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martedì 31 marzo 2009

SDRAMMATIZIAMO...

Ebbene si, anche noi diamo notizie soft. Pare che Minnie, domenica sera, abbia accettato l'invito di Mickey per il ballo annuale della polizia.
Mickey il topolino è, dicono le cronache, al settimo cielo. Rischiava di andarci da solo.
Tutt'al più col fido Manetta e di passar la serata, anziché a ballare con l'adorata Minnie con la punta delle scarpine rosa, a chiacchierare col vecchio Basettoni. E' una notizia che, seppur in ritardo, vi diamo con vero piacere

lunedì 30 marzo 2009

BULBUL PRIGIONIERE A KABUL



La drammatica storia di Parwin Mushthal a cui gli islalmisti hanno ucciso il marito. La sua colpa? Essere l'usignolo (Bulbul, dal titolo del serial televisivo in cui appare in Tv) di una nuova stagione afgana. Che resta vietata alle donne

“Ho visto mio marito in terra, con il volto pieno di sangue. Non mi hanno lasciato avvicinare al suo corpo ma si poteva vedere che gli avevano sparato più colpi. Non ho potuto che piangere e gridare...”. in Parwin Mushthal, attrice afgana originaria di Khost, volto noto della Tv nazionale, parla nel microfono del BBC World Service's Outlook, uno dei tanti contenitori dell'emittente britannica che ha anche servizi in dari e pashto, le due lingue principali dell'Afghanistan. Racconta alla radio la sua storia tragica, purtroppo non molto dissimile da molte altre storie di donne afgane. La sua è solo l'ultima in ordine di tempo ma non sarà probabilmente l'ultima in assoluto.
Parwin è una delle poche, pochissime donne afgane che appare in televisione, al cinema, in teatro. Una sfida all'intransigenza di un paese libero solo sulla carta ma dove il peso della tradizione e della consuetudine più retriva continua a pesare. Anche nella capitale. A lei il suo lavoro è costato minacce e avvertimenti ma, soprattutto, la morte del giovane marito di 39 anni, che faceva il taxista a Kabul dove aveva seguito la moglie e la sua carriera. Le donne come Parwin non piacciono ai talebani ma nemmeno agli integralisti religiosi che siedono in parlamento. E nonostante proprio il parlamento abbia adottato nel 2002 una Costituzione che garantisce a tutti uguali diritti, la presenza di donne in Tv, nei notiziari o nei musical, ha avuto a che fare con sentenze dell'alta corte, proteste di parlamentari e minacce degli islamisti. Non solo talebani...Leggi tutto su Lettera22

domenica 29 marzo 2009

IL MESTIERE DI SCRIVERE

Con una certa riluttanza ho accettato di fare alcune ore di insegnamento alla Scuola di giornalismo della Fondazione Basso, a Roma. Non ho potuto dire di no a Linda Bimbi, che regge le sorti della Fondazione, e tanto meno a Maurizio Torrealta, uno dei giornalisti italiani che stimo di più e che la scuola dirige. Ma...

La riluttanza era dovuta al fatto che l'insegnamento è forse il lavoro più difficile e complesso che si possa fare. Non richiede solo nozioni e competenza,
ma la capacità di trasmetterle, oltre a una buona dose di iniziativa per evitare che i vostri allievi comincino a sbadigliare segnalandovi che non ne possono più delle vostre chiacchiere. Infine, insegnare che cosa? Per fare il nostro mestiere basta sapere l'italiano ed essere abbastanza onesti intellettualmente da voler raccontare la verità, o almeno quella che vediamo e percepiamo. Certo, un buon giornalista è un'altra cosa. E' innanzi tutto, come si dice, la sua agenda di numeri di telefono. Ma il mestiere si impara in fretta. Una scuola può darvi una buona formazione giuridica, storica, in parte letteraria. Ma poi il mestiere si fa col notes e l'esercizio quotidiano. Che affina anche lo stile: il proprio stile. Quello per cui di un bravo giornalista amate anche quell'amabile scorrere delle parole, un piacere mentre leggete e vi informate.

Sono stato fortunato
e ho avuto una classe di “ragazzi” (li chiamo così ma sono adulti fatti e finiti) che mi hanno sopportato per l'intero ciclo e, alla fine, dopo qualche ora di teoria (in cui mi sono fatto supplire da Lucio Racano, un giornalista di agenzia che conosce la lingua meglio di me e che ha insegnato loro le quattro regole d'oro che bisogna conoscere) siamo andati sul pratico, l'unica arte che io davvero conosca. Col tempo ho scoperto che è solo scrivendo che si impara a scrivere. Rileggete il pezzo e vi accorgete che non va, non scivola e mancano alcune cose essenziali. E se lo rileggete il giorno dopo, sarà ancora più insoddisfacente. Ho imparato a rileggere le mie cose finite almeno due volte e, se ho tempo, almeno tre, mettendoci in mezzo un panino o una chiacchiera o una birretta, per interrompere il flusso dei pensieri e vedere i refusi.

Ma in questi tempi galeotti e oscuri, nei quali una nube sembra oscurare un'orizzonte incerto, ho cercato di tramettere ai miei ragazzi (che vedete nella foto) l'idea che è necessario essere flessibili e saper scrivere per chiunque. E non solo perché le notizie sono sempre le stesse. Perché il nostro mestiere sta cambiando: al reporter si sta sostituendo il webter (web reporter) e al televisivo si va sostituendo il tuttofare che filma, scrive, monta. Nella nuova catena di montaggio editoriale (la cui trasformazione si è capita con l'espulsione dal mercato dei poligrafici) il giornalista è il nuovo operaio di una macchina complessa che lavora sempre più in regime di semi schiavitù (una cosa di cui il sindacato non sembra essersi accorto). Dunque bisogna adattarsi. Ma con la schiena dritta. Anche questo ho cercato di dire.

