Post più popolari

Visualizzazioni ultima settimana

sabato 31 gennaio 2009

BULBUL IMMAGINIFICI A KABUL



Lo sguardo si perde fuori dalla finestra di camera mia: vedo le vette dell'Hindukush che circondano la città e i tetti delle case che, in parte e benché qui siamo a Sharenaw, la città nuova, ancora sono fatti col sistema tradizionale: un miscuglio di fango e paglia che riveste gli ampi terrazzi e accompagna le balze delle case con questo intonaco giallastro che ne segue le curve, come se fosse stato lavorato con le mani, anziché la cazzuola. Sono fortunato. Vedo ancora una Kabul in via di rapida estinzione. E adesso che è iniziata cilleh-e-qurd, la seconda parte dell'inverno, il sole e il risveglio della natura cominciano a spandersi nei bagh, nei giardini aihmé sempre più rari in una città che ogni giorno costruisce palazzi nuovi (di dubbio gusto).
Cilleh-e qalon, la prima parte dell'inverno, inizia col nostro solstizio del 21 dicembre e arriva in sostanza fino a fine gennaio. Dura 40 giorni come la fase successiva, cilleh-e-qurd, che segna la transizione di altri 40 giorni che ci porterà fuori dall'inverno. Inverno che, Inshallah, non è stato così rigido come si temeva e, per fortuna, le catastrofiche previsioni umanitarie non si sono avverate.
Da inguaribile romantico, lo ammetto, continuo a inseguire i segni del passato e dell'impossibile che è anche forse un modo per fingere che la guerra sia lontana e che, anche a Kabul, si possa vivere una vita normale: osservando il volo degli uccelli, spiando le gemme sui rami, indovinando suoni e bisbigli di una natura quotidianamente calpestata.
A quanto ho capito l'usignolo (bulbul) non è mai stato di queste parti dove invece dovrebbero abbondare altre specie avicole (rondini, pernici, quaglie etc) che, anche se sempre di meno, popolano i nostri cieli. Io tutte queste specie non le vedo e allora, tant'e', avrei voglia di ascoltare il bulbul nella costruzione quasi geometrica della sua lunga armonia di suoni che si fa sentire per intera solo a primavera inoltrata. E di immaginarne la finzione nella testa dei poeti afgani che lo avevano ascoltato in India o in Persia, dove al bulbul piaceva restare snobbando l'Afghanistan. Cosa ascolteranno adesso i poeti? Presto per dirlo; ancora fa freddo e magari il bulbul adesso nidifica anche qui....Io vedo solo resistentissimi passeri, merli audaci e impavide tortorelle. Me le immagino a volare nei gul bagh, i giardini di rose di Kabul, o nei grandi vigneti che ne orlavano i contorni quando si schiacciava l'uva per farne vino e qualche ubriaco, perso nel profumo delle rose, avrà cercato di imitare quell'incredibile gorgheggio musicale mai udito qui, per cantare alla sua amata.

venerdì 30 gennaio 2009

KABUL RAFTO' AMAD


Accidenti, se il traffico è una dannazione in tutto il mondo, a Kabul e' una vera e propria emergenza. Ho letto sul Kabul Weekly, un settimanale che ha un paio di pagine in inglese, che circolano un milione di macchine, una cifra che mi pare esagerata. Ma le strade piuttosto strette, in molti casi sterrate e, soprattutto, l'ossessione della sicurezza, stanno creando ai residenti seri problemi di ingorgo stradale, traffic jam, trancones, queue, traafik o rafto' amad se lo volete sapere in dari. Credo sia uno dei tanti motivi di insofferenza che si aggiunge alla stanchezza collegata alla nostra presenza nel paese.
Dopo l'ultimo attentato all'ambasciata tedesca, si è praticamente bloccato un intero quartiere: e i blocchi di cemento, i piloni ferma traffico, i cavalli di frisia e il filo spinato hanno fatto un nuovo prepotente ingresso nella cosiddetta “zona verde” della città con l'effetto di ripercuotersi sul già insostenibile traffico dell'ora di punta. Bloccando l'intera città più di quanto già non fosse. In certe zone non si passa nemmeno a piedi e a volte, per fare un percorso di cento metri, in macchina ci vuole un quarto d'ora. Il Kabul Weekly se la prendeva con la mancanza di un'autorità pubblica che regolamenti quello che a molti appare un eccesso di sicurezza preventiva che, per garantirla ad alcuni, leva ore di vita ad altri. Diceva il giornale afgano, che l'assenza di un'autorità della strada ha fatto si che proprietari o affittuari di immobili del centro decidano a loro voglia quando, come e dove chiudere una strada. Sarebbe come se a Roma gli inquilini del mio palazzo decidessero che da domani per la nostra strada ci devono passare solo i residenti. Blocchiamo la via, facendo appello a un esteso diritto di proprietà, e tampis pour les autres. Fortunatamente un'azione simile, a Roma durerebbe un quarto d'ora...Ma a Kabul...
A volte mi chiedo se ci rendiamo conto che ognuno di questi gesti, che si riflettono sulla vita ordinaria degli afgani, contribuisce a renderci sempre più un corpo estraneo per questa gente. E mi dà un senso di disagio passare per le strade trafficate e obnubilate da gas di scarico e, tutto sommato, da un relativo nervosismo, pensando che, seppur indirettamente, io sono una causa di tutto ciò. Delle stramaledizioni che deve aver tirato stasera quel tipo che traina il suo carretto di frutta e che un autoritario contractor ha obbligato a fare il giro dell'isolato

giovedì 29 gennaio 2009

DA CALCUTTA A KABUL


Quando si dice il caso...la storia di Pietro Quaroni esce da una vecchia libreria di Kabul, per associazione al libro di Caspani e Cagnacci cui il “nostro” ambasciatore aveva fatto la prefazione (questo avevo dimenticato di scriverlo), che scopro come The Hindu ne abbia scritto appena qualche giorno fa, a proposito dei dubbi mai sopiti sulla morte del nazionalista indiano Chandra Bose avvenuta nel 1945. Per saperne di più sulla controversa figura di Bose (fervente anti colonialista, presidente del partito del Congresso ma contrario alla linea di Gandhi, amico di Mussolini e Hitler e sostenitore dell'Asse) potete leggere cosa ne scrive la mia amica Enrica Garzilli, senza ch'io mi cimenti in un'improbabile sintesi. Mi limito, riprendendo The Hindu, a ricordare che Pietro fornì quand'era il titolare della legazione di Kabul un passaporto italiano – ovviamente falso – al “Netaji”, come anche Bose veniva chiamato. A nome di Orlando Mazzotta.
Correva il 1941 e Bose se l'era data in tempo dalla sua casa di Calcutta inseguito dai servizi britannici. Quaroni lo aiutò e si servi della moglie per tenere i contatti col rifugio segreto in cui Bose si era nascosto a Kabul. Sono notizie che si devono al figlio Alessandro che ne ha parlato durante celebrazioni per Bose in India (“The Kabul Connection: Subhas Chandra Bose, Pietro Quaroni and Indo-Afghan-Italian Relations”), sulla base di quanto trovato nell'archivio privato del padre e negli archivi di stato in Italia. C'è sempre un filo che collega le cose. Ad aver voglia di dipanarlo.

