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lunedì 30 novembre 2009

L'AFFAIRE D'ALEMA E LA UE

Ormai la cosa è passata in giudicato e probabilmente da tutti archiviata. Ma io mi sono chiesto: perché alla fine D'Alema non ce l'ha fatta? La lettura principale è che i socialisti non lo hanno poi tanto sostenuto, che Gordon Brown ha fatto la faccia cattiva o che Berlusconi non ha garantito l'adeguato sostegno essendo già in corsa per Tajani. Io penso invece che un incarico così delicato non sarebbe potuto andare a un italiano. L'Italia gode pessima fama all'estero e come si può pensare che la politica estera dell'Unione sia affidata al rappresentante di un paese che fa leggi soltanto sulla giustizia e, quando va bene, di caccia ai clandestini? Paradossale che un uomo di rango politicamente elevato come Massimo D'Alema non se ne sia dato conto.

A me non sembra assurdo che un uomo di sinistra si faccia appoggiare da un premier di destra: mi è sembrato bizzarro che D'Aelma non avesse calcolato da che paese proviene e qual è la percezione attuale dell'Italia all'estero. E si che è stato ministro degli Esteri.
Non era il momento. Era semmai quello di fare un passo indietro anziché farsi bagnare il naso dalla baronessa britannica. Ma nessuno ha fatto questa considerazione. Strano, a me pare tanto chiaro. Siamo al lumicino e non è tempo di chiedere incarichi altisonanti. E' tempo di stare schiacciati e mettere mano a un paese alla deriva. Poi, coi conti in ordine, si vedrà

domenica 29 novembre 2009

LA BOMBA DI BAGRAM

La denuncia sul Washington Post: come ad Abu Ghraib, nudi, picchiati, umiliati. La storia di due minorenni afgani in piena era Obama


Non è lo scoppio
che ieri mattina deflagra a Wazir Akbar Khan, quartiere centrale della capitale, la vera bomba della giornata. Non è lo scoppio, che non fa vittime e forse non è nemmeno un attentato, l'ennesima esplosione che travolge la guerra afgana e i suoi combattenti. La bomba è un articolo che campeggia in prima pagina sul Washington Post e che riferisce del racconto, allucinante e allucinato, di due minorenni al Centro giovanile di riabilitazione di Kabul, una struttura dove, dopo il carcere militare o civile (già di per sé un aberrazione per un minore) si decide del loro futuro.

I due giovani, Issa Mohammad, di 17 anni e Abdul Rashid di 16, hanno raccontato di schiaffi, percosse, umiliazioni e privazioni del sonno in puro stile Abu Ghraib. Ma questa volta sotto accusa è ancora la base Usa di Bagram e, per dirla tutta, le “Forze speciali” americani che gestirebbero, dentro il carcere annesso alla base, un altra galera, altrettanto speciale e riservata a metodi spicci e poco ortodossi, vietati – spiega bene il giornale americano – dal codice di condotta delle Forze armate, anche in regime di guerra. Evidenziando quindi che i metodi dell'epoca Bush non sono finiti nemmeno con l'era Obama.

“E' stato il periodo più brutto della mia vita, sarebbe stato meglio uccidermi...”, ha raccontato Rashid che non ha esitato a definire il trattamento peggiore di quello riservato a un animale. Arrestato nel distretto di Sabari (Khost) in primavera dopo un raid americano, Rashid, un falegname, viene trasferito a Bagram: è li che viene fotografato nudo, toccato a più riperse e umiliato a parole. Ma poi gli schiaffi diventano sberle e botte. Rashid vive in una piccola cella grande come il suo corpo steso, nutrito con cibo che gli viene gettato in contenitori di plastica. Ma quando cerca di dormire, le guardie fanno frastuono per impedirglielo. Un tormento che si somma al freddo, rigidissimo negli inverni afgani. Gli interrogatori sono a capo coperto ma Rashid non ha nulla da dire il che fa imbestialire i suoi torturatori. Che fanno di peggio: lo obbligano a guardare materiale pornografico mentre gli mostrano, per associazione, una foto di sua madre. “Non facevo- dice – che piangere”.

Mohammad invece, un contadino del distretto di Arghandab nella provincia di Kandahar, viene arrestato in marzo. Sempre durante un raid americano. Dopo due settimane in isolamento finisce nel “black hole” di Bagram: “...gli interrogatori duravano ore – ha raccontato – durante le quali mi urlavano addosso, mi battevano e mi prendevano a schiaffi dicendomi che dovevo dire loro la verità...”.
Un portavoce del dipartimento della Difesa interpellato dal giornale, Mark Wright, ha affermato che i militari non rispondono alle accuse di abusi a singoli detenuti, ha tuttavia sottolineato che tutti i prigionieri vengono trattati in maniera umana...e nel rispetto della Convenzione di Ginevra e della legge americana. Cosa che nessuno può controllare.

