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martedì 23 marzo 2010

IL RITORNO DEL GUERRIERO, SI RIVEDE GULBUDDIN

Una schiarita e una complicazione l'arrivo a Kabul di una delegazione che fa capo al potente gruppo guerrigliero dell'ex comandante mujaheddin Gulbuddin Hekmatyar. Se infatti l'incontro dei suoi emissari col presidente Karzai sembra indicare che si sta effettivamente lavorando a un piano di riconciliazione nazionale, dunque a una tregua e a una trattativa con le forze insurrezionali, questo preludio negoziale segnala anche una difficoltà. Quella della trattativa con i talebani di mullah Omar, il signore riconosciuto della guerriglia in turbante. Se Hekmatyar non è mai stato un talebano e si è solo tatticamente alleato con i guerriglieri di Quetta (la probabile sede del Gran consiglio talebano), la sua è una fazione importante della guerriglia anti Karzai. E una frattura nel fronte guerrigliero può essere propizia ma anche nefasta per un allargamento del negoziato.

La notizia comunque è che, annunciato da un video fatto girare prima dell'incontro e in cui Hekmatyar apriva la strada della trattativa (non nuova per lui), una delegazione dell'ex capo mujaheddin, già primo ministro del governo insediatosi dopo la cacciata dell'ultimo governo filosovietico da Kabul, è venuta nella capitale per trattare direttamente con Karzai. Guidata da un altro ex primo ministro afgano, Qutbuddin Helal considerato il vice di Gulbuddin, la delegazione ha posto le sue condizioni al presidente: l'uscita di scena delle forze occidentali entro l'estate (un anno prima del possibile inizio di un'exit strategy come indicato dal presidente Obama), nuove elezioni e una nuova Costituzione. Ma prima di tutto la chiarezza sul ruolo di Karzai come negoziatore: uomo che rappresenta gli interessi di parte degli afgani e non burattino in mano alle potenze occupanti. Tutti gli osservatori concordano nel ritenere più che interessante il passo di Hekmatyar. La sua agenda non coincide certo con quella della comunità internazionale o dello stesso Karzai, ma, come in tutte le trattative, è una buona base per negoziare né Hekmatyar certo si aspetta che sia accettata in toto. Uomo rotto alle più diverse alleanze e a salti della quaglia tattici di ogni tipo, il personaggio risponde a una sola strategia: quella che lo vede come protagonista. Ma è forte e influente: non solo nella zona Est dell'Afghanistan o nell'area pachistana di Peshawar dove ha probabilmente il suo quartier generale. Originario di Kunduz, nel Nord, controlla anche diverse aree afgane settentrionali, come quella di Baghlan dove si sarebbe appena scontrato proprio con i talebani per una questione di “tasse” sui villaggi sotto controllo della guerriglia (60 morti il bilancio degli incidenti).

Hekmatyar gode anche di un appoggio, teoricamente indiretto, in parlamento. Il partito da lui fondato negli anni Settanta, l'Hezb-e-Islami, ha una rappresentanza parlamentare di 19 seggi (su 246) e uno dei ministri di Karzai, il nuovo titolare dell'Economia, ne fa parte (anche se ufficialmente tra il partito “legale” e quello “clandestino” non ci sarebbero legami).

La domanda vera è cosa succederà adesso con i talebani, dopo l'aperta presa di distanza di Hekmatyar dal movimento e dopo le nubi che si vanno addensando sulla cattura di mullah Baradar, il braccio destro di Omar arrestato il mese scorso da Islamabad. Per Kai Eide, l'ex capo dell'Onu a Kabul, l'arresto è un ostacolo ai contatti negoziali già avviati. Per altri, il prigioniero è la chiave con cui leggere il desiderio dei pachistani di prenotarsi un posto al tavolo negoziale con Kabul, per ritagliarsi un potere indiretto sulla transizione futura. Il quadro insomma è tutt'altro che sereno e se la trattativa con Hekmatyar sembra comunque una buona notizia, sotto un altro profilo potrebbe minacciare i già fragili tentativi di espandere gli informali colloqui già avviati con la cupola talebana, cosa di cui in realtà si sa molto poco.

