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domenica 30 novembre 2008

DOPO MUMBAI, IL NODO PACHISTANO



Riprendendo le cose già scritte ieri, un ulteriore approfondimento che trovate anche su www.lettera22.it e che hio scritto per "il manifesto"

La pista delle indagini che porta verso il Pakistan rischia di perdersi nel vasto reticolo di convivenze, convenienze, travasi di guerriglieri e di ideologie che animano le due regioni bollenti del Paese dei puri: l'Azad Kashmir, occupato dall'esercito pachistano sino alla Linea di controllo che lo divide da quello indiano; e le aree tribali al confine con l'Afghanistan (Federally Administered Tribal Areas o Fata), le terre dei pathan (come i pashtun si chiamano oltre frontiera), territorio arcigno e montagnoso dove il governo di Islamabad ha solo un potere assai debole, per lo più sulla carta.
Il Kashmir è stato per anni il vivaio di allevamento proprio di gruppi come il Lashkar-e Toiba, l'organizzazione nel mirino per i fatti di Mumbai e che fu l'autrice del clamoroso assalto al parlamento indiano nel dicembre del 2001. Un precedente che fu sul punto di scatenare l'ennesimo conflitto tra le due sorelle del subcontinente.
Le Fata, da luogo di rifugio, sono diventate luoghi di combattimento, dal Waziristan alla valle di Swat (che si trova in realtà a ridosso dell'area tribale ma sempre all'interno della riottosa provincia del NordOvest), e già erano state la batteria di allevamento dei talebani afgani da parte deill'Isi - i servizi pachistani - negli anni Noventa. E' nelle Fata che il verbo di Osama bin Laden avrebbe attecchito più che altrove anche se la formula è riduttiva. Certo la suggestione del califfato transnazionale gioca il suo ruolo, specie su quella pletora di “migranti” islamisti che, dalla Cecenia o dall'Asia centrale, dalla Turchia alle regioni musulmane della Cina, si è spostata in queste terre dopo la cacciata dei talebani da Kabul. Gente sensibile al messaggio globale che adesso ha, in molti casi, messo su famiglia e radici nei santuari pachistani del Waziristan, che offrono rifugio sicuro ai ricercati. Ma in quelle aree è successo ben altro.
Dopo la fine della cosiddetta “guerra del Kargil” in Kashmir (maggio-luglio 1999) e con l'arrivo al potere di Musharraf (nell'ottobre), la questione kashmira viene affrontata dalle leadership dei due paesi con un certo pragmatismo e il contenzioso si raffredda. Musharraf mette fuori legge gruppi come Laskkar-e-Toiba o Jaish-e-Mohammad, entrambe attive in Kashmir con l'appoggio della cosiddetta “cellula India”, guidata dall'onnipotente intelligence pachistana adesso sotto cura dimagrante dopo che Islamabad ha deciso di ridimensionarla dimissionando il suo ufficio politico. La situazione obbliga molti combattenti a migrare dal 2003 verso Ovest e a raggiungere le aree calde delle Fata dove l'infiltrazione talebano-afgana ha intanto fatto crescere un nuovo fenomeno: i talebani pachistani.
Le milizie di personaggi come maulana Kashmiri, a capo dell 'Harakat ul-Jihad-e-Islami , o di altri gruppi attivi nel Kashmir come il Lashkar-e-Toiba, si incontra con gli “stranieri” - gli “arabi” transfughi dall'Afghanistan talebano - e con i miliziani radicali del Tehrik-e-Taliban di Baitullah Meshud, uno dei capi appunto dei talebani pachistani. Ma anche coi talebani afgani, più o meno di ispirazione qaedsita, come quel Sirrajudin Haqqani, figlio del vecchio mujaheddin Jalaluddin Haqqani e ritenuto tra gli ispiratori dell'attacco all'hotel Serena di Kabul nel gennaio 2008. Ma ci sono anche ex militari pachistani o agenti dei servizi che si sono sentiti traditi dalla politica di Musharraf, troppo tenero con Delhi e Washington. C'è dunque soprattutto una componente fortemente nazionalista in questo disomogeneo mondo di islamisti radicali dove comunque è forte anche il dibattito intellettuale: sorgono circoli che tengono incontri con religiosi e dotti e dove si apre il confronto ideologico sulle tesi qaediste, deobandi o wahabite e sulla sfida contro i governi corrotti e i loro alleati occidentali. Inoltre la spinta militare è fortissima, alimentata com'è dai kashmiri, gente che sa cosa significa addestrare: combattenti con esperienza di terreno che sanno condurre raffinati operatavi di guerriglia.
Più che la sfida del jihad globale, in quelle montagne impervie e inospitali per chi non vi è invitato, si saldano i diversi interessi locali o nazionali delle differenti anime di un movimento sfaccettato: ex uomini dei servizi che vorrebbero liberarsi di Musharraf prima e di Zardari poi. Talebani delle aree tribali, riedizione moderna dell'antico secessionismo pathan. Talebani afgani per i quali le Fata sono il santuario sicuro per organizzare la liberazione delle terre pashtun. Giovani occidentali di origine pachistana attratti dal mito jihadista. Qaedisti senza più patria, infine, che non possono tornare in Uzbeksitan o in Arabia saudita e per i quali la guerra senza frontiere è ormai l'unica carta d'identità.
A tutto ciò si deve poi aggiungere la mafia indiana di Dawood Ibrahim, il malavitoso islamista - trasferitosi a Karachi da Mumbay - che ha già giocato un ruolo in attentati precedenti e verso cui parte delle indagini sono orientate. C'è un legame tra questa grande e violenta città del Sud e le aree del NordOvest e del NordEst?
Certo, se la pista pachistana si perde anche in quelle montagne, la matassa sarà molto difficile da dipanare.

