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giovedì 22 aprile 2010

LA GUERRA NASCOSTA

Contractor, logistica, acque minerali e lacci per le scarpe. Business miliardario che alimenta il conflitto e finanzia persino il nemico. Altro che Exit strategy. In Afghanistan si combatte anche per portare la carta igienica da Bagram a Kandahar


All'aeroporto militare di Herat l'attesa per l'imbarco sul C-130 dell'aviazione italiana in partenza per Kabul si fa lunga. Gli alpini della Taurinense e i paracadutisti della Folgore bighellonano nel grande hangar fumando e chiacchierando. Gli americani, che hanno una casermetta all'interno di Camp Arena, il comando Ovest della Nato/Isaf affidato alla responsabilità italiana, si accovacciano nelle loro mimetiche grigio topo tirando fuori i libri. Un nero sta leggendo “Storia del black power negli Stati uniti”. Una bionda un po' sovrappeso divora un giallo in edizione supereconomica, il fucile appoggiato alla zaino. Il volo annuncia ritardo. Dopo una mezzoretta arriva anche un altro manipolo di aviotrasportati. Omaccioni con berretto di lana e abiti civili. Al massimo qualche orpello militaresco, pantaloni con ampie tasche e scarponi da montagna. Solo le armi, nemmeno tanto esibite, fanno capire subito che questi gentiluomini, che se ne stanno rigorosamente in disparte, sono un'altra razza di combattenti. Sono “contractor”, i mercenari del XXI secolo, uno dei maggiori business del lato più oscuro della guerra: soldi e mitraglia, l'ora et labora di un esercito nascosto. La consegna è il silenzio. Non scambiano una battuta e se li fissi troppo a lungo ti affibbiano un'occhiata che fa correre un brivido lungo la schiena. Non mettere il becco che è meglio....


Il seguito su Il Reportage, in libreria

La foto (Herat) è di Romano Martinis

mercoledì 21 aprile 2010

EMERGENCY TRA IPOTESI, FATTI E INTERROGATIVI

Cosa è successo all'improvviso che ha imposto un'accelerazione e una rapida risoluzione del caso Emergency? Un'ipotesi è che la vicenda rischiava di trasformarsi in un boccone avvelenato. Non solo per l'Italia. Qualche idea sulla vicenda della Ong più nota e bistrattata d'Afghanistan

In una vicenda di arresti, trattative, pressioni e rapide liberazioni, restano sempre domande senza risposta. Siamo nel campo delle ipotesi, per quanto surrogate da alcuni fatti, e ne accamperemo qualcuna anche se la saggezza consiglierebbe di non puntare tutto su un solo cavallo, ma sull'insieme delle cause che, unite a un quadro di riferimento assai complesso -una guerra e una tensione fortissima tra Karzai e i suoi alleati- prima hanno creato il caso e poi lo hanno avviato a una soluzione inaspettatamente veloce. La conclusione è che non poteva che andare così. Il dossier Emergency non doveva durare e doveva comunque risolversi prima del 12 maggio, giorno dell'incontro a Washington tra Karzai e Obama. Con quell'antipasto sul tavolo la cena sarebbe andata di traverso a entrambi.

Una delle ipotesi è che Emergency sia stata oggetto di una vendetta fredda dei servizi afgani. Ipotesi molto sensata e che trae le sue origini, nel 2007, dallo “schiaffo Hanefi”: dopo averlo arrestato, accusato di terrorismo e fiancheggiamento, il capo dell'Nsd, Saleh, dovette piegarsi alla ragion di stato. E dopo meno di cento giorni l'uomo di Emergency uscì di galera incolume e prosciolto da ogni accusa.

Quel che è certo è che colpire gli umanitari è semplice e che il momento era propizio. Karzai ha bisogno di dimostrare che, in casa sua, è lui che porta i pantaloni: qualsiasi iniziativa che metta sotto schiaffo gli alleati gli sarebbe andata bene, purché fosse lui poi a togliere, magnanimamente, le castagne dal fuoco. Che invece la cosa sia stata preparata ad arte per togliere Emergency di mezzo, teoria cara a Gino Strada, è un'ipotesi possibile ma improbabile. Tolta Emergency da Lashkargah, il vero problema sarà di carattere sanitario, perché è l'unico centro chirurgico d'eccellenza della regione. Ma testimoni scomodi -anche più scomodi di Emergency perché più autorevoli- ne rimangono, eccome: c'è l'Onu, la Croce rossa e gli afgani stessi cui le vittime civili non piacciono anche perché sempre di afgani si tratta. Forse è più corretto dire che di Emergency, a parte i feriti, nessuno sentirà la mancanza. Non Saleh, non la Nato, non il governatore. E forse nemmeno il governo italiano.

Se si esclude il complotto -per vendetta o con l'obiettivo di far fuori Emergency- resta comunque una manina perfida e quel che sembra un piano ben architettato. Con un seguito pericoloso e forse imprevisto. Tanto per cominciare il volo di Garatti del sabato mattina per Kabul è cancellato. Per le linee aeree locali non è che sia una novità. Anzi è una non notizia. Ma se questo lo si mette assieme al falso allarme bomba, che allontana per qualche ora gli internazionali dall'ospedale, allora gli indizi sono due. E sono tre se è vero quanto una gola profonda dichiara al Corriere sin da subito: che si era voluto attendere che l'ambasciatore Sequi, insignito della più alta onorificenza afgana, lasciasse il Paese per non fargli uno sgarbo. Dietrologia? Può essere, però gli indizi salgono a tre. Ma se il blitz è stato preparato (anche nell'ipotesi di una semplice soffiata), come mai gli italiani non sono avvertiti dell'imminente arresto di tre connazionali? Perlomeno, stando a quanto è noto ufficialmente, la notizia arriva in Italia all'ora di pranzo, ossia poco prima se non durante il blitz. Si dirà che la polizia francese non è tenuta ad avvertire l'ambasciata italiana dell'arresto di un emiliano a Lione. Ma se si tratta di operazioni complesse come mafia o terrorismo – a meno che non ci si fidi del Paese in questione- una telefonata si fa. E fin qui saremmo alla scortesia, a una non grave leggerezza.