Non rinunciate mai alla vostra passione, alla curiosità delle cose del mondo, e soprattutto alle vostre idee. Anche se dovrete scrivere (non ve lo auguro) per un giornale che vi fa pietà. Impossibile? No, possibilissimo. E anche il blog darà una mano. Palestra di pensiero libero. Oggi forse più letta dei giornali

sabato 28 marzo 2009

OBAMA, L'AFGHANISTAN E IL GASOLIO

A Kabul hanno cambiato gli orari per i rifornimenti di gasolio da quando, di fronte all'ambasciata tedesca, un kamikaze si è schiantato contro un'autocisterna che tutti i giorni, alla stessa ora, andava a rinfilare carburante nei depositi della base americana dirimpettaia. A volte nemmeno l'intelligence più raffinata del pianeta arriva a pensare che la prima cosa da evitare siano orari e spostamenti fissi... L'effetto è che adesso il traffico cittadino è così intasato da provocare maledizioni costanti. La chiusura della strade del centro, per garantire gli approvvigionamenti di gasolio che mandano avanti frigoriferi o riscaldamenti, auto di servizio e generatori, ha fatto insorgere molti editorialisti. Possibile, ha scritto uno di loro, che in questa città ognuno possa decidere quando chiudere la strada pubblica per i suoi comodi?

Vista dalla strada, sia quella della capitale sia quella di un villaggio, l'annunciata svolta di Obama per ora non significa nulla. Se non che 21mila soldati in più, fossero anche “non combattenti”, saranno anche qualche migliaio di veicoli e autocisterne in più. “I sovietici – commentava con noi un cittadino della capitale – avevano il buon gusto di fare le caserme in periferia”. Noi invece abbiamo scelto il centro città. Che ormai, ma non per ecologismo radicale, si gira praticamente a piedi, tante strade sono ormai a traffico limitato e aperte solo se hai la tesserina magica.

Ma se la strategia tracciata da Obama, oltre a spingere sull'invio di nuovi soldati, sosterrà davvero un “processo di riconciliazione”, investimenti nell'esercito nazionale afgano e una migliore cooperazione civile (daremo soldi al Pakistan – ha detto – per ricostruire strade, scuole e ospedali), qualche effetto si potrebbe vedere. Nel dire che la vittoria non si ottiene dalla “somma delle bombe e dei proiettili”, Obama pensa di spingere, non sull'acceleratore di un “surge” all'irachena, armando milizie tribali locali, ma su quello di un maggior decentramento nelle capacità di spesa -e dunque di negoziato – dei governatori provinciali. Almeno così sembra. Strategia del consenso che potrebbe davvero nuocere ai talebani....

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venerdì 27 marzo 2009

LA RISORSA ITALO AFGANA ARIF ORYAKHAIL

Quando nel nostro paese gli episodi di razzismo diventano pane quotidiano, resta poco per consolarsi. Qualche gesto che abbiamo fatto in passato, la firma sotto un appello, la nostra individuale fermezza nel reagire o nel dire ai nostri figli che gli uomini sono tutti uguali...

Una cosa che mi consola è che ci sono esempi luminosi. E che se molti italiani li conoscessero forse cambierebbero idea sugli immigrati nel nostro paese. Oltre l'ideologia quel che funziona è la pratica quotidiana, l'esempio.
Ecco, l'esempio che forse i miei concittadini e connazionali dovrebbe conoscere è quello incarnato dal dottor Arif Oryakhail. Arif è un medico che, dopo innumerevoli peripezie, ha preso la cittadinanza italiana. Ma è un afgano vero, di Paghman, vicino a Kabul. Un pashtun di quelli tutti d'un pezzo (dunque affidabile e serio), pur essendo una persona flessibile e aperta come ne conosco poche. Qualità frutto della sua vivace e fervida intelligenza e accompagnate da una grande ironai che sa persino essere perfida. Arif è arrivato nel nostro paese dopo un lungo peregrinare: inseguito dai mujaheddin “liberatori” che gli volevano fare la pelle (il suo reato è essere laico), ha fatto il medico per molti anni in Pakistan. Soprattutto nei campi profughi al confine col suo paese mentre infuriava la guerra (che non è mai finita). Andava a diagnosticare la tubercolosi che si espandeva a macchia d'olio nei campi degli sfollati, dimenticati da Dio e dalla generosità del mondo, accampati come bestie come più di una volta, su quel lugubre confine, mi è capitato di vedere.

Pensando di andare a trovar lavoro in Germania o in Gran Bretagna, Arif arriva in Italia. Transito, naturalmente. Ma poi, come accade nella vita, un amico o un parente gli dice “dai, resta a Roma...” e lui alla fine ci rimane. Ci mette del bello e del buono ma riesce anche a tornare a fare il medico. E, lavorando e studiando, riesce a farsi riconoscere la laurea specializzandosi in Igiene, materia medica con la quale trova un lavoro all'Ospedale Gemelli della capitale. Un bel giorno, forse quasi casualmente, un medico della Cooperazione italiana lo incontra e gli chiede se non abbia voglia di tornare nel suo paese. In Afghanistan nessuno ha molto desiderio di andarci e Arif inoltre parla la lingua e conosce bene il (suo) paese. E conosce ormai bene anche il nostro. Chi meglio di lui?

E infatti Arif è forse il nostro pezzo migliore in Afghanistan. Cambiano gli ambasciatori e i governi, passano esperti e medici prestati da qualche Asl, ma Arif è un punto fermo. Benché abbia un contratto che si rinnova di quattro mesi in quattro mesi (bizzarrie della nostra burocrazia), è in Afghanistan da anni e, se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo. Oltre a far bene il suo lavoro di medico, organizzando la ristrutturazione di ospedali, la distribuzione di farmaci, la formazione di medici afgani, Arif fa anche di più: diventa un validissimo supporto per noi giornalisti che di quel paese sappiamo a spanne storia e cultura. Perde ore a spiegarti perché succede così o si fa cosà. Spreca tempo e conoscenze per favorirti, fare in modo che non ti accada nulla. Raro che dica di no. Anzi impossibile. E mica solo con noi periodisti...lo sanno bene gli italiani di Kabul che, o vanno da Emergency, o vanno da Arif. Lo chiamano per un vomito notturno, per escoriazioni superficiali, per dermatiti e mal di pancia. Qualcuno perché si sente depresso e gli è passato il sonno. Non so se guarisca anche le pene d'amore e le tempeste ormonali, materia difficile, anzi impossibile, persino per i medici...

