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martedì 30 giugno 2009

AFGHANISTAN, COSA NE PENSO DELLA GUERRA

STALLO AFGANO è il titolo che ho dato a un contributo per la newletter del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente, un'organizzazione e un sito che mi piace e che è pieno di spunti e risorse. Mi ha così dato l'occasione di riflettere su quanto è avvenuto a Trieste ma anche su quello che forse si potrebbe fare. Insomma, come la penso su questa guerra. In effetti...

...Chi sperava che il vertice dei ministri degli Esteri del G8, riunitosi a Trieste dal 25 al 27 giugno, indicasse una nuova strategia per superare la guerra in corso in Afghanistan dal 2001 è rimasto deluso.

Il G8 e l'AfPak

La Conferenza, che avrebbe dovuto essere dedicato soprattutto alla stabilizzazione dell'AfPak (l'acronimo con cui si indicano Pakistan e Afghanistan ormai ritenute un insieme geopolitico), si è in realtà occupata del conflitto con una riunione informale allargata solo nel pomeriggio del penultimo giorno e nella mattinata dell'ultimo, così che nella dichiarazione finale del summit, resa nota già venerdi, i capi della diplomazia mondiale di tutto hanno parlato (dall'Iran alla pirateria) ma senza far menzione della guerra.
Quanto alla riunione “informale” che ha concluso i lavori del vertice, il suo unico merito sembra esser stato quello – il che certo non è poco ma neppure molto – di aver fatto sedere allo stesso tavolo 24 paesi, che si sono trovati d'accordo – come ha spiegato il ministro Frattini – nel dare avvio a un processo virtuoso di maggior "coerenza e concretezza" negli sforzi verso l'Afghanistan che fino a oggi, ha ammesso il ministro, "non sempre sono stati coordinati fra di loro". Ma oltre a spiegare che l'Afghanistan, rimane "un'area di preoccupazione" per la comunità internazionale e che, in quanto tale, merita "aiuto, sostegno e incoraggiamento" attraverso una più stretta "collaborazione regionale" con il coinvolgimento anche dei paesi vicini, il summit non sembra aver partorito molto di più. Non solo: la macroscopica assenza di Teheran – che ha declinato l'invito triestino – potrebbe persino far pensare che il vertice sia in gran parte fallito. Di che collaborazione dei paesi vicini si può infatti parlare se manca l'Iran, la nazione più importante con il Pakistan, tra quelle confinanti?. Frattini ha spiegato che "l'Iran è solo uno dei molti paesi vicini, tutti gli altri hanno collaborato costruttivamente" e ha aggiunto che "ci sono temi come il traffico di droga sul quale credo che l'Iran abbia grande interesse a cooperare e spero che in futuro coopererà". Un auspicio, niente di più. Ma non è tutto.

