La parola d'ordine è: tutto il potere a Kabul. O, per dirla in politicamente corretto modernista, afganizzazione. E' questo in sintesi il messaggio di fondo contenuto nel “Civilian Surge Plan” del governo afgano, un documento che Lettera22 ha potuto vedere e che delinea la nuova strategia afgana per il futuro. O, se si preferisce, il trasferimento in dari, la lingua nazionale più utilizzata, delle idee partorite dallo staff di Obama e dall'ultimo meeting della Nato a Bucarest l'anno scorso e che dovrebbe formare il corpus del nuovo corso del prossimo futuro governo di Hamid Karzai. Un nuovo corso che prevede un massiccio arrivo di esperti stranieri: se cercate lavoro dunque, in Afghanistan c'è posto.
Il documento, ancora nella sua fase di elaborazione finale (tra le richieste di chiarimento l'Italia propone ad esempio una revisione del suo impegno a sostegno della Border Police), mette a punto una strategia di utilizzo dell'assistenza tecnica straniera che si articola su quattro linee guida e sulla richiesta di una massiccia iniezione di consulenti esteri, diverse centinaia, che però, e questo è più volte sottolineato, dovranno essere solo consulenti al servizio del governo e non “consiglieri” che ne dettano, come è stato sinora, l'agenda (...to support not suplement, dice il testo nell'edizione inglese). Le linee guida sono: la centralità del potere nazionale (Afghan Ownership, termine molto abusato anche in diversi documenti precedenti), che qui vuole intendere come l' “Assistenza tecnica” debba servire per l'estensione dei poteri del governo afgano e non come ampliamento della presenza occidentale nel paese; lo sviluppo delle capacità locali a livello centrale e decentrato, la loro efficienza sul breve e lungo periodo e l'efficacia dei risultati, soprattutto nei confronti dei cittadini afgani (ordinay Afghans)...
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mercoledì 27 maggio 2009
martedì 26 maggio 2009
LA RIVOLTA DEI RAVIDASI
In gran parte del Punjab, il ricco stato nordoccidentale dell'Unione indiana, è stato imposto il coprifuoco. Le forze di sicurezza sono state schierate rapidamente per sedare i disordini e sono intervenute in numerose città dello stato e in quello vicino dell'Aryana.
Lo stesso primo ministro indiano Manmohan Singh è intervenuto con un appello che invitava alla calma, spalleggiando il Chief Minister, Prakash Singh Badal, la personalità più alta in carica nel Punjab, che ha convocato una riunione urgente di tutte le forze politiche. Ma la reazione violenta di alcune migliaia di “ravidasi”, i seguaci di un movimento sikh eterodosso, si è comunque tradotta in diverse ore di incidenti con auto incendiate, scontri con la polizia e un bilancio di diversi feriti e anche di una vittima, uccisa da un proiettile sparato dalle forze dell'ordine a Jalandhar, epicentro delle protesta poi dilagata in altre città punjabi: Patiala, Ferozepur, Bathinda and Nawanshahr.
La vicenda che ha fatto scoppiare la rivolta dei “ravidasi”, i seguaci del mistico medievale Ravidass – un uomo che predicava il contatto diretto tra l'uomo e la divinità e noto esponente del movimento devozionale antiliturgico della Bakhti - è stata l'uccisione a Vienna di uno degli esponenti di spicco del Sach Khand, il movimento dei “ravidasi”. E' stata la morte violenta del guru Sant Ramanand, la cui sede era proprio Jalandhar, ucciso da fondamentalisti sikh contrari alla sua predicazione, a scatenare in India la fortissima protesta del movimento. Il sant'uomo è stato attaccato nel tempio dedicato a Ravidass nella capitale austriaca da sei uomini armati di pugnali e pistola e, colpito a morte, è deceduto ieri in ospedale. Almeno un'altra quindicina di adepti sono stati feriti nell'assalto degli ultraortodossi sikh.
“Per quanto piccolo – spiega l'asiatista Marco Restelli, tra gli autori di “I sikh storia e immigrazione” e creatore del webmagazine "MilleOrienti" - il movimento del Sach Kand raccoglie in India diverse migliaia di persone sparse in diverse zone del paese. E' un movimento...di frontiera, se così si può dire, tra sikhismo e induismo e infatti, sebbene la terra dei Sikh sia il Punjab, la sede centrale dei ravidasi si trova a Benares. Si tratta di un movimento devozionale che per i sikh ortodossi, quelli del Khalsa (termine persiano che significa “puro” e del quale si fregiano i sikh ortodossi ndr), è in realtà nulla più che una setta...
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Lo stesso primo ministro indiano Manmohan Singh è intervenuto con un appello che invitava alla calma, spalleggiando il Chief Minister, Prakash Singh Badal, la personalità più alta in carica nel Punjab, che ha convocato una riunione urgente di tutte le forze politiche. Ma la reazione violenta di alcune migliaia di “ravidasi”, i seguaci di un movimento sikh eterodosso, si è comunque tradotta in diverse ore di incidenti con auto incendiate, scontri con la polizia e un bilancio di diversi feriti e anche di una vittima, uccisa da un proiettile sparato dalle forze dell'ordine a Jalandhar, epicentro delle protesta poi dilagata in altre città punjabi: Patiala, Ferozepur, Bathinda and Nawanshahr. La vicenda che ha fatto scoppiare la rivolta dei “ravidasi”, i seguaci del mistico medievale Ravidass – un uomo che predicava il contatto diretto tra l'uomo e la divinità e noto esponente del movimento devozionale antiliturgico della Bakhti - è stata l'uccisione a Vienna di uno degli esponenti di spicco del Sach Khand, il movimento dei “ravidasi”. E' stata la morte violenta del guru Sant Ramanand, la cui sede era proprio Jalandhar, ucciso da fondamentalisti sikh contrari alla sua predicazione, a scatenare in India la fortissima protesta del movimento. Il sant'uomo è stato attaccato nel tempio dedicato a Ravidass nella capitale austriaca da sei uomini armati di pugnali e pistola e, colpito a morte, è deceduto ieri in ospedale. Almeno un'altra quindicina di adepti sono stati feriti nell'assalto degli ultraortodossi sikh.
“Per quanto piccolo – spiega l'asiatista Marco Restelli, tra gli autori di “I sikh storia e immigrazione” e creatore del webmagazine "MilleOrienti" - il movimento del Sach Kand raccoglie in India diverse migliaia di persone sparse in diverse zone del paese. E' un movimento...di frontiera, se così si può dire, tra sikhismo e induismo e infatti, sebbene la terra dei Sikh sia il Punjab, la sede centrale dei ravidasi si trova a Benares. Si tratta di un movimento devozionale che per i sikh ortodossi, quelli del Khalsa (termine persiano che significa “puro” e del quale si fregiano i sikh ortodossi ndr), è in realtà nulla più che una setta...
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venerdì 15 maggio 2009
TRAPPOLA BIRMANA
Se a pensar male non si fa peccato, la vicenda che ieri mattina all'alba ha coinvolto la leader birmana Aung San Suu Kyi portando al suo arresto e al suo trasferimento immediato nel carcere di Insein a Rangoon, ha tutto il sapore, più che un'ennesima beffa dopo 19 anni di angherie e 13 di arresti domiciliari, di una trappola architettata ad arte.