In alto la foto di un bronzo di Bose tratta da The Hindu. Le sue idee politiche si evincono abbastanza facilmente. L'Italia di Mussolini gli diede una mano. E un passaporto

mercoledì 28 gennaio 2009

LA VALIGIA DI PIETRO QUARONI


Di Pietro Quaroni parlavamo ieri. Classe 1898, era entrato in diplomazia giovanissimo e il suo primo incarico importante sarà l'ambasciata a Kabul nel 1936, in pieno Fascismo. Quaroni sa, e scrive nel suo “Valigia diplomatica”, che per l'Italia Kabul non è una priorità, anche se il Duce ha delle idee e per altro, all'inizio del secolo, all'epoca di Amanullah (1919-1928), Roma era stata una delle prime capitali a riconoscere l'indipendenza dell'Afghanistan (1919). Lo stesso Amanullah, obbligato ad abdicare da Baccà-ye Saqqao, morirà poi in esilio in Italia nel 1960.

Lontano dagli occhi e dal cuore, Quaroni fa il suo mestiere nella Kabul dell'epoca, un posto che lo strega ("...una notte d'estate a Kabul è fra le cose più belle di questa terra: c’è una freschezza discreta, vellutata, nell'aria; tutto è calmo, tranquillo, il cielo è come illuminato; si direbbe che ci sono molte, ma molte più stelle di quanto non se ne possano vedere da noi. Chi mi aveva detto pochi giorni prima: Che posto meraviglioso sarebbe il mondo se non ci fossero gli uomini?...”). Secondo il mio vecchio amico Adriano Savio, uno storico della moneta amante dell'Afghanistan che per la prima volta mi parlò di questo particolarissimo diplomatico, Quaroni era stato mandato a Kabul anche perché Mussolini non lo amava e lo preferiva lontano, in una sede dove non poteva far danno. Non ho trovato riferimenti su questo anche se è una lettura possibile: Quaroni in effetti svolse poi un ruolo importante a Parigi per la nuova Italia democratica. Alla conclusione della sua carriera alla Farnesina,, divenne presidente della RAI (fors'anche per il suo amore per la radio) e, secondo un'altra fonte, pure della Croce rossa. Ma qui ci interessa il Quaroni di Kabul e fa simpatia la sua ironia, ad esempio, nel descrivere – che è ciò che oggi vorrei proporvi – di una serata a Kabul mentre la piccola comunità italiana vive ore d'angoscia aspettando la dichiarazione di entrata in guerra di cui saprà solo dalla radio, strumento appunto che Quaroni adorava.

Ma comunque, guerra o non guerra, l'etichetta ha le sue regole, ecco allora che .... “Il gruppo diplomatico di Kabul era piccolo, e la guerra lo aveva già ridotto. Quella sera eravamo invitati ad una serata alla Legazione d'Egitto: eravamo quasi sulla porta quando mi viene incontro tutto agitato Cagnacci a dirmi che radio Roma aveva annunziato che fra mezz'ora il duce avrebbe parlato. La notizia non era rassicurante: non ci voleva molto per indovinare di che cosa si sarebbe trattato: aveva già annunziato, da tempo, che non avrebbe più parlato che per delle novità importanti. Che fare? Andare come se non fosse niente e correre poi il rischio di vedere arrivare un bigliettino al ministro d'Inghilterra annunciante che l'Italia aveva dichiarata la guerra? D'altra parte, a Kabul c'era un curioso protocollo: non si apriva il buffet se non quando erano arrivati i principali invitati: ed a Kabul il ministro d'Italia era fra i principali invitati. In un piccolo posto si conoscono tutti; si sono anche già detto tutto quello che degli esseri umani si possono dire; per animare un po' l'atmosfera, e la conversazione, ci vuole almeno un po' di alcool; per questo l'apertura del buffet è un momento importante, cruciale: finché il buffet è chiuso tutti stanno lì, un po' impettiti, come per dire: ma che cosa ci avete chiamati a fare? Decidemmo quindi che mia moglie ci sarebbe andata sola, dicendo che ero stato trattenuto un momento da qualche cosa di urgente; poi, secondo i casi, avrei mandato un biglietto o sarei arrivato di persona”.

La foto di Quaroni è tratta dal sito di Stefano Baldi

martedì 27 gennaio 2009

L'AFGHANISTAN DI CASPANI E CAGNACCI


Nel 1951, l'editore Vallardi, pubblico' "Afghanistan crocevia dell'Asia" di E. Caspani ed E. Cagnacci, due sacerdoti vissuti per 15 anni nel paese governato allora dalla monarchia Durrani. Per un singolare motivo, forse dovuto a una sorta di desiderio di dissimulazione o per un eccesso di umiltà, i due autori firmarono il libro solo con le iniziali del nome: E. Il fatto e' che essere preti in Afghanistan non era come dirlo. E anzi, poiche' Kabul consentiva che solo un sacerdote, in qualita' di cappellano dell'ambasciata, mettesse piede nel paese islamico, Cagancci vi arrivo' in abiti civili, come un qualsiasi addetto della legazione. Questo bel libro - che riposa sulla mia scrivania emanando l'odore classico delle vecchie stampe, colorate da intense macchioline giallo, cancro inesorabile della storia scritta - e' un dono, apprezzatissimo, che mi ha fatto padre Giuseppe Moretti, l'attuale "cappellano" dell'ambasciata ma che un attento osservatore – quantomeno notando l'anello che porta - non dovrebbe tardare a chiamare monsignore. Moretti e' infatti non solo il sacerdote che gestisce l'unica chiesa del paese, ma anche il rappresentante della Santa sede, in mancanza di una nunziatura. La sua diocesi e' l'intero Afghanistan e il suo incarico pastorale lo equipara a un vescovo a tutti gli effetti, oneri e privilegi compresi. Le mie visite a casa sua sono altrettanti tentativi, non solo di carpirgli i racconti della sua esperienza afgana, ma di spingerlo a scrivere lui stesso il suo vissuto, che e' poi quello della Chiesa in questo paese: un pezzo di storia che forse riposa nelle stanze della segreteria di Stato ma che il pubblico non conosce. Una storia affascinante che non e' quella di un'evangelizzazione strisciante ma semmai di un servizio reso alla comunita' dei credenti, i molti occidentali che vivono in questo paese e che fecero richiesta di avere un pastore di anime per nutrire la propria spiritualita' in queste terre lontane.
Riconoscendo la mia curiosita' di cronista con velleita’intelletuali, padre Moretti mi ha dunque regalato questo bel libro che mi piacerebbe accoppiare a quello che, negli stessi anni, si andava formando sotto la penna attenta dell'ambasciatore Quaroni, un uomo che Mussolini aveva mandato in Afghanistan a rappresentare l'Italia. Nel suo "Valigia diplomatica", edito da Garzanti nel '56 (non ho il testo originale e quindi mi baso sulle note introduttive di Alberto Lucchetti), Quaroni scrive: "...non so per quali misteriose ragioni quando trattammo con l'Afghanistan per lo stabilimento delle relazioni diplomatiche fra i due paesi, soli fra tutte le legazioni cristiane avevamo chiesto - ed ottenuto – il diritto di avere un cappellano addetto alla nostra legazione".
"Per molti anni, non avevamo fatto uso – scrive ancora - di questo diritto, poi finalmente questo famoso cappellano si era materializzato nella persona di padre Caspani, barnabita. Il nostro trattato non ci permetteva che di averne uno: per un complesso di ragioni, l'Ordine aveva invece desiderato che i padri fossero due: per questo, il secondo, padre Cagnacci, lo si era dovuto mascherare da corriere; vestiva l'abito civile, e non figurava ufficialmente come prete. Tutti però lo sapevano, gli afgani per primi: ma così il principioera salvo. Abitavano tutti e due al pianterreno della Legazione, accanto alla nostra piccola cappella".
Ma di Quaroni vorrei raccontarvi ancora. E anche di Caspani e Cagnacci. Ma non prima di aver letto il libro.

lunedì 26 gennaio 2009

LETTE SUI GIORNALI


Inutile dire che tutta l'attenzione della settimana si è concentrata sull'insediamento di Barak Obama. E sul suo discorso che, per essere sinceri, aveva un solo breve passaggio sulla situazione afgana, cui lo avrebbero pero' messo subito al corrente gli alti comandi senza che per altro ancora si sia saputo cosa pensa il neo presidente della controversa vicenda del surge. Piano che, stando a indiscrezioni di stampa, sarebbe al momento stato rinviato a data da destinarsi anche nella sua "edizione" pilota nella provincia di Wardak....

