Visualizzazioni ultimo mese

Cerca nel blog

Translate

domenica 31 gennaio 2010

TRATTARE COI TALEBANI, ECCO LE RICETTE

Consigli per gli acquisti. Se ha ragione il generale pachistano Amir Tarar, uno che di talebani se ne intende, mullah Omar potrebbe decidere di recidere definitivamente i suoi rapporti con Al Qaeda ed accettare quindi di negoziare la pace con Karzai. Dalle colonne dello stesso giornale – il Guardian di Londra – Ahmed Rashid, un altro che la sa lunga gli fa sponda. “E' il momento di trattare”, dicono entrambi seppur con diverse posizioni.


Samir Tarar, che qualcuno ha soprannominato il “padrino dei talebani” perché fu tra gli alchimisti che ne curarono la crescita nel laboratorio pachistano a suon di madrase e kalashnikov, è un ex ufficiale del famigerato Isi, i servizi segreti di Islamabad. Ahmed Rashid è uno dei consulenti di Obama. Entrambi sono pachistani. Entrambi dicono che è venuto il momento di mettere le carte sul tavolo. Con qualche accorgimento.

Il punto è proprio mullah Omar, il leader dei talebani. Tarar, cui è stato chiesto di commentare l'incontro di Dubai tra un alto rappresentante Onu ed emissari talebani (smentito dalla guerriglia), dice che fino ad ora ci sono stati solo colloqui indiretti, dunque senza grande valore. La chiave, suggerisce, è coinvolgere Omar, il centro vitale delle decisioni. Non sarà, avverte Tarar, un piano di riconciliazione che cerchi di isolare l'alta gerarchia a vincere. Né basterà “comprare” i talebani a suon di dollari. Così com'è lo schema non funzionerebbe. Ma se Omar...

Il mullah semicieco è il nodo da sciogliere. Karzai vorrebbe vederlo seduto al tavolo delle trattative che dovrebbe essere avviato in primavera: una “Loya Jirga” (assemblea tribale tradizionale) presieduta da re Abdullah dei Saud, esponente di una monarchia che ha riempito le tasche dei talebani sino all'altro ieri. E vorrebbe prima di tutto che il nome di Omar venisse cancellato da tutte le liste nere in cui compare. Una prospettiva difficile e che è stata appena respinta ieri da Hillary Clinton anche se, qualche giorno prima, Robert Gates, il segretario alla Difesa americano che non si può annoverare tra le colombe ma nemmeno tra i falchi più rapaci, si era spinto a dire che, in fondo, i talebani fanno parte del “panorama politico” locale.

La ricetta di Rashid si basa su sei passi collegati: il primo è che qualsiasi strategia di riconciliazione nazionale sia condivisa a libello regionale. Poi i nomi dei leader talebani andrebbero tolti dalle liste nere, decisione che spetterebbe al Consiglio di sicurezza dell'Onu che dovrebbe quindi approvare una risoluzione che dia un formale mandato a Karzai per trattare con loro. Quarto punto: garanzie ai guerriglieri che intendano lasciare il Pakistan e far ritorno a casa. Quinto: risorse per il programma di reintegro di chi lascia la lotta armata (come appena deciso a Londra). Infine, stimolare Islamabad e Riad perché spingano i talebani a diventare un partito politico. Uno durissimo colpo – assicura – sia per Al Qaeda sia per i talebani pachistani, che dai due fronti – quello jihadista e quello afgano – traggono alimento e risorse.

Ovviamente tra il dire e il fare c'è, in Afghanistan, di mezzo il deserto. Quello dell'Helmand segnatamente, dove si continua a combattere. Ma qualcosa si sta muovendo. Come l'abitudine a considerare i talebani un nemico e non un mostro cui non ci si deve nemmeno avvicinare. Anche i talebani ci stanno (ri)pensando. Per ora le profferte della Conferenza di Londra - liquidate alla sua vigilia come una “perdita di tempo” - registrano un silenzio che è di per se una novità. Se la Nato rischia di perdere la guerra, i talebani non la stanno vincendo. E se il consenso alle truppe è al lumicino, quello ai talebani è sotto il tappeto. Che sia il momento buono?

venerdì 29 gennaio 2010

PERCHE' DIFENDO GUIDO BERTOLASO

C'è voluto un reportage del Wall Street Journal per rendere giustizia a Guido Bertolaso, il sottosegretario italiano che aveva avuto il coraggio di denunciare quello che non va ad Haiti. Ma a parte riportare il resoconto di tre medici americani (l'ho letto su “Vita”), nessuno ha sentito il dovere di spendere una parola per l'uomo e la sua dura presa di posizione di qualche giorno fa. Uomo e presa di posizione finiti nel tritacarne dei rapporti Italia-Usa che, dopo le scuse della diplomazia italiana e il capo cosparso di cenere del governo, ha sputato la liberatoria sentenza: “il caso è chiuso”.


Personalmente non mi sono mai astenuto dal criticare Guido Bertolaso quando ritenevo che l'allora Commissario straordinario e oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio fosse in torto. Mi sono scontrato con lui anche duramente e lui non ha mancato di rispondermi per le rime. Su molte cose abbiamo idee diverse ma gli riconosco, e gli riconoscevo allora, competenza e professionalità. A maggior ragione mi sembra giusto prendere le sue difese quando è nel giusto e notare, con una certa tristezza, che sono il solo a farlo. Ma la mia firma conta poco e contano poco in genere – se mi fossero sfuggite - le firme isolate.

Mi sarei aspettato che, tanto per fare un esempio, le Organizzazioni non governative italiane – il consorzio di “Agire”, l'Associazione nazionale o qualche grande Ong internazionale con sede in Italia – spendessero una parola in sua difesa. Silenzio totale. Bertolaso va ad Haiti e dice una cosa sacrosanta: riferisce che le cose non vanno e anzi, se volete, se si vuol leggere dietro alle parole, critica la militarizzazione dell'aiuto umanitario che ad Haiti sta raggiungendo l'apoteosi. Ma i critici di questa deriva, che tante volte hanno giustamente espresso le loro preoccupazioni, restano silenti. La raccolta fondi va così bene, verrebbe da dire, che è meglio non gettare benzina sul fuoco confondendo le idee ai solerti donatori telefonici.

