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martedì 30 dicembre 2008

INCIDENTE DI TRAFFICO



La notizia non è confermata. Ma un amico è rimasto bloccato nel traffico da una sassaiola: la reazione della gente al fattaccio. Sembra, ma ripeto sembra, che un mezzo dell'Isaf abbia investito un afgano. Qualcuno dice che è morto ma non ho trovato per ora riscontro. Quel che so per certo è che c'è stata una reazione durissima e non è la prima. Questi incidenti sono comuni. Qualche tempo fa, sotto le ruote di un mezzo britannico, c'è rimasto un bambino di Kabul. E se non è chiaro quanto è successo oggi in città - nella zona orientale sulla direttrice per Jalalabad - le agenzie battono la notizia che a Parwan, provincia a Nord della capitale - un autista afgano è stato ferito perché si è avvicinato troppo a un convoglio. Il militare dell'Isaf non ci ha pensato due volte e ha fatto fuoco. Senza ucciderlo per fortuna. Isaf sostiene che i soldati hanno fatto di tutto per avvertirlo di stare lontano, poi hanno sparato....
Tutte queste storie non aiutano i militari occidentali che occupano il paese. Per quanto facciano per essere benvoluti - e in alcuni casi lo sono o perlomeno sono tollerati - basta un episodio così e la rabbia monta. Non si è arrivati a quanto accaduto circa tre anni fa quando la folla inferocita, dopo l'ennesimo "incidente stradale", mise a ferro e fuoco la città. Ma bisogna aspettare che accada di nuovo? Tutto ciò favorisce la propaganda dei talebani, l'insofferenza verso la presenza occidentale, la rabbia verso un governo percepito da molti come succube di ordini dall'alto. Anzi da Occidente. Basterebbe poco. Andare piano, ad esempio, come consiglia il codice stradale e non "chiedere strada" strombazzando per poi prendersela travolgendo i pedoni. Una delle malattie di questa guerra è anche l'arroganza di chi fa il padrone a casa d'altri. E non è questione che gli afgani non sopportano gli stranieri etc etc. Cosa avreste fatto voi se gli americani fossero rimasti a Napoli, dopo l'occupazione del Sud Italia, per sette anni e alla vigilia dell'ottavo avessero travolto uno scugnizzo sul lungomare?

lunedì 29 dicembre 2008

LA NEVE (E I RAZZI) SOPRA KABUL



Fuori dalla finestra fiocca. “Fioca”, come dicono dalle mie parti. Son le sei del mattino (le 2 e mezza in Italia) e la città ancora dormicchia. Verso le otto sentiamo ballare la sedia sotto le terga. Il terremoto (poi sapremo localizzato molto a Nord, in montagna, e senza danni alle persone o alle cose) dura poco ma preferisco andare sul balcone e mi metto per precauzione sotto lo stipite della porta coem mi hanno insegnato. La neve è già acqua intanto. (A sinistra un paesaggio del Nord dopo il disgelo, fotografato da Romano Martinis)

* * *

Il rigido inverno afgano per adesso non è ancora arrivato. I mesi duri sono gennaio e febbraio ma per ora la temperatura è mite e di giorno c'è sole. Tiepido. Non piove e anzi la preoccupazione di un'estate siccitosa è forte. Inoltre, avverte un rapporto della Fao, l'agricoltura afgana ristagna e la produzione non aumenterà in un paese destinato, dicono gli agronomi dell'Onu, a continuare a dipendere dall'aiuto esterno. In effetti val la pena di fare un paio di considerazioni. Avrete notato che dell'aumento poderoso del prezzo del grano e del frumento della primavera scorsa non si parla più? E si perché, mi spiegava un contadino padano, poiché i prezzi erano elevati, tutti han seminato in campagna. Col risultato che, a settembre, i prezzi son crollati. Sarà forse successo anche qui come altrove (la Fao dice che nelle prime due settimane di dicembre grano e cereali secondari son calati del 40 e del 20%). Ma il prezzo del pane e della pasta? Quello è rimasto invariato oppure è sceso di qualche centesimo al pacco da mezzo chilo. Come la benzina. Il petrolio crolla ai minimi ma la benzina cala solo di un pelino...Guai per il nostro portafoglio. Figurarsi per quello di un afgano.
Il prezzo dei generi di prima necessità sale e poi scende (è un settore dove vale davvero la legge della domanda e dell'offerta) ma il prezzo del pane rimane alto e quasi un terzo della popolazione soffre fame cronica. Quando le cose van bene in campagna, guadagnano i mediatori in città. Quando vanno male, il commercio se la cava lo stesso e i contadini (come i cittadini) pagano la crisi. A Kabul, o peggio nelle campagne, la grande crisi dei cereali ha questo effetto perverso. La pagano i poveracci anche se, direte voi, non è una novità. Però è bene ribadirlo perché a volte si può credere che l'aumento dei prezzi delle derrate agricole favorisca i contadini. Sin parte si ma solo per un brevissimo periodo.

* * *

Ma è dura per gli afgani ovviamente, non certo per me che ho nel portafoglio dollari ed euro. E c'è come spenderli. La città pullula di mini market con prodotti della Kellog's, chili sauce per tacos alla messicana e soja per i funzionari cinesi. Tabasco se volete condirvi il succo di pomodoro. Campbell soup se avete fretta. Ragù Star se il lavoro non vi lascia il tempo per cucinare lo spago.

* * *

Cade la neve su Kabul ma dura poco. Qui si vive una vita effimera come la neve di quest'anno. Due sere fa la guerriglia ha tirato tre razzi su un posto di polizia vicino all'Intercontinental, alla periferia Nord della città. Ma quelle armi artigianali e imprecise, spesso azionate con un timer, han beccato una casa di poveracci e hanno ammazzato tre bambini. Le loro vite sciolte come la neve sopra Kabul.

domenica 28 dicembre 2008


Ieri sono tornato dopo quasi sei mesi di assenza a Kabul. Ci resto questa volta un bel po' di tempo per vedere che succede quest'inverno alle falde dell'Hindukush. Di solito pubblico su questo blog gli articoli che scrivo per i giornali ma questa volta terrò anche una sorta di Diario. Così, per fissare le impressioni e scrivere le cose cui i gionali non sono interessati. Buona lettura, se credete...