sabato 29 novembre 2008

I MISTERI DI MUMBAI



Da dove è arrivato l'ordine dell'attacco al cuore dell'India? Una chiave regionale può aiutare a comprendere i motivi e individuare i responsabili di una vera e propria azione di guerra che esce dagli schemi classici dell'attentato kamikaze o dalle logiche di guerriglia mordi e fuggi cari a Osama bin Laden.
Col lento rasserenarsi della tensione in Kashmir tra India e Pakistan, dal 2003 si è assistito a un'emigrazione di guerriglieri attivi nella regione contesa, e che in molti casi avevano ricevuto un training dagli agenti dei servizi segreti pachistani in chiave anti indiana, che si sono spostati nelle aree tribali del Pakistan al confine con l'Afghanistan. Sono portatori, ha scritto l'analista pachistano Syed S. Shahazad, oltre che di fervore ideologico, di tecniche militari raffinate, di cui forse, aggiungiamo noi, abbiamo visto qualcosa nelle tragiche giornate di Mumbay. Parte di questa milizia, che si riconosce nell'Harakat ul-Jihad-e-Islami di maulana Kashmiri, o in altri gruppi attivi nel Kashmir, si salda coi militanti islamisti “stranieri” presenti nelle aree tribali e allevati alla scuola del qaedismo e con il Tehrik-e-Taliban di Baitullah Meshud (accusato della morte della Bhutto e dell'attentato al Marriott del 2008). Nel 2007 questa rete è già ben consolidata e si è nutrita dell'arrivo di ex militari che si sono sentiti traditi dalla politica dell'ex presidente Musharraf, ritenuto un rinnegato amico degli Usa. La presenza di capi milizia, come Baiatullah Meshud o Sirrajudin Haqqani (il figlio del vecchio mujaheddin Haqqani e ritenuto tra gli ispiratore dell'attacco all'hotel Serena di Kabul nel gennaio 2008) non è però solo il pilastro di una mera opzione militare: nei territori tribali, che sfuggono a ogni controllo di Islamabad, nascono circoli di dibattito con incontri di teologia e confronto sulle tesi del jihad globale.
E' forse in questo brodo di coltura che vecchi spezzoni dei servizi segreti pachistani ed ex militari islamisti che si sentono emarginati, hanno lavorato alle vicende di queste ore con la truppa radical-islamica. Perché? Al centro c'è forse il rapporto tra India e Pakistan. Quando si apre uno spiraglio che può raffreddare la tensione tra i due paesi, scoppia sempre una bomba, una catena di attentati una strage. E adesso? Alle vigilia di Mumbai ci sono le dichiarazioni del presidente del Pakistan Asif Ali Zardari che ha lanciato un segnale distensivo all'India. Ha detto che il Pakistan è pronto a rinunciare al diritto di colpire per primo, con l'arma atomica, in caso di rischi per la sovranità nazionale. Ha proposto una sorta di unione economica per favorire l'interscambio commerciale tra i due paesi e una nuova politica di visti e permessi per facilitare le visite tra India e Pakistan. Inoltre Zardari sta procedendo allo smantellamento della sezione politica dell'Isi, lo stato nello stato su cui Islamabad vuole riprendere autorità. C'è n'è abbastanza per suscitare una reazione forte e per scegliere il momento di mettere in atto un piano in piedi forse da mesi. Proprio mentre il ministro degli Esteri pachistano sta andando a Delhi per parlare di pace.
Sono ipotesi, naturalmente, che potrebbero essere smentite dalle indagini. Ma tutto fa quadrato attorno al sabotaggio di qualsiasi iniziativa che possa rasserenare i rapporti tra India e Pakistan e mettere in pensione gli attivisti dei servizi segreti che, sia in Pakistan sia in India, sono sempre pronti ad accusare il paese confinante per tenere alta la tensione e vivere di rendita su uno stato di perenne allerta. Una partita che si gioca sul filo del terrore e su una frontiera che vede confrontarsi due paesi dotati dell'arma nucleare.

venerdì 28 novembre 2008

DIETRO LA STRAGE DI MUMBAY



Il ministro degli esteri del Pakistan Shah Mahmood Qureshi stava preparando le valige a Islamabad per la sua imminente partenza per Nuova Delhi mentre i terroristi preparavano l'operazione di guerriglia che è riuscita a tenere in scacco le forze di sicurezza indiane e a provocare una strage le cui dimensioni sono ancora incerte. La sua missione era quella di costruire un nuovo “ponte” tra i due paesi che, dalla fine del Raj britannico nel 1947, si guardano in cagnesco, hanno combattuto tre guerre, vivono in uno stato di perenne tensione e qualche anno fa sono stati sul punto di scatenare l'ennesimo conflitto, puntandosi baionette e testate nucleari.
Come sempre, gli attentati servono a fermare le lancette della storia. E a far saltare una difficile mediazione e le reciproche aperture tra India e Pakistan, fortemente volute dall'allora presidente golpista Pervez Musharraf, non era stato proprio un attacco al parlamento indiano dei mujaheddin del Lahkar-e-Toiba (messi fuori legge dallo stesso Musharraf)? Era il 2001. Il negoziato saltò, proiettando Delhi e Islamabad sulla pericolosa frontiera della guerra. Attentati, attacchi a civili inermi o azioni della guerriglia, sono sembrate molto spesso azioni per boicottare la strada, comunque sempre in salita, che cerca di raffreddare le relazioni sempre tese tra i due paesi.
L'attacco di mercoledi sera, protrattosi come una vera e propria azione di guerra, aveva tutta l'aria di essere stato studiato da tempo, vista la complessità dell'operazione, le modalità dell'attacco e addirittura l'impiego di una nave che avrebbe garantito l'arrivo di decine di guerriglieri. Ma la concomitanza della strage con la visita del ministro pachistano non può essere liquidata come semplice casualità.
Alle spalle di questa vicenda ci sono le dichiarazioni del presidente del Pakistan Asif Ali Zardari nei giorni scorsi (di cui il Riformista ha dato conto ieri). Dichiarazioni con cui, facendo dimenticare la debolezza di un personaggio da molti accusato di sfruttare l'onda emotiva per la morte della moglie Benazir, ha lanciato un ramoscello d'ulivo all'India. Ha detto che il Pakistan è pronto a rinunciare al “first strike”, il diritto a colpire per primo, con l'arma atomica, in caso di rischi per la sovranità nazionale. Ha proposto una sorta di unione economica per favorire l'interscambio commerciale tra i due paesi e prefigurato una nuova politica di visti e permessi per facilitare le visite tra le famiglie che furono divise dal righello coloniale che fece nascere India e Pakistan dalle ceneri del Raj.
Ma Zardari ha fatto di più: il suo primo ministro ha ufficializzato lo smantellamento della sezione politica dell'Isi, il potente servizio segreto del Pakistan, considerato una pericolosa sentina di vizi tra cui le numerose devianze che l'apparato dell'intelligence coltivava con terroristi islamisti, progettando le operazioni che, dal Kashmir al Bangladesh, passando per l'India, dovevano colpire Delhi.
In questa chiave va visto persino l'Afghanistan, un territorio che per i pachistani non è soltanto un paese confinante. La famosa teoria per cui l'Afghanistan è una sorta di riserva territoriale strategica in caso di guerra con l'India, è all'origine di tutte le malefatte pachistane – a cominciare dai talebani che furono inventati e coltivati proprio dall'Isi – per tenersi stretta la terra dei pashtun, alleati “naturali” poiché condividono, a cavallo delle due frontiere, i montagnosi territori delle aree tribali e le pianure di Jalalabad, dell'Helmand e di Kandahar. Una miscela esplosiva.
E' dunque anche in questa chiave geopolitica che bisogna situare l'attacco senza precedenti di mercoledi sera. E leggerci fors'anche una reazione interna alle aperture di Zardari verso l'India, accompagnate dalla chiusura di un settore dell'Isi che, fino a ieri, ha fatto il bello e il cattivo tempo e che lo stesso Musharraf faticava a governare.
Nello stesso tempo, sostenere che c'è il Pakistan dietro alle stragi del Taj Mahal e dell'Oberoi o nel l'attacco al centro ebraico nel cuore finanziario dell'India, sarebbe riduttivo. In India non meno che in Pakistan c'è infatti chi lavora per tenere alta la tensione come ha dimostrato una sentenza recente per la quale, dietro a un attentato di matrice “islamica”, si era poi scoperto un nazionalista indù. Dalle due parti della frontiera c'è infatti chi gioca la partita della guerra continua, una partita dagli esiti incerti e disastrosi quando ad affrontarsi sono due paesi con l'atomica.