Assenze ingombranti


La guerra in Afghanistan si può definire in molti modi: un conflitto interno tra gruppi insurrezionalisti che combattono un governo centrale debole appoggiato da forze straniere; la prima vera guerra che impegna la Nato fuori dai suoi “confini naturali”; una “guerra americana”. Tutti gli elementi di analisi porterebbero a considerare quest'ultima accezione come la più corretta. Gli Stati Uniti hanno in Afghanistan una missione militare (Operation Enduring Freedom, Oef) che sfugge al comando di Isaf/Nato, autorizzato a operarvi da un mandato del Consiglio di sicurezza; controllano la leadership afgana (come si evince dalle manovre attorno alle candidature per le presidenziali di agosto); sono il maggior donatore sul piano militare e civile; la loro influenza sugli alleati occidentali è fortissima.
Il basso profilo tenuto dagli Stati Uniti a Trieste, dove per motivi di salute il segretario di Stato Clinton si è fatta sostituire da un funzionario del Dipartimento di Stato, ha corroborato l'opinione che solo Washington sia effettivamente in grado di indicare una strategia. E che in sua assenza, gli europei – e non solo loro – non siano in grado di indicare non soltanto una via d'uscita (exit strategy, una locuzione che si fa sempre più strada nel parlamento statunitense e nella stampa americana) ma nemmeno i nodi principali del conflitto: il quadro del processo di riconciliazione nazionale (cioè il dialogo con i talebani); il problema delle stragi di civili; la convivenza del doppio mandato tra Isaf/Nato e Oef; una miglior cooperazione allo sviluppo che incida sulla vita degli afgani e aumenti un consenso alla presenza occidentale decisamente in declino; una precisa svolta che superi la mera “opzione militare”.
Benché la nuova amministrazione americana abbia iniziato ad affrontare tutti questi punti (apertura sul negoziato, promozione del cosiddetto “civilian surge”, consistenza della spesa in cooperazione e infine una ridefinizione della strategia militare che limiti i raid aerei e le vittime civili) essa appare ancora nebulosa e, soprattutto, prigioniera dello scontro tra le nuove idee di Obama e dei suoi consiglieri (tra cui Ahmed Rashid e il professor Rubin Barnett), i settori del Pentagono e del Dipartimento di Stato ancora fedeli alle tattiche del suo predecessore e una macchina della guerra che sembra ormai autoalimentarsi. Se dunque a questa nebulosa, non priva di spunti interessanti e importanti, si associa l'incapacità europea sia di sostenere adeguatamente la nuova politica americana sia di consigliarla al meglio, l'impressione che se ne ricava è che ormai il conflitto sia in una fase di stanca, di stallo diplomatico e di impasse militare, condito da una totale mancanza di una strategia (europea) che ne possa indicare il superamento. La macchina insomma sembra assai logora.

Quale svolta?

Poiché l'impasse, politico, diplomatico e di consenso, esiste fortunatamente anche dall'altra parte del campo, segnatamente nelle file di una guerriglia disomogenea e, al momento, incapace di creare un fronte comune tra le sue diverse anime, il momento non potrebbe essere più opportuno per tentare una svolta definitiva di cui l'Europa, il maggior contributore della coalizione, dovrebbe farsi promotrice. Come articolarla?
Il negoziato tra il governo e i talebani è una realtà, per quanto fragile, già in atto da diversi mesi e si è allargato ad altre figure come quella di personaggi del calibro di Hekmatyar. Il processo andrebbe rafforzato, spiegato alla società civile (in molti casi contraria a scendere a patti con l'ancién regime in turbante), coadiuvato dallo studio di strumenti legislativi adeguati e da un piano di assorbimento dei futuri ex guerriglieri. La “ownerwrship afgana”, da più parti sbandierata, andrebbe affettivamente rafforzata e resa efficace (qualche segnale in questa direzione già c'è) con un piano di lungo termine che preveda la presenza di consiglieri ma che effettivamente consegni al governo afgano (cosa che al momento non è) la direzione degli affari di stato - e la gestione della sicurezza - anche attraverso il ripristino delle strutture di consultazione tribale (loya jirga) destrutturate o private di potere dall'amministrazione “controllata” messa in campo dagli occupanti; una revisione dei piani di cooperazione con investimenti mirati ai bisogni primari reali (sanità in primis, educazione, servizi come acqua e luce, controllo dell'ambiente); la costruzione di un archivio e di un catasto che si accompagni a una riforma agraria, vero nodo di tutti i conflitti afgani e primo tassello della guerra alla produzione dell'oppio e al narcotraffico; un piano di costruzione di strumenti di democrazia “dal basso” in una società in cui, attualmente, il potere rappresentativo è in mano ai vecchi comandanti mujaheddin protetti da una legge di amnistia.
Infine, sul piano militare, senza prevedere un ritiro immediato delle truppe - che consegnerebbe il paese, nella situazione attuale, a una nuova stagione di caos e di guerra civile - andrebbero sempre più ridotte le azioni militari occidentali, prefigurando un cessate il fuoco unilaterale e restituendo all'Isaf il suo primigenio mandato, quello di una presenza di stabilizzazione. Un'idea impossibile però se prima non si chiarisce ruolo e autorità delle due missioni (Nato e Oef) che attualmente convivono parallele in un conflitto che non ha una direzione né un unico comando operativo. Una confusione pericolosa che sinora ha fatto gravissimi danni di cui, soprattutto i militari europei, sono ben consci. Anche se nessuno di loro ha il coraggio di ammetterlo pubblicamente.