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sabato 28 novembre 2009

NUOVE DIMISSIONI PER LA STRAGE DI KUNDUZ


Quel che è giusot è giusto: anche Franz Josef Jung si è dimesso ieri per la strage di Kunduz. Dimissioni a raffica nel governo tedesco

giovedì 26 novembre 2009

GENERALI, VITTIME CIVILI E IL BUIO DI KABUL

La notizia di oggi è che il capo di stato maggiore dell'esercito tedesco ha presentato le sue dimissioni proprio nel giorno in cui il parlamento del suo paese discute della missione in Afghanistan. Alle spalle c'è la famosa strage di Kunduz. In questo modo il generale Wolfgang Schneiderhan paga il fatto di non aver dato informazioni sufficienti sul raid richiesto dai militari tedeschi e per cui perirono 142 persone, tra cui moltissimi civili. La vicenda è stata spiegata dal ministro della Difesa Karl-Theodor zu Guttenberg che ha annunciato le dimissioni anche di un sottosegretario, Peter Wichert, colpevole della stessa reticenza. Chi si salva, anche se solo fino a un certo punto, è l'ex ministro dell'epoca, Franz Josef Jung, che, secondo la stampa, sapeva benissimo ma per giorni fece finta che di civili non se ne sapesse nulla, benché fin dal primo momento era apparso chiaro che il raid si era trasformato in una strage di innocenti.
Spesso i militari pagano per i politici e questo sembra il caso del generale tedesco che evidentemente non aveva nascosto al suo ministro la dura verità. Ma ormai Franz Josef non è più al governo e dunque tocca a Wolfgang fare il bel gesto.

.Se in Germania ci si dimette, in Afghanistan non si sta con le mani in mano: i parenti delle vittime di Kunduz hanno affidato a un avvocato, Karim Popal, il mandato di chiedere giustizia e una ricompensa al governo di Berlino. Si tratta di 78 famiglie se ancora vi fossero dubbi che nella strage di Kunduz almeno la maggioranza erano civili, poveracci che i talebani avevano invitato a saccheggiare le due autobotti di gasolio sequestrate alla Nato, una delle quali si era impantanata. Vedremo come andrà a finire.

Generali, dicevamo. Un altro generale, il comandante di Isaf e delle truppe Usa Stanley McChrystal, deve sentirsi bruciare la sedia sotto le natiche. Se, dopo l'atteso pronunciamento di Obama (mercoledi prossimo), la strategia americana dovesse fallire, prima del presidente a pagare sarà lui. McChrystal è un personaggio particolare. Ha delle orecchie luciferine e proprio bello non è, ma ha un viso che ispira fiducia e rivolge spesso discorsi agli afgani via Tv: in parte parlando dari, la lingua nazionale che qui sanno un po' tutti. E' attento ai particolari McChrystal tanto che, subito dopo la strage di Kunduz, andò in televisione e, immediatamente dopo, si recò – era la prima volta che un generale del suo rango lo faceva – sul luogo del delitto. E' lui l'uomo che si è impegnato a diminuire la strage di civili anche se, è bene dirlo, vi è riuscito solo in parte. Quando parla tiene sullo sfondo le bandiere di Isaf e della Nato, come a rimarcare che non è un generale americano e che finalmente ha posto fine alla controversa presenza di Isaf ed Enduring Freedom che adesso, praticamente, non esiste più.

Si presenta in Tv in un abito (militare) un po' casual, se non addirittura trasandato: divisa da campo e maglietta salvasudore un po' stortignaccola come quelle lavate troppe volte. Né berretti né fanfare (né l'alta divisa che vedete nella foto) anche se, a dirla tutta, sembra un po' irrispettoso del suo pubblico pur se l'intento evidente è di apparirgli amico, pronto a stringerti la mano e ad aiutarti.
La sua richiesta di 40mila soldati ha messo in difficoltà Obama che avrebbe preferito una soluzione più politica. Ma adesso che, a quanto pare, gliene darà 30mila, McChrystal non avrà più scuse. Ad avviso di molti – e umilmente anche a mio parere – i 30 o 40mila di McChrystal non serviranno a molto. Quel che preoccupa è il vuoto politico dietro l'arrivo di nuovi soldati che, neanche in 100mila, cambierebbero la percezione degli afgani che la nostra presenza serva a poco rispetto alle promesse fatte. Il consenso è sempre più al lumicino, per gli occidentali e per il nuovo governo uscito dalle elezioni farsa. Non credo che qualche migliaio di soldati in più (per ogni combattente tre servono, se va bene, la logistica) cambieranno le carte in tavola. Frankly speacking, come direbbe il disinvolto generale McChrystal

mercoledì 25 novembre 2009

ASPETTANDO OBAMA

Sembra che il presidente Obama parlerà dopo il giorno del ringraziamento, tradizionalmente il quarto giovedi di novembre. Ma vista da Kabul, in un quadro terribilmente sfilacciato, l'attesa del pronunciamento di Obama sembra interessare sopratutto noi e il dibattito interno americano ed è chiaro che 20 o 30mila non farà alcuna differenza. La decisione sui numeri sembra eludere il vero problema: qual è la nuova strategia della comunità internazionale o, meglio degli americani? Che fine ha fatto il “civilian surge”? Karzai, che nel giorno dell'insediamento ha evidentemente fatto un discorso in qualche modo concordato, ha messo pace e riconciliazione al primo posto. E queste due parole circolano ormai nei corridoi della diplomazia internazionale. Ma appaiono vuote senza una strategia precisa. La tattica del “buon talebano” opposto al cattivo non sembra sufficiente mentre, nella percezione degli afgani, una recente ricerca dice che il 70% ritiene che siano povertà e disoccupazione le vere cause del conflitto.

