La salutare decisione della Commissione elettorale afgana di smettere di rilasciare col contagocce i risultati parziali delle elezioni del 20 agosto, porterà forse un po' di calma nel clima tesissimo che si respira in Afghanistan come ben si evince, non solo dall' intervista data da Abdullah Abdullah a La Stampa in cui il maggior sfidante di Karzai nega che ci possa essere un accordo tra lui e il presidente uscente (è una delle ipotesi che circolano a Kabul) ma soprattutto da un reportage dell'Independent tra i suoi supporter che minacciano il ricorso alle armi se fosse necessario...
Per il momento dunque il conteggio (17% delle schede scrutinate) dovrebbe fermarsi (Hamid Karzai al 44,8%, avanti quasi dieci punti percentuali rispetto al suo principale sfidante e suo ex ministro degli Esteri, Abdullah Abdullah) dovrebbe dunque fermarsi ma altri argomenti non mancano. Intanto non è ancora chiaro a chi va imputata la strage di Kandahar, con oltre 40 vittime, avvenuta nel giorno del primo annuncio dei dati parziali. Il mistero resta dopo che i talebani hanno seccamente smentito che sia opera loro (di parere opposto la Nato). L'altro argomento chiave è invece la richiesta di maggiori soldati che i generali americani vogliono fare alla luce della preoccupazione, reiterata dall'ammiraglio Mullen, che in Afghanistan le forze sono insufficienti e che i contingenti nel teatro vanno accresciuti.
Ma c'è anche un'altra polemica di cui è importante dare conto: come riferisce l'agenzia Aki, una dura denuncia della Federazione internazionale dei giornalisti (Ifj) sostiene che i militari americani praticano un vero e proprio esame per verificare l'atteggiamento dei cronisti verso i soldati Usa impegnati in Afghanistan. Riservandosi il diritto di escluderli. Secondo l'Ifj, il Pentagono ha ingaggiato una società di pubbliche relazioni, The Rendon Group, con l'incarico di esaminare i giornalisti che chiedono di accompagnare le missioni militari per verificare poi come i loro servizi raccontino quanto hanno visto e come dipingano l'esercito. Il paradosso è che la denuncia è partita proprio da una nota testata di notizie militari, l'americana “Stars and Stripes”
(Rassegna stampa di Asia Maior Dossier Afghanistan): www.asiamaior.org
venerdì 28 agosto 2009
giovedì 27 agosto 2009
KARZAI IN VANTAGGIO E BUFERA SULL'ESERCITO USA

Non si placano in Afghanistan le polemiche nel giorno in cui, dopo l'annuncio martedi dei primi risultati parziali, la Commissione elettorale, con il 17% delle schede scrutinate, rilascia, col contagocce, nuovi dati parziali che confermano il successo annunciato del presidente uscente Hamid Karzai (45%), avanti quasi dieci punti percentuali rispetto al suo principale sfidante, l'ex ministro degli Esteri, Abdullah Abdullah. Ma alla polemica politica tra gli sfidanti – i reclami hanno superato quota 1.500 la metà dei quali presentati da Abdullah mentre Ramazan Bashardost, il concorrente in terza posizione critica il sistema di rilasciare dati senza aspettare i le evidenze dei reclami – se ne aggiunge un'altra che riguarda i giornalisti “embedded” col contingente americano. Cui si aggiunge il “mistero” sulla strage di martedi a Kandahar che, attribuita dalla Nato ai talebani, è stata smentita seccamente da un portavoce che sostiene che i guerriglieri sono estranei all'autobomba che, nel centro della città, ha ucciso oltre quaranta persone.
Tutta occidentale invece la polemica sui giornalisti. Come riferisce l'agenzia Aki, una dura denuncia della Federazione internazionale dei giornalisti (Ifj) sostiene che i militari americani praticano un vero e proprio esame per verificare l'atteggiamento dei cronisti verso i soldati Usa impegnati in Afghanistan riservandosi il diritto di escluderli. Secondo l'Ifj, il Pentagono ha ingaggiato una società di pubbliche relazioni, The Rendon Group, con l'incarico di esaminare i giornalisti che chiedono di accompagnare le missioni militari per verificare poi come i loro servizi raccontino quanto hanno visto e come dipingano l'esercito.
Il paradosso è che la denuncia è partita proprio da una nota testata di notizie militari, l'americana “Stars and Stripes” che per prima ha rivelato della Rendon Group, società che, prima dell'invasione Usa dell'Irak, aiutò la creazione del Congresso Nazionale iracheno, il gruppo di opposizione a Saddam Hussein che fu poi accusato di aver diffuso false informazioni sul presunto programma nucleare iracheno. Inoltre la rivista ha denunciato che due mesi fa alti ufficiali dell'esercito Usa impedirono a un suo reporter l'inquadramento in un'unità in Irak perché si era rifiutato di sottolineare le buone notizie propagandate dai militari.
La denuncia di Ifj ha trovato eco anche tra i suoi affiliati negli Stati uniti tra cui l'American Federation of Radio and Television Artists la cui presidente Roberta Reardon ha detto che “molti americani si basano su un'informazione neutrale per capire che cosa stia accadendo nel mondo e per poter prendere decisioni cruciali. Se i militari approvano solo alcuni giornalisti, in modo che questi preparino servizi secondo un preciso punto di vista, le nostre decisioni non possono esser prese in modo indipendente o libero e questo mette in pericolo la democrazia». L'Ifj ha anche reso noto che la recente fusione tra il lavoro di pubbliche relazioni Usa e quello Nato a Kabul ha creato un'unica fonte di informazione per i media e per gestire tutte le richieste dei giornalisti che chiedono di essere embedded.
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mercoledì 26 agosto 2009
PROIEZIONI ELETTORALI CON STRAGE
Nel giorno dell'annuncio dei risultati parziali delle elezioni afgane, che danno Karzai e Abdullah testa a testa sul filo del 40%, i talebani mettono a segno una strage a Kandahar, città che considerano una “roccaforte” del movimento guerrigliero di mullah Omar.

L'entità degli effetti causati in termini di vittime – un bilancio ancora provvisorio è di almeno trentasei morti e oltre sessanta feriti - probabilmente non era prevista, ma l'autobomba che si è scagliata contro gli uffici del Consiglio provinciale ha fatto più danni del prevedibile nell'incerta geometria degli attentati terroristici. La macchina, carica di esplosivo (ma fonti parlano di più esplosioni), ha infatti fatto collassare alcuni palazzi decuplicando l'effetto dell'attentato avvenuto poco dopo l'annuncio della Commissione elettorale. “Un terremoto”, dicono i testimoni dell'esplosione che ha danneggiato una sala per matrimoni, hotel ed esercizi commerciali in una città costruita soprattutto col fango ma dove gli edifici del centro hanno anche strutture di metallo e cemento. I feriti si contano a decine. Il rito sacro del Ramadan non ferma la carneficina.
E' il commento dei talebani ai risultati elettorali ma anche, oltre che una dimostrazione di forza nel pieno centro cittadino, l'ennesima strage di civili imputabile agli uomini in turbante che hanno scelto, nelle province di Kandahar ed Helmand, la linea durissima come ben dimostra il video trasmesso lunedi da Al Jazeera, in cui si vedono i talebani fermare pullman e taxi chiedendo ai trasportati di mostrare il dito eventualmente macchiato di inchiostro per poi punirli. E ieri sono stati prese di mira e danneggiati diversi seggi.
Quanto ai risultati elettorali, le parole per raccontarle devono essere state ponderate a lungo per fare un po' di luce – e riportare un po' di calma – nel clima tesissimo di Kabul, tra accuse di brogli e vittorie annunciate (soprattutto dall'entourage da Karzai). La Commissione elettorale, nella bufera dopo che su di lei si sono rovesciate tutte le accuse possibili, sceglie il tardo pomeriggio quando la gente lascia gli uffici e le notizie le commenta poi a casa, davanti al televisore. La notizia dell'attentato non è, in quel momento ancora arrivata. Col 10% dei voti scrutinati, e sostenendo che si tratta di un campione rappresentativo, La Commissione ha certificato che, per ora, Karzai è in testa col 41% dei voti, seguito a ruota da Abdullah Abdullah. Assai più indietro i rivali. Testa a testa dunque tra i due maggiori contendenti – il presidente uscente e il suo ex ministro degli Esteri - e giochi sospesi...
Leggi tutto su Lettera22

L'entità degli effetti causati in termini di vittime – un bilancio ancora provvisorio è di almeno trentasei morti e oltre sessanta feriti - probabilmente non era prevista, ma l'autobomba che si è scagliata contro gli uffici del Consiglio provinciale ha fatto più danni del prevedibile nell'incerta geometria degli attentati terroristici. La macchina, carica di esplosivo (ma fonti parlano di più esplosioni), ha infatti fatto collassare alcuni palazzi decuplicando l'effetto dell'attentato avvenuto poco dopo l'annuncio della Commissione elettorale. “Un terremoto”, dicono i testimoni dell'esplosione che ha danneggiato una sala per matrimoni, hotel ed esercizi commerciali in una città costruita soprattutto col fango ma dove gli edifici del centro hanno anche strutture di metallo e cemento. I feriti si contano a decine. Il rito sacro del Ramadan non ferma la carneficina.
E' il commento dei talebani ai risultati elettorali ma anche, oltre che una dimostrazione di forza nel pieno centro cittadino, l'ennesima strage di civili imputabile agli uomini in turbante che hanno scelto, nelle province di Kandahar ed Helmand, la linea durissima come ben dimostra il video trasmesso lunedi da Al Jazeera, in cui si vedono i talebani fermare pullman e taxi chiedendo ai trasportati di mostrare il dito eventualmente macchiato di inchiostro per poi punirli. E ieri sono stati prese di mira e danneggiati diversi seggi.
Quanto ai risultati elettorali, le parole per raccontarle devono essere state ponderate a lungo per fare un po' di luce – e riportare un po' di calma – nel clima tesissimo di Kabul, tra accuse di brogli e vittorie annunciate (soprattutto dall'entourage da Karzai). La Commissione elettorale, nella bufera dopo che su di lei si sono rovesciate tutte le accuse possibili, sceglie il tardo pomeriggio quando la gente lascia gli uffici e le notizie le commenta poi a casa, davanti al televisore. La notizia dell'attentato non è, in quel momento ancora arrivata. Col 10% dei voti scrutinati, e sostenendo che si tratta di un campione rappresentativo, La Commissione ha certificato che, per ora, Karzai è in testa col 41% dei voti, seguito a ruota da Abdullah Abdullah. Assai più indietro i rivali. Testa a testa dunque tra i due maggiori contendenti – il presidente uscente e il suo ex ministro degli Esteri - e giochi sospesi...
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martedì 25 agosto 2009
SOLDATI SI, SOLDATI NO, LA TENSIONE AFGANA EMIGRA NEGLI USA
In attesa dei risultati ufficiali la tensione si tramuta anche nel solito vecchio gioco: soldati si, soldati no. Il Nyt dice che gli alti comandi Usa in Afghanistan vogliono più militari e risorse. Una conclusione che sembra aver a che vedere con il rovescio della medaglia del “successo” elettorale se è vero che, al Sud, avrebbe votato un elettore su dieci come dice l'opposizione a Karzai

La tensione è alta in Afghanistan. Sotto ogni punto di vista: alle accuse di brogli si sommano gli annunci di una vittoria di Karzai non ancora certificata mentre sul fronte militare i vertici impegnati sul campo mordono il freno. Vogliono più soldati e un'accelerazione da opporre a un rinnovato vigore talebano. Guerra contro guerra, più soldati e più armi proprio mentre si dovrebbe celebrare, per quanto controversa e dimezzata, la vittoria della democrazia sull'oscurantismo. Una situazione che sembra allungarsi su un precipizio pericoloso e proprio alla vigilia del giorno della verità: oggi infatti la Commissione elettorale dovrebbe dire, a spoglio ultimato di circa il 90% delle schede, se Karzai ha davvero vinto e quanti, in effetti, hanno votato.
La pressione dei militari per avere più uomini e mezzi, che ieri è diventata semi ufficiale in un lungo articolo del New York Times che anticipa quello che i vertici americani in Afghanistan diranno alla Nato e al presidente degli Stati uniti, viene in realtà da lontano. E non si poteva scegliere momento migliore, adesso che Obama è in difficoltà nei sondaggi e la guerra in Afghanistan è tanto impopolare...soprattutto se dovesse perderla. Per tutto l'inverno scorso il pressing, a colpi di indiscrezioni e anticipazioni sui “giornali amici”, aveva prefigurato uno scenario di almeno 30-40mila soldati in più. Da spostare, per far contento il presidente, dall'Iraq in Afghanistan. E con l'aumento delle truppe si era anche fatta strada l'ipotesi Petraeus: fare anche dell'Afghanistan terra di “surge” sul modello iracheno, milizie tribali armate agli ordini della contro guerriglia. Poi quel piano naufragò. E a marzo Obama annunciò che in Afghanistan sarebbero andati “solo” 21mila soldati, 4mila dei quali non combattenti. 17mila operativi dunque, non uno di più, come pare avesse spiegato proprio ai generali in Afghanistan il consigliere nazionale per la sicurezza di Obama James L. Jones. Era fine giugno.

