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sabato 28 febbraio 2009

L'INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELLA STAMPA BRITANNICA


La bufala girava da tempo su Internet. Messaggi e messaggini sulla vicenda dell’ospedale Khair Khana di Kabul, riabilitato con fondi internazionali e saccheggiato e distrutto da incuria e malversazione. Il Guardian ci ha fatto sopra un video ma Intersos, un'organizzazione umanitaria italiana che ci aveva lavorato con le Nazioni unite, non ha digerito le allusioni alle sue responsbilità nel degrado del nosocomio. Ha querelato l'autorevole quotidano e, appena è partita la lettera dell'avvocato, il Guardian ha ritirato il video. Pare che Intersos abbia chiesto un milione di euro di danni. Sarà un giudice a stabilire l'importo, certo è che se il video è sparito dal sito del Guardian, ciò sembra l'ammissione che il servizo fosse davvero spazzatura. Un bella caduta di immagine.
Ma non è la prima dela stampa britannica: un infortunio simile è accaduto alla Bbc, la "signora" dell'informazione internazionale, poco tempo fa. In gennaio in parecchi se la son presa perché l'emittente non aveva trasmesso l'appello del Disasters Emergency Committee (DEC) sulla raccolta fondi destinata alla popolazione di Gaza. Il DEC riunisce diverse Ong come Action Aid, la Croce Rossa britannica, Care International, Christian Aid, Oxfam e Save the Children. E il direttore della BBC Mark Thompson aveva motivato la decisione legandola all'esigenza per l'emittente di restare...imparziale nel conflitto nella Striscia. Ma sembra che oltre 11mila spettatori l'abbiano presa piuttosto male.
Del Guardian e di Intersos forse se n'è accorto un numero inferiore di persone. Anche perché il quotidiano britannico (uno dei miei preferiti) ha fatto sparire il video incriminato a tempo di record. Se Roma piange, Londra non ride.

giovedì 26 febbraio 2009

LA MEMORIA DELL'EXPAT

“Roma, ancora Roma”....se la vita fossero citazioni da film, quella di oggi sarebbe da Apocalypse Now. Solo che io non sono Martin Sheen e non è Saigon quella che vedo scostando la tenda (non la griglia di plastica da cui il capitano Willard spia Saigon, non ancora Ho Chi Minh City). Non c'è per fortuna una scena di sangue in previsione, né pale di ventilatori che mischiano il loro fruscio rotante a quello più ostico delle consorelle che sovrastano gli elicotteri (geniale colonna sonora del film di Coppola) e anzi dalla guerra sono lontano. Se non fosse che l'Italia è un paese deprimente, che mi accoglie richiedendomi un euro per il troller portabagagli e con una griglia di poliziotti che filtra gli extracomunitari all'arrivo del volo, c'è un sano respiro liberatorio a lasciare l'Afghanistan. Un paese dove la dimensione quotidiana è la strage degli innocenti. Ma non c'è un granché di eroico ad essere qui, nella bella capitale baciata dal sole e in un luogo dove i quotidiani, settimanali, mensili - che costituiscono il piatto forte della mia professione - si devono occupare del make up delle prossime congiunzioni astrali o del nuovo strappo di Rutelli, un uomo pio che tedia questo paese con la tempesta clericale che ossessiona la sua anima e che mi lascia onestamente assai freddo e anche un po' seccato. Che interessa loro di Logar?


Kabul è lontana. E' già lontana. Lontani i giardini di Babur. Lontani i suoi usignoli che non si posano. Lontani quei sentimenti sottili risvegliati come gemme sugli alberi nella stagione di passaggio di cilleh-e-qurd, che anche a Roma canta la sua musica primaverile. Ci sarà tempo per riflettere oppure, com'è più facile, per dimenticare, visto che quando si è qua, assorbiti da un quotidiano che obbliga a correre, telefonare, mandar mail, convocare riunioni e bere rigorosi calici di bianco, la lontananza geografica gioca brutti scherzi e si fa beffe della memoria. E con lei dei drammi a cui non è tanto facile, laggiù, abituarsi. Ma da qui, un morto in più a Logar che differenza fa? La cosa che mi colpisce del mio lavoro quando sono all'estero, è che non ne azzecco una. Succederà anche agli altri? Il giornale mi chiama per un fatto che avevo segnalato una settimana prima... “Eh si caro – mi dicono – ma oggi c'è sul Washington Post”. Oppure mi chiedono una cosa che a me pare del tutto peregrina e che invece, l'indomani, sarà l'apertura di tutti. E che? Dovrebbe mancare proprio la tua firma? Chi ha il coraggio di sottrarsi all'inesorabile stillicidio dell'omologazione?

Dalle tasche degli abiti di viaggio escono foglietti mischiati a memorie e ricordi. Escono teorie di biglietti da visita destinati a perdersi, con stampigliati nomi che diventano ideogrammi indecifrabili, specchi di volti e ruoli confusi. Scarabocchi sul retro che sembran geroglifici o una stele di Rosetta senza la lingua di mediazione, con numeri di telefono senza destinatario, sequenze numeriche indecise tra il cellulare e il conto della spesa. Altri invece, intonsi e come appena stampati, continuano a saltarti sotto gli occhi come se volessero restare attaccati al vestito o se una forza profonda reclamasse la necessità di un nuovo appuntamento.
Del resto come potrei dimenticare il vecchio Akitullah che mi aveva ripreso per il baffo poco curato mentre volteggiavamo nel suo negozio con l'intenzione di carpirgli qualche segreto, oltreché di comprar pellame come poi facemmo? Non posso dimenticare la bottega a Sharenaw e tantomeno i suoi protagonisti, anche se pure quella scena è lontana e sfuma. Allora, se dovessi citare un altro film, sarebbe: “L'esercito delle 12 scimmie”. A un certo punto una voce fuori campo – la voce di uno sconosciuto o semplicemente quella prodotta dal cervello di Bruce Willis – gli dice (cito a memoria)... “Non è forse vero che vuoi tornare là? E allora devi convincerli, far capir loro che sei la persona giusta e farti rispedire in quel mondo. Osservare il mare, ascoltare la musica, respirare l'aria ..rivedere lei...”. La bottega di Akitullah, naturalmente. Da non dimenticare coi morti di Logar.

lunedì 23 febbraio 2009

A VOLTE...

...il silenzio è d'oro. fare la valigia richiede concentrazione. Mi congedo dai lettori per qualche giorno e lascio, spero non per molto, questo bellissimo paese...

sabato 21 febbraio 2009

EXPAT SULLA LINEA DEL FRONTE

Expat(contraz. di expatriate/s): espatriato sost., int., fem/masc., rar. neutro (a volte neutrale), dal latino ex patria: soggetto/i della comunità internazionale che formano un gruppo di immigrazione non permanente e con alto ricambio interno. Più o meno consistente e isolato è un agente economico potente e spesso indiretto nelle economie dei paesi in cui si installa poiché maneggia molto denaro pur non essendo – salvo alcuni casi - un soggetto imprenditoriale. Spinge al rialzo dei prezzi. Si distingue dall'immigrato per il colore della pelle. E' guidato da forti motivazioni etiche, dalle prebende che costituiscono , anche se non sempre, il suo salario, e dalle regole della Banca mondiale.

Non c'è niente da fare
, lo vogliate o no siete un estraneo in terra straniera. Una volta si diceva “turista”. Adesso expat. Ma ne esistono pur sempre (come è vero per i turisti o gli immigrati stabili) di diversi tipi.
L'expat identitatrio. Son quelli che amano conservare la propria identità e le usanze nazionali. Frequentano, quando la professione non li obbliga a fare diversamente ma a volte anche sul luogo stesso di lavoro, solo gli appartenenti alla stessa comunità con cui condividono lingua, usi e costumi. Vizi e virtù. Se italici, mangiano solo pasta, frequentano di preferenza il Boccaccio, adorano la pizza di Camp Invicta, che “solo li la sanno fare come si deve”.
Se sono americani non vedono l'ora che ci si possa sedere a tavola col ketchup. Se francesi vanno all'Atmosphere sognando che un giorno all'uscita si materializzi Bouv st Mich e non la fanghiglia di Taimani. Questa gente osserva con disgusto il grasso del montone che si scioglie sul kabuli palau. Del proprio paese parlano sempre male salvo difenderlo con le unghie e i denti se lo attacca qualcun altro. Non è che non amino gli afgani o li disprezzino. Tutt'altro. Semplicemente non sanno chi sono. Esseri che per qualche strano motivo e con le loro barbare usanze convivono con noi in questa città sulla linea del fronte.

Le vrai international. Poi c'è l'expat che invece odia la sua gente. Se è italiano, gli danno fastidio le chiassose e gesticolanti tavolate delle Ong o di quel gruppo di turisti in pantaloncini corti di Avventure nel mondo. Leggono solo la stampa internazionale. Frequentano solo internazionali. Conoscono così bene le lingue che la loro soddisfazione è essere scambiati per francese, canadese, argentino, addirittura porteño: “...pero viste, vos, que barbaro...”. Parlano del proprio paese con distacco e competenza. Asettici nei giudizi anche su quello in cui sono residenti. Casualmente o per meditata scelta. E che resta un elemento da studiare in laboratorio. Ignorano gli afgani – se non per obbligo professionale - a meno che non siano di livello. E a loro si rivolgono salutando e accomiatandosi in lingua (Salam alaikum, kodafes, le uniche due parole che conoscono assieme a tashekor, grazie, e boro, vattene). La massa sembra loro un incidente di percorso. Come la gentaglia della sua etnia che questa sera, anziché andare in pizzeria, è venuta in questo raffinato locale di cucina francese dove l'expat è al tavolo col console britannico, un'algida svedese della Commissione e uno svizzero di Zurigo della filiera UN. Lei è italiano, gli fa lo svizzero? E lui, con l'occhio che striscia pallido sull'italica compagnia al tavolo vicino: “Io veramente sono di Milano”.

