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giovedì 30 aprile 2009

GUERRE E SOLDATI, RIFLESSIONI A MARGINE

Qualche giorno fa ho scritto sul mio blog a proposito della caserma di Camp Arena a Herat. E l' articolessa ha sollevato qualche reazione forte da parte di uno o più soldati. Una di queste reazioni in particolare mi ha colpito: un militare se è sentito offeso dalle mie parole e mi ha risposto (e qui aihmé si sbaglia) dicendo che è comodo fare come me, in vacanza in Afghanistan ben pagato, e criticare chi rischia la pelle. In vacanza forse si (visto che per me lasciare un'Italia in cui non mi riconosco molto di questi tempi è una vacanza) ma ben pagato, amico mio, proprio no. Lo sai caro milite a quanti giornali interessano le mie verità? Leggerai queste cose solo sul blog. E poiché io son pagato un tanto al pezzo puoi anche farmi i conti in tasca. Ai giornali italiani piace solo la retorica patriottica. A me invece non piace, anzi mi sembra offensiva del tuo e del mio intelletto.

Io penso, l'ho sempre detto, che siete guerrieri e che, invece che pacchi dono, dovreste andare a combattere senza lasciare solo ai canadesi e agli americani quest'onere. So che molti di voi lo farebbero e che altri, in gran segreto, lo fanno. Solo un cretino può darvi del “vigliacco” e solo qualche gasato, a cui piace smitragliare nel mucchio, offende una missione che è certo criticabile (meglio ad esempio se avesse un altro mandato e una maggior condivisione internazionale, come in Libano) ma che ha una sua ragion d'essere e che non si può liquidare con uno slogan. Tutto ciò comunque non dipende da voi militari ma dalle scelte della politica e, in Italia, da quella retorica nazionalpacifista propria di tutti i governi italiani. Combatto si ma fino a un certo punto. “Armiamoci e partite”, si sarebbe detto una volta. Purtroppo i Prt (Provincial Reconstruction team) vanno in questa direzione e l'Italia sembra essere assai disattenta (politica, militari e cittadini) delle confuse implicazioni della sua azione di cui si occupano solo le Ong italiane (e nemmeno tutte). Ma veniamo alle offese.

Il mio amico in divisa si è forse risentito del termine “damerini” e, giustamente, dice: siam tutti professionisti, non carne da macello. Ne convengo e ne sono felice. Dicevo anzi che ho scoperto, stando a Camp Arena, che i tempi della naja, quando un qualsiasi caporale coglione vi insultava e umiliava (è successo anche a me per quel poco che ho fatto il militare: una settimana in tutto), son finiti. Ci mancherebbe. Ma dicevo anche che queste guerre moderne, con soldati alfabetizzati e altamente sindacalizzati (come io ritengo sia giustissimo che sia) si perderebbero se si combattesse corpo a corpo, cosa che, infatti non si fa più. In questi giorni i giornali americani cercano di darci a bere che le loro pattuglie fanno gli agguati... Si può anche darsi. Ma per quanto se ne so, l'unico vero modo di far secchi i talebani è bombardare a tappeto. Vedi che in mezzo a dieci civili becchi anche uno di loro. Lei, mio caro amico in divisa lo sa. E lo sa anche la Nato che infatti accusa i taleb di usare scudi umani....La verità è che le democrazie mature non possono permettersi un morto in più. Non possiamo rischiarlo....

Io trovo quella di bombardare una scelta criminale. Non amo i talebani ma la gente comune ha tutto il diritto di vivere. E' una questione di garanzie minime: meglio dieci ladri fuori che un innocente dentro. E noi italiani, che non schiacciamo il bottone, siamo corresponsabili quanto gli avieri americani. Non solo lei, amico mio in divisa, io anche come giornalista in vacanza e ben pagato (sic), i parlamentari che io e lei abbiamo votato, il cittadino comune poco informato che guarda la tele per vedere tette e culi, altrimenti adorabili strumenti di piacere di un'intimità continuamente esposta a sproposito: per evitare di parlar d'altro e rimbambire i nostri ottenebrati cervelli.

Aggiungo anche una cosa per un altro lettore che dice che se gli americani volessero vincerebbero militarmente in quattro e quattr'otto...Non condivido la sua analisi. Concordo sul fatto che le lobby amano le guerre prolungate, ma lei ormai dovrebbe sapere che bombardando non si vince più. Non sono i tempi della seconda guerra mondiale e di Dresda o Hiroshima e la lezione dei bombardamenti nelle guerre asimmetriche data almeno dai tempi del Vietnam. Con le bombe non si vince: lo chieda agli israeliani, maestri del bombardamento....selettivo. Talmente efficace che Hamas ha vinto le elezioni.

