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venerdì 31 luglio 2009

LETTE SUI GIORNALI

Per Kai Eide, il responsabile di Unama, la missione Onu a Kabul, le elezioni presidenziali del 20 agosto in Afghanistan sono materia complessa. Stessa opinione per Richard Holbrooke che le ha definite "imperfette". Parole di perfetto diplomatichese visto che la situazione è davvero seria: delle 7mila stazioni di voto, 500 sarebbero a rischio (riferiva nei giorni scorsi l'Ap) e del resto ne sa qualcosa Grant Kippen: all'Afghanistan Electoral Complaints Commission, dove le Nazioni unite hanno messo questo signore a supervisionare la trasparenza del processo elettorale, sono già arrivate 28mila denunce...

La campagna elettorale comunque va avanti: il presidente Karzai ha detto in un comizio che vuole un nuovo accordo sulla permanenza delle truppe occidentali in Afghanistan e che intende andare avanti nella ricerca del negoziato con i gruppi insurrezionalisti. A questo proposito andrebbe segnalato lo sbandierato accordo di Badghis, una tregua del governo locale coi talebani per garantire libere elezioni. Ma la tregua, pare non l'unica, è durata un giorno e poi è stata smentita subito.

Da segnalare anche lo scontro in Tv all'americana, organizzato da Tolo Tv per far conoscere i programmi nella dialettica del botta e risposta. Ma i tantissimi telespettatori afgani si sono dovuti accontentare di due figure “minori” (pur di tutto rispetto): l'ex ministro degli esteri Abdullah Abdullah, uno dei consiglieri di Ahmad Shah Massud e tra i capi dell'Alleanza del Nord cui proprio Karzai deve in un certo senso le sue fortune (l'Alleanza appoggiò l'avanzata americana che cacciò i talebani nel 2001); e l'ex ministro delle finanze Ashraf Ghani, considerato lo sfidante più pericoloso per Karzai. Dopo il dibattito a due – e in cui ha finito a far la parte del cattivo soprattutto l'attuale presidente – il loro punteggio è dato in risalita anche se non pochi osservatori ritengono che, tutto sommato, Karzai potrebbe benissimo farcela al primo turno.

Non di meno le alleanze e le svolte sono all'ordine del giorno: Muhammad Said Hashimi, leader del Harakat-e-Inqilabi Islami party, rinuncia alla corsa e si schiera col presidente mentre Nasrullah Arsalaye ha fatto sapere di aver scelto di uscire di scena in favore di Abdullah Abdullah. Si riduce così il numero dei candidati

Sul fronte militare, mentre continua l'Operation Khanjar dei marine americani in Helmand (l'offensiva britannica invece è terminata), vanno registrate le dichiarazioni del generale americano McChristal con le quali, il comandante sia di Isaf sia delle truppe Usa in Afghanistan, ha reiterato la priorità di un'attenzione al problema della sicurezza dei civili: difenderli anche a costo di lasciar tranquilli i talebani nelle aree più remote del paese.

La situazione in Afghanistan alimenta anche il dibattito in Italia: ritiro, aumento di truppe, sicurezza dei militari, mezzi. Una sintesi in questo articolo di Gianandrea Gaiani (direttore della webmagazine Analisi Difesa) su Panorama: come cambierà la missione italiana. Da segnalare anche il dossier di Link 2007: mette a raffronto i trend relativi ai finanziamenti delle missioni militari e della cooperazione civile

lunedì 27 luglio 2009

ASPETTANDO IL 20 DI AGOSTO

Il conto alla rovescia è già cominciato e la clessidra del tempo che separa l'Afghanistan dal suo secondo processo elettorale per la scelta del presidente correre veloce. Ma gli intoppi non mancano. All'Afghanistan Electoral Complaints Commission, dove le Nazioni unite hanno messo il canadese Grant Kippen a supervisionare la trasparenza del processo elettorale, sono già arrivate 28mila denunce...
Dopo che
la Commissione ha negato a oltre una cinquantina di concorrenti la candidatura (si corre anche per i Consigli provinciali e di diversi aspiranti venne scoperto che erano miliziani travestiti) la Aecc ora dovrà darsi da fare per garantire lo svolgimento del voto, una faccenda che non appare molto facile e per diversi motivi. Il primo riguarda la presenza dei talebani soprattutto nel Sud e nell'Est del paese ma non solo. Le loro minacce a chi andrà a votare sono ormai moneta corrente anche se fa ben sperare una tregua tra talebani e autorità della provincia di Badghis, la prima mai raggiunta e mirata proprio alle elezioni. Il secondo è che la squalificazione dei candidati legati a una qualche banda armata segnala un'evidenza stranota: la maggior parte dei politici afgani sono ex mujaheddin, signori della guerra e della terra, nuovi “khan”, signorotti tribali, che oltre al carisma del capo villaggio hanno i kalashnikov bene oliati nell'armadio, soldi e potere di pressione su candidati ed elettori. Pensare che le elezioni afgane siano solo una vicenda di equilibri etnici – lettura che ha una sua importanza ma fuorviante se la si usa come unica lente – sarebbe infatti far finta di non vedere che, come in tutti i paesi del mondo, la democrazia è anche, se non soprattutto, il frutto di una macchina ben oliata di relazioni, patronage, promesse e clientele, condita da una borsa piena di afganis.

Passeggiando
per i quartieri di recente costruzione a Kabul, intere aree spianate e ricostruite a Sharenaw, Wazir Akbarkhan e Sher Poor, si capisce subito che questo povero paese non è solo un paese povero. Le nuove costruzioni, molte delle quali su aree demaniali confiscate da ex combattenti, affacciate con i loro apparati kitsch che mischiano gli stili di Dubai, Peshawar e Capitol Hill, olezzano di denaro. Sporco. E fanno quell'impressione anche i grandi centri commerciali che spuntano come funghi non si sa bene per che clienti. Denaro illecito, che viene in molti casi dalla produzione di oppio. E non è che il meccanismo non abbia a che vedere con politici e parlamentari...qualcuno dice con la stessa famiglia del presidente, presentissima sul mercato edilizio e grande possidente nelle lande pashtun del Sud dove fiorisce il fiore screziato del papavero.
Alla periferia Est di Kabul, nella palazzina dell'Independent Election Commission of Afghanistan, Zekria Barakzai ci riceve con un largo sorriso e un ottimo inglese. Snocciola i risultati del processo di iscrizione degli aventi diritto: quattro milioni e mezzo di iscritti in 252 distretti su 264. Un successo, dice indicando sulla mappa i distretti off limits: 5 nell'Helmand, 2 a Kandhar, Zabul e Ghazni, 1 a Wardak. Alle settemila stazioni di voto ci sarà, assicura, uno schieramento di protezione fatto a cerchi concentrici: nel più interno la polizia – almeno 60mila uomini – all'esterno l'esercito afgano e, oltre, la Nato. Quanto ai brogli, dopo le polemiche nate alla prima elezione esibisce un altro sorriso: tre tipi di inchiostro. Costo dell'intera operazione, un po' meno di 250 milioni di dollari. Una stretta di mano sotto la bandiera e via di nuovo sotto il sole.