giovedì 27 novembre 2008

PAKISTAN, ZARDARI CI PROVA



L'attenzione di Barak Obama e quella dei paesi che partecipano alla missione Isaf in Afghanistan, dove il presidente Karzai ha appena chiesto un agenda del ritiro delle truppe straniere, è concentrata sul Pakistan, ritenuto la pedina chiave nello scacchiere regionale.
Il momento è difficilissimo per il premier Asif Ali Zardari, il cui carisma è debole come il governo la cui maggioranza è in mano al suo partito. Non di meno, Zardari sta cercando di dimostrare che fa sul serio: sia sul piano interno che in campo internazionale; sia per rassicurare i pachistani sulla sovranità nazionale del paese, sia per garantire agli alleati che Islamabad sta facendo le cose con fermezza. Le ultime mosse, che rischiano di complicargli la vita, parlano chiaro: ridimensionamento dell'Inter-Services Intelligence (Isi) , il potentissimo servizio segreto, stato nello stato praticamente fuori controllo; l'offensiva nelle aree tribali e una mano tesa all'India cui ha appena proposto la creazione di una nuova piattaforma per migliorare i rapporti economici tra le due sorelle del subcontinente. Oltre a una zona libera da armi nucleari nell'Asia del Sud, il che significa la rinunciare della corsa atomica di India e Pakistan o quantomeno un ridimensionamento della “guerra fredda” tra i due paesi che, come fu per Urss e Usa, si gioca sul filo della bomba atomica.
Ma se la mano tesa all'India ha tempi lunghi e irti di paletti, la mano dura con l'Isi – operazione non meno complicata – può almeno esser fatta senza aver bisogno di una controparte straniera ma semmai di un consenso popolare scontato. In Pakistan tutti si augurano infatti ferrei limiti per chi ha sempre agito come un corpo separato, senza disdegnare azioni ai limiti della legge quando non completamente fuori da ogni regola.
Al momento Islamabad ha deciso di smantellare la “sezione politica” dell'Isi (quella che “inventò” i talebani), come ha annunciato senza entrare in particolari il ministro degli esteri del governo Gilani, Shah Mahmood Quresh. Una mossa cui non è estraneo il capo di stato maggiore dell'esercito generale Ashfaq Kayani, il potente capo dei militari pachistani già a capo dell'Isi.
Fondata nel 1948 dal generale britannico Robert Cawthome, vice capo di stato maggiore nell'esercito del Pakistan dopo lo smembramento del Raj britannico, conterebbe circa 10mila funzionari tra civili e militari, il suo budget non è noto e le operazioni “coperte” comprenderebbero sequestri, abusi, traffici illeciti, torture e persino omicidi. Sfugge persino al controllo delle forze armate e un primo tentativo di portarla sotto l'egida del ministero degli Interni è recentemente fallito. Ora Zardari ci riprova.

martedì 18 novembre 2008

PARADOSSO MILITARE



Quando il terreno e le scomode verità ribaltano il pensiero corrente. E molti pregiudizi. Riflessioni sulla pace e sulla guerra, i militari, i politici e il loro assordante silenzio