Da quel viaggio in avanti le acque si sono calmate e la parola d'ordine è stata, per lo stesso Mc Chrystal, il generale che guida i soldati americani in Afghanistan ma che è anche capo della Nato/Isaf, “protezione dei civili”, meno bombe, più ingegneri. Ma la cosa ha retto solo fino alle elezioni: alle fibrillazioni dei candidati afgani si accompagnano quelle degli alti comandi Usa.
Il terreno lo prepara l'Ammiraglio Mullen, che è a capo dello stato maggiore americano: dice che la situazione in Afghanistan si è deteriorata “nonostante” la recente iniezione di 17mila nuovi soldati e lo sforzo extra messo in piedi per le elezioni. Lo dice alla Cnn. Più forte che suggerirlo al Congresso, magari a porte chiuse. I talebani, dice, si sono fatti più sofisticati nella tattica. Una conclusione che sembra aver a che vedere con il rovescio della medaglia del “successo” elettorale se è vero che, al Sud, avrebbe votato un elettore su dieci come dice l'opposizione a Karzai.
In questo quadro, spiegava ieri l'edizione telematica del Nyt, i generali americani diranno alla Nato che le truppe attuali non bastano. E forse questo dirà anche al Congresso il generale Mc Chrystal, di cui è atteso un rapporto sulla nuova strategia che viene continuamente rinviato. Pare che la musica sia già stata cantata dai militari anche all'inviato di Obama per la regione, Richard Holbrooke, un altro fautore dell'opzione politico-diplomatica.
Al momento gli americani hanno nel paese 57mila uomini. Con gli alleati della Nato siamo a circa 100mila, gli stessi che aveva Mosca ai tempi ardenti dell'invasione. Quanto soldati ci vorrebbero adesso?
La bizzarria del corto circuito afgano è che è un serpente che si morde la coda. Il giorno prima che il Nyt battesse la notizia della richiesta di nuove truppe, l'agenzia di stampa Reuters aveva già diffuso la sintesi del cahier de doléance presentato dai generali della Nato a Holbrooke...Il fatto è che ormai Nato e forze americane sono sempre di più la stessa cosa. Quando Richard Holbrooke parla col generale Curtis Scaparotti, che comanda il settore Est, sta parlando con un uomo della Nato o con un soldato americano? La stampa statunitense finisce così per addebitare pressioni per l'aumento di truppe anche agli italiani, quando cita il generale Rosario Castellano che si sarebbe lamentato con Holbrooke che la frontiera con l'Iran è un colabrodo perché ha solo 170 guardie. Ma in realtà, come si è visto nelle interviste date ai giornali italiani, Castellano si è ben guardato dal suggerire un aumento di soldati.
Insomma la tensione si tramuta anche nel solito vecchio gioco: soldati si, soldati no. Ne approfitta anche l'ex candidato alla Casa Bianca John McCain che, fautore di aumento della pressione militare, ha resuscitato in un'intervista il vecchio “approccio Petraeus”, il surge miliziano seppellito da Obama.
Voto a Herat: la foto è di Giuliano Battiston

La tensione è alta in Afghanistan. Sotto ogni punto di vista: alle accuse di brogli si sommano gli annunci di una vittoria di Karzai non ancora certificata mentre sul fronte militare i vertici impegnati sul campo mordono il freno. Vogliono più soldati e un'accelerazione da opporre a un rinnovato vigore talebano. Guerra contro guerra, più soldati e più armi proprio mentre si dovrebbe celebrare, per quanto controversa e dimezzata, la vittoria della democrazia sull'oscurantismo. Una situazione che sembra allungarsi su un precipizio pericoloso e proprio alla vigilia del giorno della verità: oggi infatti la Commissione elettorale dovrebbe dire, a spoglio ultimato di circa il 90% delle schede, se Karzai ha davvero vinto e quanti, in effetti, hanno votato.
La pressione dei militari per avere più uomini e mezzi, che ieri è diventata semi ufficiale in un lungo articolo del New York Times che anticipa quello che i vertici americani in Afghanistan diranno alla Nato e al presidente degli Stati uniti, viene in realtà da lontano. E non si poteva scegliere momento migliore, adesso che Obama è in difficoltà nei sondaggi e la guerra in Afghanistan è tanto impopolare...soprattutto se dovesse perderla. Per tutto l'inverno scorso il pressing, a colpi di indiscrezioni e anticipazioni sui “giornali amici”, aveva prefigurato uno scenario di almeno 30-40mila soldati in più. Da spostare, per far contento il presidente, dall'Iraq in Afghanistan. E con l'aumento delle truppe si era anche fatta strada l'ipotesi Petraeus: fare anche dell'Afghanistan terra di “surge” sul modello iracheno, milizie tribali armate agli ordini della contro guerriglia. Poi quel piano naufragò. E a marzo Obama annunciò che in Afghanistan sarebbero andati “solo” 21mila soldati, 4mila dei quali non combattenti. 17mila operativi dunque, non uno di più, come pare avesse spiegato proprio ai generali in Afghanistan il consigliere nazionale per la sicurezza di Obama James L. Jones. Era fine giugno.

Da quel viaggio in avanti le acque si sono calmate e la parola d'ordine è stata, per lo stesso Mc Chrystal, il generale che guida i soldati americani in Afghanistan ma che è anche capo della Nato/Isaf, “protezione dei civili”, meno bombe, più ingegneri. Ma la cosa ha retto solo fino alle elezioni: alle fibrillazioni dei candidati afgani si accompagnano quelle degli alti comandi Usa.
Il terreno lo prepara l'Ammiraglio Mullen, che è a capo dello stato maggiore americano: dice che la situazione in Afghanistan si è deteriorata “nonostante” la recente iniezione di 17mila nuovi soldati e lo sforzo extra messo in piedi per le elezioni. Lo dice alla Cnn. Più forte che suggerirlo al Congresso, magari a porte chiuse. I talebani, dice, si sono fatti più sofisticati nella tattica. Una conclusione che sembra aver a che vedere con il rovescio della medaglia del “successo” elettorale se è vero che, al Sud, avrebbe votato un elettore su dieci come dice l'opposizione a Karzai.
In questo quadro, spiegava ieri l'edizione telematica del Nyt, i generali americani diranno alla Nato che le truppe attuali non bastano. E forse questo dirà anche al Congresso il generale Mc Chrystal, di cui è atteso un rapporto sulla nuova strategia che viene continuamente rinviato. Pare che la musica sia già stata cantata dai militari anche all'inviato di Obama per la regione, Richard Holbrooke, un altro fautore dell'opzione politico-diplomatica.
Al momento gli americani hanno nel paese 57mila uomini. Con gli alleati della Nato siamo a circa 100mila, gli stessi che aveva Mosca ai tempi ardenti dell'invasione. Quanto soldati ci vorrebbero adesso?

La bizzarria del corto circuito afgano è che è un serpente che si morde la coda. Il giorno prima che il Nyt battesse la notizia della richiesta di nuove truppe, l'agenzia di stampa Reuters aveva già diffuso la sintesi del cahier de doléance presentato dai generali della Nato a Holbrooke...Il fatto è che ormai Nato e forze americane sono sempre di più la stessa cosa. Quando Richard Holbrooke parla col generale Curtis Scaparotti, che comanda il settore Est, sta parlando con un uomo della Nato o con un soldato americano? La stampa statunitense finisce così per addebitare pressioni per l'aumento di truppe anche agli italiani, quando cita il generale Rosario Castellano che si sarebbe lamentato con Holbrooke che la frontiera con l'Iran è un colabrodo perché ha solo 170 guardie. Ma in realtà, come si è visto nelle interviste date ai giornali italiani, Castellano si è ben guardato dal suggerire un aumento di soldati.
Insomma la tensione si tramuta anche nel solito vecchio gioco: soldati si, soldati no. Ne approfitta anche l'ex candidato alla Casa Bianca John McCain che, fautore di aumento della pressione militare, ha resuscitato in un'intervista il vecchio “approccio Petraeus”, il surge miliziano seppellito da Obama.
Voto a Herat: la foto è di Giuliano Battiston
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domenica 23 agosto 2009
KARZAI CANTA VITTORIA
Le indiscrezioni sul vincitore delle elezioni afgane continuano a correre veloci come le accuse di brogli, frodi, maneggio delle schede. E mentre da più parti si mette in dubbio la validità di un voto che, stando alle anticipazioni avrebbe visto mettere la scheda nell'urna un afgano su due, i talebani mettono in pratica le minacce della vigilia: e tagliano le dita a due elettori resi riconoscibili dall'inchiostro elettorale.
Un'atmosfera tesa circonda l'attesa dello spoglio mentre la squadra di Karzai, che già aveva annunciato vittoria, ora fa sapere che il presidente uscente sarebbe stato riconfermato col 70% dei voti....contro solo il 23% di Abdullah, il principale rivale. Voci, che aumentano la tensione mentre le contestazioni sui brogli arrivano da molti osservatori: i candidati innanzi tutto, come Mirwais Yassini, vice capo della Camera bassa e uno dei 31 contendenti in lizza che ha annunciato diversi ricorsi. Ma le contestazioni arrivano anche da fonti non interessate: l'Afghanistan's Free and Fair Election Foundation (Fefa), una Fondazione indipendente con 7mila osservatori, denuncia elettori minorenni, il doppio o triplo voto, gli “aiuti” di accompagnatori sospetti. E' la Fefa che ha dato la notizia anche della mutilazione avvenuta nella provincia di Kandahar per due elettori privati del dito della mano segnato dall'inchiostro indelebile (che in molti caso è stato denunciato non lo fosse affatto). A causa delle minacce dei talebani inoltre, specie al Sud molte persone non si sono recate a votare (la percentuale dei votanti non è ancora ufficiale ma pare si attesterà su un 45-50% degli aventi diritto). A quelle della Fefa si uniscono le denunce del National Democratic Institute (Ndi) di Kabul che ha messo in dubbio la credibilità alla Commissione elettorale indipendente (Iec), che meriterebbe, secondo l'organismo, una riforma.
Unite alle preoccupazioni della Ue (che aveva chiesto ai candidati di non pronunciarsi prima dei risultati ufficiali) e alle indiscrezioni emerse dai racconti di molti osservatori internazionali, il quadro si fa serio specie in vista del 25 di agosto, giorno in cui verranno resi noti i dati parziali e quelli sull'affluenza. Il rischio è che la consultazione elettorale anziché produrre stabilità crei un vuoto istituzionale pericoloso specie in un momento in cui si fa strada, dopo il fallimento (in parte) del boicottaggio talebano, il desiderio di avviare un processo negoziale e chiudere il capitolo della guerra. Apre alla guerriglia Rohul Amin, governatore della provincia di Farah, Afghanistan occidentale: i talebani, dice, non accettano la Costituzione e non riconoscono i diritti delle donne, ma per chi si adeguerà “le porte del governo sono aperte” per “partecipare al processo democratico dell'Afghanistan”.

Un'atmosfera tesa circonda l'attesa dello spoglio mentre la squadra di Karzai, che già aveva annunciato vittoria, ora fa sapere che il presidente uscente sarebbe stato riconfermato col 70% dei voti....contro solo il 23% di Abdullah, il principale rivale. Voci, che aumentano la tensione mentre le contestazioni sui brogli arrivano da molti osservatori: i candidati innanzi tutto, come Mirwais Yassini, vice capo della Camera bassa e uno dei 31 contendenti in lizza che ha annunciato diversi ricorsi. Ma le contestazioni arrivano anche da fonti non interessate: l'Afghanistan's Free and Fair Election Foundation (Fefa), una Fondazione indipendente con 7mila osservatori, denuncia elettori minorenni, il doppio o triplo voto, gli “aiuti” di accompagnatori sospetti. E' la Fefa che ha dato la notizia anche della mutilazione avvenuta nella provincia di Kandahar per due elettori privati del dito della mano segnato dall'inchiostro indelebile (che in molti caso è stato denunciato non lo fosse affatto). A causa delle minacce dei talebani inoltre, specie al Sud molte persone non si sono recate a votare (la percentuale dei votanti non è ancora ufficiale ma pare si attesterà su un 45-50% degli aventi diritto). A quelle della Fefa si uniscono le denunce del National Democratic Institute (Ndi) di Kabul che ha messo in dubbio la credibilità alla Commissione elettorale indipendente (Iec), che meriterebbe, secondo l'organismo, una riforma.
Unite alle preoccupazioni della Ue (che aveva chiesto ai candidati di non pronunciarsi prima dei risultati ufficiali) e alle indiscrezioni emerse dai racconti di molti osservatori internazionali, il quadro si fa serio specie in vista del 25 di agosto, giorno in cui verranno resi noti i dati parziali e quelli sull'affluenza. Il rischio è che la consultazione elettorale anziché produrre stabilità crei un vuoto istituzionale pericoloso specie in un momento in cui si fa strada, dopo il fallimento (in parte) del boicottaggio talebano, il desiderio di avviare un processo negoziale e chiudere il capitolo della guerra. Apre alla guerriglia Rohul Amin, governatore della provincia di Farah, Afghanistan occidentale: i talebani, dice, non accettano la Costituzione e non riconoscono i diritti delle donne, ma per chi si adeguerà “le porte del governo sono aperte” per “partecipare al processo democratico dell'Afghanistan”.
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sabato 22 agosto 2009
FIAMME ALTE (POLITICHE) A KABUL
Afghanistan, il giorno dopo. A buttare acqua sul fuoco ci prova il portavoce della Commissione europea, John Clancy: “Incoraggiamo tutti i candidati a rispettare il processo elettorale e ad evitare annunci prematuri su possibili risultati”. Ci prova, ma l'incendio ha le fiamme già alte.
Il giorno dopo il voto in Afghanistan, salutato da tutti come un successo con una rapidità forse eccessiva, già ridimensiona la qualità del voto come i risultati, ancora parzialissimi della partecipazione, confermano:il 70% degli aventi diritto che avevano votato nel 2004 si sono ridotti a un 40-50%. Ma c'è di più: i due candidati presidenziali forti – Hamid Karzai e Abdullah Abdullah – hanno già cantato vittoria poco dopo l'annuncio della chiusura delle urne.
Sia Karzai sia Abdullah, sulla scorta di quelle che sono delle vaghe indiscrezioni che disegnerebbero comunque un testa a testa, dicono di avere la vittoria in tasca. Un modo forse per mettere le mani avanti e per dirsi comunque vincitori anche se le urne premiassero l'altro. In realtà sino al 17 settembre i risultati definitivi non saranno disponibili (anche se pare che l'annuncio verrà anticipato) ma il 25 agosto, ossia tra circa 72 ore, saranno disponibili i risultati parziali che potrebbero gettare altra benzina sul fuoco innescato dalle preventive dichiarazioni di vittoria di Karzai e Abdullah.
Intanto come numeri certi ci sono solo quelli delle vittime di queste giornate di elezioni: solo l'altro ieri, nel giorno del voto, undici funzionari della Commissione elettorale indipendente (Iec) hanno perso la vita e con loro otto soldati afgani. Gli attacchi dei talebani ai seggi sono stati 135 e in molti casi sono risusciti nell'intento, specie nel Sud e nell'Est del paese: non permettere alla gente di recarsi alle urne. Anche ieri ci sono stai nuovi episodi di violenza: incendi ai seggi elettorali accompagnati dal bollettino quotidiano dei morti sul campo di battaglia (due soldati britannici e un americano). Nulla però rispetto ai giorni scorsi. Ma il futuro non è roseo.