L'entusiasta. Infine c'è la terza categoria di expat. L'entusiasta del paese in cui è approdato. Mangia solo e rigidamente afgano a costo che ciò produca su di lui effetti vagamente lassativi. Ha solo amici afgani e al massimo qualche altro expat come lui. Si veste come i locali ma con prodotti di sartoria. Adatta il taglio delle sue vecchie giacche alla salwar qameez e passa ore a tastar i tessuti avendo orrore del misto, seppur ben mascherato. Fa un'unica eccezione per le scarpe, malattia tutta italiana, anche se la scelta di solito va sulle marche inglesi. Vive in quartieri semi popolari senza pagare mazzette per avere la luce e cerca di imparare la lingua, di cui fa sfoggio in presenza di altri expat anche si i locali non capiscono cosa dice. Legge solo stampa e autori locali (tradotti possibilmente non nel suo idioma di origine) e immensamente gode quando qualcuno gli dice: “sei proprio un pashtun”. Non parla quasi mai del paese di orgine. Semplicemente lo ignora. Lui è di altrove.
L'entusiasta vive un dramma interiore. Adora gli insaccati vietati dal codice locale; è un bevitore accanito ma si impone la secca; sogna i tortelli con ricotta e spinaci e qualche volta si lascia andare. Se vi è sparito il salame riposto con cura nel frigorifero non abbiate dubbi. E' altrove. Con l'entusiasta.

Dove siamo noi in tutto questo? Purtroppo non sfuggiamo allo stereotipo. E' dentro di noi e soprattutto noi siamo in mezzo a lui. Più potente, forte, schiacciante di qualsiasi scelta personale. Fummo allora turisti (forse consapevoli?), siamo expat (forse consapevoli) adesso. E spesso noi expat, schizofrenici per forza chissà per vocazione, siamo trasversali ai tre gruppi sociologici in cui abbiamo cercato di descriverci e in cui non amiamo affatto riconoscerci (come a scuola da ragazzini:...chi io?).
Patriottico alla bisogna, spietato critico della nostra ingerenza più o meno umanitaria, militare e culturale, ossessionato dalla padronanza delle lingue, sempre troppo rispettoso o eccessivamente critico degli esponenti della grandi potenze, l'italico expat, che sa di appartenere a una potenza media, è comunque sempre invitato al tavolo dei grandi. E sa far la sua figura. E' spiritoso, brillante, spesso elegante e sa che tutti adorano il parmigiano e il pesto alla genovese. E' sempre al centro della sua stessa attenzione.
Fuori da questa bolla in cui si naviga a vista, e comunque inserita anzi prepotentemente presente nel paese, c'è l'Afghanistan e la sua gente. Due mondi separati e paralleli tra cui cova un misto di odio-amore, la potenza onnipresente del denaro, le separazioni artificiali e psicologiche costruite da noi e da loro, per difenderci gli uni dagli altri. E trasversale a questi due mondi corre la guerra, con la sua semplicità orribile e belluina, le armi e i buoni consigli che passano da un parte all'altra, il dramma quotidiano che coinvolge tutti senza risparmiare nessuno. Mondi distanti e che comunicano nella lingua dominante e nel lessico famigliare codificato dalle Nazioni unite (implemented, supported by, ownership, accountability) e solo in orario d'ufficio. Mondi che si attraggono e si respingono come due amanti che sanno di aver scelto la persona sbagliata per convenzione o comodità o perché non c'era altro in giro. Costretti da come va a saltare nel primo letto a disposizione.

La guerra ci osserva e se la ride. Persino noi, tanto armati di buoni propositi o forse semplici osservatori della commedia umana, siamo tra i suoi protagonisti.

venerdì 20 febbraio 2009

GANDAMAK, TAUROMACHIA E BIRRETTE

Sudori e afrori, colli taurini e muscoli, contractor e donnine allegre. E un profluvio di armi alle pareti, poster di battaglie, mitragliatori ben esposti a ricordare che si può morire più in fretta che non per il colpo di un vecchio fucile ad avancarica.
Di vecchi fucili ad avancarica, ben appoggiati nella rastrelliera del ristorante al piano terra, ce ne sono parecchi al Gandamak, luogo tra i preferiti dagli expat di Kabul, soprattutto quelli che fanno dell'uso delle armi il proprio mestiere. Locale per loro. Non per me. Fa pena quel vecchio ottuagenario afgano che, nella reception del ristorante, vende collanine alle prostate vaganti che, gonfie di birra, vanno al cesso a mingere. Nell'angolo un suo sodale prega mentre l'orologio alla parete di questo locale molto colonial-british, con una sua eleganza di un qualche fascino a mezzogiorno, segna le due. Di notte.

L'hang out è di sotto, nel seminterrato. Il locale è stretto e lungo con pochi anfratti per vedere video o fare quattro chiacchiere. I soffitti sono bassi e il fumo aleggia sovrano. Colore dominante: rosso (taurino). La frequentazione è varia: dai taurinici contractor, con cui proprio non vorreste litigare, a giovani ragazzi sorridenti di qualche Ong, ma anche diplomatici in libera uscita, consulenti e consiglieri, uomini d'affari, ragazze stagionate sicure di un rimorchio troppo facile in una città dove il rapporto maschi/femmine può arrivare a dieci a uno (come ieri sera). Ci saranno una venticinquina di persone perché, anche qui, l'attacco talebano multiplo di febbraio ha fatto il suo effetto. Ma questi giovinastri in tipica tenuta da mercenario, dai cui pori schizzano fiumi di birra e che hanno delle mani grandi come la mia faccia, se ne fregano. Sanno di essere i padroni della scena in un paese dove rappresentano il quarto esercito in servizio.

Il Gandamk è frequentato anche dai giornalisti e quelli embedded, se in libera uscita controllata, li portano qui, luogo troppo sicuro e comunque così pieno di reperti militari che...si potrà ben ingaggiare una certa resistenza. Il fatto è che il Gandamk ha anche una Guest House (124 dollari la singola) e un giardino molto carino, meta notturna di molti, soprattutto estiva quando si può sfuggire all'angusto spazio del seminterrato. Chi ci vive dunque, specie se fa il cronista, fa un doppio affare: c'è tutta la fauna che serve per carpire qualche ghiotta informazione - specie dopo la una - il luogo è piacevole, centrale, protetto, si può mangiare, per chi non ne può fare a meno, l'adorato hamburger. Che noi chiamiamo carne trita. Quattro chiacchiere, una birretta e poi dovete solo farvi largo tra ubriachi nemmeno tanto molesti, perché in effetti le risse sono rare. E chi glielo direbbe del resto a questo torello coi capelli a spazzola se per caso mi sta pestando un piede? Finir male a Kabul sotto le manacce di un contractor non è poi un'esperienza molto eroica.

Le foto riproducono - oltre a due umanitari causalmente incontrati - l'autore e, alla sua sinistra, l'Ammiraglio, acuto timoniere notturno di questo utlimo tour della Kabul by night. La foto è di Romano Martinis, dietro l'obiettivo. I reperti sul tavolo solo in parte ci appartengono

giovedì 19 febbraio 2009

ANDATURE

Something in the way she moves/ Attracts me like no other lover/ Something in the way she woos me...avete in mente questa vecchia canzone dei Beatles? A me l'ha ricordata ieri un vecchio amico. La ascoltavamo da ragazzi senza pensare alle parole. Ma adesso ci faccio caso, guardo il testo su Internet e penso che in effetti può capitare di essere colpiti proprio da un'andatura, dal modo di muoversi che è poi il rapporto del nostro corpo col cosmo. Ognuno di noi ha la sua armonia nella relazione di equilibrio col mondo astrale e con quello fisico, ma noi veniamo colpiti da certe andature, da un certo modo di camminare e muoversi nel mondo che condividiamo con gli altri esseri umani e con gli animali (penso al mio adorato cane e alla sua elegantissima passeggiata).
Perché certe andature ci colpisco? E quell'armonia la vedono tutti allo stesso modo o attrae noi perché così simile – o così diversa - dalla nostra? Non lo so, ma faccio caso alle andature. E un'andatura apparentemente sgraziata può affascinarmi. Certo, esiste un'eleganza dei movimenti che alcune persone hanno, forse per dote innata, e che ci coinvolge più che altre. Che, in genere, piace a tutti: la capacità di camminare sui tacchi alti, ad esempio, che non tutte le fanciulle sanno calzare. A noi maschietti piace da morire. O quell'incredibile eleganza dei vecchi afgani, così affascinanti nei loro chapan – il lungo vestito con le maniche lunghissime che si mette nei giorni di festa (e che il presidente Karzai porta con raffinata leggerezza in questa foto dell'Associated Press).

Semplici nel loro modo di vestire, gli afgani, specie gli anziani sono elegantissimi e affascinanti. Le donne, poverette, in quell'orribile burqa (pare introdotto da un monarca per moda nel suo harem), sono fagotti che oscillano malamente nelle strade, fantasmi che scivolano via senza identità. Ma gli uomini! In questo mondo tutto al maschile, questi signori camminano col passo del nobile. Scarpe di cuoio nero con la punta appena rialzata, la kameez lunga e svolazzante, i pantaloni larghi e, in alcune antiche versioni, a sbuffo. E il turbante che fa delle loro teste il ritratto nobile della saggezza. Le lunghe barbe, curatissime, su questi visi segnati da un paesaggio duro e roccioso. Eppure così aggraziati, eleganti, in perfetta armonia col cosmo. In un paese in guerra, fermarsi a guardare le andature, mentre tutto intorno si è circondati dal rumore della ferraglia dei carri armati e dal timore che quella, si proprio quella, sia un'auto bomba, sembrerà bizzarro. Ma tante volte mi son chiesto: cosa mi piace di questo paese. Saranno certe andature?