Senza Arif Oryakhail, medico afghano prestato al Belpaese, cosa sarebbe la nostra cooperazione laggiù? Temo poca cosa. I soldi da soli non bastano.
Sai quanti ne buttano gli americani...Ma gli americani Arif non ce l'hanno. Il dottor Oriakhayl è stimato e conosciuto e ci fa fare bella figura sia con gli afgani sia con gli altri occidentali. Esagero? Può darsi: è un amico e quindi sono di parte, ma adesso voglio tornare al punto iniziale. Arif è afgano, è un immigrato. Ha la pelle un po' scura, baffi prepotenti e, come ogni immigrato che si rispetti, parla un italiano che, a volte, inciampa in una concordanza. Eppure senza di lui l'Italia a Kabul sarebbe una bandierina a cui manca l'asta di sostegno. Cosa ne pensano allora i nostri legiferatori che, se non fosse ormai italiano, gli negherebbero una visita medica – peggio lo denuncerebbero - se lo sapessero senza permesso di soggiorno? Cosa ne penserebbero quelli che ritengono che a fare violenza sulle donne siano solo gli slavi (confondendo i romeni con gli albanesi)? E quelli che a colpi di ronda vorrebbero cacciare chissadove negri, nomadi, e sikh col turbante? Cosa farebbero questi signori se fossero a Kabul e gli venisse la kabulite (mal di pancia), un ascesso al molare destro, il gomito della lavandaia o la gotta? Temo che andrebbero dall'immigrato Arif.

Quando penso al dottor Oriakhayl, pashtun di Paghman, mi sento bene. Mi pare che il mondo vada nel verso giusto e che in fondo, se l'Italia gli ha dato la nazionalità e un buon lavoro, il nostro paese non è poi così malvagio. Il dottor Arif -immigrato – mi fa star meglio col mio paese. Più di tanti concittadini e connazionali. Uno di questi giorni bisogna che glielo dica.

La foto, savasandire, è di Romano Martinis: raffigura il dottor Arif e l'autore del blog. Qual'è dei due il medico afgano e qual'è il giornalista italiano?

giovedì 26 marzo 2009

LETTE SUL GIORNALE


La bomba politica
si consuma alla vigilia della primavera, a un paio di giorni dal solstizio del 21 marzo. E' un'intervista televisiva di Barack Obama alla Cbs in cui il presidente americano utilizza, per la prima volta, la locuzione exit strategy. Per Obama, exit strategy non significa abbandonare il paese al suo destino, come qualche osservatore gli aveva indirettamente suggerito in passato, ma prendere coscienza del fatto che non si può immaginare di restare in Afghanistan per sempre. Abbandonata, almeno nella sua primigenia edizione, l'idea del “surge” all'irachena, chiave di volta militare che avrebbe dovuto militarizzare piccoli eserciti tribali, Obama sembra puntare su un “surge” civile. Più funzionari ed esperti, un impegno nelle province attraverso governatori locali cui affidare l'onere di una più fattiva ricostruzione, aumento dell'esercito nazionale (fino a 400mila uomini suggerisce un articolo di stampa). Obama sembra convinto che la sola opzione militare non può dare i frutti attesi e si affida all'acume di Holbrooke, il suo inviato speciale, cui spetta unificare, in un'unica strategia diplomatica, gli sforzi su Pakistan e Afghanistan.

Per saperne di più bisognerà attendere il 31 marzo e la conferenza sull'Afghanistan organizzata in Olanda e a cui è invitato anche l'Iran. Le posizioni del paese dei mullah sono note: e le ribadisce in un lungo discorso anche l'ex leader riformista Khatami durante la sua recente visita in Australia, in cui rivendica il ruolo chiave del suo paese nella stabilizzazione dell'Hindu Kush e la necessità che le truppe straniere, percepite da Teheran come una minaccia alla sicurezza nazionale iraniana, si ritirino. Ecco dunque che in Olanda, oltre a conoscere meglio il pensiero degli Usa, sapremo bene anche cosa pensa Teheran.

Intanto a Kabul. Il Guardian pubblica un articolo secondo cui gli americani e gli alleati della Nato starebbero pensando di affiancare a Karzai – per “bypassarlo”- un “premier forte”, anticipo di una stagione elettorale che si presenta complessa. L'articolo getta un'ombra vagamente colonialista sul futuro dell'esecutivo e infatti, a breve giro, lo stesso Holbrooke si vede costretto a smentire che circoli una simile idea. Ma certo la situazione di Karzai è difficile. E anche se piace agli afgani la “svolta” di Obama (segnatamente sul rafforzamento dell'esercito nazionale), l'articolo del Guardian aumenta soltanto il grado di tensione che si respira nei palazzi della capitale. Mentre si avvicina lo scadere del mandato del presidente e i molti candidati emersi negli scorsi mesi, ancora devono dire se si presenteranno o no a sfidare il presidente uscente. Dopo l'incontro in Olanda si muoveranno probabilmente le acque anche su questo fronte

mercoledì 25 marzo 2009

BIGNA SPARAMBIA'

Ecco una buona domanda cretina. Perché girare il mondo quando le storie più belle le trovi sotto casa?
La risposta non è nemmeno da tentare tanto la domanda è autarticamente e provincialmente idiota, ma è pur vero che sotto casa ce n'è di ogni. La via Giulia, a Roma, è un piccolo tesoro di belle storie: gentiluomini e banditi, aristocrazia e plebe della vecchia Roma, uffici e manicure (due negozi) e il piccolo grande bar di Gianni e Alfredo, quest'ultimo passato a miglior vita – ma lui forse si sarebbe soffermato ancora – qualche settimana fa nel rimpianto generale della Via.

E si perché
la Via Giulia è un po' più di una via. Forse è un distretto. Intanto per il nome, che viene da quella gens di romana imperiale memoria. Eppoi perché è una via splendida zeppa di palazzi e di stratificazioni sociali.
Ora, in quella via trafficava Stoppini, il trasportatore. La sua fortuna, mi narra al Bar di Gianni e Alfredo un antico antiquario della via (che ora abita a Montesacro), fu l'epoca d'oro degli antiquari romani, tra gli anni Settanta e gli Ottanta, quando correva il debito pubblico e l'inflazione consigliava di spendere e investire,. In beni immobili, certo, ma anche in mobili.