La polemica sull'inchiostro che stinge (era già successo nel 2004) non può che alimentare le voci de brogli che costituiranno la benzina per la macchina delle recriminazioni: gli uomini di Abdullah annunciano di aver presentato almeno un centinaio di denunce alla Commissione per i reclami elettorali per brogli rilevati dai 26mila rappresentanti di lista del concorrente di Karzai. Ma anche per Karzi può valere lo stesso discorso senza contare che il presidente uscente può sempre dirsi penalizzato – e non avrebbe torto – dal voto mancato nelle aree a maggioranza pashtun.Preoccupazione la esprime anche Richard Holbrooke, l'inviato di Obama per la regione, che sostiene che il voto in Afghanistan si concluderà sul filo di lana con un testa a testa tra i due maggiori candidati. Ma di più non dice. Conferma però le voci che girano soprattutto a Kabul e nei seggi dove i conteggi (che vengono riprodotti in cinque copie e poi inviati a un centro controllato dalla Iec) sono già finiti: testa a testa tra Karzai e Abdullah.
La vittoria di Karzai o di Abdullah non sono comunque un risultato che farà contentissimi né gli americani né i loro alleati occidentali: il primo si è costruito una fama di abile negoziatore ma anche di capo di un governo corrotto e inefficiente dominato dall'alleanza con gli ex signori della guerra. Il secondo, lui stesso ex signore della guerra e con alle spalle l'Alleanza del Nord (la coalizione di ex mujaheddin che nel 2001 guidò la campagna di terra per spodestare mullah Omar), non ha grande esperienza di governo e ha una squadra debole alle spalle. Ma adesso l'obiettivo è disinnescare la miccia accesa da una guerra tra i due che per ora si limita alle parole ma che potrebbe prefigurare uno scenario pericoloso se Karzai e Abdullah dovessero arrivare ai ferri corti. La possibilità di un esecutivo che rappresenti vincitori e vinti appare come l'unica soluzione in grado di disinnescare la mina. Ma per fare ipotesi è comunque ancora presto. Come è ancora presto per definire le elezioni del 20 agosto in Afghanistan un “grande successo”.

Il giorno dopo il voto in Afghanistan, salutato da tutti come un successo con una rapidità forse eccessiva, già ridimensiona la qualità del voto come i risultati, ancora parzialissimi della partecipazione, confermano:il 70% degli aventi diritto che avevano votato nel 2004 si sono ridotti a un 40-50%. Ma c'è di più: i due candidati presidenziali forti – Hamid Karzai e Abdullah Abdullah – hanno già cantato vittoria poco dopo l'annuncio della chiusura delle urne.
Sia Karzai sia Abdullah, sulla scorta di quelle che sono delle vaghe indiscrezioni che disegnerebbero comunque un testa a testa, dicono di avere la vittoria in tasca. Un modo forse per mettere le mani avanti e per dirsi comunque vincitori anche se le urne premiassero l'altro. In realtà sino al 17 settembre i risultati definitivi non saranno disponibili (anche se pare che l'annuncio verrà anticipato) ma il 25 agosto, ossia tra circa 72 ore, saranno disponibili i risultati parziali che potrebbero gettare altra benzina sul fuoco innescato dalle preventive dichiarazioni di vittoria di Karzai e Abdullah.
Intanto come numeri certi ci sono solo quelli delle vittime di queste giornate di elezioni: solo l'altro ieri, nel giorno del voto, undici funzionari della Commissione elettorale indipendente (Iec) hanno perso la vita e con loro otto soldati afgani. Gli attacchi dei talebani ai seggi sono stati 135 e in molti casi sono risusciti nell'intento, specie nel Sud e nell'Est del paese: non permettere alla gente di recarsi alle urne. Anche ieri ci sono stai nuovi episodi di violenza: incendi ai seggi elettorali accompagnati dal bollettino quotidiano dei morti sul campo di battaglia (due soldati britannici e un americano). Nulla però rispetto ai giorni scorsi. Ma il futuro non è roseo.

La polemica sull'inchiostro che stinge (era già successo nel 2004) non può che alimentare le voci de brogli che costituiranno la benzina per la macchina delle recriminazioni: gli uomini di Abdullah annunciano di aver presentato almeno un centinaio di denunce alla Commissione per i reclami elettorali per brogli rilevati dai 26mila rappresentanti di lista del concorrente di Karzai. Ma anche per Karzi può valere lo stesso discorso senza contare che il presidente uscente può sempre dirsi penalizzato – e non avrebbe torto – dal voto mancato nelle aree a maggioranza pashtun.Preoccupazione la esprime anche Richard Holbrooke, l'inviato di Obama per la regione, che sostiene che il voto in Afghanistan si concluderà sul filo di lana con un testa a testa tra i due maggiori candidati. Ma di più non dice. Conferma però le voci che girano soprattutto a Kabul e nei seggi dove i conteggi (che vengono riprodotti in cinque copie e poi inviati a un centro controllato dalla Iec) sono già finiti: testa a testa tra Karzai e Abdullah.
La vittoria di Karzai o di Abdullah non sono comunque un risultato che farà contentissimi né gli americani né i loro alleati occidentali: il primo si è costruito una fama di abile negoziatore ma anche di capo di un governo corrotto e inefficiente dominato dall'alleanza con gli ex signori della guerra. Il secondo, lui stesso ex signore della guerra e con alle spalle l'Alleanza del Nord (la coalizione di ex mujaheddin che nel 2001 guidò la campagna di terra per spodestare mullah Omar), non ha grande esperienza di governo e ha una squadra debole alle spalle. Ma adesso l'obiettivo è disinnescare la miccia accesa da una guerra tra i due che per ora si limita alle parole ma che potrebbe prefigurare uno scenario pericoloso se Karzai e Abdullah dovessero arrivare ai ferri corti. La possibilità di un esecutivo che rappresenti vincitori e vinti appare come l'unica soluzione in grado di disinnescare la mina. Ma per fare ipotesi è comunque ancora presto. Come è ancora presto per definire le elezioni del 20 agosto in Afghanistan un “grande successo”.
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venerdì 21 agosto 2009
LARGHE INTESE AFGANE
Asharf Ghani pensa che il primo passo debba essere un accordo sul cessate il fuoco. Abdullah Abdullah sostiene che parlare con i taleban fa fatto a patto che si escluda mullah Omar, il loro capo riconosciuto, e quel Gulbuddin Hekmatyar con cui il comandante Massud – lo sponsor ideale, in quanto è morto, di Abdullah – aveva qualcosa in più di una semplice ruggine. Infine Karzai pensa che il negoziato vada portato avanti senza preclusioni particolari (a parte il discorso che riguarda qaedisti e “stranieri”) e, a quanto si dice, il suo governo ha già cominciato a trattare...proprio con Gulbuddin, un alleato “tattico” dei talebani che gioca la sua carta personale. Per dirla tutta, ogni candidato alla presidenza ha una strategia per la riconciliazione nazionale, il processo di pacificazione, la fine della guerra. La signora Shala Ata, una delle due donne che sfidano l'universo maschile delle presidenziali, ha chiamato i talebani “fratelli”, sostenendo che sono comunque afghani. Con loro si può parlare.
Subito dopo le elezioni sarà questo uno dei grandi nodi da affrontare. E se, come si dice, la prospettiva è quella di una sorta di grande governo di unità nazionale, che includa gli esclusi e premi con uno scranno chi ha perso le elezioni ma ha pur sempre percentuali rispettabili, l'interrogativo del negoziato sarà forse il primo da affrontare pur con tutti i distinguo del caso.
Per quel che si può capire delle presidenziali afghane, una novità è certa: nel 2004 non solo Karzai vinse senza difficoltà, ma era il favorito di afghani e occidentali. Dopo la sua elezione i sondaggi lo diedero, ad un certo punto della sua iniziale carriera, con percentuali di apprezzamento bulgare: attorno al 90%. Ma ora? I suoi ex alleati occidentali hanno cercato più volte di azzopparlo e adesso hanno tutta l'aria di essere disposti solo ad accettarlo, purché si metta in riga. Quanto agli afghani, se mai gli daranno un voto che gli consenta di vincere al primo turno, lo stesso Karzai sa che lo avranno votato più per disperazione che per convinzione. Ecco perché si sta facendo strada l'ipotesi di un governo di “larghe intese” per dirla col gergo di casa nostra. Ma, per citare ancora il dizionario italiano, le convergenze parallele” saranno complicatissime e non basterà un Caf (il famoso asse Craxi-Andreotti-Forlani) a far diventare rosa il buco nero afghano.
A quel che sembra di capire, per la dirigenza talebana non farà molta differenza se a vincere sarà Karzai, Abdullah o Asharf Ghani. Qualche mese fa, sul finire dell'anno scorso, quando si parlava di una mediazione saudita per far dialogare il governo con gli insorti, mullah Omar rese noto un programma in sette punti come base di discussione. La cosa fu ampiamente ignorata anche perché si era ormai già in pre campagna elettorale. Ma adesso, dopo il voto, e benché difficilmente lo si ammetterà in pubblico, tutti vorranno sapere, da Washington a Kabul, da Londra a Kandahar, come va a finire la guerra. E poiché la guerra non finirà, si vorrà capire se l'arma del negoziato sarà più appuntita delle spade della Nato e degli uomini in turbante, tutte e due abbastanza spuntate.
Se dalle elezioni uscirà un esecutivo forte, pur a costo di compromessi anche eticamente discutibili, questo sarebbe il momento opportuno di mettere le carte in tavola perché comunque le elezioni sono un avvenimento difficile da ignorare politicamente anche dal movimento più radicale. Potrebbe essere il momento, anche se bisognerà mettere da parte molte preclusioni, distinguo, eccezioni. La posta in gioco è la pace. L'unica cosa per cui forse gli afghani hanno votato.
Subito dopo le elezioni sarà questo uno dei grandi nodi da affrontare. E se, come si dice, la prospettiva è quella di una sorta di grande governo di unità nazionale, che includa gli esclusi e premi con uno scranno chi ha perso le elezioni ma ha pur sempre percentuali rispettabili, l'interrogativo del negoziato sarà forse il primo da affrontare pur con tutti i distinguo del caso.
Per quel che si può capire delle presidenziali afghane, una novità è certa: nel 2004 non solo Karzai vinse senza difficoltà, ma era il favorito di afghani e occidentali. Dopo la sua elezione i sondaggi lo diedero, ad un certo punto della sua iniziale carriera, con percentuali di apprezzamento bulgare: attorno al 90%. Ma ora? I suoi ex alleati occidentali hanno cercato più volte di azzopparlo e adesso hanno tutta l'aria di essere disposti solo ad accettarlo, purché si metta in riga. Quanto agli afghani, se mai gli daranno un voto che gli consenta di vincere al primo turno, lo stesso Karzai sa che lo avranno votato più per disperazione che per convinzione. Ecco perché si sta facendo strada l'ipotesi di un governo di “larghe intese” per dirla col gergo di casa nostra. Ma, per citare ancora il dizionario italiano, le convergenze parallele” saranno complicatissime e non basterà un Caf (il famoso asse Craxi-Andreotti-Forlani) a far diventare rosa il buco nero afghano.
A quel che sembra di capire, per la dirigenza talebana non farà molta differenza se a vincere sarà Karzai, Abdullah o Asharf Ghani. Qualche mese fa, sul finire dell'anno scorso, quando si parlava di una mediazione saudita per far dialogare il governo con gli insorti, mullah Omar rese noto un programma in sette punti come base di discussione. La cosa fu ampiamente ignorata anche perché si era ormai già in pre campagna elettorale. Ma adesso, dopo il voto, e benché difficilmente lo si ammetterà in pubblico, tutti vorranno sapere, da Washington a Kabul, da Londra a Kandahar, come va a finire la guerra. E poiché la guerra non finirà, si vorrà capire se l'arma del negoziato sarà più appuntita delle spade della Nato e degli uomini in turbante, tutte e due abbastanza spuntate.
Se dalle elezioni uscirà un esecutivo forte, pur a costo di compromessi anche eticamente discutibili, questo sarebbe il momento opportuno di mettere le carte in tavola perché comunque le elezioni sono un avvenimento difficile da ignorare politicamente anche dal movimento più radicale. Potrebbe essere il momento, anche se bisognerà mettere da parte molte preclusioni, distinguo, eccezioni. La posta in gioco è la pace. L'unica cosa per cui forse gli afghani hanno votato.
mercoledì 19 agosto 2009
LA PACE NEI PROGRAMMI DEI CANDIDATI