Leggi tutto su AsiaMaior Dossier Afghanistan

domenica 25 gennaio 2009

IL COMBATTIMENTO



Ogni paese ha il suo modo di divertirsi e ogni paese ha il suo modo di giocare. In Indonesia, i galli da combattimento vengono lungamente lisciati e coccolati per ore prima dell’incontro o durante le ore del giorno. In Afghanistan, la preparazione è più rude. Ma alla fine, lo spettacolo è ugualmente terribile. E non pensiate che sia una questione di “pratiche selvagge” perché dalle nostre parti c'è ancora chi usa puntare sul combattimento tra cani (vietato dalla legge). In Afghanistan la lotta dei galli è una vecchia tradizione come quella delle quaglie. Mi è capitato di vederne una ai giardini di Babur, un grande parco pubblico (ingresso 10 afghanis per i nazionali, 250 – ossia cinque dollari - per gli stranieri) rimesso a posto dalla Fondazione Agha Khan e comodamente sdraiato lungo la direttrice che porta verso il palazzo presidenziale (o quel che ne resta) e la città di Kandahar, nel Sud.
C'è molta gente e nemmeno una donna (tranne le straniere che vengono però accettate come osservatrici). Ci viene riservato un posto d'onore, nel mezzo dell'arena come vuole la tradizione d'ospitalità di queste genti. I due campioni, nelle mani dei loro padroni, stanno agli angoli dell’arena. Lasciati andare, partono all’attacco e si studiano avvinghiati, collo contro collo, volteggiando in una sorta di ballo preparatorio (come vedete in alto nella fotografia di Davide Costa).

Poi iniziano a beccarsi sul lungo e robusto collo piumato e sulla schiena salvo poi fare un grande salto per dare un colpo all’avversario. Quando va bene, uno dei due riesce ad atterrare l’altro. Ma la lotta non è all’ultimo sangue e, almeno in questo caso, quando è chiaro che uno dei due campioni sta per soccombere, il padrone lo ritira e la partita finisce. E gli scommettitori pagano o incassano (o anche litigano).
Ciò che mi ha colpito è il modo in cui agli “angoli”, ossia mentre ai due campioni viene concessa una pausa, l’allenatore ringalluzzisce il suo combattente (...e’ proprio il caso di dirlo). Prendono una boccata d’acqua e la nebulizzano sulla testa dell’animale (come si vede nell'immagine scattata da Luca Formentini), avendo poi cura di asciugargli il capo e, in particolare, gli occhi. Un collega che era con me mi ha detto che nella lotta delle quaglie, oltre a nebulizzarle con l'acqua, sventolano loro davanti l’ampio risvolto della salwar kameez, quel lungo camicione che scende fino al ginocchio e che sembra abbia l’effetto di risvegliare l’animale  dal torpore indotto dalla lotta. O forse dalla voglia di smetterla lì, tornandosene al pollaio. In Indonesia forse usano il sarong.

sabato 24 gennaio 2009

LA CORSA DEL CHAPANDAZ



Come promesso una serie di foto del buzkashi, scattate da Davide Costa durante una gara a Kabul, nel dicembre 2008



...arraffa la preda (la carcassa di un ovino) e via...senza esclusione di colpi



...e c'è sempre qualcuno che ti insegue, anche se è della tua stessa squadra

mercoledì 21 gennaio 2009

I CAVALIERI (SELVAGGI) CORRONO ANCORA



“Cavalieri selvaggi” (titolo originale The Horsemen è un film del 1971 di John Frankenheimer ritenuto, a torto, di serie B. Il lungometraggio, diretto da un regista di capolavori del calibro di “Birdman of Alcatraz” (L'uomo di Alcatraz), Paolo Mereghetti, il noto critico del Corsera, lo stronca a piè pari nei suoi dizionari di cinema. Ma forse Mereghetti non è mai stato in Afghanistan. O almeno non quando ci andò il vecchio John, allora men che quarantenne (e non gli auguro proprio di venirci adesso al Mereghetti).
Il film, con un cast di primissima forza (Jack Palance nella parte del padrone delle scuderie, un'affascinante e peccaminosa Leigh Taylor-Young e Omar Sharif nel ruolo del chapandaz, i mitici cavalieri del buzkashi), ricostruisce il paese ai tempi della monarchia con una precisione rara e una capacità di rendere quell'atmosfera, effettivamente magica, che aveva l'Afghanistan in pace di re Zahir. Una ricostruzione attenta che supera la storia del film (che in sé non è effettivamente granché) ma che mostra quel paese com'era, pur visto dagli occhi di un americano che, evidentemente, se n'era innamorato. E' oggi uno dei rarissimi documenti su quell'epoca, un pezzo di storia poco raccontato.
Io, che credo di averlo visto una decina di volte, ammetto di avere nei confronti di quel lungometraggio una passione forse esagerata anche dalle mie continue frequentazioni del paese, ma penso anche che sia uno dei capolavori del vecchio John, un pezzo importante della storia del cinema americano e un tassello fondamentale dell'epopea afgana.
Ammetto anche che la visione di "Cavalieri selvaggi" è anche legata a un periodo particolare: i ruggenti Settanta quando iniziammo a scoprire da giovinotti l'Afghanistan e il film, prodotto nel '71, sbarcò qualche anno dopo anche in Italia. Come Mereghetti, i cinema italiani lo snobbarono. Tranne uno, la mitica sala (di terza visione") dell'Abanella di Milano - dietro la stazione centrale - che proiettava, per poche lire, i film del nuovo cinema americano (“Il laureato” era un must, ma poi anche “Punto zero” col mitico Kowalski, “Comma22” e l'immancabile “Woodstock”). A un certo momento sbucano i “cavalieri selvaggi”. Fu un tripudio dei sensi: un viaggio per chi non c'era ancora stato, un bi-viaggio per chi era appaena tornato dalla terra del buzkashi , di cui vi prometto in futuro ottime foto di un amico che le ha appena scattate quest'anno. I cavalieri selvaggi ( e faccio notare che nel titolo originale “selvaggi” non c'è, ma via prendiamolo per buono) ancora corrono. Nonostante tutto.

