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martedì 22 dicembre 2009

SOLDATI, UN'INCHIESTA SU RADIO3

Guerrieri o soldati di pace? Cos'è diventato oggi l'esercito italiano, con la fine della leva obbligatoria e la moltiplicazione degli impegni internazionali dal Libano ai Balcani, dalla Somalia all'Afghanistan? Cosa pensano i militari italiani del proprio ruolo? Protagonisti di guerre umanitarie, caschi blu, rappresentanti della Nato, soldati europei? Hanno paura, si sentono parte di una missione, che formazione hanno ricevuto, lo fanno per soldi o per fede? Cosa leggono, che rapporto hanno che le popolazioni locali?

Due giornalisti che detestano ferocemente le guerre - Ritanna Armeni e Emanuele Giordana - provano a capire com'è cambiato e cos'è oggi l'esercito italiano

dal 21 dicembre per 15 puntate dal lunedi al venerdi alle 18 su Radio3

A cura di Cettina Flaccavento
Regia di Diego Marras

Vai alla pagina dedicata di Radio3 e scarica il podcast della trasmissione

Nella foto i conduttori Ritanna Armeni ed Emanuele Giordana col regista Diego Marras davanti al patriarcato ortodosso di Pec in Kosovo

sabato 19 dicembre 2009

IL GIOVANE E IL VECCHIO LEONE


Ieri nella sede del Partito Radicale, Rudra Bianzino, accompagnato dallo zio, dall'avvocato Zaganelli e da alcuni militanti radicali umbri (cui va il merito di aver incalzato il partito) hanno tenuto una conferenza stampa. Con lui c'era Marco Pannella, coi capelli sempre più candidi e lunghi che forse ha parlato – come tende a fare – troppo ma che ha testimoniato il sostegno di un vecchio leone a questo giovane leone che è Rudra. Non nascondo che quando l'ho abbracciato, Rudra, mi è venuto un nodo alla gola. In lui vedo mio figlio, di poco più grande, e mi chiedo come si fa, che forza ci vuole, a sopportare il dolore della morte di un padre. Dolore acuito da una verità che non vine fuori. Aldo morì “per caso” o fu ucciso? E, comunque, morì di carcere, su questo non ci piove.

Se Pannella è un vecchio leone della politica italiana (ieri al suo decimo giorno di un ennesimo digiuno), Rudra Bianzino è davvero un giovane leone. Una dignità e una forza che rendono onore a suo padre e a sua madre, Roberta Radici, una donna forte e sincera che ha speso le sue ultime energie per combattere contro la morte di Stato per restituire del compagno l'immagine di un uomo probo, onesto e tranquillo. E capisci da Rudra come dovevano essere i suoi genitori. Ma questo ragazzo, che aveva allora solo 13 anni, è diventato un uomo anzi tempo. Non è invecchiato – ha una peluria che prelude a una futura barba importante come aveva Aldo – ma è maturato rapidamente. Ha dovuto farlo. La Storia prima ancora dei sentimenti glielo chiedeva. Affronta giornalisti e magistrati, politici e curiosi con la dignità propria di una maturità invidiabile. E al contempo resta, fortunatamente, anche un adolescente, le tennis slacciate, il pantalone sdrucito portato con non cale. A maggior ragione questo ragazzo va protetto e sostenuto. Non aiutato. Rudra non ha bisogno di aiuto ma di sostegno si. Di affetto anche. Così che io, ieri, presente da cittadino e non da giornalista, ho potuto finalmente abbracciarlo tenendo le lacrime dentro solo per una forma di pudore. Volevo che sentisse anche il mio affetto di uomo. Da uomo a uomo.

Quanto a Pannella Giacinto detto Marco, di lui tutto si potrà dire. E quante critiche potrei fargli io stesso. Ma quando ho saputo dell'impegno dei radicali e del suo in prima linea, volevo scrivergli per ringrazialo. Per dirgli “Grazie, vecchio leone”. In questa immensa prateria surriscaldata in un pianeta moribondo che circonda un paese degradato e stanco, la tua vitalità resta una risorsa. Così come la tua umanità. Che ieri regalava un filo di speranza. E naturalmente di affetto.