Negoziato. Riconciliazione nazionale. Perdono. Pace. Nessuna di queste parole è stata dimenticata nella campagna elettorale dai poco più di trenta candidati alle presidenziali.
Come ignorare del resto la prima vera preoccupazione di ogni afgano e cioè chiudere il capitolo della guerra? A parte un piccolo gruppo di speculatori che col conflitto fa affari, gli afgani sanno bene che molte delle promesse disattese dipendono anche da una macchina che assorbe la maggior parte delle risorse e delle priorità, la macchina della guerra. Seppur con toni diversi, da Karzai ad Abdullah Abdullah, da Ghani a Ramazan Bashardost (il meno noto dei front-runner ma che i sondaggi danno al 9%), tutti pensano che bisogna negoziare. Come, quando, con chi è un'altra faccenda...
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martedì 18 agosto 2009
NOTE A MARGINE, LA POLEMICA "MECCANICA" SULL'AFGHANISTAN
In Italia la polemica sull'Afghanistan che infuria altrove sembra attestata, come al solito, su un livello più basso: a parte la polemica sul codice di pace o di guerra (che come puntualizzava ieri su “Repubblica” Antonio Cassese ignora che forse ci si dovrebbe dotare del diritto umanitario dei conflitti armati dove “umanitario” non significa portare caramelle ma avere, prima di tutto, rispetto die civili inermi), la discussione è soprattutto orientata su problemi di “meccanica”, come prova il polverone sui Lince bloccati dalla magistratura che, aveva spiegato il ministro la Russa, impedisce ai soldati di usare i pezzi dei mezzi sinistrati come ricambio. Anziché discutere della corsa e di come si fa a vincerla, è come se alla Ferrari continuassero a parlare per giorni della pressione delle gomme...In questo davvero la stampa italiana non aiuta (fatta esclusioni per pochi pochissimi tra cui Guido Rampoldi che, si può essere d'accordo o no, ma si sforza di pensare)
Ieri La Russa è però tornato sul tema afgano ribadendo una cosa già affiorata tra le righe in alcune sue interviste: il ritorno a casa del contingente che, tra spese, pezzi di ricambio e intralci leghisti, comincia a diventare un grattacapo anche per il ministro che più di tutti ama la mimetica. “L'impegno del contingente internazionale per garantire agli afghani la possibilità di esprimere liberamente il loro voto – ha detto fra l'altro - va nella direzione di avvicinare il momento in cui sarà possibile affidare completamente al Governo, alle forze armate e alle forze di polizia afghani il controllo del territorio e della legalità, con il ritorno in Patria quindi dei nostri soldati”. Detto in altre parole, finalmente ce ne potremmo andare....
Sebbene resti il vuoto su cosa esattamente stiamo facendo laggiù e in mezzo a dichiarazioni ondivaghe anche molto belliciste (come armare i Tornado e far fare dunque al nostro contingente operazioni ad altissimo rischio per i civili) per una volta la polemica meccanica” è stata messa in secondo piano. Chissà la mimetica.
MENO DUE
“Afghan Vintage”. A due giorni dal voto, qualche ironico osservatore le ha già definite così queste elezioni arrivate al termine della campagna elettorale chiusa ieri ufficialmente. Tra minacce talebane – che hanno recapitato alla sede di Al Jazeera, un palazzetto nuovo ed elegante vicino al centro, i volantini in cui si afferma che la guerriglia taglierà i nasi, le orecchie e le dita di chi si recherà a votare – e un palpabile clima di tensione, l'antico e il ritorno di vecchi protagonisti della storia afgana hanno segnato l'ultimo scorcio della propaganda dei candidati.

Hamid Karzai, capo dello Stato uscente, ha chiuso la campagna con una conferenza stampa in cui si è fatto bello esibendo i candidati che si sono ritirati in suo favore. Otto su 41 senza contare l'ultimo colpo largamente annunciato: il ritorno dell'ex signore della guerra, generale col filosovietico Najibullah e ministro con Karzai, Abdul Rashid Dostum. Il suo sostegno, e cioè il pacchetto di voti della regione trucofona del Nord, non è di poco conto e gli si può dunque perdonare di avere sul groppone un mandato per omicidio che lo aveva costretto a un breve esilio in Turchia. Dostum riveste comunque la carica – ancorché abbastanza simbolica - di capo di stato maggiore delle forze armate, possiede media e una milizia fedelissima oltre a un fortissimo potere sulle aree attorno a Mazar-i-Sharif, suo feudo personale. La “casetta” di Kabul è un palazzone con una parabola grande quanto quelle della Nato, sorvegliata da un manipolo di miliziani che tengono lontani curiosi e giornalisti. E' chiaro che solo il presidente poteva far cestinare o sospendere le accuse contro di lui ed è dunque scontato il suo appoggio a Karzai che spera di farcela al primo turno. Ma non è l'unico ritorno old style.
Leggi tutto nella rubrica Afghanistan di Lettera22

Hamid Karzai, capo dello Stato uscente, ha chiuso la campagna con una conferenza stampa in cui si è fatto bello esibendo i candidati che si sono ritirati in suo favore. Otto su 41 senza contare l'ultimo colpo largamente annunciato: il ritorno dell'ex signore della guerra, generale col filosovietico Najibullah e ministro con Karzai, Abdul Rashid Dostum. Il suo sostegno, e cioè il pacchetto di voti della regione trucofona del Nord, non è di poco conto e gli si può dunque perdonare di avere sul groppone un mandato per omicidio che lo aveva costretto a un breve esilio in Turchia. Dostum riveste comunque la carica – ancorché abbastanza simbolica - di capo di stato maggiore delle forze armate, possiede media e una milizia fedelissima oltre a un fortissimo potere sulle aree attorno a Mazar-i-Sharif, suo feudo personale. La “casetta” di Kabul è un palazzone con una parabola grande quanto quelle della Nato, sorvegliata da un manipolo di miliziani che tengono lontani curiosi e giornalisti. E' chiaro che solo il presidente poteva far cestinare o sospendere le accuse contro di lui ed è dunque scontato il suo appoggio a Karzai che spera di farcela al primo turno. Ma non è l'unico ritorno old style.
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lunedì 17 agosto 2009
DUE MILIONI DI ESCLUSI
E' la valutazione semi ufficiale che gira ormai tra i palazzi di Kabul dove si sta mettendo a punto la parte finale della macchina del voto del 20 agosto
Due milioni di afgani non andranno a votare. E' la valutazione semi ufficiale che gira ormai tra i palazzi di Kabul dove si sta mettendo a punto la parte finale della macchina del voto del 20 agosto. Una fase delicata perché prevede il trasporto del materiale elettorale dai centri provinciali dove si trovano i responsabili della Commissione elettorale nazionale (Indipendent Election Commission -Iec) sino ai seggi. Una fase che si concluderà il 18 agosto. E solo in quella data, sarà possibile quantificare con esattezza il numero di seggi che saranno effettivamente aperti il giorno delle elezioni per l'elezione del presidente e il rinnovo dei Consigli provinciali. Ufficialmente il numero dei seggi che resteranno chiusi si aggira sui 700 ma una stima che sembra essere abbastanza certa dice che il numero dei centri elettorali dove si potrà votare in sicurezza saranno meno del 90% del totale, nove su dieci insomma, con un totale dei seggi previsti che sarebbe poco meno di settemila e dunque in oltre 6mila (6200 ufficialmente) si potrà inserire la scheda nell'urna.
La campagna elettorale afgana è piena di ombre, difficoltà, incertezze e, al di là delle voci insistenti sugli acquisti a suon di dollari delle schede elettorali personali, che già mettono a rischio la trasparenza del voto su cui nessun osservatore occidentale si sente di scommettere, il problema della sicurezza potrebbe significare l'esclusione dalla consultazione di circa 2 milioni di elettori nelle aree ad alto rischio del Sud e nell'Est, ossia in zone a prevalenza pashtun. Un collasso di voti relativo in termini generali (sono circa 17milioni gli aventi diritto, 4 milioni e mezzo in più delle passate elezioni come spiegano all'Iec, ma pesante per i candidati che basano le loro percentuali di riuscita anche sul voto “etnico”. Una vicenda che preoccupa soprattutto Karzai, la cui roccaforte elettorale, oltre che nei centri urbani, è soprattutto al Sud, area da cui proviene la sua potente famiglia (e dove i sostenitori di Karzai dicono di poter contare sul 90-95% dei suffragi) che in questi mesi si è data molto da fare per garantirgli pacchetti di voti e consenso tra le tribù dei pashtun. Sarebbe proprio questo il motivo per cui soprattutto suo fratello Wali, un personaggio molto controverso quanto potente, avrebbe fatto una serie di patti con comandanti talebani locali – come riportava ieri il quotidiano britannico Guardian - per avere garanzie sulla maggior affluenza possibile.
“L'ipotesi brogli – ci spiega un diplomatico internazionale – è elevata” anche se ufficialmente nessuno lo dice e del resto alla stessa Commissione elettorale, più o meno ufficialmente, ammettono di aver avuto notizia di irregolarità di diverso tipo al momento delle registrazioni di voto in molti casi “duplicate” ad arte. Il cahier de doléance presentato allll'Afghanistan Electoral Complaints Commission (Aecc), dove le Nazioni unite hanno messo il canadese Grant Kippen a supervisionare la trasparenza del processo elettorale, è infatti abbastanza lungo visto che, a fine luglio erano già arrivate sul tavolo di Grant, 28mila denunce.
I funzionari che supervisionano il processo elettorale però restano ottimisti sulla fase più delicata: lo spoglio in cui le irregolarità saranno tenute sotto stretta osservazione proprio per evitare il moltiplicarsi del voto o per evitare che a votare siano minorenni o persone che si presentano con la scheda di altri. Per altro, il voto sarà abbastanza “osservato”: in totale si parla di qualcosa come 180mila persone che si prenderanno cura della trasparenza dello spoglio tra funzionari pubblici e osservatori nazionali e internazionali. Tra questi ci sono oltre 100mila rappresentanti di lista a monitorare il voto dei Consigli provinciali, una percentuale che scende nel caso dei conteggi per il presidente.
Pare che invece l'ipotesi "tribsmen", milizie tribali a guardia delle urne, sia stata abbandonata...
Due milioni di afgani non andranno a votare. E' la valutazione semi ufficiale che gira ormai tra i palazzi di Kabul dove si sta mettendo a punto la parte finale della macchina del voto del 20 agosto. Una fase delicata perché prevede il trasporto del materiale elettorale dai centri provinciali dove si trovano i responsabili della Commissione elettorale nazionale (Indipendent Election Commission -Iec) sino ai seggi. Una fase che si concluderà il 18 agosto. E solo in quella data, sarà possibile quantificare con esattezza il numero di seggi che saranno effettivamente aperti il giorno delle elezioni per l'elezione del presidente e il rinnovo dei Consigli provinciali. Ufficialmente il numero dei seggi che resteranno chiusi si aggira sui 700 ma una stima che sembra essere abbastanza certa dice che il numero dei centri elettorali dove si potrà votare in sicurezza saranno meno del 90% del totale, nove su dieci insomma, con un totale dei seggi previsti che sarebbe poco meno di settemila e dunque in oltre 6mila (6200 ufficialmente) si potrà inserire la scheda nell'urna.La campagna elettorale afgana è piena di ombre, difficoltà, incertezze e, al di là delle voci insistenti sugli acquisti a suon di dollari delle schede elettorali personali, che già mettono a rischio la trasparenza del voto su cui nessun osservatore occidentale si sente di scommettere, il problema della sicurezza potrebbe significare l'esclusione dalla consultazione di circa 2 milioni di elettori nelle aree ad alto rischio del Sud e nell'Est, ossia in zone a prevalenza pashtun. Un collasso di voti relativo in termini generali (sono circa 17milioni gli aventi diritto, 4 milioni e mezzo in più delle passate elezioni come spiegano all'Iec, ma pesante per i candidati che basano le loro percentuali di riuscita anche sul voto “etnico”. Una vicenda che preoccupa soprattutto Karzai, la cui roccaforte elettorale, oltre che nei centri urbani, è soprattutto al Sud, area da cui proviene la sua potente famiglia (e dove i sostenitori di Karzai dicono di poter contare sul 90-95% dei suffragi) che in questi mesi si è data molto da fare per garantirgli pacchetti di voti e consenso tra le tribù dei pashtun. Sarebbe proprio questo il motivo per cui soprattutto suo fratello Wali, un personaggio molto controverso quanto potente, avrebbe fatto una serie di patti con comandanti talebani locali – come riportava ieri il quotidiano britannico Guardian - per avere garanzie sulla maggior affluenza possibile.
“L'ipotesi brogli – ci spiega un diplomatico internazionale – è elevata” anche se ufficialmente nessuno lo dice e del resto alla stessa Commissione elettorale, più o meno ufficialmente, ammettono di aver avuto notizia di irregolarità di diverso tipo al momento delle registrazioni di voto in molti casi “duplicate” ad arte. Il cahier de doléance presentato allll'Afghanistan Electoral Complaints Commission (Aecc), dove le Nazioni unite hanno messo il canadese Grant Kippen a supervisionare la trasparenza del processo elettorale, è infatti abbastanza lungo visto che, a fine luglio erano già arrivate sul tavolo di Grant, 28mila denunce.
I funzionari che supervisionano il processo elettorale però restano ottimisti sulla fase più delicata: lo spoglio in cui le irregolarità saranno tenute sotto stretta osservazione proprio per evitare il moltiplicarsi del voto o per evitare che a votare siano minorenni o persone che si presentano con la scheda di altri. Per altro, il voto sarà abbastanza “osservato”: in totale si parla di qualcosa come 180mila persone che si prenderanno cura della trasparenza dello spoglio tra funzionari pubblici e osservatori nazionali e internazionali. Tra questi ci sono oltre 100mila rappresentanti di lista a monitorare il voto dei Consigli provinciali, una percentuale che scende nel caso dei conteggi per il presidente.
Pare che invece l'ipotesi "tribsmen", milizie tribali a guardia delle urne, sia stata abbandonata...
giovedì 13 agosto 2009
OMBRE E DENARI SULLA CAMPAGNA DI KARZAI