La vicenda inizia nella notte tra il 3 e il 4 maggio scorso, quando un “misterioso” americano, che le poche indiscrezioni danno per attivista dei diritti umani con un passato di veterano nel Sudest asiatico, si reca a nuoto nella casa della Nobel birmana. Attraversa a bracciate i due chilometri che separano una sponda del lago Inya, nel cuore della capitale, dalla lignea magione colorata di bianco di Aung San Suu Kyi, dove la Nobel vive reclusa. Lo aveva già fatto in dicembre ed era stato respinto al mittente seduta stante.
Ma questa volta, non sappiamo esattamente perché, gli viene concessa ospitalità per due notti. Forse l'uomo sta male, è infreddolito ed è sicuramente stanco per la traversata (ha 53 anni), fatto sta che gli viene concesso di rimanere due giorni e viene nascosto, perché in Birmania non si può dare ospitalità agli stranieri senza permesso, per un paio di notti a piano terra: farlo uscire dalla porta sulla strada sarebbe stato infatti troppo rischioso.
Al suo rientro sulla terra ferma dell'altra sponda del lago, John William Yettaw – questo il nome dell'improvvido militante della causa dei diritti umani – viene arrestato dai birmani nelle acque del lago. E' il 6 maggio e Yettaw finisce in carcere con l'accusa di aver violato le norme sull'immigrazione e quelle sui luoghi vietati. Rischia tra uno e cinque anni di carcere.
Ma dopo qualche giorno, è l'alba di ieri mattina, la polizia va a presentare il conto anche all'ospite e arriva a casa di Aung San Suu Kyi dalla porta principale e con in tasca un mandato d'arresto, in linea con una violazione patente delle leggi birmane per aver modificato la condizione dei suoi arresti domiciliari che, comminatigli nel 2003 per l'ennesima volta, le sarebbero casualmente scaduti a giorni, il 27 di questo mese. Adesso, e senza dunque bisogno di rinnovare l'odiosa misura, Aung San Suu Kyi rischia di passare in prigione dai tre ai cinque anni di carcere. Secondo il sito “Irrawaddy”, anche di più. Un caso? Forse. Certo un caso provvidenziale....
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La vicenda inizia nella notte tra il 3 e il 4 maggio scorso, quando un “misterioso” americano, che le poche indiscrezioni danno per attivista dei diritti umani con un passato di veterano nel Sudest asiatico, si reca a nuoto nella casa della Nobel birmana. Attraversa a bracciate i due chilometri che separano una sponda del lago Inya, nel cuore della capitale, dalla lignea magione colorata di bianco di Aung San Suu Kyi, dove la Nobel vive reclusa. Lo aveva già fatto in dicembre ed era stato respinto al mittente seduta stante.
Ma questa volta, non sappiamo esattamente perché, gli viene concessa ospitalità per due notti. Forse l'uomo sta male, è infreddolito ed è sicuramente stanco per la traversata (ha 53 anni), fatto sta che gli viene concesso di rimanere due giorni e viene nascosto, perché in Birmania non si può dare ospitalità agli stranieri senza permesso, per un paio di notti a piano terra: farlo uscire dalla porta sulla strada sarebbe stato infatti troppo rischioso.
Al suo rientro sulla terra ferma dell'altra sponda del lago, John William Yettaw – questo il nome dell'improvvido militante della causa dei diritti umani – viene arrestato dai birmani nelle acque del lago. E' il 6 maggio e Yettaw finisce in carcere con l'accusa di aver violato le norme sull'immigrazione e quelle sui luoghi vietati. Rischia tra uno e cinque anni di carcere.
Ma dopo qualche giorno, è l'alba di ieri mattina, la polizia va a presentare il conto anche all'ospite e arriva a casa di Aung San Suu Kyi dalla porta principale e con in tasca un mandato d'arresto, in linea con una violazione patente delle leggi birmane per aver modificato la condizione dei suoi arresti domiciliari che, comminatigli nel 2003 per l'ennesima volta, le sarebbero casualmente scaduti a giorni, il 27 di questo mese. Adesso, e senza dunque bisogno di rinnovare l'odiosa misura, Aung San Suu Kyi rischia di passare in prigione dai tre ai cinque anni di carcere. Secondo il sito “Irrawaddy”, anche di più. Un caso? Forse. Certo un caso provvidenziale....
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giovedì 14 maggio 2009
DONNE AFGANE
Quando un paio di giorni fa alla scuola Aftab Bachi di Mahmud Raqi, nella provincia di Kapisa, 84 studentesse si sono sentite male accusando i tipici sintomi dell'avvelenamento, il direttore scolastico, Abdul Gani Hedayat, le ha mandate subito a casa. Non solo i sintomi erano denunciati anche da undici maestri e tre inservienti dell'istituto, ma la direzione della scuola temeva che si trattasse di un avvelenamento da gas tossico per intimidire se non uccidere le giovani allieve: Abdul Gani Hedayat ha detto a un inviato del Guardian che dietro al fattaccio “ci sono i nemici dell'Afghanistan” e che era sicuro si trattasse di avvelenamento al cento per cento. In effetti è il secondo episodio di questo tipo nel giro di pochi giorni: è già successo a Parwan, la provincia vicina. E, sempre a Parwan, era accaduto anche a fine aprile quando alcune decine si studentesse erano state portate all'ospedale locale con la stessa sindrome.
Se si guarda una cartina dell'Afghanistan, Parwan e Kapisa sono a un pugno di chilometri a Nord di Kabul, non nelle aree tipiche del conflitto. Non di meno, si tratta di località ad alta infiltrazioni talebana. E se non sempre la guerriglia può combattere con le armi, ecco allora che utilizzerebbe altri sistemi per colpire le scuole femminili, una realtà che non piace agli islamisti. La casistica medica avverte (lo stesso Guardian riportava alcuni episodi accaduti negli Usa) che può trattarsi spesso di effetti psicologici: mal di testa, vomito – anche come fenomeno collettivo – causati da forte stress psicologico. Per dirla in altre parole, si sia trattato di gas tossici liberati ad hoc, o semplicemente di stress, tutto riconduce a una sola questione: la condizione delle donne in Afghanistan.
A sette anni dall'occupazione militare del paese e dalla cacciata dal regime oscurantista dei talebani, la condizione femminile continua a essere di una sofferenza endemica. Non dappertutto e non dovunque e, anzi, il settore scolastico, come rivelano i dati dell'Unicef, è l'unico ad aver fatto, in termini di accesso al servizio, grossi passi avanti e sarebbe anche l'unico, rivelano i sondaggi, in cui gli afgani stessi riconoscono una delle poche vittorie della cooperazione internazionale. Tutti, in effetti, costruiscono scuole in Afghanistan. Ma il problema non sta li...