Infine. Ringrazio tutta quella parte di società civile che, nell'assenza della politica, si è data da fare. I compagni radicali che hanno fatto muovere partito e parlamentari. Ma anche i tanti che non conosco e che hanno raccolto soldi, hanno manifestato, scritto, dato una mano. Non bisogna mollare proprio adesso. Il caso è chiuso? Forse per la procura. Ma i casi si possono riaprire. Soprattutto se in tanti chiederanno di farlo

venerdì 18 dicembre 2009

TORNA CHAUDHRY


Bufera in Pakistan dopo l'annullamento del National Reconciliation Order (Nro), emesso dall'ex presidente Pervez Musharraf per consentire il rientro in patria di Benazir Bhutto e di suo marito Asif Ali Zardari, oggi a capo dello stato.

Torna protagonista l'alto magistrato Iftikhar Mohammad Chaudhry e si annunciano guai per il presidente Zardari e i suoi ministri
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giovedì 17 dicembre 2009

BIANZINO, IL CASO E' CHIUSO

E' un silenzio gelato come la neve che imbianca le montagne dell'Umbria quello che da ieri è sceso sul caso di Aldo Bianzino, il falegname di Pietralunga che ebbe il torto di entrare in prigione un altrettanto fredda sera di autunno per uscirne morto due giorni dopo. La procura di Perugia ha deciso con rapidità inesorabile e stupefacente di archiviare: di chiudere, in una parola, il capitolo. Di ignorare cioè le opposizioni degli avvocati alla richiesta di escludere la possibilità dell'omicidio. Aldo Bianzino morì per cause naturali anche se entrò in carcere sano. Solo preoccupato, forse, per la sua compagna, arrestata inspiegabilmente con lui, e per il figlio tredicenne Rudra, rimasto solo con la vecchia nonna in un casale sperduto sui monti dell'Alta valle del Tevere.

La tesi che fu solo il caso a far morire Aldo di quell'aneurisma che implacabile attendeva di scoppiare nella sua testa – tesi liberatoria che sul banco degli imputati mette solo il Fato e il Creatore – è stata dunque ribadita dalla decisione del Gip del tribunale di Perugia che mette i sigilli a un'inchiesta lacunosa su cui grava, lo voglia o meno il giudizio del tribunale, l'ipotesi dell'omicidio a carico di ignoti. Il giudice ha accolto la seconda richiesta di archiviazione del fascicolo avanzata dal pm Giuseppe Petrazzini. A entrambe le istanze si erano invece opposti i famigliari di Aldo. Cui resta tra le mani la sola omissione di soccorso a carico di una guardia penitenziaria e dunque l'ipotesi che alla fine lo Stato sanerà col denaro l'incapacità di accertare la verità.

Sarà quel processo, da celebrarsi la prossima estate, l'ultimo appiglio forse per far riaprire il caso. In quella sede, ripercorrendo quelle ore oscure al carcere di Perugia, la tentazione di vederci chiaro potrebbe risaltar fuori. Proviamo a farlo ora. Bianzino entra in prigione il 12 ottobre 2007 ma la mattina di domenica 14 viene rinvenuto, inanimato, sulla branda superiore del suo letto. I suoi indumenti si trovano, ordinati, su quella inferiore. La finestra della cella è aperta e, sebbene sia ottobre inoltrato, Aldo indossa solo una maglietta a maniche corte. Per il resto è nudo. La notte si è lamentato ma solo al mattino viene trasportato fuori della cella e deposto sul pavimento del corridoio dell’infermeria, sita a pochi metri. Viene innalzato un lenzuolo così che gli altri detenuti non vedano. Un medico dirà: “… non so spiegarmi per quale motivo sia stato portato sul pianerottolo davanti alla porta dell’infermeria ancora chiusa poiché (in altri casi) il nostro intervento avveniva direttamente in cella”. Si tenta la rianimazione, effettuando il massaggio cardiaco: uno dei punti più controversi.
Le indagini rivelano subito “…lesioni viscerali di indubbia natura traumatica (lacerazione del fegato) e a livello cerebrale una vasta soffusione emorragica subpiale, ritenuta al momento di origine parimenti traumatica…”. L'inchiesta si ferma lì: qualche interrogatorio, le perizie, i filmati del circuito chiuso. Viene aperto un procedimento nei confronti di una guardia per omissione di soccorso. Ma poiché l'autopsia ha rivelato che Aldo è morto per lo scoppio di un aneurisma cerebrale, il gioco è fatto. Il caso chiuso.

