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domenica 30 maggio 2010

IL VESTITO NUOVO DI LETTERA22


Dal 28 maggio nuovo sito, stesso logo, stessa "linea ferroviaria", stessi uomini e donne. Lettera22 si rinnova dal punto di vista grafico, nonostante molti fra voi fossero affezionati al vecchio sito. LETTERA22 è' stato il sito col quale ci siamo presentati dentro internet, poco dopo la nostra nascita. Una nascita che risale a ben 17 anni fa. Internet l'avevamo scoperta sin dal primo momento, grazie ad Agorà Telematica e a Roberto Cicciomessere che ci fece comprendere (stentammo a farlo, all'inizio...) quanto la Rete sarebbe stata rivoluzionaria e democratica. All'inizio la usammo come fonte e come sguardo diverso verso il mondo, mentre l'attivismo digitale faceva capolino e cominciavano le campagne via web. Poi, capimmo che nella Rete dovevamo esserci, per far vedere chi eravamo, cosa avevamo prodotto sulla carta e cosa potevamo proporre anche soltanto sul web - con le nostre diverse chiavi interpretative - per comprendere le dinamiche di pezzi di mondo.

Rivoluzionaria, democratica, la Rete, ma anche terribilmente veloce. E così il nostro vecchio sito, intimo, artigianale, quasi un salottino o una piccola biblioteca nella quale sfogliare libri e riviste, non era più al passo con i tempi rapidissimi nei quali internet evolve. Con fatica e con la nostra solita lentezza (quella dei vecchi artigiani un po' pigri e riluttanti ai cambiamenti), abbiamo deciso di cambiar vestito. Niente di eclatante, anzi, sempre con lo stesso taglio, lo stesso aplomb, la stessa necessaria semplicità.

Pochi vezzi e ricami, insomma. Pochi cedimenti al glamour del momento. E semmai la stessa sostanza. Quella sulla quale siamo nati e che abbiamo cercato di seguire in oltre un quindicennio di attività, testimoniata dalle migliaia e migliaia di articoli pubblicati su gran parte (a questo punto...) delle testate italiane, nazionali, regionali, locali, quotidiane, settimanali, mensili. Le migliaia di articoli le trovate in buona parte qui sulla Rete, il nostro comune archivio digitale. A disposizione di tutti, per dimostrare quanto abbiamo fatto e da quanto, tanto tempo. Da sempre visibili, a chi ci ha voluto vedere e anche a chi ha voluto (volontariamente?) ignorarci.

La nostra storia è qui, aperta a tutti. I commenti dei nostri affezionati naviganti sono i benvenuti, sempre nel rispetto della cosiddetta Netiquette. Fateci gli auguri. Abbiamo deciso di cambiar vestito. E tutti i cambiamenti danno un po' di emozione.

giovedì 27 maggio 2010

CALENDARIO AFGANO


Kabul vuole negoziare con la cupola talebana ma Washington è prudente. Gli americani sono per dare una spallata militare ai talebani, ma l'annunciata offensiva che ha per obiettivo Kandahar non convince Karzai. Sono le enormi difficoltà di una guerra da cui tutti vorrebbero uscire, ma in modi diversi.

Ci sono almeno tre passaggi importanti nelle prossime settimane che torneranno a far parlare dell'Afghanistan, al di là delle cronache di morti e attentati.
Il primo è la convocazione a breve della Jirga di pace, una assemblea tribale allargata sul modello della democrazia consultiva tradizionale del paese dell'Hindukush. Si tratta del primo serio tentativo di avviare un processo negoziale nel quale saranno coinvolte circa 14mila persone.

Un altro appuntamento è per la fine di luglio (il 20 se la data verrà confermata) e si tratta di una Conferenza dei ministri degli esteri di diversi paesi (non solo NATO, per intendersi), il cui compito sarebbe quello di dar seguito al vertice di Londra dello scorso gennaio. A ben vedere anche la Jirga è un po' figlia di Londra, in quanto in quella sede è stato creato un fondo di 160 milioni di dollari per favorire il reintegro dei guerriglieri che volessero abbandonare la lotta armata.

In mezzo c'è un terzo appuntamento che, benché largamente annunciato, una data precisa non ce l'ha. Si tratta dell'offensiva che, forte di oltre ventimila uomini, dovrebbe ripetere quanto l'operazione Moshtarak ha fatto nella regione dell'Helmand e segnatamente nel distretto di Marjah. Questa volta l'obiettivo è Kandahar, l'ex capitale dell'emirato talebano, capoluogo del meridione afgano e luogo fortemente simbolico sia per la guerriglia sia per la NATO.

Paradossalmente, mentre le due conferenze di Kabul – la Jirga di pace e l'incontro dei ministri stranieri – sono due passi nella costruzione del processo negoziale e nel tentativo di dare corpo a un nation building finora piuttosto fallimentare, queste iniziative si accompagnano alla maggior offensiva militare messa in atto in Afghanistan dal 2001. Un processo di pace dunque, fatto con una pistola alla tempia, e con un calendario che può apparire poco razionale...