Secondo stime ufficiose, la Comunità internazionale ha speso in Afghanistan dal 2001 circa 100 mld di dollari, il 60% dei quali per alimentare la macchina bellica. Del restante 40 un altro 10% è stato speso in “security”. Il governo sta inoltre tentando un riordino delle forze di sicurezza private ormai dilaganti ma sembra davvero uno sforzo impossibile.

martedì 24 novembre 2009

QUANTO COSTA LA GUERRA

Sette afgani su dieci pensano che la poverta e la disoccupazione siano le maggiori cause del conflitto e la meta tra loro accusa il governo nazionale, corrotto e inefficace. Tra le altre cause, il 36% ritiene che la guerra sia imputabile ai talebani, il 25% all'interferenza di altri paesi, il 18% ad Al Qaeda mentre la stessa percentuale accusa la presenza delle truppe straniere. Il 17% indica la mancanza di sostegno della Comunita' internazionale, il 15% i signori della guerra, il 15% la criminalita
Lo racconta “I costi della guerra”, una ricerca che si basa su un sondaggio elaborato su un campione di popolazione afgana di 14 province e su un riepilogo della storia del conflitto iniziato nel 1979 con l'invasione sovietica. Un'analisi della percezione sulle cause e sugli effetti del conflitto sulla base di esperienze individuali condotta da un consorzio di associazioni internazionali e afgane capeggiate da Oxfam.

lunedì 23 novembre 2009

BENEVENUTI AL JAMIL RESTAURANT


A Kabul si mangia mediamente per 4 dollari, centesimo più centesimo meno, che al cambio attuale fa circa 200 afghanis. Con quella cifra potete mangiare un piatto di riso con carne ma anche ravioli con yogurt o un mezzo polletto, come mi è capitato oggi al Jamil Restaurant che sta proprio in faccia all'ospedale di Emergency. Ero attratto dal profumo del pollo alla brace e sono entrato in questa tipica chaikanà che solo da qualche anno deve aver introdotto i tavoli e le sedie perché, appena dietro l'angolo della prima sala, c'è il classico rialzo lungo dove ci si appollaia a mangiare tutti assieme. Inutile dire che questo genere di locali non è molto frequentato dalla mia razza - indoeuropea occidentale - che vi preferisce luoghi conviviali più sicuri anche solo sotto il profilo igienico sanitario. Ma io devo dire che amo questo genere di posti dove il pranzo è sempre una piccola sorpresa. Mi astengo dalle verdure crude ma per il resto gusto tutto: uno yogurt squisito e salato, una zuppa di ceci molto pepata, una crema di riso per finire. Rifiuto sdegnosamente la pepsi e mangio con le mani il mio povero polletto, chissà forse di origine pachistana anche se è bello illudersi è bello illudersi che sia ruspante.
Ormai questo è un paese che viaggia a due velocità: a Kabul ci sono 4 milioni di abitanti e servizi per 500mila, 800mila auto alcune delle quali – molte – coi vetri oscurati e senza targa. Anche di proprietà (poche) di afgani ricchi, molto ricchi. Ci sono quelli che mangiano a 4 dollari, quelli che lo fanno a 15-20 e chi si accontenta di una pannocchia cotta alla brace per 10 afganis.
Non è che andando a mangiare in trattoria si spezzi il filo (spinato) che divide questi due mondi, ma la digestione riesce meglio.

domenica 22 novembre 2009

HALLO MISTER DOSTUM


Durante l'insediamento di Karzai alla presidenza dell'Afghanistan, all'ambasciatore Eikenberry Karl - un ex militare apprezzato anche dai liberal - è toccato sorbirsi il sorriso beffardo di Fahim, il nuovo vice presidente che molti amerebbero vedere in tribunale. Ma che dire quando Hillary Clinton ha calorosamente salutato Dostum, il generale che era stato incirminato per omicidio dalla procura della capitale e che per Obama è solo un tristo assassino? Certo non lo aveva riconosciuto. ma l'ennesima gaffe e quel sorriso a tutta bocca del segretario di Stato deve esser stato davvero imbarazzante. Chissà come sghignazzava Dostum.
Come tanti altri per la verità. Perché la signora Clinton disfa per pranzo ciò che il suo presidente ha disposto a colazione. A volte senza nemmeno rendersene conto

sabato 21 novembre 2009

DIARIO DA KABUL, BENEVENUTI AL MUSTAFA

Il posto non è esattamente dei più sicuri perché l'affaccio è sulla via che porta al ministero degli Interni. Ma il dicastero ha già subito talmente tanti attentati ed è circondato da un vero e proprio muro di cinta di uomini e cemento, che dev'essere ormai un target escluso dai talebani. Inoltre i loro razzi privilegiano la parte Sud della città o la “zona verde” delle ambasciate e dell'Head Quarter di Isaf così che tutto sommato il posto è tranquillo. E all'angolo con chicken street, la via dei fricchettoni anni Settanta dove oggi si compra un po' di antiquariato e qualche gilet o pakol un po' più caro che al bazar. L'impianto marmoreo dell'albergo, che vira dal rosso al marrone, sfoggia un certo lusso subito mitigato da stanzette un po' anguste e che hanno sempre qualche problema di illuminazione. Ma questo succede ovunque a Kabul. Internet ha una buona connessione e tanto basta e il generatore garantisce un flusso costante di corrente.. La vista non è male e la cucina, adattata al gusto occidentale (pasta with meatball, patate e pollo fritto), anche se non può concorrere con Gualtiero Marchesi, è dotata se non altro di un gentilissimo cuoco - Hussain, un ex insegnante di geografia - che prepara un ottimo te verde.