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mercoledì 13 maggio 2009
IL CANCRO CHE VIENE DAL FREDDO
Come Flaubert (“Madame Bovary c'est moi”!) Asif Ali Zardari ha ammesso che il “cancro” che attanaglia il Pakistan è una creatura del Pakistan stesso ma anche degli Stati uniti: “Lo creammo assieme per vincere l'Urss ma poi smettemmo di curarcene”. Qualche interpretazione suggerisce che il cancro siano i talebani, ma la storia è più antica: benché il refrain dica che vennero creati dal Pakistan, il movimento di mullah Omar fu all'inizio del tutto autoctono (solo in seguito curato e allevato da Islamabad e Riad) e nato per rispondere a un altro flagello: i mujaheddin. Il cancro cui allude Zardari furono forse proprio i guerriglieri islamisti, vasta eterogenea genia che andava da Hekmatyar a Sayyaf, passando per Massud (e si, anche il nobile “leone del Panjshir” – ora eroe nazionale - che parlava francese e godeva di grande audience mentre bombardava i villaggi hazara o faceva fuori i maoisti sui ex alleati tattici). Ognuno aveva il suo sponsor (Riad, Teheran) ma furono soprattutto Islamabad e Washington a creare l'alchimia maledetta. Noi europei approvammo, come sempre, quel che era deciso altrove senza renderci conto che i guerriglieri che lottavano (giustamente) per la libertà dall'invasore sovietico, rappresentavano anche i feudatari locali, le gerarchie religiose, i neonati partiti islamisti. Fummo disposti a tutto purché il cancro sovietico fosse distrutto. Poi vennero i talebani, prodotto di quel collasso. Ma come ebbe a dire Zbigniew Brzezinski, sino all'81 consigliere di Carter: “Cos'è più importante per la storia? I talebani o il collasso dell'Urss?”. Zardari ha risposto.
martedì 12 maggio 2009
IL LASCITO AVVELENATO DI SIR MORTIMER DURAND
La “Durand Line”, la frontiera maledetta tra Pakistan e Afghanistan che divide in due le aree abitate dai pashtun, omogenee per tradizioni e costumi, si deve al righello coloniale di Sir Mortimer Durand, ai tempi segretario agli Esteri del governo del Raj britannico. Definiva le zone di influenza dell'India britannica e dell'Afghanistan e il suo tracciato scatenò all’epoca una rivolta tribale nelle aree pashtun, che per essere contenuta, richiese l’invio di 35mila soldati. Era il 1893.
Poi, come molte delle geometrie della geopolitica coloniale, fu perenne occasione di contenziosi, ombreggiati dal fantasma del Pashtunistan – terra dei pashtun, un territorio vasto quanto l'Italia - più volte agitato dalla leadership di Kabul e che non dispiaceva a Mosca. Islamabad, alla fine del 2006, voleva addirittura minarla.
Comprendere il lascito di queste alchimie è sempre complicato: a cominciare dalla nascita del Pakistan stesso, un paese creato ad hoc per i musulmani dell'India. E che sembra covarsi in seno le serpi che lo stanno distruggendo. Sia le radici del Pakistan e la sua tragica nascita nel 1947, sia gli effetti perversi della Durand Line, sono lo sfondo di almeno cinque conflitti che si dipanano, con tempi alterni e alterne vicende, lungo la frontiera maledetta: in questi giorni sono i distretti attorno alla valle di Swat che attirano l'attenzione, mentre nell'area occidentale al di là della Durand, in Afghanistan, ogni giorno, più o meno raccontata, si srotola la guerra tra talebani e Isaf/Nato.
Accanto a queste due guerre, ve n'è una terza che si combatte nelle zone tribali pachistane: le aree autonome ad amministrazione federale (Fata) e che contano sette agenzie abitate da pashtun, la cui più nota è il Waziristan, luogo che diede molto filo da torcere anche alla corona di Sua Maestà.
E' chiaro che questi tre conflitti, tra loro diversi per rivendicazioni e aspirazioni tutto sommato locali (il jihad globale di Al Qaeda non ha poi questa gran presa), tendono a saldarsi proprio sulla porosa frontiera che divide il mondo pashtun. Tanto da aver dato origine a un quarto conflitto in quell'area, che vede probabilmente allearsi forze diverse (paktalebani e aftalebani): si tratta del mordi e fuggi lungo il passo di Kyber, l'unica via d'accesso dal Pakistan del Nord all'Afghanistan (la via che passa da Sud è impraticabile). Da qui transitano convogli nell'ordine del migliaio al giorno che riforniscono il commercio afgano ma anche l'enorme macchina militare americana e della Nato. Basta far saltare un ponte, minare un tratto di strada, “cecchinare” dalle alture incontrollate delle gole, e il gioco e fatto. Tanto da aver obbligato Nato e Usa a negoziare un nuovo passaggio della logistica della guerra attraverso le frontiere dei paesi dell'ex Urss.
La guerra del Kyber, se si può accettare questa suddivisione in micro conflitti dello scacchiere “AfPak”, è una sorta di nodo di saldatura di interessi diversi: gli aftalebani, il cui obiettivo è liberare il proprio paese, boicottano l'arrivo della macchina della guerra occidentale.
I paktalebani, sia delle agenzie tribali sia della valle di Swat, la cui aspirazione è una sorta di stato nello stato governato dalla sharia tribale dei pashtun, ci vedono il mezzo per far guerra al sostegno infedele di cui gode Islamabad. Se questi movimenti si unissero in un unico fronte – ipotesi cui mullah Omar sta cercando di lavorare sembra senza troppa fortuna – la cosa si farebbe davvero spinosa. E la vera fortuna è che in realtà troppo lontani sono gli obiettivi, prettamente “nazionali” o locali, di queste piccole “leghe” islamiste. In grado, sinora, solo di creare alleanze tattiche, ognuno in vista dei propri obiettivi. Ma c'è anche un altro fronte.
Nel Sud del Pakistan si trova il Belucistan, abitato da popolazioni che sconfinano sia in Afghanistan sia in Iran. Territorio negletto (come le aree tribali) dal governo centrale, il Belucistan è strategico non solo perché asse nevralgico del commercio interasiatico ma, soprattutto, perché i cinesi hanno investito nel porto pachistano di Gwadar, nervo scoperto per l'India, accusata di aver sobillato il movimento indipendentista beluci. Nato negli anni Settanta con ispirazione vagamente marxista, è ora diviso in diversi gruppi e gruppuscoli, alcuni dei quali pericolosamente attratti dai talebani e dall'islam radicale.

Poi, come molte delle geometrie della geopolitica coloniale, fu perenne occasione di contenziosi, ombreggiati dal fantasma del Pashtunistan – terra dei pashtun, un territorio vasto quanto l'Italia - più volte agitato dalla leadership di Kabul e che non dispiaceva a Mosca. Islamabad, alla fine del 2006, voleva addirittura minarla.