Gli americani, o almeno la loro leadership più accorta, non vede l'ora di andarsene da Kabul: non c'è petrolio, i tubi possono passare altrove, non c'è sbocco al mare e questo paese non è un mercato appetibile. A che serve l'Afghanistan? Ma siamo imprigionati – loro e noi - in un gioco perverso che ha a che vedere con l'orgoglio nazionale, la retorica dei diritti delle donne, e il lento inesorabile lavorio delle lobby (non solo quelle delle armi: a Camp Arena si beve acqua minerale italiana e la verdura viene dalla Puglia). Ma pensare che se ne esca con le bombe mi pare demenziale. Lo ha capito anche Obama. E infatti le voci di corridoio dicono insistentemente che si tratta. Sotto banco ma si tratta. Ma a voi soldati non lo dicono. In questo senso siete carne da macello intellettuale che la politica maschera da soldati buoni che non sparano ma fanno doni. Io mi auguro che anche voi, come me, vi ribelliate un giorno a questa retorica che vi offende assai più delle mie rudi parole. Che avranno certo molti difetti ma credo non manchino di onestà intellettuale.

A questo, solo a questo, servono i giornalisti: a cercare di raccontare brandelli di verità scomodi persino per loro stessi. Buone vacanze in Afghanistan!

mercoledì 29 aprile 2009

IL COLORE DELL'UMANITARIO

Qualche giorno fa, per andare a visitare il Provincial Reconstruction Team di Herat (i Prt sono strutture di ricostruzione civile-militari), ho dovuto vestire giubbotto antiproiettile ed elmetto. Cosi vogliono le regole ed, essendo io ospite del contingente italiano di Herat, ho accettato seppur malvolentieri la mascherata.Ma mi sarei aspettato di andare con un mezzo militare. Invece no: vedo che i militari, bardati e armati di tutto punto, utilizzano auto bianche e senza insegna. Le stesse che di solito utilizzano nazioni unite e in genere gli umanitari. Sapevo di questo spiacevole ennesimo caso di confusione tra ruoli ma quando ci si trova in mezzo è diverso. Salite su un'auto militare truccata da civile con tutti i rischi che ciò comporta. E vi bardano come un soldato. A qualcuno forse diverte, io (e con me Romano) ero profondamente a disagio. Cosa penseranno quei vecchi che mi vedono scendere con elmetto e giubbotto da quest'auto bianca? Non certo che sono un giornalista in servizio permanente effettivo...La visita al Prt è stata istruttiva, ma questa è un'altra storia. Mi soffermo invece sulle auto bianche perché c'è una novità importante.

Entro il primo di giugno tutti i veicoli bianchi della Nato, i mezzi civili e senza insegne usati dai militari e identici a quelli tradizionalmente utilizzati dagli operatori umanitari, dovranno cambiare colore. A dirlo questa volta, dopo le reiterate richieste delle Organizzazioni non governative e degli ambienti umanitari, è la Nato, nella persona di un alto ufficiale, per pura casualità, italiano: il generale Marco Bertolini che, oltre ad essere a capo dello staff del quartier generale di Isaf (la forza multinazionale della Nato in Afghanistan) è anche il “National Senior Representative” italiano all'interno della coalizione, ossia il “decano” di riferimento per gli alti gradi italiani nel paese.

L'intera notizia, che ho scritto ieri per il manifesto la trovate per esteso su Lettera22. Ma ci tengo a riferire la riflessione finale dell'articolo: il documento dice che la responsabilità della Nato può solo riguardare i “suoi” veicoli, e cioè una ristrettissima minoranza. Trattandosi però di un documento ufficiale è lecito ritenere che al massimo si farà un po' di “melina” ma che poi tutti i paesi si dovranno adeguare. A iniziare dall'Italia che di questi mezzi fa largo utilizzo.

Forse sarebbe un'occasione per le nostre forze armate impegnate nel paese, un contingente di 3mila uomini che presto diverranno 3400 per seguire le elezioni, di dare il buon esempio, ritinteggiando tutti i veicoli civili entro il primo giugno, seguendo alla lettera le indicazioni del Quartier generale. Per una volta sarebbe davvero facile fare i primi della classe. Senza grande fatica e dimostrando veramente sensibilità ai temi dell'umanitario e ai suoi principi fondativi: primo fra tutti quello della neutralità.