Benvenuti al Mustafa Hotel, l'albergo dove vanno i free lance, i giornalisti di serie B a cui nessuno paga una suite al Serena, per altro uno degli alberghi più pericolosi in città. Con camere che possono scendere a 25 dollari a notte e salire a 40 in tempi di grassa, il Mustafa è l'alternativa più economica della capitale con il pregio di essere in pieno centro, avere una buona connessione e l'abitudine a trattare con giornalisti che hanno esigenze ridotte: cambiare una presa, utilizzare un taxi esente da sequestri, trovare un interprete. In questi giorni è semi vuoto. Dopo l'insediamento di Karzai il 19 novembre la già ridotta schiera di inviati è ripartita, in gran parte sugli aerei di stato al seguito di questo o quel premier. Per due giorni, giovedi e venerdi, la città era svuotata persino della sua gente. Un po' per i divieti di circolazione, rigidissimi giovedi nel giorno della proclamazione del nuovo presidente, un po' forse perché i kabulini si aspettavano un botto che, fino ad ora – le 7 del mattino di sabato – non si è verificato. La vita ha ripreso a correre e anima felicemente il primo sole che batte sule finestre del Mustafa dove ho il raro lusso di una camera con bagno e Tv ai piani alti. Dal lounge del ristorante, accogliente e pulito con un soffitto a specchietti di chiara impronta kitchpachistana, vedo il nuovo mega ospedale costruito a tempo record dai cinesi e che sta proprio sotto la collina di Ko-e-televisiun, come la chiamano qui: la montagna della Tv per via di una selva di antenne che la sovrasta.

Appena sotto la città continua ad allargarsi inerpicandosi sui pendii scoscesi dei monti che circondano la capitale. Pare abbia raggiunto e probabilmente superato i quattro milioni di abitanti. Come ai tempi dei sovietici, resta un polo di attrazione per chi scappa dalla guerra. Già, la guerra, la guerra maledetta che qui si vede poco. Non fosse che per le migliaia di soldati (tutti afgani) che pattugliano ogni crocevia del centro. Per quelle centinaia di bastioni di cemento armato che oscurano i palazzi, vietano gli ingressi, ingombrano – inglobando ogni giono qualche metro quadro di suolo pubblico – le strade. Nessuno paga per questa occupazione abusiva ed evidente. Ognuno fa come gli pare specie se è occidentale. Gli afgani, si dice, mugugnano e protestano. Gli afgani? Ma chi ha mai chiesto il loro parere?



Benvenuti a Kabul
, sull'ingresso del Mustafa c'è solo una guardia sonnecchiosa in questo gelido mattino d'inverno. E mi stanno portando la colazione.

Nella foto di R. Martinis una chiakana con servizio ristorante al bivio per la valle del Panjshir

venerdì 20 novembre 2009

L'AMARA STORIA DEL RITORNO A CASA DI ALI

Kabul - Ali, chiamiamolo così, ha solo 16 anni. Per lui son quelli, ma sulla carta d'identità svizzera è scritto che ne ha 18 come avrebbero dimostrato – dice mostrando il braccio - “...delle analisi”. Il sospetto è che l'età sia stata piegata a termini di legge. Per i maggiorenni la strada del rimpatrio per clandestinità si apre in un batter d'occhio. A 16, tocca infilarti in qualche struttura e poi si vedrà.



Ali, un giovanissimo ragazzo hazara dal viso largo e aperto, ci ha fermato all'aeroporto di Dubai. Non si arrangia troppo con l'inglese in questo scalo dove la specialità locale è averlo riempito di punti informativi dove ti danno sempre una risposta diversa. Sta aspettando, come noi, l'imbarco per l'Afghanistan, un paese – il suo – che non vede da dieci anni. Da quando la sua famiglia, parte di una comunità vessata dai mujaheddin e dai talebani, è scappata in Iran lasciando tutto. E tutto perdendo.

Come molti suoi coetanei Ali ad un certo punto, ha solo 14 anni, decide di tentare la sorte. Andare via verso la ricca Europa, lungo un percorso ormai sperimentato. Lo racconta nel suo inglese stentato “speravo – dice - di studiare...”. Prima le montagne dell'Iran, poi quelle che portano dal Kurdistan all'Anatolia, infine in Grecia. Ma in Grecia viene pizzicato e finisce in carcere. Siccome però la legge ha sempre molte declinazioni, dopo dieci giorni è rilasciato. I greci sanno che la sua meta è l'Europa da cui si parte, accovacciati sull'asse delle ruote di qualche Tir, dal porto di Patrasso. Da lì ricomincia l'avventura, sempre senza soldi, con la pancia vuota, in compagnia di qualche avventuriero come lui che si lega al camion e incrocia le dita. Ali passa cinque giorni in Italia - “...è un bel paese, dove i bambini si divertono” - e poi passa il confine austriaco. Si separa dagli amici, chi verso la Germania, chi verso la Svezia, chi va a Londra. Ma in Austria è dura fare il clandestino, passare da una mensa all'altra (“...alla Caritas, il mangiare era buono”) finché la polizia di frontiera elvetica non lo prende durante un passaggio di frontiera. E si, perché la Svizzera non è ancora esattamente un paese dello spazio di Schengen, non quando i gendarmi fermano Ali.