Bertolaso ha, su molti che parlano a vanvera quando accade una catastrofe, il vantaggio dell'esperienza. E non solo con la Protezione civile. Prima ancora ha passato un lungo periodo di tempo al ministero degli Esteri e poi ha visto molto da vicino come funziona la macchina dell'Onu. Conosce le Ong, il mondo umanitario e le emergenze, i terremoti e le alluvioni. Non solo L'Aquila. Si possono contestare certe azioni (non ho mancato di farlo) ma non si può dire che uno come lui parli a vanvera. Se dice che le cose non funzionano c'è da credergli e se critica gli americani – benché in questo paese sia un reato assimilabile a quello di criticare Israele – deve aver avuto i suoi motivi. I soldati del resto, van bene a far la guerra, ma l'aiuto umanitario non competete loro, non sono addestrati a farlo, ed è meglio che non lo facciano. Non lo abbia sempre scritto anche noi?
Sarebbe stato utile dare a Bertolaso l'occasione di argomentare quello che si è risolto in poche battute riportate dai giornali dopo un'intervista in televisione. Un'occasione di dibattito, oltre le polemiche. Il governo avrebbe dovuto appoggiarlo e sostenerlo, modulando diplomaticamente la voce perché no, ma non chinando il capo come se il suo vecchio eroe avesse preso improvvisamente un colpo di sole. E il mondo umanitario avrebbe dovuto sostenerlo e cogliere l'occasione per reiterare tutte le cose che si dovrebbero dire ma non si dicono sulla vicenda di Haiti: cosa c'entra l'esercito? E' abbastanza efficiente? Perché l'Onu non ce la fa? Sono incompetenti o c'è chi rema conto per negare alle Nazioni Unite, dopo il management dei conflitti, anche quello delle catastrofi naturali?

Non so cosa se ne possa fare Guido Bertolaso della mia solidarietà ma gliela esprimo volentieri. E invito il mondo umanitario a fare altrettanto. O si teme di disturbare il manovratore e una raccolta fondi (12 milioni di euro) che va a gonfie vele?

DOPO LONDRA?


Il “karakuli” grigio calcato sulla testa. Giacca e camicia scura. Un elegante “chapan”, il mantellone che lo ha reso famoso, appoggiato con nonchalanche sulla sedia prima di avvicinarsi al podio. Eccolo Hamid Karzai, tornato protagonista indiscusso delle vicende afgane che si avvicina al microfono per un discorso di venti minuti. Ringrazia i suoi co-anfitrioni, Gordon Brown e Ban Ki-moon, e prende la parola per dire quel che tutti si aspettano, già sanno, già hanno con lui concordato prima dell'inizio della Conferenza sull'Afghanistan, cotta e mangiata ieri a Londra in una giornata.

Raramente una conferenza internazionale, che si ripeterà tra un anno, è stata annunciata nei contenuti con tante fanfare, interviste, anticipazioni indiscrezioni. Karzai ci mette un po' prima di arrivare al punto ringraziando prima, con cortesia, la “comunità internazionale” per lo sforzo e l'impegno. Poi enumera un piano in sei punti che è un manifesto di buona governance come tutti si aspettano. Al primo punto c'è il piano di riconciliazione nazionale ampiamente descritto nei giorni scorsi e che ha avuto, più importante fra tutte, la benedizione del comandante Stanley McChrystal, il generalissimo americano che sembra il convitato di pietra della conferenza.

Avrà i suoi soldi Hamid Karzai per “comperare” i talebani moderati e avrà la sua “Loya Jirga”, la grande assemblea tribale che i neocon americani avevano sbeffeggiato come un rimasuglio di anticaglie tribali e che ora, in primavera, si trasformerà in una possibile palestra di democrazia interna se, come Karzai spera, i capi talebani (chi, quali, quanti resta da vedere) accetteranno di sedersi al tavolo. Tavolo presieduto dal monarca arabo Abdullah dei Saud, un uomo potente che tira le fila di una mediazione che si era data per semi defunta. Avrà denaro Karzai, armi e sostegno. “Per almeno 15 anni” chiede il presidente. Poi si vedrà.

Gordon Brown si sbilancia un po' meno. Calendari non ne fissa, di talebani al tavolo negoziale non parla apertamente ma di fatto lascia intendere che l'appoggio occidentale c'è tutto. Nella dichiarazione finale della Conferenza ci si impegna a rafforzare il governo e le forze di sicurezza nella lotta contro i militanti di Al Qaeda e viene ribadito l' “impegno a lungo termine” della comunità internazionale con un occhio alla promessa “transizione”. Entro 5 anni. Il documento dice che la conferenza “rappresenta un passo decisivo per una maggiore leadership afgana per rendere sicuro, stabilizzare e sviluppare l'Afghanistan”. Apre, senza far date, anche la strada al disimpegno dal Paese non appena ci si sarà “assicurati che il governo afgano sia sempre più in grado di assicurare le necessità degli afgani, sviluppando le istituzioni e le risorse del Paese”. Qualche data Gordon Brown la fa: la metà del 2011, deadline per “invertire la rotta” nella lotta contro la guerriglia. Un anno di tempo insomma per modificare il corso della guerra e un anno di tempo, dunque, per avviare trattative e portare a casa il maggior numero di manodopera talebana.

Per Brown la Conferenza segna “l'inizio del processo di transizione” che dovrà dare agli afgani il comando del loro stesso paese. Passo indiscutibile, il rafforzamento dell'esercito nazionale e della polizia. Con queste scadenze: l'Afghan National Army sarà di 134mila uomini entro l'ottobre 2010 e di 171.600 dodici mesi dopo. Così la polizia: 109mila entro l'ottobre di quest'anno, 134mila per ottobre 2011. Un totale di 300mila uomini entro ventun mesi da oggi. Non lontano dai 400mila richiesti da McChrystal.

Ma l'Occidente ha anche da chiedere: lotta senza quartiere alla corruzione. La risposta è già pronta e Karzai promette la creazione di un'istituzione esterna con il compito di monitorare l'impegno degli afgani. Sarà formata da esperti internazionali.

Ban Ki-moon, se la cava in dieci minuti. Discorso piatto e grigio da cui non emerge nessuna novità se non la nomina di Staffan De Mistura come l'uomo che prenderà in mano la missione Unama da cui Kai Eide, l'ultimo reggente, si è dimesso anzitempo. Dopo aver cantato il rituale grido di dolore sul problema della sicurezza, il segretario generale accenna, quasi di sfuggita, a uno dei capitoli più spinosi della guerra: il rapporto tra cooperazione militare e civile che, dice, richiede “un approccio più equilibrato, come due poli di eguale valore nel processo di stabilizzazione e sviluppo del paese”. Fa insomma carta straccia delle polemiche che hanno accompagnato Unama, la sua debolezza intrinseca, l'eccessiva dipendenza dal governo afgano e dai comandi Nato che tante polemiche hanno suscitato. Carta straccia dei consigli che Eide, fautore di un maggior impegno “civile” - declinato punto per punto - ha fatto al Consiglio di sicurezza non più di un mese fa. Auguri a Staffan De Mistura.

giovedì 28 gennaio 2010

CANCELLA IL TALEBANO

Alla vigilia della coinferenza di Londra altri segnali distensivi. Comincia l'Onu con cinque ex capi talebani. Piccoli passi verso un grande negoziato?