E il fegato “strappato” dalla sede naturale? E quella perizia secondo cui la lacerazione epatica deve “...essere ritenuta conseguenza di un valido trauma occorso in vita e certamente non può essere ascrivibile al massaggio cardiaco, in riferimento al quale vi è prova certa che avvenne a cuore fermo”? Ma è anche quella una tragica fatalità: la lesione epatica viene ritenuta estranea all’evento letale facendo escludere “... l’esistenza di aggressioni” perché, sostengono gli inquirenti, quella lesione fu l'effetto di un massaggio cardiaco. Così mal fatto da strappare il fegato che, com'è noto, non è esattamente di fianco al cuore.

Non è lecito ipotizzare che quell'aneurisma sarebbe potuto restare dormiente per alti vent'anni se un improvviso fatto traumatico (anche solo emotivo) non lo avesse sollecitato? E non è bizzarro pensare che il massaggio di un esperto possa “strappare” un fegato? Non era sufficiente tutto ciò almeno per un supplemento di indagine? Non aveva, Aldo Bianzino, se non il diritto di continuare a vivere, almeno quello di ottenere giustizia?

sabato 12 dicembre 2009

ADDIO A KAI EIDE


Kai Eide si è dimesso. Le dimissioni del capo della missione Onu in Afghanistan, annunciate ieri con quattro mesi di anticipo sulla scadenza naturale del mandato, sono la ciliegina sulla torta di uno sfilacciamento generale dell'opzione “civile”, già messa a dura prova dalla marcia indietro di Obama suggellata dalla decisione di inviare 30mila nuovi soldati americani cui si aggiungerebbero altri 10mila uomini Nato tra cui mille italiani.

Ma a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, le dimissioni del responsabile di Unama potrebbero anche essere l'occasione per ripensare la missione e il ruolo delle Nazioni unite, la cui immagine è al lumicino, gravata da uno scarsissimo consenso tra gli afgani e dalle manovre più o meno evidenti di indebolire sempre di più il ruolo di una governance mondiale che abbia come riferimento il Palazzo di Vetro, l'unica istituzione sovranazionale di controllo che si possa effettivamente definire democratica e rappresentativa.

Kai Eide prese servizio nel marzo del 2008 e per la verità trovò una missione che aveva già diverse tare, la prima delle quali essere considerata troppo schiacciata sia sulle posizioni del governo afgano sia – il che era ben peggio – su quelle della Nato e cioè della componente militare. Eide reagì promuovendo la prima inchiesta su una strage di civili che gli americani avevano compiuto nella regione occidentale del paese, bombardando nientemeno che un matrimonio, e riuscirono a chiarire diverse cose: non solo l'elevato numero di vittime, che inizialmente era stato come molte altre volte nascosto, ma anche il fatto, come poi ammisero i militari americani, che la strage era avvenuta grazie a false informazioni prese, con estrema leggerezza, per buone. Con Kai Eide, il monitoraggio delle vittime civili, uno dei tasti più dolenti della guerra afgana, divenne un appuntamento fisso e l'occasione per ricordare che il primo mandato dell'Onu era la protezione degli afgani. Ma Unama non riuscì ad andare molto più in là.


Per porvi rimedio, il Palazzo di Vetro decise di ripristinare gli uffici di Ocha, il braccio umanitario dell'Onu nelle situazioni di emergenza, frettolosamente chiusi quando si pensava che l'Afghanistan fosse una bella storia di successo. Dopo un lungo braccio di ferro Eie cede - è la fine del 2008 - ma c'è un'altra tegola in arrivo: le elezioni farsa di agosto 2009. Eide difende il processo elettorale ed entra in rotta di collisione col suo numero 2, Peter Galbraith, un americano che sceglie la strada della trasparenza. Eide lo licenzia. La botta finale però arriva il 28 ottobre scorso quando i talebani uccidono 5 funzionari stranieri in una Guest House di Kabul. Eide, pensa bene di annunciare il funerale della sua missione dicendo pubblicamente, il giorno dopo, che dimezzerà i suoi uomini in Afghanistan.
Travolto dalle polemiche, l'ambasciatore norvegese, oggettivamente su una delle poltrone più calde della scena afgana, deve aver pensato di chiudere anzitempo in un momento in cui le indiscrezioni dicono che il personale internazionale si sarebbe ridotto addirittura a un terzo e che si starebbe pensando di trasferire la sede della missione...a Dubai. Ridimensionandola di fatto a ufficio amministrativo passa-carte. Cosa che forse diversi attori (tra cui Karzai a leggere una recente intervista in parte ritrattata) desiderano. In un momento delicatissimo e in cui l'opzione militare sembra tornata a riprendere il sopravvento, ammesso che l'abbia mai perso, l'assenza o una presenza debole dell'Onu può solo significare far sparire l'ultimo barlume di controllo civile su una guerra ormai ostaggio soltanto di scelte muscolari.