Se non ci fosse stato l'episodio della Grecia, cui in qualche modo le autorità elvetiche risalgono, l'espulsione ci sarebbe lo stesso ma, racconta lui, con un piccolo malloppo in tasca. Così no, il recidivo non si premia. Giusto i soldi del biglietto per quella secca figurina e il suo magro zainetto che ora si aggirano per lo spazio asettico e poco accogliente dello scalo di Dubai. E cosa farai, Ali, una volta a Kabul? Non lo sa, forse Kabul non l'ha mai vista, la sua gente è di Kandahar. Non ha soldi, né un telefono da chiamare. Non un indirizzo. Quando scendiamo dalla scaletta nel nuovo aeroporto di cui la città di Karzai si è appena dotata, Ali si china per terra. Ma non per pregare: bacia quell'asfalto bisunto di catrame e gasolio sotto un cielo ancora cupo e dannatamente gelato nella mattina invernale dell'Hindukush.

Fuori c'è una città spettrale, piena di polizia e militari col mitra spianato. Bentornato al tuo paese, Ali, dove c'è la guerra da trent'anni! Vedi di cavartela che magari qualche spacciatore ha bisogno di te, cavallo di qualche traffico tra kalashnikov ed eroina. “Pensavo -dice – che venire da un paese in guerra mi avrebbe aiutato...”. Cose d'altri tempi. O forse mai viste.


A un suo coetaneo è andata peggio. E' cascato dal camion a Bertinoro, provincia di Forlì. Ad accorgersi del corpo è stato un passante, che ha avvisato la polizia. Un caso di cronaca. Invece ad Alidad Shiri è andata bene. Ha scritto anche un libro: “Via dalla pazza guerra” (Edizioni Il Margine). E' stato accolto a Merano e frequenta la scuola professionale Guglielmo Marconi. La sua Odissea è finita in gloria. Non quella di Ali. Che è appena ricominciata.
Ogni anno decine di ragazzi tentano la strada di Ali o quella di Alidad, che è poi la stessa. Sul loro cammino c'è sempre qualche trafficante di giovani corpi che fa loro da guida attraverso l'Iran e spesso gli porta via tutti i soldi che hanno. Poi la Turchia e la Grecia, dove è noto che si chiude un occhio. O anche il confine sloveno dove passare è abbastanza facile. O il viaggio da Patrasso, senza nemmeno poter pisciare sennò l'autista se ne accorge. Ma il peggio deve ancora venire perché, quando ce l'hai fatta, tocca alla polizia scrivere, o meno, la parola fine. Non tutti gli agenti lo fanno. Ma adesso è sempre peggio. E' una storia meno nota delle morti in mare solo perché più diluita. Ma il dramma è uguale. Lo incontri lì, all'aeroporto di Dubai, dove un ricco mercante di Muscate ha appena ordinato un succulento piatto di riso e vitella al forno. E dove un taccuino non riesce a contenere, oltre la cronaca, il dolore.

giovedì 19 novembre 2009

AL VIA LA SECONDA ERA KARZAI


L'atmosfera è vagamente surreale. Le misure di sicurezza imponenti. Blindata come una città sotto assedio, un po' spettrale per via dei negozi tutti chiusi nella giornata di “festa” nazionale, Kabul sembra una metropoli di fantasmi. In divisa. Truppe speciali, militari nei nuovi blindati humwee americani, vigili e poliziotti a frotte e una numero imprecisato di agenti in borghese. Tutte le strade del centro sono chiuse al traffico con misure rigidissime così che per raggiungere la zona vip della città bisogna andare a piedi per chilometri. Per strada pochissimi passanti. E qualche pecora karakul che sfugge ai check point.

La cerimonia di insediamento per il secondo mandato di Hamid Karzai, il terzo se si considera il primo incarico ad interim, è previsto per le 11 a palazzo presidenziale. Ma l'area è sigillata anche per i giornalisti, con l'esclusione di tre per ogni leader che viene dall'estero (tra gli altri Hillary Clinton, il britannico Milliband, il pachistano Zardari e il ministro Frattini). Gli esclusi, nemmeno tanti e in larghissima maggioranza afgani, vengono ospitati in una sala della Tv di stato, a pochi metri dall'ambasciata americana e di fronte al quartier generale di Isaf, l'area più a rischio della città anche se ieri i talebani sono restati tranquilli a Kabul. Del resto i controlli sono severissimi e le perquisizioni minuziose...

Domani il seguito su Lettera22 nell'articolo da Kabul di E. Giordana

martedì 17 novembre 2009

IL CASO ANCORA APERTO DI ALDO BIANZINO

L'arrivo di Rudra Bianzino al Congresso dei radicali italiani a Chianciano ha fatto riaprire un caso, almeno nella coscienza della società civile, che non ha ancora una verità giudiziaria. Rudra è il figlio più piccolo del falegname “morto di carcere” a Perugia in circostanze misteriose nell'autunno 2007, quando Aldo Bianzino fu trovato morto dopo la notte passata in carcere: presentava lesioni e un fegato “strappato”, come se avesse ricevuto un calcio. Ma dopo diversi mesi il tribunale di Perugia presentò richiesta di archiviazione: non c'era stato nessun omicidio per i magistrati e Aldo era morto per un aneurisma al cervello che i referti medici indicherebbero con chiarezza.