Schede di voto comprate per un pugno di dollari o scambiate con tessere telefoniche. Soldi pubblici utilizzati per la campagna elettorale. Intimidazioni e boicottaggio nei confronti dei rivali più deboli e “patti segreti” con i più forti. Milizie "realiste" a presidiare i seggi. Con la cornice di seggi elettorali che andranno deserti per problemi di sicurezza e dunque si presteranno a brogli e frodi. E' questo il panorama in cui Hamid Karzai, il presidente uscente, cerca la sua seconda rielezione. Ma è proprio lui, coadiuvato da famigliari e consiglieri, una delle zone grigie più controverse di queste elezioni. Che non può e non vuole perdere.
E' lui l'elegante signore pashtun avvolto nel tradizionale chapan di ottima fattura, a utilizzare senza esclusione di colpi ogni mezzo pur di ottenere un'elezione al primo turno senza l'onta del ballottaggio. Anche a costo che la sua stessa campagna elettorale, al centro di critiche e polemiche, rischi di fargli perdere consensi nazionali e appoggi internazionali.
Gli attacchi più violenti glieli ha riservati la stampa britannica e il frasario assai poco diplomatico di uno dei suoi maggiori rivali, Ashraf Ghani, che Karzai avrebbe cercato di “comprare” promettendogli un super premierato nel suo gabinetto, e che ha accusato il presidente di aver fatto dell'Afghanistan lo stato più fallito e corrotto del pianeta.
Così corrotto che adesso Karzai, attraverso intermediari che si rivolgono direttamente ai contadini poveri delle aree più a rischio, quelle del Sud dove infuria la guerra, comprerebbe le schede elettorali per poco più di venti euro o addirittura in cambio di tessere telefoniche per il cellulare. La compravendita di voti non è una novità (in Afghanistan come altrove) ma il Times di Londra ha puntato il dito direttamente su Wali Karzai e su Sher Mohammad Akhundzada, ex governatore della provincia di Helmand, un uomo che, come il fratello del presidente, è stato sempre molto chiacchierato anche in relazione al narcotraffico. Accusa riecheggiata per mesi nei corridoi dei palazzi di Kabul sino ad essere poi approdata a chiare lettere in un articolo della stampa americana e persino nel saggio scritto da un diplomatico in servizio a Kabul.

Wali è molto chiacchierato anche per i suoi affari nella capitale e per essere considerato un re degli appalti, specie nel lucroso settore edilizio di Kabul. Ma è anche l'amministratore di un ingente patrimonio fondiario nel Sud e l'uomo di cui il presidente si serve per tenere viva la rete di relazioni tribali della potente tribù dei Popolzay, una dei più influenti dell'Afghanistan.
Ma su Karzai sono piovute anche altre accuse, sospetti, preoccupazioni: la sua influenza sui media statali e locali, le intimidazioni fisiche alle squadre dei supporter di altri candidati che sarebbero da imputare ai sostenitori del presidente e, infine, l'utilizzo di soldi pubblici per la sua campagna elettorale. Ma non è tutto. Karzai, abbastanza alla luce del sole, ha stretto accordi più o meno pubblicizzati, con diversi concorrenti promettendo loro posti nel suo futuro gabinetto se si ritirassero: il caso più noto è quello di Ashraf Ghani, lo sfidante a cui i sondaggi attribuiscono un risicato 4% ma che Karzai teme possa frammentare il voto pashtun. Cosi gli avrebbe offerto, pare con i buoni auspici degli americani, un posto da “super primo ministro” che però Ghani, almeno sinora, ha rifiutato. Infine c'è il problema brogli.
Un funzionario internazionale che lavora in Afghanistan spiega a Lettera22 che “la preoccupazione è in termini di conteggi: a causa dell'insicurezza, una serie di seggi nelle aree a rischio potrebbero non vedere alcun votante...dunque, il rischio che in questi casi si maneggi il voto potrebbe essere reale”. A Kandahar del resto, il capo della polizia ha dichiarato che non può garantire la sicurezza in tutti i seggi motivo per il quale il presidente ha decretato la possibilità che questa garanzia venga offerta da “milizie private”. Ma chi garantirà la loro imparzialità?

Ufficialmente dovrebbe trattarsi di circa 10mila “tribsmen” per controllare i seggi in 21 della 34 province afgane: il famoso “surge” all'irachena (milizie tribali per combattere l'insurrezione) sembra rispuntare. Ma questa volta non pilotato dagli Usa ma dal presidente.
Zemeri Bashary, portavoce del ministero dell'Interno, ha detto che queste “ronde” non saranno armate dal governo e non avranno neppure divise: staranno, insomma agli ordini delle forze di sicurezza schierate da Kabul. Ma Maqbool Ahmad, un vice di Noorzai, ha spiegato che nessuno impedirà loro di portarsi da casa il proprio fucile purché sia registrato dalle autorità locali. “A quanto sembra di capire – ci dice un responsabile delle Nazioni Unite - molti seggi non apriranno neppure. E poiché la cosa danneggerebbe Karzai, visto che che si tratterebbe soprattutto di seggi in zone pashtun, ecco perché a Kabul si sarebbe deciso per le milizie”. Una scelta tutta a favore di Karzai.
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martedì 11 agosto 2009
LICENZA DI UCCIDERE
Gli americani in Afghanistan hanno una lista di 367 persone che potrebbero essere catturate o uccise, cinquanta delle quali sono narcotrafficanti legati a doppio filo con i talebani, che hanno fatto dell'oppio un affare per finanziare la guerra. Il doppio scoop del New York Times di ieri – la presenza di una lista detta in gergo “kill or capture” e nella quale un sesto del target è formato da signori della droga – non solo segnala come evolve la nuova strategia contro il narcotraffico promessa da Obama nell'aprile scorso, ma rischia di infiammare il dibattito sul ruolo dei militari e sulla luce verde a operazioni fuori dal diritto internazionale che già fecero fioccare critiche alla Nato nel gennaio scorso. Ma andiamo con ordine.

Il quotidiano americano ottiene uno studio del Congresso, discusso a porte chiuse, in cui si fa menzione della lista. I parlamentari del Foreign Relations Committee del Senato chiamano a discuterla due generali che operano in Afghanistan, di cui il giornale non fa i nomi, che spiegano ai senatori il dettaglio e soprattutto il fatto che ritengono come la politica del “kill or capture” sia perfettamente legale sotto l'aspetto giuridico visto che si tratta di un'operazione di guerra. Posizione analoga, mutato il contesto, con quanto pensano sia i militari sia l'Amministrazione sul trattamento dei prigionieri del carcere di Bagram per i quali si applica un codice univoco che sfugge alle leggi americane e internazionali.
La lista sarebbe una parte essenziale del nuovo programma per combattere il narcotraffico che Obama annunciò a fine aprile e che prevedeva, come poi avvenne, una potente iniezione di soldati nelle zone ad alta densità conflittuale che, non a caso, corrispondono alle aree di produzione di oppio (le province di Helmand Kandahar e Zabul) e a cui infatti è seguita la vasta operazione Khanjar (colpo di spada) agli inizi di luglio con l'impiego di quattromila marine. Operation Khanjar era di fatto il segno di un nuovo modo di combattere la guerra e soprattutto di farla all'oppio. Il suo motto, “prendere posizione e non mollare”, è infatti l'esatto contrario di quanto fatto finora. E, come ancora reitera il documento del Congresso, il nuovo focus americano non è più eradicazioni e incendio delle coltivazioni, ma presidio dei territori e pagamento a contadini e proprietari per farli passare ad altro tipo di coltura – o a stare a braccia conserte - sotto l'occhio vigile dei marine.
Il giornale argomenta che la vecchia politica americana era tesa a non disturbare i signori della terra che nelle zone di produzione facevano il bello e il cattivo tempo e che erano ritenuti possibili alleati del governo o degli americani. Ma visto che non è così e che, anzi, il legame tra narcotraffico e guerra – o tra landlord o druglord e talebani – costituisce un circolo virtuoso, ecco perché gli Stati uniti hanno deciso di cambiare strategia. Ed ecco perché si ritiene tanto importante la lista dei 50 narcos che garantirebbero all'insurrezione almeno 70 milioni di dollari l'anno (assai sotto le stime – tra 100 e 200 milioni – dell'Unodc l'agenzia Onu contro la droga e il crimine) come avrebbero certificato nel rapporto la Cia e la Defense Intelligence Agency.
Fin qui il dossier, la lista e le intenzioni (“prendere e non mollare” è certamente l'opzione più difficile da portare a casa) ma nella realtà? Proprio la presenza della lista e il fatto che, secondo i due generali, bastano a “capture or kill” alcuni indizi sostanziali e due fonti credibili (più o meno quel che serve a scrivere un buon articolo) sembrano destinati a sollevare polemiche. Anche perché è una mezza novità.
Nel gennaio scorso, con uno scoop che fece molto scalpore, lo Spiegel rivelò che la Nato stava seriamente pensando a una sorta di “licenza di uccidere”. L'articolo scatenò una bufera sul generale americano John Craddock, comandante supremo dell'Alleanza in Europa, che – come rivelava un documento riservato in mano al settimanale tedesco - prevedeva l'uso della “forza letale” contro i produttori e le loro strutture e prefigurava l'autorizzazione alle truppe in Afghanistan per “attaccare direttamente” produttori di oppio e narcotrafficanti, anche senza le prove di un legame diretto con la guerriglia (sarebbe invece questa la differenza sostanziale della top list americana attuale). Lo scoop di Der Spiegel mise a dir poco in imbarazzo i vertici Nato e in particolare lo stesso Craddock il cui mandato al Supreme Allied Commander Europe terminava in giugno, com'è poi avvenuto. L'incidente di fine corsa di Craddock fu in qualche modo rimediato a distanza di qualche giorno: la Nato si sarebbe solo occupata del rapporto diretto tra narcotraffico e insurrezione e il tutto in accordo “con le leggi internazionali, quelle sui conflitti armati e la legislazione nazionale”. Parola di Bruxelles.