venerdì 11 dicembre 2009

AFGHANISTAN, IL SUCCESSO A PORTATA DI MANO


In Afghanistan il successo è a portata di mano e i 30mila soldati in più promessi da Obama sono il primo passo. Parola di Robert Gates, il ministro della Difesa americano che, in visita al quartier generale della Nato in Afghanistan, sprizza euforia da tutti i pori. E' il 9 di dicembre. Ma non passano forse nemmeno 24 ore che il capo del Comando centrale delle forze americane (Centocom) butta acqua sul fuoco dei facili entusiasmi. E' il generale David Petraeus, il generalissimo che in Iraq aveva inventato il “surge” portando a casa qualche successo, e che, un anno fa, era riapparso nuovamente protagonista nel momento in cui era necessario formulare anche un “surge afgano”. Ma poi le idee del generale erano state sepolte da quelle del presidente Obama, pomposamente annunciate in primavera all'epoca in cui si parlava, si di “surge”, ma di “civilian surge”.
Ora che Barack ha cambiato linea, Petraeus si prende la rivincita....continua su Lettera22

giovedì 10 dicembre 2009

OBAMA E LA GUERRA AFGANA OVVERO NEBBIA SULL'HINDUKUSH


L'atteso pronunciamento di Obama, il 1° dicembre scorso, sull'invio di nuove truppe nel teatro afgano è sembrato soprattutto - visto dall'Afghanistan - un esercizio di matematica. Questa, almeno a cogliere le prime reazioni, appariva la sensazione nelle strade di una capitale accerchiata e in stato d'assedio. Ma anche in parlamento, dove alcuni deputati non allineati con il riconfermato presidente Karzai si sono chiesti se risiedesse nella crescita dell'apparato militare occidentale la soluzione del problema.

I fatti sono noti: diversi mesi fa Barack Obama ha affidato al generale Stanley McChrystal l'incarico di compiere un'indagine approfondita sulla situazione e di proporre una soluzione. McChrystal, nominato in primavera non solo comandante delle truppe Isaf/Nato (circa 71.000 uomini di cui 34.800 americani), ma anche responsabile delle truppe statunitensi nell'area, è un uomo pragmatico e di esperienza. Nel cumulare le due cariche, ha in parte risolto indirettamente uno dei maggiori problemi della presenza militare occidentale (termine improprio visto che anche paesi asiatici ne fanno parte) in Afghanistan: la complessa e controversa coesistenza di due missioni militari con diverso mandato e composizione Isaf/Nato e Operation Enduring Freedom, infatti, si sono distinte per la quasi totale mancanza di coordinamento e per aver creato più di una confusione sui ruoli e soprattutto sulle responsabilità, specie nel caso di vittime civili.

McChrystal indica nella mancanza di adeguata sicurezza per gli afgani la causa principale della diminuzione del consenso locale e propone una nuova strategia militare per contenere – più che per vincere, si potrebbe dire – i talebani: rinsaldare le posizioni dove la Nato controlla già il territorio, abbandonando le zone più difficili da garantire permanentemente; rafforzare l'esercito (Ana) e la polizia nazionali, portandoli in tempi rapidi ad una accresciuta capacità operativa e numerica (si è detto sino a 400.000 unità); aumentare infine di almeno 40.000 uomini il contingente americano in Afghanistan chiedendo nel contempo uno sforzo ai partner europei nelle stessa direzione.