Per ora
è solo un segnale. Piccolo ma significativo. Le Nazioni unite hanno cancellato le sanzioni che gravavano su cinque ex talebani di rango che militavano nel passato regime guidato da mullah Omar e in odore di qaedismo. Ora potranno liberamente viaggiare e vedersi scongelare beni e proprietà.
Il primo nome è quello di Abdul Wakil Mutawakil, già ministro degli Esteri talebano e ora tra i mediatori nei complessi tentativi sotto traccia di negoziato con la guerriglia. Il tratto di penna comprende anche Faiz Mohammad Faizan, ex vice ministro al Commercio, Shams-us-Safa, ex funzionario degli Esteri, Mohammad Musa, vice del ministro per la Pianificazione, e di Abdul Hakim, numero2 al dicastero per gli Affari della frontiera. Personaggi abbastanza di spicco ma che ormai si sono lasciati il fucile alle spalle. Uomini tra l'altro, non certo molto amati dalla rigida nomenclatura in turbante che ora governa il movimento. Ma tant'è: si tratta del primo passo che va nella direzione indicata da Kai Eide, già capo della missione Onu a Kabul, e dal presidente Karzai che, prendendo spunto dalla proposta del diplomatico norvegese di rivedere le liste nere, l'aveva rilanciata con forza da Istanbul, ospite in Turchia di un forum regionale (e nel giorno in cui Al Jazeera faceva sapere di una possibile mediazione turca tra Kabul e talebani).

E' l'argomento del giorno, ormai sulla bocca di tutti: dal capo della Difesa americano Robert Gates al generale Stanley McChrystal per finire con la signora Angela Merkel, la cancelliera di ferro che ieri ha quantificato l'assegno tedesco per il Fondo fiduciario (Trsut-Fund) che dovrebbe essere annunciato ufficialmente a Londra e che servirà a pagare chi vuole uscire dalla lotta armata: oltre 70 milioni di dollari che andranno a rendere ancora più brillante l'aiuto che Berlino intende dare all'Afghanistan sul piano della ricostruzione. Che nel 2010 dovrebbe toccare quota 430 milioni di euro!

Alla Conferenza in agenda oggi a Londra i contorni della svolta si dovrebbero conoscere in dettaglio: davanti alla sessantina di paesi riuniti nel Regno unito per discutere del futuro del paese, Karzai dovrebbe chiarire il suo piano di riconciliazione nazionale che grosso modo si muove su tre linee: soldi e lavoro per la manodopera combattente; amnistia (c'è del resto già una legge esecutiva in merito) e cancellazione di alcuni talebani dalle liste nere in cui sono iscritti (solo quella Onu ne comprende 140); il piano vero e proprio di negoziato con le gerarchie. L'aspetto più nebuloso.

La cornice e i paletti posti da Karzai sono chiari: non avere legami con Al Qaeda e accettare la Costituzione afgana. Il che esclude una serie di personaggi come ad esempio la cosiddetta filiera Haqqani, la potente famiglia che sorveglia parte della frontiera orientale del paese, controlla diverse aree in Afghanistan e conta su salde amicizie e sicuri santuari in Pakistan. Ma può facilmente includere Gulbuddin Hekmatyar, un ex mujaheddin dell'epoca sovietica, signore della guerra che controlla parte del Nord e dell'Est afgano e che ha con i talebani un'alleanza tattica. E forse anche lo stesso mullah Omar, un uomo che si è sempre dichiarato contrario al “jihad globale” propugnato da Osama e che ha cercato sempre di far apparire i talebani un movimento di liberazione nazionale, più vicino a Hezbollah o Hamas che non ad Al Qaeda. Mullah Omar, l'uomo che guiderebbe da Quetta, in Pakistan, il Consiglio direttivo, o shura, dei talebani, i suoi paletti li ha resi noti nel dicembre del 2008: il cuore del suo piano riguardava un'agenda per l'uscita di scena dei soldati della Nato e il rimpiazzo con peacekeeper forniti da paesi musulmani; amnistia; inquadramento delle milizie nell'esercito e divisione del potere a Kabul. A ben vedere ci si sta avvicinando.

Secondo alcuni osservatori, almeno una parte dei talebani sarebbe disposta sia a rimuovere il paletto della conditio sine qua non del ritiro immediato dei soldati (già il piano di Omar andava in questa direzione) sia a discutere prendendo per buona la neo Costituzione approvata sotto Karzai. All'amnistia si sta rapidamente arrivando e al reintegro dei guerriglieri nell'esercito si potrebbe giungere con facilità visto che ci saranno soldi per un'armata da 400mila soldati. La condivisione del potere a Kabul è il punto più sensibile. Ma anche quella ormai, seppur molto indigesta, non sembra più un'idea peregrina.

martedì 26 gennaio 2010

PORTE APERTE A MULLAH OMAR

Il primo è stato il segretario della Difesa Robert Gates che, dopo aver chiamato i talebani un “cancro”, ha riconosciuto però che “sono a questo punto una parte del paesaggio politico afgano” e che la “riconciliazione” è ormai un tassello del conflitto”. Poi, un paio di giorni fa, è stato il turno di Karzai, che ha proposto un piano di “soldi e lavoro” per i talebani che accettano di uscire dalla guerriglia. Ma ieri è stata la volta del capo dei capi militari, il generale dei generali, comandante delle forze Isaf/Nato e del contingente americano in Afghanistan, il cinque stelle Stanley McChrystal.

McChrystal, l'artefice del nuovo piano militare che ora porta la firma di Barack Obama e che prevede l'arrivo di 30mila marine e 7mila soldati dai paesi alleati, ha riconosciuto ieri che gli afgani hanno “combattuto abbastanza” e che una soluzione politica al conflitto, dunque un negoziato col nemico, è “inevitabile”.

La fonte è una lunghissima intervista (disponibile per intero sul sito del quotidiano) rilasciata al Financial Times e immediatamente ripresa da altri organi di stampa, assai più che le dichiarazioni di Gates o il piano di Karzai, che il presidente presenterà ufficialmente alla Conferenza di Londra in agenda giovedi, e che prevede la costituzione di un Trust-Fund miliardario: un fondo fiduciario che gli consenta, per dirla in soldoni, di “comprare” i talebani che combattono più per fame che per fede.

Anche McChrystal pensa che questa sia la direzione giusta: per il generale i talebani sono in difficoltà e privi di consenso e la strada corretta, oltre a migliorare la “sicurezza degli afgani” prestando maggior attenzione al capitolo “vittime civili”, è quella di creare una via d'uscita anche per i guerriglieri, ossia il negoziato. Anche se – ha messo in guardia – il 2010 sarà durissimo perché la reazione talebana alle aperture produrra lacrime e sangue in un tentativo estremo di piegare Nato e governo afgano.