Cosa mi piace, mi è sempre piaciuto dell'Afghanistan? Cosa mi strega di questa terra dannata? Paesaggi mozzafiato? Si, ma non c'è il mare. E l'estate impietosa solleva nugoli di polvere che vi fanno tossire (ecco perché il lungo drappeggio del turbante, che serve a riparare le mucose). Nevi perenni? Ok, ma d'inverno un freddo cane, i riscaldamenti non riscaldano e le stufe smettono regolarmente di funzionare dopo tre, quattro giorni. Rarissimi gli spazi verdi e gli alberi, in un paesaggio desertico di pietre e rocce, rocce e pietre. E allora cosa? Ma certo, son gli uomini che mi piacciono (non le donne che non si vedono mai a meno che non abbiate la fortuna di osservare un'hazara, queste stupende evanescenti creature con gli occhi a mandorla e i tratti raffinatissimi: bellezze mozzafiato). Mi piace l'ironia degli afgani, la loro puntualità, il fatto che ti puoi fidar di loro e se, per avventura, fai amicizia...sarà per sempre, amico mio. Per sempre. Ma anche la loro eleganza mi piace: semplice, raffinata e manifesta quando camminano. Persino la guerra non scalfisce la loro andatura. E nemmeno ci riescono le offese quotidiane di trent'anni di conflitto. Dio salvi questo popolo e Allah lo protegga. Lui e la sua dolce, flessuosa eleganza. La sua armoniosa e raffinata andatura.

mercoledì 18 febbraio 2009

AL TEMPIO DEI 14 FRATELLINI

Ho quasi finito il lavoro, ma mi attardo come mio solito su alcune immagini anziché accelerare i tempi come dovrei. La finestra dalla quale mi sembra di vedere i tetti di Nuova Delhi, per via di un certo taglio della luce. Quella di camera via che spinazza l'Hindu Kush innevato e i fumi del gasolio che sporcano il paesaggio candido. I rami di un melo che si è deciso venga tagliato e dove si posano gli usignoli della mia immaginazione, animaletti preziosi che in realtà snobbano Kabul. E ieri mattina abbiamo fatto una lunga passeggiata nel vecchio centro della città accompagnati da Jolyon Leslie, il responsabile della parte di ricostruzione architettonica dell'Aga Khan Foundation (che qui vedete ritratto da Romano Martinis mentre mi erudisce). Ma anche quello era lavoro. Le foto di Romano sono la chicca che mancava per disegnare questa città e i tesori nascosti che riescono a far dimenticare il suo dramma quotidiano.

Di lui, Jolyon, ho già parlato: ha scritto un bellissimo libro (The mirage of peace) per cui mi riprometto di cercare un editore italiano. Un occhio sulla guerra e sull'Afghanistan, raro e assai diverso dal mainstream e dunque importante da leggere. Vive qui da oltre vent'anni, parla dari con l'accento di Kabul, lo scambiano spesso per un nuristano (per via dell'occhio chiaro e il biondo capello) e si muove in questa zona della città come un pesce nei mari caldi. Passiamo da un paio di moschee in ricostruzione a vecchie dimore della buona borghesia mercantile locale, con ampi cortili e finestre di legno intarsiato. Ci vivono anche cinque famiglie e sono la riproduzione urbana delle strutture tradizionali che si vedono in campagna: muraglioni molto semplici all'esterno e, appena dentro, si apre la luce dell'arte nascosta dell'intarsio, della maestria degli antichi artigiani, di questi esperti ebanisti uno dei quali, Ghulam Ghaws, ci mostra con dovizia di particolari modanature ricalcate su modelli moghul. Ghulam passa parte del suo tempo dai venditori di legna da ardere, recuperando vecchie porte, finestre scardinate e tavole che portano la stimmata dell'antico nobile artigiano afgano, personaggio ormai in via di estinzione. Torna coi suoi tesori, Ghulam Ghaws, nel laboratorio-bottega di Asheqan (sorto per fare formazione a giovani falegnami che riparano queste antiche magioni) e si mette all'opera: pulisce, recupera, copia gli antichi disegni. Jolyon se la gode un mondo.
L'Aga Khan, oltre a far soldi con i telefonini e gli alberghi (è suo il famoso Hotel Serena), è il grande mecenate del recupero architettonico. Ma se non ci fosse anche la sensibilità di Jolyon...

Tra le tante maraviglia visitiamo l'hamam Shanasazi in piena ricostruzione. L'acqua viene portata a temperatura durante la notte in ampi vasconi di zinco da 20 mm di spessore e alti un metro e mezzo. Servirà il giorno appresso per i bagni della comunità, l'unico vero mezzo perché questa povera gente possa lavarsi. Non sono bagni turchi, ma un'arte propria di qui: piccole vasche negli angoli da cui ci si asperge addosso l'acqua calda, che scivola via felice negli scoli al centro del pavimento che sarà di marmo entro un paio di mesi. Anche per noi è un bagno di vita in questa parte della città apparentemente assai povera ma in realtà zeppa di piccoli e grandi gioielli. A saperli scovare.
Come il tempio di Asheqan we Arafan, la tomba dei due fratelli innamorati di cui mi riprometto di raccontarvi in seguito la storia. Ma c'è anche il mausoleo dei 14 fratellini che però, nel tempietto esagonale che ne protegge i sarcofaghi, appaiono solo in quattro. E gli altri dieci? Vengono fuori di notte, dice la leggenda, e chiacchierano con gli altri, che se ne stanno esposti alla preghiera durante il giorno. Luoghi di culto di cui ignoravo l'esistenza, vecchi santi - pir - che pregano in un angolo, meste teorie di donne velate che portano i figlioli e chiedono una grazia, giaculatorie per tenere lontani i gin, quei diavoletti dannati che ci fanno gli sgambetti. E infine la strana usanza di appendere i lucchetti ai lignei mosaici che contornano i mausolei nella loro parte interna, per grazia ricevuta. O sperata. Giri per Kabul e trovi Ponte Milvio.

martedì 17 febbraio 2009

L'ODORE DEL RITORNO E ANCORA IL GIGI


Il conto alla rovescia è già cominciato. Tra un po' si va.
Sono entrato ieri in un'agenzia di viaggio per comprarmi il biglietto di ritorno e sono rimasto investito da quell'odore particolare che hanno questi posti in Asia: moquette sempre lucidatissima, gran poster alle pareti, riviste gualcite e patinate. Un odore tipico di modernità, di un qualche stick vagamente ascellare, ineludibile profumo di kebab e anche un sotto fetore che aleggia sempre furibondo, cloache intasate e gabinetti che perdono.
Ma poi mi è venuto il dubbio che non si trattasse dell'odore delle agenzie di viaggio ma di quello del ritorno. Soprattutto se, tutto sommato, non ve ne vorreste andare. Già provato tante volte quando andavo a cercare i cheap flight , a Delhi o a Bangkok, con quella voglia mista di tornare a casa e il dubbio se non fosse meglio restarsene ancora fuori.
E' insomma un odore di memorie passate e persino future: di tutto quello che state aspettando di fare (riabbracciare i figlioli e tenerli stretti, rivedere amici, raccontare come vi siete rilassati in una città sulla linea del fronte), di tutto quello che avete fatto (giardini e bulbul di Babur, il lento inesorabile dolore della guerra, le mandorle del Kabuli palau) e di tutto ciò che ancora vi manca (vedere il gran buzkashi di Kabul ad esempio). Così dannatamente tanto...
Quell'odore, quelle immagini, son sparite subito, travolte dalla praticità dell'ovvio (Where do You want to go, Sir?) e da un appuntamento obbligato con seguito di chiacchiere e birrette. Ma chiudo qui anche perché vorrei segnalare, a chi ha avuto la pazienza di seguirmi, i bei commenti postati al ricordo di Gigi Notari, due bloggate più sotto. Non solo esercizio di memoria e dunque il racconto di com'era lui, il Gigi, e noi, allora. Ma soprattutto affetto. Che vorrei arrivasse anche al suo ragazzo e alla sua compagna. Fa piacere sapere che tanti gli volevano bene. Che non possono dimenticare quella sua faccia col ciuffo ribelle. E che hanno voglia, bisogno di dirlo.

lunedì 16 febbraio 2009

LETTE SUL GIORNALE


Le segnalazioni dalla stampa di questa settimana: l'ottimo riepilogo delle ultime vicende afgane (o americano-afgane) proposto dall'Economist e l'articolo di Al Jazeera sulla fine della tre giorni afgana dell'inviato speciale della casa Bianca, Richard Holbrooke. Il fatto rilevante è una dichiarazione congiunta Usa-afgana per evitare vittime innocenti tra i civili mentre l'altra novità è che anche gli afgani parteciperanno alla formulazione di una nuova strategia americana per l'Afghanistan. Una delegazione, capeggiata dal ministro degli esteri Spanta, andrà a Washington...Leggi tutto su Asia maior Dossier Afghanistan

domenica 15 febbraio 2009

GIGI, LA MINI E IL BIANCO SPRUZZATO


Oggi ho saputo che un carissimo amico della mia gioventù è morto, qualche settimana fa. Si chiama Gigi Notari e voglio ricordarlo con l'immagine che vedete accanto, una mini minor rossa. Auto cult ma, nel caso di Gigi, anche per un altro motivo. All'epoca, ero nei mie forse sedici anni, Gigi era già oltre i suoi 18 e... aveva la macchina. Era un bel ragazzo, dotato di una generosità fuor di misura, di una sottile ironia avvolta in un velo di tristezza abilmente dissimulata con battute e facezie. Gli piaceva parlare ridacchiando e ogni tanto la voce gli andava in falsetto. E comunque la sua ironia non era mai pesante, aveva un che di raffinatamente delicato, anche se ti stava prendendo in giro. Lascia un figlio e una compagna che ho conosciuto appena, l'ultima volta che l'ho incontrato nel bar che gestiva a Milano, dietro la Macedonia Melloni, quando era appena nato il mio ultimo nipote. Gli ho voluto bene.

