Visualizzazioni ultimo mese

Cerca nel blog

Translate

sabato 27 febbraio 2010

SOLDATI, MENO ONU PIU' NATO


I mille soldati
che il ministro La Russa ha promesso per l'Afghanistan sono per adesso solo 170. Che non arriveranno prima di giugno. Solo a ottobre, se tutto va bene e saranno pronte le strutture logistiche per accoglierli, l'Italia manterrà la promessa.

Ma il dado è tratto, con una prima dichiarazione in dicembre ribadita in questi giorni dal ministro, per incassare subito quello che il governo ritiene il dividendo politico da ottenere: dimostrare all'alleato americano e alla Nato che l'Italia scatta sul signorsì, tra le prime nazioni a rispondere all'appello di Stanley McChrystal, il comandante in Afghanistan sia delle truppe Usa sia di quelle Isaf/Nato, che ha già ottenuto da Obama 30mila nuovi marine e ha chiesto alla Nato di garantire truppe fresche. In una situazione complicata dal ritiro imminente dei soldati dei Paesi bassi.

L'Italia ha circa 3mila uomini impegnati in Afghanistan. In buona sostanza, i 500 soldati che Roma aveva mandato in estate per sostenere il processo elettorale, non sono mai tornati, andandosi ad aggiungere ai circa 2500 di stanza soprattutto ad Herat, dove l'Italia ha la responsabilità del comando Nato nel settore Ovest del paese.

A conti fatti dunque, prima che scenda l'inverno, gli italiani schiereranno circa 4mila soldati che resteranno soprattutto impegnati nell'area di Herat dove di fatto si sono ridislocati i 500 soldati “elettorali”, previsti come supporto alla controversa maratona da cui è uscito “vittorioso” Hamid Karzai.
Piuttosto silente, per non dire afono, sull'aspetto politico e sul surge” civile a gran voce evocato, il governo italiano (in questo confortato dall'afonia che caratterizza sul tema anche l'opposizione) affida la partita afgana interamente ai militari, dimenticando forse che sono esecutori di ordini e non protagonisti di svolte che competerebbero alla politica. Ma né La Russa né Berlusconi sono andati più in là, né lo ha fatto Frattini, l'unico per altro a tentare di delineare una strategia anche se non certo innovativa.

Il problema dunque
non è tanto che cosa bisogna fare in Afghanistan, quanto come trovare i mille uomini promessi. Una palla che il governo ha passato volentieri ai soldati per i quali provvedere mille unità non sarà uno scherzo. Di certo si sa che la metà di loro arriverà dal ritiro di parte dei nostri militari in Kosovo (un centinaio) e di un discreto numero in Libano (circa 300 su oltre 2mila che comprendono però anche la componente navale), un numero probabilmente destinato a crescere approfittando del fatto che il comando di Unifil è passato da mani italiche (generale Graziano) a responsabilità spagnola. Una mossa destinata a irritare ancora di più Beirut già contrariata dall'annuncio del primo ritiro.
Presenti in 27 missioni internazionali, gli italiani in divisa in missione all'estero sono oltre 8mila. Roma, in sostanza, sottrarrà alle missioni Onu per dare alla Nato e dunque molto presto la metà dei soldati tricolore sarà impiegata nel teatro afgano. Con che compiti?

“Purtroppo – spiega Federica Mogherini del Pd – veniamo interpellati solo sul rifinanziamento delle missioni, in una parola sul via libero finanziario. Ma quando si tratta di discutere del merito... Certo – aggiunge - in qualche modo c'è un passaggio parlamentare se il ministro viene a riferire in commissione, ma il parlamento è esautorato dal dettaglio, cioè il come dove quando e con che fine. Un limite forte tanto che si sta lavorando a una legge quadro che consenta a Camera e Senato di entrare nel merito delle missioni”.
Una volta decise, in buona sostanza, ci pensa il governo ed è la Difesa a scegliere cosa e come fare.

mercoledì 24 febbraio 2010

IL GOLPE ELETTORALE DI KARZAI

Con un colpo di mano che non promette nulla di buono, il presidente afgano Hamid Karzai ha modificato l'articolo 61 della legge elettorale che decide della composizione della Electoral Complaints Commission (Ecc), la commissione elettorale voluta dall'Onu e che limitava di fatto i poteri presidenziali. Il testo non è ancora stato tradotto dal dari in inglese, ma la preoccupazione dei diplomatici occidentali è forte: con questa mossa si potrà mettere la mordacchia all'istituzione con cui la comunità internazionale poteva intervenire come controllore terzo dei lavori della Commissione elettorale nazionale (Iec).

L'emendamento darebbe a Karzai la possibilità di scegliere i cinque componenti della Commissione sottraendone il controllo alla comunità internazionale che fino ad ora aveva invece titolo per farlo attraverso le Nazioni unite. Non solo, a quanto è dato sapere, uno fra gli eletti avrà diritto di veto. Potrà dunque bloccare qualsiasi rilievo la Commissione decida sull'andamento del voto. Presumibilmente in linea con i desiderata del capo dello Stato....