La prima volta però la richiesta di archiviazione – è l'ottobre del 2008 – viene respinta. Alla seconda ha fatto opposizione, con una articolata memoria, la famiglia che non si è arresa alla tesi incidentale. Tra pochi giorni, il 10 dicembre, la magistratura umbra dovrà pronunciarsi sulla seconda richiesta di archiviazione che, se venisse accettata, metterebbe la parola fine alla vicenda. La famiglia di Aldo (la sua compagna Roberta è mancata qualche mese fa) non si dà per vinta e vuole che il caso continui a restare aperto anche alla luce di quanto continua ad emergere dopo la morte di Stefano Cucchi. I due casi sono infatti assai simili con la differenza che allora la vicenda di Aldo fu oscurata a Perugia dal caso di Meredith Kercher e la sua storia “minore” non registrò l'attenzione che, fortunatamente, si è ora riversata sull'oscura serie di fatti che circondano la morte di Stefano.
Quella di dicembre è dunque l'ultima occasione perché si torni a far luce con un supplemento di indagine, nuove perizie e un nuovo giro di testimonianze su una vicenda i cui contorni restano oscuri, poco chiari, avvolti da un alone di mistero e reticenza.

venerdì 13 novembre 2009

LA NOTA DELL'AMBASCIATORE

Il dibattito sull'Afghanistan negli Stati uniti è in realtà una polemica sotto traccia. Tra quello che vorrebbe il presidente (che ha chiamato a rapporto i suoi consiglieri politico-militari) e le esigenze del terreno, nel quadro sfilacciato di un paese dove l'unica certezza è che il 19 novembre prossimo sarà la data ufficiale dell'insediamento di Karzai (cui parteciperà anche il ministro italiano Franco Frattini). Un insediamento per ora senza esecutivo e con l'incognita del ruolo che vi potrebbe avere Abdullah Abdullah, il grande sfidante del presidente. Rieletto con un escamotage proprio grazie al ritiro del candidato numero 2 dalla corsa del ballottaggio prevista il 7 novembre scorso.


A pesare è anche la divulgazione di un memo “riservato”, due fonogrammi inviati al dipartimento di Stato, in cui l'attuale ambasciatore americano a Kabul, un ex militare da poco approdato alla legazione diplomatica, si è detto scettico sull'arrivo di nuove truppe, opzione suggerita dal generale statunitense McChrystal - comandate in capo delle forze americane e Nato nel paese - che sembra lasciare freddo il presidente e diversi suoi consiglieri. E che è invece caldeggiata da Hillary Clinton, dal segretario alla Difesa Gates e dal capo di stato maggiore Mullen.

Nei suoi messaggi “riservati”, e finiti ieri in prima pagina da costa a costa (dal Washington Post al Los Angeles Times), l'ambasciatore Usa a Kabul, Karl Eikenberry (nell'immagine), ha espresso riserve sull'utilità di aumentare le truppe in Afghanistan prima che il governo Karzai abbia dimostrato la volontà di affrontare la corruzione e la cattiva gestione che hanno contribuito a offuscarne l'immagine. Inutile, in una parola, mandare più soldati se il quadro politico nazionale resta incerto, inefficiente e caratterizzato dai mali già da tempo rimproverati a Karzai (e ai quali, due giorni fa, il presidente afgano ha risposto a muso duro in un'intervista in cui ha chiamato in causa le manchevolezze della comunità internazionale). Per di più, Eikenberry non è un diplomatico di carriera ma un generale a quattro stelle in pensione che, se spezza una lancia sugli orientamenti della Casa Bianca, contrasta sia le indicazioni di McChrystal sia la cordata Gates, Cilnton, Mullen.

Ha avuto così buon gioco la Cnn nel raccontare ieri che il presidente è “insoddisfatto” delle possibili opzioni sull'Afghanistan presentate dai suoi collaboratori dopo il “consiglio di guerra” che (era l'ottava volta) si è riunito con Obama sul dossier afgano. A quanto si dice, al consiglio sono state discusse quattro opzioni per la futura strategia per l'Afghanistan che vertevano tutte sui numeri del possibile nuovo invio di truppe: da 10 a 40mila uomini.
Ma dire che esista una reale frattura o l'esistenza di due linee contrapposte sulla vicenda sarebbe riduttivo. Non a caso ieri, da Manila, la segretario di stato americano Hillary Clinton ha esortato il governo afgano a un serio impegno contro la corruzione e ad “accettare maggiori responsabilità per la sua difesa”. Anche se la Clinton non ha voluto commentare le valutazioni di Eikenberry, le sue dichiarazioni sembravano ricalcarle (“vogliamo trovare misure di responsabilizzazione e trasparenza che dimostrino il chiaro impegno per la governance e i risultati che merita il popolo afghano”) e battevano sul chiodo della “corruzione”, elemento sensibile e più volte emerso, specie a carico del fratello di Karzai, durante e dopo la campagna elettorale.

L'impressione generale è che gli americani vogliano comunque prendere tempo e forse aspettare di capire come sarà e quale forza e rappresentatività avrà il nuovo esecutivo di Kabul, al momento del tutto vago. Ma la nebulosa che circonda il futuro non aiuta. Spiega un diplomatico occidentale come parole quali “riconciliazione” o “reintegrazione” siano ormai entrate a far parte del lessico corrente, perlomeno quello sotto traccia utilizzato dalla diplomazia occidentale accreditata nel paese, e come dunque si stia cominciando a pensare a qualcos'altro oltre la sola opzione militare. Ma l'incertezza tende a frenare qualsiasi iniziativa e a complicare un quadro già di per se' intricato.
La sindrome afgana rischia dunque di guastare al presidente il piatto asiatico e cioè il suo primo grande viaggio in Asia, dove la prima tappa è proprio il Giappone, paese nel quale il neo premier Yukio Hatoyama ha appena deciso di stanziare altri cinque miliardi di dollari di aiuti per l'Afghanistan ma ha anche scelto di levare l'appoggio navale nipponico alla Nato. Ma, al di là del viaggio asiatico, Obama dovrà anche pensare al complesso sistema di relazioni tra i diversi paesi che guardano alla crisi afgana e decidere come muoversi nella direzione – quella diplomatica – su cui in campagna elettorale aveva detto di voler investire. E di cui per ora non c'è una traccia delineata con chiarezza.