Il sogno più bizzarro per un pacifista potrebbe esser quello di stare a braccetto con un generale a una marcia per la pace. E per un generale, quello di sognare appesa, accanto alla biancorossoverde, la bandiera multicolore che ancora sventola a qualche balcone.
Incubi? Paradossi? Forse, certo, senz'altro. Eppure, per quanto paradossale possa sembrare, i migliori alleati di chi vuole la pace in Afghanistan sono in questo momento proprio i generali. Non tutti e con accenti diversi. Ma se si mettono in fila le dichiarazioni di diversi comandanti militari ne viene fuori un quadro assai diverso da quello che lo stereotipo dipinge. E del resto c'è un perché. I generali, e i soldati che comandano, sono “sul terreno”. E dal terreno la guerra si vede in modo assai meno sfumato che dai palazzi della politica. Si capisce se può o meno essere vinta, se è combattuta per finta o per davvero e soprattutto se l'opzione militare, quella fin qui sbandierata come l'unica necessaria a stabilizzare l'Afghanistan, funziona oppure no. A quanto sembra, no.
La madre di tutte le dichiarazioni è del britannico Mark Carleton-Smith, combattente tutto d'un pezzo e “guerriero” che è difficile tacciare di disfattismo o scarsa conoscenza del terreno. Intervistato in Afghanistan da Christina Lamb, una giornalista del Times che conosce quei territori come le sue tasche, il generale non se la sente di far finta di nulla e dice la sua verità: spiega che, per come va, la guerra coi talebani non può essere vinta e che l'opinione pubblica britannica si deve aspettare non una “vittoria militare decisiva” ma un possibile dialogo col nemico: un accordo, senti senti, coi talebani. Il comandante della 16ma Air Assault Brigade fa mostra di pragmatismo. E' il 5 di ottobre e forse sta soltanto lavorando allo stesso quadro che proprio in quei giorni, a La Mecca, si dipana faticosamente nel primo incontro semi negoziale tra inviati del mullah Omar e di Karzai. Ma il generale non è solo.
Cinque giorni dopo l'ammiraglio Michael Mullen, a capo dello stato maggiore, dice davanti al Congresso degli Stati Uniti che... Continua

IL DRAMMA DELLE DONNE AFGANE



Ha fatto il giro del mondo la storia terribile della giovanissima Shamsia, una ragazza di Kandahar che, come ogni giorno con le sue compagne, stava andando a scuola - al liceo femminile Mirwais Nika della sua città. Due fanatici, armati di pistola ad acqua carica di acido solforico, l'hanno sfigurata.
L'indignazione che ha attraversato il mondo, e presumibilmente larga parte dell'Afghanistan, racconta non solo una brutalità senza giustificazioni ma anche un modo di pensare duro a morire: le ragazze a casa, sempre e comunque, sottomesse al bastone del comando di un impero maschile. E se sgarrano, punizione esemplare. Quanto c'entra l'islam, la tradizione, un conflitto che è ormai quotidiano come la povertà, è difficile da decifrare in un paese che ormai quasi trent'anni di conflitto hanno ricacciato in un medioevo che ottunde il sentimento e fa sconfinare la guerra nella barbarie. Una barbarie che si innesta comunque su un tessuto sociale in cui il ruolo della tradizione si è ormai radicato su un degrado sociale che difficilmente consente aperture. In un mondo dominato dalla paura e da un risveglio, ogni mattina, che non sa mai se, quel giorno, sarà accompagnato anche dalla vista del tramonto.
La vicenda di Shamsia ha radici lontane. Un dramma nascosto, eppur così vicino alla vicenda della nostra giovane studentessa, viene infatti vissuto ogni giorno della loro vita di donne da molte ragazze afgane. La guerra o i talebani c'entrano poco se non per il fatto di aver inasprito il clima e aver radicalizzato comportamenti in una stagione che, per gli afgani, è ormai attraversata, da sei lustri, dal vento gelido della guerra e dunque dalla mancanza di una speranza.
Ce ne siamo resi conto un giorno visitando l'ospedale Esteqlal di Kabul, il secondo della capitale, dov'è attiva la Cooperazione italiana. E' li, un po' appartato, che si trova il centro per ustioni forse migliore del paese. In quelle stanzette, su piccoli letti di metallo, riparate da una mussola leggera che ne nasconde la tragedia fisica, i giovani corpi delle ragazze ustionate nascondono agli occhi di chi viene a visitare i pazienti la “vergogna”. Eppure quelle ustioni, è questo il paradosso, sono per evitarne un'altra: quella di aver scelto di rompere con la morte (che fortunatamente in molti casi non arriva, lasciando però sfigurati i corpi di queste giovani disgraziate) il sacro pegno del matrimonio. Un matrimonio imposto che però non funziona e a cui ci si cerca di sottrarre distruggendo il proprio corpo.
“E' una storia che riguarda ragazze tra i 17 e i 18 anni, a volte anche meno” ci spiega il dottor Ali Eshan, direttore sanitario dell'ospedale. “A molte di queste giovani – racconta - non viene chiesto chi vogliono sposare. Si combina il matrimonio e basta”. Ma chi non accetta di vivere con un uomo che non ha scelto, decide di darsi fuoco. “E' l'unico modo – spiega - per far passare il rifiuto come un incidente domestico. In questo modo, l'onore della famiglia è salvo”. L'ultimo pensiero è dunque per la famiglia, per evitare lo scandalo. Ma, racconta ancora il dottore, “può succedere anche dopo il matrimonio se ci sono problemi con la suocera o con i fratelli del marito. Anche qui conta l'onore”. E ancora: “può accadere anche per altri motivi e ben prima del matrimonio: magari la causa è l'esclusione dalla scuola oppure semplicemente ribellione perché si nega loro di vedere la tv, sentire la radio o di uscire di casa”.
Una protesta generazionale, uno scontro tra consuetudine e modernità, tra tradizione e desideri. Una guerra nascosta che si consuma dietro i fornelli della cucina. Senza bisogno dei talebani.