Ora succedeva che l'antiquario avesse comperato da un rigattiere o da un privato quel tal trumeau o quella scrivania Luigi non so che, ed ecco che Stoppini arrivava e la portava al negozio. E via 50mila. Ma esposta nella lucente vetrina di Via Giulia, resisteva un giorno. Inseguito dalla furia del debito pubblico, qualcuno la comprava. Ed ecco che Stoppini gliela portava a casa. Ed eran 100mila. Vedi che in un giorno, lo Stoppini (come si direbbe a Milano, con l'articolo davanti al nome o al cognome) in un giorno si faceva anche un milione: “un mijone”, come si dice qui. Gianni racconta Stoppini (che “fu”) come un uomo che non conosceva sabati né domeniche e nemmeno cinema e divertimenti. Aveva un motto, mi dice l'antiquario: “bìgna sparambià”. Che tradotto ai posteri significa bisogna (contratto) risparmiare. E giù a portar mobili.

Il figlio di Gianni, che ai tempi dello Stoppini era un ragazzo, dice che come trasportatore era un fenomeno. “Aveva- racconta - un callo sul collo. Una placca dura, sulla quale caricava ogni cosa”. La forza di un leone. Stoppini, trasportatore a Via Giulia.

il credit della foto del "mascherone": http://www.morelli.it/foglio/giulia/default.htm

martedì 24 marzo 2009

AMERICAN EXIT STRATEGY

Exit strategy. La locuzione esce durante un'intervista del presidente americano Barack Obama con la Cbs. Assieme all'ammissione, già reiterata, che la sola opzione militare in Afghanistan non può vincere. E che nessuno può pensare che si possa rimanere nell'Hindu Kush per sempre.

L'intervista delinea la nuova strategia americana per l'Afghanistan di cui molto si è detto e su cui si sono fatte soprattutto molte illazioni. E mentre il presidente americano si fa, passo per passo, sempre più chiaro e preciso, ecco che ne arriva un'altra attraverso la stampa britannica: il Guardian scrive, senza per altro citare se non fonti anonime, che si sta preparando il dopo Karzai. O meglio, il “durante Karzai”: un piano che prevede un premier forte e un nuovo esecutivo che bypassi il presidente in caduta libera. Ancor prima delle elezioni e col rischio, che lo stesso Guardian paventa, della sensazione che Kabul sia ormai la capitale di una colonia d'oltremare eterodiretta. Più di quanto già non sia. E, dice il Guardian, Obama scioglierà la riserva dopo il buen retiro del week end a Camp David. Settimana prossima....Continua su Lettera22

lunedì 23 marzo 2009

EXIT STRATEGY


Eccola la parolina magica: exit strategy. La usa barack Obama ed è la prima volta che lo fa. Aveva già detto, ma lo ripete (l'occasione è un'intervista televisiva), che la sola opzione militare non è sufficienete, ma adesso aggiunge che non si può stare in Afghanistan all'infinito, che bisogna anche pensare ad andarsene via. Dopo un inizio poco incoraggiante sulle vicende afgane (l'invio di 17mila soldati che ora appare come una mossa per prendere tempo), il presidente comincia a tirare fuori le sue idee. Buona idee. Noi (italiani, europei) che facciamo? Se ne abbiamo qualcuna è ora di tirarla fuori adesso

giovedì 19 marzo 2009

IL CONTROPELO DELL'ASCOLTATRICE


Meno gran vanto del mio lavoro a Radio3 dove, a Dio piacendo, conduco de vez en cuando una trasmissione mattutina: Radio3mondo. E' divisa in due, la rassegna stampa internazionale alle sette e un approfondimento, di solito su tre temi, alle 11.30. La trasmissione compie tra poco dieci anni e io sono ormai diventato una presenza fissa di quella che mi è sempre sembrata una delle poche nicchie felici in un paese che si guarda l'ombelico, un'attività che non mi ha mai attratto. Di solito gli ascoltatori sono benevolenti e fanno un mucchio di complimenti alla trasmissione e alla conduzione. Una cosa che fa bene all'ego e alla salute.
Oggi però, un'ascoltatrice di Milano mi ha mandato una letteraccia. Non una letteraccia di insulti (cosa in cui sono specializzati i nazionalisti filoisraeliani) o qualche liscia e bussa di basso carattere ideologico (come il sito “Informazione corretta” che però da un po' mi lascia in pace il che comincia a preoccuparmi). No, la signora in questione non mi insultava ma mi faceva il contropelo e con carinerie mica da ridere: sciatto, compiaciuto e per niente fine come Radio3 richiederebbe. Confesso che ci sono rimasto male. Possono dirvi che soffiate nel microfono, che vi mangiate qualche parola, che sbagliate milioni con miliardi (e sì, anche questo succede) o che traducete dall'inglese “decade” (che per gli anglosassoni significa dieci anni) con decade (che in italiano significa invece dieci giorni, è successo stamane)...ma sciatto...
Se pensate a una persona sciatta credo che vi venga in mente un tipo con la camicia gualcita e non stirata, il collo zozzo, le scarpe slacciate e i calzini con i buchi. E se quella sciatteria si trasmette a come commentate o leggete le notizie, che affidabilità vi può dare una trasmissione così? Chissà, forse l'ascoltatrice ha ragione. E può darsi che a sentirmi dire che sono molto garbato, io sia diventato improvvisamente sciatto. In effetti, col tempo, si prende una certa dimestichezza col mezzo e ci si rilassa e spesso rilassarsi – una conquista importante – corre il rischio di trasformarsi in sciatteria. Arrivate a casa e buttate le scarpe da qualche parte, non svuotate i posacenere e mangiate rapidamente senza mettere piatti, bicchieri e tovaglioli. Disordine e sciatteria possono andare assieme e spesso derivare da un'eccessiva rilassatezza.
In realtà per me, la diretta è un po' sempre una prima volta ma certo ora c'è forse molta meno di quell'emozione che provavo quando iniziai la radio ormai una decina di anni fa. Credo che la strigliata della mia ascoltatrice mi costringerà a darmi una regolata: metterò a posto la stanza, il tavolo, le scarpe e mi farò la barba per benino. Alla radio non si vede. Ma può anche darsi che la barba lunga si senta.

martedì 17 marzo 2009

IL CAFFE' DI ALFREDO A VIA GIULIA

La scomparsa di un amico quotidiano, titolare del Bar di Via Giulia Caffè Perù (detto anche bar Giulia). Domenica i funerali di Alfredo Mariscoli