Pur contenendo la già famosa relazione di McChrystal diversi elementi “politici”, non spettava a un generale entrare nel merito della cosiddetta “opzione civile”, la primigenia idea di Obama per capovolgere, dopo otto anni, la strategia nell'area afgano-pachistana. Ma la risposta del presidente americano ha dato l'impressione di essere soprattutto il frutto di una trattativa interna tra i fautori dell'opzione militare e quelli (come in origine Obama stesso) più propensi a rafforzare l'azione politico-diplomatica. L'opzione “civile” - di cui nel discorso del presidente del 1° dicembre si ritrova una sola flebile traccia - gode infatti di scarsi appoggi. Inoltre, l’inviato speciale per la regione, Richard Holbrooke, non gode più di ottima stampa dopo i risultati farseschi delle elezioni presidenziali e l'ondivaga posizione dell'Amministrazione (Karzai no, forse si, però...). La strategia diplomatica – di cui proprio le presidenziali avrebbero dovuto segnare un nuovo avvio – ha mostrato la corda e tagliato le ali a quanti pensavano a una svolta, e a tempi brevissimi per la “transizione” e dunque per un vero trasferimento del potere (civile e militare) a un governo afgano rinnovato e legittimo, affidabile e con largo consenso.

Vista da Kabul, la scelta eminentemente militare del presidente, pur con una sua logica, appare pertanto insoddisfacente. E sembra essere soprattutto una resa alle logiche interne e pre-elettorali americane, prima ancora che una scelta ponderata, primo passo di una certa e sicura strategia. Quanto infatti può cambiare dal punto di vista anche solo militare la presenza di 37.000 soldati in più (sempre ammesso che la Nato nel suo complesso confermi le promesse)?

In termini reali ciò significa un aumento della forza operativa sul terreno (i combattenti) di circa 7-10.000 uomini. Troppo pochi per un'estensione del controllo territoriale, e non molti nemmeno per dare una spallata nelle aree dove McChrystal vuole concentrare il suo operato: prevalentemente, sembra di capire, nei grandi centri delle regioni di Kandahar ed Helmand e lungo le maggiori direttrici viarie. Queste ultime sono oggi del tutto fuori controllo, e hanno obbligato persino gli americani – attraverso l'intermediazione di alcune chiacchierate società afgane – a venire a patti con la variegata compagine insurrezionale, che comprende talebani di varie filiere, signorotti della guerra che amministrano enclave territoriali, banditi più o meno organizzati.

Il “civilian surge”, quasi sparito nel discorso del presidente, resta un'opzione a mezza bocca degli europei, troppo preoccupati della sicurezza e troppo attenti a quel che dice l'alleato americani per pronunciare verbo. Del resto, l'Europa sembra procedere in ordine sparso. I britannici hanno convocato quasi d'imperio la conferenza di Londra di gennaio nella quale, a quanto è dato capire, si parlerà soprattutto di esercito afgano. I francesi sembrano propensi a mantenere un profilo basso. Gli italiani hanno rilanciato l'idea di una conferenza internazionale da tenersi a Kabul ma non è chiaro su quali argomenti. Un piano di ricostruzione del paese, come fu abbozzato dal “Compact” di Londra e ribadito a Parigi l'anno scorso, avrebbe in realtà bisogno di un nuovo assessment: ma, tra la donors fatigue e i conti con le opinioni pubbliche interne, ogni paese appare propenso a investire nelle sole aree dov'è presente col suo contingente militare, abbandonando il resto del paese al suo destino o nelle mani di quel che resta delle Nazioni Unite. D’altro canto, le stesse Nazioni Unite danno l’impressione – dopo l'attentato del 28 ottobre alla Guest House di Kabul – di essere in piena ritirata, seppur con l'importante eccezione dell'Ufficio per gli affari umanitari – Ocha – tornato ad aprire i suoi uffici in gennaio dopo sei anni di assenza. L’ONU avrebbe comunque congelato due terzi dei suoi funzionari internazionali e si ventila addirittura uno spostamento degli uffici a Dubai.

