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giovedì 29 ottobre 2009

PERCHE' COLPIRE L'ONU A KABUL?


Se anche le Nazioni Unite – i tutori dell'aiuto umanitario neutrale ed imparziale - entrano nel mirino, si compie un salto di qualità senza precedenti nel cuore del conflitto afgano. Non è la prima volta però che gli uomini del Palazzo di vetro pagano il prezzo del conflitto. E non sono esattamente le stimmate della neutralità la percezione che circola in Afghanistan rispetto agli inviati del Palazzo di vetro. E ancora: purtroppo il volto dell'Onu non è in questo paese sinonimo di garanzia, protezione, diritto umanitario. Almeno così non la pensano buona parte degli afgani: “Un ente inutile” per molti di loro. Auto bianche e palazzi blindati, come la sede dell'Undp che sembra una fortezza, assai più corazzata della vicina ambasciata cinese o iraniana.
Il quartiere della strage è Sharenaw. L'Onu vi ha occupato diversi stabili e ne ha costruiti altri in stile “palazzo di vetro”, con grandi vetrate che rendono invisibile l'interno. Se Unama, la missione Onu in Afghanistan, voleva dare il segnale di essere vicina agli afgani - più vicina della Nato o delle cancellerie occidentali, blindate come fortini - l'operazione non è riuscita. Perché?
Fino ad ora a pagare erano stati soprattutto i contrattisti locali: uomini che distribuiscono cibo o cemento e che spesso finiscono nelle mani dei talebani: sequestri, intimidazioni, violenze. Ma, non essendo occidentali, è difficile che la notizia passi oltre il filtro delle agenzie di stampa:. E' la storia di molti volti anonimi delle Nazioni unite. Afgani che, per un buon stipendio, rischiano sulla linea del fronte, lontani dagli uffici dove lavora lo staff passando carte e partecipando a meeting. Ma fino a ieri la logica talebana era abbastanza chiara come, per altro, agli inizi dell'anno scorso spiegava bene un memo riservato che girava tra gli organismi internazionali. Attraverso una sorta di fatwa, i talebani avevano minacciato qualsiasi afgano partecipasse alle azioni, anche umanitarie, del nemico. Ecco perché a pagare erano soprattutto loro, gli afgani, cittadini di serie B anche nella grande famiglia dell'Onu. Ma cosa è cambiato adesso?
Le Nazioni unite sono nella bufera da un po'. Benché Kai Eide, il nordico capo di Unama, si sia molto speso soprattutto sulla questione delle vittime civili, la missione non riesce a scrollarsi di dosso la percezione che sia organica al governo Karzai, ai comandi Nato, alle cancellerie occidentali. “Schiacciata”, come spiegava un funzionario. E dunque lontana dalla gente comune, la miglior difesa per gli operatori umanitari.
Quando girò il memo la stretta fu immediata. Per tutti, Ong comprese. Ma per Unama, o per i tecnici delle Cooperazioni bilaterali, ancora di più: mai uscire per strada, auto blindate, nessuna esposizione. Dunque nessun contatto col popolino. I talebani sembrano voler sfruttare proprio questa lontananza e la sensazione di un ente inutile che esegue un comando anziché occuparsi dei bisogni primari della gente.
Questa percezione era arrivata anche a Ginevra, dove ha sede l'Ufficio per gli affari umanitari (Ocha). Il suo direttore, John Holmes, si scontra l'estate scorsa con Eide. Vuole che in Afghanistan l'Onu cambi faccia e ritorni ad essere l'attore neutrale che dovrebbe essere. E' appena stata dimenticata la proposta folle che un solo uomo riassumesse in sé tutte le cariche: capo della Nato, della delegazione Ue, di Unama, una catastrofe se la scelta fosse stata fatta. Ma, forse più per una ripartizione di poltrone, l'idea va in cantina e, all'Onu, la spunta Eide. Che però viene giudicato – col passare del tempo - troppo debole. In agosto Kai si oppone all'idea che si apra un ufficio Ocha in Afghanistan ma deve cedere, persino Ban Ki moon è d'accordo con Holmes. Da allora si sta tentando una sorta di risalita impossibile.
Poi, dopo le elezioni, l'altro scontro, col suo vice Galbraith che vuole annullare il voto. Eide lo licenzia e si apre un'altra lacerazione.
L'attacco dei talebani al cuore del potere umanitario è un colpo durissimo. Pianta una lama nel punto più debole e fragile dell'impalcatura occidentale in Afghanistan. E nell'unica istituzione dove la voce di tutti i paesi del mondo ancora si fa sentire. Una voce fioca, osteggiata, ancor prima che dagli afgani, dagli stessi “alleati” occidentali, per i quali l'Onu è davvero un “ente inutile”, vestigia di un passato da dimenticare.
Se mullah Omar ha fatto un raffinato calcolo politico è difficile da dire, ma indebolire l'Onu significa indebolire il pilastro umanitario e fare un regalo a chi dice: “Vedete? Avevamo ragione, dateci più soldati”. E' la logica del tanto peggio tanto meglio. E può funzionare. Il terrore nel compound dell'Onu è anche questo: una bomba la cui esplosione rischia di fare a pezzi l'unica deterrenza allo sviluppo di una situazione che molti ancora vorrebbero dominata dalla sola opzione militare.