Karzai sorride nelle strade con un faccione bonario sormontato dai suoi preziosi karakuli, i cappelli di astrakan che, dicono i maligni, valgono qualche migliaio di dollari (non come al bazar che te ne costano al più 20). Il presidente in carica è sicuro di farcela e la cosa è molto probabile. Si presenta in ticket con Mohammad Qasim Fahim, ex tutto (signore della guerra, capo dell'Alleanza del Nord ai tempi della cacciata dei talebani nel 2001, ministro della Difesa nel primo governo di transizione), un uomo (è appena sfuggito all'ennesimo attentato) che, si dice, Karzai dovette allontanare dal suo governo perché gli alleati occidentali lo consideravano impresentabile. Ma adesso Fahim, cui il presidente ha comunque garantito i privilegi delle più alte cariche militari, è anche del Fronte nazionale unito capeggiato dall'ex presidente Rabbani che, fino all'altro ieri, ha sparato su Karzai. La mossa è chiara assai più che per l'appartenenza etnica di Fahim, tagico. Conta invece l'etnia di Khalili, hazara sciita, il terzo uomo che si presenta in ticket con Karzai/Fahim. Khalili è l'uomo che sostitui alla testa dell'Hizb-e-Wahdat, un partito islamista sponsorizzato da Teheran, Abdul Ali Mazari, il gran capo hazara ucciso dai talebani dopo la presa di Kabul nel 1996.

Se molti danno Karzai per certo altri ritengono che invece rischi il ballottaggio, specie dopo che ha rifiutato il faccia a faccia all'americana in Tv con altri candidati (in tutto una quarantina anche se molti stanno creando cartelli per presentarne uno solo). I suoi più agguerriti avversari sono sostanzialmente due: Abdullah Abdullah, ex ministro degli Interni ed ex caporione (come Fahim) dell'Alleanza del Nord. E Ashraf Ghani, un'economista già ministro delle Finanze di Karzai con un lungo passato accademico e diversi passaggi dall'Onu alla World Bank. E' tra i pochi a non avere un passato ingombrante ma è un uomo della diaspora che può piacere all'élite colta ma che non può vantare i legami tribali di un Abdullah o di un Karzai, uomo di uno dei più potenti clan pashtun (lo stesso dei re afgani) del paese.

La scommessa dunque si giocherà soprattutto tra questi personaggi. Tra paura e forse indifferenza, certo senza la stessa passione e speranza di cinque anni fa. Le promesse elettorali, afgane e occidentali, non sono state mantenute.

Le foto sono di Romano Martinis

domenica 26 luglio 2009

NON DITE PIU' AFPAK

Contrordine diplomatico. L'acronimo AfPak, che fece la sua prima apparizione tra marzo e aprile scorso ad indicare l'intenzione di Obama di considerare i due paesi in un'unica strategia, non di deve usare. Anzi non si usa già più. I giornali americani lo hanno abbandonato e quelli pachistani, cui non è mai piaciuto, gli preferiscono da sempre “Pak-Afghan”, se devono parlare delle due aree o della frontiera.
Non si è potuto usare nemmeno al summit di Trieste, organizzato dalla Farnesina alla vigilia del G8 dell'Aquila, dove il termine campeggiava in tutti i documenti ufficiali. I funzionari hanno dovuto correre ai ripari per evitare un incidente diplomatico nell'incontro che avrebbe visto partecipare i ministri degli Esteri di Stati Uniti (poi la Clinton restò a casa infortunata) ma soprattutto di Pakistan e Afghanistan, Qureshi e Spanta. La mossa riparatrice andò a buon fine e si evitò l'incidente diplomatico per un soffio: nella foto finale, Frattini poté farsi riprendere con ai lati i due capi della diplomazia della regione.
L'ordine di scuderia era arrivato dagli americani a cui i pachistani avevano esposte le ragioni della loro antipatia per un termine che, mettendo assieme i due paesi, evoca brutti incubi. Il penultimo dei quali risale a novembre. L'ultimo è solo di qualche giorno fa.

L'incubo di novembre è un esercizio di geopolitica grafica applicato a una mappa che girava negli ambienti neocon, sempre creativi nel ridisegnare il mondo: mostrava un Pakistan sensibilmente ridotto a una sorta di mezzaluna incastrata tra India e Afghanistan, che si sarebbe mangiato le aree tribali mentre il Sudovest sarebbe diventato un “Free Belucistan”, da poter meglio controllare. Esercizi appunto. Ma abbastanza da innervosire Islamabad per quella che vedevano – come spiegava il New York Times citando una fonte anonima - “una collaborazione tra India e Afghanistan per distruggere il Pakistan”. Vecchie paranoie? Sicuramente, ma che devono essere riemerse anche in giugno, quando l'ambientalista radicale Hazel Henderson ("Ethical Markets: Growing The Green Economy") ha resuscitato in un articolo il vecchio fantasma del Pashtunistan (uno stato a cavallo di Afghanistan e Pakistan che comprenda le due aree etnicamente omogenee). Infine l'ultima questione, oggetto anche dei recenti colloqui a Islamabad dell'inviato di Obama Richard Holbrooke. I pachistani non sono solo preoccupati della cosiddetta “guerra dei droni” con cui, dall'Afghanistan, gli americani colpiscono le supposte basi qaediste nelle aree tribali pachistane senza star troppo attenti alle vittime civili. Islamabad teme che l'offensiva americana in corso nell'Helmand possa spingere i talebani a costruire basi più pesanti nelle retrovie del Belucistan, la provincia sudoccidentale pachistana già a rischio per fermenti secessionisti.

Per tener buona Islamabad Holbrooke non si è limitato a cancellare l'acronimo AfPak. Ha anche portato in Pakistan promesse di nuovi fondi: 165 milioni di dollari per gli sfollati della valle dello Swat. E oltre all'assistenza per i profughi interni Holbrooke ha messo sul piatto altri 45 milioni che per la ricostruzione nelle aree sconvolte dalla recente guerra nelle zone a Nord della regione tribale: ponti, strade, scuole utilizzando soprattutto manodopera locale.
Ma se ha allargato i cordoni della borsa e ceduto sull'AfPak, Holbrooke ha messo in guardia Islamabad: Pakistan e Afghanistan restano i due interlocutori privilegiati ma non si può fare finta che l'India non esista e senza la sua collaborazione non si andrebbe lontani. Anche se questo non vuol dire metter mano alle mappe.