Il quotidiano americano ottiene uno studio del Congresso, discusso a porte chiuse, in cui si fa menzione della lista. I parlamentari del Foreign Relations Committee del Senato chiamano a discuterla due generali che operano in Afghanistan, di cui il giornale non fa i nomi, che spiegano ai senatori il dettaglio e soprattutto il fatto che ritengono come la politica del “kill or capture” sia perfettamente legale sotto l'aspetto giuridico visto che si tratta di un'operazione di guerra. Posizione analoga, mutato il contesto, con quanto pensano sia i militari sia l'Amministrazione sul trattamento dei prigionieri del carcere di Bagram per i quali si applica un codice univoco che sfugge alle leggi americane e internazionali.
La lista sarebbe una parte essenziale del nuovo programma per combattere il narcotraffico che Obama annunciò a fine aprile e che prevedeva, come poi avvenne, una potente iniezione di soldati nelle zone ad alta densità conflittuale che, non a caso, corrispondono alle aree di produzione di oppio (le province di Helmand Kandahar e Zabul) e a cui infatti è seguita la vasta operazione Khanjar (colpo di spada) agli inizi di luglio con l'impiego di quattromila marine. Operation Khanjar era di fatto il segno di un nuovo modo di combattere la guerra e soprattutto di farla all'oppio. Il suo motto, “prendere posizione e non mollare”, è infatti l'esatto contrario di quanto fatto finora. E, come ancora reitera il documento del Congresso, il nuovo focus americano non è più eradicazioni e incendio delle coltivazioni, ma presidio dei territori e pagamento a contadini e proprietari per farli passare ad altro tipo di coltura – o a stare a braccia conserte - sotto l'occhio vigile dei marine.
Il giornale argomenta che la vecchia politica americana era tesa a non disturbare i signori della terra che nelle zone di produzione facevano il bello e il cattivo tempo e che erano ritenuti possibili alleati del governo o degli americani. Ma visto che non è così e che, anzi, il legame tra narcotraffico e guerra – o tra landlord o druglord e talebani – costituisce un circolo virtuoso, ecco perché gli Stati uniti hanno deciso di cambiare strategia. Ed ecco perché si ritiene tanto importante la lista dei 50 narcos che garantirebbero all'insurrezione almeno 70 milioni di dollari l'anno (assai sotto le stime – tra 100 e 200 milioni – dell'Unodc l'agenzia Onu contro la droga e il crimine) come avrebbero certificato nel rapporto la Cia e la Defense Intelligence Agency.
Fin qui il dossier, la lista e le intenzioni (“prendere e non mollare” è certamente l'opzione più difficile da portare a casa) ma nella realtà? Proprio la presenza della lista e il fatto che, secondo i due generali, bastano a “capture or kill” alcuni indizi sostanziali e due fonti credibili (più o meno quel che serve a scrivere un buon articolo) sembrano destinati a sollevare polemiche. Anche perché è una mezza novità.
Nel gennaio scorso, con uno scoop che fece molto scalpore, lo Spiegel rivelò che la Nato stava seriamente pensando a una sorta di “licenza di uccidere”. L'articolo scatenò una bufera sul generale americano John Craddock, comandante supremo dell'Alleanza in Europa, che – come rivelava un documento riservato in mano al settimanale tedesco - prevedeva l'uso della “forza letale” contro i produttori e le loro strutture e prefigurava l'autorizzazione alle truppe in Afghanistan per “attaccare direttamente” produttori di oppio e narcotrafficanti, anche senza le prove di un legame diretto con la guerriglia (sarebbe invece questa la differenza sostanziale della top list americana attuale). Lo scoop di Der Spiegel mise a dir poco in imbarazzo i vertici Nato e in particolare lo stesso Craddock il cui mandato al Supreme Allied Commander Europe terminava in giugno, com'è poi avvenuto. L'incidente di fine corsa di Craddock fu in qualche modo rimediato a distanza di qualche giorno: la Nato si sarebbe solo occupata del rapporto diretto tra narcotraffico e insurrezione e il tutto in accordo “con le leggi internazionali, quelle sui conflitti armati e la legislazione nazionale”. Parola di Bruxelles.
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lunedì 10 agosto 2009
LETTE SUI GIORNALI
Quanto costa la guerra in Afghanistan? Agli Stati Uniti:la guerra è già costata 223 miliardi mentre l'aiuto allo sviluppo è passato da una cifra in milioni (982) nel 2003 ai 9.3 miliardi dello scorso anno. Così dicono i bilanci del Congressional Research Service i cui dati vengono riportati dal Post. E' insomma tempo di fare i conti: in una intervista al Bild, il ministro della difesa tedesco, Franz Josef Jung, ha fatto una previsione di altri 5-10 anni, almeno per il settore settentrionale piantonato dai tedeschi che hanno in Afghanistan 4.500 soldati e 300 in servizio di ricognizione aerea (con una spesa per aiutare il governo afgano di 1,2 miliardi di euro dal 2002). Il generale britannico David Richards, che dal 28 di questo mese sarà capo di stato maggiore delle forze armate, ha detto invece al Times che l'impegno del suo Paese in Afghanistan potrebbe durare 40 anni, anche se l'aspetto militare avrà sempre meno importanza mentre sarà necessario privilegiare i settori “dello sviluppo, della governabilità, della sicurezza”.Due anni ancora di "combattimento pesante", tre anni di transizione per passare la mano all'esercito afgano e altri cinque per l'intero passaggio di consegne. Ma i primi due anni saranno chiave: o si vince o si perde e, nei due casi, o si resta o si va a casa. Questa invece l'analisi di David Kilcullen, esperto di countroinsurrezione che è in corsa per diventare senior adviser del generale Stanley McChrystal. Ma il generale che comanda la Nato e le truppe Usa in Afghanistan cosa pensa? Secondo un'anticipazione del Ft nel rapporto che Mc Christall sta per presentare al presidente e al Congresso si dice che l'esercito afgano (attualmente 86 mila uomini col supporto di 80mila poliziotti e che nelle intenzioni dovrebbe crescere fino a 134mila soldati) dovrà avere un fortissimo incremento: le forze di sicurezza dovrebbero cioè arrivare, combinate, a un totale di 400mila addetti. Costo stimato dell'operazione su cinque anni: circa venti miliardi di dollari. Ancora numeri
Altri numeri vengono dall'ultimo rapporto di Unama sulle vittime civili : il nuovo rapporto dell'Onu dice che sono oltre mille gli innocenti uccisi nei primi sei mesi del 2009 con un aumento del 24% rispetto allo stesso periodo del 2008.
A far la parte del leone sono i talebani (400 vittime) ma il dato non è consolante visto che 200 morti sono imputabili a raid aerei occidentali e 289 sono stati i civili uccisi negli scontri tra forze anti governative ed eserciti (afgano e occidentali). Il dato militare dunque continua dunque a essere il più rilevante e il tema delle vittime civili – oggetto di buona parte della campagna elettorale per le presidenziali che si tengono tra un pugno di giorni – resta in agenda benché, sia i talebani sia gli americani, abbiano ufficialmente detto che faranno di tutto per diminuire gli “incidenti” che finiscono alla fine per uccidere soprattutto non combattenti.
La vicenda delle vittime civili infiamma il dibattito come indica questo articolo/trascrizione in cui l'ex senatore Tom Hayden documenta e commenta le risposte del Pentagono sulla questione vittime civili. Vi si menziona la recente strage di Bala Bolok su cui ancora vige un alone di mistero (quanta gente vi perì?) e le domande del senatore Kerry del 21 maggio scorso
Quanto alle elezioni ormai imminenti (20 agosto) si è parlato di un “patto segreto” tra Karzai e Ashraf Ghani che però l'ex ministro delle Finanze ha respinto al mittente. Con un articolo sul Financial Times Ghani ha spiegato che l'“Afghanistan ha bisogno di una nuova leadership”, perché “negli ultimi cinque anni” Karzai ha reso il paese “uno degli stati più corrotti e falliti” del globo. Più di così....
Altri numeri: questa volta sugli effetti devastanti dell'aumento spaventoso della coltivazione del papavero e della produzione di oppio . Ci sono 200mila afgani caduti nel dramma dell'oppio e dell'eroina: 50mila in più che negli Usa. Ma sono dati del 2005. Una nuova inchiesta dovrebbe mostrare numeri più elevati.
Source: Asia Maior
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domenica 9 agosto 2009
CONTI IN TASCA ALL'AFGHANISTAN
La scadenza elettorale del 20 agosto si avvicina a vista d'occhio.

E' non solo il banco di prova del prossimo presidente afgano e della sua effetiva popolarità, ma anche la misura della capacità di tessere alleanze, patti e cordate prima della consultazione -la seconda - in un paese in guerra da trent'anni. Mentre almeno quaranta, ha detto ieri un alto comandante britannico ne serviranno per stabilizzare il paese. Dieci potrebbero bastare per i tedeschi, ha detto invece il ministro della difesa di Berlino, mentre negli Usa si pensa che in due-cinque anni si potrà cominciare ha capire chi ha vinto e chi ha perso. Anche in Europa e in America si fanno i conti insomma e si comincia a pensare a un'agenda che preveda il rientro dall'Afghanistan dei contingenti militari occidentali, un tema che ha anche attraversato la campagna elettorale.
Campagna elettorale che – a meno di due settimane dal voto del 20 agosto - procede senza esclusione di colpi e sorprese. L'ultima in ordine di tempo riguarda l'accordo "segreto" tra il presidente uscente e il suo ex ministro delle Finanze, Ashraf Ghani, che Karzai teme possa frantumare il voto pashtun. L'accordo servirebbe, oltre ad assicurarsi i voti di Ghani, a ostacolare Abdullah Abdullah, l'unico altro concorrente, forte nel Nord del paese, che Hamid Karzai teme davvero. La proposta è che Ghani, facendosi da parte, abbia poi un posto di chief executive, una sorta di premierato ad hoc. La proposta sarebbe stata caldeggiata da Richard Holbrooke e dall'ambasciatore Usa Karl Eikenberry anche se gli americani non confermano. Ma Ghani ha subito smentito e ha fatto sapere che l'offerta dimostra solo la debolezza di Karzai che, nella sua politica di alleanze a tutto tondo, avrebbe già promesso venti posti ad altrettanti candidati nel suo futuro gabinetto. Ghani è andato oltre.
In un articolo apparso il sette agosto sul Wall Street Journal (Ghani ha vissuto a lungo negli Usa), dal titolo “Afghanistan Needs New Leadership”, spiega che l'“Afghanistan ha bisogno di una nuova leadership”, perché “negli ultimi cinque anni” Karzai ha reso il paese “uno degli stati più corrotti e falliti” del globo. Più di così... Ma poche in Afghanistan, come ovunque, ogni cosa ha il suo prezzo, tenere duro per Ghani, che molto difficilmente può vincere la partita anche se potrebbe seriamente danneggiare Karzai al primo turno, significa anche alzare la posta: la proposta gli è forse sembrata troppo debole.
I conti degli occidentali
Se nel paese si fanno dunque i conti sulle percentuali possibili al primo turno, in America e in Europa si fanno conti di altro tipo. Quanto ci vorrà ancora e quanto ci costerà restare in Afghanistan?
Ieri, in una intervista al Bild, il ministro della difesa tedesco, Franz Josef Jung, precisando che Berlino resterà impegnata nella missione “fino a che la situazione della sicurezza non si stabilizzerà per davvero” ha fatto una previsione di altri 5-10 anni, almeno per il settore settentrionale piantonato dai tedeschi che hanno in Afghanistan 4.500 soldati e 300 in servizio di ricognizione aerea con una spesa per aiutare il governo afgano di 1,2 miliardi di euro dal 2002. Il generale britannico David Richards, che dal 28 di questo mese sarà capo di stato maggiore delle forze armate, pensa invece che l'impegno del suo Paese in Afghanistan potrebbe durare 40 anni, anche se l'aspetto militare avrà sempre meno importanza mentre sarà necessario privilegiare i settori “dello sviluppo, della governabilità, della sicurezza”.

Anche gli Usa fanno i conti: due anni ancora di “combattimento pesante”, tre anni di transizione per passare la mano all'esercito afgano e altri cinque per l'intero passaggio di consegne. Ma i primi due anni saranno chiave: o si vince o si perde e, nei due casi, o si resta o si va a casa. E' l'analisi di David Kilcullen, esperto di countroinsurrezione consigliere in fieri del generale Stanley McChrystal, comandante delle truppe Usa e Nato nel paese.
Ma Kilcullen è solo un consigliere. Per saperne di più bisognerà attendere proprio un'imminente relazione di McChristall al presidente. Secondo un'anticipazione del Financial Times il generale pensa che l'esercito afgano (attualmente 86 mila uomini col supporto di 80mila poliziotti) debba crescere fino a 400mila addetti (polizia compresa). Costo stimato dell'operazione su cinque anni: circa venti miliardi di dollari.

E' non solo il banco di prova del prossimo presidente afgano e della sua effetiva popolarità, ma anche la misura della capacità di tessere alleanze, patti e cordate prima della consultazione -la seconda - in un paese in guerra da trent'anni. Mentre almeno quaranta, ha detto ieri un alto comandante britannico ne serviranno per stabilizzare il paese. Dieci potrebbero bastare per i tedeschi, ha detto invece il ministro della difesa di Berlino, mentre negli Usa si pensa che in due-cinque anni si potrà cominciare ha capire chi ha vinto e chi ha perso. Anche in Europa e in America si fanno i conti insomma e si comincia a pensare a un'agenda che preveda il rientro dall'Afghanistan dei contingenti militari occidentali, un tema che ha anche attraversato la campagna elettorale.
Campagna elettorale che – a meno di due settimane dal voto del 20 agosto - procede senza esclusione di colpi e sorprese. L'ultima in ordine di tempo riguarda l'accordo "segreto" tra il presidente uscente e il suo ex ministro delle Finanze, Ashraf Ghani, che Karzai teme possa frantumare il voto pashtun. L'accordo servirebbe, oltre ad assicurarsi i voti di Ghani, a ostacolare Abdullah Abdullah, l'unico altro concorrente, forte nel Nord del paese, che Hamid Karzai teme davvero. La proposta è che Ghani, facendosi da parte, abbia poi un posto di chief executive, una sorta di premierato ad hoc. La proposta sarebbe stata caldeggiata da Richard Holbrooke e dall'ambasciatore Usa Karl Eikenberry anche se gli americani non confermano. Ma Ghani ha subito smentito e ha fatto sapere che l'offerta dimostra solo la debolezza di Karzai che, nella sua politica di alleanze a tutto tondo, avrebbe già promesso venti posti ad altrettanti candidati nel suo futuro gabinetto. Ghani è andato oltre.
In un articolo apparso il sette agosto sul Wall Street Journal (Ghani ha vissuto a lungo negli Usa), dal titolo “Afghanistan Needs New Leadership”, spiega che l'“Afghanistan ha bisogno di una nuova leadership”, perché “negli ultimi cinque anni” Karzai ha reso il paese “uno degli stati più corrotti e falliti” del globo. Più di così... Ma poche in Afghanistan, come ovunque, ogni cosa ha il suo prezzo, tenere duro per Ghani, che molto difficilmente può vincere la partita anche se potrebbe seriamente danneggiare Karzai al primo turno, significa anche alzare la posta: la proposta gli è forse sembrata troppo debole.
I conti degli occidentali
Se nel paese si fanno dunque i conti sulle percentuali possibili al primo turno, in America e in Europa si fanno conti di altro tipo. Quanto ci vorrà ancora e quanto ci costerà restare in Afghanistan?
Ieri, in una intervista al Bild, il ministro della difesa tedesco, Franz Josef Jung, precisando che Berlino resterà impegnata nella missione “fino a che la situazione della sicurezza non si stabilizzerà per davvero” ha fatto una previsione di altri 5-10 anni, almeno per il settore settentrionale piantonato dai tedeschi che hanno in Afghanistan 4.500 soldati e 300 in servizio di ricognizione aerea con una spesa per aiutare il governo afgano di 1,2 miliardi di euro dal 2002. Il generale britannico David Richards, che dal 28 di questo mese sarà capo di stato maggiore delle forze armate, pensa invece che l'impegno del suo Paese in Afghanistan potrebbe durare 40 anni, anche se l'aspetto militare avrà sempre meno importanza mentre sarà necessario privilegiare i settori “dello sviluppo, della governabilità, della sicurezza”.