Il buco nero si apre invece se all'interno della medesima alleanza militare impegnata in un conflitto, quindi quando la comunicazione interna è preziosa e doverosa, un alleato non avverte l'altro. E sulla scena del delitto ecco comparire un allampanato britannico, un soldatino della Perfida Albione ma con mostrine Isaf. Inglesi goddamn! Gli stessi che il giorno dopo, via Times, avallano la bufala della confessione. Gli stessi, accidenti, che accusarono gli italiani di pagare i talebani. Complotto a Downing Street? No. Semplicemente un militare della Nato (poco conta la nazionalità), alleati con l'Italia nella coalizione Isaf Nato, si guardano bene, a quanto sappiamo, di avvisarla che una bufera si sta addensando sopra la testa del quarto Paese per contributo di uomini alla stessa medesima alleanza. Questa si, se confermata, leggerezza grave e intollerabile.

Quando in alto ci si è accorti che il caso di Emergency poteva diventare un caso Nato, si è corsi ai ripari. Forse facendo pressioni su Roma e Kabul per chiudere in tutta fretta. Per disinnescare l'antipasto avvelenato in vista del 12 maggio alla Casa Bianca.

martedì 20 aprile 2010

A LA GUERRE COMME A LA GUERRE


Il funzionario di un'importante agenzia internazionale è pensieroso. Lavora nel Sud dell'Afghanistan. Un posto maledetto su cui, per sdrammatizzare, circolano barzellette: “Kandahar i canadesi la chiamano Canadahar...”, dice, ma non ha una gran voglia di ridere. “La chiusura dell'ospedale di Emergency è una seria preoccupazione perché in quell'area è l'unico luogo dove si può avere assistenza medica chirurgica di livello”.
Con l'operazione a Marjah alle spalle e con una nuova offensiva Nato all'orizzonte, il quadro non è rassicurante. Un nuovo operativo, spiegano gli umanitari che monitorano quello spicchio di Afghanistan, significa anche Ied (mine rudimentali lungo le strade), ordigni “sporchi” e kamikaze. Che uniti allo sfacelo delle bombe o agli “effetti collaterali” di qualsiasi offensiva militare faranno comunque un macello.

Il quadro afgano è desolato, come quello di ogni guerra. Ed è poco consolante che il generale Stanley McChrystal abbia fatto di tutto per cambiare passo, modificare le regole d'ingaggio, evitare un certo tipo di bombardamenti dall'aria, far maggior attenzione nei rastrellamenti, aver più cura ai checkpoint. La guerra è guerra, verrebbe da dire. E non c'è guerra umanitaria che tenga. I due termini fanno a pugni in una cacofonia disperata. Anche i talebani hanno questa preoccupazione. Quando cala il consenso perché il gioco si fa duro, il problema è per tutti quello di evitare le vittime civili. Cosa possibile solo con una tregua. In attesa che Unama faccia il primo bilancio di quest'anno sul numero di innocenti uccisi (2.186 tra gennaio e novembre 2009, due terzi dei quali ammazzati dalla guerriglia), all'orrore di una guerra già poco raccontata si aggiunge ora un testimone in meno. E un problema in più per i feriti da armi, schegge, bombe, proiettili che la mano di un bravo chirurgo - un Garatti che impegna il suo tempo a salvar la pelle altrui rischiando la propria - potrebbe salvare.

Un gioco così duro che passa in secondo piano un lieve terremoto che ha colpito ieri la provincia di Samangan, a quasi 200 chilometri da Kabul, nel Nord. In fondo sono “solo” undici morti e una settantina di feriti e forse qualche metro cubo di villaggi (pare circa trecento case) andato giù col suo carico di miseria. Le altre notizie sono routine della guerra: la polizia segreta che annuncia l'arresto di una decina di militanti che stavano preparando un attacco nel cuore della capitale (cosa che dopo l'arresto degli uomini di Emergency viene da prender con le molle) o la notizia (non confermata) che un soldato si sarebbe fatto esplodere in una base dell'esercito afgano uccidendo un militare. Oppure ancora la nomina, sabato scorso, di Fazel Ahmad Manawi alla testa della Commissione elettorale (Iec) al posto di Azizullah Lodin, spazzato via dalla bufera seguita alle elezioni di agosto, capro espiatorio di una brutta storia terminata con la “rielezione” di Karzai a presidente.