domenica 16 novembre 2008

POKER CON DIO NEL PAESE DELLE MILLE PAGODE




“Fisicamente è elegante e minuta, ma in statura morale è un gigante”, disse di lei Desmond Tutu, premio Nobel per la pace 1984. Anche Aung San Suu Kyi ha ricevuto il premio Nobel per la pace ma le sue parole fanno fatica a filtrare dal cancello di ferro che divide la sua casa-prigione dalle strade di Rangoon e da quelle virtuali della rete, della tv o della radio.
Ogni tanto però qualcuno ci riesce a parlare con questa signora, figlia di un'eroe dell'indipendenza birmana che ha scelto la politica e, con lei, gli arresti domiciliari dal 1989. Nemmeno gli stati “amici” del Sudest asiatico sono riusciti far cambiare idea alla giunta e così Aung San Suu Kyi continua a utilizzare i pochi viaggiatori che, armati di penna e taccuino, si offrono di trasmettere il suo messaggio al mondo. Tra questi c'è anche Alan Clements, un giornalista americano che ha attraversato come molti cronisti il mondo insanguinato delle guerre, dei conflitti etnici o apparentemente religiosi, fino ad approdare nel paese delle mille pagode.
Lì Clements ha vissuto sette anni in un monastero ed è stato il primo americano a diventare un monaco buddista (poi è stato espulso) nell'ordine delle tuniche colorate che, oltre un anno fa, hanno attraversato il paese sfidando i fucili dei generali e la scarsa attenzione di un pianeta disposto a dimenticarsi in fretta di loro. “Eppure - dice Clements, in Italia per l'aggiornamento di un suo vecchio colloquio con la Nobel birmana che è uscito in questi giorni per Corbaccio (La mia Birmania, Aung San Suu Kyi conversazione con Alan Clements) - la Birmania è così vicina. Così vicina anche a Roma, a voi italiani”. Agita le mani lunghe nell'atrio di un albergo di charme vicino a Piazza del Popolo, nel cuore di Roma, come se volesse disegnare un mondo senza confini: “la Birmania è una grande produttrice ed esportatrice di eroina e ha laboratori sparsi lungo il confine per invadere con l'anfetamina il mercato thailandese, per arrivare in America, in Canada. La Birmania è vicina”. E' ovunque, sembra dire questo monaco-militante che pare aver fatto del messaggio non violento di Aung San Suu Kyi la sua missione. E quando cerchiamo di sviarlo dal contenuto del libro, un lunghissimo colloquio di 350 pagine a cui Alan ha rimesso mano più volte, Clements vi ritorna come se, sia ben chiaro, non fosse qui per parlare di sé, del suo sé, ma delle parole di lei. Noi invece siamo incuriositi anche dal personaggio, dalla scelta estrema, dall'occidentale che si fa monaco e che poi gira il mondo per raccontare quello che una donna dai tratti sottili e aristocratici riesce solo con difficoltà a raccontare
Clements, nel suo libro si parla di guerrieri della pace. Ma non è una contraddizione in termini? La lotta del guerriero non diventa per forza violenta specie se chi è dall'altra parte...
La Birmania è un paese di ostaggi, affamato, ridotto al silenzio e alla paura. E dall'altra parte ci sono i militari, i fucili. Ma un mezzo per combattere senza usare il fucile esiste: è la “rivoluzione dello spirito” di cui parla Aung San Suu Kyi, la coscienza di una consapevolezza che si fa forza di cambiamento
Il coraggio è un elemento chiave, scrive nel suo libro
Il coraggio è la speranza, lo strumento per agire, uscire dalla propria persona e coinvolgere la gente. E' necessario perché la nostra libertà esiste solo se sono liberi gli altri
Ma se sparano sul coraggio che ne rimane? Da una parte gli ostaggi dall'altra i generali appunto...
Aung San Suu Kyi non ha mai chiesto una soluzione alla sudafricana, tribunali, prigione interventi esterni per cambiare le cose. Lei dice ai generali che loro sono parte della soluzione. Fa appello alla loro coscienza. Vede in Birmania ci sono due grandi forze: i generali da una parte, e dall'altra una donna non violenta. La sua lotta è non violenta e non potrebbe cambiare idea. Tradirebbe quanti l'hanno seguita. Dice che è umano difendersi ma che se cercassimo di prendere il potere con le armi....si romperebbe ogni speranza
Ma ha speranze una lotta non violenta in Birmania?
Ci devi credere. Sembra impossibile ma se ci credi, lei dice, ti senti più sicuro di quel che fai
Ma lei Clements, lei crede che ci sia soluzione?
Io..bhe non posso dire quello che penso. Non ci starebbe in un'intervista...Guardi se io potessi “comprerei i generali”. Tutto ha un prezzo e dunque li manderei in pensione magari in Cina con tutti i piaceri che desiderano
La non violenza è la soluzione...
Questo è il suo messaggio. Un messaggio forte da una donna che è anche leader, madre, premier...E' una voce che parla attraverso il silenzio. Più forte delle armi
Lei ne è convinto?
E' un poker con Dio

mercoledì 12 novembre 2008

LA "SVOLTA" DI OBAMA


Indiscrezioni: sul Post i primi segnali di un cambio di strategia: parlare con l'Iran, negoziare coi taleb. Il neo presidente apre al nemico. Su come gestire la guerra in Afghanistan però...