Leggi tutto su Lettera22

martedì 23 febbraio 2010

STRAGE FUORI PROGRAMMA

Un'abilità pervicacemente disastrosa che, ciclicamente e ripetutamente continua a servirsi dei bombardamenti aerei, fa della guerra afgana l'ennesimo spot di una macelleria a buon mercato. Un convoglio “sospetto” viene identificato domenica in Uruzgan. E' la solita carovana di poveracci in fuga dal terreno della guerra che la guerra è destinata a reincontrare dall'aria. Chissà c'è forse anche qualche “talebano” tra loro.


Di certo ci sono tra 33 civili (27 secondo altre fonti), tra cui donne e bambini, che perdono la propria vita. Un numero di vittime, con un colpo solo, che sembra pari a quello che la Nato ha fatto in dieci giorni con l'Operazione Moshtarak nell'Helmand, la regione appena sotto Uruzgan.
Qualche solerte comandante però non deve essersi reso conto che il mondo sta guadando con attenzione come Moshtarak viene condotta anche per verificare se se è vero che “non sarà un'altra Falluja”, l'esercizio di macelleria irachena messo in atto dalle truppe americane qualche anno fa. Ma ecco che l'immagine di Falluja, dei morti troppo facili, delle stragi a costo zero fabbricate con una disattenzione feroce nei confronti dei civili, torna a farsi viva.

Lo spettro della morte che un'operazione asettica, come il generale McChrystal, comandante in capo delle truppe americane e della Nato/Isaf in Afghanistan, avrebbe voluto appunto evitare, test di un nuovo modus operandi. Non un'altra Falluja insomma. Non un'altra Kunduz, Balalboluk, Herat, Nangharar per citare alcune delle stragi più recenti effetto di raid aerei....
Leggi tutto su Lettera22

lunedì 22 febbraio 2010

SEQUI, SMACCO PER ROMA O PER KABUL?

Nello stesso giorno in cui si diffonde la notizia dell'ennesima strage in Afghanistan avvenuta domenica (di cui riferirò domani), un'altra pessima se ne aggiunge sotto il profilo, questa volta, diplomatico.

All'ambasciatore italiano Ettore Sequi, rappresentante della Ue a Kabul, viene preferito nell'avvicendamento l'ex ministro degli Esteri lituano Vygaudas Usackas. Ma non è uno smacco per l'Italia, come qualcuno si affretta a dire: è uno smacco per l'Afghanistan. Usackas infatti si è da poco dimesso per divergenze col suo presidente, Dalia Grybauskaitė, sui famosi voli segreti della Cia che, secondo l'ex ministro, erano alla fin fine operazioni regolari. Un'ottima carta per presentarsi davanti al governo di Kabul che non nasconde la sua contrarietà per il carcere chiuso di Bagram, la prigione extra territoriale nella grande base americana in Afghanistan

Il ministro Frattini si è affrettato a difendere la scelta dell'Alto rappresentante per la politica estera europea Catherine Ashton che a Sequi ha preferito il ministro delle extaordinary rendition: Sequi – dice - la Aston se lo terrà e qualcosa gli farà pur fare per non “perderne l'expertise”. Ma Franco Frattini perde l'occasione per chiedersi come mai a un diplomatico senza macchia (non importa se italiano o meno) la Ashton preferisca – questa la sua motivazione - un politico...con la giacca piena di schizzi di fango. La verità è che il lituano è stato imposto dai britannici. E' un uomo loro come loro è Mark Sedwill (ex ambasciatore britannico a Kabul), il rappresentante civile della Nato che, su pressione di Londra, va a sedersi sulla sedia occupata dall'italiano Fernando Gentilini. Vittoria dell'Union Jack e occasione persa per il tricolore. Ma non per rispetto dell'Italia. Per rispetto dell'Afghanistan.

Sopra Usackas, sotto, in giacca blu, Sequi

sabato 20 febbraio 2010

ORGOGLIO DI FAMIGLIA

'La meglio gioventù' di Marco Tullio Giordana è entrato nel novero dei film che Newsweek considera da non dimenticare. E da vedere. Tanto per essere esterofili, ecco cosa Newsweek scriveva del film di Marco Tullio nel 2005...



AND NEVER A DULL HOUR
DON'T BE DAUNTED: THIS EPIC IS WORTH YOUR TIME.
By David Ansen | NEWSWEEK
From the magazine issue dated Mar 14, 2005

I confess that I took a deep, anxious breath before plunging into Marco Tullio Giordana's six-hour epic melodrama "The Best of Youth." The movie, originally conceived for Italian TV, plays out in two three-hour installments that follow two brothers, their friends, lovers and family, from 1966 to 2003. For the first hour, I had my doubts that the journey would be worth the effort. And then it was no effort at all: like a great page-turning novel you want never to end, "The Best of Youth" swept me deep inside the twisting lives of its singular characters.

Matteo (Alessio Boni) and Nicola Carati (Luigi Lo Cascio) are the two brothers. They are students when we first encounter them, sharing their generation's dream of freedom and radical social change. Impulsively, idealistically, they liberate a young girl (Jasmine Trinca) from a mental institution, where she has nearly been destroyed by electroshock therapy, intending to take her back to her father. This adventure does not have the happy ending they intended, and it marks the beginning of their divergent paths. For Nicola, the more gregarious, easygoing brother, it leads him to a career as a quasi-Laingian psychiatrist. For the intense, angry Matteo, terrified by intimacy, freedom proves too threatening: he abandons his studies and joins the police, seeking refuge from his demons in a world of rules and regulations.