Il quadro è insomma a tinte fosche. Un sondaggio recente fa dire a sette afgani su dieci che le principali cause del conflitto sono povertà e disoccupazione; ed è evidente una sempre maggior apertura alla trattativa anche di coloro che erano contrarissimi a negoziare con la guerriglia. Quello della riconciliazione nazionale e del reintegro dei combattenti è peraltro il primo punto citato da Karzai nel discorso di insediamento del 19 novembre (nel quale ha messo all'ultimo posto, lui pure, le politiche sociali). Ma il governo, che ancora non ha un nuovo esecutivo, appare debole, privo di supporto interno e internazionale. Non solo per via del drammatico esito elettorale, ma per l'endemico problema della corruzione, assunto a principale temine di valutazione della nuova scommessa Karzai (che ha promesso sul tema l'ennesima conferenza).

Futuro incerto dunque, in una sorta di sfilacciamento dell'iniziativa politica che attraversa una fase di stanca e che, al momento, sembra accontentarsi della scelta eminentemente militare di Barack Obama. Una scelta che, al contempo, contiene il segnale in cui tutti forse speravano: 18 mesi di tempo e poi via. Verso un ritiro dignitoso dei soldati, sperando che tutto vada per il meglio.

Tempistica e indirizzo, più che annunciare una “sindrome Vietnam”, sembrano ricalcare i passi compiuti dall'URSS quando, arrivata al picco di una presenza di 150.000 soldati, al nono anno di guerra iniziò a prefigurare il ritiro puntando sulla tenuta del governo di Najibullah e sull'iniziativa di riconciliazione nazionale (fallita) promossa dall'ultimo presidente filosovietico. Un epilogo che nessuno oggi a Kabul vuole assimilare a quanto invece gli assomiglia sempre più tragicamente: la vigilia di un ritorno al passato. Era il 1989 quando, dopo dieci anni di guerra, i sovietici attraversarono l'Amu Darya per andarsene con la coda tra le gambe.

Questo articolo è uscito oggi su
Aspenia online

martedì 8 dicembre 2009

COLPO DI MANO IN EDICOLA

Il comunicato della Fnsi sul "colpo di mano" contro i piccoli giornali.

“Con un colpo di mano il Governo e la maggioranza hanno improvvisamente cancellato il “diritto soggettivo” dei giornali di idee, di cooperative e di partito a percepire dal 2010 i contributi “diretti” previsti dallo Stato contraddicendo impegni assunti dal Parlamento e dallo stesso Governo. La Commissione Bilancio della Camera, infatti, ha approvato il maxi emendamento del Governo, impedendo nei fatti ogni possibilità di miglioramento del testo che ora “blindato” andrà al voto dell’aula.
Si tratta di una scelta molto grave che mette a repentaglio la possibilità stessa per un centinaio di testate dei più diversi orientamenti politici e culturali di continuare a offrire informazione e dibattito di idee. Si rendono incerte risorse necessarie per la loro esistenza, senza tra l’altro alcuna “bonifica” del settore a favore delle testate che realmente sono in edicola. Così molti posti di lavoro saranno a rischio e le aziende avranno la reale difficoltà ad approvare i bilanci per il prossimo anno.

La Fnsi e il coordinamento dei cdr delle testate coinvolte fanno appello al Parlamento perché intervenga per bloccare questa operazione che mette a rischio il pluralismo dell’informazione nel nostro paese.
E’ con questo spirito che la Fnsi e i cdr si rivolgono a tutti i colleghi, ai cittadini, alle forze politiche e sociali per condurre assieme questa battaglia di democrazia e per questo hanno indetto una conferenza stampa per mercoledì 9 dicembre alle ore 13 nella sala del Mappamondo della Camera”.

lunedì 7 dicembre 2009

L'ULTIMA DEL DIARIO

Il futuro dell'Afghanistan in due scatti di due bravi fotografi a trent'anni di distanza. Ma per vedere le due immagini cui fa riferimento il testo bisogna comprare l'ultimo (aihnoi) numero del Diario da sabato scorso in edicola


Se il futuro è anche la somma degli errori del passato, gli americani e la Nato sembrano aver imparato poco dall'esperienza pregressa. In Afghanistan infatti, più che una “sindrome Vietnam”, si assiste a una sorta di “incubo Armata rossa”, il “torrente d'acciaio” che sul finire del 1979 fu inviato da Mosca a Kabul per sostenere il governo “amico” di Afizullah Amin. Dopo quasi un milione di morti, oltre 4 di feriti e 5 di sfollati, l'Armata rossa lasciò il paese che doveva avvitarsi in una guerra civile durata 4 anni e seguita dall'oscuro periodo del regime talebano. Erano passati dieci anni. Nove invece da che le truppe occidentali sono sbarcate a Kabul nel 2001.