Per saperne di più ecco qui le notizie sull'edizione italiana

martedì 20 gennaio 2009

LA RICETTA DEL KABULI PALAU



Ho trovato una ricetta in italiano su internet del kabuli palau, una sorta di “piatto nazionale” afgano, con riso scottato, carote, uvette, spezie (cardamomo, cumino) e carne (di montone, ma anche di manzo e pollo). Ma non mi sembrava molto soddisfacente. E' la traduzione dall'inglese di una ricetta pescata su un altro sito (in inglese)dove però, a fianco, viene allegato il commento di un provetto cuoco che fa il contropelo alla ricetta e propone la sua, assai più convincente. Quel che manca in entrambe è però una sottigliezza culinaria, credo mediata dalla vicina Persia, per cui il riso si fa crostare, solo nella parte inferiore, con una crema in cui credo sia presente un velo di zucchero. E che è la vera delicatezza di questo piatto molto popolare in Afghanistan e che molti di voi ricorderanno se qualche volta son passati di qui.
Una volta il ristorante classico afgano era quello che vedete nella bella foto di Romano Martinis, e dove abbiamo mangiato all'incrocio tra la strada che viene dal passo di Salang (Nord), quella che prosegue per Kabul e quella che porta alla valle del Panjshir. Ma oggi queste trattorie locali sono difficili da trovare, specie a Kabul. Era un modo di mangiare assai comodo e conviviale, molto riposante perché consentiva di spaparanzarsi anziché, come facciamo noi, con l'intestino contratto dai 90 gradi di una rigida sedia. Ma questa buona abitudine va scomparendo.
La riflessione è, non tanto sulla velocità in cui cambiano le cose (e molte di queste è bene che cambino velocemente) e nemmeno sul rimpianto del passato, che lascia il tempo che trova. Ma su come sia possibile adeguare la propria cultura e identità a un mondo in trasformazione così rapida e sempre più contaminato. Nel bene e nel male. A me pare che l'Afghanistan stia vivendo questa attraversata con grande difficoltà.

domenica 18 gennaio 2009

IL DRAMMA DEL GIORNO DOPO


Restando a Kabul per un periodo lungo e non, come al solito, per una settimana o dieci giorni al massimo, il tempo si dilata e siccome non devo seguire la cronaca, come di solito mi impone il mio lavoro, c'è più tempo per riflettere. Da giornalista mi sarei già dimenticato della strage di sabato, ma da uomo non posso farlo. Chiedo lumi sul bilancio definitivo che ancora forse non c'è. Un'ustione grave può ridurti in fin di vita e poi ucciderti lentamente, nel giro di qualche giorno. E così i feriti. Sembravano solo un a ventina ma sono molto di più. Quando scrivo, non penso mai al giorno dopo.
Se fossi qua a fare il cronista dovrei andare negli ospedali – quello di Emergency ad esempio – dove son stati fatti i ricoveri e controllare. Chiedere. Ma a quale giornale importerebbe il dramma del giorno dopo? Passata la buriana...via con un'altra notizia. Anch'io, da cronista, sarei passato oltre. Invece è proprio il dramma, i drammi, dei giorni a seguire che fanno la storia individuale e collettiva dei residenti di Kabul. Una chiave per capire Uno di loro mi dice : “...son stato sveglio tutta la notte per sentire le notizie, non staccavo gli occhi dal televisore”. Un altro, quando gli chiedo del numero delle vittime, mi risponde: “Quattro”. Ignora il morto americano, come se non lo riguardasse. Questa è la “nostra” guerra ma il dramma è tutto loro, di questi poveracci che abitano in una città coperta da un velo permanente di caligine e di tristezza che ti si attaglia addosso come se fosse umidità sudicia, un'umidità che non può esserci in uno dei climi più secchi del mondo. Secco persino quando piove o si scioglie la neve, come in questi giorni.
La città, nelle vie laterali, è una malsana palude dove sguazzano plastiche e rifiuti solidi urbani. Passando per Wazir Akbar Khan, nella zona delle dupakpersoame , le mega ville pacchiane costruite coi soldi della guerra e del narcotraffico, chiedo perché non li mettono a posto sti cavoli di sterrati pieni di buche. Una teoria è che fanno così per motivi di sicurezza...mm...qui ormai la sicurezza è la scusa per tutto. Ma un'altra versione, che mi pare più intelligente, me la dà Massud – chiamiamolo così. “Questa gente pensa solo al denaro: Ai 5mila dollari di affitto che può chiedere. Cosa gli importa di dare una mano al sindaco per sistemare la strada?”.
Chissà, penso, un giorno magari sui libri di architettura questo passerà anche per un quartiere caratteristico, carino, particolare. Una chicchetta per turisti e coppiette. Ora di allora avran anche fatto le strade. E forse, spero, questa guerra maledetta sarà finita.
Sotto l'asfalto futuro, non spiagge infinite ma brutti sogni e sofferenza finalmente ricoperti dal bitume.

Il credit di questa fotografia tratta dal blog “Bolle di sapone”

sabato 17 gennaio 2009

UNA GIORNATA DA DIMENTICARE



Il botto arriva alle 9.30 circa. All'incrocio maledetto, tra l'ambasciata tedesca e una grande caserma americana, un kamikaze si fa esplodere. L'incertezza sul numero dei morti continua per tutto il giorno e poi si ferma a tre, tra cui un americano. Ventitré i feriti ma forse qualcuno di loro potrebbe non farcela (in seguito il bilancio è salito a quattro civili morti e un soldato americano ma i numeri potrebberop salire). Se alcuni soldati americani e parte del personale d'ambasciata sono stati colpiti da schegge, un pulmino carico di afgani ha preso fuoco. Anche un bambino è stato ucciso da questo attentato che rompe una tregua invernale imposta, evidentemente, più dalla neve che da altri sentimenti. Un portavoce dei talebani rivendica e fa anche il nome del suicida: Shumse Rahman, della provincia di Kabul, dice il resoconto di Cnn. Era lui al volante dell'auto e si è fatto esplodere (o lo hanno fatto esplodere) vicino a un'autobotte piena di gasolio. Fosse stata benzina i danni sarebbero stati enormi. Molta più gente sarebbe morta.
Mi colpisce questa storia di fare i nomi, di dare un'identità a questo inutile martirio sanguinario. Mi chiedo cosa ne pensa la gente di qui del fatto che queste incursioni magari colpiscono anche l'obiettivo, ma alla fine massacrano sempre degli innocenti. Sempre degli afgani, spesso dei bambini. A Kabul i talebani non piacciono, non sono mai piaciuti. Questa è una città che, nonostante tutto, guarda avanti anche se alle tradizioni ci tiene. “Questa gente legge il Corano ma non lo applica – mi dice un residente – perché non si uccidono altri musulmani. Eppoi siamo stanchi di guerra”. Fa spallucce: “ormai siamo abituati, non è la prima volta”. Non sarà l'ultima.
Ed è anche questo senso dell'abitudine che fa masticare amaro. Il fatto che via, in fondo è andata bene a chi non passava da quelle parti. E domani è un altro giorno. Ma vien voglia che venga sera presto per andare a letto e dimenticare.

LETTE SUI GIORNALI



Il dibattito sull'Afghanistan nella stampa internazionale e locale non si è arricchito di grandi colpi di scena nelle ultime settimane. La tendenza generale è stata quella di fare un bilancio del 2008 e di tornare a parlare di alcuni grossi temi che sono ormai ricorrenti nelle analisi e nelle notizie: il “surge”, e in particolare cosa deciderà Obama a riguardo (il suo insediamento è ormai questione di pochi giorni), e le elezioni presidenziali, a riguardo delle quali tutti sembrano concordare che, alla fine, l'unico candidato possibile resta Karzai. Tra gli altri, i soliti noti – Jalali e Ghani - a cui si aggiunge il nome di Mohammad Hanif Atmar attuale ministro dell'Interno.... Leggi tutto su Asia Maior Dossier Afghanistan

venerdì 16 gennaio 2009

MISTER, BAKSHISH



Gli afgani maschi, a meno che non siano molto anziani, non chiedono l'elemosina. Ma donne e bambini si. Abiti stracciati, moccio perenne al naso, manine luride e un'età variabile tra i 5 e i 10 anni. Vendono chewingum datati, giornali del giorno prima e qualche altra cianfrusaglia. Le donne, nascoste dietro burqa davvero malridotti, con bambini piccolissimi in braccio, affollano in particolare certe strade della capitale e ovviante Chicken Street, la via dei “turisti”, o comunque di noi occidentali. Secondo il giornale Outlook, che riferiva di un'inchiesta dell'Unicef, i bambini di strada a Kabul sono circa 4mila (non tutti chiedono el elemosina) ma pare che la statistica sia per difetto. Fanno i lavori più diversi: lavapiatti, scaricatori ma anche meccanici o verdurai. Così a occhio il fenomeno è in aumento e soprattutto i bimbi che chiedono le elemosina sono in crescente numero. Pare che anche nel Nord del paese il fenomeno sia in aumento.E' una delle tante piaghe di questa città, effetto di una guerra sciagurata e di una ricostruzione che non offre lavoro. Dove dormono questi piccoli diavoli urbani che girano spesso coi piedi nudi infilati nei sandali? E ciancicano banconote da 10 afghanis (cinque per fare un dollaro) per comprarsi da mangiare o portare a casa – chi ce l'ha – qualcosa per i loro vecchi.