VISTO DA KABUL


Diario dalla città dolente. Il primo di una serie di articoli e riflessioni da e sull'Afghanistan. La foto è di Romano Martinis

Kabul - Viste da Kabul, le decine di migliaia di persone che si sono riunite ieri di fronte al mausoleo della famiglia Bhutto per celebrare il primo anniversario della morte dell'ex primo ministro Benazir, raccontano anche un'altra storia. Non solo quella di una forte empatia popolare con un personaggio diventato in Pakistan l'icona della speranza, ma anche tutte le vicende che legano questo paese in guerra da trent'anni col suo potente vicino. Un vicino che adesso è ai ferri corti con l'India lungo un confine su cui spirano venti di conflitto. E con cui resta un rapporto difficile visto che fu proprio sotto il governo della signora Bhutto che iniziò la parabola infinita dei talebani. Parabola dai mille risvolti e che si intreccia con la decisione di Islamabad di spostare un quinto degli uomini impegnati lungo le aree al confine con l'Afghanistan sulla linea del cessate il fuoco con l'India, in Kashmir, mentre vengono rafforzati i dispositivi di allerta nella provincia del Punjab, la terra dei cinque fiumi che il righello coloniale divise nel '47 creando India e Pakistan.
L'anniversario della morte di Benazir arriva dunque in un momento particolarissimo: migliaia di poliziotti sono stati impegnati per assicurare la sicurezza dell'evento in un momento di grave difficoltà per il nuovo governo retto da Yusuf Raza Gilani, il premier voluto dal Ppp, il partito dei Bhutto, e ispirato dal neo presidente Asif Ali Zardari, che di Benazir era il marito. Lei venne uccisa un anno fa a Rawalpindi durante un comizio e le indagini infilarono subito la pista dei talebano-pachistani anche se, per il momento, di probabili colpevoli in prigione, salvo qualche sospetto, non ce ne sono. Paradossalmente anzi, viene in soccorso del governo proprio la voce del radicalismo islamico.
Pur se si tratta di un ritiro “limitato” che riguarda spostamenti di truppa dislocati nelle aree tribali del Pakistan ma non direttamente impegnate in operativi contro la guerriglia talebana, Islamabad ha confermato il trasferimento di 20mila uomini incassando l'entusiasmo dei militanti radicali molti dei quali orfani proprio del conflitto kashmiro ed espulsi in passato da quell'area: Maulvi Omar, un portavoce di Tehrek-e-Taliban (i talebani pachistani appunto) ha dichiarato che la sua milizia si darà da fare. “È nostra responsabilità proteggere il confine occidentale e fermeremo le infiltrazioni in Afghanistan”, ha detto dimostrando che la vera pressione, più che su Nuova Delhi, arriva diretta su Washington molto interessata al fronte Ovest del Pakistan. Islamabad , dopo i violenti scambi di accuse con l'India in seguito ai fatti di Mumbai, aveva già minacciato di trasferire i suoi soldati verso Est. E adesso i militanti islamici che combattono nelle aree tribali si ergono a difensori della sovranità nazionale sul confine occidentale...
Ma le mosse di Islamabad sono ben ponderate. Le parole grosse vengono soprattutto da Delhi e in particolare dal ministro degli Esteri indiano, Pranab Mukherje, che svolge il ruolo del falco. Anche ieri nel fare appello a Islamabad perché favorisca il raffreddarsi della tensione, ha parlato di un'“isteria da guerra” che avrebbe il compito di sviare l'attenzione dalla vicenda di Mumbai. “E' triste – ha detto - che in Pakistan si sia creata un'atmosfera di isteria da guerra: io rivolgo un appello ai leader pakistani affinché non cerchino di creare ulteriore tensione non necessaria e di sviare il problema che deve essere invece affrontato faccia a faccia. Ignorarlo non aiuta a risolverlo”.
I pachistani sono più morbidi. Ieri Zardari ha affermato che è il dialogo l'unico mezzo per risolvere i problemi della regione anche se ha richiamato gli indiani alla non ingerenza: il problema insomma il Pakistan lo vuole risolvere da solo “perché è necessario e non perché siete voi (gli indiani) a volerlo”. Morbido anche il premier Gilani che ha ribadito che il suo paese non vuole la guerra e che reagirà solo in caso di provocazione.
Ma la tensione resta alta e ieri è intervenuta anche Mosca “estremamente preoccupata” dell'escalation. “La Federazione russa sta esortando India e Pakistan a mostrare la massima moderazione e a non consentire che la situazione al confine precipiti in uno scenario che coinvolga l'uso della forza”, ha dichiarato il ministero degli esteri russo nel suo sito ufficiale. Ma è chiaro che Islamabad si aspetta molto soprattutto dagli Stati Uniti specie ora che il rapporto tra Washington e Delhi non è mai stato così solido. Come gli indiani sanno bene.

sabato 27 dicembre 2008

CI PROVO COL VIAGRA



Anche la magica pastiglietta per conquistare il consenso dei capi clan. Ma al di là della "pillola del risveglio", la grande nebulosa resta il "surge" afgano che dovrebbe prendere l'avvio nei prossimi giorni. Basteranno regali e Blue Pills per vincere la guerra psicologica contro i talebani?