La guerra va avanti e con lei la fibrillazione politica in una capitale scossa dal pericolo di attentati sempre in agguato ma anche da un futuro incerto, da ricucire rapidamente alla viglia, nemmeno troppo lontana, dell'incontro a Washington il 12 maggio tra Karzai e Obama, che è sempre un po' in forse. Sullo sfondo, l'affaire Baradar, il capo talebano arrestato dai pachistani e che, dicono gli avveduti, è la pedina di Islamabad per entrare nel piatto del processo di riconciliazione nazionale. E infine la Loya Jirga di pace, ormai alle porte, tentativo di farlo marciare questo processo di pace di cui tanto si parla che ma stenta ad avviarsi. Come farlo partire bene, del resto, in attesa di una ennesima offensiva di terra della Nato? Qualche settimana fa, prima del caso Emergency, Karzai ha fatto un giro tra gli anziani dei villaggi che saranno inclusi più o meno direttamente nell'offensiva. Ha rassicurato e garantito che nulla si farà senza un accordo preventivo con loro. Sempre in cerca di consensi, il ras di Kabul deve dimostrare che in Afghanistan comanda lui, che non è, come si dice sempre, solo il sindaco della capitale. Da come saprà gestirla, più o meno d'accordo con McChrystal, che gli liscia le penne come alla gare tra galli che si giocano al venerdi nei giardini di Babur, si vedrà la sua tenuta. Ma anche quella del generale che, entro l'anno, ha promesso una svolta e si sta giocando la faccia e la carriera.

Se Emergency sia stata cacciata in quanto testimone scomodo resta da dimostrarsi. Scomodi però son scomodi Gino e i suoi accoliti, sempre con questo mantra infinito delle vittime. E quel che è certo è che la loro dipartita viene probabilmente festeggiata in più sedi. Gli unici a disperarsi veramente saranno gli afgani feriti. Quelli del mantra di Gino per i quali oggi, come ieri, i taccuini dei cronisti sono avari. Da oggi un po' più di ieri.

lunedì 19 aprile 2010

DALLA PARTE DEI BIRMANI


Le elezioni birmane sono alle porte e l'opposizione democratica si è già schierata per il boicottaggio. Appannata da un velo di silenzio, la Birmania continua però la sua marcia per farsi accettare, così com'è, dalla comunità internazionale. E in qualche modo, complice il silenzio, rischia di farcela. E di far passare dunque le elezioni come il tradizionale plebiscito di cui la giunta ha bisogno.

E' in questo quadro che la Cisl ha lanciato un appello urgente al governo italiano e alla Unione Europea (si può firmare sul sito di birmaniademocratica.org): perché recepiscano le richieste del sindacato e di tutte le organizzazioni democratiche birmane che chiedono alla comunità internazionale di condizionare l’accettazione delle elezioni a tre precise azioni del governo della Birmania: l’immediata e incondizionata liberazione di Aung San Suu Kyi e degli altri detenuti politici, e la garanzia a tutti loro del diritto a partecipare ed essere candidati alle elezioni; la cessazione di tutti gli attacchi contro le comunità etniche e gli attivisti democratici; l'apertura immediata di un dialogo genuino ed inclusivo tra la giunta, le organizzazioni democratiche e le nazionalità etniche, che comprende la revisione della costituzione.

Com'è noto si tratta di denunciare le nuove leggi elettorali, che impediscono alla Nobel Aung San Suu Kyi e agli oltre 2.100 detenuti politici di candidarsi, di votare e di essere votati alle prossime consultazioni ormai alle porte. Una pressione diplomatica potrebbe non portare a nulla ma certo allargherebbe l'isolamento della giunta e di conseguenza ne indebolirebbe il ruolo a livello internazionale in un momento in cui gode, comunque, di due importanti spalleggiatori: il governo indiano e quello cinese. Far sentire la proprio voce (di italiani ed europei) è dunque anche un modo per fare pressione su di loro. E di essere vicini ai birmani che vorrebbero cambiare la leadership del proprio paese
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venerdì 16 aprile 2010

DIETRO IL CASO EMERGENCY

L'esercito americano ha chiuso in Afghanistan il fortino nella valle di Korangal. In termini di vite umane era costato 42 soldati e centinaia di feriti. Molto sforzo per nulla perché la valle nella provincia di Kunar, desertica e spopolata, restava e resta saldamente in mano talebana nonostante l'impiego di risorse materiali e umane. Non è l'unico avamposto sigillato: nel 2007 e nel 2008, spiega il New York Times, due fortini e una base satellitare sono stati chiusi nella valle di Waygal in Nuristan e nel 2009 due ne son stati chiusi, sempre in Nuristan, nell'area di Kamdesh. Con la base di Korangal sono state abbandonate anche altre cinque basi satellitari. Qualcuno (oltre ai giornali americani) se n'è accorto?

La fortissima attenzione che abbiamo sul caso del personale di Emergency, giustificata dall'indignazione per il fatto che si tratta di italiani, umanitari e volontari probabilmente coinvolti in una oscura manovra, rischia di farci dimenticare la cornice in cui si dipana il quadro della vicenda. E in questo caso la cornice è quanto mai parte del quadro e lo condiziona pesantemente. Oltre la guerra, che ne è ovviamente lo sfondo naturale.

La recente vicenda di Emergency scoppia in un momento delicatissimo nei rapporti tra Kabul e Washington e, di riflesso, con tutti gli alleati occidentali dell'Afghanistan. Un momento in cui la corda è tesa, la tensione è alta, gli screzi all'ordine del giorno. I colpi bassi pure. Un quadro aggravato, come racconta la vicenda dell'avamposto di Korangal, da un discreto nervosismo che caratterizza i manovratori di Isaf Nato, il generale McChrystal in particolare, cui spetta il compito di dimostrare, entro sei-otto mesi, che aver portata i 1300 soldati americani del 2001 ai 70mila attuali (più o meno dispiegati e in crescita) è un'impresa con un senso.