L'uscita di McChrystal coincide anche con le parole usate da Kai Eide, il dimissionario capo della missione Onu a Kabul, da tempo fautore di un piano di riconciliazione nazionale: il diplomatico norvegese ha chiesto che gli americani tolgano alcuni nomi dei ricercati per terrorismo nella loro lista nera afgana. Una richiesta fatta ufficialmente propria anche da Karzai, che ieri, dal vertice sulla sicurezza regionale che si tiene a Istanbul, ha chiesto di togliere i “nomi di talebani” dalla lista degli afgani colpiti da sanzioni Onu per presunti legami con Al Qaida.

Come sia esattamente il piano che la comunità internazionale ha in mente si capirà forse a Londra. Lo stesso McChrystal non sembra escludere un governo con i talebani, un'ipotesi che costituirebbe la più feroce marcia indietro americana dal 2001. Quando il Ft gli ha chiesto se pensava a un possibile ruolo talebano nel futuro politico dell'Afghanistan, McChrystal non ha, come si dice, né confermato né smentito: “Penso – ha detto- che ogni afgano possa giocare un ruolo se si guarda al futuro e non al passato”.

Anche un'altra novità arriva dal summit in Turchia ospitato dal presidente Gul che vede di nuovo insieme Hamid Karzai e l'omologo pachistano Zardari e in cui sono in agenda incontri col vicepresidente dell'Iran, il ministro degli esteri cinese, col capo della diplomazia britannica Milliband, l'inviato speciale americano Holbrooke e il vice primo ministro russo. La novità viene da un'indiscrezione raccolta da Al Jazeera secondo cui sarebbe in corso una mediazione turca proprio con i talebani. I turchi infatti, digeribili a Ovest perché partner della Nato in Afghanistan con 1700 soldati (e la promessa di altri mille), sono meno indigesti alla guerriglia per due motivi: possono vantarsi di non aver mai ucciso nessuno nel paese - né un civile, né un combattente – e sono musulmani.

Praticamente sepolta o comatosa la prima mediazione apparsa un paio di anni fa e che era guidata dalla Mecca, quella turca resta per ora solo un'indiscrezione. Ma può darsi che tra ciò che uscirà da Londra e da Istanbul, qualche segnale arrivi anche a Kabul o meglio a Quetta dove avrebbe sede il Gran consiglio talebano che fa capo a mullah Omar.

sabato 23 gennaio 2010

KARZAI E I SOLDI PER I TALEBANI

Un fondo spese per reintegrare i talebani che vogliono uscire dalla lotta armata. Un assegno in bianco per “comprare” i combattenti e spingerli a reintegrarsi nella vita civile abbandonando la guerriglia. E' questa in buona sostanza la novità che dovrebbe emergere, settimana prossima, dalla conferenza internazionale sull'Afghanistan che si svolgerà a Londra il 28 gennaio.

A spiegarlo nel dettaglio è lo stesso Hamid Karzai che, in un'intervista alla Bbc, dice quello che per adesso nessuno ha esplicitamente detto anche perché è un tantino imbarazzante ammettere che il piano di riconciliazione nazionale per fare uscire l'Afghanistan dal tunnel del conflitto si misurerà in denaro sonante. Per portarsi a casa il segmento più fragile e sensibile della guerriglia: gli operai della guerra in turbante che sono stati spinti alla lotta più dallo stomaco vuoto che dalla fede.

“Lavoro e denaro”, spiega il presidente rieletto a suon di brogli e che ancora non ha un esecutivo in piena forma ma che andrà a Londra a illustrare qual è il suo schema di riconciliazione nazionale. Karzai è anche certo, spiega alla Bbc, che sia Londra, sia Washington sono d'accordo con lui e che dunque appoggeranno il piano. Non solo loro, aggiungiamo noi: francesi, tedeschi e italiani non si tireranno indietro perché in realtà il piano è già stato silenziosamente concordato con la comunità internazionale. Anzi, aggiunge Karzai, c'è anche chi ha già il portafoglio in mano: il Giappone, ad esempio, pronto a contribuire a quello che, tecnicamente, si chiama un Trust-Fund, un fondo fiduciario in cui i vari paesi verseranno il loro contributo. Quanto? A Londra si saprà.
Karzai è stato molto esplicito: gli afgani hanno diritto alla pace “a qualsiasi prezzo” e il termine non è casuale. Spiega il presidente che molti dei combattenti sono in realtà stipendiati dai talebani ma che in realtà, con sicure garanzie, tornerebbero volentieri al lavoro nei campi. Sino ad ora i talebani si sono dimostrati concorrenziali solo perché, in sostanza, potevano pagare di più rispetto a quanto il governo non potesse offrire loro. Secondo Karzai, i suoi alleati occidentali ci hanno messo un bel po' a prendere dimestichezza con un'idea che non gli sorrideva affatto ma di cui ora si sono convinti. Potrà accedere al fondo chiunque? Karzai ripete quel che ha sempre detto: solo chi accetta la Costituzione del paese e solo chi non ha fatto parte di Al Qaeda o di altri network terroristici. Formula vaga ma forse necessaria.

Karzai è convinto che sia il tempo ormai di un accordo che però ha bisogno di essere finanziato. Nell'intervista Karzai ha anche ammesso le colpe del suo governo, vessato e indebolito da corruzione e poteri forti, quali quelli dei signori della guerra adesso però esclusi dall'ultima lista di ministri presentata al parlamento. Ma il presidente è certo che se otterrà luce verde da Londra le cose potranno cambiare e che il suo governo avrà i mezzi e le risorse che gli sono necessari. In quanto tempo può farcela? Cinque anni dice Karzai e a patto che la comunità internazionale continui ad appoggiarlo e non a insidiarlo come hanno fatto americani e inglesi durante le elezioni.

La conferenza inizierà a Londra il 28 e sarà guidata dal premier britannico Gordon Brown, dal presidente Karzai e dal segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon. Gordon Brown l'ha già presentata ma di soldi per i talebani non si è parlato e il focus il premier britannico l'ha messo invece sul tema sicurezza.
Della conferenza sull'Afghanistan hanno parlato al telefono anche il cancelliere tedesco Angela Merkel ed il presidente francese Nicolas Sarkozy che hanno concordato le posizioni dei due paesi in vista dell'incontro. Ma anche da quella telefonata non è trapelato molto altro. Sul fronte tedesco c'è invece da registrare la smentita alle indiscrezioni di stampa secondo cui il ministro della Difesa, Karl-Theodor zu Guttenberg, vorrebbe aumentare a 6mila unità il livello massimo per il contingente militare del Paese in Afghanistan. Questo livello è “privo di qualsiasi fondamento”, ha detto il portavoce del ministero della Difesa, Christian Dienst, commentando le indiscrezioni. Soldi si, soldati no.

venerdì 22 gennaio 2010

LO SCHIAFFO DI ISLAMABAD


Quella che il segretario di stato americano Robert Gates ha cominciato ieri a Islamabad è la sua prima visita ufficiale in Pakistan da che Obama è presidente. Ma non è una passeggiata. Militari e governo gli hanno preparato una doccia fredda respingendo al mittente, prima ancora dell'incontro col primo ministro Gilani, le richieste di un maggior impegno contro i militanti talebani.