"Vincere i cuori e le menti" è ormai un mantra che va per la maggiore.
Tutti ricordano quando Condoleezza Rice lo disse apertamente agli
indonesiani mentre gli americani provvedevano a Giacarta aiuti in
grande stile per lo tsunami: ti do una mano ma mi serve un favore. E
per farmelo ci vuole il tuo cuore oltre che la tua mente. Ma adesso la
conquista si fa anche attraverso il corpo. Anzi, più precisamente,
grazie alle prestazioni sessuali che pillole magiche offerte dalla
farmacopea occidentale possono resuscitare in una seconda vita dalle
performance inaspettate.
L'ultima frontiera della guerra in Afghanistan, stando al Washington
Post, si chiama "Blue Pills", le pillole dell'amore che possono
rinvigorire gli ardori guerrieri di qualche pashtun in età avanzata di
cui occorre conquistare cuore e mente. Così, raccontata da fonti
rigorosamente anonime ma rafforzata dalle spiegazioni degli addetti ai
lavori che ricordano i tempi della "Guerra fredda" combattuta da
avvenenti spie tra lenzuola bollenti, l'ultima trovata degli agenti
con gli occhiali neri è il ricorso al Viagra. Non solo è ovvio: regali
di ogni tipo per gli afgani, dai coltelli multiuso alle medicine, dai
giocattoli ai libri di scuola. La nuova frontiera della guerra è anche
psicologica.
La notizia in realtà ne nasconde un'altra, assai più seria e che
riguarda la nuova strategia da adottare nel paese dell'Hindukush. L'ha
messa a punto il generale Petraeus e si basa su un lungo lavoro messo
in campo con i capi tribù delle aree calde per conquistare le loro
menti e i loro cuori, e perché no la loro gratitudine per l'elisir di
giovinezza. Il fine è creare una rete di milizie tribali che dovranno
dare una mano agli eserciti supertecnologici che però non riescono ad
aver ragione dei talebani. Ma poiché dargli in mano altre armi sarebbe
pericoloso – e su questo punto si era scatenata negli Usa una gran
polemica – al posto dei kalashnikov gli agenti dell'intelligence, i
militari del Centocom (il megacomando agli ordini di Petraeus), i vari
funzionari della diplomazia sotto traccia, faranno regali. Non
pistole ma opere di bene: giocattoli e aspirine, utensili da cucina e
altri ammennicoli. Non escluse le blue pills che, com'è noto, possono
fare miracoli.
Su questa nuova offensiva si basa il tentativo americano di vincere la
guerra: conquistare consenso con beni di prima o seconda necessità
che garantiscano la partenza di questa riedizione afgana del "surge"
iracheno. Il battage – a giudicare sulle indiscrezioni che ogni giorno
affollano i giornali americani – è grande e ben strombazzato. Ma per
ora Obama non ne ha ancora apertamente parlato e non è chiaro quanto
condivida la strategia – con l'uso più o meno ufficiale del Viagra –
che i militari di Petraeus stanno mettendo a regime. Chissà se ha
conquistato il cuore e la mente del neo presidente.

mercoledì 24 dicembre 2008

OPZIONE IRACHENA PER L'AFGHANISTAN




Il “surge” afgano è già cominciato. O almeno è questione di settimane. Dopo un paio di mesi di speculazioni e supposizioni, accompagnate da critiche e polemiche, l'anticipazione la dà il Wall Street Journal. Il quotidiano economico sostiene che a gennaio nella provincia di Wardak (Sudovest di Kabul) verrà creata la prima milizia tribale, la cellula su cui si basa il “surge” declinato all'afgana, strategia messa in campo in Iraq dal generale Petraeus. Sui numeri di queste milizie il Wsj non dice e ci dobbiamo accontentare di vecchie indiscrezioni che stimavano i gruppi tra i 50 e i 300 miliziani. Ma una novità c'è: dagli Stati Uniti, ideatori e finanziatori di un'operazione che, a quanto si sa dovrebbe ricadere sotto il controllo della polizia e quindi del ministero dell'Interno di Kabul, le milizie tribali non riceveranno armi. Potranno tenere e usare quelle che hanno ma, stando alle fonti del giornale, non ne riceveranno di nuove. Giusto gli stipendi che, attraverso le shure, organi tribali di consultazione, verranno poi distribuiti dai vari capi locali.
La fonte anonima che ha soffiato l'inizio del surge in Afghanistan sostiene anche che il processo sarà rapido: e forse già entro gennaio il piano di avvio generale sarà partito. Come? Il giornale non lo scrive ma si sa che gli americani hanno mappato qualche centinaio di tribù ritenute avverse ai talebani o in grado di attrarne la parte scontenta e in cerca di un nuovo lavoro. Le fonti del Wsj dicono anche che l'idea non è passata indenne da critiche, e non solo in America dove sono fioccate da diversi osservatori che ne hanno messo in luce ombre e rischi, primo fra tutti un'ulteriore polverizzazione della guerra e nuova benzina sul fuoco del warlordismo in un paese dove lo stato centrale conta poco. Del resto anche Karzai avrebbe storto il naso per questo motivo. E qui sta il punto.