Quando i sovietici entrarono in Afghanistan, un fotografo italiano che si trovava in Iran partì per Kabul con un visto turistico. Riuscì a passare inosservato – unico giornalista occidentale nella capitale afgana – perché utilizzava, oltre alla grande abilità che lo ha consacrato tra i padri del fotogiornalismo, una piccola fotocamera con cui per primo documentò l'invasione. Lo scatto di Romano Cagnoni alla vostra sinistra racconta quel periodo: dall'alto della collina di Wazir Akbar Khan nel cuore di Kabul, guarda l'imbuto tra le montagne che porta verso Nord, al passo di Salang, l'unica strada, adesso come allora, che era ed è possibile percorrere senza grandi rischi. Verso la grande base militare sovietica di Baghram, che è oggi il quartier generale delle truppe Usa.

Trent'anni e
quattro conflitti dopo, Romano Martinis, casualmente, è andato sulla stessa collina e ha fotografato, con qualche grado di differenza, la valle di Kabul che guarda verso il passo di Salang. Vi si nota una città cresciuta dai 500mila abitanti dell'epoca presovietica ai 4 milioni attuali. E dell'Armata rossa che Cagnoni fotografò, resta adesso un carro armato arrugginito che guarda immobile la città. Se qualcosa non cambia rapidamente in Afghanistan, se non arriverà al più presto una svolta a 360 gradi che pare ormai impossibile, tra trent'anni potremmo vedere uno scatto molto simile. Forse una città più grande. Forse una jeep americana arrugginita, che guarda immobile verso il Salang Pass.

giovedì 3 dicembre 2009

FB CENSURA PAOLA CARIDI

Quale che sia il motivo per cui siete arrivati al mio blog (i levrieri, le birrette o la guerra afgana) vi prego adesso di fare un salto su quello di Paola Caridi, oggetto di un'odiosissima censura da parte di FaceBook. Paola ha semplicemnte postato sulla scheda di Lettera22, la nostra associazione, le date dei suoi appuntamenti italiani per la presentazione di Hamas, un libro inchiesta sul movimento islamista...ma si è vista canecellare le date da FB con questa delirante motivazione: The event "Hamas" has been removed because it violated our Terms of Use. Among other things, events that are hateful, threatening, or obscene are not allowed. We also take down events that attack an individual or group, or advertise a product or service. Continued misuse of Facebook's features could result in your account being disabled. (il neretto è mio).


Sono senza parole ma la cosa richiede anche una reazione. La prima, mi pare, attestare solidarietà a Paola (credo dia sufficiente per chi non la conosce leggere il suo profilo)scrivendole sul suo seguitissimo blog "Arabi invisibili". Al resto penseremo noi come gruppo chiedendo conto ai soloni di FB. Censurare un libro - per noi che siamo contrari anche alla cancellazione di un delirio come Mein Kampf - è la cosa più odiosa che si possa fare, specie se si cancella la data di un incontro dove se ne può discutere. Anche attaccandolo.

A CHE SERVONO 30MILA SOLDATI IN PIU'?


Il discorso di Obama e la scelta di inviare nuove truppe nel teatro afgano dev'essere sembrato agli afgani soprattutto un esercizio da pallottoliere: aritmetica, non poltica. E ciò non tanto alla comunità dei diplomatici internazionali, degli ufficiali della Nato o dei funzionari del governo Karzai, quanto per il popolino della capitale o delle centinaia di villaggi sperduti dove è tanto se arrivano le onde corte della radio. Già edotti sulla nuova strategia statunitense, sia dalle indiscrezioni diplomatiche, sia dalle numerose anticipazioni uscite sulla stampa americana e non, i primi già sapevano. Gli ultimi invece non devono aver capito cosa esattamente ci fosse dietro questa “melina” durata tre mesi che aveva come oggetto le cifre del nuovo surge militare: 30mila soldati, come alla fine Barack Obama ha deciso, 40mila come il generale McChrystal aveva consigliato e chiesto, 20mila se non meno come sembrava che il presidente e alcuni suoi consiglieri avrebbero preferito. L'espressione del suo viso - quella si giunta via televisione nelle case dei molti che dal 2001 l'hanno comperata e che oggi offre mille canali - appariva contratta, come se nemmeno lui fosse tanto convinto di una scelta che lancia un indubbio segnale: ossia soprattutto e ancora opzione militare. Pur se con una scadenza.