Anche gli Usa fanno i conti: due anni ancora di “combattimento pesante”, tre anni di transizione per passare la mano all'esercito afgano e altri cinque per l'intero passaggio di consegne. Ma i primi due anni saranno chiave: o si vince o si perde e, nei due casi, o si resta o si va a casa. E' l'analisi di David Kilcullen, esperto di countroinsurrezione consigliere in fieri del generale Stanley McChrystal, comandante delle truppe Usa e Nato nel paese.
Ma Kilcullen è solo un consigliere. Per saperne di più bisognerà attendere proprio un'imminente relazione di McChristall al presidente. Secondo un'anticipazione del Financial Times il generale pensa che l'esercito afgano (attualmente 86 mila uomini col supporto di 80mila poliziotti) debba crescere fino a 400mila addetti (polizia compresa). Costo stimato dell'operazione su cinque anni: circa venti miliardi di dollari.
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venerdì 7 agosto 2009
CIVILI SOTTO TIRO
La guerra in Afghanistan fa altre vittime civili. Per mano talebana e per un ennesimo raid aereo americano. Un gruppo di persone, tra cui donne e bambini, sono rimaste vittime mercoledi di una bomba nascosta lungo il ciglio di una strada nel distretto di Germsir, nel Sud dell'Helmand una delle provincie più conflittuali del meridione afgano. Una gruppo di persone si stava recando a un matrimonio su un carro trainato da un trattore quando il mezzo meccanico è incappato nell'ordigno probabilmente nascosto dai talebani per colpire un convoglio militare. Ma, come spesso capita in questi casi, a farne le spese è stato un gruppo di afgani e afgane che stava andando alla festa nunziale. In un primo momento era stato fatto un bilancio di oltre venti vittime che in seguito è stato ridotto a cinque (tra cui due donne e due bambini) più altri cinque feriti...
Nella provincia di Kandahar invece, quattro o cinque contadini afghani che stavano caricando, un paio di giorni fa, cetrioli sopra un camion sono stati uccisi in un raid aereo americano. Alla denuncia di Niaz Mohammad Sarhadi, governatore del distretto di Zherai, ha risposto una portavoce americana che ha confermato l'attacco ma ha affermato che si trattava di insorti che caricavano munizioni: sull'incidente è stata avviata un'indagine cui partecipano anche funzionari Onu.
La guerra insomma non arretra e se, in vista delle elezioni, aumenta il numero di attacchi con mine o ordigni artigianali (nel distretto di Nadali, sempre nell'Helmand, cinque poliziotti sono stati uccisi ieri da una mina mentre un soldato americano è morto per l'esplosione di una bomba stradale nell'Afghanistan occidentale), miete vittime anche l'operazione Khanjar, che da inizio luglio vede 4mila marine impieganti soprattutto nell'Helmand. Dell'offensiva si sa poco ma due fatti emergono chiaramente: i bombardamenti aerei continuano ad essere utilizzati mentre aumenta la risposta talebana con i cosiddetti Ied ( improvised explosive devices), bombe artigianali nascoste lungo l'asse stradale. Solo nella ultima settimana – ci spiega un funzionario internazionale – ci sono state nel Sud del paese 64 vittime civili (uccise soprattutto da Ied) e solo negli ultimi sette giorni, sempre in quest'area del paese, si sono verificati 79 diversi “incidenti” con un aumento del 14% rispetto alla settimana scorsa- Un trend confermato da un rapporto dell'Onu diffuso qualche giorno fa a Kabul secondo cui il numero delle vittime civili nei primi mesi del 2009 è aumentato del 24% rispetto allo stesso periodo del 2008, con un bilancio di oltre mille innocenti uccisi.
A far la parte del leone sono i talebani (400 vittime) ma il dato non è consolante visto che 200 morti sono imputabili a raid aerei occidentali e 289 sono stati i civili uccisi negli scontri tra forze anti governative ed eserciti (afgano e occidentali).
Il dato militare dunque continua dunque a essere il più rilevante e il tema delle vittime civili – oggetto di buona parte della campagna elettorale per le presidenziali che si tengono tra un pugno di giorni – resta in agenda benché, sia i talebani sia gli americani, abbiano ufficialmente detto che faranno di tutto per diminuire gli “incidenti” che finiscono alla fine per uccidere soprattutto non combattenti. Gli americani lo hanno reiterato più volte e dovrebbe essere uno dei temi del rapporto che il generale Mc Christall – che comanda sia le forze Usa sia quelle Nato in Afghanistan – dovrebbe presentare al presidente e al Congresso. Il suo “che fare” avrebbe dovuto essere pronto per metà agosto ma pare che la presentazione verrà rinviata: alcuni media hanno però già anticipato il cuore del dossier che dovrebbe tradursi in un piano per rafforzare l'esercito afgano (attualmente 86 mila uomini col supporto di 80mila poliziotti), che nelle intenzioni note dovrebbe crescere fino a 134mila soldati. Ma il generale prevede invece un incremento rilevante delle forze di sicurezza nel loro complesso che dovrebbero arrivare, combinate, a un totale di 400mila addetti. Ma non certo a costo zero: la cifra necessaria stimata dell'intera operazione su cinque anni sarebbe di circa venti miliardi di dollari. Molti si chiedono chi li metterà.
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giovedì 6 agosto 2009
MEZZO MILIONE DI SOLDATI
Secondo un'anticipazione del rapporto del generale Mc Christall al presidente e al Congresso degli Stati Uniti, pubblicata oggi sul Financial Times, l'esercito afgano (attualmente 86 mila uomini col supporto di 80mila poliziotti), che nelle intenzioni dovrebbe crescere fino a 134mila soldati n dovrà avere un fotissimo incremento: le forze di sicurezza dovrebbero cioè arrivare, combinate, a un totale di 400mila addetti. Costo stimato dell'operazione su cinque anni: circa venti miliardi di dollari. Chi ce li metterà?

Corretta o meno che sia l'anticipazione (la presentazione del rapporto è stata rinviata sulla data prevista di metà agosto) indica chiaramente l'exit strategy americana: non un marina in più ma un mega esercito nazionale

Corretta o meno che sia l'anticipazione (la presentazione del rapporto è stata rinviata sulla data prevista di metà agosto) indica chiaramente l'exit strategy americana: non un marina in più ma un mega esercito nazionale
RISVEGLIO CON RAZZI A KABUL, ESCALATION DI ROUTINE
Dei nove razzi piovuti l'altro ieri - il 4 agosto - sulla capitale alcuni hanno colpito l'aeroporto (secondo i talebani era questo l'obiettivo principale) e il quartiere residenziale di Wazir Akbar Khan, dove risiede la maggior parte del personale civile straniero, e la centralissima piazza Massud dedicata all'eroe nazionale anti talebano per eccellenza. Sarebbero stati sparati da diversi punti cardinali, soprattutto da Nord, riferisce la polizia, e con un meccanismo abbastanza preciso di sincronia. Ma a parte questo effetto, non deve trarre in inganno l'arrivo dei razzi vicino ai due massimi luoghi del potere occidentale (Nato e Usa): i razzi talebani sono assai imprecisi e se comunque i tiratori riescono a mirare al cuore della città, raramente vanno dove forse gli artificieri vorrebbero. Né deve trarre in inganno la scelta dell'ora, le prime ore del mattino, quando le strade sono vuote. Più che un attenzione ai civili (se un razzo cade su una casa fa meno danni ma può comunque uccidere) si tratta di attenzione alla propria pelle: i talebani usano ordigni artigianali ma sufficientemente sofisticati da non essere rilevabili perché non contengono o quasi metallo. Ma una volta che il razzo è stato sparato, individuare il luogo da cui è stato tirato diventa facile. Di notte, o alle prime luci dell'alba rende l'operazione più sicura per il tiratore. In alcuni casi si tratta persino di ordigni telecomandati, appoggiati a rudimentali “rampe” di tiro che vengono piazzate sulla montagna.
Non è la prima volta che i talebani sparano dalla cintura montuosa che incornicia la capitale. E' anzi un esercizio abbastanza ciclico specie in occasione di anniversari particolari: a fine aprile, ad esempio, per l'anniversario della fine del regime di Najibullah (l'ultimo uomo di Mosca a Kabul) Karzai decise di far saltare la parata militare temendo un attacco talebano in grande stile. Ma non successe nulla. Solo al mattino all'alba i turbanti spararono alcuni razzi dalle montagne che colpirono, forse casualmente, la base multinazionale di Camp Warehouse, in periferia (dove si trovavano anche una ventina di militari italiani dello staff del comando regionale a guida francese). I razzi, caduti in uno spiazzo della caserma, ferirono solo tre soldati di Sarkozy.
Routine dunque ma, di questi tempi, i nervi sono tesi e la pressione è alta. E', del resto, solo di qualche giorno fa il proclama ufficiale dei talebani sul boicottaggio delle elezioni: i “mujaheddin” vengono invitati a impedire il voto avvenga attraverso il blocco delle arterie principali e secondarie. Ma è chiaro che razzi, bombe e kamikaze fanno parte della stessa strategia coordinata a due settimane dal voto.
Inoltre, come ha raccontato a un quotidiano canadese un artificiere della Nato, i talebani sanno ormai come creare al meglio diverse armi artigianali: col fertilizzante ad esempio. Il nitrato d'ammonio, un composto chimico che viene utilizzato per concimare i campi (facile da reperire senza bisogno di ricorrere al mercato nero), combinato con un “accelerante” come la benzina, diventa un'arma formidabile ed economica. Le maledette improvised explosive devices (Ied), locuzione che ormai abbiamo imparato ad usare quasi quotidianamente: armi fatte in casa. Come i razzi di ieri su Kabul.
Non è la prima volta che i talebani sparano dalla cintura montuosa che incornicia la capitale. E' anzi un esercizio abbastanza ciclico specie in occasione di anniversari particolari: a fine aprile, ad esempio, per l'anniversario della fine del regime di Najibullah (l'ultimo uomo di Mosca a Kabul) Karzai decise di far saltare la parata militare temendo un attacco talebano in grande stile. Ma non successe nulla. Solo al mattino all'alba i turbanti spararono alcuni razzi dalle montagne che colpirono, forse casualmente, la base multinazionale di Camp Warehouse, in periferia (dove si trovavano anche una ventina di militari italiani dello staff del comando regionale a guida francese). I razzi, caduti in uno spiazzo della caserma, ferirono solo tre soldati di Sarkozy.
Routine dunque ma, di questi tempi, i nervi sono tesi e la pressione è alta. E', del resto, solo di qualche giorno fa il proclama ufficiale dei talebani sul boicottaggio delle elezioni: i “mujaheddin” vengono invitati a impedire il voto avvenga attraverso il blocco delle arterie principali e secondarie. Ma è chiaro che razzi, bombe e kamikaze fanno parte della stessa strategia coordinata a due settimane dal voto.
Inoltre, come ha raccontato a un quotidiano canadese un artificiere della Nato, i talebani sanno ormai come creare al meglio diverse armi artigianali: col fertilizzante ad esempio. Il nitrato d'ammonio, un composto chimico che viene utilizzato per concimare i campi (facile da reperire senza bisogno di ricorrere al mercato nero), combinato con un “accelerante” come la benzina, diventa un'arma formidabile ed economica. Le maledette improvised explosive devices (Ied), locuzione che ormai abbiamo imparato ad usare quasi quotidianamente: armi fatte in casa. Come i razzi di ieri su Kabul.
sabato 1 agosto 2009
AFGHANISTAN, COME CAMBIA LA STRATEGIA AMERICANA
Quanti progressi ha fatto la nuova strategia per l’Afghanistan lanciata da Obama in marzo? Molti, soprattutto sul terreno e dal punto di vista militare. Meno chiaro il quadro politico diplomatico, che è complicato dalle vicende pachistane e iraniane; su questo piano un’ ulteriore svolta si potrà avere dopo le presidenziali afgane del 20 agosto. Per capire meglio quanto sta accadendo, ripercorriamo gli sviluppi degli ultimi mesi, guardando sia all’approccio politico che all’azione sul terreno.
A marzo Obama aveva annunciato un ripensamento strategico sia sull'Afghanistan che sul Pakistan, facendo largo uso dell'acronimo AfPak – che, curiosamente, oggi sembra già caduto in disgrazia. Soprattutto, il Presidente aveva ribadito che la vittoria non sarebbe mai stata la sommatoria “di bombe e bossoli”. La promessa era dunque di investire nella cooperazione civile e nell'esercito nazionale afgano (Ana), dando fiato a un “processo di riconciliazione” che cooptasse elementi moderati e non ideologizzati della guerriglia. Parallelamente, si sarebbe iniettato il nuovo ingrediente militare: 17.000 marines, ma anche 4.000 istruttori per la formazione di poliziotti e soldati afgani. Per il Pakistan Obama prefigurava 1,5 miliardi di dollari all’anno per i prossimi cinque, con l’obiettivo di rimettere in piedi soprattutto i servizi sociali: scuole, strade, ospedali.
Non c’è dubbio che la dimensione militare – un “surge” di irachena memoria – era l’aspetto più controverso.
Stanley McChrystal è il generale americano che l'Amministrazione Obama ha scelto per comandare le forze statunitensi in Afghanistan (Usfor-A). E' anche a capo di ISAF (61.130 soldati da 42 nazioni) e dunque si può ben dire che è attualmente il più potente comandante militare nel paese: a lui infatti fa capo sia la missione Nato sia Enduring Freedom (OEF, attualmente con 17.100 soldati). E’ stato scelto per l'esperienza accumulata nei teatri operativi (a lui si dovrebbe in Iraq la morte di al-Zarqawi) e allo stato maggiore. Ha qualche macchia sul CV, per essere stato protagonista di alcuni episodi controversi durante la permanenza irachena, e ciò aveva lasciato perplessi proprio per la simbologia della scelta: pugno di ferro più che guanto di velluto.
Al contrario, l'arrivo di Mc Christal, che ha preso il comando poco dopo il più grave episodio imputabile a raid aerei (l'incidente di Bala Bolok in maggio), ha segnalato un’inversione di tendenza proprio attraverso la riduzione dei raid aerei.
Il generale ha ribadito più volte che il problema della sicurezza in Afghanistan deve riguardare soprattutto la protezione dei civili. A fine luglio si è spinto più in là: è necessario proteggere i civili anche se ciò dovesse costare la tranquillità dei talebani nelle aree più remote del paese.
In un certo senso, queste dichiarazioni sono la cartina la tornasole di come, sul terreno, sta cambiando la strategia degli Stati Uniti. Anche se un vero bilancio arriverà soltanto con il rapporto che lo stesso McChristal sta completando per metà agosto (come “60-day assessment of the war”).
Certamente, la gestione diplomatica rimane molto difficile, soprattutto perché il fronte pachistano è contrassegnato dall'avanzata talebana nella valle di Swat, e dalle polemiche sui bombardamenti dei “droni” in Waziristan. Più ampiamente, l'esercito e il governo di Islamabd hanno espresso subito malumore per l’ingerenza di Richard Holbrooke, l'inviato speciale di Obama nella regione, sebbene per la verità Holbrooke si sia mosso finora con una certa cautela.
Inoltre, il nuovo corso di Obama è stato decisamente complicato dagli avvenimenti iraniani, che hanno quantomeno dilazionato ogni effetto concreto delle aperture americane sul quadro regionale.
Dal surge alla protezione dei civili
Intanto i contorni della nuova strategia stanno emergendo, anche al di là della componente militare o genericamente diplomatica. La netta impressione è che Obama avesse in mente, fin dall’inizio, una sorta di “civilian surge”: un esercito di ingegneri, agronomi, e specialisti in vari altri settori civili. A prescindere dal termine, che potrebbe anche finire per essere abbandonato, il governo afgano ha preparato un “Civilian surge plan” che prevede 700 nuovi consulenti stranieri per 22 ministeri.
E’ una politica che non ha ancora preso del tutto corpo, ma di cui si registra almeno un segnale importante, con l’accantonamento del “surge” all'irachena previsto inizialmente dal generale David Petraeus: questo era stato preannunciato per mesi come un imminente piano di riconquista territoriale attraverso milizie locali, ma non sembra essere in corso di attuazione. Le priorità sono diverse.
Del resto, anche le parole hanno una loro forza: “surge” evoca guerra, e AfPak irrita i pachistani (timorosi dell'approccio regionale e soprattutto di un termine che sembra unificare i due paesi). Meglio passare ad altre locuzioni, ad altre parole: come “protezione dei civili”, un fattore sensibilissimo su cui si comincia a registrare il primo giro di boa.