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lunedì 29 giugno 2009

I MISTERI DI TEHERAN

Sul sito della Sapienza il documento in italiano,non si sa quanto attendibile, che inchiodava Ahmadinejad. E che gira tra i seguaci di Musavi

Nell'accusare di brogli la macchina elettorale ma soprattutto il neo presidente Ahmadi Nejad, l'opposizione iraniana, benché sempre in forma non ufficiale, fa riferimento a un documento che, la sera del 13 giugno, fu inviato dal ministro dell'Interno Sadeq Mahsuli all'ayatollah Ali Khamenei. Documento che attestava la vittoria senza se e senza ma di Musavi e la sonora sconfitta di Ahmadi Nejad. Il testo, di cui per primo parlò Robert Fisk sull'Independent, sarebbe stato fatto “uscire” dalle maglie della censura da un funzionario del ministero che la notte stessa morì... in un incidente.
Ora quel documento – sulla cui attendibilità nessuno può scommettere – si può leggere in italiano sul sito della Facoltà di Studi Orientali dell'Università di Roma La Sapienza (cliccando qui).Gli studiosi spiegano di aver pubblicato e tradotto il testo “per informazione” e che sulla sua “autenticità ognuno è libero di pensarla come crede”. Nel documento i numeri dicono che su 42 milioni di lettori, 19.075.633 avevano votato per Mir Hoseyn Musavi, 13.387.104 per Mehdi Karrubi e solo 5.698.417 per Mahmud Ahmadi Nejad.

domenica 28 giugno 2009

LA GUERRA E IL TOPOLINO DI TRIESTE

La diplomazia italiana la considera una sua vittoria e probabilmente anche un recupero sulle critiche piovute sulla dichiarazione del G8 dei ministri degli Esteri conclusosi ieri a Trieste, e resa nota venerdi, accusata di esser stata molto blanda sull'Iran e priva di indicazioni sull'Afghanistan. Ma dalla riunione “informale” e allargata sull'AfPak (acronimo che indica Afghanistan e Pakistan) - tenutasi tra venerdi sera e ieri mattina nella città friulana - qualcosa sarebbe uscito anche se, in realtà, sembra trattarsi più di un'indicazione di metodo che non di merito.
Trieste attesta che l'appuntamento della diplomazia (24 paesi) avrebbe stabilito una nuova azione coordinata verso l'Afghanistan da parte di tutti i paesi in qualche modo interessati alla stabilizzazione della regione. Così sintetizza il ministro degli Esteri Franco Frattini, in partenza per Corfù per il vertice Nato-Russia in cui è stato preceduto, a sorpresa, da Berlusconi.

Grazie alla tre giorni a Trieste – dice il ministro - può esserci adesso più «coerenza e concretezza» negli sforzi verso l'Afghanistan che fino a oggi «non sempre sono stati coordinati fra di loro». L'Afghanistan, aggiunge Franco Frattini, rimane «un'area di preoccupazione» per la comunità internazionale che però merita «aiuto, sostegno e incoraggiamento» attraverso una più stretta «collaborazione regionale» con il coinvolgimento anche dei paesi vicini.
Il capo della diplomazia italiana dice in sostanza quel che si va ripetendo da anni e la sua sintesi sembra più che altro far stato dell'avvio di un processo regionale negoziato, per altro già in corso, che sembra restar tanto più faticoso quanto più è stata sottolineata la grande assenza di Teheran. Frattini minimizza: «l'Iran è solo uno dei molti paesi vicini, tutti gli altri hanno collaborato costruttivamente» e aggiunge «ci sono temi come il traffico di droga sul quale credo che l'Iran abbia grande interesse a cooperare e spero che in futuro coopererà». Berlusconi da Corfù aggiunge la ciliegina: «Adesso abbiamo bisogno anche della federazione russa per l'Afghanistan, visto il suo ruolo centrale nella regione da cui potrebbero partire le missioni terroristiche». Un'ultima novità: per le presidenziali Roma manderà 500 soldati, 100 in più del previsto.