Comprendere il lascito di queste alchimie è sempre complicato: a cominciare dalla nascita del Pakistan stesso, un paese creato ad hoc per i musulmani dell'India. E che sembra covarsi in seno le serpi che lo stanno distruggendo. Sia le radici del Pakistan e la sua tragica nascita nel 1947, sia gli effetti perversi della Durand Line, sono lo sfondo di almeno cinque conflitti che si dipanano, con tempi alterni e alterne vicende, lungo la frontiera maledetta: in questi giorni sono i distretti attorno alla valle di Swat che attirano l'attenzione, mentre nell'area occidentale al di là della Durand, in Afghanistan, ogni giorno, più o meno raccontata, si srotola la guerra tra talebani e Isaf/Nato.
Accanto a queste due guerre, ve n'è una terza che si combatte nelle zone tribali pachistane: le aree autonome ad amministrazione federale (Fata) e che contano sette agenzie abitate da pashtun, la cui più nota è il Waziristan, luogo che diede molto filo da torcere anche alla corona di Sua Maestà.
E' chiaro che questi tre conflitti, tra loro diversi per rivendicazioni e aspirazioni tutto sommato locali (il jihad globale di Al Qaeda non ha poi questa gran presa), tendono a saldarsi proprio sulla porosa frontiera che divide il mondo pashtun. Tanto da aver dato origine a un quarto conflitto in quell'area, che vede probabilmente allearsi forze diverse (paktalebani e aftalebani): si tratta del mordi e fuggi lungo il passo di Kyber, l'unica via d'accesso dal Pakistan del Nord all'Afghanistan (la via che passa da Sud è impraticabile). Da qui transitano convogli nell'ordine del migliaio al giorno che riforniscono il commercio afgano ma anche l'enorme macchina militare americana e della Nato. Basta far saltare un ponte, minare un tratto di strada, “cecchinare” dalle alture incontrollate delle gole, e il gioco e fatto. Tanto da aver obbligato Nato e Usa a negoziare un nuovo passaggio della logistica della guerra attraverso le frontiere dei paesi dell'ex Urss.La guerra del Kyber, se si può accettare questa suddivisione in micro conflitti dello scacchiere “AfPak”, è una sorta di nodo di saldatura di interessi diversi: gli aftalebani, il cui obiettivo è liberare il proprio paese, boicottano l'arrivo della macchina della guerra occidentale.
I paktalebani, sia delle agenzie tribali sia della valle di Swat, la cui aspirazione è una sorta di stato nello stato governato dalla sharia tribale dei pashtun, ci vedono il mezzo per far guerra al sostegno infedele di cui gode Islamabad. Se questi movimenti si unissero in un unico fronte – ipotesi cui mullah Omar sta cercando di lavorare sembra senza troppa fortuna – la cosa si farebbe davvero spinosa. E la vera fortuna è che in realtà troppo lontani sono gli obiettivi, prettamente “nazionali” o locali, di queste piccole “leghe” islamiste. In grado, sinora, solo di creare alleanze tattiche, ognuno in vista dei propri obiettivi. Ma c'è anche un altro fronte.Nel Sud del Pakistan si trova il Belucistan, abitato da popolazioni che sconfinano sia in Afghanistan sia in Iran. Territorio negletto (come le aree tribali) dal governo centrale, il Belucistan è strategico non solo perché asse nevralgico del commercio interasiatico ma, soprattutto, perché i cinesi hanno investito nel porto pachistano di Gwadar, nervo scoperto per l'India, accusata di aver sobillato il movimento indipendentista beluci. Nato negli anni Settanta con ispirazione vagamente marxista, è ora diviso in diversi gruppi e gruppuscoli, alcuni dei quali pericolosamente attratti dai talebani e dall'islam radicale.
venerdì 8 maggio 2009
I TALEBANI E IL PAPA
Minacce in occasione del viaggio del papa in Terra santa. Ma molto edulcorate. Leggendo bene il comunicato dei sodali di mullah Omar si scopre che....

“Tra la gente del Libro, ci sono molti che, per invidia, vorrebbero farvi tornare miscredenti dopo che avete creduto e dopo che anche a loro la verità è apparsa chiaramente! Perdonateli e lasciateli da parte, finché Allah non invii il Suo ordine. In verità Allah è Onnipotente”. Comincia con un versetto del Corano, anche piuttosto edulcorato, il “comunicato dell'emirato islamico” sulla “diffusione del cristianesimo in Afghanistan” con cui talebani hanno scelto di commentare la visita del papa in Terrasanta. Messaggio che lancia minacciosi altolà, ma anche questi piuttosto edulcorati rispetto al linguaggio tradizionale dei militanti in turbante o a quelli deliranti dei qaedisti. Diffuso sul sito Internet ufficiale del movimento, il comunicato dei seguaci di mullah Omar si rivolge direttamente a Benedetto XVI: “Lanciamo un appello alla personalità più importante del mondo cristiano, Papa Benedetto XVI - si legge alla fine del messaggio - affinché proibisca queste attività stupide e irresponsabili di proselitismo dei crociati...non attenda oltre perché la nostra risposta e la nostra punizione sarà durissima, così come la reazione dei musulmani afghani, che sono stati offesi da questa vicenda”.
Il comunicato appare come la risposta a un servizio andato in onda tre giorni sulla rete araba al Jazeera, in cui venivano mostrati alcuni cappellani militari che incitavano i loro soldati a fare proselitismo del cristianesimo in Afghanistan, diffondendo anche copie della Bibbia in lingua pashtu.
“Da diverso tempo i nostri paesi musulmani stanno subendo le prevaricazioni degli americani - si legge ancora nel testo del messaggio - che uniti dalla croce fanno propaganda del loro credo cristiano. Decine di organizzazioni missionarie operano per fare proselitismo cristiano sotto le mentite spoglie di organizzazioni non governative e umanitarie che collaborano direttamente con gli occupanti americani e crociati approfittando della situazione di guerra e di bisogno degli afgani che vengono spinti verso la deviazione religiosa da queste persone”. E in una parte del messaggio i talebani ricordano tra l'altro la vicenda di Abdel Rahman, l'afgano convertitosi al cattolicesimo in seguito rifugiatosi in Italia. Ma è con gli americani che ce l'hanno i talebani: “...il video trasmesso di al Jazeera è stato visto da migliaia di persone....in quel video si vedeva chiaramente come soldati americani diffondessero copie tradotte del Vangelo deviato alla gente della provincia di Braun che si trova cento chilometri a nord di Kabul....per compiere un lavoro di corruzione condannato dalle stesse leggi militari americane”.
Il testo appare però più come una disquisizione di teologia militante che un vero testo di minaccia al Papa (...l'emirato islamico chiede al popolo afghano di respingere questi attacchi alla sua fede che sono un prolungamento della guerra crociata iniziata da Bush...l'emirato chiede agli Ulema della nazione islamica e ai suoi intellettuali di impedire queste azioni dei crociati e agire in aiuto dell'Islam) tanto che Benedetto viene definito, quasi deferentemente, “...la personalità più importante del mondo cristiano”.
Pura propaganda, è il commento a botta calda dell'ammiraglio Giampaolo Di Paola, presidente del Comitato militare della Nato: “Conoscete i talebani - ha detto – che hanno un ottimo sistema di propaganda. Credete alle loro parole? Io no, del resto - ha aggiunto - non ho mai visto un soldato nato in Afghanistan con la Bibbia in mano”.