Kabul, foto di R. Martinis (particolare)

giovedì 15 gennaio 2009

LA CORTE DI "GIUTIZIA" DEI TALEBANI



Leggo sull'agenzia Pajhwok che i talebani hanno comminato la pena di morte a un uomo giudicato da una loro corte penale a Ghazni, provincia a Sud di Kabul.
Ora, non e' tanto la decisone di condannare a morte che mi indigna particolarmente (ovio che mi indigna come ogni condanna capitale) visto che in Afghanistan, anche il governo Karzai applica questa sommaria via di giustizia. Quel che mi ha colpito e' che la provincia di Ghazni e' considerata una zona sotto controllo. Tutti sanno pero' che non e' vero e se avete tempo di leggere questo folle e coraggioso reportage del Los Angeles Times, vi si accapponera' la pelle. Descrive come i talebani controllino di fatto un territorio dove, lasciata la strada principale, vivono indisturbati perche' l'esercito afgano non si avventura nel profondo della provincia. Cosi' indisturbati da poter organizzare tranquillamente corti di giustizia, amministrandola a modo loro. Sembra di capire che il fattaccio sia avvenuto nel Sud di Ghazni e non nella capitale provinciale ma cio' non fa molta differenza. I talebani sono a due passi e, quel che e' peggio, amministrano la legge e l'ordine. E, quel che e' ancor peggio, ricominciano a godere di qualche coinsenso, se non altro perche' ci sono e dirimono questioni sulle quali il governo legittimo non ha autorita'

mercoledì 14 gennaio 2009

CHE FINE HAN FATTO I MITICI LEVRIERI?



Quel che vedete NON è un levriero afgano, ma il mio cane di famiglia, di nome Fanny, un "levriero persiano" o meglio un saluki, originario della Mesopotamia, dov'è (anzi era) un cane beduino. Pare che il saluki sia il cane originario, selvatico, che ha poi dato vita a tutte le razze canine del levriero, dal Greihound al pastore afgano, appunto il noto levriero che poteva essere curato da chiunque ma era esclusiva proprieta' del re dell'Afghanistan. Un cane "Durrani" insomma dal potente pedigree.
Contrariamente al saluki, cane da caccia e da guardia a pelo corto dal carattere adorabile, il pastore afgano, a pelo lungo, ha un carattere assai meno simpatico ma, soprattutto, e' sparito da qui. Ce n'erano per la verita' assai pochi anche nei Ruggenti Settanta, ma adesso...c'e' una razza autoctona di cani tracagnotti a pelo corto, robustissimi e piuttosto agguerriti ma, come tutti i cani, adorabili se hanno un padrone che li tratta bene. Bruttini direi con qualche variazione sul genere. Ne ho visto uno persino al guinzaglio. Ma il mitico levriero afgano e' desaparecido. Anche lui vittima della guerra

martedì 13 gennaio 2009

SANGUE ALLA FRONTIERA


Shabana, una ballerina nota nella North Western Frontier Province del Pakistan, e' stata uccisa a pistolettate da un gruppo di killer che si erano finti impresari che volevano scritturarla. Il corpo dell'artista è poi stato esposto nel centro di Mingora, una località (un tempo) nota ai turisti nella (ridente) valle dello Swat, appena a ridosse della "cintura tribale" delle Federally Administered Tribal Area . Esibita sulla pubblica piazza col corpo crivellato di proiettili, i suoi cd, alcune fotografie e del denaro sparpagliato. L'omicidio e' stato rivendicato alla radio da un leader talebano locale probabilmente del gruppo che fa capo a Beitullah Mehsud, il capo dei talebani pachistani.
La notizia mi ha sconvolto per una brutalità che è ormai molto comune e fa seguito agli sgozzamenti dei barbieri (che tagliano la barba ai credenti) o agli assalti ai venditori di cd audio e musicali....
Ma questa notizia agghiacciante, se messa assieme all'attacco congiunto di talebani pachistani e afgani nell'agenzia tribale di Mohmand, racconta anche un'altra cosa. Anzi due. La prima è che la guerra afgana si è spostata in gran parte sul confine tra i due paesi, dal lato pachistano. La posta in gioco sembra il controllo del passo di Kyber da cui transitano, da Peshawar dirette a Kabul, vettovaglie e armi per la Nato.
La seconda è che gli emuli pachistani di mullah Omar sono assai peggio del maestro. E la loro applicazione oscurantista di quel misto di islamismo radicale e pashtunwali (il codice tribale pashtun) sta diventando assai peggiore di quello praticato dai talebani in Afghanistan. Questa guerra maledetta si sposta come un serpente e sembra avere una capacità di contagio incredibile. Ma cosa ne pensa la gente del posto? Cosa ne pensa la famiglia di Shabana e i pachistani che andavano alle feste dove lei danzava?

lunedì 12 gennaio 2009

SI METTA NEI MIEI PANNI


Guardando da qui le immagini di Gaza si resta colpiti forse né più né meno che a vederle da Roma o da Milano. Ma mi è venuto da pensare cosa deve provare un afgano mentre guarda le cronache di Al Jazeera che proiettano, su una città perennemente al buio, le luci tetre delle bombe al fosforo, l'ultima terribile novità di questa guerra. Come mi è già capitato di scrivere questo è un conflitto dove manca solo la benzina sul fuoco che gli israeliani stanno versando a piene mani sulla Striscia. Ma quella dannata benzina straborda, fuoriesce, si allarga come da un catino bucato. Arriva sin qui, nelle case di questi disgraziati che vivono in una città dove le strade sono un pantano, c'è luce elettrica un paio d'ore al giorno, quattromila bambini vivono per strada e la piega della bocca sembra sempre incline a una smorfia amara.
Mi son messo nei loro panni perché stasera, parlando con un locale, gli chiedevo se è pericoloso andare a Wardak, la provincia a sud di Kabul. Domanda retorica perché pullula di talebani. “E' pericoloso anche per gli afgani?”. e lui, ragazzone di 26 anni, mi sorride: “...per gli afgani no ma per me si, perché lavoro con gli stranieri”. Una volta un professore che traduceva per noi occidentali mi ha detto che sulla sua testa c'è una taglia di 500 dollari, dieci mensilità di un poliziotto. Ecco cos'è mettersi nei panni altrui. A volte non serve nemmeno la televisione.
Mi basta guardare il vocabolario.