Their lives will interact in surprising ways with the epochal events of modern Italian history--the floods that devastated Florence in the '60s, the mafia scandals in Sicily, the street battles between students and police, the rise of the terrorist Red Brigades in the '70s, which lures Nicola's pianist wife, Giulia (Sonia Bergamasco), away from both her art and her husband. There's nothing schematic or generic about this sweeping tale: Giordana and his writers (Sandro Petraglia and Stefano Rulli) respect the mystery, and the humanity, of all its characters. Rarely have tears been so well earned. Smart, generous, as subtle as it is expansive, this is storytelling of a rare order. Six hours may seem like a big investment, but the emotional pay-back is beyond price.

giovedì 18 febbraio 2010

CHI E' MULLAH BARADAR

Due parole in più su Mullah Abdul Ghani Baradar che ha adesso le manette ai polsi. L'uomo che viene ritenuto il braccio destro del capo talebano mullah Omar è stato arrestato una settimana fa, l'8 febbraio, a Karachi, in Pakistan. Operazione congiunta dei servizi segreti pachistani e americani.

La notizia è uscita l'altro ieri sul New York Times e si è propagata su tutti i siti di informazione con tutte le domande che una simile bomba solleva proprio mentre è in corso l'offensiva militare più improntante messa in campo dalla Nato in Afghanistan dal 2001. Mullah Baradar non è infatti un talebano qualsiasi.

Nel 2004 autorizza una delegazione di negoziatori del movimento a recarsi nella capitale per trattare con Karzai, come ha rivelato a Newsweek nell'agosto scorso Maulvi Arsala Rahmani, un ex dirigente del movimento talebano che ora vive a Kabul e che allora ne fece parte. Fu Baradar a dare la luce verde e a pagare le spese di viaggio di quello che, evidentemente, fu un viaggio fallimentare. Ma secondo il webmagazine AsiaTimes fu sempre Baradar a rappresentare mullah Omar in tutti i negoziati con il governo e gli americani che, più o meno direttamente, sono stati avviati con la mediazione saudita da due anni a questa parte. La sua fama infatti dice che sarebbe lui l'anima flessibile e pragmatica del movimento: l'uomo che, già vice ministro della Difesa all'epoca dell'emirato, dirigeva tutte le orazioni militari, ne decideva la strategia e la seguiva personalmente sul terreno, senza per questo rinunciare ad essere una delle anime più importanti del dibattito politico nel movimento. Dibattito che gli avrebbe fruttato diversi nemici: i puri e duri come, ad esempio, mullah Dadullah, il sequestratore di Daniele Mastrogiacomo poi misteriosamente ucciso dalle forze internazionali. Secondo alcuni grazie a una “spiata” degli stessi talebani.

Ma se il numero due della cupola talebana viene arrestato l'8 febbraio, perché la notizia non viene resa pubblica? Il Times sostiene di averlo saputo l'11 ma di non aver pubblicato su richiesta di funzionari della Casa bianca che avrebbero imposto il silenzio per non mettere a rischio una più vasta operazione di intelligence mirata proprio a catturare Omar. Secondo alcune fonti l'arresto di questo possibile mediatore avrebbe dunque guastato qualsiasi nuovo piano negoziale. Per altri invece, l'arresto configurerebbe proprio la possibilità di aprire una strada alternativa al conflitto.

Un profilo di Abdul Ghani Baradar, personaggio che rifugge da sempre i riflettori della cronaca, è un puzzle complesso: classe 1968, è nato nel villaggio di Weetmak nel distretto meridionale di Dehrawood (provincia di Uruzgan). Noto anche come Baradar Akhund, è uno dei fondatori del movimento talebano con Omar con il quale condivideva le stanze della madrasa di Maiwand e con cui prese parte alle prime azioni in Afghanistan e alla direzione strategica di tutte le operazioni militari successive. Pashtun come Omar (ma non dello stesso clan), Baradar segue tutta la parabola del suo capo. Fugge in Pakistan dove entrerà a far parte della Shura di Quetta, la città del Belucistan pachistano dove avrebbe sede il “Gran consiglio” talebano, ed entra di diritto nella lista nera dell'Onu. I suoi beni vengono congelati e i suoi movimenti spiati.

I suoi rapporti con l'Isi, i servizi segreti pachistani sono buoni. Compete a lui nominare – o licenziare - i comandanti regionali e persino i “governatori” talebani nelle aree sotto il controllo della Shura di Quetta. Ma è anche l'uomo delle decisioni politiche e delle grandi scelte strategiche. E' inoltre il tesoriere dei talebani, l'uomo che controlla il flusso finanziario di denaro che arriva dal fiorente mercato degli stupefacenti e che viene utilizzato dalla guerriglia per il traffico d'armi. Controlla i quattrini che affluiscono nelle casse del movimento grazie a sequestri, pedaggi sulle strade, taglieggiamenti inflitti alle stesse forze della Nato quando, seppur indirettamente, i talebani pretendono una tangente per consentire ai camion del rifornimento logistico per le truppe di viaggiare “sicuri” nel Sud del paese.
Il suo arresto è dunque un duro colpo per l'organizzazione. E segna forse l'inizio di una nuova stagione.