Nella foto i messaggi dei suoi clienti

La morte è terribile anche quando non conoscete le persone. Lo è ovviamente per vecchi amici dei tempi di scuola, parenti, quelli che conoscete bene e frequentate spesso o che non vedete da tempo. Ma è un fatto terribile anche quando colpisce qualcuno che vedete tutti i giorni al caffè e dove è magari proprio lui a farvelo quel lung, ristretto, macchiato...
Alfredo Mariscoli, il creatore di uno dei caffé migliori di Roma (al "profumo" come diceva)se n'è andato settimana scorsa lasciando orfani i suoi forse milioni di estimatori, sparsi nella capitale, nell'Italietta che si trovava a passare da Via Giulia a Roma, o dai giapponesi, americani e canadesi che gli mandavano cartoline ricordando quel gusto particolare dei suoi "espresso". Buon viaggio amico nostro, del bar di Via Giulia eletto a domicilio della nostra redazione vagante nelle ore libere dal capestro delle notizie e dedicate al tuo profumo.
Un abbraccio a Emma, la sua compagna.

venerdì 13 marzo 2009

PRANZO FUORI PORTA (A KABUL)

La fortuna aiuta il cronista, non solo gli audaci.
A leggere ricerche e sondaggi ci si fa un'idea di cosa pensano gli afgani, ma il riscontro delle evidenze tratteggiate da grafici e torte, istogrammi e percentuali, bisogna raccoglierlo per strada. Coniugando la fredda e pur sempre opinabile matematica dei dati, all'umore della gente. Un passaggio che richiede tempo e fortuna. Che arriva di venerdi con l'invito a un pranzo in piena regola, per il giorno di festa, nella periferia Sud della capitale. Quale occasione migliore che un evento conviviale perché l'ospite si rilassi e la conversazione si sciolga. E vengano finalmente fuori le cose che la gente vi dice a mezza bocca, altrimenti intimorita o più semplicemente sospettosa, visto che siamo bene o male degli appartenenti alla comunità degli occupanti/donatori. I ricchi eserciti – civili o in divisa – che stazionano nel paese.
Il pranzo del venerdì si svolge a casa di un personaggio autorevole. Le donne, di rigore, stazionano nelle cucine. Invisibili. Parenti e giovinotti di famiglia si occupano delle vivande e del rigido rituale che precede, segue, conclude il lauto pranzo: scorrono grandi piatti di kabuli palau, diversi manicaretti a base di montone, preziosi bulani (ravioli ripieni), salse allo yogurt e pasticci di verdura. L'immancabile piatto di crudità e il passaggio della brocca con l'acqua calda per lavare le mani. La sala è stretta e lunga con tappeti e kylim una schiera di cuscini su cui si far riposare la schiena. Si mangia seduti ai bordi di un largo tappeto su cui viene appoggiata una tovaglia di plastica perché vi scorrano i piatti di portata. E si mangia in silenzio. Solo qualche battuta e la preoccupazione costante che l'ospite sia comodo, non gli manchi nulla, abbia gustato il pollo alla brace e il prosciutto di montone, l'umido di vacca, le arance a fine pasto che un commensale si occupa di spaccare in quattro appoggiandole accanto agli anar, i sugosi melograni dai rubizzi pallini di succo rosso.
Dopo il te e una lunga teoria di pistacchi, nocciole, mandorle, anacardi la conversazione si scalda. C'è un generale di polizia, un professionista stimato che fortunatamente si occupa di fare la traduzione, e un paio di signori il cui il tradizionale abito afgano - uguale per tutti – non tradisce lo status sociale. Che però si comprende in fretta: “L'ho spiegato a Karzai – dice il più apparentemente dimesso dei due che si rivela subito un ottimo intrattenitore – e l'ho anche detto a Saleh (il capo dell'intelligence) e al ministro dell'Interno: perché non dite la verità? Che a settanta dollari al mese la polizia è corrotta e che la temiamo più dei banditi?”. Questi due signori gestiscono una ditta di trasporti di un certo rilievo. “Lavorare per gli americani? No grazie. A quelli di Bagram (la più grossa base Usa nel paese ndr) ho spiegato che non mi va di correre rischi con loro”. Ma i rischi, sulle strade del Sud, non si corrono coi talebani? “Coi talebani? Quando ci sono loro a controllare la strada fila tutto liscio. Il problema è quando la controlla la polizia, che vuole mazzette oppure lascia che i banditi taglieggino i carichi”. Non spiegano se coi talebani c'è un accordo o semplicemente se trasportano qualcosa per loro. Il generale della polizia annuisce. Sa anche che i commensali non stanno parlando di lui che ha la fama di essere integerrimo...Leggi tutto su Lettera22

la foto: pranzo afgano (particolare) di R. Martinis

giovedì 12 marzo 2009

IL MOMENTO DI AGIRE

Alla fine ce l'hanno fatta. Anche se ci son voluti quattro anni da quando si chiamava CIRE (“Comitato italiano per la risposta alle emergenze”) e a prezzo di qualche controversia (segnatamente con l'aggregazione “Italia Aiuta” ora confluita).

“Agire”, debutto ufficiale nel novembre 2007 con l'emergenza Bangladesh, è cresciuta, conta una formazione di dodici organizzazioni non governative e domani firmerà un accordo con la Rai per diffondere i suoi appelli in caso di catastrofe umanitaria. E, forte di un accordo con i gestori della telefonia, raccoglierà i fondi per le emergenze dando finalmente al contribuente l'idea esatta di dove vanno a finire i suoi soldi.

Agire raggruppa diverse Ong e pare aver superato la diatriba tra quelle internazionali e quelle locali, spartiacque che ha finito per nuocere nel tempo al fronte non governativo italiano (dove da qualche anno sono sbarcate le grandi holding dell'umanitario internazionale). L'idea è quella di fare come nel regno Unito o in Svizzera che questo cartello fra Ong lo conoscono da anni e dove le Ong si presentano compatte quand'è il momento di “agire” Adesso esiste anche in Italia e probabilmente farà da polo di aggregazione (Agire sta corteggiando la Caritas che è ad esempio presente nel cartello britannico)
L’idea iniziale è venuta nel 2005 a un gruppo di Ong italiane storiche italiane (Cisp, Coopi, Mlal, Ics) e a un paio di colossi internazionali (ActionAid, Save the Children). Ma c'è voluto il suo tempo. E soprattutto la confluenza di un altro cartello – Italia Aiuta – che ne raccoglieva altre di chiara ispirazione nazionale. Interlocuzione obbligata con il ministero degli Esteri (rappresentato domani da Elisabetta Belloni) e la Protezione civile (Agostino Miozzo), ormai attore di cooperazione internazionale.