Mi ricordo che una volta
ci ritroviamo all'Erika, un bar che aveva una certa fama nella Milano dei ruggenti Settanta. Era un buco fatto a L, con un biliardino, due tavoli rotondi dove si giocava a scopa e un bancone di lamiera anni Sessanta con losanghe di legno sul davanti, dietro cui c'era una misteriosa botola in cui scendeva il ”signor Gino”, autorevole e autoritario titolare di quel ritrovo di adolescenti che, da bar del liceo Carducci, era diventato poi col tempo un punto di riferimento per la sinistra milanese, per i frikkettoni India-dipendenti e per la “banda Bellini”, ossia quelli del Casoretto, un gruppo militar-militante che Philopat, scrittore meneghino, ha reso famosi con un pamphlet che ne ha decantato le gesta come si faceva ai tempi di Virgilio. Orbene era uno di quei pomeriggi sfessati che non sai cosa fare. Spleen come se piovesse, voglia di studiar meno che zero e nemmeno un collettivo da frequentare. C'erano, e una fotografia da qualche parte lo conferma, la Chiarina e il prode Guzman, un amico con cui ho condiviso le migliori ore di nulla facenza della mia altrettanto prode gioventù. E allora il Gigi dice: “Dai, andiamo a fare un giro...”. Botta di vita. E lui aveva la macchina.

La benzina costava allora 160 lire ed era alla portata persino di noi imberbi scolaretti di liceo. La gita fuori porta, verso le nebbie padane di un pomeriggio che poteva essere di metà novembre o metà marzo con quelle luci che alle quattro già preludono al buio, doveva passar per forza di cose da un'osteria. Credo che ne abbiam bevuti e penso che fossero soprattutto degli “uno in due” (Campari soda smezzato col vino bianco), oppure, se avevamo poca grana, degli “spruzzati”. Edizione lombarda del più noto spritz. A modo nostro un pomeriggio da leoni che prometteva, il giorno dopo, un quattro sul registro ma che consentiva di tornar a casa brilli e con la coscienza che si “...oggi ho vissuto”. “Confesso che ho vissuto”, come diceva il vecchio Pablo Neruda.

Ma lasciate allora, che in onore di Notari Gigi, padrone di una mini rossa e di una chitarra elettrica (altro must dell'epoca), ricordi come si prepara lo spruzzato. Ce ne sono diverse versioni ma la base è vino bianco secco (non spumante come fanno a Venezia). Ci si spruzza poi un po' di Campari, ma appena, tanto che il bianco diventi – nel miscelarsi lento e discendente del bitter -rubescente, anzi rosato e, se il lavoro era fatto per benino, ci andava anche una spruzzata di seltz, una sostanza ormai in disuso (anidride carbonica in pressione) che usavamo anche, sparandocela in bocca direttamente dal sifone, per produrci per qualche istante uno stordimento esilarante (ma questo è un altro capitolo, una scoperta di Luca detto “Topo”, anni dopo). Le altre versioni dello spruzzato prevedevano l'amaro (Fernet, ad esempio), o Aperol nell'edizione più zuccherina e disprezzata dagli alccofili. I raffinati potevano metterci del Carpano o, ancor meglio, il Punt e Mes.

Non so se sia un modo adeguato di ricordare Gigi. Per me lo è. E mi piacerebbe che lo fosse anche per suo figlio e la sua compagna. Era un grande il vecchio Gigi, per quella sua capacità, con quei due anni più di noi, di condurci per mano a imparar le prime cose della vita. Come un bravo spruzzato, ad esempio, in un altrimenti mesto pomeriggio autunnale della nostra acerba primavera.
Buon viaggio Gigi. Sono certo che lo stai facendo con la Mini rossa

sabato 14 febbraio 2009

SAMARCANDA 2 (chiacchiere e sangria)


Raccontare il nulla. E come si fa? Eppure nel nostro mestiere si deve saper fare anche questo. Un utile esercizio. Avevo promesso di raccontare l'avventura del “Samarcanda”, un locale che ha quarant'anni di storia e che aprì i battenti quando, sul regno d'Afghanistan, la cui lingua ufficiale era il francese (Royaume d'Afghanistan, donc allors), regnava felice e incontrastato re Zahir Shah.
Il locale è sempre stato di proprietà turca e ancora lo è. Ma la gestione ce l'ha un giovane afgano, Nadir, che ieri ha lanciato l'inaugurazione ufficiale del suo locale. Io e l'Ammiraglio però, il compagno ineludibile di queste sortite notturne, ci siamo andati dopo le dieci e mezza, come si conviene a due scafati navigatori di “chiacchiere e birrette”, titolo prescelto per questi giri by night dove io sono un semplice marò e al timone c'è ovviamente l'Ammiraglio. Ma non c'era un cane. Né turco né afgano, tanto meno internazionale. Pare che nel pomeriggio sia andata meglio.
Nadir dice che è stata la neve ma per la verità ammette che anche la vicenda dell'altro giorno, i tre attentati sincronizzati e ben organizzati dei talebani in città, ha ristretto le misure di sicurezza e a molti expat è stato forse vietato di uscire la sera. Possibile. E certo la neve, caduta copiosa sino a ieri pomeriggio (una manna per i contadini), non ha aiutato.
E dunque eccoci in un locale vuoto dove sono più i camerieri che i consumatori. Facciamo un giro di sangria leggera e beviamo un'etichetta nera per chiudere. Ripensando al 2005, anno che pare sia stato una manna per i locali: l'Elbowroom, tra l'ambasciata cinese e il compound dell'Onu, l'intramontabile Atmosphere, il raffinato Bistrot per il brunch del venerdi, adesso chiuso per un incendio avvenuto qualche tempo fa.

I tempi bui sono arrivati col fattaccio del Serena, quando, nel miglior albergo di Kabul, entrò un commando kamikaze la cui missione era uccidere il maggior numero di persone. Era il gennaio 2008 e il fatto segnò un salto di qualità preoccupante. Per la prima volta, e in maniera plateale, veniva preso di mira un sancta sanctorum della comunità internazionale, frequentato anche da generali afgani e da locali affluenti e influenti. Adesso si dice che anche l'attacco dell'altro ieri farebbe capo, queste le dichiarazioni ufficiali, alla stessa rete: quella di Jalaluddin Haqqani, un vecchio capo mujaheddin, molto vicino ad Al Qaeda e capo di una filiera che ha basi in Pakistan e una scuola di pensiero, anche militare, autonoma e molto inquinata da elementi non afgani. Allora il Serena fu attribuito a uno dei suoi figli e si parlò anche di “nuovi talebani”, una generazione di combattenti “giovane”, ideologizzata quanto basta ma anche legata alla mafia del narcotraffico.
Ma insomma. Al Samarcanda non c'era nessuno. Quattro chiacchiere però ci son scappate. Con sangria questa volta. Niente birrette.

venerdì 13 febbraio 2009

STRETTAMENTE PERSONALE


Cos'è un blog, questo mirabile strumento della moderna tecnologia virtuale? Ce ne sono di vario tipo, alcuni anzi fortemente specializzati (pensate al Politico americano) e che hanno ormai addirittura un peso, appunto, politico. Ma il mio blog non ha di queste velleità. Quando sono in servizio come cronista, ci ficco gli articoli che pubblico sui quotidiani o su Lettera22. Ma quando non sto facendo il giornalista, come mi capita in questo periodo, il blog è unicamente una condivisione di sentimenti personali. E' l'anima che viene fuori, più che il ragionamento freddo che un buon analista deve applicare a ciò che scrive. In questi giorni non ce lo trovate proprio il ragionamento freddo dell'analista. E se quello cercate, se cercate un'opinione dotta, perdete il vostro tempo. Conviene che giriate altrove.

Sto osservando Kabul come lo facevo negli anni Settanta, con la differenza che adesso c'è una guerra e io ho trentacinque anni di più. Non so se ho uno sguardo più smaliziato, più maturo o più conscio. Anzi mi sembra che no, ma che mi sia rimasta, come allora, la curiosità. E utilizzo il blog per dire le cose che non posso scrivere o raccontare quando scrivo, quando giro col taccuino per tentare di spiegare come va il mondo, quando sono obbligato a raccontare i fatti e, se possibile, a fornirne una chiave interpretativa. Ma adesso non ho proprio questa velleità. E tutto ciò che scrivo non è soltanto la messa in bella di un'opinione personale, anzi personalissima, ma anche la possibilità di lasciar affiorare i dubbi, le angosce, le gioie che su un blog si possono descrivere. In un articolo proprio no.

E' dunque la via d'uscita di cui ogni tanto c'è bisogno e che aiuta forse ad esser meno cinici e più umani. E' un buon esercizio per raccontarci prima di tutto a noi stessi, col rischio di diventar noiosi. E si, perché vedo dalle scelte recenti di chi mi legge, che va per la maggiore la sezione “Chiacchiere e birrette” e dunque domani aggiungerò un altro capitolo. Forse sarà più simpatico che non una dissertazione su questi splendidi pezzi di carta virtuale, che si possono condividere con chi ne ha voglia e che lasciano il tempo che trovano. Senza note, rimandi, citazioni. E il bello di internet è che potete girare pagina con un clic se ne avete abbastanza di svisceramenti personalistici. E dei conti che ognuno di noi fa ogni tanto col suo io. Sotto il cielo di Kabul, in questo caso.