Quel che appare evidente è che Karzai ha fretta anche perché vuole dimostrare di non essere semplicemente una marionetta in mano agli americani. Che hanno messo Hekmatyar sulla lista nera e che vorrebbero comunque negoziare solo dopo il completamento dell'intero dispiegamento di nuovi soldati appena deciso dagli Stati uniti (in totale tra 130 e 150mila uomini entro il 2010), come vuole la nuova strategia del generale McChrystal. Per poter trattare da una posizione di forza. E solo a quel punto iniziare a pensare seriamente a trattative ed exit strategy.

martedì 16 marzo 2010

LA VOLTA DI SERGIO PETRELLI


Dopo nove anni alla testa dell'Associazione delle Ong italiane, Sergio Marelli, direttore generale di Focsiv, lascia e al suo posto entra Francesco Petrelli, presidente di Ucodep, una Ong di Arezzo che, tra l'altro, in Italia rappresenta il colosso britannico Oxfam. La nomina è del 10 marzo scorso.
Petrelli è un esperto di formazione e un “intellettuale organico” (si sarebbe detto una volta) in un mondo che frequenta ormai da una ventina d'anni. La sfida che si trova di fronte è quella di tenere assieme 14 soci dell'AssOng che rappresentano ben 252 soggetti e che hanno voce in capitolo in Italia e fuori: dentro Concord, ad esempio, la Confederazione europea che raggruppa 1600 organizzazioni di cooperazione internazionale e aiuto umanitario nei 27 paesi della Ue.

Tenere assieme significa anche rivedere molte delle politiche dell'Associazione che, nonostante il gran lavoro di Marelli, è apparsa negli ultimi anni un po' appannata anche perché in questo pianeta sono apparsi nuovi soggetti (le grandi Ong internazionali) mentre molti altri, attivi all'estero ognuno per proprio conto, sono rimasti al di fuori di un'espressione associativa che resta uno degli architravi della società civile italiana.

In tempi di magra nelle casse della Dgcs, la direzione del ministero degli Esteri (Mae) responsabile dell'aiuto pubblico allo sviluppo (Aps), le Ong italiane devono forse ridarsi una strategia e affilare le armi per influenzare assai di più le scelte politiche del Mae in fatto di cooperazione. Devono forse anche ripresentarsi al grande pubblico e non solo durante eclatanti catastrofi. Il ruolo che possono svolgere è importantissimo, per chi ancora crede che la cooperazione abbia un senso e non sia solo una declinazione della parola solidarietà, anche in ragione della forza di rappresentanza di una larga fetta di opinione pubblica. Da questo punto di vista forse proprio il bagaglio culturale di Petrelli può essere una risorsa.
Buon lavoro.

giovedì 11 marzo 2010

BENVENUTI IN AFPAKIRAN

Ahmadinejad a Kabul. A parte le sparate di rito, la visita del dittatore di Teheran resta un fatto rilevante sotto due profili: quello di un asse possibile tra l'Iran, il Pakistan e l'Afghanistan, già testato alla vigilia della conferenza di Londra del mese scorso, e quello del tentativo di Karzai di ritagliarsi un profilo che lo faccia assomigliare sempre meno a un burattino di Washington. Migliore la relazione tra la capitale afgana e Islamabad dove Karzai è volato dopo l'incontro col capo di stato iraniano

Dopo il Great Game il Double Game. Dal “grande gioco”, al “doppio gioco”. E' l'espressione che ieri hanno usato sia il responsabile della Difesa americano Bill Gates, in visita a una base americana in Afghanistan, sia il presidente iraniano Ahmadinejad in visita di stato a Kabul. Accompagnato da un Karzai che ha tenuto un basso profilo, limitandosi a ricordare con formula rituale l'amicizia tra i due paesi, il capo dello stato iraniano ha accusato gli americani di fare il “doppio gioco” in Afghanistan e di combattere il terrorismo dopo averlo stessi creato. Scontato l'attacco alle forze d'occupazione della Nato e altrettanto scontato lo scambio di battute a distanza: Gates ha accusato gli iraniani di giocare su due tavoli, stringendo la mano destra al presidente afgano ma passando con la sinistra armi ai talebani con un appoggio sotto traccia.