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lunedì 24 maggio 2010

IL MIO DIARIO DA KABUL

Un libro edito da ObarraO da oggi in libreria e che presento alla Libreria Azalai di Milano (via G. Mora) stasera alle 21 con l'aiuto di Sergio Baratelli. Ecco come inizia:

Questa raccolta di racconti, in buona parte ricostruiti assemblando ad articoli e reportage dall'Afghanistan le riflessioni personali affidate al mio blog, è diviso in due sezioni: Noi e l'Afghanistan e L'Afghanistan e noi. La chiave è tutta qui. Anche quando ci sforziamo di raccontare gli altri, finiamo sempre per parlare di noi, il che è forse inevitabile. Ecco perché ho scelto di iniziare con gli ambienti in cui ci muoviamo e con lo scenario a noi inviati più congeniale: il locale notturno, dove ritrovare colleghi e gente della “nostra razza”, il conforto degli alcolici rigorosamente vietati in Afghanistan, i racconti che servono a dare una marcia in più ai nostri pezzi. Anche il più critico fra noi ci casca. Parliamo di un paese e finiamo a vederlo sempre con gli stessi occhiali, non importa se calcati sui nostri bulbi oculari, su quelli di un diplomatico o di un cooperante. Gli afgani sono altro, lontani da noi, anche quando cerchiamo di raccontarli con la miglior intenzione del mondo. E poiché, inevitabilmente, tutto ciò falsa e sbilancia la lettura della realtà, è giusto avvertire il lettore che, per tale motivo, questo libretto è un racconto assai poco obiettivo. E' anzi smaccatamente sbilanciato. Non è un libro che spiega la guerra ma solo il tentativo di raccontarla da un'altra angolazione, dalla parte degli afgani. Per arrivare alla conclusione che è un'impresa impossibile.

martedì 18 maggio 2010

LE SOLUZIONI DAL BASSO

Perugia - Ad aver voglia di ascoltarli gli afgani, molte delle soluzioni alla guerra ci sarebbero già. Ci sarebbe già un percorso possibile in quelle lontane lande dove certe idee sono già ben prefigurate. E sono altro da quel che dice Hillary Clinton, il generale McChrystal o l'italico Palazzo dove il mantra è sempre quello: si deve restare anche se a far cosa non si sa.
Prendete le donne di Afghan Women's Network, il maggior ombrello di organizzazioni femminili del Paese: rispetto al Piano per la sicurezza nazionale, è necessario che questo funzioni in linea con le risoluzione dell'Onu e, dicono, col Piano nazionale che riguarda i temi di genere. E ancora, rispetto al Programma nazionale di pace e riconciliazione, dice ancora un documento ufficiale di Awn, bisogna essere certi che ne siano parte piena le donne: che i fondi a disposizione costituiscano un incentivo per favorire i loro diritti e la loro autonomia nel lavoro e nella società. Questa, che dovrebbe essere musica per le nostre orecchie occidentali, è però una voce molto flebile, sottoposta agli urti di una guerra che, dopo le dichiarazioni di principio, ha altro per la testa.

Najila Ayubi, che il coordinamento delle donne afgane ha inviato alla Perugia Assisi su invito della Tavola della pace e del network di “Afgana”, si spiega meglio: “C'è un'assoluta mancanza di sintonia tra quello che sta facendo il governo afgano e chi prepara l'imminente lancio di un'offensiva al Sud.” Come si fa, dice, a parlare di pace e impugnare le armi? Di più, le donne afgane hanno chiesto al governo di essere presenti al processo di pace che inizia formalmente a fine maggio a Kabul. Ma anche Najila sa che questa richiesta, se non viene appoggiata, rischia di cadere come tutte quelle che provengono dalla società civile. Che ha le idee molto chiare...

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domenica 16 maggio 2010

AL VIA LA PERUGIA-ASSISI

Parte stamattina da Perugia la 18ma edizione della marcia per la pace Perugia Assisi, storica camminata di 24 chilometri che si tenne per la prima volta il 24 settembre 1961.

Le polemiche non sono mancate, come sempre, quando il popolo della pace si mette in marcia: qualche distinguo e anche mancate adesioni, qualcuno che nemmeno ci verrà. E non per il rischio pioggia. Flavio Lotti, il coordinatore della Tavola della pace che ogni due anni organizza la marcia, butta acqua sul fuoco e snocciola i numeri: 1130 adesioni, 635 città, 135 enti locali, 130 associazioni e reti nazionali, 518 associazioni locali, 125 scuole, 5mila studenti e decine di migliaia di cittadini attesi per oggi. E rilancia proprio su un punto polemico, la mancata presenza di Emergency: “Lanciamo un appello per l'apertura dell'ospedale di Emergency a Lashkargah. Deve riaprire i battenti e restituire agli afgani il diritto a utilizzarne i preziosi servizi resi disponibile dal grande lavoro della Ong italiana. L'ospedale, dice, non è solo un problema di Emergency: riguarda tutti. Noi e gli afgani, vittime da trent'anni di una guerra che solo l'anno scorso ha ucciso 2500 civili”. E si però, Emergency non viene. Lotti glissa: “Abbiamo bisogno di camminare assieme e di continuare a camminare. Ecco perché la Marcia questa volta non finirà ad Assisi”.