Nelle (rare) immagini: da sinistra in alto Baradar, Omar, Dadullah

mercoledì 17 febbraio 2010

OPERAZIONE "INSIEME", QUARTO GIORNO

Mentre dal Pakistan arriva la notizia di un arresto eccellente della gerarchia talebana – mullah Baradar, numero 2 della cupola in turbante - l'Operazione Moshtarak va avanti. Con difficoltà. Difficoltà reciproca, sia per i talebani, sia per la Nato che vi starebbe impiegando circa 7mila uomini, in larghissima maggioranza americani e britannici, accompagnati da un numero equivalente di soldati afgani e da diverse centinaia di poliziotti cui spetterebbe il compito di prendere poi in consegna le zone “liberate”.

L'avanzata delle truppe Nato è ritardata dai famosi “Ied”, gli ordigni di fabbricazione locale con cui i talebani hanno disseminato strade e campi e che, assieme ai cecchini, sono il pericolo maggiore. Le forze talebane (valutate tra 500 e mille guerriglieri) si sarebbero già ritirate lasciando alle mine e ai cecchini, difficili da individuare, il compito di opporre resistenza a un'avanzata che la guerriglia sa di poter solo rallentare. Quanto durerà? Difficile dirlo anche se quel che è certo è che non si tratta di una passeggiata, pur se l'esito è abbastanza scontato.

Il brutto verrà dopo: una volta conclusa la seconda fase dell'Operazione Moshtarak (“Insieme” in lingua dari), quella della battaglia di terra preannunciata da bombardamenti durati circa una settimana, sarà infatti necessario fare i conti con la capacità di “tenere” le aree conquistate (per ora i distretti di Marjah e Nad Ali). Ma la guerra potrebbe anche dilagare altrove se è vero che circa 2mila abitanti di Nimroz, provincia attigua all'Helmand (sudovest) e apparentemente non interessata dall'offensiva, hanno lasciato la propria area di residenza per raggiungere le altre famiglie (in totale quasi 1500) già sfollate dall'Helmand a Lashkargah, la capitale provinciale, per un totale di quasi 9mila anime. Secondo quanto denunciato dai medici dell'ospedale di Emergency, e confermato al Riformista da fonti locali, i check point militari sulle strade che conducono alla prima linea bloccano il passaggio di chi cerca di uscirne e soprattutto dei feriti in cerca di soccorso. Risulta così complicato capire le conseguenze dell'offensiva sul piano delle vittime civili.


A quanto risulta facendo un calcolo sulle diverse informative, i morti tra i civili sarebbero almeno 17 cui si aggiungerebbero, riportava la Bbc, altre cinque persone uccise per errore perché ritenute essere in procinto di piazzare, nella vicina provincia di Kandahar, una mina lungo una strada. I numeri sugli insorti sono invece confermati da più fonti: 27, tra cui almeno sei “stranieri”. Altri 11 talebani sono agli arresti. Altri si sarebbero dati alla fuga bruciando le proprie armi per non lasciarle cadere in mano Nato.

martedì 16 febbraio 2010

ARRESTATO IL BRACCIO DESTRO DI MULLAH OMAR

E' una notizia clamorosa arresto di mullah Abdul Ghani Baradar, ai cui polsi le manette sarebbero scattate l'8 febbraio a Karachi, il grande porto del Sud del Pakistan. Baradar è il numero 2 della filiera che fa capo a mullah Omar e alla Shura di Quetta, il gran consiglio della guerriglia afgana: è l'uomo che molti indicano – benché il suo nome sia poco noto - come il delfino di mullah Omar, il gran capo semcieco, di cui Baradar è uno dei più antichi compagni, fondatore con lui del movimento nei primi anni Novanta.

La notizia è arrivata oggi quando il New York Times ha l'ha data con rilievo. Secondo alcuni osservatori l'arresto di un personaggio più morbido e flessibile di Omar e che viene visto come un possibile”pontiere” tra gli emissari del governo Karzai e la cupola di Quetta, avrebbe mandato all'aria qualsiasi piano negoziale. Ma secondo altri, l'arresto preluderebbe proprio alla possibilità di aprire un'altra via oltre la guerra. Ipotesi di un certo fascino se si mette in relazione l'uscita della notizia proprio con l'offensiva nell'Helmand destinata, nelle intenzioni della Nato, a dare un colpo pesante sul piano militare ai talebani. Forse anche per indurli a negoziare.