sabato 25 luglio 2009

TRIBUNA POLITICA IN TV, MA SENZA KARZAI

Non c'è bisogno di scomodare Guy Debord per ricordarsi che la Tv è un'arma potente. Specie in campagna elettorale. Tanto potente da aver spesso sensibilmente modificato le percentuali di voto americane dopo i “faccia a faccia” tra i candidati presidenti o di aver, come in Italia, favorito dal nulla l'ascesa di Silvio Berlusconi. E non è solo un fenomeno da paesi ricchi: fece notizia il faccia a faccia che, per la prima volta nella storia dell'Iran, mise a confronto Ahmadi Nejad e Musavi col pallottoliere che, seppur inutilmente, sembrava essersi molto spostato dalla sua parte dopo il clamoroso confronto. Ma in Afghanistan, almeno per il momento, la neo era dei “face to face”, iniziata l'altro ieri sera con i primi candidati alle elezioni del 20 agosto, dovrà accontentarsi dei numeri 2. Il presidente Karzai, che insegue la riconferma per il suo secondo mandato (il terzo in realtà considerando l'interim dopo la cacciata dei talebani) ha detto no grazie. E anche se Tolo Tv, l'ideatrice dei faccia a faccia spera che non dia buca settimana prossima, un secco comunicato della presidenza, sostenendo che il capo dello stato aveva ricevuto l'invito in ritardo, sembra, almeno per il momento, aver chiuso la partita.

Tolo Tv è un'emittente privata che la vulgata vuole vicina all'Aga Khan, uno degli attori più potenti dell'economia afgana: gode di un'ottima fama non solo in Afghanistan e trasmette nelle due lingue principali su tutto il territorio nazionale e su satellite (alcuni suoi giornalisti hanno subito intimidazioni e persino attentati mortali.) Giovedi sera ha trasmesso in simultanea con Lemar Tv (altra emittente privata) e il canale Arman Fm (che si vuole vicino a uno dei due candidati invitati). Bocciata la possibilità che vi fosse Karzai, i tantissimi telespettatori afgani si sono dovuti accontentare di due figure “minori” ma di tutto rispetto: l'ex ministro degli esteri Abdullah Abdullah, uno dei consiglieri di Ahmad Shah Massud e tra i capi dell'Alleanza del Nord cui proprio Karzai deve in un certo senso le sue fortune (l'Alleanza appoggiò l'avanzata americana che cacciò i talebani nel 2001); l'ex ministro delle finanze Ashraf Ghani, considerato lo sfidante più pericoloso per Karzai. Dopo il dibattito a due – e in cui ha finito a far la parte del cattivo soprattutto l'attuale presidente – il loro punteggio è dato in risalita anche se non pochi osservatori ritengono che, tutto sommato, Karzai potrebbe benissimo farcela al primo turno.

Per la verità, direttamente con Karzai se l'è presa soprattutto Ashraf Ghani che ha attaccato lui e i suoi ministri senza risparmiare fiato e virulenza. Abdullah Abdullah invece ha preferito astenersi da un attacco frontale contro il suo ex alleato. Ha proposto un volto da moderato, da uomo di pace e riconciliazione nazionale anche se non ha risparmiato critiche alla coalizione militare occidentale, sia per quel che riguarda le vittime innocenti spazzate dai raid aerei, sia per i sistemi spicci della caccia al talebano casa per casa, due argomenti molto sensibili nelle aree del conflitto e utilizzati anche da Karzai durante il suo secondo mandato, specie quando aveva cominciato a temere che gli americani (che poi hanno fatto una tiepida marcia indietro) lo avessero mollato. Ha anche proposto la riconversione del sistema politico da presidenziale a parlamentare.
Quanto a Ghani, il Tremonti afgano, noto per la sua puntigliosità e verve polemica, l'ex ministro delle Finanze ha spiegato dettagliatamente il suo programma incentrato sullo sviluppo economico del paese ma senza dimenticarsi il problema sicurezza su cui ha molto criticato il governo che non saprebbe nemmeno, ha detto, quanti poliziotti ci sono a Kabul.
Entrambi hanno comunque biasimato la scelta di Karzai di dichiarare forfait.

In realtà il presidente sarebbe disposto a scendere a patti ma a due sole condizioni: la prima è che il dibattito si svolga solo a...”reti unificate” e cioè su tutti i canali tv del paese (14 privati e uno statale); la seconda è che il conduttore della tribuna politica dovrebbe essere un giornalista nominato dalla Commissione elettorale, non certo scelto da Tolo Tv un'emittente con cui Karzai si è scontrato più di una volta e che ritiene ostile.
La campagna elettorale comunque si muove e cambiano le alleanze. Diversi candidati hanno deciso di fare cartello e di far correre alla fine uno solo di loro e Nasrullah B Arsalaye, un altro aspirante, ha fatto sapere di aver scelto di uscire di scena in favore proprio di Abdullah Abdullah. Quanto avrà contato il piccolo schermo?

mercoledì 22 luglio 2009

I FRUTTI AVVELENATI DEL PASSATO

Bombe a Giacarta. Una riflessione a margine


“Guerre dimenticate” è una locuzione che troppo spesso è stata
affibbiata all’Africa o a qualche remoto conflitto di bassa intensità
sulle ande colombiane. Quando pensiamo all’Asia consideriamo la guerra
infinita che travaglia il Medio oriente o ci concentriamo
sull’Afghanistan, al massimo sull’AfPak, l’acronimo con cui ci siamo
abituati a pensare quella guerra in chiave regionale. Ma in realtà
l’Asia, il continente più vasto e più popoloso del pianeta, è una
terra di grandi conflitti e tensioni. Guerre che, più che dimenticate,
spesso non vengono nemmeno considerate come se fossero malattie
endemiche (e un po’ lo sono) senza soluzione. Dell’Asia preferiamo
considerare il bicchiere mezzo pieno: i grandi numeri dello sviluppo
cinese e indiano, le performance delle “tigri”, il “secolo dell’Asia”,
che ogni anno ci viene ripropinato come tale.

Molti dei conflitti dell’Asia, dalle guerre indo-pachistane, alla
crisi dello Sri Lanka, alle tensioni costanti tra Thailandia e
Malaysia, ai conflitti irrisolti nella Birmania profonda, alla guerra
sottotraccia nel Sud delle Filippine, hanno un’origine coloniale.
Certo gli asiatici, popoli guerrieri non meno degli occidentali, ci
hanno messo del loro, ma è fuor di dubbio che la colonizzazione e il
lento processo di decolonizzazione (la Malaysia divenne indipendente
solo negli anni Cinquanta del secolo scorso) hanno lasciato magagne
difficili da sanare: i britannici lasciarono in eredità a indiani e
pachistani le maledette frontiere del Punjab e del Bengala, che fino
agli anni Settanta, si chiamava Pakistan orientale, un’aberrazione
geopolitica forse senza precedenti. Avevano anche disegnato nel 1880
la contestatissima Durand Line tra Afghanistan e Pakistan – che aveva
inesorabilmente diviso in due il mondo pashtun - e si erano ben
guardati dal risolvere i contenziosi di frontiera tra il regno thai e
le popolazioni malesi (musulmane) inglobate dal Siam.