Sul piano politico la corda si è sempre più tesa dopo gli attacchi sferrati a giorni alterni a Karzai dalla stampa americana, da mezze dichiarazioni ufficiali o di questo o quell'anonimo funzionario. Infine, quando a fine marzo il parlamento afgano ha bocciato la legge con cui Karzai voleva assicurarsi il pieno controllo di una commissione elettorale, il presidente è letteralmente esploso, coprendo i suoi alleati di insulti e pesantissime accuse. La recente visita di Obama in Afghanistan inoltre ha sgombrato il campo da nubi solo fino a un certo punto tanto che, a inizio aprile, la visita di Karzai a Washington del prossimo 12 maggio sembrava sul punto di saltare. Come insegna l'esperienza, quando la corda politica si tende troppo e quando il presidente si sente nell'angolo, partono i colpi di coda. Difficile escludere che quello contro Emergency non rientri in una strategia per alzare il prezzo: colpire Emergency per parlare a Roma (la nuora) perché, in ultima analisi, Washington (la suocera) intenda.

Sul piano militare la situazione non è meno tesa. Dopo che l'Operazione Moshtarak ha dato la prima spallata in febbraio ai comandi talebani dell'Helmand, ora McChrystal vuole prendere di petto la regione di Kandahar e rendere finalmente sicura la sua capitale. Il nuovo piano strategico è quello di abbandonare avamposti inutili e onerosi concentrandosi sulle aree dove il controllo del governo è debole e inesistente, “proteggendo” gli afgani dai talebani. Una scommessa forte. Ma la turbolenza politica non aiuta. Karzai ha fatto un giro di visite dai capi villaggio della zona (gli “elder” o anziani come si dice in gergo) rassicurandoli sul fatto che nulla si farà in futuro sul piano militare senza il loro accordo. McChrystal è in fibrillazione: deve assecondare due presidenti, il suo e quello afgano, ma fino a che punto? Il generale ha anche un'altra preoccupazione. Nonostante promesse, rassicurazioni e cambio delle regole d'ingaggio, i suoi ragazzi continuano a sbagliare: sparano sulle corriere, ai posti di blocco, lungo le strade come purtroppo avviene in ogni guerra. Nemmeno questo aiuterà un conflitto che, per arrivare a soluzione, ha puntato tutto, per l'ennesima volta, sull'opzione militare. Inevitabilmente prigioniera delle logiche perverse della guerra (vittime civili, consenso in calo, perdite) e di quelle altrettanto minate della politica. Di cui Emergency sembra pagare in parte il conto.

giovedì 15 aprile 2010

EMERGENCY, IL GOVERNO CI RIPENSA

Alla fine la marcia indietro c'è stata. Anche Emergency lo riconosce: «Il governo sta cominciando a fare il minimo indispensabile».
Dopo le dichiarazioni “a caldo” al momento dell'arresto del personale di Emergency, dopo aver esitato nel prendere una posizione forte a favore di tre connazionali nei guai, dopo aver alluso alla possibilità di una collusione coi terroristi, il ministro Franco Frattini ha fatto quello che tutti si sarebbero aspettati sin da sabato. Nell'audizione di ieri in parlamento ha spiegato che la diplomazia si sta muovendo perché vi siano tutte le garanzie della difesa e manifestando “insoddisfazione” per le risposte afgane sui capi d'accusa. Un clima migliore dunque che potrebbe anche preludere alla liberazione di uno degli arrestati (Pagani).

Latore di una sua lettera e di una missiva di Silvio Berlusconi a Karzai, l'inviato speciale della Farnesina Massimo Iannucci ha consegnato oggi a Kabul le richieste del governo italiano anche se della lettera del premier si è saputo solo nel primo pomeriggio di ieri, dopo che persino la Lega, non certo ascrivibile ai simpatizzanti di Strada, aveva trasmesso la sua preoccupazione e la volontà di “riportarli a casa”. Del silenzio del premier si era anche accorta l'Italia dei valori e la Tavola della pace che, in un comunicato di prima mattina, lo aveva sollecitato a uscire da quello che l'Idv aveva bollato come un “assordante silenzio”. Se Berlusconi abbia scritto la lettera ieri mattina vedendo la marea montante delle proteste non è dato sapere, anche è bizzarro che si sia saputo lunedi del messaggio di un ministro, per quanto di serie A, ma non di quello del capo del governo. Forse Berlusconi ha voluto anticipare il Pd che, nelle interpellanze di questi giorni, si era dimenticata di chiedersi come il premier non avesse proferito verbo trattandosi della pressione su capo di stato.

Tant'è. Nel giro di qualche ora la marcia indietro, forse con un occhio ai sondaggi e alla raccolta di firme per Emergency (quasi 300mila), il governo ha deciso di sposare la linea “umanitaria”. Di far accompagnare Iannucci dall'esperto giuridico del ministero e di affidare il caso all'avvocato Nooristani, uno dei migliori di Kabul che, grazie al sostegno italiano, ha fondato in Afghanistan la prima associazione di avvocati. E' l'uomo che difese un giornalista afgano condannato a morte (poi liberato da Karzai), che seguì e consigliò sulla vicenda Hanefi e che sarebbe stato opportuno indicare sin dalle prime ore del fattaccio, visto che i detenuti sono nella mani della polizia segreta la quale, come ha spiegato Frattini, li può tenere a disposizione per 15 giorni (molti), lasciandone al magistrato altrettanti (pochi) per decidere scarcerazione o rinvio a giudizio. Non è un caso se Emma Bonino ha voluto puntualizzare, durante l'audizione, la preoccupazione per quanto detto proprio sotto il torchio dell'intelligence. Parole, ha detto, di cui non si dovrà tenere conto perché pronunciate fuori da ogni garanzia legale.