Giardini di Babur, la foto è di Isabella Pierangeli Borletti

giovedì 12 febbraio 2009

L'OCCHIO DEL CRONISTA


L'occhio del cronista, se è serio, guarda ai fatti. E, se è bravo, ai particolari. Ma l'occhio dell'uomo vede soprattutto quelli. Non guarda, vede. E certe immagini son pugni sulla spessa crosta delle nostre abitudini. Un grumo di cervello rosso di sangue, schiacciato sul marciapiede. Lo vedo in Tv e mi soffermo su quello. E quel pezzo di materia organica, ormai senza vita, mi fa venire in mente l'essere umano che la doveva contenere.
Una strage di afgani è il bilancio di ieri, nel capoluogo dove la sicurezza regna come il mantra indissolubile che recitiamo ogni giorno. Forse trenta morti, compresi gli otto kamikaze.
Sicurezza. Penso soprattutto alla mia, naturalmente, rassicuro gli amici e vado a far somma con l'ossessione generale che accomuna la comunità di internazionali che vive qui. Ma loro, gli afgani? La gente che avremmo come mandato di proteggere?
I piani di evacuazione sono per noi. Le macchine blindate sono per noi. I cavalli di frisia, per noi, I blocchi di cemento per noi. E loro? Mi chiedo allora se ne sto facendo una questione di etica e mi dico che no, non sono un moralista. Lo so che il mondo è fatto a scale, o meglio a gradini, e che io sono appollaiato su uno dei più alti. E non ho nessuna intenzione di scendere. Ma sono qui, come migliaia di altri, allo scopo di difendere questa gente dal suo futuro e a proteggere i loro sogni obnubilati dagli incubi del passato. Oppure no? Non voglio affrontare un tema geopolitico, né grandi temi dello spirito, voglio solo dare una risposta a quella macchia di sangue senza nome. Ma adesso è tardi e si rischia di straparlare su un argomento che richiede rispetto come la morte altrui. Il rispetto che richiederei se quella macchia rossa fosse la mia.

mercoledì 11 febbraio 2009

IERI E OGGI

Non fai a tempo a dire che le giornate sono tiepide che scoppia un inferno: una macelleria che, alle tre del pomeriggio, fa un primo bilancio di una ventina di morti (la tv ha detto 8). Mi congedo subito, ma mi sembrava di cattivo gusto lasciare un post sul tepore primaverile quando venti poveracci (oltre cinquanta i feriti) ci hanno lasciato la pelle. Il ministero della Giustizia, dove si e' verificato l'attentato piu' rilevante con annessa sparatoria, sta appena a ridosso del mercato, in una zona piena di traffico e che formicola di gente a tutte le ore: signore con la sporta, bambini che vendono gomme da masticare, disoccupati e venditori ambulanti, vecchietti che aggiustano orologi... Mi spiace, ma la mia prima preoccupazione e' per questi dannati della guerra. Per quelli che stasera non tornano a casa o che aspettano il silenzio, senza aggettivi, della morte. Si fotta anche il dannatissimo tiepido sole di un'ennesima primavera che si annuncia gia' maledetta...

IL CIELO SOPRA KABUL

L'inviato della Casa bianca Richard Holbrooke sta per arrivare a Kabul. La città è in tiepida attesa. Si avete letto bene, tiepida. Non nel senso che se ne freghi, ma certo l'attesa non è trepida. Non ci si aspetta granché dall'inviato speciale americano perché il suo sembra più un tour per prender le misure che per dettar regole. Ci si aspetta semmai un incremento del traffico, strade bloccate e gipponi che scorrazzano facendo segni imperiosi agli incroci. Ma l'attesa è tiepida perché quella di ieri è stata forse la prima vera giornata di sole primaverile.
Iniziata male, con cielo grigio, si è messa bene verso mezzogiorno-l'una, in tempo per fare una passeggiata. Mi son venute in mente, dal profondo della memoria, certe mattinate in India, quando il sole non è ancora cocente e si respira coi polmoni aperti un'aria che ha un odore denso, anzi un sapore preciso, particolare, che si mescola a quel taglio speciale che prende la luce una volta che avete varcato a Istanbul la Sublime Porta. L'aria d'Oriente. Un misto di spezie e carbonella, benzina mal raffinata e profumo di nevi perenni. Mischiati a una luce trasversale che, come sapete bene, tra un attimo diventerà la lama affilata di un caldo insopportabile. Ma a 1800 metri questo rischio, di febbraio, non si corre. E per la prima volta forse oggi, o così mi è sembrato, la giornata si è allungata più del solito. Rimandando la notte.
Si può godere di queste cose anche in una città assediata, oltre che dai talebani e dai fantasmi di trent'anni di guerra, anche da un'opprimente paranoia? Si può. Basta scostare per un momento la finestra e aprire i polmoni e i ricettori sempre all'erta dell'anima e della memoria.

martedì 10 febbraio 2009

SAMARCANDA (chiacchiere e birrette)

Si chiama Nadir la giovane promessa del “Samarcanda”. E' il nuovo proprietario e non avrà più di qualche Natale oltre i trent'anni. Il viso è aperto, l'impegno è grosso. E' afgano ma con una vita vissuta negli States che gli marca irrimediabilmente la pronuncia e, potevi scommetterci, ha anche un'ascendenza italiana. Ha rilevato questo locale da poco e adesso bisogna lanciarlo. E' lunedì e non si batte chiodo e gli incassi del solo giovedì sera – il nostro sabato italiano – non bastano. All'ingresso c'è un guardione con una blusa turca e una pessima fama. Non della blusa, del locale. E turchi sono anche i cuochi. Il che è una buona promessa. Ma la fama... Quella è un altro discorso.

Al Samarcanda, bel locale tutto di legni e bambù, salone da biliardo e pista da ballo, ragazze asiatiche che appaiono e scompaiono con una ventata di tailandese memoria, c'era all'ingresso, così mi dice l'Ammiraglio, un deposito per le pistole. Che ora è scomparso. E il locale era, è, noto per i colli taurini dei contractor, muscoli e “manganello”, nel senso lato del termine. “Una rissa non ce l'ho mai vista – sibila Raffaele, l'Ammiraglio appunto, che è ormai il compagno precettato di questi giri notturni – ma la sensazione è quella”. Se sei da solo con una ragazza passi, “...ma se sono tre, come mi è capitato una volta, son guai. Non puoi nemmeno andare al bagno che una dozzina di muscoli con l'occhio lucido cominciano a tacchinare...”. Non stasera, certo. Qualche ragazzone dell'Est Europa gioca a biliardo. Altri due nell'angolo bevono una birra. Il tipo con le orientali è scomparso. E l'aria un po' mesta del feriale notturno del lunedi, un giorno che è quasi peggio delle domenica per i frequentatori delle oasi notturne, è tutto lì che ti sciagguetta lungo la schiena.

Se Nadir ce la farà, è una scommessa che vedremo. I locali, come da sempre nel mondo, passano di mano velocemente. E se ti dice bene tirano per un po' e allora, in quel preciso momento, come ai rialzi di borsa, devi vendere e cambiare perché poi, i vecchi del mestiere lo sanno, la parabola diventa discendente. Una lezione imparata a Paxos dove ho avuto il mio primo e ultimo locale. Forse per capire che non era per me quel lavoro faticoso ma anche eccitante quando sei tu, dall'altra parte del bancone, a offrire da bere a chi ti va. Ma qui siamo a Kabul, non nella Paxos rutilante dei suoi tempi migliori. E io non sevo più ai tavoli ma provo a raccontarli. Sul taccuino segno nomi e particolari, non commesse e ordinazioni. Adesso tocca a Nadir servire bene i suoi clienti e dimostrare che venerdì prossimo, tra happy hour e scotch a tre dollari, come ci ha promesso, sarà il suo tagliando di partenza. Non è il mio tipo di locale ma credo che ci tornerò. Mi incuriosiscono i cuochi turchi.

lunedì 9 febbraio 2009

L'OSSESSIONE DELLA SICUREZZA


Il tema della sicurezza è oggi l'argomento del giorno in Afghanistan. Faccio fatica a districarmici dentro e a capire i confini tra una paranoia ormai latamente dilagante, e un problema reale. Non voglio parlarne ora perché non ho le idee chiare, ma solo proporre un punto di vista. Noi occidentali pensiamo che la nostra visione sia quella corretta: abbiamo mezzi e coordinate per interpretare la realtà. E, ça va sans dire, gli strumenti son così perfetti che non si può sbagliare, come non sbaglia un navigatore satellitare. Ma certo anche quello è imperfetto: senza energia smette di funzionare. Oi, dove mi trovo?

Ora, nell'affrontare il tema della sicurezza, siamo sempre noi il centro del mondo. Mai gli afgani. Anche se siamo qui per garantirla a tutti, la sicurezza, ci preoccupiamo soprattutto di noi stessi. Credo invece che il dramma maggiore oggi lo viva il mio autista, il traduttore, quello che, al posto mio, va a fare la spesa. I talebani, mi sembra di capire, stanno lavorando sugli afgani non su di noi. Si certo a noi ci terrorizzano coi kamikaze. Ma la pressione sull'autista, il traduttore, la donna delle pulizie è enorme. Lavorate col nemico, siete nemici! Se mi sequestrano, io valgo un certo prezzo e inoltre, chi mi prende, sa che avrà addosso gli eserciti di mezzo mondo, i servivi segreti, la polizia locale. Uccidermi non conviene, rivendermi si. Se tocca a un afgano, il cui prezzo è quasi nullo? Vale come esempio buono per gli altri e dunque lo si può far fuori. Il mio autista torna a casa la sera in un quartiere senza luce, dove tutti sanno cosa fai, dove abiti, come si fa a scavalcare il cancello. Quanto ci stiamo preoccupando della sua sicurezza? Lui che è mille volte più esposto di me, di noi? Se mi metto nei panni di Ahmad, Nasir, Gul, mi vengono i brividi. E per farmeli passare non ci penso.