Nelle due foto, veicoli bianchi fotografati a Kabul da Romano Martinis

martedì 28 aprile 2009

UNA GUERRA, DUE PAESI

Un filo rosso sempre più spesso, e che mette a dura prova la diplomazia internazionale, lega ormai saldamente Pakistan e Afghanistan. I due fronti di guerra non sono mai stati tanto vicini e i timori di un ennesimo attentato oggi contro il presidente afgano Hamid Karzai – che l'anno scorso il 28 aprile fu oggetto del tiro incrociato di guerriglieri in contatto con il Pakistan – fanno di Kabul una città superblindata e improvvisamente svuotata: non solo gli occidentali – cui è vietato, da ieri e per oggi, in alcuni casi persino di andare a lavorare – ma gli stessi afgani evitano i luoghi solitamente affollati.

Alla vigilia dell'anniversario della presa del potere a Kabul dei mujaheddin che rovesciarono l'ultimo baluardo sovietico negli anni Novanta (che ricorre oggi), il premier britannico Gordon Brown è passato dalla capitale afgana diretto a Islamabad. Un segnale chiaro che la comunità internazionale considera ormai un fronte unico quello che vede Afghanistan e Pakistan impegnati tra guerre e guerrette diverse al di qua e al di là della frontiera. Qui i talebani afgani, là i talebani pachistani, il cui lungo braccio di ferro con l'esercito nazionale non si è ancora concluso. E questa guerre interne, in Afghanistan combattute con l'appoggio della Nato e in Pakistan per ora (salvo le incursioni degli aerei senza pilota americani) condotte con le sole forze nazionali, finiscono a riflettersi anche sui giochi della grande diplomazia. Così a Islamabad l'incontro tra Gordon Brown, Zardari e Gilani, presidente e premier pachistano, si è concluso con un piccolo giallo: perché Zardari, al termine dei colloqui con la controparte del Regno Unito, ha “snobbato” la conferenza stampa congiunta, forse per i dissapori creatisi sull'arresto in Gran Bretagna di undici studenti pachistani per motivi che riguardano la sicurezza nazionale. Alla conferenza stampa era presente Gilani, e il governo di Londra ha preferito sottolineare la sua presenza che non l'assenza di Zardari.... Leggi tutto su Lettera22

Nell'immagine il passo di Khyber che divide i due paesi

domenica 26 aprile 2009

LA GUERRA IN SANDALI O CON L'ELMETTO

Non ero mai stato prima in una caserma in Afghanistan. Non, almeno, un tempo cosi lungo per far caso che una caserma, la “casa” della guerra, è il luogo dove si capisce come mai questa guerra non sarà mai vinta: né dagli occidentali, né dai talebani. La macchina occidentale della guerra è ben oliata e organizzata: grandi mezzi, tecnologie all'avanguardia, sistemi d'arma sofisticati e veicoli d'ogni tipo. Divise in ordine e una buona logistica. Come farà una guerriglia stracciona in sandali ad avere ragione di questa macchina quasi perfetta? Si, certo, in campo aperto, tra attentati e agguati, i sandali fanno premio sulla mimetica (nel senso che i talebani son certo più agili di questi soldati pieni di orpelli alla GI-Joe) ma la battaglia finale non riuscirebbero a vincerla. Per prendere una caserma come quella in cui sono ospite a Herat, o ci butti una valanga di bombe o nisba.

Ma, dall'altra parte, la caserma è anche il segno evidente del perché non vincerà la Nato. Tutto è così lindo e organizzato da far pensare a una scuola quadri: un centro di addestramento perenne dove la guerra vera non si fa. E persino i soldati (fortunatamente) non son più quelli di una volta. Assomigliano più a uomini che ad eroi e questo nuoce alla guerra cui siamo stati abituati. Si fanno la doccia, vanno a mangiare, bevono caffè corretto nel baretto dell'angolo (della caserma). Non vedi quei marine alla J. Wayne, sudati e sporchi con l'olezzo della polvere da sparo. Qui semmai c'è odore di sudore da troppo caldo e profumi di varechina nei cessi lindi come in un collegio. Oggi poi, nessuna democrazia è in grado di sacrificare i suoi soldati: subito ne nasce una polemica se non erano protetti o non avevan qui, non avevan là. E' giusto che sia così ma ciò non fa bene alla guerra anche se dà garanzie alla pace. Maq a un tempo nuoce alla guerra la retorica pacifista. Non tanto quella dei pacifisti quanto quella dei militari stessi. Questi eserciti moderni la guerra - specie se asimmetrica – la perdono per default. Non abbiamo più armate di cow boy ma damerini in divisa, persino eleganti in queste mimetiche che il deserto lo devono veder raramente. E' quel che insegna la caserma. Ma c'è dell'altro.