Ma dietro le frasi di rito da entrambe le parti, la visita del dittatore di Teheran a Kabul resta un fatto rilevante sotto due profili: quello di un asse possibile tra l'Iran, il Pakistan e l'Afghanistan, già testato alla vigilia della conferenza di Londra del mese scorso, e quello del tentativo di Karzai di ritagliarsi un profilo che lo faccia assomigliare sempre meno a un burattino di Washington, preoccupazione che riguarda lo scenario interno ma anche la statura regionale dell'Afghanistan.

Karzai ha dimostrato ieri di saper reggere senza drammi la presenza nella sua capitale di due figure di rilievo che si guardano in cagnesco e le cui relazioni sono al lumicino. Anche se ha evitato, nella conferenza stampa, di parlare troppo, la visita ha di per se un significato importante poiché gli afgani, oltre a ospitare un'importante minoranza sciita, confinano con l'Iran per migliaia di chilometri a Ovest e Sud. Non di meno afgani, pachistani e iraniani giocano gli uni con gli altri una carta importante: per Teheran l'Afghanistan è pur sempre un paese con cui ha forti relazioni commerciali, moltissimi afgani vivono e lavorano in Iran mentre l'Afghanistan costituisce, come gli americani sanno bene, il possibile scenario dove scatenare una rappresaglia in caso di attacco al suolo iraniano. Per i pachistani i rapporti con l'Iran sono importanti sia come partner energetico, sia nella politica di bilanciamento del potere dell'India con cui Teheran ha comunque buone relazioni. E Kabul si torva in mezzo e dunque può svolgere un ruolo in grado di aumentare il suo prestigio.

E' anche in questo quadro che si svolge la visita di una delegazione di alto profilo guidata da Karzai e arrivata a Islamabad ieri sera per due giorni di colloqui ad alto livello. I punti dell'agenda sono probabilmente soprattutto due: la collaborazione sul fronte della lotta contro gli islamisti, problema grosso anche in Pakistan, e il rapporto con l'India.

Alla vigilia dell'incontro afpachistano, il portavoce del ministero degli esteri di Islamabad, Abdul Basit, ha detto che il Pakistan offrirà la sua collaborazione nel training all'esercito afgano proprio per evitare l' “ingerenza” di Delhi negli affari interni afgani. L'India, ha detto testualmente, sfrutta la terra afgana per “mettere in pratica i suoi nefasti disegni” anti Pakistan. Ragione in più per stringere buone relazioni con un paese che non ha risparmiato in passato pesanti critiche a Islamabad, rea di ospitare i santuari talebani da cui, tra l'altro, sarebbero partiti anche gli attentatori che cercarono di uccidere Karzai durante una manifestazione pubblica. Ma adesso l'aria è cambiata. E' addirittura “affabile” come la definisce il quotidiano pachistano The Dawn, che spiega come il viaggio di Karzai sia stato preparato dall'intenso lavorio di Farooq Wardak, ottime relazioni col Pakistan dove si è formato e capo della Commissione afgana per la riconciliazione e la reintegrazione”: l'uomo che sta preparando per fine aprile una “jirga (tradizionale assemblea tribale) di pace” per la quale Kabul chiede la collaborazione pachistana. Altro segnale incoraggiante è che Karzai ha smesso di insistere sull'estradizione dei capi talebani arrestati da Islamabad, primo tra tutti mullah Baradar.

Che i due paesi possano collaborare senza ombre, senza destare sospetti a Delhi o senza che in qualche modo siano in corso “doppi giochi” (locuzione che va per la maggiore) è forse solo una bella speranza ma qualcosa è cambiato tra Kabul e il paese confinante che ospita ancora 1,7 milioni di afgani. E che ha appena riconfermato al suo posto per un altro anno il potentissimo capo dell'Isi, l'intelligence guidata dal generale Ahmad Shuja Pasha, uomo di cui il presidente Zardari e il premier Gilani continuano a fidarsi.

lunedì 8 marzo 2010

INOLTRO E CALDEGGIO...