domenica 11 gennaio 2009

LA RISPOSTA DEL MAESTRO



Prima di partire per l'Afghanistan ho imbucato un pezzo per il Diario ormai quindicinale ma che resta sempre, per me, uno dei migliori periodici italiani. Uno dei pochi dove si può scrivere con un po' di profondità come la complessità del mondo richiede.
Tra le belle foto di Romano c'è questa che vedete in cui sono ritratti Jason Elliot, un autore inglese che ha molto viaggiato in Afghanistan e Mario Dondero, un fotografo italiano che ha ingabbiato nel suo obiettivo la metà del mondo importante e anche l'altra metà che di solito non fotografa nessuno. Anche lui è stato quaggiù.
La didascalia della foto, scattata a Genova durante l'ultimo Premio Chatwin (di cui entrambi sono insigniti) dice pressapoco così: Mario Dondero, fotografo italiano e Jason Elliot, scrittore inglese, entrambi più volte in Afghanistan a cena in un ristorante ligure. Rispondono così alla domanda: "Ce la farà Obama"?.
Il tema è l'Afghanistan. E la risposta mi sembra aihmé terribilmente realistica.

sabato 10 gennaio 2009

SBERLE DA MARCIAPIEDE


A volte si impara di più passeggiando per strada che studiando sui libri. Non che questo non serva, anzi. Proprio ieri ho conosciuto l'autore di The Mirage of Peace (il titolo mi pare dica tutto), un libro da leggere e che forse andrebbe tradotto in italiano per il solo fatto che Jolyon Leslie vive a Kabul – dov'è stato il rappresentante residente dell'Onu - dal 1989. E ha una visione delle cose un po' più complessa di quella che va per la maggiore. Comunque.
Passeggiavo nella zona di Sharenaw, dove abito, quando vedo un gruppetto di ragazzi, sui 20-25, davanti a una sorta di locale. Pomeriggio. Tra loro ci sono due ragazze, con il velo ma insomma diciamo “moderne”, per intenderci. Gli animi sono un po' caldi per qualche motivo, sinché una delle due fanciulle non parte in quarta e ammolla una pappina, come si dice dalle mie parti, sulla guancia di un ragazzone. Una sventola, schiaffo, sberla che gli fa rosso il faccione. Mi aspetto una dura reazione ma invece no, li dividono e via, insomma, una scena di emancipazione femminile – beh, avrà avuto le sue ragioni – come se ne vedono ovunque...Storie da marciapiede. Luogo pubblico per eccellenza. O no?
Già, marciapiede. A Kabul son abbastanza rari nelle strade sterrate che son la maggior parte qui in città, anche in pieno centro. Allora succede che, per evitare la fanghiglia, ognuno si costruisce il suo. Beh, non proprio tutti, diciamo per queste case di nuovi ricchi in stile misto (dupakpersoame*: Dubai/Pakistan/persiano/americano), con sbarluccichio di specchietti marmi e cementi sbalzati, colonne doriche e compagnia cantando. Finiscono così per fare un servizio pubblico? E no invece: il marciapiede è inteso come privato, tant'è che ci mettono i generatori che se no in casa sporcano. Il fumo e il rumore lo buttano nello spazio pubblico e occupano una buona parte dell'area che servirebbe a camminare su quel tratto di cemento per non sporcarsi le scarpe.
Jolyon, che è un architetto, mi ha detto che nella tradizione afgana, con le debite eccezioni, le case non avevano mai un aspetto ostentato. Magari eri ricco e con una bella magione, ma allora era protetta da un muro e non tanto/solo per non farsi guardare dentro. Per non ostentare, dice lui. Perché un buon musulmano non ostenta. Ma i tempi sono cambiati, ora si ostenta questa nuova ricchezza che sa di oppio, corruzione, soldi pubblici passati in mani private, traffico di armi.
I marciapiedi di Kabul.

Nella foto una dupakpersoame villa. Quella del generalissimo Dostum, al momento in esilio in Turchia

venerdì 9 gennaio 2009

I CONTI DELLA GUERRA


Tempo di bilanci. Quanto costerà la guerra in Afghanistan agli Stati Uniti? I conti di Robert Gates in un dispaccio della Reuters che fa riferimento a un suo memo: 69,7 miliardi di dollari per il 2009, ossia circa 4 in più dei 65,9 già approvati dal Congresso. Ma ci sono anche 17,6 mld di costi stimati per altre cose allora non prese in considerazione, tra cui 5,5 mld per il "surge Afghanistan", argomento su cui di discetta da tempo. L'articolo ricorda che la guerre americane sono aumentata da 107,6 mld nel 2005 a 121,5 nel 2006, sino a 171 nel 2007 e 187,7 nel 2008 (secondo il Congressional Research Service)

Leggi la notizia di Reuters

Nell'immagine una banconota di Afghanis, moneta nazionale afgana. Ce ne vogliono 50 (cambio di strada) per fare un dollaro. In Banca qualcosa meno (49 circa). Circola in parallelo al dollaro universalmente accettato (a Kabul) come anche, in gran parte, l'euro

giovedì 8 gennaio 2009

LETTE SUI GIORNALI




Tra la fine del 2008 e l'inizio del 2009 parecchi nodi sono venuti al pettine sulla stampa locale e su quella internazionale. Un grande tema sono le elezioni che si dovrebbero tenere tra quest'anno (presidenziali e consigli provinciali) e l'anno prossimo (parlamentari). La polemica infuria. C'è un problema di registrazione degli aventi diritto nelle aree a rischio, ma c'è anche chi accusa il presidente di voler un rinvio per questini di campagna elettorale. Altra grande questione interna, la corruzione in un paese dove lo state-building fa passi piccolissimi con effetti nefasti sul. consenso popolare. La polemica si trova sui giornali afgani come su quelli internazionali .

Sul piano militare invece il tormentone sul surge, nebulosa strategica americana per l'Afghanistan da corroborare con 20 o 30mila soldati americani freschi entro l'estate. Il Kabul Times, giornale governativo, sposa l'idea delle milizie tribali facendo riferimento alle Arbakis (o Arbakai), ma il piano continua a destare critiche e preoccupazioni, tanto da costringere l'ambasciata americana a Kabul a una precisazione: non verranno armate ma potranno utilizzare le armi che già possiedono

Le notizie buone, come sempre, latitano. Ma qualcuna si trova: è andato bene l'incontro del 6 gennaio tra il presidente pachistano Zardari e Hamid Karzai, nella prima visita ufficiale del neo capo dello stato del Pakistan, seguito dal suo ministro degli Esteri. E, infine, la stampa tedesca da notizia di una futura orchestra filarmonica prossima ventura a Kabul. Il merito è di un musicologo afgano, Ahmad Sarmast , di cui Asia Maior pubblica il progetto col quale il maestro afgano intende rilanciare la musica tradizionale nazionale e non solo.
Oltre la guerra dunque anche una bella idea che nutre l'anima anziché distruggerla