Un ritratto completo di un personaggio che rifugge da sempre i riflettori della cronaca è difficile da comporre: molte le voci riferite o le informazioni di seconda mano le quali sembrano però concordare sul fatto che Baradar sia più flessibile e pragmatico di mullah Omar della cui stima godrebbe appieno e che avrebbe comunque su di lui un forte ascendente. Baradar sarebbe l'uomo cui era affidata la direzione della strategia militare e il comandante in capo in grado di verificare sul terreno se gli ordini venivano eseguiti. Ma non sarebbe mai stato in disparte nelle decisioni politiche.

domenica 14 febbraio 2010

LA GUERRA TRA LE GENTE

Il bilancio dell'Operazione “Insieme” si conoscerà solo tra qualche giorno. Per ora le notizie restano frammentarie con un conto di militari della Nato o di “talebani” uccisi e feriti ancora tutto da verificare. Le virgolette sono d'obbligo in questa guerra che ha fatto, sinora, più vittime civili (al ritmo di oltre 2mila all'anno) rispetto ai soldati in divisa o a quelli in turbante che pure hanno pagato un prezzo importante in termini però di centinaia, sempre che la morte possa essere valutata con l'aritmetica.

Ma se la verità è ancora da conoscere qualche dubbio è bene avanzarlo. Il primo riguarda proprio l'utilizzo dei civili come massa di manovra del conflitto. A quanto raccontano a “il manifesto” fonti locali, sia la Nato sia i talebani hanno mandato alla popolazione di Marjah messaggi controversi. La Nato ha fatto sapere che la gente avrebbe dovuto restare al suo posto con le dovute cautele (messaggio inviato con volantini aviotrasportati) ma poi alcuni “rumores” , attribuiti all'Alleanza, avevano sommessamente invitato la gente a lasciare un'area che è sotto bombardamento da diversi giorni: la famosa fase “shape”, ossia il tallonamento aereo prima dell'inizio dell'attacco di terra (“clear”), il combattimento vero e proprio. I talebani non avrebbero agito diversamente ma utilizzando la tattica opposta: prima avrebbero detto ai residenti di lasciare l'area. Poi, di restare. In questa confusione i comandi militari hanno messo in guardia i locali dal dare ospitalità ai combattenti: una scelta che non dipende però dal singolo contadino ma dal kalashnikov che qualcuno gli punta davanti.
Le dichiarazioni Nato pre offensiva hanno comunque messo in chiaro che “la popolazione non è il nostro nemico” come ha detto il generale Larry Nicholson al comando dei marine del Sud Afghanistan, semmai “la ricompensa” dell'offensiva. Ancor prima il generalissimo Stanley McChrystal aveva detto: “Non vogliamo un'altra Falluja. Non è Falluja il nostro modello”. Queste le intenzioni.

Molti però hanno espresso dubbi su come “distinguere combattenti e civili”, vecchia querelle reiterata da Humann Rights Watch “specie quando si usa la forza dall'aria”. Una cautela rinforzata da un reportage del Wall Street Journal che, qualche giorno fa, riferiva di come, secondo alcuni comandanti militari in certe aree il 95% delle persone sarebbero talebani o loro sostenitori. Con questa impostazione, che denunciava anche una certa fatica ad accettare regole di ingaggio meno pressanti che in passato, che rischi si corrono? Quello di un “esercizio di retorica - dicono gli analisti dell'International Crisis Group - se la Nato non saprà evitare una strage di civili non importa quanti talebani vengano sbaragliati”. Di popolazione civile ha parlato anche un comandante talebano dicendo che i suoi uomini si erano ritirati per “non provocare vittime”. La popolazione in mezzo. Come sempre

Intanto però c'è chi si è mosso da una zona ritenuta pericolosa. Già l'8 febbraio, dopo una giornata di intensi bombardamenti “preparatori”, centinaia di persone avevano lasciato Marjah (il distretto conta 125mila abitanti). Ieri pomeriggio le Nazioni Unite (che hanno lanciato un appello sulle conseguenze umanitarie dell'offensiva) e la Croce rossa avevano contato l'arrivo di circa 900 famiglie a Lashkar Gah, che già stanno ricevendo assistenza. Ma che la situazione resti tesa lo racconta anche un altro episodio. Ieri a Kandahar, la capitale della provincia attigua, ad alta densità talebana come l'Helmand, si era diffusa la notizia che almeno sette kamikaze erano in cerca del proprio obiettivo.

sabato 13 febbraio 2010

ANCORA SU GUIDO BERTOLASO

Quando qualche giorno fa ho difeso Guido Bertolaso dopo Haiti e la levata di scudi americana, i miei amici mi hanno preso in giro. E non solo perché il nostro premier, dopo averlo bacchettato, aveva deciso di premiarlo con un ministero. Come tutti sanno Bertolaso è stato travolto dalle polemiche per una questione di appalti che ora dovrà chiarire con la magistratura.
Premesso che non a caso abbiamo pubblicato quanto ha scritto sullo snaturamento della Protezione civile da Gianni Rufini, che abbiamo pubblicato con evidenza e di cui condividiamo in tutto per tutto analisi e critiche alla PC e alla sua gestione, torno nuovamente sulla faccenda Bertolaso. E, oibò, ne prendo nuovamente le difese.

E' assai possibile che, come il padrone della PC ha lui stesso ammesso, Bertolaso abbia commesso degli illeciti. Questo è logico quando si accentra troppo potere e nessuno sorveglia le assai rapide e univoche decisioni prese in situazione di emergenza (e non, come gli appalti della Maddalena) e può darsi – è quanto la magistratura dovrà provare – che Bertolaso sia finito nella “gelatina” che si accompagna agli affari milionari, dove tangenti, favori e mafia sono sempre in agguato. Fin qui alla dovuta presunzione d'innocenza si deve accompagnare anche una certa cautela nella difesa d'ufficio di Bertolaso sino a che non abbia chiarito la sua posizione e i giudici abbiano fatto il proprio lavoro. Ma ci sono due cose in più: una a difesa e una contro che bisogna mettere sul piatto.