Ma qui a Kabul, in questa città sospesa sulla guerra, l'aumento dei soldati stranieri non è un argomento di grande appeal. Anche chi non vuole che la Nato faccia le valige – e i sondaggi dicono che si tratta ancora della maggioranza, benché sempre più risicata, degli afgani – non sa che farsene di più truppe. A cosa servono, si chiedono, nuovi soldati? E quanto costeranno? (30 miliardi l'anno, a quanto pare).

“Questi – mi dice un cittadino mentre facciamo a piedi una lunga arteria della capitale afgana – pensano solo alla loro sicurezza”, e indica le camionette verdi a pick up di cui è dotata da due anni la polizia nazionale. A parte lo scontato apprezzamento di Karzai e dei suoi ministri ancora in carica, un parlamentare uscito sconfitto dalle elezioni presidenziali - Ramazan Bashardost qualificatosi al terzo posto - si fa la domanda retorica: “A cosa servono più truppe, più militari? A nulla. I soldati americani sono i benvenuti ma non quando uccidono afgani innocenti”. Anziché aumentarne il numero, sembra intendere l'uomo che rappresentava forse l'unica vera alternativa a Karzai (ha preso il 10% del voto e senza brogli) sarebbe meglio ragionare con più attenzione – come del resto lo stesso generale McChrystal sostiene – sulla sicurezza degli afgani. Degli afgani appunto, non la nostra.

Ma se la notizia dell'aumento dei soldati era nell'aria, ce n'è un'altra che gira sotto traccia a Kabul. Nulla di ufficiale ma pare che la vecchia strategia del generale David Petraeus, l'ex comandante e in capo della forze armate americane in Iraq e poi passato a guidare il Comando centrale (Centcom) negli Stati Uniti, stia per risorgere. Ma questa volta il piano di armare le milizie tribali -un esperimento già tentato e poi abbandonato nel gennaio scorso nell'area di Wardak a pochi chilometri dalla capitale - non sarebbe una sola idea americana: ci sarebbe la Nato a preparare, in collaborazione col ministero dell'Interno, questa nuova riedizione di un esercito tribale filogovernativo e dal governo e dall'Alleanza sostenuto e finanziato. Sarebbe il quarto dopo quello della Nato, l'esercito nazionale e l'immensa e difficilmente quantificabile macchina da guerra dei contractor, le milizie private sorte come funghi, con capitali nazionali e afgani e che conta almeno 30mila uomini. Ma che, dicono le indiscrezioni, potrebbero a salire a 70mila soprattutto per proteggere caserme e logistica degli americani a cui i talebani, poche ore dopo il discorso di Obama, hanno promesso nuovi e crescenti attacchi. Ai contractor, sembra di capire, sarebbe affidato il compito di coprire il ritiro, tra 18mesi, dei primi reparti americani. Un rientro da completare prima che Obama si ripresenti nuovamente, nel 2012, ai suoi un po' più scettici elettori.
Ma tornando al discorso del presidente, anche un altro fatto va notato.

Aver puntato tutto sull'opzione militare può servire a due cose: accompagnare una strategia negoziale mostrando il pugno duro e cercando di negoziare da una posizione di forza. Oppure che il presidente pensa davvero che 40mila soldati in più potranno sconfiggere i talebani “cattivi” consentendo ai “buoni” di lasciare la lotta armata reintegrandosi nei ranghi della società civile. Ma non è chiaro qual è o quale sarà il legame tra questa scelta del presidente americano e il pronunciamento, appena una settimana fa, di Hamid Karzi, il giorno del suo insediamento. Al primo posto c'era proprio una mano tesa al negoziato con la guerriglia. Una strada che, nel discorso di Obama, non è stata neppure vagamente indicata.