martedì 27 ottobre 2009

CHIACCHIERE E BIRRETTE A KABUL

GIOVEDI SERA A KABUL (dal "Diario della settimana" di ottobre)
Ripubblico questo articolo su La febbre del sabato sera della comunità "expat" nella capitale afgana perché possiate gustravi le fotografie di Romano Martinis



Joseph, chiamiamolo così, ha passato davvero un brutto quarto d'ora. E' stato sequestrato durante una missione ma la prigionia è durata poco. Probabilmente nella sua stanza, in qualche appartamento blindato di Sharenaw, le sue valige sono già pronte e sul comodino c'è un volo per Dubai da cui proseguire per Lione o Parigi. Ma prima di partire bisogna salutare gli amici e magari in un luogo che è già un po' Parigi. Dimenticare l'Afghanistan, insomma. Subito, magari prima ancora di aver varcato la soglia del Kabul International Airport, un agglomerato di blocchi di cemento, sacchetti di sabbia e giubbotti antiproiettile che solo da qualche mese l'alta ingegneria giapponese ha ritrasformato, almeno in parte, in quello che adesso appare come un normale scalo internazionale.

Jospeh è passato all'Atmosphère, “Atmò” se sei del giro, ambiente spazioso e grande camino centrale. Gestito da francesi con alterne fortune, vessato dagli allerta sulla sicurezza, l'Atmosphère è un luogo onesto, un po' Parigi un po' Kabul. Grandi tappeti etnici alle pareti e 12 dollari per una birra che, in questo locale, potete miscelare alla Sprite fingendo che si tratti di un panaché, la bionda con gazzosa che si beve a Boul Saint Mich quando l'estate incalza. Anche il blended costa 12 al bicchiere e la scelta dei vini non è male in questo ghetto riservato agli “expat”, gli espatriati occidentali – piccolo ma potente esercito di occupazione civile – che sono arrivati con la guerra a vivere in questa città sulla linea del fronte. Quattro o cinquemila persone forse. Con passaporto europeo, statunitense, canadese. Pelle bianca e una gran voglia di bere quando arriva il weekend che, in questo angolo di mondo, si festeggia di venerdì. E' la febbre del giovedì sera, riedizione del sabato che contraddistingue l'Europa dalle radici cristiane e il calendario delle bevute in tutto il mondo occidentale. Dove stasera? All'Atmò, evidemment. Con qualche cautela: “I talebani – dice Jerome, un umanitario francese – sono dentro Kabul ed è da almeno un anno che le restrizioni ai nostri movimenti si sono fatte più dure. Del resto nel 2001 c'erano 2mila Ong a Kabul ma ora sono ridotte di molto. Quelle francesi erano 20, ora sono 10”. Raffaele, che ha lavorato sia nella cooperazione governativa sia in quella non, è lapidario: “I bei tempi del brunch al Kabul Coffee House sono finiti così come i summer party che davano gli umanitari di Acted”. Sconsolato, ma nemmeno troppo, ordina un'altra birretta. Anche quelli dell'Onu hanno dato un taglio alle festicciole, dirottate per lo più nelle residenze private. Rigidamente di giovedi. Dopo l'Atmò magari stasera ci si va.


Fare gli expat a Kabul significa due cose, anzi tre. Tanti soldi e una vita da reclusi. La terza? Domandarsi perché siamo qui. Una questione ontologica che non tutti si pongono ma che assilla questi giovani militanti dell'umanitario (che sono quelli che guadagnano di meno), i funzionari delle Nazioni unite, i diplomatici che smettono per un paio d'ore l'abito da cerimonia e i rari uomini d'affari in cerca di compagnia. L'Atmò, come il Gandamak, il ristorante Boccaccio (il più gettonato anche dai ricchi afgani) o il Sufi (il più elegante e gastronomicamente soddisfacente) sono l'ultimo rifugio per fingere di essere degli uomini liberi. In una città dove si vive blindati, ossessionati da sequestri, razzi, kamikaze o dagli allerta che la vostra ambasciata vi invia ogni ora sul telefonino (“rischio attentati sulla Massoud Road, prestare attenzione”), sono i luoghi della libertà virtuale. Dove noi occidentali, portatori della sacra fiaccola della libertà in queste lande oscurantiste e sottosviluppate, gustiamo il sapore di casa e soprattutto la trasgressione di poter comandare un birra o un piccolo bordeaux. Persino Coquilles Saint-Jacques nel ristorante a fianco. Il pranzo di addio Nadine, olandese di padre iracheno, lo c elebra proprio all'Atmò: “Quando sono venuta qui ci credevo davvero che avremmo cambiato le cose. Ma adesso...tutto mi sembra così difficile”. Lavora per Unama la missione Onu a Kabul. Ha chiesto un trasferimento.


Fuori dal locale, un ampio quadrato dalle pareti rosse che virano al bordeaux e una scelta di liquori accettabile, c'è un bellissimo giardino afgano e persino una piscina. La sicurezza, obbligatoria, si dipana attraverso due stanzette eminentemente afgane, sufficientemente sporche e malconce da ricordarvi dove siete. L'Atmosphère è ben frequentato. Anche da qualche afgano nato nella bella Europa e poi tornato qui, magari di recente, a fare affari.