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sabato 20 dicembre 2008

IL SENSO DEGLI EROI



Sul suo blog, dedicato agli arabi invisibili, la nostra Paola Caridi ha scritto che “...tra gli arabi non si parla d'altro. E non sorprende che in Iraq vi siano state manifestazioni in cui si brandivano scarpe come si sarebbero brandite spade. Muntazer al Zaidi, il giornalista iracheno che ha tirato non una, bensì due scarpe a Bush, in una situazione di assoluto controllo da parte delle forze di sicurezza, è ora l'eroe della strada. Di quella strada araba per la quale - citazioni sentite con le mie orecchie ai quattro angoli del mondo arabo negli scorsi sette anni e mezzo - Bush è solo e unicamente un criminale di guerra, nonché il sostenitore di regimi (arabi) non democratici. Muntazer, insomma, ha vendicato l'opinione pubblica araba, contravvenendo - come scrive il libanese Daily Star, al primo dovere di un arabo: l'ospitalità”.
Se esistono ancora gli eroi è una domanda ricorrente. Muntazer al Zaidi lo è. Sarà ricordato per le scarpe e non forse per i suoi articoli ma alla fine è il coraggio, il coraggio di dirla tutta rischiando, com'è successo, le botte e la galera, che piace all'uomo della strada e non solo araba. Gli eroi son quelli che noi non siamo. Sono il nostro compagno delle elementari che ha difeso quel tale davanti a uno delle medie; sono quella ragazza che disse in faccia al preside che la scuola è nostra; sono quel tipo che ha rinunciato alla promozione perché la gente non si compra; sono quella giovane collega che ha detto al capufficio di tener giù le mani. Son quello, quella, quelli che parlano quando stiamo zitti e dicono le cose al nostro posto. Siamo loro grati, che tirino le scarpe o anche solo una saracca che non abbiamo il coraggio di pronunciare. L'eroe è sempre stato e sempre sarà. Non è solo una necessità dei tempi bui, è il toccasana che ci fa sorridere o piangere, che muove i sentimenti e che, soprattutto, si è esposto quando nessuno aveva il coraggio, la voglia, l'energia per farlo.
Il bisogno di eroismo può essere una malattia indotta dall'arma potente della propaganda che innesta miti e valori studiati a tavolino. Ma gli eroi sani son altra cosa. Vengon fuori così quando meno te lo aspetti e forse neppure loro ci avevano poi pensato su. Quel gesto della scarpa non ha fatto solo il giro del mondo dalle nostre parti o nell'area del Mediterraneo-Medio oriente. Se lo sono goduto in mezzo mondo che oggi, youtube lo vedono anche nelle favela. E non è morta li.
Il giorno dopo Bush era in Afghanistan e i giornalisti afgani lo han preso in giro mostrandogli le scarpe. Non le han tirate, ma quando alla conferenza stampa il funzionario afgano ha detto che al presidente bisognava rivolgersi col titolo di “sua eccellenza”, i giornalisti gli hanno rivolto le domande chiamandolo “Mister bush”. Erano altrettante scarpe e più difficili da evitare. E' che il gesto dell'eroe, non solo è eroico in sé, nell'atto di tirare la scarpa o, come Enrico Toti, in quello di di gettare la stampella contro il nemico (eroismo subito diventato icona della propaganda militare). E' che poi producono, gli eroi sani, un effetto a catena. Smascherano il re e quando il re viene sbeffeggiato allora tutta la corte, e il popolino, finalmente possono farlo.
Grazie Muntazer al Zaidi. Più potente di Kruscev alle Nazioni Unite, più esilarante di Wolfowitz che si leva le scarpe alla moschea di Istanbul e rivela i buchi nei calzini, più elegante di una decoltée di Gucci, più magico della favola della scarpina di Cenerentola. L'eroe è eroe quando ci libera liberandosi. Facendoci sognare. E andare a letto felici anche stasera di render liberi i piedi dalle scarpe.

giovedì 11 dicembre 2008

TRUPPE A KABUL? SI, NO, ANZI SI


L'Italia, dice La Russa, invierà 600 soldati. Berluscono smentisce. Ma nel balletto dei numeri dal 2009 il contingente aumenterà: sino a 2800 unità.Nella foto: campi profughi a Kabul. Foto di R. Martinis





Petraeus chiede, Roma obbedisce. Con giallo su numeri e impegno in Afghanistan.
Dopo aver sbandierato che non un solo uomo in più sarebbe partito per
il fronte afgano, a sorpresa Roma ha deciso di prestare orecchio alle
richieste americane, traghettate in Italia dal supercomandante
americano in visita ufficiale – tanto da essere ricevuto persino dal
capo del governo - cui spetta ora di riorganizzare la guerra nel
teatro asiatico. L'incremento sarà di quasi 600 militari da
schierare nella parte più pericolosa della regione Ovest
dell'Afghanistan, a Sud dell'area già sotto comando italiano di stanza
nella provincia di Herat. Il contingente italiano, oggi composto da
2.270 uomini, salirà così il prossimo anno, per almeno sei mesi, a
quota 2.800 soldati. Ma dopo un po' Berlusconi smentisce: "Nessun
aumento delle truppe" ma solo rimozione dei caveat per "fare di più"
e, tanto per restare in esercizio, una stoccata a sinistra: "fu
D'Alema a bombardare la Serbia", come se tutto il parlamento, con
qualche esclusione, non avesse votato a favore dell'intervento in
Kossovo.
Ma insomma a chi credere? Al premier o al suo ministro della Difesa,
Ignazio La Russa, che sembra comunque meglio informato?
Lunedi, dopo l'incontro con il generale David Petraeus, che ieri ha
visto anche Frattini, La Russa non aveva escluso un possibile
incremento delle forze italiane in Afghanistan, spostandole da un
teatro operativo all'altro (quello balcanico) ma tenendo fermo il
numero complessivo dei militari in missione "fuori area" (attualmente
8.500 uomini). Ieri alle Commissioni Difesa ed Esteri del Senato, ha
quantificato, numeri alla mano, con una serie di arzigogoli
matematici (gli stessi che hanno fatto forse dire al premier che non
ci sarà un aumento di truppe) perché – ha detto - "quel che conta è
la media del periodo". I 2.270 militari italiani sono oggi schierati
in gran parte nell'Herat, dove si trovano 1.680 soldati, in parte
trasferiti dall'area di Kabul, dove si trova il resto del contingente.
Diverrano 2800.
La Russa ha precisato anche che i soldati, non solo non saranno
sottratti ad altri teatri ma che si spingeranno più a Sud: "a Farah,
nei primi mesi del 2009" per la costituzione di un "battle group,
supportato da un aviation battalion, indispensabile strumento per il
concreto controllo del territorio". Fuor di metafora
angloterminologica, un gruppo di combattimento. Non dunque l'aumento
consistente di truppe che voleva Petraeus ma neanche il "no
all'aumento" che era stato raccontato. E un "ni" sull'impegno a
combattere nelle zone a rischio: non nell'Helmand ma una maggior
presenza nella zona ribelle di Farah.

martedì 9 dicembre 2008

LA NASCITA DEL WEBTER, IL REPORTER DEL WEB


Servono ancora i quotidiani cartacei? E c'è qualcuno che li legge? Il giornalismo è morto e i giornalisti sono stati uccisi dal web? Si e no ma qualcosa è successo. E sta nascendo una nuova figura professionale: il webter o webreporter. Edizione moderna del cronista d'antan. In questo articolo scritto per La Differenza, riflessioni tra edicola e www Nella foto, giornalisti di vaire parti del mondo durante un vertice della Fao a Roma