Ma a parte la vicenda di al Jazeera, quel che resta interessante del messaggio è proprio il tono, più indignato, al fine, che minaccioso. Un segno certo dei tempi. Tra l'altro nulla fa pensare a una sorta di messaggio in codice alla comunità dei credenti di Palestina o della Giordana o a quella araba che vive all'interno dei confini israeliani. E non c'è neppure un riferimento ad Hamas. I talebani hanno voluto parlare al papa soprattutto per ribadire la purezza ideologica che starebbe alla base della loro missione nazionale: difendere il paese dagli infedeli.

“Tra la gente del Libro, ci sono molti che, per invidia, vorrebbero farvi tornare miscredenti dopo che avete creduto e dopo che anche a loro la verità è apparsa chiaramente! Perdonateli e lasciateli da parte, finché Allah non invii il Suo ordine. In verità Allah è Onnipotente”. Comincia con un versetto del Corano, anche piuttosto edulcorato, il “comunicato dell'emirato islamico” sulla “diffusione del cristianesimo in Afghanistan” con cui talebani hanno scelto di commentare la visita del papa in Terrasanta. Messaggio che lancia minacciosi altolà, ma anche questi piuttosto edulcorati rispetto al linguaggio tradizionale dei militanti in turbante o a quelli deliranti dei qaedisti. Diffuso sul sito Internet ufficiale del movimento, il comunicato dei seguaci di mullah Omar si rivolge direttamente a Benedetto XVI: “Lanciamo un appello alla personalità più importante del mondo cristiano, Papa Benedetto XVI - si legge alla fine del messaggio - affinché proibisca queste attività stupide e irresponsabili di proselitismo dei crociati...non attenda oltre perché la nostra risposta e la nostra punizione sarà durissima, così come la reazione dei musulmani afghani, che sono stati offesi da questa vicenda”.
Il comunicato appare come la risposta a un servizio andato in onda tre giorni sulla rete araba al Jazeera, in cui venivano mostrati alcuni cappellani militari che incitavano i loro soldati a fare proselitismo del cristianesimo in Afghanistan, diffondendo anche copie della Bibbia in lingua pashtu.
“Da diverso tempo i nostri paesi musulmani stanno subendo le prevaricazioni degli americani - si legge ancora nel testo del messaggio - che uniti dalla croce fanno propaganda del loro credo cristiano. Decine di organizzazioni missionarie operano per fare proselitismo cristiano sotto le mentite spoglie di organizzazioni non governative e umanitarie che collaborano direttamente con gli occupanti americani e crociati approfittando della situazione di guerra e di bisogno degli afgani che vengono spinti verso la deviazione religiosa da queste persone”. E in una parte del messaggio i talebani ricordano tra l'altro la vicenda di Abdel Rahman, l'afgano convertitosi al cattolicesimo in seguito rifugiatosi in Italia. Ma è con gli americani che ce l'hanno i talebani: “...il video trasmesso di al Jazeera è stato visto da migliaia di persone....in quel video si vedeva chiaramente come soldati americani diffondessero copie tradotte del Vangelo deviato alla gente della provincia di Braun che si trova cento chilometri a nord di Kabul....per compiere un lavoro di corruzione condannato dalle stesse leggi militari americane”.
Il testo appare però più come una disquisizione di teologia militante che un vero testo di minaccia al Papa (...l'emirato islamico chiede al popolo afghano di respingere questi attacchi alla sua fede che sono un prolungamento della guerra crociata iniziata da Bush...l'emirato chiede agli Ulema della nazione islamica e ai suoi intellettuali di impedire queste azioni dei crociati e agire in aiuto dell'Islam) tanto che Benedetto viene definito, quasi deferentemente, “...la personalità più importante del mondo cristiano”.
Pura propaganda, è il commento a botta calda dell'ammiraglio Giampaolo Di Paola, presidente del Comitato militare della Nato: “Conoscete i talebani - ha detto – che hanno un ottimo sistema di propaganda. Credete alle loro parole? Io no, del resto - ha aggiunto - non ho mai visto un soldato nato in Afghanistan con la Bibbia in mano”.
Ma a parte la vicenda di al Jazeera, quel che resta interessante del messaggio è proprio il tono, più indignato, al fine, che minaccioso. Un segno certo dei tempi. Tra l'altro nulla fa pensare a una sorta di messaggio in codice alla comunità dei credenti di Palestina o della Giordana o a quella araba che vive all'interno dei confini israeliani. E non c'è neppure un riferimento ad Hamas. I talebani hanno voluto parlare al papa soprattutto per ribadire la purezza ideologica che starebbe alla base della loro missione nazionale: difendere il paese dagli infedeli.
mercoledì 6 maggio 2009
TORNANDO A CASA
Per andare a consegnare la sua candidatura alle presidenziali, il presidente uscente Hamid Karzai si inventa una vera e propria processione che, più che da esponente di una promessa di democrazia, sembra una dimostrazione di satrapica potenza. E' lunedi 4 maggio, due giorni fa, ed è anche il giorno in cui un manipolo di giornalisti, tra cui noi, tenta di guadagnare in orario l'aeroporto.
Ma Karzai ha pensato bene di far bloccare tutte le arterie principali che portano alla Jalalabad Road, dove si ricevono le iscrizioni alla gara presidenziale. Comprese le uniche due strade che menano agli aeroporti nazionale e internazionale.
Famiglie con scatoloni di cartone, businessman in blazer spiegazzati dal taxi con le caratteristiche e lucidissime scarpe a punta quadrata, eleganti khan col turbante svolazzante, mullah dalla barba bianca e giornalisti occidentali con telecamere e valige sono costretti a lasciare le macchine che cuociono in coda e tentare di guadagnare la pista a piedi. La mesta teoria di cittadini sorpassa un cordone di polizia e gli agenti anti sommossa formati alla scuola americana: occhiali neri, mitraglia a tracolla, fare deciso e divise nuove di pacca. Militari dell'Isaf/Nato non ce n'è, salvo una pattuglia turca in autoblindo che passa sgommando (la consegna è: tutto il potere alle forze nazionali). La gente dev'essere, come noi, piuttosto infastidita.
Sudando e maledicendo i potenti arriviamo all'aeroporto internazionale militare appena ricostruito dai giapponesi e che sta ormai sostituendo quel baraccamento di filo spinato, blocchi di cemento e sacchetti di sabbia che, sino a ieri, caratterizzava l'arrivo e la partenza dall'aeroporto di Kabul. Quello nuovo è fatto per garantire una presenza militare di lunga durata. Ma l'apparenza è: “aria nuova”. Domenica scorsa, del resto, l'ambasciatore americano in persona, con seguito di telecamere, si è fatto riprendere mentre recideva il reticolo di filo spinato sui muri della legazione. Dando seguito a un decreto di Karzai di due anni fa. Si cambia. Non tutto il potere al popolo, ma tutto il potere a militari e polizia afgana.
Anche un cieco però di accorgerebbe che le cose non stanno così.