Quella contro: Bertolaso si è dimesso ma Berlusconi ha respinto le dimissioni. Del resto non farlo sarebbe stato come ammettere che Bertolaso aveva torto. Ma sarebbe stato assai opportuno che il Guido nazionale le avesse subito ripresentate, senza esitazioni. Quando si è inquisiti dalla magistratura, e non per un piccolo favore a un vicino di casa, ci si dimette. Questo deve fare un uomo pubblico. Poi si vedrà

Quella a favore: il dossier Balducci-Bertolaso e tutto il giro che ruotava attorno agli appalti e ai luoghi di benessere dove si esercita il riposo del guerriero ha preso anche la via piccante dei massaggi più o meno erotici che avrebbero costituito il cuscinetto dorato su cui abbandonarsi dopo le fatiche emergenziali. Ora, o effettivamente festini e festanti erano materia di scambio per transazioni assai più succulente (gli appalti) o ci sono dei fatti eminentemente privati. Bertolaso andava con prostitute? Ammesso e non concesso che sia vero, che importanza ha? E' vero che c'è un'indagine anche in questa direzione ma che senso ha, se non quello voyeuristico e scandalistico, di darvi risalto per eccitare i pruriti dei lettori? Una storia di meretricio può e deve diventare pubblica solo nel caso si configuri un reato. Il titolare della Regione Lazio, ad esempio, non solo frequentava luoghi di “tollerenza” con la macchina di servizio ma, a quanto pare, vi consumava cocaina. Non mi interessano le preferenze sessuali del signor Marrazzo ma un uomo pubblico non può esercitare i suoi piaceri con l'auto blu violando la legge sugli stupefacenti a meno che non abbia avuto il coraggio, non tanto di ammettere le sue preferenze sessuali (così dal mettersi al riparo dagli sciacalli), ma di difendere la sua scelta di consumare stupefacenti. Vi stupireste se Marco Pannella venisse beccato in macchina con Emma Bonino a frasi uno spinello? Certo che no essendo i due difensori a spada tratta della sua liberalizzazione. Ma e Bertolaso?

A quanto mi risulta Bertolaso non è un frequentatore assiduo dei Family Day e dunque può, nel suo privato, fare ciò che gli pare. Così come io lo faccio nel mio. Ha certo maggiori responsabilità di me, visto che è un personaggio pubblico e, soprattutto, un uomo delle istituzioni, ma non mi interessa cosa fa in privato. Con chi e come. Gettare quest'ombra, vera o meno che sia, sull'inchiesta tangentizia significa prendere la classica deriva puritana americana in un paese che, nonostante gli strali vaticani, puritano non è. Azzannare Bertolaso per una storia di sesso è ipocrita, dannoso e assolutamente fuori luogo. Io voglio sapere degli appalti non se usa il Viagra o se preferisce farsi legare al letto prima di dedicarsi a pratiche amorose. Piacerebbe a voi che le vostre fossero raccontate in pubblico? A me no anche perché talvolta le mie fantasie erotiche turbano addirittura me stesso, figurarsi se fossero rese pubbliche con qualche telefonata da “caserma” in cui si usano termini che il Devoto-Oli non osa riportare.


Trafiggere
un personaggio pubblico che occupa cariche istituzionali e che risulta indagato da una procura, non è bello ma è lecito in democrazia. Ma seguire la pruriginosa pista che porta in camera da letto non è solo di pessimo gusto ma persino pericoloso. Il caso di Silvio Berlusconi dovrebbe aver ammaestrato e il caso Boffo altrettanto. Quando i giornali inseguono la politica in camera da letto aiutano il degrado italiano, il mai sopito bisogno di gogne più o meno (e falsamente) puritane e molto spesso articolano veri e propri boomerang. All'italiano medio piace che il premier si riveli un grande scopatore e alla fine tutto si riduce a battutine e battutacce e a mettere in crisi qualche equilibrio famigliare. Si, certo, festini ed escort non sono una bella pubblicità per un primo ministro e tanto dovrebbe bastare perché se ne vergognasse e cambiasse passo. Ma di Berlusconi io temo la potenza economica, l'invasiva presenza televisiva, il disegno politico che ha del mio Paese, i danni tremendi che gli sta facendo. Se eiacula sette volte per notte e si circonda di giovani beltà in cerca di fama e se le paga o meno e quanto, mi interessa veramente poco. E ancor meno mi interessa nel caso di Bertolaso.

Risponda invece, il capo della PC, delle accusa gravissime in fatto di appalti. E si dimetta.

PREMIO GIORNALISTICO TRANSEUROPEO

From A to B – TransEuropa Journalism Award
Where did we start? Where are we now? Where are we going?