Anche se il comando delle due missioni militari (ISAF/Nato e OEF, da sempre una delle maggiori contraddizioni della guerra) è adesso in un certo senso unificato dalla presenza di McChristal, la sensazione generale è che gli americani procedano da soli. Non è certo una novità, ma è cosa degna di nota.
Ciò non si deve solo alla superiorità numerica (28.850 uomini in ISAF, 17.100 di OEF) o di armamento, ma a una sorta di apparente deferenza, e mancanza di iniziativa politica, da parte degli europei – sia i singoli paesi che la UE in quanto tale.
C’è l’eccezione dei britannici (con 8.300 uomini), e tra i paesi extraeuropei dei canadesi (con forze di prima linea ma un delicato dibattito interno sul futuro della missione). Ma nel complesso, è innegabile che tutti gli altri partecipanti ad ISAF non sembrano aver dato sino ad ora un contributo sostanziale, lasciando agli Stati Uniti l'iniziativa politica e militare, limitandosi semmai a seguirla a breve distanza.
Washington si delinea così come l'unico vero protagonista, ma dall’arrivo di Obama anche l’unico attore ad aver tentato realmente di cambiare strategia – e questo è davvero paradossale, viste le posizioni a dir poco preoccupate di molti europei. Non a caso, Washington ha rinunciato a insistere seriamente nella richiesta agli alleati di fornire qualche soldato in più. Questa situazione è stata evidente sia alla conferenza di Trieste di fine giugno su AfPak, sia allo stesso G8 dell’Aquila, dove l'Afghanistan non è certo stato prioritario sull'agenda.

Rimane il piano militare in corso, ovviamente a guida americana: rafforzamento a tempo record dell'esercito afgano (dagli attuali 89.500 uomini a 135.000 entro il 2011, sostenuti da 80.000 poliziotti), e operazioni militari allo scopo di “prendere e tenere” i teatri sottraendoli definitivamente ai talebani laddove è possibile. Il che significa lasciare sguarnite le località più remote senza disperdere gli uomini, puntando invece a mantenere il controllo dove maggiore è la densità abitativa ed è quindi più importante lavorare sul consenso. Infine, prestare maggior attenzione sia al problema delle vittime civili imputabili ai bombardamenti (degli oltre 2.000 civili uccisi nel 2008, il 39% era dovuto alle forze afgane o occidentali, e 552 erano i caduti sotto i bombardamenti) sia a un miglior utilizzo dell'intelligence e degli aerei da ricognizione per individuare il nemico. Dopo il via libera a 21 mila soldati (di cui 4.000 non combattenti), Obama non ha preso ulteriori impegni. Una novità riguarda la questione dell’oppio: non più fumigazioni ed eradicazioni forzate, ma controllo del territorio (come con l'operazione Khanjar nell'Helmand) e sovvenzioni ai contadini per cambiare colture.

I segnali di reale cambiamento insomma ci sono, e sono stati resi più visibili a ridosso delle elezioni presidenziali del 20 agosto. Dopo quell’appuntamento si potrà fare il punto e stabilire che corso seguire.
Questa analisi è stata pubblicata il 29 luglio su Aspenia Online con il titolo: Come cambia la strategia Usa in Afghanistan

A marzo Obama aveva annunciato un ripensamento strategico sia sull'Afghanistan che sul Pakistan, facendo largo uso dell'acronimo AfPak – che, curiosamente, oggi sembra già caduto in disgrazia. Soprattutto, il Presidente aveva ribadito che la vittoria non sarebbe mai stata la sommatoria “di bombe e bossoli”. La promessa era dunque di investire nella cooperazione civile e nell'esercito nazionale afgano (Ana), dando fiato a un “processo di riconciliazione” che cooptasse elementi moderati e non ideologizzati della guerriglia. Parallelamente, si sarebbe iniettato il nuovo ingrediente militare: 17.000 marines, ma anche 4.000 istruttori per la formazione di poliziotti e soldati afgani. Per il Pakistan Obama prefigurava 1,5 miliardi di dollari all’anno per i prossimi cinque, con l’obiettivo di rimettere in piedi soprattutto i servizi sociali: scuole, strade, ospedali.
Non c’è dubbio che la dimensione militare – un “surge” di irachena memoria – era l’aspetto più controverso.
Stanley McChrystal è il generale americano che l'Amministrazione Obama ha scelto per comandare le forze statunitensi in Afghanistan (Usfor-A). E' anche a capo di ISAF (61.130 soldati da 42 nazioni) e dunque si può ben dire che è attualmente il più potente comandante militare nel paese: a lui infatti fa capo sia la missione Nato sia Enduring Freedom (OEF, attualmente con 17.100 soldati). E’ stato scelto per l'esperienza accumulata nei teatri operativi (a lui si dovrebbe in Iraq la morte di al-Zarqawi) e allo stato maggiore. Ha qualche macchia sul CV, per essere stato protagonista di alcuni episodi controversi durante la permanenza irachena, e ciò aveva lasciato perplessi proprio per la simbologia della scelta: pugno di ferro più che guanto di velluto.
Al contrario, l'arrivo di Mc Christal, che ha preso il comando poco dopo il più grave episodio imputabile a raid aerei (l'incidente di Bala Bolok in maggio), ha segnalato un’inversione di tendenza proprio attraverso la riduzione dei raid aerei.
Il generale ha ribadito più volte che il problema della sicurezza in Afghanistan deve riguardare soprattutto la protezione dei civili. A fine luglio si è spinto più in là: è necessario proteggere i civili anche se ciò dovesse costare la tranquillità dei talebani nelle aree più remote del paese.In un certo senso, queste dichiarazioni sono la cartina la tornasole di come, sul terreno, sta cambiando la strategia degli Stati Uniti. Anche se un vero bilancio arriverà soltanto con il rapporto che lo stesso McChristal sta completando per metà agosto (come “60-day assessment of the war”).
Certamente, la gestione diplomatica rimane molto difficile, soprattutto perché il fronte pachistano è contrassegnato dall'avanzata talebana nella valle di Swat, e dalle polemiche sui bombardamenti dei “droni” in Waziristan. Più ampiamente, l'esercito e il governo di Islamabd hanno espresso subito malumore per l’ingerenza di Richard Holbrooke, l'inviato speciale di Obama nella regione, sebbene per la verità Holbrooke si sia mosso finora con una certa cautela.
Inoltre, il nuovo corso di Obama è stato decisamente complicato dagli avvenimenti iraniani, che hanno quantomeno dilazionato ogni effetto concreto delle aperture americane sul quadro regionale.
Dal surge alla protezione dei civili
Intanto i contorni della nuova strategia stanno emergendo, anche al di là della componente militare o genericamente diplomatica. La netta impressione è che Obama avesse in mente, fin dall’inizio, una sorta di “civilian surge”: un esercito di ingegneri, agronomi, e specialisti in vari altri settori civili. A prescindere dal termine, che potrebbe anche finire per essere abbandonato, il governo afgano ha preparato un “Civilian surge plan” che prevede 700 nuovi consulenti stranieri per 22 ministeri.
E’ una politica che non ha ancora preso del tutto corpo, ma di cui si registra almeno un segnale importante, con l’accantonamento del “surge” all'irachena previsto inizialmente dal generale David Petraeus: questo era stato preannunciato per mesi come un imminente piano di riconquista territoriale attraverso milizie locali, ma non sembra essere in corso di attuazione. Le priorità sono diverse.
Del resto, anche le parole hanno una loro forza: “surge” evoca guerra, e AfPak irrita i pachistani (timorosi dell'approccio regionale e soprattutto di un termine che sembra unificare i due paesi). Meglio passare ad altre locuzioni, ad altre parole: come “protezione dei civili”, un fattore sensibilissimo su cui si comincia a registrare il primo giro di boa.

Anche se il comando delle due missioni militari (ISAF/Nato e OEF, da sempre una delle maggiori contraddizioni della guerra) è adesso in un certo senso unificato dalla presenza di McChristal, la sensazione generale è che gli americani procedano da soli. Non è certo una novità, ma è cosa degna di nota.
Ciò non si deve solo alla superiorità numerica (28.850 uomini in ISAF, 17.100 di OEF) o di armamento, ma a una sorta di apparente deferenza, e mancanza di iniziativa politica, da parte degli europei – sia i singoli paesi che la UE in quanto tale.
C’è l’eccezione dei britannici (con 8.300 uomini), e tra i paesi extraeuropei dei canadesi (con forze di prima linea ma un delicato dibattito interno sul futuro della missione). Ma nel complesso, è innegabile che tutti gli altri partecipanti ad ISAF non sembrano aver dato sino ad ora un contributo sostanziale, lasciando agli Stati Uniti l'iniziativa politica e militare, limitandosi semmai a seguirla a breve distanza.
Washington si delinea così come l'unico vero protagonista, ma dall’arrivo di Obama anche l’unico attore ad aver tentato realmente di cambiare strategia – e questo è davvero paradossale, viste le posizioni a dir poco preoccupate di molti europei. Non a caso, Washington ha rinunciato a insistere seriamente nella richiesta agli alleati di fornire qualche soldato in più. Questa situazione è stata evidente sia alla conferenza di Trieste di fine giugno su AfPak, sia allo stesso G8 dell’Aquila, dove l'Afghanistan non è certo stato prioritario sull'agenda.
Rimane il piano militare in corso, ovviamente a guida americana: rafforzamento a tempo record dell'esercito afgano (dagli attuali 89.500 uomini a 135.000 entro il 2011, sostenuti da 80.000 poliziotti), e operazioni militari allo scopo di “prendere e tenere” i teatri sottraendoli definitivamente ai talebani laddove è possibile. Il che significa lasciare sguarnite le località più remote senza disperdere gli uomini, puntando invece a mantenere il controllo dove maggiore è la densità abitativa ed è quindi più importante lavorare sul consenso. Infine, prestare maggior attenzione sia al problema delle vittime civili imputabili ai bombardamenti (degli oltre 2.000 civili uccisi nel 2008, il 39% era dovuto alle forze afgane o occidentali, e 552 erano i caduti sotto i bombardamenti) sia a un miglior utilizzo dell'intelligence e degli aerei da ricognizione per individuare il nemico. Dopo il via libera a 21 mila soldati (di cui 4.000 non combattenti), Obama non ha preso ulteriori impegni. Una novità riguarda la questione dell’oppio: non più fumigazioni ed eradicazioni forzate, ma controllo del territorio (come con l'operazione Khanjar nell'Helmand) e sovvenzioni ai contadini per cambiare colture.
I segnali di reale cambiamento insomma ci sono, e sono stati resi più visibili a ridosso delle elezioni presidenziali del 20 agosto. Dopo quell’appuntamento si potrà fare il punto e stabilire che corso seguire.
Questa analisi è stata pubblicata il 29 luglio su Aspenia Online con il titolo: Come cambia la strategia Usa in Afghanistan
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