Il summit però sembra aver tralasciato i temi veri: dove va la guerra e dove va, se c'è, il negoziato, internazionale ma soprattutto interno, per certificarne la fine. Esiste insomma una strategia o, per meglio dire una exit strategy, seppur sotto banco invocata persino dagli americani? Una mezza novità arriva da Kabul dove il presidente Hamid Karzai ha ieri fatto appello ai «fratelli talebani» perché si registrino nelle liste elettorali e si rechino a votare alle elezioni presidenziali e provinciali di fine agosto. Frattini apprezza e, dice, la strategia di Karzai per qualche forma di riconciliazione nazionale è «da incoraggiare fortemente». In fondo anche questo è un segno dei tempi. Ma da Trieste non esce molto di più soprattutto su una strategia di riconciliazione nazionale che faccia tacere le armi. La montagna, anche questa volta, partorisce un topolino.

Intanto però la guerra va avanti. Ieri un ennesimo ordigno è esploso al passaggio di una pattuglia di militari italiani a 40 chilometri a NordEest di Farah, nell'Ovest dell'Afghanistan, area di competenza del Comando Ovest di Isaf/Nato comandato dagli italiani: nessuno è rimasto ferito grazie alla blindatura del Lince su cui viaggiavano anche se il mezzo è stato invece gravemente danneggiato. E non è stato l'unico episodio: un attacco con armi automatiche è avvenuto sempre nella stessa area di Farah mentre una pattuglia di paracadutisti della Folgore era in perlustrazione. Quanto al primo incidente, la pattuglia si stava recando nella località di Bala Bolok dove una caserma dell'esercito afgano era stata assaltata da un gruppo di guerriglieri.
Bala Bolok è il luogo dove, agli inizi di maggio, un raid a tappeto dell'aviazione americana ha fatto strage di civili per colpire dei talebani: sarebbero almeno 140 secondo le autorità locali (bilancio respinto al mittente dai militari Usa), la strage numericamente più rilevante dall'inizio della presenza occidentale (2001) in Afghanistan.

L'attacco agli italiani (che bombardamenti non ne fanno) rientra nella gran confusione che circonda la due missioni parallele: Isaf/Nato (cui partecipa anche Roma) e Enduring Freedom (Oef, a sola partecipazione americana) completamente disgiunte (benché, si dice, coordinate) come catena di comando e decisioni operative. Ma a Trieste di questo, uno dei maggiori problemi della guerra e che rimanda alle responsabilità per le stragi di civili, non si è fatto parola. Come al solito. As usual, direbbero gli americani.

mercoledì 24 giugno 2009

SE FUORI DALLA PORTA..RESTAN ANCHE LE DONNE

Ancora sul vertice di Trieste. Dopo l'Iran anche le donne...restan chiuse fuori. O quasi (la foto è di Romano Martinis, un'anziana signora in un campo profughi di Kabul)

Di cosa si parlerà a Trieste alla Riunione dei Ministri degli Esteri del G8 dedicata all'AfPak visto che uno degli argomenti topici – la presenza dell'Iran e il suo ruolo chiave nella regione – verrà a mancare per l'assenza ormai certa di Teheran? Ieri, recuperando sulla chiusura manifesta dell'Italia alla delegazione iraniana (che comunque non ha nemmeno risposto all'invito) il ministro Frattini ha spiegato che però la “mano resta tesa”, in omaggio alle aperture americane. Tant'è, si parlerà di molte altre cose tranne una: il ruolo delle donne e la loro condizione nei due paesi – Afghanistan e Pakistan - dove la questione di genere è molto spesso liquidata sotto un velo a grate e relegata nelle stanze di casa dove solo gli uomini di famiglia hanno accesso.

Questo almeno a scorrere l'agenda del vertice in calendario da giovedi a sabato in Friuli sull'“iniziativa di stabilizzazione dell’Afghanistan nel quadro della dimensione regionale, con la partecipazione degli attori regionali e internazionali e dei vertici delle organizzazioni internazionali competenti”, come si legge sul sito della Farnesina. In effetti si parlerà di molte cose: proliferazione nucleare, terrorismo, crimine organizzato trans-nazionale e, ovviamente, sicurezza, un mantra ormai ineludibile in ogni summit che si rispetti. Ma non mancheranno l'economia, lo sviluppo, la cooperazione, i rifugiati, la sicurezza alimentare. Persino la pirateria. Tutto fuorché le donne.