La richiesta Gates l'aveva resa esplicita senza mezzi termini domandando un impegno a tutto campo perché Washington vuole che tutti i gruppi estremisti che operano nella zona di confine tra Pakistan ed Afghanistan vengano combattuti e sgominati. Se Islamabad non volesse farlo ciò significherebbe, per Gates, ignorare “una parte del tumore” che minaccia la stabilità stessa del Pakistan. Ma nel paese il messaggio da cui il capo della Difesa americana si è fatto precedere e che, per la verità è un tasto dolente dell'attuale rapporto tra il Pakistan e gli Stati uniti, non è piaciuto per niente.

L'offensiva l'ha aperta il responsabile dell'informazione militare Athar Abbas, sia parlando con i giornalisti al seguito di Gates, sia concedendo un'intervista alla Bbc nella quale ha detto che l'esercito pachistano è oberato di lavoro e che non ha nessuna intenzione di sobbarcarsi nuove offensive nel Waziristan del Sud. Figurarsi inseguire i talebani afgani, che usufruiscono dei “santuari” in Pakistan, fin dentro il confine afgano. A fargli eco c'erano per altro le parole che il primo ministro Yusuf Raza Gilani - ieri in serata era in agenda una cena con Gates – ha rivolto al senato pachistano spiegando che, per il suo governo, non sarà una soluzione militare a chiudere la partita col radicalismo islamico che, com'è noto, è ormai uscito dalle frontiere della regione tribale (al confine con l'Afghanistan e dove si trova il Waziristan) e della valle di Swat. Aree dove l'esercito pachistano ha impegnato nel 2009 circa 30mila soldati in due massicce operazioni anti talebani. Gilani ha spiegato che il fucile può servire al 10% ma che il 90% di un successo si gioca sul piano politico e delle riforme sociali per lo sviluppo di quelle zone. Ha snocciolato le cifre messe a disposizione dal governo senza dimenticare di sottolineare il “successo” di aver riportato a casa in pochissimo tempo (anche grazie alla “comunità internazionale”) due milioni e mezzo di sfollati.

Leggi tutto su Lettera22

Nelle immagini: Gates (Afp) e Abbas (Dawn)

martedì 19 gennaio 2010

BATTAGLIA NEL CUORE DI KABUL

Ore di guerra nel cuore della capitale. Tre agenti e due civili uccisi, settanta feriti. Sette talebani ammazzati dalle forze di sicurezza afgane che, solo nel pomeriggio – dopo ben sei ore di scontri dalla prima esplosione verso le dieci del mattino - sono riuscite a riportare la situazione a Kabul sotto controllo. Ma i morti sono forse di più quando si fa il bilancio del più grave attacco della guerriglia alla capitale da un anno a questa parte, da quando nel febbraio scorso, i talebani tentarono un'analoga operazione.

Ma a distanza di 12 mesi da quell'episodio che, ieri come oggi dimostrava la capacità militare dei talebani, l'attacco che ieri ha sconvolto la capitale afgana sembra più grave: dichiara che la guerriglia è ancora in grado di colpire e che si fa beffe delle misure di sicurezza. Con un commando di soli venti militanti. Ma racconta anche di un'abile capacità scenografica, in grado di spettacolarizzare azioni condotte con un manipolo di uomini, e una sincronia studiata sulle mosse del governo: mentre i militanti attaccavano, Karzai si preparava infatti a far giurare alcuni membri del nuovo esecutivo, in gran parte azzoppato dall'ennesima bocciatura (la seconda, avvenuta domenica scorsa in parlamento prima che i deputati andassero in vacanza). Giuramento previsto a palazzo presidenziale, a un centinaio di metri dall'epicentro del terremoto talebano scatenato a Kabul in pieno centro città. E che subito i talebani si sono premurati di confermare e rivendicare... Continua su Lettera22

sabato 16 gennaio 2010

CHI SOCCORRE IL SOCCORITORE?

In caso di catastrofe naturale una delle grandi domande è sempre la stessa: chi coordina le attività delle migliaia di squadre di solidarietà, l'arrivo dei materiali, i quattrini che la solidarietà internazionale mette in campo? Una questione che si ripresenta a ogni emergenza specie quando la catastrofe richiama, per numero di morti, presenza di turisti occidentali o per qualsiasi altro motivo, l'attenzione di giornali e Tv. Ad Haiti, come dovunque, il coordinamento una testa ce l'ha. O meglio l'avrebbe: si chiama UN Disaster and Assessment Coordination (Undac) team delle Nazioni unite che entra in funzione immediatamente e che qualche esperienza alle spalle ce l'ha.

“Undac entra in funzione subito per poi essere sostituita da Ocha, l'Ufficio per gli affari umanitari dalle Nazioni unite il cui mandato riguarda proprio questo compito”, spiega Gianni Rufini un esperto di aiuto umanitario responsabile dei master di cooperazione internazionale all'Ispi di Milano. Ma se Undac si è messa subito in funzione, attivando un centro all'aeroporto della capitale haitiana, ciò non vuol dire che riesca a guidare, coordinare, indirizzare tutti gli aiuti promessi o già in corso. “Il problema è che quando ci sono molti quattrini di mezzo, come in questo caso, il coordinamento ne risente – dice Rufini – in un'equazione ormai nota: più soldi ci sono, meno coordinamento si ottiene”. Perché? “Perché sembra meno necessario in quanto non c'è bisogno di ottimizzare i costi. Inoltre in questi casi la visibilità genera il desiderio in ogni paese di far emergere la propria bandiera”, che sparirebbe sotto il cappello di un unico coordinamento. Una vecchia storia...Leggi tutto su Lettera22

venerdì 15 gennaio 2010

HAITI, 72 ORE PER FARE BENE


In ogni emergenza o catastrofe naturale ci sono alcune cose che è necessario fare, bene e rapidamente, e molte altre che andrebbero evitate. E se la corsa contro la clessidra è fondamentale (le famose “72 ore”, il tempo dell'emergenza primaria e quello in cui è ancora possibile salvare vite umane), è altrettanto fondamentale non farsi prendere dalla fretta del voler fare a tutti c i costi qualsiasi cosa. E' la raccomandazione che fanno gli esperti proprio per evitare che perniciosi luoghi comuni creino una sorta di confusa propensione al fare che si traduce in un “disastro nel disastro”...