It is time to be Active and to Believe in your abilities around Europe. The 'From A to B' contest is about YOU – your world and your moves! Where are you coming from and where are you going? From A to B tells a European story, the story of people who move around the continent. A and B are variables, and it's up to YOU to fill them with life. The topic of the contest is „Mobility in Europe“ in all aspects: tell a story or create a report about love, travel, work, study or anything else you consider as connected to mobility in Europe, its development, and its horizons. Submissions can be a Text, a Photo, a Video or an Audio file.

Prizes: The contest prize will be a Trip to Bologna to attend and report on the activities of Transeuropa Festival. The contest winners will be awarded during the event. Additionally the winner with the best Audio or Video submission will get an Adobe® Software packet (Creative Suite® and Photoshop). The winner in the Photo category will win an Adobe® Photoshop packet and the winner in the Text category will get 250 Euro.

Deadline: 20 April 2010

Participants: All Young media enthusiasts from 18 to 35 years old living in geographical Europe.

Promoted by: European Alternatives, Youth Press Italia, Youthmedia and the European Youth Press.

Per saperne di più

Go to transeuropa-journalism-award

giovedì 11 febbraio 2010

HARIRI FA LA VOCE GROSSA

Beirut - Fino ad ora erano state soprattutto indiscrezioni. Mezze frasi, boatos, possibilità. Ma ieri il primo ministro libanese Saad Hariri è stato un po' più che esplicito dicendosi preoccupato dell'escalation di minacce che Israele sta facendo nell'intero scacchiere mediorientale. In effetti da che la missione Onu-Unfiil ha preso possesso dell'area Sud al confine con Israele, dopo la guerra del 2006, le “provocazioni” sono all'ordine del giorno. Un funzionario delle Nazioni unite ci dice che gli aerei di Tsalal violano spesso lo spazio aereo libanese: un giretto e via. Violazioni costantemente denunciate dalla missione il cui comando è ora passato da mano italiana a cappello spagnolo. Ma ieri, in un'intervista alla Bbc, Hariri ha detto che la violazione dello spazio aereo è “quotidiana” e che la prospettiva di “un'altra guerra con Israele” non è un'ipotesi remota.

Che lo stato ebraico sia scontento di Unifil non è una novità: il disarmo di Hezbollah resta una buona intenzione e dunque per Israele la violazione dello spazio aereo, benché non rivendicata ufficialmente, è un modo neppur tanto velato per far sentire che la macchina bellica è sempre all'erta.

La vicenda sta destando preoccupazione non solo nel milieu politico ma soprattutto nel mondo degli affari: gli investitori stranieri stanno alla finestra per vedere cosa succederà. Negli ultimi giorni la guerra di parole tra Israele e la Siria si è fatta più aspra e il riflesso nel paese dei cedri è stato immediato tanto da fra uscire allo scoperto il premier libanese proprio alla vigilia del 14 febbraio, anniversario delle morte di suo padre Rafik e giorno in cui la coalizione che guida il nuovo governo di Beirut ha chiamato tutti i libanesi in piazza. Per ricordare la strage ma anche per dimostrare la forza di un paese in realtà molto debole, strattonato dai comprimari di una scena complessa e dove i venti di guerra non esitano a soffiare.

Secondo Hariri negli ultimi due mesi Israele ha calcato la mano. Una “escalation” che non promette nulla di buono e che, secondo Hariri, conta sulle tradizionali divisioni politico confessionali del paese. Ma questa volta, dice il premier, il Libano saprà dimostrarsi unito in caso di guerra. Una dichiarazione fors'anche in chiave interna, in un paese dove i membri di coalizioni piuttosto eterogenee cambiano spesso bandiera ma dove Israele compatta gli animi.

mercoledì 10 febbraio 2010

BEIRUT, LE MANI SULLA CITTA'

I "venti di guerra" ricominciano a spirare sul paese dei cedri. Ma intanto c'è un'altra guerra in corso. Quella contro l'identità architettonica della città. In gran parte già vinta

Beirut - Il primo ministro libanese Saad Hariri è stato un po' più che esplicito dicendosi preoccupato dell'escalation di minacce che Israele sta facendo nell'intero scacchiere mediorientale: in un'intervista alla Bbc, Hariri ha detto che la violazione dello spazio aereo è “quotidiana” e che la prospettiva di “un'altra guerra con Israele” non è un'ipotesi remota.

Un vento gelido ha spazzato per una settimana il Nord del paese ma i suoi effetti si sentono fin sulla Corniche dove la vita notturna non sembra però subire battute d'arresto nonostante i "venti di guerra". Ma la preoccupazione per gli affari c'è tutta. Nello sfavillante “new city center”, una serie di vie perfettamente ristrutturate dove sfavillano le vetrine tirate a lucido di Dior o della Nike e dove un paio di scarpe costa assai di più che nella capitali europee, non c'è anima viva e il quartiere modello di una nuova era di buoni affari coi cuginetti del Golfo – un'area della città senz'anima ossessivamente ripulita da spazzini siriani o etiopici - sembra il manifesto di una paura che incombe su un ottimo business.