Nel Sudest asiatico la loro permanenza aveva contribuito a mettere i
malesi contro gli indonesiani per via di quella fetta di Borneo che la
Corona si era accaparrata grazie ad avventurieri come James Brooke. In
Indonesia in particolare erano stati gli olandesi (ma anche
portoghesi, francesi, inglesi) ad aver fatto di quel ricco paese
soprattutto una riserva aurea per la monarchia e la classe mercantile
dei Paesi bassi. Una cassaforte ceduta molto controvoglia – con meno
abilità rispetto a quanto aveva fatto Londra con il Raj – e al prezzo
di una vera e propria guerra di indipendenza capeggiata da Sukarno.
Sukarno e i suoi sodali si ritrovarono in mano un paese distrutto che
la corona olandese aveva tenuto insieme con la forza e la paura dopo
averne depauperato i suoli, le ricchezze minerarie, i profitti che
poteva offrire il mare in una nazione di 16mila isole. Gli olandesi
avevano tenuto assieme un impero tanto vasto per tre secoli curandosi
poco di governare una diversità etnica, linguistica, culturale che
sarebbe inevitabilmente esplosa con l’arrivo della libertà.

Esplose due volte: negli anni Sessanta quando l’Indonesia cercò di diventare
davvero un paese indipendente (non solo formalmente) e venne messa a
regime da un golpe, assecondato da americani e occidentali, che portò
a 32 anni di dittatura. Infine è esplosa dopo la caduta della stessa
dittatura, liberando forze vecchie e nuove (tra cui l’islam) e
mettendo a soqquadro un ordine, politico ed economico, che era stato
governato col pugno di ferro per sei lustri dal dittatore Suharto.
Governare questa seconda esplosione è stata la scommessa di Yudoyhono,
il presidente due volte eletto che nella libertà ha davvero creduto.
Sperando che l’età del conflitto fosse definitivamente finita non ha
forse fatto i conti con gli strascichi di questa difficile situazione.
E aver iniziato a mettere le mani in questa matassa gli sta costando
caro.

Quale che sia la mano che ha innescato le bombe di qualche giorno fa a Giacarta, la nuova stagione del
terrore sembra far venire al pettine tutti quei nodi antichi e le
regie sotterranee già viste in questo vasto e lontano arcipelago.
Difficile credere a una Jemaah Islamiyah che rinasce dalle ceneri e
colpisce per qualche oscuro progetto jihadista. Più facile credere a
un’attenta regia di destabilizzazione, come in Asia se ne vedano tante
e che il presidente Yudoyhono ha in qualche modo paventato. Liquidare
le bombe con una sigla non servirà.

In paesi come l’Indonesia, la democrazia è una democrazia vera e non
importata dall’esterno. Frutto di una presenza forte della società
civile e di una capacità anche culturale di assorbire le spinte
negative e di lavorare per la (ri) costruzione di un paese le cui
frontiere artificiali sono state create e custodite per 300 anni da
gente di un altro colore. Equilibri difficili da maneggiare e che una
bomba può tentare di mandare in pezzi con facilità. Colpendo coloro
che lavorano per costruire il futuro sulle ceneri di un pessimo
passato.

martedì 21 luglio 2009

ORDINE E PULIZIA...A BAGRAM

L'esercito americano vuol mettere ordine nella prigione afgana di Bagram, un sito ricavato da un vecchi hangar sovietico nella grande base militare americana a Nord di Kabul, considerata dai pochi che l'hanno visitata peggio del carcere di Guantanamo.

All'origine della svolta, sostanziata da un memo del capo di stato maggiore ammiraglio Mullen a tutti i comandanti in servizio in Afghanistan per cambiare il pugno di ferro in guanto di velluto con i detenuti, ci sarebbe un dossier fotografico sugli abusi in carcere, secretato dallo stesso Obama nel maggio scorso, e un'ennesima rivolta carceraria proprio a Bagram nelle scorse settimane, quando i detenuti si sono rifiutati di lasciare le proprie celle per protestare su una carcerazione senza regole e l'incertezza del giudizio. Una rivolta che segue una più violenta manifestazione di protesta a dicembre nel carcere di Pol-i-Charki – la più vasta prigione del paese e dove sono già stati trasferiti da Bagram oltre 300 sospetti talebani – nella quale vennero uccisi otto prigionieri.

La rivelazione del New York Times segna dunque un'evoluzione della strategia americana in Afghanistan che, oltre che nelle piantagioni di papavero, cerca di intervenire su altri dossier sensibili. Bagram, accanto al tema delle vittime civili nei bombardamenti aerei che il presidente ha già ordinato di cercare di limitare drasticamente, è uno di questi. Non solo per il suo riflesso sul territorio ma anche per le critiche più volte sollevate dai paladini dei diritti umani negli Stati Uniti. Infine, la giustizia e Bagram, sono tra i tasti più sensibili anche per il Comitato internazionale della Croce rossa – l'unico che può visitare i detenuti – e la missione Onu in Afghanistan (Unama) che, in gennaio, ha descritto in un rapporto le ripetute violazioni praticate nelle carceri da polizia, giudici e guardie afgane. Rese forse più facili... proprio dal cattivo esempio di Bagram.

La prigione di Bagram contiene attualmente circa 600 detenuti, relativamente pochi rispetto ai 15mila incarcerati nelle prigioni afgani o anche solo rispetto ai 4.300 di Pol-i-Charki, dove inizialmente gli americani avrebbero voluto creare un apposto braccio per i guerriglieri imprigionati a Bagram. Ma dopo averne trasferiti circa 360 le cose si sono fermate ed è andato avanti il progetto di costruire sempre a Bagram una nuova prigione nei campi attigui alla base aerea: dove ospitare non solo talebani e sospetti jihadisti locali ma anche i prigionieri rinchiusi a Guantanamo o arrestati in altre parti del mondo, dall'Irak alle Filippine...

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mercoledì 15 luglio 2009

VITTIME DESIGNATE

Il caporal maggiore Alessandro Di Lisio da Campobasso aveva solo 25 anni. E tra un po' sarebbe tornato a casa. In missione da meno di quattro mesi in Afghanistan come esperto artificiere dell'Ottavo genio guastatori della Folgore è rimasto vittima proprio di una bomba. Di quelle che la guerriglia mette sul ciglio della strada e che può comandare a distanza. E' la 14ma vittima italiana di questa guerra non dichiarata e che, ancora ieri, risultava ammantata del sacro crisma dell'operazione di pace. Secondo le informazioni diffuse dallo Stato maggiore della Difesa, nella mattinata di ieri a circa 50 chilometri a nord-est di Farah, la zona che ricade in parte sotto controllo italiano, una pattuglia di paracadutisti della Folgore e del Primo Reggimento Bersaglieri è stata coinvolta nella deflagrazione di una bomba artigianale posizionato lungo la strada. L'esplosione ha coinvolto solo il primo mezzo, quello su cui viaggiava Di Lisio assieme ad altri tre parà rimasti feriti ma fuori pericolo. Per Di Lisio invece, la corsa fino all'ospedale non è servita a nulla. La colonna coinvolta nell'attacco era diretta a una caserma afgana a Farah dopo che un rinforzo era stato chiesto dagli afgani per poter terminare i lavori di costruzione della struttura.