Abdul ad esempio, rientrato dalla Germania, fa affari con la nostra ossessione per la sicurezza: “Costruisco macchina blindate”. Ride e ingolla un gin and tonic. Buona parte degli avventori sono di Ong, ambasciate, università o la sfangano in quel bizzarro mondo del lavoro più o meno inevitabilmente collegato con la guerra che di opportunità ne offre moltissime. Americani pochissimi. E nessun soldato, al massimo gli 007 dei servizi che orecchiano qualche notizia. Non sono passati di qui i sei militari italiani che l'ennesimo attentato a Kabul ha straziato il 17 ottobre. Tutto si può dire dei militari, ma non che non tengano un basso profilo. Al massimo possono usufruire dei ristorantini che una compagnia privata gestisce nelle basi: “A Camp Invicta – la caserma tricolore di Kabul - fanno un'ottima pizza”, si consola un capitano italiano. E se va al Quartier generale di Isaf ci sono anche i tacos messicani. Ma per loro posti come l'Atmò o il Gandamak sono vietati.


E' roba da civili quest'angolo di Vecchia Europa dove Jason, un britannico, omosessuale, che vende servizi di logistica alla Nato, si è appena addormentato sul divano emanando effluvi stomachevoli. Il suo compgano lo strattona: “Dai Jasaon, datti un contegno che ora si va”. Ma qui si può essere sia ubriachi, sia gay: è un'isola di tolleranza che, oliata da qualche bustarella, fa chiudere un occhio alle autorità e viene sopportata anche dai più intransigenti islamisti locali. Meglio che questa casta, resa ancor più casta dalle misure di sicurezza che le impediscono di fatto qualsiasi contatto con gli afgani, se la suoni e se la canti in un paio di locali. Senza dar troppo nell'occhio. Non sempre fila liscia però. Il Samarcanda per esempio, gestore afgano-americano e capitali turchi, è durato pochissimo. Le autorità l'hanno chiuso sequestrando gli alcolici e ponendo fino, almeno per un po', al sogno di Nadir, il suo giovane gestore con accento della California: “Ci vorrà un po' di tempo ma sono sicuro che Samarcanda decollerà”, ci aveva detto due giorni prima della serrata. Il locale, riedizione di uno più antico, era semi vuoto. Frequentato da un'umanità prevalentemente esteuropea. E dietro qualche siparietto apparivano talvolta bellezze cinesi con décolleté di vernice. Un paio di biliardi in fondo alla sala principale chiudevano il cerchio. Rigore morale o una vendetta di tangenti contro la lobby turca?



Sudori e afrori
, colli taurini e muscoli, contractor e donnine allegre sono invece il biglietto da visita del Gandamak, un profluvio di armi alle pareti e poster di antiche battaglie alternate a moderni mitragliatori. Ben esposti a ricordare che si può morire più in fretta che non per il colpo di un vecchio fucile ad avancarica. Di vecchi fucili ad avancarica, appoggiati nella rastrelliera del ristorante al piano terra, ce ne sono parecchi al Gandamak, luogo tra i preferiti degli expat di Kabul, soprattutto di quelli che fanno dell'uso delle armi il proprio mestiere. E fa una certa pena quel vecchio ottuagenario afgano che, nella reception del ristorante, vende finti souvenir del Nuristan alle vesciche vaganti che, gonfie di birra, si alternano al gabinetto. In un angolo, un altro commerciante sta pregando mentre l'orologio alla parete di questo locale molto colonial-british, con un'eleganza di un qualche fascino (a mezzogiorno), segna le due. Di notte. Ma il ritrovo per eccellenza è nel seminterrato: un locale stretto e lungo con pochi anfratti per vedere video o fare quattro chiacchiere. I soffitti sono bassi e il fumo aleggia sovrano. Colore dominante: rosso (taurino). La frequentazione è varia: dai muscolosi contractor rapati, con cui proprio non vorreste litigare, ai più rari umanitari di qualche Ong. Ma anche diplomatici in libera uscita, consulenti e consiglieri, uomini d'affari, ragazze stagionate in cerca di un rimorchio davvero facile in una città dove il rapporto maschi/femmine expat può arrivare a dieci a uno. L'atmosfera è pesante e la scena è tenuta soprattutto da questi giovinastri in tipica tenuta da mercenario: mimetiche e t-shirt nere, scarponi da militare, muscoli che il sudore fa brillare. Sanno di essere i padroni. E non solo qui, ma in un paese dove rappresentano – dopo la Nato, quello americano e quello nazionale - il quarto esercito in servizio.

Il Gandamk è frequentato anche dai giornalisti e quelli embedded, se in libera uscita controllata, li portano qui direttamente dall'ambasciata americana per un tour in piena libertà nella Kabul by night. C'è anche una Guest House a 124 dollari la singola e un giardino molto carino, meta notturna soprattutto estiva. Gli expat che ci abitano, specie se di professione reporter, fanno un affare doppio: c'è tutta la fauna che serve per carpire qualche ghiotta informazione - specie dopo la una - il luogo è piacevole, centrale, protetto e si può mangiare, per chi non ne può fare a meno, l'immancabile hamburger.