Mi concentro sul mio stupido percorso così superprotetto che in realtà finisce per concentrare tutti noi sempre negli stessi posti, esponendoci a un rischio più alto. Ma il vero rischio è sempre loro, degli afgani. Fuori del ristorante dove, al sicuro, rischio al più di finire sotto un tavolo travolto dallo spostamento d'aria, c'è quel signore che aspetta in macchina che io abbia finito. Persino quando cercassero di far fuori me, finisce che a pagar al mio posto c'è magari proprio Nasir. Vorrei, ma non so come, chiedergli scusa.

Kabul dal monte delle televisioni, giugno 2008. La foto è di R. Martinis

domenica 8 febbraio 2009

KABUL SOTTO I FERRI


E dunque l'operazione all'Esteqlal, come promesso.
Primigeniamente ero andato all'ospedale di Emergency per una visita di controllo. Mi ero scoperto un bozzo all'inguine e avevo pensato che, tra il mio inglese e quello di un medico afgano (senz'altro migliore del mio), il rischio era che non ci intendessimo bene e soprattutto che io non capissi la gravità o meno della cosa. Alberto, un chirurgo volontario, mi visita nel piccolo e lindo ambulatorio di quest'ospedale da guerra che ormai, e per fortuna, a Kabul opera soprattutto i numerosi disgraziati tirati sotto dalle automobili, le vere padrone di queste strade strette e polverose dove anche la presenza dei vigili sembra solo una sorta di arredo urbano, tale è il numero di infrazioni che vengono commesse.
Ora, Alberto, facendomi sentire colpevole di avergli rubato mezz'ora del suo prezioso tempo, mi spiega dopo la diagnosi che un'ernia inguinale è un'operazione semplice e anche rinviabile. Ma, con quell'aria sorniona propria dei chirurghi, la butta lì che si, certo, si può aspettare e che la cosa diventa grave solo se l'ernia si strozza. E allora si che son guai: operazione di emergenza e... zac, via un pezzo di intestino. Mentre mi racconta anodinamente i particolari dell'eventuale intervento, mi gira la testa e mi manca l'aria. Figlio dei floridi anni Cinquanta, in cui la chirurgia era anche un segno di benessere, ho passato la mia infanzia negli ospedali: tre volte le adenoidi, una le tonsille, appendicite, circoncisione e via via appena c'era un problema...zac, arrivava il chirurgo. Ricordo quell'odore tipico delle sale operatorie e gli incubi del protossido d'azoto, l'anestesia che si usava allora per cavare le escrescenze. Ricordo quel cerchio rotondo con la lampadina che usava l'otorino, la mascherina col “gas esilarante” (così era anche chiamato) e quelle pinze, forcipe nasale, che servivano a cavarti le sacrosante adenoidi che, adesso, te le metterebbero anche di plastica. Avevo giurato: mai più sotto i ferri. Omeopatia, medicina steineriana, tibetana, ayurvedica, erbe e agopuntura. Ma...ora sono a Kabul. Se l'ernia si strozza, se devo essere operato d'urgenza....?

Mi consiglio col mio amico Arif, il medico della Cooperazione italiana, forse la maggior risorsa del nostro paese a Kabul. Arif, afgano di nascita e italiano di adozione, è l'esatto equilibrio tra due mondi apparentemente inconciliabili: il loro e il nostro. Lui sta in mezzo. E' un pashtun fatto e finito ma è anche italianissimo nel modo di fare e pensare. E conosce – e perdona – i nostri vizi e le debolezze da signorine che abbiamo noi occidentali. Apprezza quel che c'è di buono in noialtri ed è spietato quando la nostra debolezza diventa arroganza e coglioneria, una merce che abbonda sul libero mercato di Kabul.
Gli chiedo consiglio e gli dico che, dovendo scegliere, non mi dispiacerebbe essere operato all'Esteqlal, forse il secondo nosocomio della città. Per tre buoni motivi: il primo è che c'è lui a sorvegliare come andranno le cose. Il secondo è che conosco il direttore e l'ospedale funziona bene, anche grazie al lavoro di Arif che ne ha curato, con due validissimi tecnici – l'intransigente ma adorabile ngegner Prestini e il fido geometra Billa – la ristrutturazione. Il terzo motivo è ideologico. Sono un libertario ma non un liberista. Confido nelle strutture pubbliche, detesto le cliniche private e non mi va di chiedere a Emergency, che è un ospedale italiano, un favore. Anche perché mi sembra corretto fidarmi degli afgani, la gente che mi ospita in questo paese. Sono anche convinto, e i fatti lo confermeranno, che avranno un occhio di riguardo proprio per questo. Melmastia (ospitalità) è una regola ferrea del pashtunwali, il codice di condotta tribale dei pashtun ma, come che sia, nei paesi musulmani l'ospitalità è un dovere e, in Afghanistan in generale, questo concetto vale doppio: se sei accettato come ospite, si fanno in quattro per te, persino se sei ricercato dalla polizia. Un concetto che aiuta a capire tante cose.

Ali Eshan, il direttore e il chirurgo che mi opererà, sembrato entusiasta. Lo decide sui due piedi, il venerdi mattina alle 9. “Sei a digiuno? Beh, allora non mangiare né bere. Vieni alle 14 che oggi è venerdi e son di turno io. Al pomeriggio non c'è granché da fare. Ti operiamo e la sera sei a casa”. Detto fatto. Mi accolgono nella piccola saletta dei medici. Sono gentili. Io mi cago sotto e mi dà un fastidio tremendo che questi fieri medici, che ne vedono di ogni, si accorgano che questo fighetta milanese se la sta facendo addosso. Ho freddo ma in realtà la stanza è riscaldata. E' la mia reazione nervosa. Fanno i prelievi, misurano la pressione, compilano la cartella, bucano l'orecchio per vedere il tempo di coagulazione, mi infilano la flebo. Mi chiedono dei miei due figlioli. Vengono continuamente a darmi un'occhiata e a visitarmi. Mi palpano e ripalpano, una manualità che mi ricorda il dottor Viviani, il nostro vecchio medico condotto – un sant'uomo di grande umanità – quando veniva a casa per la pertosse o il morbillo. Una cosa che non esiste più, bypassata da tac, tuc e tic, le macchine onnipotenti che hanno sostituito – più certe, più sicure, infallibili – ciò che faceva dei medici delle persone complete. Degli stregoni moderni, come dice Edgard Morin, in grado di “sentire” e vedere il male. Anche quello occulto: osservando le vostre occhiaia, il colore della lingua, l'umida diagnosi delle mucose, la risposta alle domande nel fondo dell'iride. Ricordo un medico tibetano che, dopo i polsi, completava la diagnosi assaggiando una punto della vostra urina. E comunque qui di macchina non ce n'è o se ce n'è, non certo per un'inezia così. Un colpo di tosse e sentono l'ernia. Diretta pare. Operazione semplice. Ecco il pigiama e via in sala operatoria. Che Dio me la mandi buona....e si, perché il fighetta si è accorto che, sul tavolo operatorio, la tela che ricopre il metallico giaciglio è piena di macchie scure, come i camici dei medici del resto. Certo, li tirano fuori da cilindri per la sterilizzazione, ma non sono le linde tuniche dei medici in prima linea di E. R. e nemmeno quelle degli ospedali italiani, usa e getta. Mi viene la paranoia

I dubbi ti vengono tutti adesso, caro amico mio, che sei sul tavolo e l'anestesista sta preparando l'iniezione. Ti mettono un telo davanti agli occhi e potrai solo vedere lo spicchio di stanza con le loro facce da assassini e macellai e l'orologio lì, sulla parete, che scandisce un tempo che non passa. C'è anche Arif, poveretto lui, che si è fottuto la domenica (cioè il venerdi) per farmi coraggio. Il dottor Ali Eshan è impassibile, perfetto, tranquillo. Sembra il capitano sulla tolda della nave. Nave afgana in un paese dove non c'è il mare. Iodio, bisturi e via. E' cominciata. Guardo l'orologio. Sono appena intontito, mica quelle pere di valium che ti fanno sognare. Sento i commenti, che non capisco, e che Arif mi tradurrà poi: “dicono che la vostra anatomia è diversa: più semplificata e dunque che l'operazione è risultata più facile. Una stupidata”. Ride. Ed è finita. Ali sta cucendo. Non ho sentito il minimo dolore, il minimo fastidio. Son passati 40 minuti e anche il freddo se n'è andato. Sei sopravvissuto vecchio mio. Guarda, non sei morto. Sei solo un po' intontito e hai superato la prova. Ora chiudi gli occhi, sei a posto col fisico e con l'ideologia. Hai fatto l'operazione all'ospedale di stato, come un afgano qualsiasi (bhe non proprio, visto che mi hanno trattato coi guanti bianchi). Adesso rilassati. Pensa a quella bella fanciulla che ti piacerebbe ti tenesse la mano e che al tuo risveglio ti potrebbe portare del tè verde senza zucchero...Fingi e lascia che la finzione si trasferisca nel sogno. Buio.
Alle sette l'autista è già fuori che ci aspetta. Cammino già fino alla macchina. I medici mi sorridono, gentili, vagamente ironici. La notte è buia, fuori. E profonda. E per la prima volta in vita mia sono contento di aver passato un pomeriggio in una sala operatoria. E il paziente ero io. Esteqlal, ospedale distrettuale di Kabul, Afghanistan.