Foto di R. Martinis

Nella ridda di opzioni sulla politica estera di Obama messe in capo da settimane dalla stampa internazionale, interviene a gamba tesa il Washington Post. Uno dei quotidiani meglio informati degli Stati Uniti e da sempre su posizioni progressiste, ribalta, almeno in parte, il quadro. E anticipa la “svolta”. L'Iran innanzi tutto, con cui si può parlare. Poi L'Afghanistan che, oltre all'opzione militare, richiede un approccio più politico, incluso il negoziato coi talebani, una delle questioni più spinose delle ultime settimane, da quando alla Mecca, sotto gli auspici sauditi, uomini di Karzai ed emissari di mullah Omar si sono incontrati.
Il Post cita fonti anonime ma vicine allo staff del neo presidente: che non si sbilanciano troppo per non creare problemi al neo eletto su argomenti “sensibili” e che concedono però il classico boccone dorato per la stampa: una nuova “caccia a Bin Laden” che Bush avrebbe alla fine relegato in seconda posizione. Boccone tanto ghiotto che gran parte di giornali e siti Internet hanno puntato i loro titoli sullo sceicco del terrore. Ma la vera novità è un'altra: i consiglieri di Obama ritengono che l'amministrazione Bush abbia giocato la carta afgana molto ideologicamente. Mirando a creare uno stato a immagine e somiglianza dei propri sogni anziché garantendo stabilità alla neonata democrazia tribale. Inoltre Obama vuole guardare a una mappa locale con più ampie dimensioni in un approccio regionale. Dialogo quindi con l'Iran, forte pressione sul Pakistan e, nella terra dei pashtun, negoziato anche con gli uomini col turbante. E l'”effetto Obama” avrebbe già colpito anche alla Nato se il generale David Mc Kiernan, che comanda l'Isaf in Afghanistan, ha parlato di “riconciliazione” come di un'idea “appropriata”. Su un solo elemento Obama non pare distaccarsi dalla strategia già confezionata dai consiglieri di Bush e allo studio del generale David Petraeus, il pigmalione del “surge” iracheno: la trasposizione del piano che ha fatto intravedere un po' di luce in Iraq in territorio afgano.
La nuova strategia, anticipata dalla Cnn qualche giorno fa in questo calcolato rilascio di mezze dichiarazioni programmatiche, parla chiaro: costruire una rete di milizie tribali - guidate dal ministero degli Interni afgano ma di fatto pilotate (e pagate) da Washington - nel tentativo di costruire un network locale che difenda il territorio e dia una mano al costituendo esercito afgano. La teoria, già in fase avanzata in Pakistan nelle aree tribali, gioca non a caso sul piano regionale: coinvolgendo le zone pashtun al di qua e al di là della frontiera afgana. Ma senza dimenticare Teheran. Che - la nuova Amministrazione ne è convinta - non ha nessuna intenzione di avere un vicino ultrasunnita al confine orientale.
Su un altro punto Obama resta, in parte, d'accordo con Bush: l'aumento delle truppe. Subito una brigata da 3.500 uomini (che già hanno ricevuto l'ordine) e poi altre due, sino a un aumento che si vorrebbe a 10mila, forse 20mila uomini nel 2009. Ma per Obama, il trasferimento di soldati dal teatro iracheno a quello afgano va letto in modo diverso: levare soldati all'Irak significa infatti procedere al ritiro che Obama ha promesso ai suoi elettori entro 16 mesi dalla sua elezione. Un punto su cui avrà un bel da fare nel convincere lo staff della Difesa e dell'esercito, poco propensi a lasciare il teatro mediorientale troppo in fretta...Le questioni da dirimere restano comunque diverse: il ruolo e l'appoggio a Karzai, che resta ondivago. O la proposta che alcuni europei e persino alcuni funzionari Nato hanno avanzato: che si torni al sistema delle assemblee tribali (jirga) per scegliere il prossimo leader del paese. Idea che il Dipartimento di stato, almeno l'attuale, ha rispedito al mittente.
La campagna afgana di Barak Obama avrà comunque bisogno di aiuto esterno. Che verrà chiesto agli europei che formano il contingente Isaf-Nato: britannici innanzi tutto, ma anche tedeschi, italiani e spagnoli. Il governo di Londra considera però improbabile l'invio di cospicui rinforzi dopo il ritiro delle proprie truppe dall'Iraq, anche se si dice disponibile a un impegno “condiviso” nel quale “ogni alleato” faccia la sua parte. Così almeno ha detto il primo ministro Gordon Brown, spiegando che la posizione di Londra non cambierà nonostante le richieste agli alleati che Obama metterà in campo. Secondo il Times però si presterà, com'è tradizione, ad aprirgli la strada con gli amici europei anche perché la questione potrebbe essere sollevata al vertice del mese prossimo a Bruxelles, prima che il neo presidente si insedi alla Casa Bianca.

IL MISTERO DELLA BOMBA SCOMPARSA


Gli Usa persero una bomba nel 1960. Documenti desecretati lo rivelano. Raccontando anche la storia segreta dei segreti


“Il mistero della bomba nucleare americana scomparsa”. Titolo secco per lo scoop con cui la Bbc ha allietato con un nuovo incubo atomico i suoi vasti lettori. La notizia rimbalza su giornali e siti Internet e si può riassumere in poche righe. Corre l'anno 1968. Il mondo si occupa d'altro e gli americani perdono, in gran segreto perché sono anche in territorio danese dove le operazione nucleari sono vietate, una... bomba atomica.
Finisce sotto il ghiaccio del Nord della Groenlandia, a seguito di un incidente a un bombardiere B-52. Il fattaccio accade a pochi chilometri dalla base militare di Thule (e forse qualche mattacchione ricorderà “Ho veduto”, una canzone dei New Trolls, gruppo in voga degli anni Sessanta-Settanta, che parlava appunto dei...ghiacci di Thule). In realtà c'è ben poco da ridere.
La Bbc, sulla base di documenti declassificati grazie alla legge americana sulla libertà di informazione, il Freedom of Information Act (Foia), scopre infatti che il 21 gennaio del 1968, un B-52 si è schiantato sul ghiaccio a pochi chilometri dalla base militare americana, sulla costa nord-occidentale della Groenlandia (territorio danese), perdendo il suo pericoloso carico di bombe. Thule è la base più settentrionale delle forze armate americane ed era un centro nevralgico del sistema di radar che proteggevano il paese durante la Guerra fredda. Le squadre di recupero si mettono al lavoro per cercare le bombe e bonificare il terreno (come racconta anche un video desecretato che mostra appunto l'operazione) ma ne trovano solo tre. Una non venne mai recuperata, nonostante le ricerche anche sottomarine. Probabilmente è rimasta imprigionata nei ghiacci settentrionali ad aspettare che venga restituita dall'effetto serra.
L'incidente è stato tenuto segreto per quarant'anni e per altro, riferisce la Bbc, gli americani ritengono che la radioattività si sia dissolta nella massa d'acqua e che non ci sia dunque più pericolo. Ma la faccenda resta inquietante: Per diversi motivi.