La lettura dell'agenda di Trieste ha finito così per farne infuriare parecchie, sia nelle organizzazioni della società civile, sia tra deputate e senatrici del centro sinistra. I maligni dicono infatti che le donne del centrodestra, dentro e fuori il parlamento, hanno avuto l'ordine di scuderia – come si evince da una mozione Pdl-Lega - di tenere la guardia bassa perché di genere e diritti femminili si parlerà solo nel vertice “minore” di settembre – una “coda” del G8 maiuscolo di luglio - in cui farà gli onori di casa il ministro Mara Carfagna. Perché dunque indignarsi tanto adesso se le donne scompaiono tra Trieste e L'Aquila?
Ma nel centro sinistra la lettura dell'agenda friulana e di quella abruzzese ha fatto imbufalire molte parlamentari. Prima fra tutte Rosa Calipari, una delle promotrici della mozione sui diritti di genere, approvata agli inizi dell'anno in parlamento, che impegnava il governo italiano a farne un cavallo di battaglia (si discuteva allora del decreto missioni). A leggere l'agenda, in effetti, di quell'impegno non c'è traccia anche se, in realtà, gli sherpa del ministero hanno lavorato sul tema che però non appare a chiare lettere. A quanto pare infatti, il draft della dichiarazione finale prevede proprio un punto specifico sulle questioni di genere con un impegno, sempre che il suggerimento sia approvato, verso le donne afgane e quelle pachistane. Ma resta da capire perché l'agenda ufficiale non preveda neppure un panel, una sessione, una colazione di lavoro dedicata al tema.

Se a pensar male si fa peccato ma spesso non si sbaglia, verrebbe da credere che il Ministero delle Pari Opportunità abbia fatto pressione per far sparire le donne dal tavolo friuloabruzzese per farle riapparire per magia solo a settembre. Quando l'intero mini summit (A Roma) sarà dedicato a loro. Una volta che il G8 “vero” però sarà già concluso.

martedì 23 giugno 2009

L'IRAN FUORI DALLA PORTA

L'Iran non ci sarà alla Conferenza diplomatica del G8. E in effetti nessuno li vuole gli iraniani a trieste, invitati davvero scomodi. Ma ha senso tener fuori dalla porta Teheran, attore primario din Afghanistan, proprio quando di quel paese si discute?

Se non fosse per Karl Bildt, il ministro degli Esteri della Svezia, paese che avrà la prossima presidenza Ue, il clima che circonda la tre giorni di Trieste, non dei più sereni. Soprattutto per l'inviato numero uno – l'Iran – alla Conferenza diplomatica organizzata dalla presidenza italiana del G8 per discutere, in chiave regionale, del conflitto afgano e delle turbolenze che attraversano il Pakistan. Secondo Bildt «abbiamo interesse a impegnare l'Iran non solo sul dossier nucleare, ma su altre questioni, come l'Afghanistan e il Pakistan», lasciando aperto il canale del dialogo. In una parola, condannare si, ma non chiudergli in faccia la porta di Trieste, dove la Conferenza sull'”AfPak” si terrà da giovedi a sabato prossimo. Ma quella di Bildt è apparsa come l'unica nota fuori da un coro che invece la porta vorrebbe tenerla chiusa, se si esclude il basso profilo degli americani (dovrebbe essere presente la Clinton) mantenuto anche sull'appuntamento di Trieste.

Il fuoco di fila lo inizia il ministro Frattini in mattinata dichiarando che «in un momento del genere, noi non sappiamo quale tipo di contributo l'Iran potrebbe dare alla nostra discussione di venerdì... è una questione di concretezza e pragmatismo». In seguito la Farnesina ha chiarito che si aspettava una risposta da Teheran sull'invito a partecipare al G8 dei ministri degli Esteri di Trieste e che «se entro oggi (ieri per chi legge) non ci sarà una risposta - spiegava il portavoce della “Casa” Maurizio Massari – interpreteremo questa non risposta con una non disponibilità a partecipare ». Inoltre, aggiungeva Massari chiosando il ministro “sarebbe difficile in questa situazione pensare che l'Iran possa portare un valore aggiunto all'esercizio sulla stabilizzazione dell'Afghanistan». Gli faceva eco l'ufficio del portavoce del ministero degli Esteri di Teheran secondo cui – riferiva l'Ansa - l'Iran «non ha ancora deciso» se partecipare (e in effetti la decisione non è arrivata). Tutto in effetti rema contro.