sabato 7 febbraio 2009

SOPRAVVISSUTI TRA CHIACCHIERE E BIRRETTE

Coquilles Saint Jacques a Kabul? Ma certo che le potete gustare. A parte la fine del conflitto, qualcosa che tutti sembrano cercare ma che nessuno sembra veramente voler trovare, tutto il resto è a disposizione in questa città, tranne il sambal oelek, una salsa di peperoncino indonesiana di cui sono ghiotto. Anche dunque un menù raffinato “fronscese” se siete di quegli expat (espatriati) impenitenti che non riescono a stare troppo lontani dai sapori di casa (vi è mai capitato che, appena arrivati finalmente nel luogo esotico dei vostri sogni, il gentilissmo ospite cui non potete dir di no vi inviti immediatamente nel classico “O sole mio” a mangiar la carbonara?).
La sera, la scelta non è esagerata ma neppure troppo contenuta. I ristoranti non mancano e si dividono in due categorie: quelli per farvi sentire a casa e quelli per farvi dimenticare cosa è oggi l'Afghanistan, lasciandovi immaginare cos'era o com'era ai tempi di Amanullah Khan o durante le tre guerre anglo-afgane. Ma anche questo è oggi l'Afghanistan: un sogno ad occhi aperti piluccando cibo. Il mio locale preferito è il “Sufi”: ambiente classico e di molto gusto, afgano d'antan. Si mangia molto bene e accovacciati come si usa in questa fetta di mondo. Si può bere vino e i prezzi sono contenuti. L'atmosfera è calda e accogliente e non avete esattamente l'idea di vivere dentro una bolla d'aria fabbricata ad arte per voi. Siete gente normale che va di ganasce anche se, ma questo vale da Roma a Lima passando per Giacarta, alla fine il vostro conto sarà l'equivalente di 10-12 giorni del salario di un bracciante agricolo. Solo due però se coltiva oppio.

Quello che detesto si chiama invece “Boccaccio”. Niente da dire sul locale (il mio amico Raffaele ci va perché può bere la Sambuca “con la mosca”), aggraziato e con una discreta offerta culinaria, pulito e lindo e così poco afgano che persino le cameriere (cioè l'impossibile in questo paese) sono esse stesse expat. Tanto che quando viene il mio turno di essere servito, alla richiesta di una birra, mi fanno sempre osservare che agli afgani non è consentito bere in questo locale. E per farlo devo esibire il passaporto come ai posti di blocco (esagero, basta solo dirlo e si fidano). Al Boccaccio siete così lontani dall'Afghanistan che finalmente siete tornati a casa: avrete da ridire sulla consistenza della pizza e sulla cottura della pasta ma, via, a Roma può capitare di peggio. E dunque se desiderate essere, anche a tavola, nella sala di rianimazione internazionale siete serviti.

Il dopo cena non serve molte scelte. Per vedere i contractor ubriachi gonfiare i loro colli taurini, bisogna andare al "Gandamak" (dal nome di un'antica battaglia anglo-afgana del 1842 da cui si salvò solo il dottor Brydon, l'uomo a cavallo che vedete ritratto), sorta di pub o american bar simpatico verso le 13, quando non c'è nessuno. Se vi piacciono le luci, i soffitti bassi e il sudore, fa per voi. Ma io personalmente preferisco l'"Atmosphere", chiacchiere e birrette, ambiente spazioso e un grande camino centrale. Gestito da francesi con alterne fortune, vessato dagli allerta sulla sicurezza, l'Atmosphere è un luogo onesto. Sapete di essere nella nicchia e nel piccolo ghetto riservato a chi può spendere 12 dollari per una bionda e un blended on the rocks. Ma all'Atmosphere il ghetto/nicchia esiste solo per questione di censo, come ovunque nel mondo. E non è difficile trovarci qualche locale e non solo dietro il bancone. O qualche afgano nato nella bella Europa e poi tornato qui magari di recente a fare affari.
Buona parte dei suoi avventori lavora per Ong, ambasciate, università o in quel bizzarro mondo del lavoro più o meno inevitabilmente collegato con la guerra, o con le esigenze di una presenza internazionale quantitativamente importante. Americani pochissimi. Un angolo di Vecchia Europa che vi fa sentire , se non esattamente a Parigi, da qualche parte nel Vecchio continente. Non di meno, fuori dal locale, un ampio quadrato dalle pareti rosse che virano al bordeaux e una scelta di liquori e anche vini accettabile, c'è un bellissimo giardino afgano e persino una piscina. E il ristorante è discreto, in un'ala separata. La sicurezza, obbligatoria, si dipana attraverso due stanzette eminentemente afgane, sufficientemente sporche e malconce da farvi sentire a casa. Se vi piace stare a Kabul, intendo. Ma se non vi fidate di quel che dico date un'occhiata alla lunga lista di recensioni che il blog del ristorante allega a una lunga galleria fotografica, al menù e a una simpatica pagina di Acceuil.

Today Photo Credit

venerdì 6 febbraio 2009


Istiqlal, o Esteqlal (Indipendenza), è uno dei principali ospedali di Kabul. Dove, settimana scorsa, sono stato operato di un'ernia inguinale. So che a un lettore di blog può davvero importare poco la mia condizione fisico anatomica e infatti non pensavo di parlarne. Ma diversi amici mi hanno invitato a raccontare l'esperienza. Cosa che faccio volentieri adesso che ho letto che in Italia i medici devono denunciare gli ammalati clandestini che si rivolgono a loro. Bella dimostrazione del giuramento di Ippocrate declinato come un manuale di polizia giudiziaria!
E cosi mentre noi sbattiamo le porte in faccia a chi viene da un altro paese, io sono stato trattato come un principe, curato con attenzione, lavorato come un ospite più che come un paziente. E sono contento di aver dimostrato fiducia in un'istituzione pubblica anziché ricorrere a una struttura privata. E fiducia in questi medici dalla grande umanità. Ma oggi è venerdì, festa qui da noi, e sto andando al Museo nazionale in allegra compagnia. Domani il seguito, se avrete la voglia e la pazienza di seguirmi
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giovedì 5 febbraio 2009

L'ANIMA IN UN TE AL LATTE ALLA PACHISTANA


Saper raccontare e’ un’arte complessa. E poi raccontare cosa? Ci sono giorni in cui anche una citta’ sulla “linea del fronte” non racconta nulla. Eppure ce ne sarebbe: arrivato Ban Ki-moon, gia’ qui il capo supremo della Nato, forse in arrivo anche Holbrooke nei prossimi, dopo la sua tappa indiana (qui le visite si fanno sempre a “sorpresa”). Eppure ci son giorni che non raccontano nulla. E non e’ dunque il flusso delle notizie, sempre incessante quaggiu’, non gli spunti che offre uno splendido paese, tra cappelli qaraquli e gran buzkashi, ne’ le miserie di una guerra infinita che a volte forse finisce a pesar anche sull’anima di chi, come noi, ne sta fuori tra mille privilegi: la luce, l’acqua calda e tre pasti con pus cafe’, come lo chiamava il nonno di un mio caro amico.
Il fatto e’ che a volte siamo semplicemente noi che non raccontiamo nulla, che siamo anime di marmo vagolanti in uno spazio che ci sfugge e che, compressi da un tempo indeciso (se nevicar, piovere o far bello), cerchiamo di tirar fuori – come sto facendo io adesso - il sangue dalle rape anche quando non viene.
So bene quel che avrei voluto fare. Prendere una persona per mano ed entrare in un luogo accogliente, sdraiarmi sul tappeto e parlar con lei. Del nulla o di quel che succede. Sorseggiando te verde o, perche’ no, te al latte come lo fanno in Pakistan. Ecco, forse posso raccontare di come lo prepara il mio amico Arif, due lustri passati a fare il medico nei campi profughi, a sanar sofferenze tra malaria e tubercolosi. La’, verso Peshawar.
Fate dunque bollire il latte. Molto, molto zuccherato. Aggiungerete te nero di Ceylon quando il latte bolle, cosi’ che anche il te ne sia sopraffatto. E abbiate cura di metterci un po’ di cardamomo, ma appena un soffio. Anche solo le bucce di quel prezioso e profumatissimo seme. Scolate questa miscela in una tazza o in un bicchiere di vetro e magari, se avete quell’indica abilita’, fatelo precipitare dall’alto verso il basso, passandolo da un bicchiere a un’altro, perche’ la miscela si amalgami in questo bizzarro rovesciamento astrale. E’ un movimento rapido, come girar nella padella la frittata. E piu’ e’ rapido, e maggiore e’ la distanza tra un bicchiere e l’altro, meno liquido sverserete. Nemmeno una goccia.
Noterete poi che il te, lasciato riposare, si “macchia” in superficie di una leggera patina, che si fa subito pellicola. Bevetelo finalmente e, se siete stati in Pakistan o in India, lasciatevi guidare da quel sapore. Che oggi, anima dannata, mi trascina via da Kabul.


Today Photo Credit

mercoledì 4 febbraio 2009

QUEL CHE ABBIAMO IN TESTA

Alla persona cui i capelli cominciano a cadere o ad imbiancare, si addice in Afghanistan portare un copricapo: calottina di cotone o di lana, turbante di varie fogge, pakol - feltro cari ai montanari - o il piu’ raffinato qaraquli (nero, marrone, grigio cenere) che qui vedete indegnamente portato dall’autore di questo blog. Una volta il cappello, o il turbante, lo portavano tutti. I giovani sempre di meno adesso, usanza del resto perduta anche da noi. Almeno nella capitale. Il qaraquli e’ il tocco che e’ solito portare il presidente Karzai e in genere i notabili di questo paese. Infatti, non tutti possono o sono soliti portare il qaraquli, fatto con la pelliccia della pecora qaraqul e con pelliccette piu’ o meno giovani e piu’ o meno pregiate di questi poveri bellissimi animali.