,,,QUESTA MAIL TESTE' RICEVUTA

Gentili Tutti,
nel campo dell'esercizio dell'inutile mi sono prodigato nell'inviare il testo che leggete in calce al presidente della repubblica: esorto anche voi a buttare qualche minuto ed un click per mandare un pensierino al presidente circa il suo ultimo intervento nel pasticciaccio brutto della via berlusconiana (tra i tanti mi riferisco all'ultimo, quello elettorale)
Collegatevi alla pagina e date fiato alle trombe:
https://servizi.quirinale.it/webmail/
Coraggio, fate anche voi qualcosa di inutile!
d.gentilomo
_________________________________
Illustrissimo Signor Presidente,
io e - sono certo - molti cittadini di questo tormentato paese ci domandiamo se avrebbe sottoscritto un uguale provvedimento interpretativo circa le norme elettorali anche a favore di una compagine politica esordiente o di consistenza numerica tale da non alterare i prevedibili equilibri politici.
Dalla risposta che Lei ha voluto dare in questi giorni a due concittadini, parlando di “due beni egualmente preziosi” di cui, tuttavia, uno è risultato più prezioso dell'altro, devo intendere che per non falsare il responso elettorale di due pur importanti amministrazioni locali, Lei abbia ritenuto preferibile sacrificare il principio costituzionale secondo cui la legge è uguale per tutti. Un sacrificio questo che resterà una menomazione permanente perchè, se una amministrazione locale dopo cinque anni si rinnova, un principio, una volta violato, non torna integro né in cinque né in dieci né in cento anni: non è più un principio, punto e basta.
Quando nel suo discorso di insediamento Lei, facendo riferimento ai principi fondamentali dei primi articoli della costituzione, disse che “... scritti ieri, sono aperti a raccogliere, oggi, nuove realtà e nuove istanze”, mai e poi mai avrei immaginato che queste istanze potessero essere l'elezione del Signor Formigoni alla presidenza della regione Lombardia.
Signor Presidente le scrivo questo per significarLe la profonda delusione che soffro nel vivere in un paese in cui le regole e le leggi debbano essere interpretate sulla base dei rapporti di forza contingenti e non sui principi del diritto; nel vivere in un paese in cui una competizione elettorale in corso di svolgimento veda modificate le sue regole per non veder modificato il risultato che da essa ci si attende.
Con deferenza,

LETTO E CLICCATO

martedì 2 marzo 2010

IL DIFFICILE BILANCIO DELLE VTTIME CIVILI

Conoscere la verità sull'Operazione Moshtarak non sarà facile. E' sempre difficile infatti avere dati certi mentre è in corso un combattimento o un'operazione militare su larga scala: distinguere cioè la propaganda da ciò che succede realmente.
A complicare ulteriormente la situazione arriva, battono le agenzie di stampa, una norma che vieta di riprendere gli attacchi sferrati dagli insorti, una nuova direttiva del governo di Hamid Karzai, secondo cui in questo modo si sosterrebbe semplicemente la causa dei «nemici» del Paese, assicurando loro propaganda gratuita. La Direzione nazionale per la sicurezza (Nds) fa sapere che i giornalisti potranno filmare solo i momenti successivi agli attacchi .- nel rispetto dell'articolo 7 della legge per la sicurezza nazionale – e dopo aver ottenuto il consenso dei servizi d'intelligence locali. I reporter che non si atterranno alla nuova direttiva....rischieranno l'arresto e il sequestro del materiale in loro possesso. Una pessima notizia.