Il giro è finito, si torna a casa. Niente taxi per carità: c'è sempre una macchina con l'autista per riportare a casa, attraversando inevitabilmente il mondo reale, chi trasferisce il proprio corpo dalla libertà virtuale di un locale a quella blindata della propria abitazione. E all'autista chi ci pensa? Lui sta fuori ad aspettare il prossimo razzo. E ha un pregio. E' l'unico vero contatto col mondo afgano.

Il giorno dopo c'è un pranzo al Serena, l'hotel degli incontri ufficiali. C'è un ricco buffet, giacca e cravatta d'ordinanza e una babele linguistica dove trionfa l'inglese. E c'è persino un afgano. Anzi due. Una è quella parlamentare che va per la maggiore. L'altro è il cameriere. Ma qui non si servono alcolici, almeno all'aperto. Per prendersi questa libertà c'è il Gamdamak. O l'Atmò. La febbre del giovedì sera a Kabul.


(nell'ultima immagine: R. Martinis ed E. Giordana in fuga dopo la pubblicazione dell'articolo. Islamisti o violazione della privacy?)

sabato 24 ottobre 2009

L'ONU MUSCOLARE DI KEI EIDE


Fino a ieri le Nazioni unite, impersonate in Afghanistan dal capo della missione Unama Kei Eide, si erano sempre battute contro una strategia basata soprattutto sull'opzione militare. Ma proprio Eide ha fatto una sorta di dietro front, battendo persino i ministri della Difesa della Nato riuniti a Bratislava e che non hanno per ora preso decisioni sui rinforzi da inviare in Afghanistan, come chiesto dal generale Usa Stanley McCrhystal . Il rappresentante del Palazzo di vetro a Kabu, anche lui ieri in Slovacchia, si è infatti detto un convinto sostenitore del piano del generale americano che ha chiesto a Barack Obama – riottoso a concederli – fino a 40mila uomini in più da impiegare in Afghanistan. Eide non ha fatto cifre ma si è detto certo che più militari – americani e della Nato - siano necessari.

giovedì 22 ottobre 2009

UN PREMIO DI CUI VADO ORGOGLIOSO


Leggo con piacere, non lo nego, le motivazioni della giuria* che mi ha attribuito il premio "Antonio Russo", tanto più prestigioso quanto era coraggioso e bravo Antonio Russo, ucciso dalla mafia russa mentre indagava sulle malefatte in Cecenia. Un esempio davvero di cui c'è bisogno in questi tempi un po' così per noi che facciamo questo mestiere. La premiazione è avvenuta sabato scorso a Francavilla e ne vado sinceramente orgoglioso, tanto da sottometterla anche all'attenzione dei miei lettori

"Chiunque si interessi delle cose che succedono nel mondo, in particolare di quei mondi che per motivi diversi finiscono per restare fuori fuoco, conosce il lavoro di Emanuele Giordana. Un lavoro cominciato nel laboratorio di Lettera22 e continuato in diversi grandi giornali e nella bella esperienza radiofonica di Radio Tre Mondo. Un lavoro che ha molto della scommessa e dell'avventura, costruito sulla passione per alcuni luoghi - l'Afghanistan in particolare, che Giordana ha raccontato in presa diretta tra i primi negli anni 70 - e sulla curiosita' di andare a vedere le evoluzioni dei grandi teatri di crisi. Tra le caratteristiche professionali più spiccate di Emanuele Giordana non c'e' infatti soltanto la capacita' di registrare le emergenze, ma anche la pazienza di seguire lo svolgersi dei fatti anche quando tutti gli altri se ne sono andati".I premiati:

- per la sezione televisiva: DUILIO GIANMARIA inviato speciale del Tg1;
- per la sezione Carta Stampata: GUIDO RAMPOLDI inviato de La Repubblica;
PINO BUONGIORNO vice direttore di Panorama;
- per la sezione fotografica: FRANCESCO CITO free lance;
- per la sezione Radio: EMANUELE GIORDANA di Radiotre conduttore di Mondo Raitre;
- per la sezione Internet: FRANCESCO DE LEO free lance;

- Premio speciale alla memoria a due giornalisti scomparsi in Libano nel 1980 e mai piu' ritrovati: GRAZIELLA DE PALO collaboratrice di Paese Sera e L'astrolabio; ITALO TONI collaboratore dell'Agenzia di stampa Le Notizie;

- al quotidiano Il Centro, su proposta dei giurati Guido Alferj e Aldo Forbice, per il lavoro svolto durante il terremoto dell'Aquila.



* Guido Alferj, Fausto Biloslavo, Toni Capuozzo, Aldo Forbice, Franco Pagetti, Gabriella Simoni, Francesca Sforza, Luigi Vicinanza