Nel caso di questo particolare cappello, sapere come viene prodotto, nelle sue fogge piu’ prestigiose, vi fa passare la voglia di acquistarlo anche se il prezzo ne determina, oltreche’ il valore, anche la sua origine. Piu’ o meno drammatica.
Per ottenere pellicce piu’ pregiate, i piccoli qaraqul (la cui lana e’ anche chiamata da noi astrakan o di agnellino persiano) vengono fatti nascere prematuramente con tre settimane di anticipo, cosa che si ottiene assetando la madre per due o tre giorni e poi somministrandole una soluzione di acqua e sale che provoca il parto. Poi il piccino viene subito ucciso e la sua pelliccia, morbidissima, diventa un copricapo. Non e’ certo il caso del mio, costato venti dollari, ma certo di quelli assai piu’ cari, fino a mille dollari, e ricoperti con la lana dei giovanissimi qaraquli prematuri. Il mio, proprio per il suo costo, spero proprio non provenga da una simile pratica ma certo e' pur sempre fatto con una pelliccia. Posso solo sperare che provenga da una morte naturale (il che dev'essere abbastanza comune), ma mi rendo conto che sto solo cercando di di giustificare l'incauto acquisto.
Non tutti dicevamo possono e sono soliti portarlo. Intanto (aihme’) ci vuole l’eta’, e poi lo status sociale. Un khan dunque porta il qaraquli. Ma non e’ solo una questione di denaro e anzianita’, quanto di rispetto. E proprio per questo fatto, proprio per via del qaraquili, vengo spesso scambiato per un locale. E mi fanno un gesto di cortesia che a volte e’ utile, in questo paese, per passare inosservati. E, senza troppi intoppi, i posti di blocco.

La foto in alto e’ di Isabella Pierangeli
Quella piu’ sotto, con turbanti e pakol, e’ di Romano Martinis

martedì 3 febbraio 2009

IL PAPAVERO E' ANCHE UN FIORE


Buone notizie dal fronte della lotta agli supefacenti: l’Unodc, l’agenzia per la lotta al crimine e alla droga, ha annunciato a Kabul che gli ettari coltivati a papavero sono diminuiti in Afghanistan. Ma e’ veramente una buona notizia? E no, proprio non lo e’. Lo stesso Unodc spiega perche’.
Tanto per cominciare si tratta di previsioni. Comunque nel 2009 l’area coltivata dovrebbe ridursi effetivamente di un quinto (cioe’ un 19% in meno) e passare a “soli”157mila ettari contro il record del 2007, che fu di oltre 190mila. Ma, ecco il pero’, la resa per ettaro aumenterebbe da 42,5 chili a 48,8 cosi che la produzione scenderebbe solo del 6%.

lunedì 2 febbraio 2009

LA SOTTILE LEGGEREZZA DEL ΠΡΑΓΜΑ



Era ieri e dicevamo che avremmo liberato questa terra dall'oscurantismo talebano. Se girate per Kabul, questa è una città dove i chierichetti del kalashnikov non godono di consenso. Ed è anche il motivo per cui questa città ci sopporta. Ma da qualche giorno, sulla stampa americana o nelle analisi di qualche rivista di intelligence, si fa strada una nuova teoria. Ma che ci importa se l'Afghanistan diventa talebano, purché, ben inteso, smetta di dar rifugio alla banda di jihadisti di Al Qaeda? Sacrificati sull'altare del pragmatismo, i buoni principi finiscono sempre per lasciar spazio al diavolo. E negoziare con lui ci potrebbe anche stare, è anzi, forse, l'unica via. Ma qui si suggerisce altro.

Se Karzai non ce la fa va bene anche mullah Omar. Basta che ci lasci stare, che non si metta in testa il jihad globale. Il jihad globale è la teoria dei qaedisti e a me pare che abbia poca presa da queste parti, se mai l'ha avuta. La fortuna delle teorie di Osama bin Laden fu la guerra al terrore. Bin Laden aveva forse capito o intuito che solo una forte reazione americana avrebbe convinto i “tranquilli” talebani, gli arcaici pathan del Pakistan, gli sgarrupati mujaheddin di Jolo, i mercenari arabi al soldo di Khartum e gli islamisti minoritari di Giava, che la guerra poteva solo essere globale. Non credo che abbia mai avuto speranze di poter influenzare Hamas ed Hezbollah, eserciti di liberazione nazionale già ben strutturati. Rivendico di averlo pensato sin dal bell'inizio. Ora che anche i talebani sono tornati ad esserlo - un esercito di liberazione nazionale guidato dall'obiettivo di cacciare l'invasore - le tesi di Al Qaeda appaiono in affanno. Perché i qaedisti sono dei “fuochisti”, per usare un vecchio termine, non dei leninisti. Dunque un accordo segreto potrebbe profilarsi...

Quando penso alla nostra presenza militare mi dico che, con tutti i dubbi che riguardano il suo controverso mandato, la catena di comando, la confusione di ruoli, è qui per evitare la discesa nel caos, per citare Rashid. Tutti sanno ormai che una soluzione militare al conflitto non c'è, ma non riesco a pensare che si possa con cinismo abbandonare l'Afghanistan al suo destino. Non dico che qualcuno lo stia proponendo, ma vedo profilarsi l'ipotesi. Lo noto da osservatore, abituato a leggere tra le righe e a capire quando un'idea viene sottilmente soffiata sul piatto perché noi giornalisti la propaghiamo come fanno gli uccelli coi semi. Mi viene allora una grande tristezza che si somma all'angoscia di veder nelle strade della capitale aumentar ogni giorno il numero dei mendicanti. Non mi sono mai sconvolto più di tanto per il burqa, un'usanza che a me pare barbara tanto quanto l'orribile vestimento che i sauditi impongono alle loro donne. Mi viene su la bile piuttosto quando vedo che, alla battaglia dei principi, si sostituisce mellifluamente la pratica oscura del pragmatismo che strappa il velo di un'ipocrisia mascherata dai buoni sentimenti. E che ciò si, assai più del burqa, negherà i diritti su cui questi principi sono fondati.

Amo questo paese e non so perché. E' una bella donna senza un filo di trucco coperta di stracci e che non si lascia toccare, ma vi ruba il cuore. Voi lascereste la vostra amata nelle mani di un bruto? Per quel che mi riguarda farei il possibile per evitarlo.

domenica 1 febbraio 2009

QUANDO KABUL CONQUISTO' DELHI


L’impero moghul fu, scrive lo storico John F. Richards (“The Mughal Empire”nella collana della storia della New Cambridge India History of India), uno dei piu’ vasti stati centrali del mondo premoderno. Richards fa iniziare l’impero nel 1526 e lo fa finire col collasso delle sue strutture nel 1720, benche’ l'impero in quanto tale sia sopravvissuto fino al 1800. Ma sull’inizio non v’e’ dubbio: nel 1526 Babur vinceva nella battaglia di Panipat il sultano di Delhi Ibrahim Lodi e conquistava l’India. A lui, e a suo figlio Humayun, si deve l’inizio dell’era turco mongola nel subcontinente indiano. Ma da dove veniva Babur?
Zahiruddin Muhammad Babur (1494- 1530) all’eta’ di 14 anni – quella di mio figlio Giovanni - era gia’ asceso al trono di Fergana, in Asia centrale. Ma la sua sede sara’ presto Kabul dove riposa, per suo volere, nei grandi giardini della capitale detti appunto di Babur. Era figlio del signore di Fergana la cui discendenza derivava da Timur lo zoppo, Tamerlano, mentre sua madre discendeva da Gengis Khan. Questo abile condottiero, che doveva cosi'dare vita un impero tuco mongolo, era dunque un uomo venuto dalla ricca pianura del Fergana e si dice che il suo sogno fosse in realta’ la conquista di Samarcanda, che aveva due volte preso e due volte perso, l’ultima delle quali, e per sempre, nel 1501. E’ nel 1519 che comincia a pensare seriamente ad espandere i suoi possedimenti a Oriente. E il 17 novembre del 1525 inizia la sua vittoriosa spedizione. Dopo tre grandi battaglie insedia ad Agra la capitale.
Si racconta che abbia fatto della strada tra Agra e Kabul la grande arteria commerciale che doveva collegare la sede dell’Impero alla citta’ che gli era rimasta nel cuore. E che, su quell’asse lungo 1500 chilometri, abbia voluto piantumazioni regolari che la ombreggiassero, stazioni di rifornimento (caravanserragli), posti di polizia, luoghi di preghiera, pozzi e locande. Persino funzionari in grado di compiere esercizio di magistrati.
Ho visto la sua tomba, piccola e di marmo bianco, oggi cintata da mura ma esposta alle intemperie, come lui stesso aveva ordinato prima di morire. Forse anche il grande Babur aveva pensato, dopo aver conquistato le cose del mondo e abitato al riparo di colonnati giganteschi e decorati, che alla fine della vita nulla e’ migliore di un cielo stellato...
Ma come lui ben doveva sapere, in Afghanistan e’ difficile riposare in pace. La guerra e’ passata anche nel luogo dove Babur aveva deciso di dormire il suo sonno eterno. Alcune lapidi sono traforate dalle pallottole dei mujaheddin, tranne una: quella che porta una scritta coranica e che, per fortuna, miracolo o sacro rispetto, i proiettili della feroce guerra civile degli anni Novanta non hanno nemmeno sfiorato. Sara’ pur recente leggenda, ma la stele e’ li’ da vedere. Senza neanche una scalfittura.

L’immagine: "Sjah Barboer", ossia Babur, in un incisione tratta dai libri dell’autore olandese Francois Valentijn ("Landbeschrijving" 1726)