In mancanza di dati certi sulle vittime civili ci affidiamo alle fonti ufficiose che abbiamo raccolto da personale locale degli organismo internazionali: notizie ufficiose proprio perché ancora non è possibile una certificazione esatta di quanto accade o è accaduto. Le fonti raccolte da Lettera22 dicono che i dati ufficiali segnalano 16 vittime, ma che si tratta di un bilancio che però potrebbe in realtà essere di almeno 36. Esiste anche una valutazione di 150 vittime dell'Operazione ma è quest'ultimo un dato che non ha conferme valide per ora anche perché in molti casi l'accezione “dispersi” significa solo che, per ora, una data persona non risponde all'appello. Infine è difficile ancora valutare a chi si possano attribuire le vittime (se alla Nato o agli insorti).

Significativo invece il dato (ufficiale) di oltre 4200 famiglie sfollate nel periodo 8-24 febbraio dall'area operativa (e che hanno fatto capo a Lashkar Gah, capitale dell'Helmand): in totale circa 28mila persone. Il dato significativo però è che dal 25 non si segnalano più spostamenti dall'era di Marjah ma anzi il rientro di circa 360 famiglie. Le fonti segnalano altri due elementi: la presenza di Ied (manufatti esplosivi) sulle strade, che è dunque un elemento che frena gli spostamenti e aumenta il rischio di vittime civili e il fatto che, nonostante le operazioni di bonifica durante il giorno, nella notte gli Ied tornano sulla strada. L'accesso o l'uscita dall'aera è dunque molto limitato essenzialmente per la presenza di ordigni e mine.

Altro elemento di preoccupazione è l'espansione delle operazioni militari nella provincia di Kandahar dove, solo nelle ultime 24 ore, si sono verificati tre attentati importanti solo in città e in una situazione di estrema tensione.

Sul fronte italiano resta da segnalare l'utlimo passaggio oggi a Monecitorio della conversione in legge del decreto missioni.

POVOCAZIONE A TEATRO

Nel giorno dello sciopero dei migranti la provocazione dell'Hidden Theatre di Pontedera al Palladium di Roma


E' così difficile fare gli spettatori quando gli autori e gli attori chiedono al pubblico di intervenire in scena. Succede a teatro, al circo, nelle fiere paesane. Se tocca a voi vi sembra di subire una piccola violenza ma alla fine ci state – vi tocca starci - sperando di evitare la brutta figura. Ma “Ricordi lontani/Oggi” in scena ieri sera al Palladium di Roma per la regia di Annet Henneman (nell'immagine) è qualcosa di più e di peggio dell'ipnotizzatore che vi abbaglia o del prestigiatore che vi fa uscire un uovo dal collo della camicia. In questo spettacolo non siete invitati a partecipare: siete violentemente sbattuti in scena, siete la scena stessa.

Vi sbatacchiano urlando, trattandovi male, insinuandovi lo stesso dannato fastidio che avevate provato quando a scuola vi obbligavano a rifare la corda, quando in caserma vi ordinavano di andare in camerata, quando in collegio o in “colonia” (chi se le ricorda ancora?) dovevate fare la fila per la doccia e guai a chi sgarra. Ma non avevate ancora provato a essere clandestini. A essere fotografati contro un muro, a sentirvi richiedere una carta che non capite cosa sia, apostrofati con rudezza in una lingua che non è la vostra mentre perdete il contatto con vostra moglie o vostro figlio. Questi teatranti che giocano con la parte più intima di voi – la vergogna – vi fanno sentire dei burattini collettivi e la finzione funziona. Lo scopo è mettervi nei panni del lavavetri che avete appena evitato all'angolo o del magrebino cui avete concesso oggi pomeriggio una goccia di buon cuore da 20 centesimi. Essere l'uomo, la donna, che ha dovuto avere pazienza, restare in silenzio, non sapere se è sì o no, se si è stati più fortunati del compagno vicino.

Non c'è bisogno di essere picchiati a sangue, torturati o addirittura uccisi. L'umiliazione è una tortura a volte peggiore, più profonda perché, solo apparentemente, più civile. Così la piece centra l'obiettivo. E l'obiettivo siete voi che, strattonati fuori dal teatro mentre una cattivissima kapò vi urla di uscire, avete anche dimenticato la scarpina di cachemire sulla poltrona del Palladium.