sabato 7 novembre 2009

BENVENUTI ALLA FESTA DI RADIO3MONDO



Nella foto di Romano Martinis il neo direttore di Radio3, Marino Sinibaldi, con una parte della redazione di Radio3mondo. Tra gli altri si riconoscono Mario Dondero e Mario Boccia, ospiti quel giorno della trasmissione, e alcuni altri protagonisti della programmazioen del terzo canale che, lunedi 9 novembre alle 15.30, invita il pubblico ad assistere alla celebrazione di 10 anni di Radio3mondo. E' possibile partecipare presentandosi all'ingresso della Rai a Roma in via Asiago 3 alle 14.30

venerdì 6 novembre 2009

COLPEVOLE DI DIARICIDIO

Anche un editore puro ha le sue debolezze. E se smette di pagare, il "suo" giornale chiude. Come è capitato al "Diario", mentre noi - lettori e collaboratori - ci eravamo illusi che appartenesse un po' anche a noi


Ci son tanti modi per “celebrare” la chiusura di un giornale. Uno di questi – il più nobile per noi - è fare la conta di chi perde il lavoro. Ma nel caso del “Diario mensile”, già quindicinale e -ancora prima di una violenta cura dimagrante - settimanale (diretto e fondato da Enrico Deaglio e dallo scomparso Renzo Foa), si fa in fretta. Sette persone, compresi grafici, segreteria, direzione, redazione. Gli stessi, forse un po' meno, che in una trasmissione televisiva preparano un format che va in onda per un'ora. Gli stessi che, ai tempi d'oro del giornalismo, erano responsabili di far uscire tre pagine su un quotidiano. Pubblicità compresa.

Proprio la pubblicità (mancata) è uno dei grandi registi di questo diaricidio, rivista di buone letture che aveva abituato i suoi collaboratori a due modelli che non si usano più, desueti ormai come la carta stampata, il giornalismo indipendente e le buone maniere: la bella scrittura – nel senso della scorrevolezza ma anche di una certa attenzione alla parola e alla sintassi – e l'inchiesta, un genere di cui si è ormai già celebrato, salvi rarissimi casi, più di un funerale. I lettori (7.500, seimila dei quali lo compravano in edicola) sono i meno colpevoli. Lo “zoccolo duro” di quel giornale, pur disorientato da quattro formule editoriali nel giro di pochi anni, avevano continuato a comprarlo pagandolo 7 euro (uno a redattore potremmo dire) e forse ne avrebbero pagati anche 10 per quelle 150 pagine di buona fattura incredibilmente impacchettate dai nostri magnifici sette. Ma non c'è stato appello, né il desiderio di sperimentare nuove vie e di trasformarlo – a prezzo di un'ennesima cura dimagrante – per garantirne la sopravvivenza.

Il padre del “Diario”, Luca Formenton, editore puro e assai attaccato alla sua creatura, questa volta non ha voluto sentir ragioni. Neanche indagare se ci fosse un signor Rothschild disposto a metterci qualche centone. Era così attaccato al suo bambino – dicono gli intimi - da preferire l'infanticidio alla condivisione. L'annuncio della chiusura sarà sul Diario in edicola oggi per la penultima volta. L'ultimo numero, a dicembre, avrà per titolo, ironia della sorte, “Futuro”.

LA SCONFITTA DELL'ONU

Sul sito internet di Unama, la missione Onu in Afghanistan, la notizia non prende più di sei righe. Non fa numeri. Dice solo che, con “effetto immediato” le Nazioni unite hanno deciso di ridurre il personale presente in Afghanistan. Sia internazionale, sia nazionale.

Ma in realtà, dopo la strage del 28 ottobre nella quale i talebani hanno ucciso a Kabul tre funzionari occidentali delle Nazioni unite e tre afgani, la decisione riguarda solo i “bianchi”. E i numeri li fa in conferenza stampa Kai Eide, il diplomatico norvegese che guida Unama dal marzo del 2008. Seicento funzionari, dei 1300 internazionali che, per diverse agenzie, lavorano nel sistema di cui Unama funge da ombrello, saranno “ridislocati”. Mandati a casa, in una parola anche se, Eide tiene a precisarlo, “temporaneamente”. Anzi, precisa, ci sarà anche un movimento interno: alcuni saranno spostati da un'area all'altra del paese, altri invece lo lasceranno. Rimarranno comunque i circa 5.600 con contratto locale, personale nazionale, che compongono lo staff che adempie ai compiti di frontiera: gli aiuti di emergenza, in una parola, alimentari o sanitari che, assicura Eide, non subiranno contrazioni o ritardi. L'inverno alle porte è una preoccupazione in più...