“Intanto – spiega il professor Piero Calvi Parisetti, consulente dell'Onu e docente all'Ispi di Milano di Emergenze e aiuti umanitari – la somma dei disastri che ha colpito Haiti comporta anche una fortuna: ossia che la comunità internazionale è già presente (il contingente Onu è di 9mila uomini ndr) e che Haiti si trova vicina al centro logistico più importante dell'area, situato a Panama. Da cosa partire? La prima cosa su cui concentrarsi – dice Calvi Parisetti- è il salvataggio delle persone sotto le macerie nelle prime 72 ore. Le squadre già stanno operando in questa direzione, circa una trentina da ieri mattina. Dopo cinque o sei giorni si mettono poi in piedi quelli che sono i settori di intervento tipici degli umanitari: l'assistenza sanitaria, l'approvvigionamento di acqua potabile e, purtroppo nel caso di Haiti, anche un sistema di distribuzione di alimenti che nei terremoti non è di solito una necessità ma lo è in questo paese, affetto da malnutrizione cronica”.

Calvi Parisetti mette in guardia anche su un altro luogo comune: il rischio epidemia. Non esiste, sostiene il docente... Continua su Lettera22

giovedì 14 gennaio 2010

L'AFGHANISTAN TRA GUERRA E SPERANZA


Kai Eide ha fatto il punto sul suo lavoro davanti al Consiglio di sicurezza l'8 gennaio scorso: il suo discorso, largamente ignorato, è invece ricco di spunti. La missione se ostaggio della sola opzione militare – ha detto – fallirà e dunque è necessario investire nel settore civile. Dove? Intanto nella formazione dei “civil servant”, i funzionari civili che adesso saranno sfornati nel numero di 1700 dal National Institute for Management and Administration. Troppo pochi (ne servono 16mila) da un'istituzione con troppi pochi fondi. Inoltre gli stipendi e i budget dei governatori di distretto (le unità amministrativamente più piccole) guadagnano solo 70 dollari al mese e hanno in cassa per trenta giorni...15 dollari.

Anche il settore dell'istruzione (forse il più avanzato) resta indietro: se gli allievi di primarie e secondarie sono cresciuti a 7 milioni, ci sono solo 60mila posti nelle università e 20mila nei centri specializzati. L'agricoltura è sottofinanziata in un paese dove l'80% della popolazione è impiegata nel settore primario. Le infrastrutture restano un'area negletta che impedisce alle enormi risorse minerarie di rendere ricco il paese e di aumentare l'occupazione: sistema viario, trasporti e forniture di energia sono le priorità. Il quinto e ultimo punto, ma non per importanza, resta – dice ancora Eide – il processo di pace e riconciliazione nazionale che dovrebbe diventare parte integrante dell'agenda politica.

Tutto si può dire di Eide (la sua gestione di Unama non è esente da critiche) ma non che non abbia fissato punti chiari e apparentemente assenti dall'agenda politica di una comunità internazionale che, seguendo l'impostazione di Obama (più soldati), sembra essersi scordata la priorità di un maggior impegno nel settore civile che appoggi realmente lo sviluppo e l'occupazione.

Resta da segnalare il sondaggio commissionato da Bbc, Abc e Ard sulla percezione degli afgani che, a sorpresa, ha prodotto risultati eclatanti. Nonostante la situazione sembri peggiorare, il sondaggio dice che sette su dieci (71%) pensano che il paese stia andando nella giusta direzione contro il 5% che vi vede un deterioramento. Un salto del 40% rispetto a un anno fa. Il 68% degli intervistati ritiene inoltre positiva la presenza in Afghanistan di truppe americane (era il 63%) e Nato (dal 59 al 62%).

Emerge infine che il 90% è favorevole a un governo come l'attuale e solo il 6% vedrebbe con favore un ritorno dei talebani. Il sondaggio (1500 intervistati in tutte le 34 province) dice anche però che il 43% preferirebbe uno stato islamico e il 32% l'attuale forma di democrazia parlamentare.

mercoledì 13 gennaio 2010

VITTIME CIVILI

Come ogni anno anche il 2009 si è concluso in Afghanistan con un aumento delle vittime civili: 2.412 contro le 2.118 dell'anno precedente. Un aumento del 14% che contempla però anche una “buona” notizia. Sono diminuite quelle attribuibili alle forze occidentali o all'esercito afgano mentre l'opposizione armata ha ucciso 530 persone in più rispetto all'anno prima, un aumento del 41%.

La buona novella, contenuta nel ciclico rapporto della missione Onu a Kabul (Unama), è una magra consolazione: aumentano gli attacchi suicidi e le vittime innocenti uccise dai talebani che costituiscono i due terzi delle vittime civili mentre “solo” un terzo (- 28% rispetto al 2008) è da imputare alla Nato, agli americani e all'Ana (esercito afgano). Rimane infine un oscuro 8% di vittime difficilmente attribuibili. Unama, nel suo rapporto quadrimestrale (una misura introdotta dal dimissionario Kai Eide, capo della missione autosospesosi in dicembre con quattro mesi di anticipo sulla fine del mandato) rileva che ciò si deve a un più attento uso della forza da parte governativa.

Ma rileva anche che 359 persone sono state uccise durante raid aerei il che costituisce il 61% delle vittime imputabili alla coalizione e che Nato, americani ed esercito afgano hanno condotto una serie di operativi con un uso eccessivo della forza che ha comportato distruzione di proprietà e “insensibilità culturali” specie nei riguardi delle donne. Oltre al fatto che, nota ancora Unama, la vicinanza di caserme in luoghi abitati diventa un inevitabile fattore di rischio per i civili.

domenica 10 gennaio 2010

KARZAI CI RIPROVA...E FORSE ARRIVA DE MISTURA


Karzai ci riprova e, con in tasca una nuova lista di ministri, si ripresenta in parlamento. Secondo le indiscrezioni la lista era bell'e pronta già alcuni giorni fa quando, a fine dicembre e dopo mesi di trattative, il neo presidente si era presentato in parlamento ad affrontare il voto di fiducia sul suo nuovo gabinetto, bocciato per 17 candidature su 24. Secondo indiscrezioni Karzai sapeva che il parlamento avrebbe posto il veto su nomi della portata di Ismail Khan, il padre padrone di Herat, che non aveva potuto escludere dalla lista e aveva già pronta quella nuova. Presentata ieri dal vice-presidente Karim Khalili comprende 16 nomi, compreso il candidato agli esteri al posto dell'ex capo della diplomazia Spanta, posto che vuole per un suo fedelissimo: il capo della Sicurezza Zalmay Rasul. In totale ci sono 14 new entry assolute e solo due ex ministri (Zarar Mohammad Moqbel e Amina Afzali).