Comunque Frattini non ha rinunciato a rintuzzare Strada, sostenendo che le sue polemiche non aiutano. A buon conto, il campione della marcia indietro è stato il ministro La Russa secondo cui: «L'abbiamo detto fin dal primo momento: abbiamo il diritto e il dovere di pretendere che siano garantiti tutti i diritti processuali e, prima ancora, umani”. Veramente su La Stampa del 12 aprile aveva detto che gli arrestati non si potevano considerare innocenti in modo aprioristico così come non era possibile considerarli colpevoli. Un bel equilibrismo che faceva carta straccia di qualche secolo di civiltà giuridica sulla presunzione d'innocenza.

mercoledì 14 aprile 2010

PENSIERINI, LA ONG E IL PRESIDENTE

Non è un momento dei più sereni quello in cui scoppia il giallo di Lashkargah che coinvolge pesantemente una delle più note Ong internazionali in Afghanistan. Nel paese dell'Hindukush dal 1999, l'organizzazione di Via Meravigli ne ha viste delle belle e ha dovuto passare attraverso la buriana dei molteplici governi e regimi che vi si sono alternati negli ultimi dieci anni. Quando nel 2001 Emergency aprì il suo ospedale nella Kabul talebana, coordinava anche i centri di salute del Nord sotto influenza del comandante Massud. In un difficile equilibrio. Ma non meno complicata è stata la relazione con Karzai e i suoi ministri.

Anello debole di una catena fragile per definizione, quella umanitaria, Emergency è sempre stata sotto tiro. Anche perché, inutile negarlo, lo scontro si è sempre inevitabilmente prodotto anche per il vizio di alzare la voce e denunciare, da testimoni sempre incomodi, le sciagure della guerra. Quando capitò l'incidente di Mastrogiacomo con la mediazione di Emergency, Karzai finì sotto tiro perché aveva ceduto al ricatto di liberare cinque prigionieri talebani. Inevitabile che dopo un po' sarebbe scattata la ritorsione. Non potendo prendersela col governo italiano, gli strali caddero su Emergency e su Ramatullah Hanefi costretto a due mesi di carcere duro. Ma adesso?

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SOTTO TIRO LO SPAZIO UMANITARIO


Proprio in questi giorni, Enna (European Network of NGO's in Afghanistan), la coalizione europea delle Ong attive in Afghanistan, sta preparando un documento per la presidenza spagnola della Ue che sarà ospitato in un forum sul diritto umanitario. E' in preparazione del Comitato europeo sulla politica e la sicurezza (Pesc) che si tiene a fine mese. Il dossier fa un quadro a tinte fosche dello spazio umanitario in Afghanistan già oggetto di una lettera inviata, sempre da Enna, al nuovo rappresentate della Ue a Kabul, il lituano Vygaudas Usackas.
Secondo Enna e sebbene i dati parlano da soli (mortalità materna al 16 e infantile al 129 per mille, malnutrito un bambino su due sotto i cinque anni e un aumento delle vittime civili della guerra del 14% rispetto all'anno precedente) c'è una scarsa sensibilità dei donatori su questi fronti eminentemente umanitari. Ma su altri non va meglio: in settori come acqua, ambiente e agricoltura, i finanziamenti coprono solo il 42% delle necessità effettive, e solo il...4% nel settore sanitario.
Non c'è però solo un'insensibilità del portafoglio, ossia di carattere quantitativo: c'è un problema di qualità, sia dell'intervento umanitario sia dello “spazio umanitario” in sé, sempre più ristretto e sempre più sotto tiro come il caso di Emergency sembra dimostrare in maniera evidente. Non è una novità.

Nel rapporto del Feinstein International Center (scritto da Antonio Donini nel 2009) si legge a chiare lettere che “...l'umanitarismo è prepotentemente minacciato in Afghanistan. Gli attori umanitari e i loro principi (neutralità, imparzialità, autonomia ndr) sono sotto attacco. La capacità delle agenzie umanitarie di rispondere ai bisogni essenziali (altro imperativo umanitario ndr) è compromesso da fattori interni ed esterni, sia per il modo stesso di operare delle agenzie sul terreno sia per l'estrema fragilità e pericolosità dell'ambiente in cui operano”. Donini rilevava come le Nazioni unite fossero e fossero percepite come “allineate” alla missione militare e come l'avventata chiusura di Ocha (l'agenzia delle “emergenze” dell'Onu smantellata nel 2002 e ripristinata poi a fine 2008) avessero reso reso più fragile una situazione già complicata da un quadro di paesi donatori e belligeranti allo stesso tempo.

Le Ong europee e quelle italiane insistono su diversi punti di crisi dello spazio umanitario, in primis sulla militarizzazione dell'aiuto, figlia dell'inedito sposalizio tra azione umanitaria e operatività belligerante, in una pericolosa confusione di ruoli. Un'altra preoccupazione riguarda invece la mancanza di serie, autonome e affidabili informazioni che non siano viziate da un'analisi di parte. Infine, anziché favorire la protezione degli aiuti – il mantra delle autorità militari – la militarizzazione di intere zone, finirebbe col negare l'accesso agli attori umanitari, con rarissime eccezioni. Una a caso? L'ospedale di Laskhargah nell'Helmand, regione off limits.
In tutto questo l'Italia?