A parte lo scintillante e un po' desolante shopping mall da 300 milioni di dollari costruito da Solidere, una società per azioni che fa capo alla famiglia Hariri che si è procurata ottimi appalti nel nuovo piano di ricostruzione della città giocando tra diritto pubblico (concessioni e finanziamenti per gli espropri) e interesse privato, il boom edilizio va a gonfie vele. Negli ultimi quattro anni l'aumento del prezzo degli immobili è salito del 30% con prezzi che variano dai 5 agli 8mila dollari al mq. Ma anche altri settori hanno dato ottimi segnali: il turismo ad esempio, che secondo i dati appena diffusi, ha visto 1,8 milioni di stranieri visitare il paese, portando nelle casse libanesi circa 7 miliardi di dollari. Un record che sembra far tornare la città ai bei tempi andati quando, prima della guerra civile del 1975-1990, i visitatori erano un milione e mezzo. E' pur vero, suggeriscono gli scettici, che dentro la voce “turismo” ci sono sicuramente i libanesi della diaspora, uno “stato” all'estero che conterebbe circa 14 milioni di esuli (di cui dieci solo in Brasile) per un paese – il Libano – di soli quattro milioni di abitanti. Ma diaspora o turismo, i soldi corrono. Anche a spese di un'identità architettonica seriamente compromessa.


I vecchi palazzi di epoca ottomana o le belle magioni del mandato francese sono sempre più decadenti. Nel giro di pochi mesi vengono liberate dagli inquilini e sono rapidamente candidate alla demolizione. Il quartiere residenziale di Ashrafieh è uno dei manifesti di quest'andazzo le cui dimensioni si coglieranno nel tempo. Ma le gru lavorano lungo tutti i quattro punti cardinali. Resta appena fuori dai giochi, poco più in là, la via centrale di Gemmayze che si è riempita di locali e ristoranti sostituendo la storica Rue Monnot di Ashrafieh dove, a un certo punto della sua brillante vita notturna, Hezbollah aveva imposto una sorta di coprifuoco ai luoghi dello scandaloso piacere beirutino. Ma anche a Gemmaize ci sono le gru. Possono ben più del Partito di Dio.

giovedì 4 febbraio 2010

LIQUIDAZIONE TOTALE

Come non essere d'accordo con questo comunicato diffuso oggi da Don Nandino Capovilla, Coordinatore Nazionale di Pax Christi? Lo riporto integralmente e senza (superflui) commenti...



Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha attuato ieri una liquidazione totale delle speranze di pace in Terra Santa. Una pesantissima banalizzazione del processo di pace e un'irrisione delle Nazioni Unite che rischiano di trascinare l'Italia fuori dal consesso dei Paesi e delle Istituzioni internazionali che tessono da anni il faticoso cammino della pace.
Affermando che è stato giusto il massacro su Gaza, ha liquidato il lavoro prezioso e oggettivo svolto dalle Nazioni Unite nel monitorare un inaudito massacro di civili, la distruzione di migliaia di case, scuole, ospedali attraverso l'uso di armi illegali. Possiamo ancora ritenerci parte degli organismi internazionali, in primis dell'Onu?

Asserendo di 'non aver visto' il Muro dell'apartheid che circonda Betlemme, ha vergognosamente liquidato il pronunciamento fatto nel 2004 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite che ne ha condannato la costruzione evidenziandone le terribili conseguenze umanitarie. Può il Presidente del Consiglio arrivare a un livello così insopportabile di irresponsabilità?
Definendo più volte Israele come “Stato ebraico, libero e democratico”, ha liquidato quel milione e duecentomila cittadini dello Stato d'Israele, che ebrei non sono, e che vedono ogni giorno calpestati i loro diritti. Come proclamarsi insistentemente “amici di Israele” quando non lo si esorta ad essere veramente uno stato democratico?

Identificando come antisemita chiunque si opponga alla politica di occupazione, di umiliazione e di disprezzo di qualsiasi Risoluzione Onu da parte dello Stato d'Israele, ha liquidato e denigrato le sofferenze patite da migliaia e migliaia di palestinesi, in spregio a quanti, israeliani, palestinesi, uomini e donne di ogni Paese, si battono insieme alla ricerca di una pace giusta, fondata sul rispetto delle leggi internazionali.
Davvero non ci possono essere i saldi della pace.
Non si può raggiungere la meta della riconciliazione tra i popoli svendendo sul mercato una “pace economica”, la “pace del benessere”.

PS Se il "nostro" premier non ha visto il muro, gliene allego un'immagine

lunedì 1 febbraio 2010

AFGHANISTAN, DOPO LONDRA COSA?

La Conferenza di Londra del 28 gennaio, che doveva ufficialmente concentrarsi sulla “sicurezza” e la “transizione”, si è in realtà trasformata nell'occasione per affrontare il lato più spinoso, ma anche non più rinviabile, del conflitto: la trattativa con i talebani e il piano di riconciliazione nazionale. Si tratta peraltro di una vecchia idea di Karzai, per reintegrare nella vita civile i “fratelli” delusi dalla lotta armata e più desiderosi di imbracciare una zappa che un Ak47.

La Conferenza ha messo a calendario anche alcune date e qualche numero: il primo ministro britannico Gordon Brown ha indicato la metà del 2011 quale deadline per “invertire la rotta” nella lotta contro la guerriglia. Questo il tempo per modificare il corso della guerra e, dunque, per avviare trattative e riportare a casa il maggior numero di manodopera talebana.


Leggi tutto su AspenOnline