Proprio l' “incidente”, così è stato derubricato, in cui è morta la piccola Behnooshahr Wali, uccisa da una pallottola di mitraglietta italiana domenica mattina, rivela quello che tutti sanno ma che non si può dire. L'Afghanistan è governato da eserciti occupanti che ce la mettono tutta per non apparire tali ma che, alla fine, agiscono pur sempre come fa un esercito. Uccide se le condizioni lo richiedono o c'è un rischio anche solo apparente e in regime di totale impunità. Il giudizio spetterà a un tribunale nazionale del paese di riferimento (nel caso una procura italiana) non certo al sistema giudiziario afgano....
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Famiglie con scatoloni di cartone, businessman in blazer spiegazzati dal taxi con le caratteristiche e lucidissime scarpe a punta quadrata, eleganti khan col turbante svolazzante, mullah dalla barba bianca e giornalisti occidentali con telecamere e valige sono costretti a lasciare le macchine che cuociono in coda e tentare di guadagnare la pista a piedi. La mesta teoria di cittadini sorpassa un cordone di polizia e gli agenti anti sommossa formati alla scuola americana: occhiali neri, mitraglia a tracolla, fare deciso e divise nuove di pacca. Militari dell'Isaf/Nato non ce n'è, salvo una pattuglia turca in autoblindo che passa sgommando (la consegna è: tutto il potere alle forze nazionali). La gente dev'essere, come noi, piuttosto infastidita.
Sudando e maledicendo i potenti arriviamo all'aeroporto internazionale militare appena ricostruito dai giapponesi e che sta ormai sostituendo quel baraccamento di filo spinato, blocchi di cemento e sacchetti di sabbia che, sino a ieri, caratterizzava l'arrivo e la partenza dall'aeroporto di Kabul. Quello nuovo è fatto per garantire una presenza militare di lunga durata. Ma l'apparenza è: “aria nuova”. Domenica scorsa, del resto, l'ambasciatore americano in persona, con seguito di telecamere, si è fatto riprendere mentre recideva il reticolo di filo spinato sui muri della legazione. Dando seguito a un decreto di Karzai di due anni fa. Si cambia. Non tutto il potere al popolo, ma tutto il potere a militari e polizia afgana.
Anche un cieco però di accorgerebbe che le cose non stanno così.
Proprio l' “incidente”, così è stato derubricato, in cui è morta la piccola Behnooshahr Wali, uccisa da una pallottola di mitraglietta italiana domenica mattina, rivela quello che tutti sanno ma che non si può dire. L'Afghanistan è governato da eserciti occupanti che ce la mettono tutta per non apparire tali ma che, alla fine, agiscono pur sempre come fa un esercito. Uccide se le condizioni lo richiedono o c'è un rischio anche solo apparente e in regime di totale impunità. Il giudizio spetterà a un tribunale nazionale del paese di riferimento (nel caso una procura italiana) non certo al sistema giudiziario afgano....
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domenica 3 maggio 2009
SE LA DINAMICA NON TORNA
A volte sono le domande più stupide ad aprire scenari di riflessione. Leggete con me questa agenzia nella quale ho sottolineato in grassetto alcune frasi:
AFGHANISTAN: SCONTRO A FUOCO CON PATTUGLIA A HERAT, UN MORTO = TOYOTA COROLLA BIANCA LANCIATA A FORTE VELOCITÀ CONTRO MILITARI Herat, 3 mag. - (Adnkronos) - Un cittadino afghano è morto e altri tre sono rimasti feriti in uno scontro a fuoco con una pattiglia dell'Omlt (Operation mentoring liason team) che opera nella zona di Herat. Alle 11,00 locali, 8,30 ore italiana, si legge in una nota dell'Ufficio pubblica informazione del Regional Command West di Herat, una vettura Toyota Corolla Bianca Sw si lanciava a forte velocità verso una pattuglia dell'Omlt (Operation mentoring laison team) che opera nella zona di Herat. I militari hanno prontamente e correttamente attuato tutte le procedure di segnalazione previste dalle procedure di impiego. Dato che la vettura continuava la propria corsa, nonostante i segnali luminosi ed i colpi di avvertimento, i militari hanno fatto fuoco sul vano motore. Nello scontro, afferma la nota, è deceduto un cittadino afghano ed altri tre risultano essere feriti. Il tipo di vettura Toyota Corolla Bianca Sw rappresenta una delle macchine maggiormente segnalate come possibili vetture utilizzate come autobombe. Sono al momento in corso tutte le indagini del caso ad opera degli organi di polizia militare del Comando di RCW. (Ses/Col/Adnkronos) 03-MAG-09 13:36 NNN
a parte il titolo che dà per buona la versione, adesso guardate questa foto pubblicata dal sito di Repubblica.
Cosa c'è che non torna? La prima versione dei fatti diceva che la Corolla bianca (per inciso la macchina più diffusa per marca e colore in Afghanistan) procedeva nell'altro senso di marcia, dunque non si lanciava affatto. Andava solo forte come tutti fanno da queste parti. Chissà magari erano in ritardo o andavano in ospedale. Ma magari mi sbaglio io, magari procedevano in mezzo alla strada o nella direzione del convoglio italiano. Non sono dietrologo per forza. Dunque i militari fanno segnali ma l'auto non rallenta. Prima domanda: chi ha spiegato agli afgani come funziona il sistema di segnalazione di Isaf? Io, ad esempio, non lo so. Ma fin qui...tutti sanno che quando Isaf fa rumore è meglio spostarsi anche se non tutti lo fanno sempre. Ma la questione vera riguarda il fatto che, per fermare l'auto, i militari italiani hanno sparato sul cofano, sul vano motore. Però la foto mostra il cofano posteriore: si vede il foro del proiettile e anche il vetro a pezzi e persino una chitarra (...un'arma terribile se impugnata per il manico...)
Allora non capisco. E non capisco perché il comunicato debba mentire. Si, mentire. Il motore nelle Corolla sta davanti...Delle due l'una: o hanno sparato a ripetizione davanti e dietro. O il comunicato non dice la verità, una verità banalissima per altro. E cioè che non hanno sparato sul motore. Non saprei... Ritratteranno più tardi?
Io non sono un esperto di balistica e certo posso sbagliare ed eserciterei il beneficio del dubbio se non avessi sentito al telegiornale che, secondo le autorità militare, sarebbe stato sparato un colpo solo. Un colpo solo? Mm...ma avevano un vecchio Enfield o una mitragliatrice?
Un giornalista diventa sospettoso quando una verità banale viene nascosta. E' la prima regola: dite la verità, magari non tutta, ma se dite una balla si diventa sospettosi. In attesa di lumi una bambina è morta. E domani un nugolo di parlamentari, di destra e di sinistra, andranno a inaugurare un orfanotrofio e un ospedale pediatrico ad Herat che i militari hanno messo in piedi (per la verità non da soli ma questa è un'altra storia). Cose per bambini. E' amaro ma vien da commentare: ti sparo, ma dopo ti curo. E se capita che muoiano i tuoi genitori c'è anche il posto dove farti dormire...