L'augurio sottinteso è che un po' di chiarezza non guasterà e che forse la nascita di Agire potrà evitare le ombre che si diffusero sovrane all'epoca dello tsunami, quando si assistette a una raccolta fondi promossa dalla Protezione civile con conseguente irritazione del ministero degli Esteri, quello tradizionalmente deputato a gestire i quattrini per le emergenze. Ma fu un segnale importante che scosse l'intero mondo non governativo. Ora forse le cose andranno meglio e se effettivamente la televisione ci mette un po' di attenzione e, in futuro, anche i giornali (che di solito si accodano al magico schermo), uno saprà come e per chi aprire il portafoglio. Meglio tardi che mai.

martedì 10 marzo 2009

LA SOLITUDINE DEL LAMA

La prova del fuoco avviene nella seconda metà di novembre dell'anno scorso. Lo scenario: Dharamsala, Nord dell'India. La platea: oltre seicento tra monaci, parlamentari, ex ministri, associazioni e altre figure chiave dell’amministrazione tibetana in esilio. Sostenitori del ruolo di Oceano di Saggezza ma anche dissidenti. Più o meno radicali. Il nodo: capire se il Dalai Lama è ancora il leader, oltreché spirituale, anche politico di un movimento che conta centinaia di migliaia di aderenti e, tra i non tibetani, forse milioni di sostenitori. Che scalpitano.

Ormai non è più un mistero che all'interno del movimento tibetano dell'esilio, almeno cinque organizzazioni “giovanili” (Tibetan Youth Congress, Tibetan Women's Association , Gu-Chu-Sum Movement of Tibet , National Democratic Party of Tibet e Students for a Free Tibet) abbiano raccolto le primigenie rivendicazioni della diaspora ma soprattutto le indicazioni che vengono da oltre la “cortina di bambù”, dietro alla quale è sigillato il Tibet storico. Sono queste nuove associazioni gli organizzatori e il motore principale della “Marcia” che, nel marzo scorso, incendia letteralmente la regione autonoma. Una marcia verso il Tibet la cui partenza è fissata proprio da Dharamsala. Uno schiaffo politico al Dalai Lama, prima ancora che ai cinesi.

Durante i moti del marzo 2008, che si estendono a macchia d'olio nello stesso Tibet ma anche in India, in Nepal e in numerose capitali europee o nelle principali città americane, diventa manifesta quella che è stata chiamata la “solitudine del Dalai Lama”, un uomo la cui “Via di mezzo”, infarcita di cautele e – dicono i suoi detrattori - improvvide aperture ai cinesi, sta costando cara....Continua, con altri servizi sul Tibet, su Lettera22

domenica 8 marzo 2009

DONNE, MIMOSE O SOTTILI MISTERI?

L'8 marzo è la festa delle donne. Mistero glorioso nella vita dei maschietti. Dovessi dire che l'ho capito mentirei. L'unica certezza è che l'altra metà del cielo costituisce in genere l'altra metà che ci manca ma di cui molto spesso possiamo fare a meno. E dev'essere reciproco. I mondi sono paralleli e spesso inconciliabili, parlano il più delle volte altri linguaggi ma, come accade per gli opposti, restano irresistibilmente attratti. Poi c'è una chimica del tutto insindacabile che si mette in moto in alcuni casi e che rende questa attrazione un'urgenza. E qui cominciano i misteri.

Naturalmente c'è un'infinità di modi di festeggiare l'8 marzo. E quello dei diritti è il più sacrosanto oltreché il più politicamente corretto. Ma io resto attratto dalla cornice di mistero che circonda l'universo femminile, una magia che non viene celebrata dai mazzi di mimose, fiori francamente orribili quando vengono svelti dai prati nei quali campeggiano austeri e gioiosi con quel colore forte che annuncia la fine dell'inverno. La bellezza di questo mistero è che dura tutta la vita e che, restando incomprensibile, conserva intatto il suo fascino nonostante tutte le difficoltà e le fatiche di una relazione. Difficoltà e fatiche che finiscono per sfinirvi e, soprattutto, per farvi dimenticare il mistero e il fascino. Arti sottili e per forza innate e che nessun belletto rende più esotiche di quanto già di per se non siano nella loro forma naturale.

E' solo stando un po' lontano dalle donne che si ritorna ad apprezzarle. A farsi ammaliare da quel mistero che avevamo dimenticato e irretire da quel fascino che non sappiamo descrivere. Voglia di tenerezza, prepotente desiderio, semplicemente sogno... incantesimo che fa bello un mondo popolato da uomini e donne. Dal sole e dalla luna

Il quadro: Paul Gauguin. Donne Tahitiane - 1899

sabato 7 marzo 2009

IL GIOCO NELL'URNA

La data delle elezioni afgane è ancora incerta. La Commissione elettorale indipendente (Iec) contro Karzai. Verso uno scontro istituzionale?



La data delle elezioni afgane è ancora incerta. Benché la Commissione elettorale indipendente preposta a garantirle si sia espressa due volte per un rinvio di quattro mesi sulla scadenza naturale prevista dalla Costituzione, un decreto presidenziale di Hamid Karzai, il capo di stato in scadenza, ha proposto come ineludibile la data fissata dalla carta costituzionale è cioè la seconda metà di aprile.
Hamid Karzai, alla ricerca di un secondo mandato, ha dalla sua la Costituzione e anche un certo consenso che i sondaggi - benché sottolineino una caduta verticale dell'apprezzamento nei suoi confronti che aveva toccato il picco di nove afgani su dieci - dicono aggirarsi ancora su oltre il 50% del voto futuro. Se la data di aprile venisse rispettata, Karzai, oltre alla Costituzione, avrebbe a favore anche il tempo. Con meno di due mesi per fare campagna elettorale, i suoi oppositori ne avrebbero troppo poco per organizzarsi e creare le reti di sostegno di cui ha bisogno un candidato che sfida il suffragio universale. Ma se dalla sua c'è il tempo e il dettato costituzionale – e buona parte del parlamento – a Karzai manca soprattutto una cosa: il sostegno della comunità internazionale e, in modo particolare, degli americani. Senza queste due briscole, che in Afghanistan muovono le regole del gioco e il denaro necessario a farle girare, non si va da nessuna parte.
Cosa dunque succederà in questo braccio di ferro ancora non è certo anche se la Nato, gli Stati Uniti e la missione dell'Onu hanno già espresso la loro fiducia nel rinvio ad agosto. Il che equivale a sfiduciare apertamente il presidente in carica che potrebbe però essere tentato da una carta rischiosa ma non per forza perdente e cioè resistere. Uno scontro istituzionale molto pericoloso.