La nota sulla stampa afgana e internazionale fatta sulla base delle segnalazioni di Asia Maior "Dossier Afghanistan"

mercoledì 7 gennaio 2009

MARTIRIO A KABUL




Arriviamo sulla centrale piazza Pashtunistan verso mezzogiorno. Le strade sono bloccate per non far passare le auto. La gente viene perquisita da un efficiente servizio d'ordine sciita in abito rigorosamente nero. L'atmosfera è sospesa tra migliaia di persone che affollano il lungo fiume del torrente Kabul, un ammasso di immondizia a cielo aperto che, nei giorni di lavoro, ospita il mercato della verdura. Tra due ali di folla, in maggioranza curiosi sunniti, si fanno strada piccoli manipoli di sciiti, in maggioranza Hazara, la piccola comunità che segue lo scisma di Ali. Hanno bandane in testa e magliette verdi o abiti neri. Le sfilano a comando e tirano fuori una piccola catenella di venti-trenta centimetri alla cui estremità sono appese quattro o cinque lame di coltello. Cominciano a flagellarsi fino a che dalla spalle, sulle quali molti hanno spalmato della cenere, non fuoriesce il sangue. Sono giovani, alcuni giovanissimi. Bambini e adolescenti hanno magliette sforbiciate sulla schiena che esibiscono al gelo dell'inverno come per preparasi, tra qualche anno, al loro piccolo martirio. Si battono con le palme delle mani.
E' la fine della celebrazione iniziata dieci giorni fa e si va a casa a mangiare un riso dolce che si fa solo in queste giornate. Ce ne andiamo anche noi, mentre i cineoperatori chiudono i cavalletti e le famiglie abbandonano l'arena. C'è un senso di angustia, di dolore sottile che ricopre le strade che si rifanno deserte. E non si capisce se è l'effetto di questa macabra rappresentazione religiosa o il senso perenne, in questa città, di esser sospesi dentro una bolla che sta per scoppiare. Anche ieri, come l'altro ieri e il giorno prima ancora, i bollettini di guerra cantavano la loro preghiera di morte. Trentadue talebani uccisi dagli americani a Laghman, ma nessuna vittima civile nel raid della Nato che, secondo i locali, ha invece ucciso undici persone nell'Helmand. Una guerra anche delle parole che è come una staffilata quotidiana sulla schiena.

martedì 6 gennaio 2009

SABBIA, CEMENTO E CONTRACTOR



Nell'immagine di Romano Martinis, una tipica edilizia popolare di epoca sovietica. Case così se ne trovano in tutto il paese

Come ho raccontato nei giorni scorsi, le celebrazioni dell'Ashura, che ricordano il martirio nel 680 di Hussein figlio e successore di Ali, cugino e genero del Profeta, sono già iniziate da giorni. Ma è domani la giornata clou. Avevo scritto che interessano nel paese solo il 10% degli afgani ma un articolo del Post aggiorna il dato al 25%, che mi pare alto ma che al momento non posso contestare, salvo che, guardando qui e la, la maggior parte delle fonti attesta un 20% e poche altre sia un 15%, sia un 25%. Diciamo che 20% pare attendibile. Ma non era questo il punto.
Il punto è che gran parte di loro converge su Kabul. E' la piazza Pashtunistan quella deputata alla celebrazione principale che, se non ho capito male, dovrebbe poi vedere il corteo dei flagellanti percorrere il lungo fiume, poco distante. Fatto sta che da un paio di giorni il traffico è diventato disumano.
Kabul ha un piano urbanistico piuttosto raffazzonato ma aveva una sua unitarietà urbana che, con gli anni della guerra, si è fortemente modificata facendo perdere alla città quell'identità che pure non era fortissima già negli anni Settanta, cioè prima dell'invasione sovietica. Allora Kabul contava mezzo milione di abitanti: era una città già di impianto moderno, con lunghi viali alberati e vaste aree verdi che si mescolavano al vecchio impianto urbano, una sorta di villaggione cresciuto attorno alla nuova capitale quando fu prescelta in tempi remoti al posto di Kandahar.
Ma oggi, nel corso di trent'anni di guerra, si ritrova arricchita da una valanga umana di profughi che assediano la montagna che cinge l'intera città, arrampicandosi per erti pendii con piccoli manufatti a uno e due piani, ricalcati sull'architettura tradizionale di villaggio. Nel centro stanno invece sorgendo edifici nuovissimi di vetro cemento, pacchianissime abitazioni di nuovi ricchi (che sono in numero considerevole) e un affastellamento di piani e contropiani che innalzano le case pre esistenti e sfalsano qualsiasi prospettiva architettonica. Ma c'è di più.
Con l'arrivo della Nato e la guerra al terrore, Kabul si è arricchita di un nuovo genere di arredo urbano: blocchi di calcestruzzo armato alti due metri, giganteschi contenitori di sabbia, muri e muraglie, cavalli di frisia, blocchi di cemento che vengono piazzati nelle strade per sviare il traffico o rallentarlo nei pressi di ambasciate o luoghi “sensibili”. La località dove ha sede l'ambasciata americana, e – per nostra sfortuna – l'ambasciata italiana, è un vero delirio cementizio dove la quantità di metri cubi di calcestruzzo fa il paio solo con mitragliette, occhiali neri e cellulari. Sabbia, cemento e contractor. La nuova miscela edilizia di Kabul.
La morale di tutto ciò è che, tra l'Ashura, il cemento e quel che resta della vecchia città, dalle strade strette e fangose (vecchia città per modo di dire, perché Sharenaw, la città nuova, è roba degli anni Settanta), andare in macchina è una passeggiata estenuante. Eppoi, come se non bastasse, oggi è arrivato anche il presidente pachistano Asif Ali Zardari a creare maggior confusione.
Si è aggiunto anche il traffico in cielo, con gli elicotteri. Lì per fortuna, il cemento e il filo spinato non sanno ancora come metterlo.

domenica 4 gennaio 2009

ESSERE DONNE IN AFGHANISTAN



In una trascrizione da una Tv privata afgana, l'Ariana Tv, vengono riportate le dichiarazioni dell' Afghanistan Independent Human Rights Commission - una commissione molto seria e apprezzata e che lavora con non poche difficoltà - che ha registrato nel 2008 almeno 3mila casi di violenza contro le donne nel paese. Nel servizio televisivo, tra l'altro, si fa menzione del fatto che il 57 per cento delle minorenni sono obbligate a sposarsi dalle famiglie in una situazione in cui il 99 per cento dei casi di violenze contro le donne in Afghanistan non arriva all'autorita' giudiziaria per via di inveterate abitudini tradizionali e non islamiche...

Per saperne di più vai a AsiaMaiorSpecialeAfghanistan

La foto è di Romano Martinis (Baghlan, Afghansitan del Nord 2007)

APETTANDO L'ASHURA



A sinistra, sui gradini della moschea di Mazar-i Sharif, luogo sacro agli sciiti, La foto è di R. Martinis

L'idea, venerdi scorso, era di andare a vedere il buzkashi ma di questi tempi non si gioca. E' infatti l'epoca dell’Ashura, che celebra (mercoledi) il martirio di Hussein figlio e successore di Ali, cugino e genero del Profeta, interessa in Afghanistan circa il 10% dei suoi quasi trenta milioni di abitanti, in maggioranza della comunità hazara, la più povera e bistrattata del paese. Le famiglie si preparano per la festa ma nessuno si nasconde che la guardia è alta. Se anche qui, come accade in Iraq o in Pakistan, l’Ashura fosse turbata da un attentato, si scatenerebbe un’altra guerra nella guerra e non è da escludere che qualche gruppo radicale ci abbia pensato.
La disomogenea galassia talebana in questi giorni è relativamente tranquilla. Se si esclude la salva di razzi che qualche giorno fa è piovuta vicina a un grande hotel alla periferia della capitale, uccidendo tre bambini, gli attentati fuori Kabul proseguono ma in città sono diminuiti con l’avanzare dell’inverno. Un inverno non ancora rigido e che si è accontentato di una spruzzata di neve durata meno di un’ora tre giorni fa. La beffa delle stagioni, anche qui ballerine come altrove nel mondo, racconta una futura estate di siccità se non si decide a piovere o nevicare. Se l’anno scorso l’inverno è stato rigidissimo e umido, con straripamento di fiumi persino a Kabul, quest’anno l’aria è secca. La polvere alzata sulle strade sterrate soffoca la capitale e lo smog fa il resto, regalando influenza e mal di testa.
Benché gli allerta per la sicurezza siano costanti, anche il capodanno è passato indenne da botti. L’ormai piuttosto numerosa comunità di expat, i “consiglieri” civili prestati dall’Occidente al fragile governo di Hamid Karzai, ha potuto così spassarsela abbastanza allegramente, scolandosi birre e bottiglie di liquore magicamente riapparse anche nei ristoranti, pur se non nella lista delle pietanze. E anche molti afgani approfittano dell’abbondanza che, negli ambiti ristretti degli advisor e dei consultant, ricasca sui pochi fortunati che fanno gli autisti, i segretari, le colf di questo mondo parallelo e attraversato da una discreta crisi di identità. Le cose nel paese infatti non vanno affatto bene e l’Afghanistan sembra sospeso in una bolla che oscilla tra uno sforzo bellico maggiore, promesso dall’imminente arrivo di 20 o 30mila nuovi soldati americani, e la speranza negoziale accesasi, a fine ottobre, coi colloqui semi ufficiali tenutisi alla Mecca, sotto egida saudita, e tessuti dal fratello del presidente Karzai.