La nuova lista è assai più digeribile, sia per gli afgani, sia per la comunità internazionale: contiene, oltre alla già citata Amina Afzali, già ministro alla Gioventù e ora al Welfare, altre due donne (nella prima ce n'era solo una, bocciata) ai dicasteri di Sanità e Affari femminili: tutti, o quasi, personaggi assai meno compromessi con le signorie della guerra che avevano preso il posto in lista nella prima presentata al parlamento. Se tutto andrà bene, col nuovo esecutivo, davvero nuovo perché non è più la fotocopia del precedente, Karzai sarà più forte e potrà contare su un gabinetto più fedele, puntando a una maggiore stabilità. Mancano ancora due nomi per il ministero dell'Energia (già di Ismail Khan) e le Telecomunicazioni.

Ma non sono
le uniche novità della giornata. E se, sul piano militare, il Times di Londra racconta che le forze britanniche in Afghanistan potrebbero presto ritirarsi dalla provincia di Helmand, roccaforte dei talebani, cedendo agli americani la posizione di prima linea, sul sito di Foreign Policy prende forma la candidatura di Staffan De Mistura a capo di Unama, la missione Onu a Kabul il cui posto è vacante dopo che il reggente, Kai Eide, ha lasciato con quattro mesi di anticipo sulla scadenza naturale.

Sul fronte Onu siamo di fronte a indiscrezioni ma, questa volta, non anonime. Richard Holbrooke, l'inviato speciale Usa per la regione, ha caldeggiato con Foreign Policy la candidatura di Staffan De Mistura, l'italo norvegese ora vice direttore esecutivo del Programma alimentare mondiale con sede a Roma. Ma una decisione ufficiale ancora non c'è da parte del palazzo di Vetro. Solo qualche giorno fa il New York Times aveva sponsorizzato il francese Jean-Marie Guéhenno, uno dei tre nomi nella rosa dei candidati con il britannico Ian Martin. De Mistura è già stato in Afghanistan, dal 1988 al 1991, come direttore dell'ufficio per il fundraising e le relazioni esterne dell'Onu. Ma è anche molto stimato, sottolinea FP, negli Usa: dal National Security Advisor di Obama, Jim Jones, dal generale David Petraeus e da Karl Eikenberry, attuale ambasciatore americano a Kabul. Se i ben informati dicono che la candidatura di Martin era solo di bandiera e dunque senza speranze, la decisione di De Mistura dipende in realtà soprattutto da lui. Dopo un numero enorme di missioni, dall'Irak alla Somalia, il diplomatico Onu che gode di ottima fama non sembrerebbe intenzionatissimo a prendersi questa ennesima gatta da pelare. Per questo, pur essendo un sottosegretario, avrebbe accettato di fare il numero 2 pur di restarsene tranquillo a Roma. A meno che non glielo chieda direttamente Ban Ki-moon.

sabato 9 gennaio 2010

SUCCEDE A KL

Se la Malaysia non fosse un incredibile laboratorio dove, nonostante tutto, tre grosse e diversissime comunità convivono da secoli (autoctoni, cinesi e indiani), l'assalto ad alcune chiese cristiane in quattro diverse zone di Kuala Lumpur potrebbe restare notizia da derubricare nelle cronache locali. Ma proprio questi episodi in realtà marginali, in un paese dove persino l'islam più radicale si è dato un codice, sono segnali di malessere in una complessità, quella malaysiana, che è necessario tenere d'occhio. Anche perché, di questi tempi, l'attacco a un tempio cristiano rischia di infiammare ancor più gli animi predisposti a a vedere nell'islam il braccio del maligno.

I fatti: nella notte tra giovedi e venerdi attivisti in motoretta gettano benzina negli uffici amministrativi di un palazzo a tre piani della Chiesa protestante del Metro Tabernacolo nella zona Nord della città. Il piano terra viene praticamente distrutto. Contemporaneamente altri commando colpiscono, nella zona occidentale della capitale, altri due templi protestanti e un luogo di culto cattolico, la chiesa dell'Assunzione di Petaling Jaya. I danni in queste tre ultime chiese sono però ridotti anche se gli assalitori finiscono il lavoro sfasciando alcune auto parcheggiate nelle vicinanze. E mentre la polizia apre un'inchiesta, per le vie della capitale viene organizzata, nella giornata dopo il raid (cioè ieri, venerdi, giorno della preghiera) una manifestazione di protesta, promossa da 58 Ong musulmane, cui partecipano alcune centinaia di persone.

Gli antefatti: il raid contro le chiese è riconducibile, come la manifestazione di ieri, alla decisione dell'Alta corte che il 31 dicembre ha dato ragione a un giornale cattolico su una controversia di carattere lessical religioso: nel 2007 il governo aveva minacciato di chiusura il settimanale cattolico Herald, diretto da padre Lawrence Andrew, se avesse ancora utilizzato la parola Allah per indicare Dio. Per il ministero per gli Affari religiosi e lo stesso esecutivo (in Malaysia la Costituzione riconosce agli autoctoni – i pribumi – il diritto ad essere maggioranza nelle istituzioni e l'islam è religione di stato) il termine Allah poteva essere usato solo dai musulmani. Ma la redazione di Herald si era ribellata sostenendo che se i musulmani usano indifferentemente le due parole (in arabo Allah significa effettivamente Iddio) non si capiva perché non si potesse fare altrettanto sulla stampa cristiana. Dopo tre anni e un ricorso, l'Alta corte ha dato ragione all'Herald scatenando l'ira di alcuni gruppuscoli come il movimento giovanile musulmano “Abim” secondo cui l'uso improprio di Allah al posto di Dio sarebbe solo una surrettizia propaganda filo cristiana. Il governo malaysiano ha già annunciato ricorso sulla sentenza dell'Alta corte ma al tempo stesso ora si trova nell'imbarazzante situazione di vedersi scavalcato da gruppuscoli islamisti radicali che sono andati ben al di là addirittura del Pas (Parti Islam SeMalaysia), il partito islamista “istituzionale” secondo il quale non si può contestare la sentenza dal momento che sia gli ebrei sia i cristiani hanno diritto ad usare il termine Allah tanto quanto i musulmani.

Padre Lawrence getta acqua sul fuoco ma confida le sue preoccupazioni all'agenzia AsiaNews: “La protesta non ha fatto registrare incidenti perché la polizia ha fatto un buon lavoro e si impegna a mantenere la calma per prevenire un’escalation delle violenze”. La situazione non è ancora di pericolo ma, aggiunge, “siamo preoccupati”.