I giornalisti della carta stampata dovrebbero iniziare a dirlo abbastanza chiaramente. Il giornalismo scritto sui quotidiani, quello che per anni ci ha accompagnato mentre portando a spasso il cane andavamo in edicola, è moribondo. Forse è persino già morto anche se i dati delle vendite (o meglio delle tirature) non lo rivelano perché, tra le prebende di stato (sacrosante per i giornali) e le esigenze della pubblicità, se nessuno o quasi compra più il giornale, caso mai lo si regala.
Personalmente, avendo qualche diffidenza sulla supposta scientificità e asetticità dei numeri, mi affido alla vista e al naso. E, se ci fate attenzione, i giornali sembrano spariti: il treno, la manna per quotidiani e periodici, non è più il posto dove si legge il giornale. Ci avete fatto caso? Tutti hanno l'ipod o il pc e quando la connessione sarà stabile anche sul treno, il volume di diavolerie informatico-tecnologiche darà alla carta stampata (ma non ai libri) il colpo di grazia, anche se i giornali ve li continueranno a regalare in prima classe e, sui treni dei pendolari, pure in seconda. Eppoi ci sono a disposizione (con tutto il rispetto per chi ci lavora e salvo qualche rara eccezione) diversi prodotti di giornalismo in pillole, molto spesso spazzatura, che regalano nel metrò o per strada. La gente gli da un'occhiata distratta, spera in qualche tetta o bicipite umido che illuminino la giornata, e butta nel cestino. Tutto concorre ad affossare il quotidiano di carta.
Il giornalismo scritto è morto? Bhe, certo che no, ma si sta trasferendo altrove.

Quali siano le cause di questo cambiamento è difficile dire. Il prezzo dei quotidiani, la loro autoreferenzialità (se state via tre giorni dall'Italia non capite più di che si sta discettando), il fatto che negli ultimi anni cercano di assomigliare alla tv, la concorrenza della free press e di internet e un affaticante generalismo per cui si cerca di mettere di tutto di più senza mai approfondire nulla. Se pensavate che il giornale servisse ad approfondire quello che la Tv vi dice in 40 secondi, liquidando la strage di Mumbai in uno spot dove manca solo il prodotto da vendere, rimanete delusi: sui quotidiani (salvo naturalmente le sempre lodevoli eccezioni) c'è la dichiarazione della star di Bolliwood, la soap opera pachistana che invade gli schermi, la Rice che aveva il vestito con l'orlo staccato e la figlia del premier che vorrebbe ma non sa giocare a cricket. Stiamo ovviamente esagerando ma, almeno in Italia, il genere di informazione che va per la maggiore (il retroscena leggero) è un po' così.
Il lettore accanito, quello che vorrebbe sapere e capire, non ha allora molta scelta. L'informazione generalista l'ha ricevuta supinamente dalla tv o dalla radio (quella si resta immortale) e dunque il giornale appena acquistato sembra già vecchio e pure parecchio “leggero”. Se manca il valore aggiunto che si fa? Si va in rete. Ovvio no?
Oggi il web è una grande fucina di informazione generalista ma anche un'enorme pozzo di San patrizio dell'approfondimento, la notizia di nicchia, il commento non superficiale. A costo zero. Inoltre il pubblico italiano, che i nostri giornali considerano sempre a un livello medio scolare da scuola di avviamento (erano gli istituti secondari che esistevano prima della media unificata e in cui andavano i poveracci cui toccava subito lavorare), su certi temi è totalmente disinformato. Prendo come esempio ancora Mumbai e la politica estera, che è la materia dell'agenzia in cui mi guadagno il pane (Lettera22.it, una testata telematica che però lavora anche per la carta stampata): se scoppia l'India, le pagine monografiche sui giornali si scatenano per quattro cinque giorni. Dimenticando il resto del mondo. Ma anche lì....Sapevate che mentre succedeva il pandemonio a Mumbai, a Karachi, in Pakistan, la comunità pashtun e quella dei residenti originari dall'India si massacrava a pistolettate? Chi se ne frega direte voi. Bhe certo, se il subcontinente indiano non è tra i vostri interessi primari, si capisce. Ma se lo è – qui volevo arrivare – se volevate in effetti saperne di più, basarvi sui soli quotidiani italiani non vi sarebbe bastato. Non avevano spazio per le vicende di Karachi che pure hanno seppur indirettamente a che vedere con Mumbai (vi risiede uno degli indiziati della strage). E allora il web. Sempre di più. Lo spazio è infinito, la roba tanta. E qui viene il punto.

Se avete preso questo articolo per un requiem del giornalismo scritto vi sbagliate. Una nuova figura professionale si sta formando e si tratta del webreporter. Un po' webmaster, un po' surfista, un po' topo di biblioteca, un po' curioso, il webter lavora per voi. Fa quello che prima si faceva negli ormai obsoleti giornali cartacei: sceglie, legge, mette a posto, consiglia. Gli esempi che ho in casa da proporvi sono due: il primo è Lettera22, che fa questo mestiere per i quotidiani per cui lavora e per i suoi weblettori. Non copia (solo) dalle agenzie perché sennò i giornali l'articolo se lo farebbero da soli e, quando non può accedere a fonti primarie, scava nel web. La stessa cosa fa l'esperimento “Dossier Afghanistan” di Asia Maior (un'associazione di asiatisti di cui faccio parte). Legge la stampa estera e seleziona e consiglia un certo numero di articoli con una breve intro in italiano che faciliti il lettore. Non solo stampa estera, pesca anche dai blog selezionati. Dà gli elementi, decida il lettore cosa vuole leggersi.
Un po' alla volta, e se la webtestata si guadagna fiducia e autorevolezza, si “fidelizza” il surfista che è capitato sulle vostre pagine. Lettera22, dopo diversi anni di lavoro sul web, ha capitalizzato una media di 1500/2000 visite singole quotidiane. Come un piccolo giornale in edicola e senza costi di distribuzione. “Dossier Afghanistan” è appena agli inizia ma vi sapremo dire.
Nuove forme di giornalismo, dunque, nuove figure professionali. Il giornalismo scritto non muore mai. Ma il web – attenzione – è esigente. Non è che esser gratis sia sufficiente (vedi free press e cestini annessi). Bisogna dare roba di qualità per fidelizzare i lettori. E lì c'è anche la chiave di come mantenersi sul web: abbonamenti per certe sezioni (l'archivio o certi articoli), la pubblicità etc. Forme ancora da studiare ma in espansione. Un mondo in movimento, tutto da surfare. Anche in treno tra un po'.
E i quotidiani? Non moriranno, state tranquilli voi che amate – come me - il cappuccino sul lungo mare con cornetto in bocca e “fresco di stampa” sotto gli occhi. Ma – con la globalizzazione del mercato ittico - serviranno sempre di più per incartare il pesce.