Mentre l'inviato speciale Massimo Iannucci viaggia per Kabul con una lettera in tasca del ministro Frattini per Karzai, nel Belpaese ancora non si è spenta la polemica per le incaute parole del ministro appena saputo dell'arresto: quella presa di distanze apparsa stonata e certo poco allineata a una linea di difesa, senza se e senza ma, sia dei residenti italiani all'estero sia dello spazio umanitario. La lettera di Frattini, con cui dopo la sua uscita su Facebook cerca di rimediare alla levata di scudi, è già oggetto di critiche. A Kabul dicono che non era da lui che quella lettera andava firmata ma da Berlusconi. Karzai, dicono le fonti locali, potrebbe indispettirsi e giocare la parte del duro ben sapendo che, come Frattini stesso ha fatto capire, lo spazio umanitario non sembra una priorità degli Stati. Roma dal canto suo ha sempre sposato l'ipotesi “sistema Italia”, dove aiuto umanitario e missione militare si confondano in un'orgia di tricolore. E l'indice dei critici è puntato proprio sulla scelta di voler investire praticamente tutti i fiondi di cooperazione a Herat, dove c'è il contingente italiano. E che è anche la provincia...con meno necessità.

La vicenda di Emergency ha dunque un retroterra fangoso per gli umanitari, già indispettiti dalla polemica che, nel febbraio 2009, fu innescata dall'invito dell'ambasciata italiana a Kabul di evitare il paese a causa del deterioramento delle condizioni di sicurezza. Con la proposta di ritirare il personale italiano, lasciando i progetti in mano solo a quello locale. Un'eventualità, si disse allora, che non solo avrebbe esposto gli operatori afgani, privati della protezione degli internazionali, a rischi maggiori di quelli che già correvano. Ma che sembrava voler ridurre l'intervento italiano nel paese al solo ambito militare. Una polemica che, allora, era andata di pari passo con quella sul rifinanziamento della missione militare da cui, in un primo momento, erano spariti i fondi destinati esplicitamente alle attività di carattere civile, circa 100 milioni (in parte reintegrati).

Il quadro umanitario italiano è per altro frammentato: le Ong che fanno parte di un coordinamento sono soltanto tre. Molte altre (Emergency è la più nota ma ve ne sono a decine) agiscono per proprio conto usufruendo, questo va detto, dei buoni auspici dell'ambasciata che una mano non la nega mai. Ma è un quadro di riferimento, di scelta politica sulla protezione dello spazio umanitario ciò che manca. Responsabilità delle sole Ong o anche di un Palazzo disattento alle ragioni degli umanitari? Sempre scomodi per altro, come nel caso di Emergency.

martedì 13 aprile 2010

TRA FRANCO FRATTINI E HENRY DUNANT, EMERGENCY E IL PIANETA UMANITARIO

C'è sconcerto nel pianeta umanitario che, più o meno direttamente ha a che fare con l'Afghanistan e che più o meno ha avuto o ha a che fare con Emergency. Sia ben chiaro: nel variegato pianeta dell'umanitarismo, si tratti di Ong, associazioni, reti, la posizione individuale su Emergency non è sempre delle più tenere. Ma in un caso come questo a nessuno viene in mente neppure per un momento di prestare il fianco ai suoi detrattori, accorsi numerosi a fare l'occhiolino compiaciuto alle tesi della polizia segreta afgana.

Lo sconcerto è derivato soprattutto dalle posizioni del governo italiano che, alla notizia del sequestro, ha preso subito le distanze come a chiarire che, a buon conto, Emergency è Emergency e l'Italia non ha nulla a che fare con l'organizzazione di Strada. Presa di distanze che ha lasciato esterrefatto chi si sarebbe aspettato che, senza sposare le tesi ultrapacifiste della Ong, il governo facesse subito la voce grossa a protezione almeno dei tre cittadini italiani che hanno tra l'altro un passato di volontari specchiato e riconosciuto. “Sorprende – dice il neo presidente dell'Associazione delle Ong italiane Sergio Petrelli – la presa di distanze da un'organizzazione il cui ruolo di mediazione nella vicenda Mastrogiacomo è assai noto al governo italiano. Infine chi opera in contesti come quelli di una guerra, non è mai al riparo da strumentalizzazioni proprio per il ruolo super partes che ha nella difesa, sempre e comunque, delle vittime civili. Un fatto delicatissimo. Mi auguro – conclude – che il governo italiano si muova almeno sul piano delle garanzie come deve essere per ogni cittadino all'estero a maggior ragione se impegnato in attività umanitarie: esposto e il cui lavoro è riconosciuto da tutti come efficace e serio”.

Emergency, insomma, non si tocca e per le critiche c'è tempo. Quelle che le vengono mosse sono note: una sorta di eccesso di autonomia che a volte ha fatto apparire la Ong una sorta di torre d'avorio umanitaria poco in sintonia con altre realtà che si muovono nel paese. Ma da questo ad assecondare rapide confessioni o la possibilità che sotto i camici immacolati dei medici si nascondano intenti kamikaze ne passa. Tanto che le parole di alcuni ministri o esponenti governativi hanno lasciato di stucco più di un attore umanitario la cui preoccupazione adesso è evidente: e se fosse capitato a me? Se dovessi trovarmi io domani nei guai in Afghanistan, vittima di qualche oscura manovra o semplicemente coinvolto in una storia poco chiara?