Secondo il capo di stato maggiore della missione multinazionale Nato Isaf, il generale Marco Bertolini. L'attentato non era mirato contro unità italiane in quanto tali, ma contro Forze Nato in generale, come dimostrerebbero le numerose perdite subite da altri contingenti negli ultimi giorni, con specifico riferimento alla vicina provincia di Helmand. Può darsi che Bertolini abbia ragione e, in affetti, se gli afgani devono parlare male di qualcuno, la croce la buttano addosso sempre ad americani ne britannici, soprattutto per gli effetti dei bombardamenti e delle vittime civili che ne conseguono. Ma la consolazione è magra. La guerra è la stessa e la differenza troppo sottile. E ciò che appare a noi un'importante differenza, agli afgani sfugge spesso totalmente.

Il nodo vero resta la guerra e un'escalation che, piu' che per numero di vittime, sembra finita negli incubi dei parlamenti di mezzo mondo per lo stillicidio temporale. Quanto tempo ancora in Afghanistan? Se lo chiedono canadesi e britannici e persino gli americani. Anche i democratici, compagni di partito di Obama che fanno pressing sul presidente.


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giovedì 9 luglio 2009

L'ORDINE REGNA A URUMCI

Una città blindata dall'arrivo di migliaia di soldati in assetto anti sommossa e lo spettro della pena capitale in una situazione che gli osservatori definiscono da “legge marziale”. Così si presenta oggi Urumci, la capitale dello Xinjiang, la provincia occidentale della Rpc che gli uiguri, la popolazione autoctona, chiama Turkestan orientale.
La ciliegina sulla torta è la fretta con cui il presidente Hu Jintao ha lasciato il tavolo dei grandi apparecchiato dal governo italiano all'Aquila. Che racconta due cose: la preoccupazione per una situazione sfuggita di mano ma anche forse la necessità di evitare critiche pubbliche ed ufficiali assai imbarazzanti. La sua assenza, dicono fonti ufficiose, farà così probabilmente saltare il capitolo sulle “valute” (ossia una critica alla superpotenza monopolistica del dollaro) cui i cinesi tanto tenevano e che probabilmente non troverà posto nei documenti del summit.
Urumci dunque è blindata. E sola. Soltanto la Turchia ha fatto la voce grossa anche ieri: il premier turco Tayyip Erdogan, che ha chiesto al Consiglio di Sicurezza dell'Onu di affrontare la questione, non ha usato mezze parole: le violenze avvenute nella Regione Autonoma dello Xinjiang e costate la vita a oltre 150 persone (secondo una versione contestata dall'opposizione in esilio che ieri ha fatto un bilancio di almeno 400 vittime sostenendo che incidenti si sarebbero verificati anche nelle città di Kashgar, Yarkand, Aksu, Khotan e Karamay) “hanno preso la dimensione di atrocità”. E' sua l'unica voce ad essersi alzata fortemente contro la Cina.


Di bassissimo profilo le critiche occidentali. Nulle – come ha contestato ai paesi musulmani il Congresso mondiale uiguro – le reazioni delle nazioni islamiche o a maggioranza musulmana che rispediscono in Cina, dicono al Congresso (che la Rpc accusa di aver “orchestrato” le proteste di domenica scorsa), gli uiguri che scappano da questa nuova prigione a cielo aperto.
Urumci è sola e guardata a vista. La calma è stata ripristinata, dicono le fonti ufficiali cinesi, ma anche su questo punto è lecito avanzare dei dubbi. Le agenzie di stampa hanno riferito ieri di nuovi incidenti in cui gruppi armati di cinesi han (la comunità etnica maggioritaria in Cina e che conta nello Xinjiang per il 40% della popolazione) hanno continuato, più o meno indisturbati, la caccia all'uiguro. Nebbia infine sul numero reale delle vittime e sulla loro origine etnica: han in maggioranza, come dicono le fonti ufficiali del governo, o uiguri come denuncia il Congresso? Nebbia oscurata dalle minacce dell'uso della pena capitale come massimo deterrente. Chi si muove dunque lo fa a suo rischio e pericolo e la magistratura cinese è pronta a usare il massimo della pena per chi violasse le regole che da ieri blindano la capitale della provincia.

La domanda di queste ore è cosa dunque succederà e, soprattutto, come mai Hu Jintao ha dovuto far rientro con così tanta fretta. Una delle ipotesi è che la situazione sia tutt'altro che sotto controllo. La miscela di risentimento, identità negata, convivenza obbligata tra han e uiguri (i primi inviati nello Xinjiang non da una libera scelta ma dai vantaggi economici promessi, i secondi divenuti una delle “minoranze etniche” della regione) sembra arrivata, per la prima volta in tempi recenti, a un vero punto di non ritorno che forse le autorità locali temono di non riuscire a governare. Inoltre, come i cinesi sanno molto bene, nello Xinjiang sono attivi anche gruppi terroristici secessionisti che, benché minoritari, hanno appena dimostrato, meno di un anno fa, di poter colpire con attentati eclatanti (in cui uccisero oltre una decina di poliziotti cinesi). La situazione di tensione potrebbe rinvigorirli e persino fornire il consenso che, fino ad ora, è loro mancato. E potrebbe farli uscire da un isolamento politico che proprio il Congresso, un'istanza moderata forse paragonabile ai tibetani dell'esilio, aveva contribuito a creare attorno a loro. La cecità cinese, che ha sempre ignorato la diaspora all'estero portavoce delle rivendicazioni impossibili da denunciare dentro i confini della Cina, rischia adesso di far travasare il consenso popolare spontaneo verso la bilancia dell'estremismo radicale islamico, una bandiera sempre agitata da Pechino – molto spesso a sproposito – per tenere a bada le richieste di maggior autonomia della popolazione locale.

Lo schieramento in città di alcune migliaia di soldati cinesi, arrivati a dare manforte alla milizia locale, sembra avere l'intenzione di separare le due anime in cui è divisa Urumci anche se il risentimento etnico spiega le cose solo fino a un certo punto. Quanto è stata violenta e spropositata la reazione delle forze dell'ordine? E quante persone sono state uccise da proiettili oltre che da armi da taglio, come si vede nelle foto fatte circolare da Pechino per dimostrare la violenza degli uiguri? Quanto sono vere le denunce del Congresso e quelle apparse sulla stampa turca che accusa la polizia di stupri di massa? Domande per ora senza risposta.

mercoledì 8 luglio 2009

QUESTIONE UIGURA


Coprifuoco nella capitale dello Xinjiang, Urumci, dopo nuove manifestazioni di segno opposto (uiguri e han), centinaia di arresti e “caccia all'uomo” casa per casa. Una situazione che non si placa gravata dalle maglie della censura ma soprattutto da troppe ombre e reticenze e dal sospetto che i morti non siano solo i circa 150 ammessi lunedi dalle autorità cinesi, ma addirittura centinaia come denuncia l'opposizione uigura in esilio che aggiunge la notizia di un massacro: che sarebbe avvenuto ieri in una fabbrica di trattori della capitale.