Le guerre si vincono col consenso e nessuno dei due contendenti ce l'ha. Non ce l'abbiamo noi che con una mano facciamo scuole e con l'altra bombardiamo i civili. Non ce l'hanno i talebani che restano un regime odiato dai più e da quelli che hanno memoria dei loro eccessi ma....sul lungo periodo a guadagnare sarebbero loro: intanto sono afgani e noi stranieri. Eppoi, dove il fragile stato di Karzai non c'è, suppliscono ai servizi essenziali: giustizia, educazione (si anche educazione perché una madrasa è pur sempre una scuola), amministrazione pubblica. Fan ciò che serve e, in molti casi, con onestà. Sul lungo periodo ce la farebbero loro. Per consenso indotto, non per adesione ai loro ideali. Perché non c'è di meglio e l'Occidente di meglio non sa fare. Ecco perché è il momento di negoziare. Siamo stanchi noi ma lo sono anche loro. E nessuno avanza di un metro. Si tengono le posizioni, come nella caserma Arena di Herat. Dove il mio pernottamento è stata un'altra lezione di pragmatica verità cullata dalla generosità e attenzione di questi nuovi militari, più uomini sulla linea del fronte che soldati. Per fortuna, dal mio punto di vista. Quello di uno a cui la guerra non piace per niente.

sabato 25 aprile 2009

LUOGHI DI PENA E DI DOLORE

Herat -Devo a due militari se sono entrato in una prigione afgana. Non in stato di arresto, per fortuna. Il colonnello italiano Brandomisio e, soprattutto, il generale afgano Sadiqui ci hanno permesso di visitare il carcere di Herat, 1500 persone ai ferri ma in una galera parzialmente "aperta" dove ci sono diverse sezioni di lavoro: tappeti, sartorie, persino un parrucchiere. Abbiamo visto una cinquantina di detenuti e nulla sappiamo degli altri 1450, ma l'impressione non e' stata delle peggiori. Non so nulla delle celle, ne' degli interrogatori, ne' delle reali condizioni della vita carceraria ma mi ha comunque stupito che il generale facesse vedere il carcere a un gruppo di giornalisti e di militari italiani. Subito dopo siamo andati in un orfanotrofio e in un carcere femminile in parte finanziati dalla cooperazione italiana e da quella militare.

Luoghi di pena e di dolore
dove si vive un dramma quotidiano che, a tutta prima, nemmeno si vede. Ma ad un certo momento mi son sentito proprio fuori posto. Cosa ci faccio qui a partecipare superficialemnte di un dolore che non posso certo attenuare raccontandolo? Mi son seduto in disparte aspettando che la visita finisse. Troppo persino per il mio professionale cinismo

martedì 21 aprile 2009

RETOUR A KABOUL


Non so quanto per scelta o ormai per destino, il conto alla rovescia è già cominciato. E domani ci imbarchiamo per Kabul, il prode Romano Martinis ed io, compagni fissi ormai di questa ciclica avventura. Ci penso. E preferisco pensare alla primavera anziché alla guerra. Al paese normale anziché a quello reale. Agli amici che ci aspettano con i manicaretti, le mandorle e i pistacchi. Dunque il blog riprenderà credo un po' più di vigore. Per chi vorrà seguirci...

martedì 14 aprile 2009

CON QUELLA FACCIA UN PO' COSI'...


Fino al giugno del 2006, quando re Bhumibol Adulyadej compiva 50 anni di onorato servizio come re della Thailandia, non c'era macchia sull'abito regale di questo monarca costituzionale che aveva indossato la corona nel lontano giugno del 1946. Il re più longevo del pianeta al momento in attività non è però più il modello che sembrava incarnare e che per molti anni aveva fatto di lui un personaggio cui guardare, anche fuori dal suo paese, con una certa ammirazione.
Col suo genetliaco monarchico del 2006 però le cose cambiano e il suo ruolo politico si fa più attivo. La partita il re comincia a giocarla in quel periodo, quando le elezioni vengono invalidate da un richiamo istituzionale che arriva diretto dal Palazzo reale. Sotto la pressione del monarca, un mese prima del suo compleanno istituzionale, la Corte costituzionale decreta non valide le elezioni tenutesi poco prima e che hanno attribuito la vittoria a Thaksin Shinawatra. Allora però si pensava che l'intervento del re, una forte pressione sul potere giudiziario, fosse più che giustificato: e che mirasse a contenere la strategia politica di un personaggio controverso che stava cercando – questa l'impressione che Shinawatra restituiva - di trasformare la Thailandia in una dittatura personale. Poi però...Continua