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giovedì 5 novembre 2009

TRAGICHE ANALOGIE

La morte in carcere ha sempre un comun denominatore: la reticenza e i contorni oscuri in cui è avvenuta e sui quali è sempre difficile far luce. Ma nella vicenda di Stefano Cucchi le analogie con un altra morte sospetta sono così numerose e l'iter investigativo così simile, da far pensare a una tragica fotocopia. Molti giornali e molti osservatori hanno recentemente ricordato la vicenda di Aldo Bianzino, un ebanista di Pietralunga che entrò in carcere una sera di ottobre per uscirne cadavere due giorni dopo. L'articolo a fianco che ricorda quella storia mette in luce un iter terribilmente simile, fatte le dovute differenze, con quello della vicenda di Stefano Cucchi. Due arrestati per possesso di sostanze stupefacenti muoiono in prigione. In entrambi i casi si guarda agli agenti di polizia penitenziaria e alla possibile ricostruzione dei vicini di cella, questi ultimi – come ha rilevato nella sua visita a Regina Coeli il senatore Stefano Pedica - intimiditi dalla possibilità di rappresaglie. Si indaga per omicidio preterintenzionale ma poi si scivola sul delitto colposo. Rapidamente l'attenzione si sposta dal carcere alla struttura sanitaria per Cucchi e, per Bianzino, su chi non gli avrebbe prestato soccorso medico. Dal dolo alla colpa. Lacerazioni, echimosi, fratture sono presenti nei due casi ma sembrano passare in secondo piano rispetto al decesso in sé: Cucchi morì perché “disidratato”. Bianzino morì per un aneurisma. Fatti che dunque esulano da cosa causò, del tutto o in parte, direttamente o indirettamente, la morte.

La parabola sembra dirigersi nei due casi verso l'omissione di soccorso come sembra voler dire il ministro Alfano quando recita che “...si doveva evitare che morisse (perché) uno Stato democratico assicura alla giustizia e può privare della libertà chi delinque. Ma nessuno può essere privato del diritto alla salute”. Dal diritto a vivere al diritto alla salute, una derubricazione pericolosa. Infine le lacune: furono tantissime nel caso di Bianzino, sono altrettante nel caso di Cucchi, come ricordava ieri Luigi Manconi (che visitò da sottosegretario alla Giustizia la vedova di Aldo recandosi di persona a casa sua): almeno tre.
Come finirà con Bianzino lo si saprà l'11 dicembre quando il gip dovrà pronunciarsi sulla seconda opposizione fatta dalla famiglia di Aldo dopo la seconda richiesta di archiviazione del pm.


C'è solo una vera grande differenza tra i due casi. Stefano è morto a Roma sotto gli sguardi, per forza attenti, della stampa nazionale. Aldo morì nella casa circondariale di Perugia senza che il suo caso, salvo rare eccezione, riuscisse a incuriosire le frotte di cornisti che, solo qualche settimana dopo, invasero la città umbra per seguire il ben più vivace e allettante caso della povera Meredith Kercher. Anche la geografia finisce a dar più o meno peso a vittime del tutto uguali davanti alla morte.

Nelle foto: Aldo Bianzino e i suoi tre figli

mercoledì 4 novembre 2009

ON AIR



Ogni quindici giorni la collaborazione con Lettera22 e Radio Popolare Roma produce un magazine audio sulla poltica estera. Oggi è toccato a me. Perché ascoltarci? Lo spiega lo spot di Lettera22 su RPR

martedì 3 novembre 2009

MORIRE DI CARCERE: LE STORiE PARALLELE DI ALDO E STEFANO

Qual è la differenza tra il caso di Stefano Cucchi e quello di Aldo Bianzino? Entrambi sono morti dopo un arresto e in una situazione a dir poco confusa e reticente che coinvolge guardie penitenziarie e strutture sanitarie. Adesso pare che Stefano, evidenti lesioni su tutto il corpo, sia morto perché disidratato mentre il povero Aldo morì per un aneurisma...Il carcere, sembrano dire queste perizie, non c'entra. L'unica differenza è che il povero Stefano è morto a Roma mentre Aldo è morto a Perugia. La prima è la capitale del Belpaese, la seconda è una città che ha eccitato gli animi (nazionali) solo per l'omicidio, avvenuto di li a poco, che aveva un risvolto a luci rosse.

In questo paese malato di voyerismo e dove la gerarchia delle notizie ha anche una declinazione geografica, bisogna anche tenere in conto, non solo come si muore, ma dove. Ho pensato molto ad Aldo in questi giorni e a una storia che abbiamo seguito, oltre che per dovere professionale, anche per passione civile. E ho pensato che Stefano, nel morire a Roma, ha reso giustizia anche a tutti questi casi semi nascosti: morti clandestine che se non trovano una cassa di risonanza restano tali all'infinito. Se questo poi servitrà a rendere loro giustizia -ad Aldo, a Stefano alle decine di persone che crepano in carcere - questa è un'altra storia.

lunedì 2 novembre 2009

L'UOMO CHE VOLLE FARSI RE

“La Commissione elettorale indipendente dichiara che Hamid Karzai, che ha raccolto la maggioranza dei voti al primo turno ed è il solo candidato al secondo, è il presidente dell'Afghanistan”. Il responsabile dell'Iec, Azizullah Ludin, l'uomo che ha rischiato di essere defenestrato dal suo incarico su espressa richiesta del “candidato uscente” Abdullah Abdullah, deve aver sudato ieri la sua ultima camicia. Con una decisione che appare del tutto ineccepibile sul piano della logica ha fatto saltare il ballottaggio, proclamato Karzai presidente e fatto tirare un sospiro di sollievo a cancellerie e caserme.

Niente ballottaggio, niente violenze, kamikaze, stragi. Una logica però che stride con la Carta costituzionale e con una legge elettorale che prevede che il ballottaggio si debba comunque tenere se nessun candidato ha superato il 50% al primo turno....<

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