sabato 6 dicembre 2008

DIETRO MUMBAI, KABUL


Perché gli Usa si fanno in quattro per evitare che Islamabad e Delhi precipitino in un nuovo rovinoso conflitto? Per umanitario spirito di pace? A me sembra che la risposta stia a Kabul anche se dista qualche migliaia di chilometri da Maharashtra



Quando sei anni fa, dopo l'attacco al parlamento indiano messo in atto nel 2001 dal gruppo terrorista kashmiro Lashkar-e-Toiba, India e Pakistan furono sul punto di entrare in un nuovo conflitto, l'azione mediatrice della comunità internazionale si fece sentire con una certa debolezza. Se il contenzioso alla fine si risolse in nulla, ciò fu dovuto al pragmatismo e al senso della realtà delle leadership indiana e pachistana che, a una guerra dagli esiti incerti e con l'aggravante del possibile uso dell'arma nucleare, preferirono la via del dialogo, per quanto compromesso da quell'azione eclatante, messa in opera dallo stesso gruppo adesso accusato degli attentati a catena di Mumbai.
Ora però le cose stanno diversamente.
Il viaggio in India e Pakistan di Condoleezza Rice, che pur essendo il ministro degli esteri uscente dell'Amministrazione Bush rappresenta anche le preoccupazioni e i timori del neo eletto Barak Obama, sta a dimostrare con quanta apprensione gli Stati Uniti seguano le vicende del subcontinente indiano e spiegano perché Washington si stia spendendo tanto in quell'area. Il suo viaggio infatti, accompagnato da una copertura mediatica sui fatti di Bombai che racconta tutta l'attenzione dell'America a quella fetta di mondo, è stato organizzato simultaneamente alla visita in Pakistan del capo di stato maggiore americano Mike Mullen, il "soldato" più alto in grado dell'apparato militare americano. Che non ha mancato, mentre Washington faceva di tutto per chiedere agli indiani di reagire con la testa prima che col cuore, di fare pressione sul governo di Islamabad per un maggior impegno nella lotta contro i terroristi che albergano nel Paese dei puri.
A che pro? Solo per evitare un conflitto tra due potenze regionali?
Washington ha in Asia una preoccupazione che si chiama Afghanistan...Leggi tutto su Lettera22

AFGHANISTAN, COSA DICE LA STAMPA ESTERA



Il dibattito sull'Afghanistan gira soprattutto attorno a quanto farà Barak Obama nei prossimi mesi: agitando il sonno e la penna di quanti sono favorevoli o contrari all'importazione del surge, all'armamento delle milizie locali, all'invio di – si dice – 20mila soldati. Le voci contro l'aumento delle truppe come soluzione di svolta che sistemerà ogni cosa (fors'anche alla luce di risultati non poi così brillanti in Iraq) si fanno più insistenti anche se, ad esser sinceri, le indicazioni su come fare altrimenti latitano.
Se ha ragione l'anticipazione dell'Economist, Obama pensa comunque a un team dedicato per l'Afghanistan che sarebbe guidato da Richard Hoolborke e a cui sarebbero associati analisti di profilo come Barnett Rubin, uno stimato accademico esperto dell'area e che si dovrebbe dedicare a tempo pieno al paese asiatico; ciò indica il desiderio di andar oltre la sola opzione militare con una svolta più “politica” dell'Amministrazione. Apertura in senso lato che coinvolga Cina, India e Iran, la vera grande novità. Ma insomma questo è tutto.

C'è nell'aria anche un' iniziativa francese che appare francamente nebulosa tanto quanto lo fu quella della scorsa estate a Parigi (che alla fine fu solo una conferenza dei donatori) e si sa inoltre, ma anche qui i contorni sono confusi, che l'Italia ha in mente un'iniziativa sulla regione da organizzare per il G8, stimolata anche dai recenti fatti di Mumbai. Fatti che hanno indubbiamente giocato un ruolo, benché indiretto, nelle vicende afgane e forse da questo punto di vista, la relazione tra India, Pakistan e Afghanistan avrebbe richiesto un po' più di elaborazione che, nella settimana, non abbiamo visto e avrebbe dovuto essere quantomeno stimolata dall'attivismo diplomatico di Condoleezza Rice e dell'ammiraglio Mike Mullen, entrambi corsi in Pakistan (la Rice anche a Delhi) per capire proprio che succede sul fronte afgano, di rimessa a quanto restano tesi o meno i rapporti tra Islamabad e Nuova Delhi.

Aggiungiamo che vale al pena segnalare la interessante analisi del giornalista Anand Gopal sulla galassia talebana, forse il miglior articolo che abbiamo letto questa settimana, pieno di spunti, notizie e suggestioni. E naturalmente il dossier sulla produzione di oppio presentato da Unodc a fine novembre.