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venerdì 6 marzo 2009

RENTREE A RADIOTRE

Se fossi un emiro degno dei tempi di Amanullah Khan, il re dell'Afghanistan che ha una qualche assonanza col mio patronimico, avrei una casa con giardino nel quartiere di Karteseh dove ospitare le mie concubine di Radio3Mondo, come ho detto loro scherzando (e non si adombrino di questa innocua galanterie i rispettivi mariti-fidanzati-amanti). Procurerei mandorle sgusciate, anacardi salati e succo di anar per le stagioni intermedie e meloni di Kunduz per i rigori dell'estate risparmiando alle mie belle i lugubri freddi della stagione invernale.


L'omaggio è dovuto dopo il rientro in redazione ai piani alti di Via Asiago 10 (ingresso anche dal numero 3) dove, resistendo ai quattro venti, regna ormai da quasi dieci anni la trasmissione e la redazione di Radio3Mondo. Una delle forse migliori emissioni - lasciatemelo dire- del panorama mediatico della Rai e, si parva licet, dello scenario giornalistico nazionale. Il merito è di queste ragazze che fabbricano quotidianamente la trasmissione cui noi conduttori prestiamo la voce e, a volte, qualche idea. Ma senza di loro...Non solo donne, certo perché una delle colonne è Pietro Filacchioni, detto il sindaco, un emiro del terzo piano dove ha una stanzetta tutta per sé che mi permette di condividere quando sono di turno. O l'abile Piero Pugliese, regista di più di una stagione.Ma Crisitiana, Cristina (a tempi alterni), Anna Maria, Giulia (per non dire della "veterana" Giovanna ora altrove distaccata), Costanza (la regista attuale)sono le regine di questa trasmissione dedicata al mondo e che a me pare una boccata di respiro alto in un paese che di solito si guarda l'ombelico e, ben che vada, la punta del naso.

Per me arrivare a Radio3Mondo, di cui sono uno degli indegni conduttori, è stato un caso. Favorito da un amico, Attilio Scarpellini, e dall'allora reggente delle trasmissioni del mattino, la milanesissima Chiara Galli. Mi fece un provino e via. Gli esami, davvero, non finiscono mai, ma la docente era ben disposta e l'alunno volenteroso. Per me è stata una grande scuola di giornalismo. Imparare la diretta. Tenere alto il tono della voce. Utilizzare come un'onda il flusso del discorso. Evitar le pause che, alla radio, son abissi infiniti. Reagire alle emergenze e agli ascoltatori che escon di strada. Non smanettare con le carte, non banfare nel microfono o soffiarsi il naso quando c'è il “rosso”, ossia sei “on air”, in onda. Eppoi dosare la propria logorrea visto che un conduttore conduce e dovrebbe parlar poco: deve far conoscere le idee degli altri, non le sue.
Le belle baiadere di Radio3Mondo (tra cui Betta Parisi tra le prime, curatrice storica e ora passata ad altri programmi) hanno corretto, sopportato, suggerito, digerite le bizze che son tipiche di chi, sentendosi ripreso, si stizza visto che ogni conduttore, si sa, nasce belle che imparato...

Ho dunque un debito di gratitudine anche perché la gente ignora il lavoro di squadra che sta dietro una trasmissione e senza il quale, come sempre, si non si va da nessuna parte. Certo, leggete voi e scegliete voi le notizie, ma chi ve le ha cercate col rigore e la competenza che derivano dall'esperienza? Chi vi ha corretto quel nome (ho sentito pronunciare Bérnard Kàshner per Bernàrd Kouchnér) o sottolineato quella macroscopica castroneria - scambiando miliardi per milioni - perché evitiate di ripeterla alla prossima puntata?
Adesso, da lunedi, torna il bello della diretta. E quell'emozione che non mi passa mai di tornare davanti al microfono, come se fosse la prima volta: davanti a una platea che non vedete e che si fa il caffè, si taglia la barba, riempie di buffetti i figlioli aggiustando loro la cartella. E voi lì, nell'aere fluido della prima mattina, che accarezzate i compiti non fatti, le magagne che aspettano in ufficio o l'appuntamento segreto, per il pomeriggio, col primo amante della figlia prediletta.

Che gran privilegio, che bel risveglio, che simpatica responsabilità visto poi che, quelle che date, son sempre pessime notizie. Buon mattino amici miei e buona giornata sulle frequenze di Radio3. E grazie ai meravigliosi tastieranti, tecnici del suono e della voce, che, dalla consolle, permettono il miracolo. Loro, come le belle baiadere, nascosti/e dietro la prosopopea del conduttore di turno. Ma senza i quali, le belle signorine di Via Asiago e gli abili digitanti alla consolle, che ce ne faremmo della nostra voce? Miele e tè, per sciogliere le corde vocali e ripartire per una nuova corsa. Evitare i colpi di tosse. Buon risveglio a voi e a me. E restate sintonizzati.