“Ci saremmo aspettati ben altre parole dal ministro”, commenta Nino Sergi, rimasto stupefatto dalle dichiarazioni a caldo di Frattini. “Come si fa in un momento come questo a prendere le distanze da Emergency dicendo che non ha a che vedere con la Cooperazione italiana? A parte il fatto che è proprio il ministero che le ha dato sia il riconoscimento di conformità sia la possibilità di usufruire di benefici fiscali o di chieder aspettative come avviene per tutte le Ong riconosciute. Ma inoltre, fare subito un distinguo sul terrorismo è come schiacciare Emergency su quella sponda. Chi di noi, compresi i medici di Emergency, non è contro terroristi e kamikaze? Ci auguriamo che il ministero faccia la sua parte per la liberazione degli arrestati, gente che ha dato lustro all'Italia all'estero”.


Sconcerto, stupore, meraviglia. E solidarietà. Le dichiarazioni del mondo umanitario non si contano: Terre des Hommes, esprimendo “solidarietà e stima” chiede un intervento attivo della Farnesina “che ha la responsabilità di seguire tutti gli espatriati che si trovano in situazioni così delicate”. La rete della società civile italiana “Afgana” sollecita anche un intervento dell'Unione europea e chiede alla Nato di “chiarire definitivamente quale parte abbiano avuto i soldati Isaf nell'operazione e per quale motivo vi abbiano partecipato”, come dimostra un video diffuso su Internet.

Secondo Mohammad Hashim Mayar invece, vice direttore di Acbar, un consorzio di oltre cento organizzazioni non governative afghane e straniere, se le autorità confermeranno le accuse, la struttura di Lashkargah rischia la chiusura immediata. Anche per questo forse Emergency chiama a raccolta i suoi sostenitori per sabato 17 aprile a Roma con una manifestazione nazionale per chiedere la liberazione dei tre operatori umanitari arrestati in Afghanistan. L'appuntamento di Piazza Navona servirà forse per sgombrare l'orizzonte anche da questa ipotesi.

lunedì 12 aprile 2010

EMERGENCY, UN VIDEO INCHIODA LA NATO

Il video su Youtube (tratto da PupiaTv) mostra chiaramente la presenza di soldati della Nato (smentita ieri da un comandante dall'Alleanza) nell'ospedale di Lashkargah, dove sono stati arrestati i tre medici italiani: l'infermiere Matteo Dell'Aira (coordinatore medico), il chirurgo d'urgenza Marco Garatti, veterano dell'Afghanistan e il tecnico della logistica Matteo Pagani. Sono accusati di terrorismo assieme ad altri sei afgani dell'ospedale. Le autorità afgane sostengono che avrebbero confessato. In una conferenza stampa tenutasi oggi a Milano la Ong ha respinto al mittente le accuse, parlando di "rapimento"




Sul sito di Emergency si può firmare un appello per la loro liberazione

domenica 11 aprile 2010

EMERGENCY, UNA ONG SULLA LINEA DEL FRONTE

Dietro l'arresto di nove persone legate all'Organizzazione non governativa creata da Gino Strada, in Afghanistan dal secolo scorso...


Che alle autorità afgane Emergency non sia mai piaciuta non è una novità. E' l'11 di aprile del 2007, esattamente tre anni fa, il giorno in cui lo staff internazionale di Emergency a Kabul decide di lasciare il paese. Il 12 aprile, verso le 10 del mattino, lo staff lascia la capitale afgana per Dubai. Davanti all'ospedale non c'è più nessuno: non le code di padri zoppi con bambini malandati. Solo un guardiano che rudemente ci allontana. Il fotografo Romano Martinis riesce a rubare un immagine prima di essere allontanato brutalmente: un padre che esce col suo bimbo in braccio, segno che l'ospedale è ancora in attività. Poi infatti si saprà che qualcuno è rimasto: tre cittadini italiani, un belga, uno svizzero. Minacciosa, un'auto verde della polizia afgana presidia il nosocomio. Dieci giorni dopo Emergency annuncia che si ritira dal paese, un colpo di scena che è l'apparente epilogo (poi la Ong ritornerà) della brutta vicenda di Ramatullah Hanefi, l'uomo di Emergency a Lashkargah che ha contribuito alla liberazione di Daniele Mastogiacomo, l'inviato di Repubblica sequestrato dai talebani. Hanefi viene arrestato dall'intelligence afgana e sbattuto in carcere con l'accusa infamante di essere un fiancheggiatore. Accusa che passa orizzontalmente all'organizzazione di Gino Strada. Lo scontro è aperto. Si risolverà solo dopo una faticosissima mediazione (che impegna direttamente il governo italiano e l'ambasciatore a Kabul Ettore Sequi) col proscioglimento di Hanefi in giugno. Ma intanto son corse scintille: Emergency accusa Kabul di volergli soffiare i suoi gioielli, gli ospedali costruiti negli anni e proprietà della Ong.

L'organizzazione di Strada è su piazza dal 1999 e ha fornito assistenza medica e chirurgica gratuita a forse due milioni di afgani ad Anabah, Kabul e Lashkargah, nel centro di maternità e medicina in Panjshir, nelle 25 cliniche e posti di primo soccorso e nelle 6 cliniche delle prigioni afgane. Un lavoro importante anche se i critici hanno spesso messo in luce i rischi di un'attività parallela a quella della sanità pubblica. Eppure questa Ong ha fatto anche altro. Ben prima del 2001 darà una mano all'allora sottosegretario agli esteri Ugo Intini per creare una possibile traccia di dialogo utilizzando proprio i suoi ospedali: quello a Kabiul sotto regime talebano e quello al Nord sotto la protezione degli uomini di Ahmad Shah Massud il comandante antitalebano. L'amicizia col vecchio Leone del Panjshir e gli stretti legami con gli uomini dell'Alleanza del Nord, alleati di Karzai a giorni alterni, deve pur valere a Emergency qualche contrasto che poi finisce con l'esplodere con la vicenda di Hanefi, le intimidazioni all'ospedale di Kabul, il fastidio manifesto per una Ong che agisce per fatti suoi e spesso si scontra coi ministeri.