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martedì 7 luglio 2009

STRAGE A URUMCI

Centoquaranta morti e ottocento feriti. Una strage che si consumatra domenica e lunedi a Urumci, capitale dello Xinjiang, la regione orientale della Cina abitata in maggioranza da uiguri, una comunità turcofona e musulmana che maldigerisce il rapporto con Pechino e con la “colonizzazione” degli han, la comunità etnica maggioritaria della Repubblica popolare cinese.
Il massacro ha ancora contorni incerti e motivazioni e modalità su cui grava il silenzio tipico della censura cinese. Nel giorno in cui il presidente Hu Jintao arriva in Italia per partecipare al G8, nella riottosa provincia del Turkestan orientale, come gli uiguri chiamano la loro “nazione”, si diffonde la notizia di una manifestazione che, domenica, ha attraversato le strade della capitale. La gente manifesta per chiedere un'inchiesta approfondita e l'arresto dei colpevoli per un fatto di sangue avvenuto in giugno nel Guandong, un'altra provincia cinese a maggioranza han (come tutte escluso Xinjiang e Tibet). Una rissa scatenatasi in una fabbrica tra han e uiguri avrebbe portato alla morte di alcuni operai dello Xinjiang ma senza che le autorità abbiano consegnato alla legge i colpevoli. La manifestazione trascende in episodi di odio etnico con sassaiole contro le vetrine dei negozi degli han o semplicemente contro gli autobus dello stato, dati alle fiamme (anche se è difficile capire quale sia stata la scintilla che ha innescato l'incendio). Nei primi dispacci d'agenzia il bilancio è di tre cinesi e un poliziotto morti: tutti han. Ma, a metà mattinata, il capo del Partito comunista della regione autonoma dello Xinjiang dà la notizia choc: i morti non sono tre ma 140 e 800 i feriti.

La ricostruzione è difficile quanto è invece chiara, secondo Pechino, la responsabilità, attribuita al Congresso mondiale uiguro, una formazione in esilio che combatte lo strapotere di Pechino e difende l'identità degli uiguri. Il Congresso respinge al mittente le accuse e sostiene invece che almeno quattro apparati di repressione sono intervenuti usando a ripetizione armi automatiche. Una strage senza uguali dalla rivolta tibetana dell'anno scorso. Centinaia gli arresti, impossibile la ricostruzione esatta degli avvenimenti, difficile superare la barriera di silenzio imposta ai media e alle testimonianze indipendenti.
Le autorità cinesi non hanno dubbi: la manifestazione – diverse centinaia di persone – era natura per violenta e composta di gente armata di bastoni e coltelli: 260 i veicoli distrutti; 200 i negozi danneggiati. La violenza avrebbe attraversato l'intero centro di Urumci attorno a alla Piazza del popolo, al bazar e alle arterie di Jiefang e Xinhua Sud. La città è adesso presidiata da ingenti forze dell'ordine. Un'americana che studia in città ha riferito che i soldati sono ovunque, e che il traffico si è completamente fermato.

Gli uiguri formano circa il 45% degli abitanti della provincia dove gli immigrati Han rappresentano adesso il 40% del totale. Nel 1949, dopo la breve vita di uno Stato del Turkestan orientale, i cinesi ne hanno ripreso il controllo ma il risentimento è forte. E alcuni gruppi terroristici locali si fanno sporadicamente sentire: il 4 agosto scorso uccisero 16 poliziotti cinesi vicino all'antica città di Kashgar.

domenica 5 luglio 2009

SFIDA COREANA AL 4 LUGLIO

Il 233mo anniversario dell'indipendenza degli Stati Uniti - fu il 4 luglio del 1776 che i padri fondatori firmarono a Filadelfia la Dichiarazione che separava gli americani da Sua Maestà britannica - avrebbe dovuto essere una giornata particolare nella testa di Barack Obama. Non solo per fare il punto sui conti della crisi invitando a superarla con ottimismo, come il presidente ha fatto richiamando lo spirito di Jefferson, Franklin e Adams che quella dichiarazione scrissero, ma anche per procedere nella sua nuova strategia di politica estera. Le uova nel paniere invece le hanno guastate in due: gli iraniani, la cui posizione imbarazza un'Amministrazione che aveva, in segno di apertura, invitato per la prima volta i diplomatici iraniani a festeggiare nelle ambasciate americane il 4 luglio, e la Corea del Nord che ha forse scelto la data non in modo casuale.

Pyongyang ha pensato di festeggiare l'anniversario americano e di sfidare le Nazioni Unite che questo tipo di esperimenti ha da poco vietato ai nordcoreani, lanciando sette missili balistici (Scud) con una raggio di azione attorno ai 500 chilometri: tre sono partiti sabato in mattinata dalle coste orientali della Corea del Nord, un quarto attorno all'ora di pranzo e altri tre sempre nel pomeriggio di ieri. Una mossa che ha molto allarmato sudcoreani e giapponesi anche perché è l'ultima di una serie di provocazioni: il 2 luglio Pyongyang ha lanciato quattro missili a corto raggio e il 25 maggio ha sperimentato un test nucleare sotterraneo (il secondo, che ha portato a nuove sanzioni decretate dall'Onu), preceduto da una serie di lanci di razzi a corta gittata. Infine il 5 aprile, data di inizio dell'ennesima crisi innescata dai nordcoreani, i militari del “regno eremita” avevano lanciato nello spazio un satellite che secondo l'intelligence coreana altro non era che un sistema per aggiustare il tiro di un missile balistico a lunghissima gittata. Insomma un'escalation cui la comunità internazionale aveva risposto - era il 12 giugno scorso – con una risoluzione del Consiglio di sicurezza che consentiva ispezioni internazionali sui trasporti (via mare, terra e cielo) verso e dalla Corea del Nord, per il sospetto di un commercio illegale di materiale sensibile vietato (secondo l'agenzia coreana Yonhap, i nordcoreani ne avrebbero già venduto alla Birmania e la prova sarebbe una transazione di denaro in una banca della Malaysia e l'individuazione del carico da parte americana).