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domenica 9 novembre 2008

IL COMPLEANNO DEI DIRITTI UMANI



Tanto per cominciare una marcia pacifica sulla Rai il 10 dicembre per i 60 anni della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Ma anche blocchi stradali organizzati da settimana prossima dal “No Dal Molin” a Vicenza. O l'iniziativa di leggere la Costituzione nelle scuole il 17 novembre, come annuncia Stefania Carreri dell'Unione degli studenti.
Sono le idee che vengono lanciate dall'Assemblea nazionale che “Tavola della pace”, “Libera” e “Strada Facendo” hanno tenuto ieri a Roma: occasione di incontro in cui associazioni e reti della società civile italiana hanno provato a “intrecciare percorsi”, partendo ognuno dalla propria esperienza sul territorio, e a suggerire una strategia per “tradurre in pratica il discorso sui diritti umani iniziando a scrivere insieme una nuova Agenda politica”. Ecco perché la Rai, “servizio pubblico che paghiamo – dice Flavio Lotti della Tavola – e da cui dunque possiamo pretendere che l'Agenda di cui si parla non sia solo quella dettata da una politica autoreferenziale”. Appuntamento su cui puntare anche per Roberto Natale, presidente del sindacato dei giornalisti (Fnsi), che lo ritiene una pressione importante per incidere “sull'Agenda stessa della comunicazione in Italia”.
Nonostante il significato della ricorrenza, proprio in Italia, il governo Berlusconi, “unico forse tra i paesi occidentali”, non ha dedicato nemmeno un appuntamento degno di questo nome alla giornata dei diritti umani che ne festeggia i 60 anni. Ricorrenze buone per essere tagliate dalla mannaia Tremonti. Ecco allora il presidio alla Rai per ricordare che esiste un pianeta pieno di “esseri zero, gente che non ha alcun diritto o che ha una cittadinanza di serie B”, a Milano, Roma o Palermo non meno che a Mogadiscio o a Bagdad.
L'incontro di Roma ha chiaramente sottolineato come il tema dei diritti universali (alla salute, all'educazione, a un'eguaglianza divenuta – dice il magistrato Livio Pepini – un “disvalore”) sia anche molto italiano, oltreché evidentemente dei luoghi della povertà o della guerra, da Kabul a Goma ((in proposito Lisa Clark ha riproposto il tema del disarmo ed Eugenio Melandri un appello sul Kivu che si può leggere su http://www.beati.org). Tonio Dell'Olio, di “Libera” invita allora a tirare fuori di nuovo le bandiere per appenderle ai balconi: “non solo quelle della pace – dice - ma quelle che volete, purché sventolino a ricordare non un solo pericolo (come fu la guerra in Iraq ndr) ma tutti i pericoli che corrono i nostri diritti”. Joli Ghibaudi, dell'iniziativa “Strada Facendo” ne cita uno, dalla sua diretta e recente esperienza, che fa rabbrividire: duecento rifugiati che, assistiti soltanto da un centro sociale, hanno a disposizione...due soli bagni. Un racconto che le fa tremare la voce.
Riunite nel cinema Aquila, dedicato a Tom Benetollo (il presidente dell'Arci morto nel 2004 e il cui ricordo è stato accolto da un applauso) e rinato dopo la confisca del bene alla banda della Magliana, associazioni e reti che si occupano a tutto campo dei diritti (precariato, immigrazione, disabilità, marginalità e così via) tentano insomma di ridar fiato a una società civile che in Italia è forse una delle maggiori risorse e ricchezze del paese.
Il 10 dicembre si ritroveranno a Piazza Mazzini cercando di esserci, dice ancora Lotti, “come persone che vogliono investire contro la sfiducia, la frantumazione, le contrapposizioni e gli orticelli”. Per essere davvero società civile “responsabile”.

sabato 8 novembre 2008

COSA PENSA OBAMA DELL'AFGHANISTAN?



L'ultimo raid è di giovedì scorso nella provincia di Badghis: 13 talebani uccisi ma anche sette civili, spiegavano ieri funzionari afgani. Lo spiegavano nello stesso giorno in cui l'inchiesta delle autorità locali del distretto di Shah Wali Kot (Kandahar) stabiliva che lunedì un missile americano ha ucciso 26 talebani e 37 civili ferendone altri 27. Il missile ha colpito in pieno un matrimonio. Scena già vista. La giustificazione, già sentita, è che i talebani si fanno scudo delle cerimonie. L'epilogo è che ogni famiglia ha ricevuto 2mila dollari e i feriti un centinaio. Secondo l'Associated Press le vittime afgane della guerra – tra talebani e civili – ha superato quota 5.300. Numeri iracheni.

La foto è di Romano Martinis

Lo spettro dell'Iraq sembra dominare un conflitto che va di male in peggio. E a questo stavano probabilmente pensando i consiglieri di Barak Obama e John McCain quando il generale Douglas E. Lute, “senior” del National Security Council, li ha invitati a metà ottobre in un club privato dell'esercito americano a Washington. In quella sede i funzionari più addentro alle cose afgane dell'Amministrazione uscente, confortati dal professor Barnett Rubin, un esperto di cose afgane della New York University, hanno cominciato a spiegare loro la nuova strategia che la casa Bianca sta mettendo a punto per il paese invaso nel 2001 . Gli sherpa dei due candidati avrebbero considerato con “realismo” le opzioni sul tavolo che riguardano uno scenario sotto il diretto controllo del generale David Petraeus, considerato l'uomo che ha fatto intravedere la luce in fondo al tunnel al pantano iracheno. La sua strategia è in via di definizione ma la Cnn ieri ne ha anticipato le grandi linee guida, solo in parte già note. Linee guida che, a quanto sembra di capire, sono condivise dallo staff del nuovo presidente, perlomeno sul piano militare...Leggi tutto su Lettera22

mercoledì 5 novembre 2008

LA SAPIENTE ARTE DELLA "COMADRONA"


Piccole scoperte a un seminario organizzato dall'Undp/Unops e dalla Regione Toscana sull'integrazione delle medicine complementari e tradizionali nei sistemi di Sanità pubblica