per leggere gli articoli vai al "dossier Afghanistan" di Asia Maior

venerdì 5 dicembre 2008

LA TELA DI CONDOLEEZZA TRA DELHI E ISLAMABAD



Mentre le forze di sicurezza indiane scrutano il cielo sopra l'Unione, da quando si è diffusa la psicosi di un attacco dall'aria, la diplomazia americana, dopo la puntata a Delhi è stata ieri al lavoro a Islamabad.
Pressato dal ministro degli esteri Usa Condoleezza Rice e dal capo di stato maggiore Mike Mullen, il presidente pachistano Zardari, ha promesso “azioni decise” contro i terroristi che si rifugiano nel suo paese e che possono essere coinvolti negli attentati di Mumbai. Si è dimostrato, ha spiegato l'inviata di Washington, “concentrato e impegnato” anche se la giornata ha registrato un nuovo contenzioso tra Delhi e Islamabad: l'India ha sollecitato il governo pachistano a concedere l'estradizione di venti ricercati per i fatti di Mumbai, ma per i pachistani questa lista non è mai arrivata. Lo ha detto il ministro degli interni di Islamabad, specificando che una richiesta di estradizione riguarderebbe solo tre persone: Dawood Ibrahim, Maulana Masood Azhar e Tiger Memon, considerati tra i responsabili della strage. Molti però mettono in dubbio la buona fede di Islamabad, a cominciare dal New York Times che ha rivelato che, secondo l'intelligence americana, il fondatore di Laskhar-e-Toiba (Let), il gruppo nel mirino degli investigatori indiani, quel Mohammad Hafeez Saeed che sarebbe nella famosa lista dei venti da estradare, vivrebbe tranquillo a Lahore. La Jama ud Dawa, fondata si dice come copertura del Let, ha intanto smentito qualsiasi coinvolgimento negli attentati liquidando le richiesta di Delhi come “propaganda”.
La situazione insomma resta fluida mentre le indagini vanno avanti, la paura di nuove azioni tiene alta la guardia degli indiani, e la diplomazia lavora. Ieri è scesa in campo anche la Cina e l'Italia ha promesso, per il G8 di giugno, un'iniziativa per raffreddare la tensione tra i due paesi.

giovedì 4 dicembre 2008

INDIA, PAKISTAN / CI PROVA LA RICE



Hafiz Saeed, il fondatore di Lashkra-e-Toiba

La protesta di Mumbay fa da cornice a una giornata delicata per la diplomazia di India e Pakistan e per quella americana che ha visto impegnata a Nuova Delhi il segretario di stato americano uscente Condy Rice. Migliaia di persone riempiono le strade fino a tarda serata e , oltre che col Pakistan, se la prendono con un governo che non si è dimostrato all'altezza. Segno che la popolazione di Mumbai non ha dimenticato le 188 vittime del suo “11 settembre” e vuole giustizia. Ma è stata anche una giornata di tensione perché la polizia ha scoperto e disinnescato materiale esplosivo al plastico al Terminal Chhatrapati Shivaji della città, la principale stazione ferroviaria del cuore finanziario dell'India e uno degli otto obiettivi attaccati settimana scorsa.
Il materiale stragista era stato abbandonato dai guerriglieri ma il ritrovamento dell'esplosivo Rdx, uguale a quello utilizzato per confezionare altre bombe per gli attentati di settimana scorsa, confermerebbe l'ipotesi di possibili esplosioni programmate, da innescare in seguito. Anche perché i due ordigni ritrovati, in perfette condizioni e già predisposti a saltare, erano dotati di timer per stabilire dunque un possibile scoppio in un momento successivo.
Ma se è stata una giornata di tensione nelle piazze e negli uffici della polizia, non meno tesa è stata quella diplomatica: il governo di Delhi ha fatto sapere di aver consegnato alla Rice le prove del coinvolgimento pachistano mentre è stato reso noto un nuovo video sulle azioni dei terroristi e si continuano a moltiplicare voci e indiscrezioni sulle prove che gli indiani stanno raccogliendo. Contro il Pakistan. Prove che i pachistani vogliono vedere tanto che, per ora, hanno risposto picche alla richiesta indiana di arrestare ed estradare 20 indiziati. Se sono colpevoli, ha fatto sapere Islamabad, sarà il Pakistan a incriminarli e giustiziarli.
La Rice ha esortato il Pakistan ad agire con "urgenza e determinazione" ma ha anche messo in guardia gli indiani su scelte non ponderate e sulle possibili conseguenze. Gli americani del resto sembrano i più preoccupati da un'escalation tra i due paesi che potrebbe “distrarre” Islamabad dall'impegno alla frontiera Ovest – quella con l'Afghanistan – per concentrare truppe a Est, sul confine con l'India. E la Rice domani si sposterà a Islamabad per incontrare il presidente Asif Ali Zardari, mentre già in queste ore nel Paese dei puri c'è il capo di stato maggiore americano Mike Mullen, la più alta carica militare Usa, che fa pressione sul governo pachistano perché continui con sempre maggior vigore la lotta ai terroristi che trovano rifugio nelle regioni nordoccidentali del paese.
Quanto ai partiti pachistani, hanno firmato una risoluzione congiunta che condivide con gli indiani il dolore per i fatti di Mumbai e aborre la violenza contro gli innocenti. Ma la guardia resta alta. Dopo il terrore arrivato dal mare, adesso in India il timore è quello di un attacco dal cielo. Il ministro della Difesa Antony ha chiesto massima allerta ai servizi segreti e messo in guardia da un possibile attacco terroristico dall'aria.

mercoledì 3 dicembre 2008

LA DIPLOMAZIA PROVA A RAFFREDDARE I TONI



Dopo la guerra della parole i rapporti tra islamabad e Delhi si fanno meno tesi. E anche Washington frena. Anche se qualche falco si affaccia sulla stampa con consigli battaglieri