sabato 3 gennaio 2009

NEVE LEGGERA, COSCIENZA PESANTE


La neve è di solito una buona notizia. Lo è anche qui a Kabul dove
non piove da un sacco e si prospettava cosi' un'estate preoccupante.
Ma non succede, come altrove, di vedere bambini festanti fare a palle
di neve lungo i marciapiedi. E non è che in Afghanistan i bambini
siano di un'altra pasta. E' che questo clima di tenue tristezza e
disillusione che avvolge una cità protagonista di trent'anni di
guerra, si riflette ovviamente sull'umore generale. Anche su quello
dei bambini, qui costretti a vivere troppo in fretta.
E chissà se sanno della neve in montagna anche dalle parti di Kang,
nel Sudovest del paese dove ieri alcuni operatori umanitari del
Programma alimentare mondiale dell'Onu (Pam/Wfp) sono stati
sequestrati. Ma i tratta di personale locale e quindi la notizia non
ha bucato il video, come si dice. Solo un po' la superficie ormai
molto indurita della mia coscienza.

venerdì 2 gennaio 2009

TUTTE LE DOMANDE SUL "SURGE"



A sinistra, pranzo di mezzogiorno in una chaikanà, "trattorie" afgane in via d'estinzione. Il ritratto è di R. Martinis. La scena, al bivio che porta alla valle del Panjshir

Il tema di discussione che a Kabul va per la maggiore - in questo periodo - si chiama “surge”, la ricetta che il generale David Petraeus, a capo del comando più importante dell’esercito statunitense, ha deciso di importare - con qualche variante – dall’Iraq, dove l'ha appena sperimentata. Tradotto in afgano, il surge iracheno, si basa sulla conquista pezzo per pezzo di una rete di milizie locali vicine al governo o che potrebbero, ben oliate, diventarlo. Ma quando il Wall Street Journal del 23 dicembre scorso ha raccontato che in gennaio il surge sarebbe stato ai nastri di partenza, gli americani sono stati sommersi di domande. Una in particolare: darete o no armi alle milizie, come ventilano le indiscrezioni?
E' questo il punto più controverso dell'intera operazione. Così che il 30 dicembre, l'ambasciatore americano Wood è corso ai ripari. E dopo aver convocato in tutta fretta una conferenza stampa ha smentito che gli Usa abbiano intenzione di iniettare altre armi nel paese forse più armato del pianeta. I funzionari della Cia e del dipartimento di stato, in attesa che Obama dica la sua, si sono dal canto loro affrettai a spiegare, con una serie di confidenze non ufficiali alla stampa, che di armi non si parla: regali semmai (e tutti hanno letto del Viagra, pillola magica per capiclan in pensione e che ha fatto alzare la voce alle femministe americane).
Il surge insomma non nasce affatto bene. Non piace ai britannici, che rivendicano la primogenitura di una accordo con i capi tribù, e neppure ai canadesi e soprattutto non piace agli europei anche se, come al solito, lo dicono per ora solo a mezza bocca. Il bello è che il surge trova molte resistenze anche tra gli afgani, primo fra tutti il presidente Karzai, in corsa per un secondo mandato nelle elezioni del 2009 di cui pero’ la data resta una variabile non ancora determinata. Il surge dovrebbe governarlo lui, anzi il suo ministro dell'Interno. Ma tutti sanno che qui a decidere sono gli americani. Lo sanno al palazzo presidenziale e anche al ministero. E lo sopprotano sempre meno.

giovedì 1 gennaio 2009

CAPODANNO SULLA FRONTIERA



Per un bizzarro disguido, alla mezzanotte del capodanno (orario locale), sono rimasto da solo. Mi ero attardato a leggere una rivista e gli amici con cui stavamo allegramente sbevazzando, in barba ai dettami del profeta, se n'erano già partiti. Così che mi son ritrovato solo per strada, dieci minuti a mezzanotte.
Kabul non è di questi tempi un posto che chiamate un taxi e via. E inoltre, poiche' son qua da pochi giorni, avrei avuto difficoltà a spiegare dove abito. Siccoma sono un tradizionalista, rimandando il problema di tornare a casa, e poiche' non mi sembrava opportuno passar la mezzanotte come un tapino in mezzo alla strada, ho quasi obbligato due gentili locali a fare un brindisi con me, che il capodanno va sempre cedlebrato. L'occasione è stata fornita da uno spumante tedesco intonso, al quale ho invitato i miei due occasionali amici. Ma come spesso accade, nell'euforia del momento, si finisce per dimenticare le più elementari norme del galataeo. Non così hanno fatto i miei due momentanei sodali.
Un po' brillo, un po' eccitato da questa ricorrenza che per me suona ben oltre un mezzo secolo di permanenza sul pianeta, ho aperto la bottiglia, versato il frizzante liquido nei calici, e via...meno tre, due, uno. Il liquido sfriccica nei tre lunghi flute.
Non avevo dimenticato che sono in un paese musulmano ma mi ero fatto fuorviare da questa bolla occidentale in cui viviamo noi expat oppure avevo pensato che si, certo ma insomma, in fondo questi ragazzi di Kabul sanno come va il mondo (il nostro) e anzi vogliono imitarlo. Ma mentre brindiamo, solo uno dei miei due occasionali celebranti afgani vuota il bicchiere. L''altro, un bel ragazzo dell'Hazarajat, con molta discrezione, fingendo di andare a vedere chi c'era alla porta, si trascina ditero il calice e - provo a indovinare - lo svuota da qualche parte...
Per questi popoli nobili e in generale per i musulmani, l'ospitalità è sacra. Se un vostro seppur occasionale ospite insiste perché voi trasgrediate la sacra regola di non bere i liquidi fermentati, allora lo fate. O almeno fate in modo, come faremmo anche noi su un altro tema, che il vostro ospite non si adonti perché non avete partecipato alla sua cerimonia.
Questo bel tipo dell'Hazarajat mi ha dato una lezione di savoir vivre che non dimenticherò anche perché eseguita con maestria in un paese che consideriamo arretrato e integralista. E che, altre volte, consideriamo ormai acquisito ai nostri valori e alle nostre tradizioni. Potevo passrae un capodanno migliore? Un bicchiere è un buon bicchiere se, oltre a far girar la testa, le fa anche produrre qualche nobile pensiero

Buon 2009 ovunque voi siate