BUON VISO A CATTIVO GIOCO



“Non è il momento di discutere ma il tempo di guardare avanti per la stabilità e l'unità nazionale”. E' Hamid Karzai che parla in conferenza stampa dove, attorniato dal senatore americano John Kerry e dal capo della missione Onu a Kabul, Kai Eide, ha scelto per l'occasione giacca nera e camicia e “karakuli” - il cappello di astrakan che lo ha reso famoso – di colore grigio. Appare dimesso anche se fa mostra di saper ancora tenere in pugno la situazione. Non recrimina, accetta il verdetto. L'Afghanistan andrà al ballottaggio.
Lo vuole il riconteggio dei voti che – dopo un lungo tira e molla – ha decretato vani oltre un milione di voti in 210 seggi dichiarati fuori gioco dalla Ecc, la Commissione mista (Onu – Afghanistan) che l'altro ieri aveva reso noto quel verdetto. La Commissione elettorale nazionale (Iec) non può, secondo la Costituzione, impugnarlo e dunque non c'è nulla da fare. La presenza di Kerry, un uomo che è stato candidato alla presidenza degli Stati uniti, è li per dire che così vuole, oltre alla Commissione mista, anche la comunità internazionale, cioè l'America, azionista di riferimento.
“Chiamo la nazione a vedere in questo nuovo round elettorale un'opportunità”, aggiunge l'uomo che dava ormai per scontata la sua rielezione a capo dello stato, carica che avrebbe ricoperto per la terza volta. Gli fa eco Fazel Sangcharaki, portavoce di Abdullah Abdullah il grande sfidante: “Noi confidavamo che il presidente avrebbe accettato di ritornare alle urne...”. E così sarà. Presto, praticamente domani, il 7 novembre, prima che il grande freddo cali sull'Afghanistan rendendo ancor più difficile di quanto già non sia tornare alle urne. Un'ipotesi che non piace a nessuno ma necessaria a legittimare il nuovo corso. Quale che sia.
Kerry mostra soddisfazione e Obama, per esprimere la sua, alza il telefono dello Studio ovale per parlare direttamente con Hamid Karzai facendo venire in mente quella famosa telefonata – quando mesi fa la tensione tra Casa bianca e palazzo presidenziale – era palpabile, tanto da esigere una telefonata “riparatrice” dell'allora neo presidente al “sindaco di Kabul”, come Karzai era chiamato dai suoi denigratori. E soddisfazione arriva da ogni capitale impegnata in Afghanistan con le truppe inserite nel contingente Isaf/Nato: il presidente francese Nicolas Sarkozy si congratula con lo “statista” il cui più alto interesse è “l'unità del popolo afgano”. Gordon Brown saluta la statura di Karzai, anche lui sottolineandone i pregi, questa volta: i difetti al momento – sbandierati senza tante smancerie alla vigilia del primo turno - passano in secondo piano. Anche il governo italiano mostra apprezzamento e fa sapere che resteranno in Afghanistan fino alla fine del processo elettorale i 400 militari inviati di rinforzo per il voto presidenziale dello scorso 20 agosto. Contenti a Bruxelles, sia i responsabili del governo europeo sia il capo della Nato. “Nessuna macchia”, direbbe un antico oracolo cinese. Ma molti problemi all'orizzonte.
Il primo è il fattore tempo, il secondo la sicurezza già a fatica garantita al primo turno. Infine si dovrà condurre un ballottaggio senza frodi e sarà necessario essere più attenti per evitare che sulla stampa nazionale o internazionale non filtrino denunce e malumori, come accaduto per tutto il mese di agosto, prima durante e dopo il primo turno. Ma c'è anche un'altra ipotesi a cui la diplomazia sotterranea, che non ha mai smesso di darsi da fare in questi mesi, sta lavorando. Si chiama governo di unità nazionale, ossia la possibilità che i due contendenti si mettano d'accordo. Ma è un'ipotesi ancora lontana.
Se infatti dalle fitte maglie ordite dalla Commissione di controllo era uscito che Karzai anziché il 54,6% aveva ottenuto solo il 49,67%, cioè poco meno della metà dei voti, Abdullah Abdullah, attestatosi al 27,7% al primo spoglio, potrebbe vedersi riconosciuto quasi un 32%. Oggi i dati ufficiali definitivi dovrebbero essere resi noti e su quelli si deciderà il da farsi. E' vero che Abdullah avrebbe ottenuto quasi un terzo in più dei voti, ma se Karzai sta appena sotto il 50%, il vecchio leone pashtun potrebbe ancora farcela. Infine ci saranno le dichiarazioni di voto dei perdenti e potrebbe fare la differenza la massa di voti che si sposterà dai candidati che hanno ottenuto il 2 o il 4%. Per esempio da personaggi, come Ramnazan Bashardost, che sono andati ben oltre il 10%.
Tra tutte le incognite, anche un altro nodo pesa sul voto: la decisione di Barack Obama sull'invio o meno di nuove truppe. Le indiscrezioni dicono che il generale McChrystal, comandante in campo delle truppe Usa e di quelle Nato, gli avrebbe chiesto 40mila uomini,. Ma il presidente non si pronuncia. Vuole – ha fatto sapere – un governo legittimo prima di decidere.

questo articolo è stato pubblicato su il manifesto mercoledi 21 ottobre

lunedì 12 ottobre 2009

L'OCCASIONE PERDUTA DA ISRAELE


Oggi a Sderot. E' un luogo particolare questa cittadina dove da Gaza hanno tirato qassam e missili per quasi dieci anni. Per ora hanno smesso. Andiamo sulla collina da cui si vede la città più a Nord del territorio palestinese che, più di ogni altro luogo, è una sorta di enorme prigione a cielo aperto. C'è uno xilofono gigantesco sulla collina: ricorda la morte in Libano di alcuni militari. Non riesco a fare a meno di pensare che il vento che lo suona, accorda soprattutto note di dolore.