Ma se Kim Jong Il
voleva rovinare la festa a Barck Obama la cosa non ha funzionato. Stati Uniti, Russia e Cina hanno risposto all'unisono gettando acqua sul fuoco, raffreddando il riscaldamento sudcoreano e giapponese e richiamando Pyongyang al tavolo dei negoziati. Posizioni morbide e che forse potrebbero essere lette come un segno di debolezza mentre invece, proprio il fatto che le tre superpotenze (che con i coreani e i giapponesi partecipano la famoso tavolo a sei che si riunisce ciclicamente a Pechino) abbiano risposto con gli stessi toni alla provocazione di Pyongyang indica una sola cosa: che a tirar troppo la corda i nordcoreani rischiano un isolamento ancora maggiore e poco aiuto anche dai loro tradizionali avvocati difensori (Pechino e Mosca).

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Le immagini: sopra il famoso dipinto di Howard Chandler Christy alla Us Capitol Art Collection; sotto Kim Jong Il

sabato 4 luglio 2009

COLPO DI SPADA E DRONI

Droni Usa e truppe pachistane nel Waziristan mentre continua l'operazione "Colpo di spada" nell'Helmand dove le truppe americane appoggiate dal Regno Unito trovano scarsa resistenza. Attacco agli italiani: due feriti lievi a Farah. La Russa e Frattini riferiranno in parlamento mercoledi

Secondo giorno dell'operazione congiunta antitalebana nell'Helmand, nell'Afghanistan del Sud, ed ennesimo incidente tra talebani e soldati italiani nell'Ovest del paese. Operazione militare congiunta nel Waziristan pachistano. L'AfPak, l'acronimo che identifica la regione della guerra e con cui ormai si raccontano i conflitti che si combattono dalle due parti della frontiera tra Afghanistan e Pakistan, è tornata ieri sotto i riflettori della cronaca.
Un raid aereo statunitense nel Sud del Waziristan, nelle aree tribali del Pakistan al confine con l'Afghanistan, ha ucciso almeno 15 “militanti” mentre 2287altre 33 persone sono state ferite. Le virgolette restano d'obbligo (solitamente le vittime sono in maggioranza civili) anche se la fonte sono giornalisti locali. Secondo la stampa pachistana dunque, tra le vittime vi sarebbero sia talebani pachistani sia combattenti “stranieri”, qaedisti ospiti della guerriglia locale. L'obiettivo dell'attacco missilistico era il rifugio del leader talebano Beitullah Mehsud e il drone americano – secondo le ricostruzioni - ha sganciato tre missili contro la casa di Kokat Khel, un comandante talebano che vive nel distretto di Ladha, considerato il feudo di Mehsud. Non è chiaro però se tra le vittime vi siano o meno comandanti talebani di rilievo. Il drone stava probabilmente appoggiando l'offensiva dell'esercito pachistano proprio contro i santuari di Meshud in Waziristan Intanto, sempre in Pakistan, un elicottero militare è caduto mentre sorvolava una zona a una ventina di chilometri da Peshawar, la capitale della Provincia della Frontiera del NordOvest, e sono morti i 26 soldati a bordo. L'incidente avrebbe cause tecniche.

Di altro segno
e di altra collocazione geografica l'Operazione Khanjar (Colpo di spada in pashto), il vasto operativo militare messo in campo da 4mila marine, diverse centinaia di soldati afgani e almeno 800 soldati britannici nella bassa valle dell'Helmand, la vasta provincia pianeggiante del Sud dell'Afghanistan dove si producono ingenti quantità di oppio. La resistenza incontrata è stata scarsa, stando a quanto riferito dal portavoce della spedizione capitano William Pellettier, un elemento che lascia capire come i talebani abbiano scelto – nel loro stile – di evitare lo scontro diretto. Sarà dunque complesso tener fede alla promessa che “quanto prenderemo terremo”, come aveva detto l'altro ieri il comandante dei marine americani al Sud, generale Nicholson, a inizio operazione.





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venerdì 3 luglio 2009

OBAMA, LA STAMPA E IL SILENZIO DEGLI EUROPEI

A giudicare da quanto appare in questi ultimi giorni sulla stampa americana a proposito della nuova strategia afgana di Obama, sembra che l'Amministrazione abbia scelto l'offensiva mediatica e impartito seri ordini di scuderia, soprattutto ai militari, per delineare quella che appare ancora come una nebulosa. E dopo che ieri mattina un articolo del Washington Post, dal titolo (Key in Afghanistan: Economy, Not Military) e dalla firma inequivocabili (nientemeno che Bob Woodward), è sembrato abbastanza chiaro come, forse stanco di essere frainteso, il presidente abbia deciso di far filtrare sulla stampa ciò che pensa. Per mettere un punto fermo, senza dover proprio pronunciare direttamente le parole, sull'andirivieni di notizie che interpretano il suo nuovo corso.

Uno dei dubbi infatti riguarda soprattutto la strategia militare: Obama ha dato il via libera a 17mila marine più altri 4mila istruttori (non combattenti), ma da mesi, sulla stampa vicina ai conservatori, sono continuate le indiscrezioni su un possibile aumento dei soldati. Addirittura 100mila in totale, quanti ne aveva Mosca ai tempi dell'occupazione sovietica. Woodward racconta un retroscena del viaggio in Asia del consigliere per la sicurezza James Jones. La chiave di tutto, racconta l'uomo che incastrò Richard Nixon, è in una riunione a Camp Leatherneck, nell'Helmand, dove l'emissario di Obama incontra il generale dei marine Lawrence D. Nicholson (che ne comanda 9mila) subito dopo aver visto a Kabul il generale Stanley McChrystal, comandante in capo delle truppe Usa e Nato nel paese. Il presidente – dice Jones ai due - non aumenterà le truppe: la chiave di volta è l'economia e un maggior impegno degli afgani, a cominciare dall'esercito. Perdete ogni speranza, la guerra non si vincerà con le pallottole.
La risposta però non è mancata: e in un'intervista al Los Angeles Times, l'Ammiraglio Mullen, capo di stato maggiore delle forze armate statunitensi, ha voluto dir la sua dopo l'articolo uscito sul Post a firma di Bob Woodward (ne abbiamo riferito ieri), in cui un inviato di Obama aveva detto proprio a Nicholson che il presidente non avrebbe mollato un soldato in più. Mullen ha invece controbattuto che non esiste alcun veto e che i suoi uomini sul campo stanno facendo i conti su quel che servirà. Una sorta di rettifica in piena regola dopo il pezzo del re del giornalismo americano che riferiva di un colloquio tra Nicholson e il consigliere per la sicurezza del presidente James Jones in missione speciale in Afghanistan.