domenica 5 aprile 2009

LA LEGGE SULLE DONNE E LA SVEGLIA AFGANA


Penso che tutti abbiano letto la notizia, data in Europa dal Guardian, sulla legge che riguarda il diritto di famiglia degli sciiti afgani, e firmata da Karzai. Legge indegna indegnissima che avalla la piega peggiore della tradizione e che consente ai mariti di esser i padri padroni delle proprie femmine. Ma nelle reazioni indignate indignatissime a questa legge mi pare siano sfuggiti almeno un paio di elementi.

Il primo è che questa non è una legge talebana o voluta dai talebani. Ma nessuno è sembrato stupirsi del fatto che i “cattivi” stanno dentro al parlamento dell'Afghanistan, eletti coi voti del popolo nell'istituzione da noi ad hoc creata in laboratorio. Sveglia ragazzi: nel parlamento afgano i talebani ci sono già e i signori della guerra dell'Alleanza del Nord sono spesso addirittura peggio dei sodali di mullah Omar. Uno dei futuri candidati alla presidenza, il signore Abdullah Abdullah, è sponsorizzato da Rabbani, a capo di una variegato fronte che si oppone a Karzai, e che è stato il fondatore del primo partito islamista afgano. Quando lui era al potere, i mujaheddin non impiccavano i televisori ma velavano e battevano le loro donne e impiccavano gli oppositori, i comunisti, i laici e quelli che appartenevano ad un'altra etnia. Discende da ciò che se è accettabile che in parlamento ci stia questa bella feccia non si vede perché non si possa negoziare coi talebani. Sveglia due, cari ragazzi: adesso lo ha detto anche Obama che si può negoziare coi “cattivi”. E ci voleva molto visto che l'altra metà dei cattivi bivacca i suoi manipoli nel parlamento di Kabul?

Il secondo elemento. La notizia non è stata scoperta dal Guardian, che ha solo riportato gli appunti mossi al testo di legge dall'Onu: le Nazioni unite, quell'ente inutile che a tutti appare una foglia di fico della sacrosanta operazione militare (e in parte lo è). Sveglia tre ragazzi: le Nazioni unite, le vituperate Ong internazionali e locali e qualche commissione governativa (come quella sui diritti umani) sono l'unico vero baluardo contro l'avanzata dell'aspetto più deteriore della società afgana. Vi immaginate la Nato che vi racconta delle leggi sulle donne? Ma le nazioni Unite le abbiamo abbandonate, le Ong cerchiamo di cacciarle, le commissioni per i diritti umani importano assai poco a Banca mondiale e Fondo monetario, i veri strateghi che comandano lo sviluppo dell'Afghanistan improntato a un liberismo sfrenato e dove l'aspetto di genere sembra più una necessità di politicamente corretto che non l'applicazione tout court della Dichiarazione dei diritti dell'uomo. E infatti la legge in oggetto, non è un problema di donne, ma di genere umano, esseri viventi. Ma di questi ultimi, poco importanti ai signori della guerra alle linee guida del piano nazionale di sviluppo.
La legge, datemi retta, non passerà. Quello di Kabul è un governo sotto schiaffo e se gli tagli gli stipendi tutti piegano la testa. Ma, anche senza legge, chi picchia la sua donna continuerà a farlo perché la testa degli afgani non si cambia a colpi di leggi e leggine. Trasformazioni profonde richiedono tempi lunghi e soprattutto pacifici.