Siamo accompagnati da israeliani che fanno parte di gruppi pacifisti. Una condizione difficile qui in Israele e ancor di più a Sderot dove a lamentarsi di essere oggetto dei qassam hanno le loro ragioni. Ma il viaggio in macchina da Gerusalemme a Sderot mi fa venire un altro pensiero. Anche perché vediamo una cosa ormai inusuale: tantissima genta che fa l'autostop, un segno di fiducia forte nel prossimo che oggi è piuttosto raro. E poi una campagna ordinata, le serre, l'acqua che, ben incanalata, innaffia i campi.

In Israele hanno sviluppato un sistema parlamentare, un'eccellente capacità agricola, una buona qualità industriale e un'efficiente rete logistica. Le città sono ordinate e pulite e, tranne che per alcuni ecomostri davvero sorprendenti (specie a Gerusalemme), persino con una certa uniformità urbanistica. A Sderot vedi gente tranquilla che passeggia col passeggino e se non sapessi nulla di questa guerra, se non sapessi nulla delle sofferenze che crea soprattutto tra i palestinesi, penserei a un modello. Un buon modello per la regione: democrazia, efficienza, benessere. E invece... Si, certo, si dirà, è anche colpa degli arabi o dei palestinesi che tirano i kassam anche violando una tregua. Ma c'è un problema così evidente di furto della terra che non si può, venendo da queste parti, non essere d'accordo con le ragioni dei palestinesi. E così il modello finisce nascosto sotto le macerie della guerra.

Un'occasione perduta per Israele e per gli israeliani. Forse non per quelli che abbiamo incontrato che invece ai palestinesi la terra non vorrebbero portarla via. E' un pensiero semplice e forse persino leggero, forse puerile. Ma penso che se io fossi un israeliano, tra le tante cose, mi dispiacerei dell'occasione che il mio paese sta perdendo.

domenica 11 ottobre 2009

LA SPERANZA SOTTO LE PRUGNE


Diario dalla "marcia dei 400" nei territori israelo-palestinesi organizzata dagli Enti locali per la pace, Tavola per la pace e Piattaforma delle Ong italiane. Il mio taccuino di viaggio

Le piccole cose sono la spia del mondo. Anche del dolore che, a prima vista, non si vede, nascosto com'è nelle pieghe più recondite dei sentimenti e dal desiderio di mascherare, per dignità, ogni passione. Così qui a Betlemme la mia prima riflessione non discende, come sarebbe ovvio, dalla vista del muro che vedo per la prima volta arrivando all'alba dall'aeroporto Ben Gurion. Passiamo lisci sotto la porta di metallo del check point e arriviamo all'albergo, spiati dalle torrette cilindriche che sovrastano il manufatto che, una volta finito, sarà lungo 800 chilometri, come andare da Napoli a Milano, scherza amaro un amico. Ma ora a letto, che è tardi.

A mezzodì del giorno dopo, usciti dall'albergo con camera con vista (sul muro) vien voglia di verdura. E' sabato e quasi tutto è chiuso ma un verduriere lo troviamo, una sorta di minimarket con ogni ben di dio: uva, banane, manghi, kiwi, pere, mele e delle rigogliose prugne rosse. La frutta è quasi tutta acerba, indice di un'attenta capacità di mercato che un po' stupisce. Ma quando guardi il nome sulle cassette di cartone che contengono la frutta...i caratteri son quelli dell'alfabeto ebraico. Non c'è nulla nel negozio, a prima vista, che non venga da oltre il muro, come se qui non si producesse nulla, i limoni fossero sterili e poco gustosi, i meloni non nascessero dal seme in queste lande, gli alberi fossero disseccati. Ma non è così

Con tutte le difficoltà logistiche di queste terre dolorose, se un contadino ci mette tre o cinque ore per portare la sua roba al mercato, i meloni arrivan cotti, le pere fradice, i fichi troppo maturi. Diventa più facile, anzi obbligatorio, ricorrere al mercato più vicino, più attrezzato, più refrigerato. Si apre la porta blindata del muro e a Betlemme arriva la verdura che dai campi arabi non riesce ad arrivare. Non solo ma la devi pagare – al mediatore e poi quando la compri al negozio - con la moneta del tuo nemico, lo Sheqalim (pronuncia shekel) perché in un paese che non è uno stato non si batte moneta e dunque devi tenere in tasca il mezzo di scambio di un'altra economia. E' tutto cosi logico...

Penso a una vecchia signora laziale che manteneva i figli all'università con un campo di zucchine. La vecchia contadina, piegata in due dall'osteoporosi, mi raccontava che alle 4 del mattino era già nel suo campo a tagliare le piccole cucurbitacee e che alle 5 la sua verdura era già al mercato. Pagata in lire per trasformarsi nel diploma dei ragazzi. Ma bastava andare dalla periferia ai mercati generali. C'era il camion di suo cugino. Senza check point...

Mi resta una speranza a guardare quelle prugne rosse sugose che non poggiano su alcuna cassetta. O le avranno spostate? E' un dubbio che mi lascia un gusto amaro. Anche se la frutta è dolce

giovedì 8 ottobre 2009

LA FIRMA DA 70 MILIONI DI EURO


Una firma ai piani alti della Farnesina sta bloccando 70 milioni di euro. Manca la persona che, vergando il suo nome sull'ordine di finanziamento, permetta alla ragioneria di erogare i già magri fondi a disposizione della Direzione generale per la cooperazione (Dgcs). Fondi che, tra il bilancio del 2009 e i “residui” passati, variano tra i 60 e i 70 milioni. Una boccata di ossigeno necessaria perché i progetti finanziati all'estero dalla Farnesina alle Organizzazioni non governativa (Ong) vadano avanti.