«Credo davvero che sarebbe cosa giusta e saggia ritirare l'invito nei confronti dell'Iran», dice a Radio Radicale la vicepresidente del Senato Emma Bonino, facendosi portavoce di posizioni simili soprattutto nella maggioranza (Fiamma Nirenstein in primis). E se i membri della Ue dovrebbero pensare a convocare gli ambasciatori dell'Iran accreditati nelle rispettive capitali - suggerisce la presidenza di turno (ceca) da Praga - in Italia il centrodestra propone una manifestazione, ovviamente bipartisan (l'idea è del ministro Bondi), che già raccoglie le prime adesioni. Difficile per un governo mandare i suoi emissari in presenza della convocazione del suo ambasciatore e mentre il Palazzo italiano manifesta contro quello iraniano...

A sinistra si resta più cauti, forse continuando a pensare che, anche se molto delegittimato, il governo dell'Iran è, in Afghanistan, pur sempre un attore primario e del quale è difficile fare a meno. Solo Gianni Vernetti del Pd, proponendo uno scenario cileno, chiede di aprire la nostra ambasciata a feriti e oppositori perseguitati dal regime. Bildt che direbbe? Certe cose forse è meglio farle senza dirle. Questione di concretezza e pragmatismo, come ha detto Frattini.

sabato 13 giugno 2009

IL COLORE DELL'UMANITARIO2

Quella che ad aprile era un'indicazione è adesso un vero e proprio ordine della Nato/Isaf, la coalizione militare presente in Afghanistan: un ordine che rende esecutiva la “politica” dell'Alleanza rispetto all'uso delle “auto bianche”, i veicoli normalmente usati dalle agenzie dell'Onu e in genere dagli operatori umanitari. Che dal primo giugno dovranno essere utilizzate esclusivamente da civili e non più anche dai militari.

La nuova politica della Nato, che segna un cambiamento nella sensibilità delle forze militari ma anche la vittoria delle pressioni degli operatori umanitari sul comando di Kabul e sul quartier generale di Bruxelles, era già un documento ufficiale, siglato dal capo dello staff di Isaf generale Bertolini (e “National Senior Representative” italiano all'interno della coalizione) agli inizi di aprile, ma adesso la “politica” è ordine perentorio anche se, come sempre, c'è l'escamotage per evitarlo.

In sostanza l'ordine appena emesso, riconoscendo “la necessità di distinguere i veicoli militari da quelli civili”, posto che “convenzionalmente il colore dei loro veicoli è il bianco”, impegna la Nato dal primo giugno a far si che “tutti i veicoli bianchi di Isaf utilizzati fuori dalle basi” debbano cambiare colore “in modo da distinguerli da quelli utilizzati da UN/ICRC/NGO” (Nazioni Unite, Croce rossa, Ong ndr). L'ordine “rinforza” l'indicazione già contenuta nella dichiarazione firmata da Bertolini in aprile.

Ma se fatta la legge si trova l'inganno, l'ordine specifica che si tratta di veicoli Isaf e cioè di proprietà della Nato. Cosa faranno delle loro auto bianche i comandi militari alleati che, pur essendo sotto comando Nato, sono “proprietari” effettivi di veicoli su cui la Nato ha solo un potere di indirizzo? E cosa faranno gli americani che non sono menzionati nella lettera pur essendo le forze militari più attive sul territorio e non tutte sotto cappello Nato (una parte rilevante dei soldati americani resta sotto comando di Enduring Freedom, l'originaria missione che dava la caccia a Bin Laden e che non deve rispondere al comando interforze di Bruxelles)?

giovedì 11 giugno 2009

SCONTRO A TEHERAN

46 milioni di iraniani domani alle urne per scegliere il presidente. Mai come questa volta, la tornata elettorale è stata vissuta con tanta attenzione e vivacità: sul piatto non c'è solo la scelta di un leader ma il rapporto con gli Stati uniti, la sfida nucleare - che resta un tema molto sentito da elettori e candidati - e l'economia, che viaggia in acque agitate facendo dilagare lo scontento popolare