Il primo problema di quel paese non sono le leggi contro le donne ma la guerra che da trent'anni annichilisce le coscienze e vita agli esseri viventi – le donne, gli uomini, i minori, gli anziani – e impedisce loro, ostaggio del conflitto e dei suoi signori, di condurre una vita dignitosa.

giovedì 2 aprile 2009

LA GALASSIA COL TURBANTE

I termini ricorrenti, nelle dichiarazioni di Karzai o nel nuovo piano americano per Afghanistan e Pakistan, enunciato il 27 marzo da Barack Obama e ripresi l'altro ieri ll'Aja, sono “negoziato”, “processo di “riconciliazione”. Con i talebani ovviamente. Con tutti? E se non con tutti, quali? E soprattutto chi sono oggi i guerriglieri col turbante? Un'analisi della disomogenea galassia talebana



Il termine taleb o talib (studente di religione) designava i combattenti pashtun che, nati in Afghanistan nel 1993 ma sostenuti, finanziati e allevati nelle scuole coraniche (madrase) dal Pakistan col sostegno dei suoi servizi segreti (Isi), apparvero come forza d’urto nel 1994 in un paese in cui i mujaheddin dell’era anti sovietica litigavano: dopo la ritirata dell’Armata rossa nel 1989, avevano fatto capitolare il regime di Najibullah nel '92 conquistando Kabul, ma adesso combattevano fra loro. Guidati da mullah Omar, un contadino del Sud del clan Ghilzai, divenuto la loro guida spirituale, politica e militare, questi spesso giovanissimi combattenti, allevati a kalashnikov e corano, conquisteranno rapidamente due terzi del paese anche se la resistenza nei loro confronti non sarà mai completamente piegata. Ideologicamente “puri”, con un'infarinatura delle teorie Deobandi (una scuola di pensiero islamista del subcontinente indiano rivista in modo rigido e semplicistico alla luce del codice tribale pasthun) vengono inizialmente accolti come liberatori, onesti e incorruttibili. Ai loro esordi rispondevano a tre differenti esigenze: quella interna che chiedeva una pacificazione del paese anche a costo dei sacrifici imposti da una morale islamica oscurantista permeata da una rigidissima interpretazione del Pashtunwali, il codice tribale tradizionale. Quella strategica del Pakistan, che voleva un alleato sicuro e una pacificazione dell’Afghanistan eterodiretta. Infine erano la risposta alle esigenze della mafia degli autotrasportatori, con sede a Quetta e Peshawar, preoccupati di dover pagare tangenti ai mille signorotti della guerra, trasformatisi da mujaheddin di Allah in esattori di tangenti....

Leggi tutto l'articolo sul nuovo sito di Aspen Institute su cui è stato pubblicato il 30 marzo scorso

mercoledì 1 aprile 2009

DUE ANNI BUTTATI



Il comunicato di Afgana (cui non faccio mistero di appartenere) sulla conferenza dell'Aja

A distanza di due anni dall'appello di “Afgana”, è triste riconoscere come quasi tutti i temi indicati nel marzo del 2007 dalla società civile italiana, siano diventati adesso patrimonio del dibattito dei paesi riuniti all'Aja. Il rafforzamento della missione Eupol, le aperture regionali (Iran) e, soprattutto, il superamento della sola opzione militare erano già tutti indicati in un documento che fu presentato in Italia ai cittadini, all'allora governo in carica e ai parlamentari di entrambi gli schieramenti. Ma rimase inascoltato, bollato forse come utopistico o impraticabile. E' bastato invece che il presidente americano Obama spiegasse al mondo che il “re è nudo” perché tutti se ne accorgessero, dal ministro Frattini ai suoi illustri colleghi nei governi e nei ministeri europei. Ora il superamento dell'opzione militare, un maggior impegno nella cooperazione civile, l'iniziativa regionale, istruttori “non combattenti” al posto di incursori, sono sulla bocca di tutti, come lo erano sulle nostre, e su quelle della società civile afgana, due anni fa.
Il senso di “Afgana”, rete di associazioni, Ong, accademici e cittadini, era quello di “consigliare” il governo e di farlo riflettere sulla complessità di un paese fragile e gravato dalle ipoteche dovute a trent'anni di guerra che nel 2001 si era deciso di ricostruire a tavolino. Ma nessuno scelse, non gli italiani, non gli europei, non gli americani, di ascoltare chi cercava di spiegare che il “re era nudo” e che bisognava correre ai ripari. Due anni perduti.
Per Afgana era solo il frutto di una lezione appresa “sul terreno” in Afghanistan confrontandosi con la piccola , frammentata, disomogenea società civile afgana, spesso evocata ma mai realmente appoggiata, finanziata, ascoltata. Sarà adesso arrivata l'ora di ripescare qualche vecchia idea prima che sia del tutto sbiadita? Cominciando a scegliere tra gli interlocutori, anche i soggetti delle rispettive società civili e il loro semplice “buon senso” . In Italia, in America, in Germania o Spagna e naturalmente in Afghanistan.