Però. Nelle stesse ore James Stavridis, il capo operativo fresco di nomina delle forze americane in Europa e del Comando supremo alleato della Nato (ha sostituito il meno malleabile generale John Craddock, maniaco dell'aumento delle truppe) fa una chiacchierata con i giornalisti. Dice l'ammiraglio Stavridis che contro i talebani, più delle armi servono strade, scuole e fabbriche. E a breve giro di intervista interviene, rispondendo alle domande di Radio Free Europe, anche il generale McChrystal. Mc Chrystal, che non è proprio considerato un angioletto, lavora su due tesi: accrescere e sviluppare un buon governo (una good governance afgana), proteggere i civili. Su quest'ultimo punto era già intervenuto più volte e va ormai ripetendo che gli Stati uniti hanno preso a cuore il problema delle vittime civili e che non sono in Afghanistan per uccidere ma per garantire sicurezza (una rapporto Onu dice però che nel 2009 le vittime civili sono aumentate del 24%!). Pare che una direttiva sia già stata impartita ai bombardieri perché riducano le loro attività e i “danni collaterali”. Dossier sensibile dopo la strage di Bala Bolok in maggio (140 morti secondo i locali), assurdo raid a tappeto che ha raso al suolo due villaggi... proprio mentre Obama riceveva alla Casa bianca i presidenti afgano e pachistano. Una mossa che il presidente non deve aver digerito.

Quanto a Holbrooke, l'inviato speciale di Obama per la regione, qualche giorno fa ha detto che Washington vuole chiudere con le radicazioni dell'oppio (care a Londra) e cambiare passo. E infatti, durante questa settimana è partita una grossa operazione nell'Helmand, a caccia di narcotalebani: sarebbe la più vasta operazione aviotrasportata mai compiuta dalle truppe d'assalto dopo la guerra nel Vietnam


Il bizzarro di tutto ciò è che non una parola di quanto filtra sulla stampa Usa è stato detto chiaramente al summit del G8 di Trieste. Multilateralismo si, ma forse Obama si fida più dei giornali di casa che non dei ministri europei. Chissà che dopo queste uscite non prendano il coraggio di dire quel che pensano veramente della guerra.

Nelle immagini: dall'alto in basso, Woodward, Stravridis, la bandiera dei marines

mercoledì 1 luglio 2009

DURAND LINE, THE DAMNED BORDER

Tra cronaca e storia
(nell'immagine a destra: sir Henry Mortimer Durand. Più sotto, le gole del Khyber Pass)

L'epopea dell'Impero britannico nel subcontinente indiano lasciò diversi frutti avvelenati. Alcuni di questi riguardavano – e riguardano - la frontiera che il righello coloniale aveva tracciato durante le ultime stagioni del Raj, quando la Corona aveva preso il posto della Compagnia delle Indie e Londra voleva tutelarsi dalle mire zariste al confine occidentale. Altri ancora, sempre all'interno della geografia dell'Impero, riguardavano i confini tracciati da burocrati e genieri di sua Maestà per dividere il Pakistan, la terra dei puri voluta dai musulmani indiani e dal loro capo, Ali Jinnah, per separarsi dall'India di Nehru, Gandhi e del Partito del Congresso.

Il righello di Sua Maestà britannica

All'indomani della Partition del 1947, la divisione del Punjab, la ricca terra dei cinque fiumi, parlò subito il suo linguaggio di morte quando, nell'agosto del '47, la geografia delle mappe si trasformò in realtà di fatto dando luogo e a un esodo senza precedenti di oltre 14 milioni di individui al di qua e al di là della linea di demarcazione tracciata grossolanamente da Sir Cyril Radcliffe, che aveva diviso in due villaggi e stalle, canali di irrigazione e proprietà. Sul fronte Est, nella bizzarra enclave del Pakistan orientale – una porzione del Bengala oggi Bangla Desh - il veleno brillò agli inizi degli anni Settanta. Scatenò una guerra tra India e Pakistan e portò alla secessione di bengalesi “pachistani” che non si riconoscevano nell'artefatto gemello occidentale guidato da islamabad. Ma non era finita lì.
Alla fine dell'800, nel 1893, la geometria coloniale aveva tracciato un altro confine lungo 2.640 chilometri e che serviva a separare in modo evidente l'Afghanistan, di cui Londra non era riuscita ad aver pienamente ragione, dai territori sotto dominio britannico. Quel frutto avvelenato, quell'eredità geopolitica, quel lascito figlio di un calcolo attento e perverso, doveva rilasciare il suo veleno lentamente. Sino ad esplodere definitivamente con l'invasione sovietica dell'Afghanistan e, in seguito, con l'epopea talebana sino all'occupazione dell'Afghanistan da parte della Nato a partire dagli inizi del nuovo secolo. La “Durand Line”, la frontiera maledetta tra Pakistan e Afghanistan che divide in due le aree abitate dai pashtun, omogenee per tradizioni e costumi, è oggi il segno tangibile che il concetto di “AfPak” - la nuova regione geopolitica che ha per sigla l'acronimo che accorpa i due paesi - non è affatto peregrino. E' lungo questa frontiera infatti, non meno che a Kabul o a Islamabad, a Washington o a Bruxelles, che si decide il destino di Pakistan e Afghanistan e delle tante guerre che vi si combattono. A cavallo della frontiera.

La scommessa di Mortimer Durand

La Durand line si deve al lavoro di Sir Mortimer Durand, all'epoca segretario agli Esteri del governo del Raj. La nuova frontiera, destinata a chiudere contenziosi antichi e soprattutto a chiarire quale fosse - soprattutto in chiave anti russa - il bastione difensivo occidentale di Sua Maestà britannica, definiva le zone di influenza dell'India britannica e dell'Afghanistan. Il suo tracciato scatenò all’epoca una rivolta tribale nelle aree pashtun, che per essere contenuta, richiese l’invio di 35mila soldati. Fu solo una delle tante perché, racconta Olaf Caroe nel suo monumentale “The Pathans”, andare a ispezionare le aree tribali pachistane era per l'esercito si sua Maestà un'avventura. Il fuoco dei cecchini, appostati sui fianchi delle gole lungo tratturi polverosi arsi dal sole d'estate o bruciati dal gelo delle nevi invernali, faceva il tiro a segno coi soldatini dell'Union Jack. Uno dei luoghi più pericolosi era il Waziristan, una vasta area tribale controllata da diversi clan spesso in guerra tra loro. E' un nome che, da qualche anno, abbiamo imparato a memoria.
La frontiera è da sempre occasione di contenziosi e persino di scambi di poco amichevoli proiettili dalle due parti. E il suo nome si è legato, nell'andirivieni della storia, al fantasma del del Pashtunistan – terra dei pashtun – una Padania etnicamente pura che comprenderebbe un territorio vasto quanto l'Italia. A turno questo fantasma è stato agitato da questo o quell'attore ed è un'idea che resta nell'immaginario collettivo dei pashtun e dei patahn, i due nomi con cui la stessa comunità è conosciuta al di qua e al di là della frontiera. Fantasma agitato e molto temuto. A Kabul come a Islamabad che, nel 2006, aveva addirittura pensato di minare la dannata linea di Durand. Fantasma provocatoriamente agitato recentemente anche da un'economista “verde” (Hazel Henderson, l'autrice di "Ethical Markets: Growing The Green Economy") quale soluzione possibile per prosciugare il pantano che sta soffocando i due paesi....

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