Ma i nemici, Gino Strada e i suoi medici non li ha solo nel governo di Kabul. Ong militante per scelta, Emergency non risparmia mai le sue critiche contro i bombardamenti e la decisione di stare a Lashkargah, sulla linea del fronte delle due regioni più ribelli” di Kandahar e Helmand, si spiega proprio col desiderio di continuare ad aiutare chi soffre di più. E senza fare differenza se chi è ferito ha un turbante da talebano o uno straccio sfilacciato per coprire il capo. Durante l'Operazione Moshtarak, quella iniziata in febbraio proprio a sud di Lashkargah, Emergency denuncia l'impossibilità per molti afgani di un accesso alle sue strutture. Alza la voce, si scontra con la Nato, l'esercito afgano e i militari americani, irritando persino la Croce rossa. Dà fastidio insomma questa gente che si schiera sempre dalla parte dei dannati e che non vuol sentir ragioni. Che non smette di magafonare le sue appena ha l'occasione di farlo alle orecchie per lo più disattente delle opinioni pubbliche occidentali.

Il blitz appare così una doccia fredda dai contorni ancora oscuri ma che non si può fare a meno di situare in una cornice che vede la Ong di Strada sempre molto esposta. E con lei i suoi medici, gli infermieri, il personale locale sempre un po' spiato per capire da che parte sta. E alla vigilia del viaggio del direttore generale della Cooperazione a Kabul previsto a fine mese, anche il governo italiano sembra prendere in qualche modo le distanze da un'organizzazione con cui c'è sempre un atteggiamento di amore-odio, di imbarazzo per la difficile miscela umanitaria condita da Emergency: aiutare sempre e comunque le vittime e continuare anche a denunciare l'orrore della guerra.


Adesso l'intera vicenda sembra riproporsi lasciando aperti dubbi e sospetti. Tutto si può dire di Emergency ma non si può negare il fatto che le armi non hanno accesso nei suoi locali. La consegna è rigidissima come è rigidissimo l'impegno a curare chiunque è ferito: talebano, civile, soldato Nato o afgano. Il momento in Afghanistan è difficile. Karzai, che si sente sotto tiro, alza la posta ogni giorno. Gli americani, che lo hanno prima messo in un angolo e che adesso però se ne stanno pentendo, non sanno che fare. E in questa situazione ogni variabile può aggiungersi e impazzire. Sotto il cielo di Lashkargah è ancora più facile.

venerdì 2 aprile 2010

KARZAI CONTRO L'OCCIDENTE


I brogli elettorali
nelle elezioni presidenziali del 20 agosto 2009 ci furono eccome. Ma non per colpa degli afgani, bensì della comunità internazionale. Quelle frodi sono colpa loro. Parola di Hamid Karzai. Il presidente afgano va giù duro, fa nomi e cognomi e sembra così sfogare una rabbia a lungo repressa e che ha forse all'origine due cause più o meno recenti: la recentissima bocciatura, mercoledi alla Camera bassa del parlamento afgano, di un decreto che modificava la legge elettorale vigente, e che avrebbe sottratto alla Comunità internazionale la possibilità di nominare i tre membri stranieri nella Commissione di controllo delle elezioni (Ecc). E le bordate che continuano ad arrivargli dalla stampa americana secondo cui Obama lo striglia e ha sempre meno fiducia in lui.

Karzai rilancia: parla di responsabilità degli organismi internazionali che hanno prodotto gravi interferenze negli affari interni afgani e fa i nomi di Peter Galbraith, numero due della missione Onu all'epoca, e Philippe Morillon, capo degli osservatori europei. Karzai si sente nell'angolo o ha approfittato del momento per rilanciare e dimostrare agli afgani (e al mondo) chi è il presidente? E' in effetti il giorno dopo in cui, in vista delle legislative del 20 settembre, ha presentato al parlamento un decreto legge per mettere sotto il suo diretto controllo i cinque membri della Ecc. Ma la Camera bassa Wolesi Jirga (124 no e sei sì), ha bocciato la conversione del decreto legge con cui il presidente Hamid Karzai aveva deciso di porre sotto il suo diretto potere la commissione elettorale voluta dall'Onu e che limita di fatto i poteri presidenziali in materia di monitoraggio del processo elettorale. Ora il fascicolo andrà in Senato ma la bocciatura della Camera bassa di fatto lo azzoppa definitivamente oltre a essere uno schiaffo per il presidente.

Col decreto legge
di fine febbraio Karzai si prendeva la possibilità di scegliere tutti i cinque componenti della Commissione sottraendone il controllo alla comunità internazionale che fino ad ora aveva invece titolo per farlo attraverso le Nazioni unite. In modo “partecipativo” infatti, i suoi padrini stranieri potevano scegliere tre dei cinque responsabili. Si è trattato di uno "schiaffo" senza precedenti al presidente insediatosi per la seconda volta (la terza contando la prima presidenza ad interim) il 19 novembre 2009 sul più alto scranno delle istituzioni afgane.