Manifestazioni in piazza, botta e risposta televisivi con accuse al vetriolo, dichiarazioni di protagonisti del paesaggio politico-religioso in un turbinio di vivacità elettorale senza precedenti. Se il buon giorno si vede dal mattino, alla vigilia del voto che dovrà dire chi sarà il prossimo presidente iraniano, la rielezione di Mahmoud Ahmadinejad non appare più così scontata come sembrava solo qualche settimana fa. Gli osservatori sono concordi: se l'ex sindaco di Teheran e forse il più controverso capo di stato che l'Iran abbia avuto ce la farà al primo turno, i giochi saranno chiusi di nuovo e per molto tempo per i riformatori o comunque per chi si oppone al suo pugno di ferro. Ma se si dovesse andare al ballottaggio, l'opposizione, incarnata dal riformatore moderato Mir Hossein Mussavi che i sondaggi vedono in salita, potrebbe anche farcela.

L'esito delle elezioni, dicono gli analisti, dipenderà dunque molto dall'affluenza alle urne e, in particolare, dalla capacità di attrazione di Mussavi su quel milione di giovani (in Iran due terzi della popolazione hanno meno di 30 anni) che in passato è rimasto a casa, protestando in silenzio senza recarsi alle rune. Anche se un milione di voti non è tutto, su 46 milioni di aventi diritto alla decima elezione presidenziali della storia della Repubblica islamica, il voto giovanile potrebbe fare la differenza sia in un caso che nell'altro. Quel che è certo è che, mai come questa volta, la tornata elettorale è stata vissuta con tanta attenzione e vivacità: sul piatto non c'è solo la scelta di un leader ma il rapporto con gli Stati uniti, la sfida nucleare - che resta un tema molto sentito da elettori e candidati - e l'economia, che viaggia in acque agitate facendo dilagare lo scontento popolare.

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martedì 2 giugno 2009

UN CERTO KIM JONG UN

Per ora è poco più di un nome: Kim Jong Un. Di lui si sa poco o nulla tranne che è nel fiore degli anni. E nemmeno la sua immagine circola in Corea del Nord, se non per un ritratto che il vecchio cuoco di Kim Jong Il, il monarca rosso di Pyongyang, avrebbe disegnato tracciando una sorta di identikit. Ma se le indiscrezioni della stampa sudcoreana hanno ragione, e se hanno ragione i ricordi di colui che supervisionava i pasti della dinastia rossa nordcoreana, di Kim Jong Un (anche noto come Kim Jung Woon) sentiremo presto riparlare.


Di lui si era già detto, nel gennaio scorso, che sarebbe stato l'erede designato a garantire la sopravvivenza e la continuità della dinastia iniziata da Kim Il Sung, classe 1912, con la nascita della Repubblica popolare di Corea nel 1948. Ma la notizia, apparsa sull'agenzia sudcoreana Yonhap, poteva essere solo uno dei tanti rumor nati attorno al probabile ictus sofferto da Kim Jong Il nell'agosto scorso e sui cui erano fiorite molteplici indiscrezioni alcune delle quali lo davano persino per morto. In marzo però, due mesi dopo, la Bbc aveva parlato di Kim Jong Un come di un possibile candidato all'Assemblea, il parlamento nordcoreano. Ma poi il nome del quartogenito di Kim Jong Il, nella lista degli eletti non era stato menzionato. In compenso altre indiscrezioni descrivevano la sua scalata al potere attraverso l'assunzione di una carica intermedia nella potente Commissione di difesa nazionale, creata da Kim Jong Il e di cui il monarca rosso è a capo.


La notizia che rimbalza sulla stampa sudcoreana dà invece per praticamente certa la scelta, citando fonti di intelligence della Corea del Sud che avrebbero intercettato delle mail che partite da Pyongyang alla volta delle missioni diplomatiche della Nordcorea all'estero. Vi si menziona il quartogenito del monarca rosso e dunque si conferma indirettamente la successione A Kim Jong Il....

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