L'equilibrio etnico-religioso della Malaysia è una scommessa che dura da tempo. Durante l'epoca coloniale, i britannici importarono mano d'opera cinese e indiana per il lavoro nelle piantagioni di gomma. In seguito la diaspora cinese della Malaysia è diventata una delle più fiorenti dell'Asia e gli indiani, che sono in realtà il segmento più debole della società malaysiana, sono invece finiti a fare i lavori più umili o, nei casi più fortunati, a ingrossare le fila delle libere professioni. Una miscela di autoritarismo progressista è sempre riuscita però a tenere, seppur con una bilancia spostata sugli autoctoni, un equilibrio, facilitato dal benessere di un paese ricco e con discriminazioni relativamente sotto controllo. Ma nei periodi di crisi economica le tensioni si acuiscono.

Dopo decenni di dominio incontrastato l'Umno, il partito di maggioranza relativa che capeggia la coalizione del Fronte nazionale da sempre al governo, ha conosciuto una batosta elettorale nel 2008 che ha assicurato a una variegata opposizione molti seggi in parlamento. Il nuovo premier Najib Abdul Razak (nella foto), un economista al suo primo mandato e insediatosi nella primavera del 2009, ha promesso riforme e un governo della crisi economica che gli sta erodendo consenso in un paese dove la religione, molto spesso, viene usata come pretesto politico.

giovedì 7 gennaio 2010

PASSEGGIANDO A KABUL

Fare una passeggiata a Kabul o a Herat non è solo una maniera di vincere la paura e, in un certo senso, l'oppressione della guerra. E' un modo per riappropriarsi della città.


Kabul ha oggi 4 milioni di abitanti. Era una tranquilla capitale con 400mila residenti quando - incontrata la prima volta negli anni Settanta – ospitava già molti occidentali. Ma non erano soldati della Nato in mimetica e occhiali a specchio bensì un'altrettanto variegata truppa di svedesi, francesi, britannici coi capelli lunghi e le gonne colorate. Senza mitraglietta a tracolla.
Adesso la città è stretta in una sorta di morsa ossessionate di paura. Almeno per noi. C'è un divieto non scritto ma fortemente raccomandato perché non si esca di casa e soprattutto non si passeggi: rischio attentati, sequestri, mine disseminate sulle strade...Eppure

Come ovunque bisogna avere una guida. Una persona che interpreta i segni sottili che persino i muri sanno restituire. Una volta un amico afgano ci ha spiegato che, durante la cacciata dell'ultimo governo filosovietico di Kabul negli anni Ottanta, si poteva capire da un certo modo di tenere semichiuso un negozio o di appoggiare una tenda alle finestre se sarebbe o meno successo qualcosa: “Se il panettiere chiudeva il suo negozio – bugigattoli dove i fornai appollaiati su stuoie di canapa infilano nei forni incastonati nel pavimento lunghi pani piatti che, appoggiati alle pareti infocate, vengono recuperati cotti con dei bizzarri uncini– potevi star certo che i mujaheddin stavano preparando l'attacco”.
Questa volta la guida è Jolyon Leslie, sudafricano di origine e a lungo responsabile dell'Ufficio Onu di Kabul in anni difficili e persino durante i talebani. Oggi lavora per l'Aga Khan Foundation, responsabile delle migliori opere di ristrutturazione e conservazione di buona parte dei centri storici di Kabul ed Herat...(continua su Lettera22)

Questo reportage è uscito sul numero 25 della rivista Abitare la terra

Nella foto di Romano Martinis (che illustra il reportage) J. Leslie ed E. Giordana nell'ufficio del'Aga Khan Foundation a Kabul

domenica 3 gennaio 2010

LA PRIMA SCONFITTA DI KARZAI

Hamid Karzai aveva presentato la lista dei ministri del suo nuovo governo il 19 gennaio scorso, un mese esatto dopo il suo insediamento come nuovo capo dello stato. Un tempo abbastanza lungo di gestazione ma che non è evidentemente servito a sanare polemiche, controversie e il difficile equilibrio delle alleanze. Il parlamento di Kabul infatti, riunitosi ieri per decidere sulla fiducia alla lista del nuovo gabinetto del presidente (in realtà una sorta di fotocopia del precedente), lo ha clamorosamente bocciato per oltre la metà dei nomi fatti da Karzai: 17 su 24. E' però una bocciatura che, al di là delle percentuali, non penalizza se non in parte il presidente appena riconfermato al suo terzo mandato.

I dicasteri chiave infatti – come Difesa e Interno – sono passati, confermando dunque il fatto che anche il parlamento afgano tiene sempre un occhio puntato sui desiderata della comunità internazionale, di cui Karzai è un fedele interprete, che su questi due dicasteri ha gli occhi puntati poiché sono quelli preposti alla gestione della sicurezza e dei rapporti con la Nato. Quanto al titolare degli Esteri, Karzai non ha presentato nessun nome ma già si sa che il presidente è per la riconferma di Rangin Dadfar Spanta. Buio assoluto su Abdullah Abdullah, il rivale elettorale cui Karzai aveva inizialmente proposto una sorta di super premierato. Sdegnosamente rifiutato.
A scorrere la lista di promossi e bocciati (Karzai ci riproverà a febbraio) ci sono almeno un paio di eclatanti sorprese: il nome più illustre tra i silurati dai parlamentari afgani è infatti quello del vecchio leone di Herat, il signore della guerra Ismail Khan, che era stato destinato – come già nel passato esecutivo - al ministero dell'Acqua e dell'Energia, suo terreno di caccia preferito. Ma suona dura anche la bocciatura dell'unica donna che sarebbe dovuta entrare nel gabinetto di Karzai, la signora Husn Banu Ghazanfar, che era stata riconfermata dal presidente al ministero per gli Affari femminili. Il parlamento ha messo il disco rosso anche al candidato al ministero della Giustizia, Sarwar Danish e ai candidati per i posti di ministro al Commercio, Economia, Sanità e Istruzione. Tra questi, Mohammad Amin Fatimi (Sanità) e Amirzai Sangin (Informazione) sono considerati due “fedelissimi” del presidente.

Ce l'hanno fatta invece il ministro della Difesa Abdul Rahim Wardak, riconfermato nell'incarico, e il titolare dell'Interno Mohammad Hanif Atmar, che già aveva in mano l'importante dicastero, entrambi nella manica della comunità internazionale. Disco verde anche per il ministro delle Finanze, Mohammad Omar Zakhelwal.
Intanto è stato reso ufficialmente nota la data per le elezioni parlamentari. Un funzionario della Commissione elettorale ha infatti confermato che si svolgeranno il 22 maggio di quest'anno e che il costo sarà di 120 milioni di dollari, oltre la metà dei quali sono già nelle casse afgane. Saranno queste l'ultimo banco di prova della zoppicante democrazia afgana, dopo le elezioni dei Consigli provinciali ma soprattutto dopo le presidenziali (tenutesi entrambe in agosto), vessate da brogli e conclusesi con la farsa della proclamazione di Karzai alla guida del paese per la terza volta (dopo un interim e una prima elezione).