Sarebbe meglio, l'ho sempre scritto, che i militari facessero i militari e basta. Così danneggiano anche chi non è militare e si da da fare in ambito umanitario. Generale, colonnello, capitano, lasciate satre gli orfanotrofi e gli ospedali e insegnate ai vostri sottoposti a non uccidere gli innocenti. Sono sbagli gravi magari, volgio credere, dovuti al fatto che la tensione fa saltare i nervi sempre tesi in zona di guerra.
Come ha commentato il ministro La Russa infatti: Sono purtroppo le terribili evenienze che non possono essere mai escluse quando si opera in un teatro così difficile e pericoloso. Ecco appunto, un teatro che richiede nervi saldi caro ministro. Gli orfanotrofi lasciateli fare agli ingegneri civili e voi occupatevi senza retorica di fare bene la guerra. Che credo non dovrebbe contempalre la morte di bambini innocenti
AFGHANISTAN: SCONTRO A FUOCO CON PATTUGLIA A HERAT, UN MORTO = TOYOTA COROLLA BIANCA LANCIATA A FORTE VELOCITÀ CONTRO MILITARI Herat, 3 mag. - (Adnkronos) - Un cittadino afghano è morto e altri tre sono rimasti feriti in uno scontro a fuoco con una pattiglia dell'Omlt (Operation mentoring liason team) che opera nella zona di Herat. Alle 11,00 locali, 8,30 ore italiana, si legge in una nota dell'Ufficio pubblica informazione del Regional Command West di Herat, una vettura Toyota Corolla Bianca Sw si lanciava a forte velocità verso una pattuglia dell'Omlt (Operation mentoring laison team) che opera nella zona di Herat. I militari hanno prontamente e correttamente attuato tutte le procedure di segnalazione previste dalle procedure di impiego. Dato che la vettura continuava la propria corsa, nonostante i segnali luminosi ed i colpi di avvertimento, i militari hanno fatto fuoco sul vano motore. Nello scontro, afferma la nota, è deceduto un cittadino afghano ed altri tre risultano essere feriti. Il tipo di vettura Toyota Corolla Bianca Sw rappresenta una delle macchine maggiormente segnalate come possibili vetture utilizzate come autobombe. Sono al momento in corso tutte le indagini del caso ad opera degli organi di polizia militare del Comando di RCW. (Ses/Col/Adnkronos) 03-MAG-09 13:36 NNN
a parte il titolo che dà per buona la versione, adesso guardate questa foto pubblicata dal sito di Repubblica.
Cosa c'è che non torna? La prima versione dei fatti diceva che la Corolla bianca (per inciso la macchina più diffusa per marca e colore in Afghanistan) procedeva nell'altro senso di marcia, dunque non si lanciava affatto. Andava solo forte come tutti fanno da queste parti. Chissà magari erano in ritardo o andavano in ospedale. Ma magari mi sbaglio io, magari procedevano in mezzo alla strada o nella direzione del convoglio italiano. Non sono dietrologo per forza. Dunque i militari fanno segnali ma l'auto non rallenta. Prima domanda: chi ha spiegato agli afgani come funziona il sistema di segnalazione di Isaf? Io, ad esempio, non lo so. Ma fin qui...tutti sanno che quando Isaf fa rumore è meglio spostarsi anche se non tutti lo fanno sempre. Ma la questione vera riguarda il fatto che, per fermare l'auto, i militari italiani hanno sparato sul cofano, sul vano motore. Però la foto mostra il cofano posteriore: si vede il foro del proiettile e anche il vetro a pezzi e persino una chitarra (...un'arma terribile se impugnata per il manico...)
Allora non capisco. E non capisco perché il comunicato debba mentire. Si, mentire. Il motore nelle Corolla sta davanti...Delle due l'una: o hanno sparato a ripetizione davanti e dietro. O il comunicato non dice la verità, una verità banalissima per altro. E cioè che non hanno sparato sul motore. Non saprei... Ritratteranno più tardi?
Io non sono un esperto di balistica e certo posso sbagliare ed eserciterei il beneficio del dubbio se non avessi sentito al telegiornale che, secondo le autorità militare, sarebbe stato sparato un colpo solo. Un colpo solo? Mm...ma avevano un vecchio Enfield o una mitragliatrice?
Un giornalista diventa sospettoso quando una verità banale viene nascosta. E' la prima regola: dite la verità, magari non tutta, ma se dite una balla si diventa sospettosi. In attesa di lumi una bambina è morta. E domani un nugolo di parlamentari, di destra e di sinistra, andranno a inaugurare un orfanotrofio e un ospedale pediatrico ad Herat che i militari hanno messo in piedi (per la verità non da soli ma questa è un'altra storia). Cose per bambini. E' amaro ma vien da commentare: ti sparo, ma dopo ti curo. E se capita che muoiano i tuoi genitori c'è anche il posto dove farti dormire...
Sarebbe meglio, l'ho sempre scritto, che i militari facessero i militari e basta. Così danneggiano anche chi non è militare e si da da fare in ambito umanitario. Generale, colonnello, capitano, lasciate satre gli orfanotrofi e gli ospedali e insegnate ai vostri sottoposti a non uccidere gli innocenti. Sono sbagli gravi magari, volgio credere, dovuti al fatto che la tensione fa saltare i nervi sempre tesi in zona di guerra.
Come ha commentato il ministro La Russa infatti: Sono purtroppo le terribili evenienze che non possono essere mai escluse quando si opera in un teatro così difficile e pericoloso. Ecco appunto, un teatro che richiede nervi saldi caro ministro. Gli orfanotrofi lasciateli fare agli ingegneri civili e voi occupatevi senza retorica di fare bene la guerra. Che credo non dovrebbe contempalre la morte di bambini innocenti
LETTE SUL GIORNALE
Il colpo di scena col quale Gul Agha Sherzai , potente governatore di Nangarhar che aveva incontrato personalmente Obama, ha deciso di ritirarsi dalla sfida elettorale, ha fatto entrare nel vivo la campagna elettorale delle presidenziali. Segnando il primo punto a favore di Hamid Karzai,
il candidato forte che aspira a un secondo mandato come capo dello stato dell'Afghanistan, (terzo mandato se si considera l'interim assunto dopo la cacciata dei talebani). L'abile presidente ha ancora un paio di cose da sistemare: emendare la controversa legge sul diritto privato degli sciiti, per far contenti occidentali e gruppi afgani di difesa dei diritti umani, e poi fare i conti con gli altri candidati del peso di Asharf Ghani perché la sua rielezione, per quanto sempre più possibile, non è ancora affatto scontata.
Certo Karzai ha messo a posto un po' di cose con gli americani che, dopo averlo praticamente sfiduciato, sono adesso tornati ad appoggiarlo. Quanto meno non lo ostacolano. Hanno del resto parecchie cosette da sistemare: la loro strategia per l'Afghanistan non è affatto chiara e del resto Obama è in sella da soli cento giorni e, oltre a Kabul, la sua preoccupazione riguarda Islamabad e la guerra ai neotalebani
della Swat valley, dove stanno promuovendo una vera e propria rivoluzione sociale per guadagnarsi simpatie e consenso dei contadini poveri. Non è chiaro come andrà a finire il “surge” militare (termine che gli Usa chiedono di non usare per l'Afghanistan) né quello civile, né cosa esattamente sia la strategia di eradicazione dell'oppio anticipata giorni fa dal Nyt.