Il tuj o temascal è un bagno di vapore ottenuto con una speciale selezione di erbe officinali e utilizzato per scaldare il corpo dopo il parto. La puerpera vi si “immerge”, anche col suo piccolo, per pulire il corpo e stimolarlo alla sua nuova funzione: nutrire la piccola creatura. Un'arte antica, tramandata per esperienza diretta dalle “comadrona”, le levatrici indio guatemalteche. Come le nostre in via d'estinzione.
La globalizzazione culturale è arrivata anche qui, nell'Occidente del paese montagnoso sacro all'uccello Quezalcoatl e Williams Chuc Norato stima che la perdita di queste tradizioni “sia anche l'effetto dell'immigrazione fuori dal paese. Quando gli uomini tornano a casa, pensano che sia meglio affidarsi a un medico anziché a una “comadrona”; a una macchina che misura le pulsazioni cardiache piuttosto che a una vecchia senza diploma che però, ben prima che lo dicano i test, è in grado di capire se una donna è in cinta oppure no”. Poiché in Guatemala non sempre l'ospedale è a portata di mano, un parto in clinica costa 700 dollari e nelle strutture pubbliche, se ci arrivi, alla fine ti costa altrettanto, la “comadrona” può essere ancora una buona strada. Chiede si e no 7 dollari a parto e, con un'adeguata formazione che coniughi la sua antica sapienza alle tecniche dell'asepsi o alla possibilità che all'occorrenza sia sostituita da uno specialista, si salva capra e cavoli.
Williams è venuto a Firenze dal Guatemala per partecipare a un seminario organizzato dall'Undp/Unops e dalla Regione Toscana sull'integrazione delle medicine complementari e tradizionali nei sistemi di Sanità pubblica. E si, perché il gruppo in cui Williams lavora, il centro Cooperación para el Desarrollo Rural de Occidente (Cdro), è proprio un esempio di come medicina tradizionale e sistema sanitario pubblico non solo possano convivere ma sappiano anzi darsi una mano l'un l'altra... Leggi tutto

sabato 1 novembre 2008

AFGHANISTAN, DI MALE IN PEGGIO



Il grafico non lascia dubbi se la matematica non è un'opinione: e se nel 2004 più del 64% degli afgani pensava che le cose stessero volgendo al meglio nel loro paese, questa percentuale nel 2008 è calata al 38%. Un decremento sensibile dal 2005 in avanti che dimostra come, nell'arco di tre, su dieci afgani, due abbiano cambiato opinione. Perdendo la speranza nel futuro. Di pari passo la sensazione che le cose stiano andando di male in peggio è aumentata dall'11% al 32% trasformando un'esile nicchia di scontenti in una minoranza in forte ascesa. E si radicalizza anche l'area grigia degli indecisi che, se nel 2004 era solo dell'8%, è cresciuta negli ultimi anni sino a scendere poi, nel 2008, al 23%. Come dire: ormai è chiaro come vanno le cose. Male

A raccontarlo con un lungo questionario di domande e risposte è un sondaggio finanziato dagli Stati Uniti all'Asia Foundation, organismo che ha un ufficio a Kabul e che lavora su commissione per diversi attori presenti sulla scena locale.
Se la violenza e l'insicurezza restano temi sempre all'attenzione della gente (gli attacchi della guerriglia sono aumentati del 30% nel 2008 rispetto all'anno precedente, è salito il numero dei morti tra i civili e la guerra ha finito per andare anche oltre le aree di crisi del Sud come l'Helmand e la regione di Kandahar ndr), la crescita dei prezzi e dunque la condizione economica salgono precipitosamente nella scala delle preoccupazioni quotidiane degli afgani. E la prima domanda resta quella di sempre: avere almeno la luce in casa. Una promessa che non ha raggiunto nemmeno la capitale se non per due ore al giorno.
“C'è un chiaro trend verso un sempre più diffuso pessimismo” è l'amara conclusione del dossier che entra nel merito delle diverse percezioni su molti settori della vita sociale: dalla sanità all'educazione, quest'ultima tra le poche a destare piacevoli sorprese (il 70% vede il suo sviluppo con favore). Ma c'è anche una bella sorpresa per il presidente Hamid Karzai: sette afgani su dieci hanno fiducia nel suo governo. Il dato forse meno scontato della ricerca.
Anche l'Italia figura nel dossier, purtroppo con non grandi performance. Nella percezione comune, la ricostruzione si deve soprattutto ad americani (46%) tedeschi (10%) e giapponesi (8%), mentre agli italiani va un risicato 1%, davvero poco considerato l'impegno militare che ci pone quarti come numero di uomini impiegati e sforzo finanziario. E' la stessa percentuale di molti altri paesi e, cosa non sorprendente, dell'effetto Prt, i Provincial Reconstruction Team della Nato che, anch'essi, e nonostante il profluvio di propaganda a favore, guadagnano un misero 1% di attenzione. Si prende invece un 4% (dato degno di nota) l'impegno dell'India. L'Italia recupera nella domanda di riserva (quali altri paesi vi hanno aiutato nella vostra area) dove arriviamo al 3% (contro però, ad esempio, un 16% degli indiani).
“Afghanistan in 2008: A Survey of the Afghan People" ( disponibile sul web a questo indirizzo) si presenta come la più ampia ricerca sul consenso mai fatta in Afghanistan e copre tutte quante le 34 province del paese. La raccolta dei dati è stata fatta nel mese di giugno utilizzando personale afgano (543 tra uomini e donne) ed è basata su interviste random in un campione di cittadini sopra i diciotto anni per un totale di 6.593 persone.
Interessante e ricca di spunti (di cui purtroppo possiamo dare solo qualche indicazione) la ricerca - almeno a una prima sommaria lettura – appare però viziata da qualche grossa lacuna, a cominciare dal capitolo bombardamenti e vittime civili, praticamente assente e di cui qualcosa si può desumere solo spigolando tra domande e risposte mentre certamente avrebbe meritato assai di più (molto più interessante da questo punto di vista l'ultimo sondaggio disponibile ma già datato messo in cantiere dalla Bbc). Alla domanda “Quali ragioni o cambiamenti, comparando il passato, hanno reso a suo modo di vedere la maggior parte della popolazione più libera di esprimere la sua opinione politica nell'aera dove lei vive”? la risposta è rivelatrice: il 54% esprime l'opinione che ciò si debba a una maggior libertà di espressione (41%) o a buone condizioni di sicurezza nell'area (28% ) ma solo l'1% attribuisce questo merito alla presenza delle truppe straniere.