La foto: da sinistra (seduti) Benedetta Annibali, Cristiana Castellotti, Betta Parisi. In piedi Maria Teresa Sircana (altra colonna della prima ora), Pietro Filacchioni (il sindaco), Giulia Nucci e Mario Boccia (un fotoreporter ospite della puntata). Lo scatto è, niente meno, di Mario Dondero

giovedì 5 marzo 2009

FILOSOFI E STREGONI

Oggi siamo sotto l'effetto dell'iper specializzazione. Non tanto della specialistica, che va benissimo, ma dell'iper specializzazione che fa perdere al medico il punto di vista globale”. Si chiama psicosomatica, una teoria che ha preso piede già da qualche decennio. Ma Morin non ne è affatto convinto. “La medicina psicosomatica è rimasta del tutto marginale. Abbiamo super specialisti per ogni singolo organo ed è che così che si perde il senso della complessità, di quanto l'esprit, lo spirito, possa influire sul nostro corpo fisico. Bisogna pensare a un'orchestra: puoi avere ottimi musicisti ma se manca il direttore...”? Un grande filosofo francese riflette su mente e salute, filosofia e sanità fisica e mentale. Colloquio con Edgard Morin

mercoledì 4 marzo 2009

LE REGOLE DEL GIOCO


Il gioco al massacro è già cominciato. Smentendo il presidente e il suo decreto di due giorni fa, il capo della Commissione indipendente per le elezioni, ha detto che prima di agosto di votare non se ne parla. E ha invocato le due maggiori divinità che tutelano il paese: la sicurezza e il denaro. Mancano, pare, entrambe. Che ci possa essere maggior sicurezza ad agosto che non in aprile è una scommessa su cui si esercitano i bagarini. Che arrivi il denaro invece è più probabile. Non perché ad aprile non sia disponibile, ma perché è l'unica vera arma nelle mani della comunità internazionale.
Cosa c'è dietro questo teatro delle ombre declinato in salsa afgana? Non sbaglia forse chi sostiene che Karzai si gioca il tutto per tutto e, con una sfida anticipata ad aprile (in regola con la Costituzione) pensa di sparigliare il mazzo su cui si affannano i cinque o sei candidati più accreditati, usciti più o meno allo scoperto. Aprile è vicino e organizzare una campagna elettorale in due mesi scarsi è complicato. Ad agosto ci sarebbe più tempo per affilare le armi e fare promesse, conquistare elettori e clientele, scegliere alleanze. Il rinvio dunque favorisce gli avversari. La clessidra che rapidamente si svuota favorisce Karzai. Cosa ne pensa il popolino di tutto ciò?
Kei Eide, il capo di Unama, dice che agosto è la data giusta. E' forse la stessa idea degli americani. Il mio timore è che gli afgani siano dannatamente indifferenti a una corsa elettorale che assomiglia sempre di meno alle consultazioni cui erano abituati. Almeno nella Loya Jirga si sapeva che a decidere erano i maggiorenti. E, quando c'era il re, che il bastone del comando toccava a un Durrani. Ma adesso c'è la democrazia e le regole del gioco sfuggono un po' alla comprensione, credo. Adesso i giochi si fanno dietro le quinte con l'illusione di una trasparenza che non c'è ma su cui tutti sono per forza d'accordo. Per convenzione.
E' la democrazia bellezza, la più bella illusione del secolo breve appena concluso e di questo in cui viviamo e che non si sa quanto durerà. Ma a tanti deve sembrare molto poco convincente. La democrazia è bella quando il re è nudo e tutti sanno dove si elaborano le finzioni per renderla convenzionalmente accettabile. Noi ci siamo abituati. Ma a tanti, in quelle terre d'Oriente, deve sembrare proprio la brutta copia della cara, vecchia Jirga. E a dirla tutta, lo sembra anche a me.

lunedì 2 marzo 2009

HAMAS MANIFESTO


La mia amica Paola Caridi ha scritto un libro: “Hamas, Che cos'è e cosa vuole il movimento radicale palestinese”. Questo è coraggio amici miei! Scrivere un saggio controcorrente quando la corrente è forte. Polemica garantita. Spero che le faccia vendere il libro e che non le procuri troppi mal di testa e di pancia. Ma Paola è bella tosta. Sarà, come diciamo volgarmente noialtri, “...tutto grasso che cola”.
Il libro non l'ho ancora letto anche perché, forse per una sorta di pudore, tra noi di Lettera22 è molto raro che ci si faccia leggere i nostri libri dai pard dell'agenzia prima che siano stati pubblicati. Del resto non ce n'è bisogno. So da quel che Paola dice e scrive cosa c'è nel suo libro. So che segue la “linea ferroviaria”, l'unica cui un bravo giornalista deve ricorrere. L'Espresso gli ha dedicato una breve anticipazione dal titolo “Hamas segreto”. Ma è un titolo giornalistico perché di segreto non c'è nulla. C'è solo la verità per chi la vuol vedere: un gruppo radicale di ispirazione religiosa, su cui anche i servizi segreti israeliani puntarono parecchio all'inizio per indebolire Arafat, che si presenta sulla scena di un paese che non c'è. Un territorio occupato dove, ormai quasi per inerzia burocratica, la responsabilità politica è in mano a una leadership che si distingue per stanchezza e corruzione. Il movimento cresce anche perché non è solo radicale: amministra servizi sociali, si distingue (almeno agli inizi) per onestà intellettuale e purezza ideale, conquista il cuore e la mente dei palestinesi, stanchi dei bla bla della leadership storica. E vince le elezioni.

Il resto è storia recente. Di segreti non ce n'è. La vicenda è sotto gli occhi di tutti. Anche l'uso del terrore e dei razzi oltre confine. Anzi, quella è la storia che si conosce di più. Eppoi c'è quel refrain ricorrente che con loro non si negozia e che quelle elezioni vinte sono solo un incidente di percorso...
Non ho dubbi che Paola saprà spiegarvelo meglio di me. Io leggerò il libro non solo per capire Hamas ma per comprendere oggi chi sono i talebani. Cos'è Hezbollah in Libano. Cosa successe del Fis in Algeria. Perché c'è qualcosa di comune in queste storie di movimenti armati di ispirazione religiosa islamica che forse non abbiamo compreso. E c'è qualcosa da imparare anche per capire realtà lontane.

Il libro esce a giorni per Feltrinelli. Son 224 pagine ma non preoccupatevi. Non è un mattone. Perché il difetto di Paola è che, oltre ad essere una fine analista, sa anche scrivere bene. Vi acchiappa e vi trascina nella Storia con la S maiuscola, ma raccontandovela come una storia con la s minuscola. Sta lì il trucco. E' tutta lì la linea ferroviaria. Enorme successo, vaticinerebbe l'oracolo I Ching.