La questione è nata con la nomina a console di Lione della signora Laura Bottà che fino a settembre era a capo dell'Ufficio VII . Ma al suo posto non è arrivato nessuno. Le Ong temono che la cosa si trascini per mesi e che il 2009 si apra con una montagna di carte inevase e nessun nuovo capo ufficio. Possibile che la fiammeggiante neo direttrice generale, Elisabetta Belloni, non abbia protestato? “Basterebbe un cenno del ministro o anche del segretario generale – dicono le Ong – e la cosa si risolverebbe. Basta aver voglia di farlo. Attenzione che non registriamo”. Preoccupazione legittima visto che l'Italia è il fanalino di coda della Ue nella cooperazione, scesa con la finanziaria 2009 a 326 milioni di euro, con un taglio di 522.

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martedì 6 ottobre 2009

WEEK END SULLA LINEA DEL FRONTE


Fare gli expat a Kabul significa due cose, anzi tre. Tanti soldi e una vita da reclusi. La terza? Domandarsi perché siamo qui, militanti dell'umanitario, funzionari delle Nazioni unite, diplomatici che smettono per un paio d'ore l'abito da cerimonia, uomini d'affari in cerca di compagnia e naturalmente giornalisti più o meno stanziali. L'Atmò, come il Gandamak, il ristorante Boccaccio o il Sufi sono l'ultimo rifugio per fingere di essere degli uomini liberi. In una città dove si vive blindati - ossessionati da sequestri, razzi, kamikaze o dagli allerta che la vostra ambasciata vi invia ogni ora sul telefonino - sono i luoghi della libertà virtuale. Dove noi occidentali, portatori della sacra fiaccola della libertà in queste lande oscurantiste e sottosviluppate, gustiamo il sapore di casa e soprattutto la trasgressione di poter comandare un birra o un piccolo bordeaux. Persino Coquilles Saint-Jacques nel ristorante a fianco...reportage dalla "febbre del giovedi sera" (venefdi è la nostra domenica) da una città sulla linea del fronte. Dove bisogna pur vivere...

Leggi tutto su Lettera22: il reportage uscito anche su Diario

LETTERA22, SCUSATE SE INSISTO


Un'associazione di giornalisti usa la nostra stessa sigla ingenerando pericolose confusioni come l'adesione (la nostra è stata convinta) alla manifestazione del 3 ottobre per la libertà di stampa che noi riteniamo minacciata e loro no. E sull'editoriale di Minzolini al Tg1 sera sempre del 3 ottobre, che noi riteniamo pessimo e loro no.. Cos'è Lettera22? Leggetelo qui se volete

domenica 4 ottobre 2009

LETTERA22, I RICOPIONI E LA MANIFESTAZIONE DEL 3 OTTOBRE

Vi dava fastidio che in classe vi copiassero i compiti? A meno a meno che uno non si facesse bello, che so, con un mio tema e magari a mio discapito se il prof pensava che a copiare...fossi stato io. Ma a volta i “ricopioni” finiscono a farci un favore.

Prendete i giornalisti di Lettera22.info, un sito dove l'attività giornalistica è ridotta a una serie di comunicati sindacali. Loro non hanno aderito alla manifestazione sulla libertà di stampa del 3 ottobre e promossa dalla Fnsi, mentre Lettera22, cioè l'associazione di cui io faccio parte, che ha oltre 15 anni di storia alle spalle, vi ha aderito con entusiasmo (e piacere per la sua riuscita). Ma quelli di Lettera22.info – che così si chiamano essendo arrivati secondi ed essendo questo il nome con cui si fanno leggere sul web - mandano un comunicato in cui dicono che “Lettera 22 non ha aderito”. Al Tg1 e al Tg2 non sembra vero che, su qualche migliaio di giornalisti, qualcuno sia contrario e sparano la notizia in prima serata. Ma così non si fa. Lettera22.info dovrebbe presentarsi come tale o, meglio ancora, cambiare dizione e i giornalisti del Tg1 e del Tg2 dovrebbero spiegare che ci sono due associazioni, se citano Lettera22. Sarebbe come se esistesse LaRepubblica.info e da un suo comunicato il Tg1 dicesse “La Repubblica non ha aderito...”. Il paragone ci sta tutto, fatte le debite proporzioni e la vicenda tende a sfiorare il ridicolo.

Noi comunque abbiamo subito mandato un comunicato alle agenzie ribadendo che avevamo aderito, cioè che Lettera22 aveva aderito, e sono certo (spero, perché non guardo quasi mai la Tv) che nelle edizioni della sera la cosa sia stata chiarita. Sennò dovrei pensare che, anziché leggerezza, si sia trattato di malafede...e fin qui la storia su cui ognuno può pensare ciò che vuole. Ma quale è il vantaggio che noi ricaviamo dai ricopioni?