Acqua sul fuoco. Sembra questa la linea che da Islamabad a Delhi, passando per Washington che segue il caso con molta attenzione e cautela, sta cercando di riportare a più miti consigli l'escalation della “guerra delle parole”, innescatasi dopo i fatti di Mumbai e che l'altro ieri aveva toccato il suo punto più teso. Ma c'è anche chi scalpita, specie negli Stati Uniti, chiedendo soluzioni radicali o almeno un po' oltre le cautele della diplomazia americana, ancora nelle mani di Condoleezza Rice, in viaggio verso Nuova Delhi.
Ieri il Pakistan ha proposto all'India un'inchiesta congiunta sui fatti di Mumbai e, più in generale, un meccanismo congiunto per l'anti terrorismo. E Islamabad ha anche deciso di rispondere alla richiesta indiana di consegnare alla autorità dell'Unione una ventina di sospetti terroristi, come da richiesta ufficiale giunta il giorno precedente. Solo con qualche distinguo, affidato al premier pachistano Yousuf Raza Gilani che, in un'intervista alla Cnn, ha chiesto all'India di fornire le prove dell'implicazione del Pakistan negli attacchi terroristici di Mumbai e ha comunque promesso di cooperare nel caso siano fornite le prove. Quanto a Delhi il ministro degli esteri Pranab Mukherjee ha smentito l'ipotesi che l'India possa intraprendere alcuna azione militare contro il Pakistan a seguito degli attentati di Mumbai (anche se ha poi in parte rettificato con un'altra dichiarazione che fa parte del refrain di questi giorni che alterna toni morbidi e minacce).
Segnali positivi dunque sui due fronti ma continue – e legittime – precisazioni dei vertici pachistani che chiedono di non confondere il Pakistan con soggetti “non statali”. Un'affermazione che Robert Kagan, il falco neocon che è intervenuto ieri sul Washington Post, prende per buone ma che non gli vietano di ricordare che gli attori non statali agiscono in Pakistan con l'aiuto di esercito e servizi, entrambi attori di stato. Kagan lancia la palla interventista sostenendo che l'India e la comunità internazionale, leggi gli Stati Uniti, avrebbero il diritto di definire una “parte del Pakistan” territorio “ingovernabile” e agire dunque di conseguenza, anche violando la sovranità del paese. Un articolo che non piacerà a Islamabad e destinato a rinfocolare il clima di sospetto e pregiudizio antiamericano degli ambienti radicali e non solo. Anche perché, se Kagan è un interventista in probabile disgrazia con la nuova Amministrazione Obama, il Post aggiunge un editoriale che ricorda al Pakistan, e a Washington, che il bando alla Lashkar-e Toiba voluto dall'ex presidente Musharraf esiste soprattutto “sulla carta” e che proprio Musharraf liberò i suoi adepti e tollerò che il gruppo si tramutasse nella Jamaat-ud-Dawa, una copertura da associazione caritatevole che forse, scrive, gli ha permesso di essere ancor meglio finanziata. Dunque, conclude il Post, il “Pakistan è la chiave della crisi attuale” e deve dimostrare con forza di voler davvero chiudere la partita smettendo di strizzare l'occhio ai terroristi.
Se non bastasse su AsiaTimes, l'autorevole rivista telematica asiatica, lo storico americano Kenneth J. Dillon ha fatto una “modesta proposta”, come titola l'articolo, sostenendo che non sarebbe una cattiva idea permettere all'India, in accordo con Kabul, di spostare 20mila uomini sulla frontiera calda Afghanistan-Pakistan per contrastare il terrorismo...
Intanto fonti di stampa turche accreditano per venerdi a Istanbul un incontro tra il presidente Karzai e Zardari. Ma probabilmente di questo genere di ipotesi non parleranno. Semmai dei negoziati in corso, molto misteriosi, tra emissari di Karzai e talebani per tentare di far uscire l'Afghanistan dalla palude della guerra.

martedì 2 dicembre 2008

IL RISENTIMENTO DEL PAKISTAN



Pare che Obama si sia consultato più volte con Condoleezza Rice prima della sua visita prevista in India e che ieri ha mandato un messaggio chiaro ai pachistani: “cooperate con trasparenza” con Delhi per colpire i responsabili di Mumbai. Gli americani sono forse i più preoccupati di quanto avviene in queste ore in Pakistan dove, nel paese messo sotto accusa, la reazione più forte viene, inevitabilmente, dall'esercito e dai servizi, più o meno direttamente tirati in causa nella vicenda che ha sconvolto la capitale finanziaria dell'Unione. E che minacciano addirittura di sottrarre forze alla guerra al terrore sulla frontiera afgana. In Pakistan la tensione è alta da tempo e la vittoria di Obama non ha mitigato la diffidenza di ampi settori della società civile e, soprattutto, di buona parte degli uomini in divisa verso gli Stati Uniti: rei di aver sottoscritto col grande nemico oltre confine un patto che consente a Delhi di appropriarsi di tecnologia nucleare benché a scopi civili.
La prima e più evidente reazione, testimone della forza dei militari pachistani, è stata la marcia indietro sull'invio del capo dei servizi di sicurezza dell'Isi, Ahmed Pasha, che – nelle intenzioni del premier Gilani e del presidente Zardari – sarebbe dovuto andare a Delhi proprio a dimostrare “trasparenza e cooperazione”. Ma dopo la scoperta della pista Lashkar-e-Toiba, un gruppo nella manica di esercito e servizi (Isi) più o meno deviati (Let fu però messo al bando già da Musharraf), il risentimento nei confronti degli indiani, sempre pronti a indicare nel Pakistan la madre di tutte le malefatte, han fatto tirare il freno ai militari. Infine, dopo le accuse prima indirette poi sempre più specifiche di Delhi a Islamabad e mentre l'Unione elevava la sicurezza nazionale a "livello di guerra", in rappresaglia il ministero della Difesa pachistano ha minacciato di spostare 100mila uomini dalla frontiera Ovest, dove sono impegnati contro talebani e qaedisti – a quella con l'India. Se un effetto i terroristi volevano ottenere, si può dire che il loro obiettivo è stato raggiunto.
Paese a guida civile ma tradizionale ostaggio di uno degli eserciti più potenti del mondo, attraversato dal potere occulto di uno tra i più autonomi e segreti tra i servizi segreti, il Pakistan vive ore di angoscia ma ampiamente annunciate. Ai militari ribolliva il sangue probabilmente già quando Zardari – che anche ieri, come ha fatto pure Washington, ha cercato di gettare acqua sul fuoco - annunciava qualche giorno fa di voler rinunciare al principio del “first strike” (con l'arma nucleare) in caso di minaccia alla sovranità nazionale. E ai servizi non è piaciuto lo smantellamento della sezione politica dell'Isi. Inoltre, ben racconta il clima di sospetto dei militari una mappa che circolerebbe in alcuni ambienti statunitensi - come ha rivelato la stampa americana - in cui si vede una mappa del Pakistan “tagliato” alle ali, con una zona di influenza indiana a Est e afgana a Ovest. Quando la notizia di è diffusa, in Pakistan la reazione è stata furiosa.
E' in questo clima che è scoppiato il caso Mumbai. Che rischia ora di trascinare militari e funzionari moderati dalla parte dei loro omologhi più radicali, islamisti e ultranazionalisti. Pronti a tutto pur di difendere il suolo patrio. Anche alla guerra.