Infine. la Nato cambierà il colore delle sue auto bianche identiche a quelle usate dagli “umanitari”: nel giro di un mese tutti i veicoli bianchi della Nato, i mezzi civili e senza insegne usati dai militari e identici a quelli tradizionalmente utilizzati dagli operatori umanitari, dovranno cioè essere riconoscibili. Un piccolo passo, mano tesa ai civili che chiedevano questa distinzione da tempo.
Questa rassegna stampa è tratta da Asia maior Dossier Afghanistan
il candidato forte che aspira a un secondo mandato come capo dello stato dell'Afghanistan, (terzo mandato se si considera l'interim assunto dopo la cacciata dei talebani). L'abile presidente ha ancora un paio di cose da sistemare: emendare la controversa legge sul diritto privato degli sciiti, per far contenti occidentali e gruppi afgani di difesa dei diritti umani, e poi fare i conti con gli altri candidati del peso di Asharf Ghani perché la sua rielezione, per quanto sempre più possibile, non è ancora affatto scontata.Certo Karzai ha messo a posto un po' di cose con gli americani che, dopo averlo praticamente sfiduciato, sono adesso tornati ad appoggiarlo. Quanto meno non lo ostacolano. Hanno del resto parecchie cosette da sistemare: la loro strategia per l'Afghanistan non è affatto chiara e del resto Obama è in sella da soli cento giorni e, oltre a Kabul, la sua preoccupazione riguarda Islamabad e la guerra ai neotalebani
della Swat valley, dove stanno promuovendo una vera e propria rivoluzione sociale per guadagnarsi simpatie e consenso dei contadini poveri. Non è chiaro come andrà a finire il “surge” militare (termine che gli Usa chiedono di non usare per l'Afghanistan) né quello civile, né cosa esattamente sia la strategia di eradicazione dell'oppio anticipata giorni fa dal Nyt.Infine. la Nato cambierà il colore delle sue auto bianche identiche a quelle usate dagli “umanitari”: nel giro di un mese tutti i veicoli bianchi della Nato, i mezzi civili e senza insegne usati dai militari e identici a quelli tradizionalmente utilizzati dagli operatori umanitari, dovranno cioè essere riconoscibili. Un piccolo passo, mano tesa ai civili che chiedevano questa distinzione da tempo.
Questa rassegna stampa è tratta da Asia maior Dossier Afghanistan
venerdì 1 maggio 2009
FUORI LA PORTA DELL'HOTEL SERENA
Uscito da una lauta colazione per expat all'Hotel Serena, con circa 12 vassoi lasciati semi intonsi dall'inappetenza della comunità internazionale, mi è salito dallo stomaco un vago senso di nausea quando, seppur scherzando, uno di loro ha raccontato a un altro che, per via della ricorrenza genetliaca della regina d'Olanda, l'ambasciata dei Paesi bassi dava un ricevimento nella sede di Isaf con alcool gratis per tutti. Non mi considero un moralista e sono anche un discreto bicchiere. Infine a un giornalista non si dice mai di no e la tentazione di scolarsi una bottiglia della cantina di una regina fa sempre gola. Ma quel senso di nausea mi ha impedito di prendere ulteriori informazioni. A questa dorata bolla di sapone in cui vive la comunità internazionale – diplomatici, funzionari, reporter, umanitari, persino soldati – gli afgani hanno scarso accesso. Mosche bianche. E naturalmente ci si conosce tutti, loro élite di una società lasciata fuori dalla porta del Serena e noi espressione degli eserciti occupanti (tecnicamente un esercito che gestisce la sicurezza interna di una nazione sovrana è “occupante”, anche se il termine è fastidioso). Anch'io esco dalla porta del Serena. Mi manca l'aria: sono in Afghanistan ma di afgani, salvo il portiere dell'albergo e i camerieri, non ne vedo. Più tardi, camminando per il grande boulevard di Sharenaw, vicino a dove abito e al bel parco che costituisce uno dei rari polmoni verdi della città, mi sono invece fatto un'iniezione di afganità: ...e quanti ce ne sono!
Ma che ci fanno tutti questi afgani, tra cui molti straccioni e fastidiosissimi mendicanti, a turbare il tranquillo e beato ambiente che tanto rendeva simpatico il bar del Serena? Non potrebbero stare a casa senza esibire così patentemente il nostro e il loro fallimento?Quel che mi colpisce è la presenza di due uomini sui quarant'anni che chiedono l'elemosina. Uno tiene un bambino tra le braccia e la testa china. L'altro, poco più in là, il capo l'ha completamente avvolto nel pathu, il mantello. Entrambi esibiscono, a richiamo della loro necessità, due ricette mediche. E tengono la testa bassa, a richiamo della loro vergogna. Un adulto che chiede le elemosina in questo paese è un caso raro. Di solito son le donne, nei loro burqa rattoppati e lisi, i bambini cenciosi e smoccolenti o vecchi incanutiti forse troppo presto. Ma uomini adulti mai. E se ci fate caso anche nelle nostre società opulente, i quarantacinquantenni – a meno che non siano clochard che fanno i parcheggiatori abusivi o che biascicano qualche richiesta – l'elemosina non la chiedono. Voglio dire quegli uomini di mezza età vestiti decentemente, che magari hanno anche un lavoro ma non abbastanza remunerativo per pagare le cure per il figlioletto. Una volta ho visto un mio coetaneo a Roma, ben vestito e con la testa tra le mani – coperto di angoscia e vergogna – chiedere la carità davanti alla Rinascente. Piangeva con il viso rivolto alla vetrina. Ho provato un senso di imbarazzo che ricordo ancora.
Lo provo adesso a Kabul per questi due gentiluomini che esibiscono pubblicamente il proprio dramma in questa società arcaica e tradizionale dove l'orgoglio è tutto. Mostrare così, davanti a tutti, le proprie difficoltà non è di questo popolo dignitoso e fiero che si lascia morir di fame piuttosto che pietire la vostra misericordia. Negli anni Settanta, quando la guerra non c'era, mendicanti non ne ricordo proprio. Adesso, narrano le cronache, nella sola
Kabul ci son quattromila bambini di strada: abiti laceri, manine lerce e l'espressione tragica di chi dovrebbe esser a giocare e invece vi chiede se volete spazzolare le scarpe per qualche afganis.Cinici come siamo, per professione ed esperienza, dovremmo passar oltre. Ma alla fine sono tornato indietro e ho messo mezzo dollaro a uno e un dollaro all'altro, sulle consunte ricette davanti ai piedi e alle teste chinate di questi due signori. Pensavo che mi avrebbero ringraziato per tanta generosità. Ma nessuno di loro ha alzato la testa. Certo, ho pensato, la carta moneta non fa rumore: non se ne saranno accorti...
Ognuno ha il suo modo di consolarsi come può.
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