Fortunatamente
siamo più noti di loro, non foss'altro che per anzianità. Così che molti che si sono stupiti che noi non avessimo aderito sono corsi sul nostro sito a vedere...e hanno visto che avevamo aderito. E chi non ci conosce o non ha mai sentito nominare né l'una né l'altra associazione ha cercato “Lettera22” si Google e che ha trovato? Noi al primo posto e dunque...i nostri contatti al sito di Lettera22 sono aumentati e molta gente che non ci conosceva ora ci conosce e inoltre ha potuto leggere con dovizia di particolari, non tanto la diatriba tra noi e i ricopioni, quanto le motivazioni per cui abbiamo aderito e partecipato con convinzione alla manifestazione

se volete dare un'occhiata cliccate qui

(se vi incuriosisce la diatriba tra noi e loro leggetela qui)

sabato 3 ottobre 2009

VIVERE SULL'ANELLO DI FUOCO

Padang sta sulla linea del fronte, appoggiata sul maledetto “Ring of Fire”. Un “anello di fuoco” che circoscrive un'area amplissima che tocca le Americhe, l'Australia e la piattaforma euroasiatica per spezzarsi in mille piccoli anelli che si disperdono lungo la penisola malese dopo aver costeggiato praticamente quasi tutte le 13mila isole dell'arcipelago indonesiano. Paradossalmente, qualche migliaio di miglia più a Nord o più a Ovest e saresti fuori da questa strada maestra dei terremoti, delle eruzioni vulcaniche, dei mille piccoli o grandi tsunami originati dai sismi marini che qui chiamano “ombak besar”, grande onda, l'onda anomala e mortale. Ma questa volta l'onda non c'entra.
Giava, Sumatra, Sulawesi sono nomi che identificano le grandi isole dell'arcipelago in cui si convive col terremoto da sempre. Chiunque ha un parente che è stato colpito da un terremoto o un amico con la casa distrutta dal vulcano. A Giava spiano sempre con un timore la cima semidormiente del Merapi, “montagna di fuoco”. E tutti sanno che le rovine di Borobudur, il più grande tempio buddista del mondo, vennero alla luce scavando gli spessi strati di lava che lo avevano ricoperto. E' una storia che si ripete e contro la quale per certi aspetti non si può far molto. Un'eruzione vulcanica richiede solo un buon piano di evacuazione, come nel caso delle onde anomale. Scappare più in fretta che si può. Ma con i terremoti, con la terra che si apre in larghe crepe, qualcosa invece si può fare. Anzi, per la verità, la sapienza che deriva dall'esperienza, aveva insegnato agli indonesiani, ai duecento popoli che abitano quel microcosmo insulare, come difendersi dai terremoti: sono le tecniche architettoniche la guida per capire come l'uomo tenta di prevenire una strage. Qualcosa che va oltre i piani di evacuazione del “si salvi chi può”.
Se ha ragione Al Jazeera, si scopre adesso che a Padang non c'era nemmeno quello, il più banale atto preventivo per salvare vite umane. Il governo locale aveva richiesto fondi per aggiornare la prima pratica vitale per fronteggiare un sisma ma Giacarta avrebbe fatto spallucce. La seconda, ma non per importanza, è appunto il modo di costruire le case e, soprattutto, gli edifici pubblici, grandi per vocazione e necessità, come devono essere scuole, ospedali e uffici governativi. Le cronache parlano di almeno 500 strutture collassate a Padang, oltre mille a Jambi. Edifici che diventano trappole mortali quando sono fabbricati in cemento armato rigido a più piani. La regola aurea vuole che in caso di sisma, tre siano le strutture che devono reggere: i palazzi del potere, da cui si organizzano gli aiuti, le strade che devono consentirne l'arrivo e gli ospedali, dove si curano i feriti. A Padang i terremoti sono di casa e a mettere in fila i più recenti - dicembre 2004, aprile 2005, marzo 2007 e settembre 2009 - viene la pelle d'oca. Alcuni edifici resistono sino a che non arriva il botto grosso. E le strutture, debilitate dalle scosse precedenti, collassano.
L'Indonesia, benché sia una terra a rischio, è povera di piani edilizi di prevenzione. E non ha una protezione civile efficiente, sostituita in caso di emergenza dall'esercito. E' una logica che rispecchia gli anni della dittatura che si basava su due imperativi: sviluppo forzato e controllo militare. Lo sviluppo forzato era la dimostrazione dell'uscita dal sottosviluppo e del potere della famiglia Suharto, rigida nel controllo ma assai flessibile nella concessione di appalti edilizi e responsabile di gran parte del disastro ambientale del manto forestale nazionale: due elementi che concorrono ad aggravare gli effetti di eventi naturali non prevedibili ma prevenibili.
La sfida della nuova stagione inaugurata dalla fine della dittatura è anche questo. Non solo un problema di soldi che, alla fine, si trovano sempre. Ma di scelte. L'abbandono dell'edilizia tradizionale ha favorito gli speculatori che hanno trasformato i grandi centri urbani indonesiani in favolosi terreni di caccia grossa. Le piante delle città sono state ridisegnate dalla scoperta del modello “Singapore”: grossi centri commerciali sviluppati in altezza dove si compra dal riso al frigorifero. Ma come saranno attribuite licenze edilizie in Indonesia se nemmeno un paese del Primo mondo come l'Italia rispetta le regole che impongono ormai, specie per gli edifici pubblici, il rispetto delle norme antisismiche?