in “d” minuscola. Che si è arricchita dal tentativo di capire se la costruzione di una rete di enti locali produce effettivamente dialogo e non soltanto qui in Europa dove palestinesi e israeliani si parlano salvo poi, come in molti temono, tornare ad ignorarsi una volta a casa, dov'è il conflitto a dettare le regole della convivenza.
Ospitati da provincia e Comune di Venezia nella rinnovata isola di san Servolo (un tempo Cayenna veneziana e poi manicomio che venne chiuso con la legge Basaglia), israeliani, palestinesi ed europei (dagli spagnoli ai francesi, dai belgi agli olandesi) si son chiesti se si può “accerchiare” la diplomazia delle capitali partendo dagli enti locali e dal territorio. Ma senza ignorare il quadro internazionale e il proprio ambito nazionale per evitare il “piccolo è bello” del singolo progetto che magari costruisce il pozzo nel villaggio, ma che non riesce a diventare poi strumento di pressione politica. Fare i conti coi grandi decisori dunque, ma anche con una rivendicazione di autonomia e con gli interrogativi sul ruolo della cooperazione decentrata, sulla sfida delle città e, soprattutto, sul rapporto che poi i gli amministratori degli enti locali (qui e là) hanno coi propri cittadini.
“Facciamo pace in Medio oriente” intanto ha fissato un obiettivo italiano: la creazione di una rete di almeno cento enti locali decisi a lavorare “con realismo” per la pace tra israeliani e palestinesi, con iniziative concrete di solidarietà e di cooperazione che abbiano come protagonisti comuni, province e regioni. Ma c'è ben di più: “chiediamo alla Ue - spiega Flavio Lotti - di far crescere il suo ruolo politico nel processo negoziale e di non sprecare la disponibilità delle città europee nel partecipare attivamente a questo sforzo”. Come? Con progetti concreti a cominciare da campagne di coinvolgimento dei cittadini europei e, in Medio Oriente, rafforzando la qualità dei progetti di cooperazione decentrata. Ma anche sviluppando “partenariati e gemellaggi con le città palestinesi e israeliane impegnate per la pace” conclude Lotti. E lavorando soprattutto con i giovani, per fare “un passo nel futuro, nella cultura della pace, dei diritti e della riconciliazione”.
Il documento finale dell'incontro di Venezia sarà in realtà presentato a fine novembre a Istanbul al Consiglio mondiale delle città. Da lì dovrà venire il mandato forte, una luce verde perché le città si mettano in moto per la pace in Medio oriente. Trasformando la solidarietà in pressione politica sulle istituzioni e la diplomazia con le iniziali scritte in maiuscolo.

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