L'anno prossimo, nei cinquant'anni della marcia ideata da Aldo Capitini, si tornerà a marciare. Anche per superare divisioni e distinguo in quella che non è una passeggiata, dicono gli organizzatori, ma un “laboratorio di riflessione politica” che, ad ogni marcia “costruisce un'agenda che suggerisca alla politica, se non le soluzioni, il metodo per affrontare le crisi che attraversano l'Italia e il mondo”.

Italia e mondo, politica e guerra. Sono questi i temi affrontati nella due giorni, conclusasi ieri, di preparazione della marcia: seminari, laboratori in uno dei quali i politici si sono affacciati. Pochi, per la verità. Sembra che dalla segreteria di Nicola Zingaretti (Provincia di Roma) abbiano prima chiesto “chi c'era”. Zingaretti poi non è arrivato, forse domani. Sono venuti invece Rosy Bindi, Nichi Vendola, Savino Pezzotta, Leonluca Orlando. Ma a chi ha assistito, l'incontro di venerdi sera non ha detto granché. Via via molti hanno abbandonato la sala. Delusi? Annoiati? Vendola si prende gli applausi maggiori ma non la standing ovation ricevuta al Congresso della Cgil. La Bindy viene contestata da fondo sala quando chiede ai presenti di votare Pd: come la mettiamo, chiedono, se quando eravate al governo non avete nemmeno affrontato il conflitto d'interessi? Anche a Perugia la politica non ce la fa, segno di una crisi della distanza che non si riesce a colmare.

La politica è drammaticamente assente anche sulle responsabilità che riguardano guerre, conflitti, e vittime civili di cui una folta rappresentanza aprirà domani la marcia. “Le vittime in testa”: alla testa del corteo e nella testa di chi marcia. E ci sarà anche un'enorme ruspa ad aprire le danze. Con un cartello arrampicato in cima: “I diritti umani non si sgomberano”.

Dalla due giorni intanto emergono analisi, indicazioni, riflessioni: come l'appello alla “sanità mentale” per israeliani e palestinesi, fatto da Avraham Burg, ex presidente della Knesset: “La maggior parte della gente non vuole la guerra, è a favore della pace e del dialogo, ma le minoranze hanno conquistato i cuori. Israele è ormai ostaggio dei coloni, la Palestina è stata sequestrata da Hamas. Le due società stanno vivendo la sindrome di Stoccolma e si sono innamorate del proprio sequestratore”. La delegazione afgana mette il dito nella piaga sulla totale mancanza di sintonia tra americani e governo Karzai che pure sarebbero alleati: gli uni preparano una grande offensiva, gli altri parlano di negoziato. Dettano invece la loro agenda a cominciare proprio dalla Loya Jirga, assemblea tribale di pace, organizzata a Kabul per fine maggio: “Ci deve partecipare, dice Najila Ayubi, anche la società civile, soprattutto le donne”. E rivendica anche per gli afgani una Perugia Assisi: “Da Kabul a un'altra città”.

Desiderio, chissà, per dire che nel mondo tutti la invocano quella parola multicolore. Che si pronuncia in modo diverso ma si declina in un'unica maniera.

sabato 15 maggio 2010

TACCUINO DALLA PERUGIA ASSISI



Il convitato di pietra, come sempre, è il governo italiano, anzi i governi del pianeta, responsabili di guerre, violenze, soprusi, crisi economiche. Il protagonista assoluto invece è il tempo meteorologico che definire incerto appare un eufemismo. E non è una bella premessa quando mancano poche ore alla marcia per la pace di 24 chilometri, la diciottesima nei quarantanove anni di storia della Perugia Assisi, che porta dal capoluogo umbro alla città di San Francesco (si può seguire su www.perlapace.tv/).
L'edizione di quest'anno si sintetizza in una locuzione densa: “un'altra cultura”. Quale? Quella della pace e va bene, ma non solo. Un'altra cultura, spiegano gli organizzatori, per ricostruire un paese agonizzante e una politica assente dai grandi teni se non per mettere una pezza al conflitto di turno. Ma se la due giorni che anticipa la passeggiata pacifista per eccellenza si configura come altrettante giornate di laboratori e seminari (decine, iniziati ieri mattina col “Forum della pace” aperto con un messaggio di Napolitano sul diritto di cittadinanza e da un video in cui Scalfaro ricorda il valore della Costituzione), le polemiche non mancano. Tanto da aver originato qualche distinguo e alcune defezioni, tra cui campeggia quella di Emergency.

Ma di questo abbioamo già parlato ieri. Oggi e in proprosito, vorrei dar conto conto del fatto che l''incontro, martedi scorso nella sede di “Libera”, l'associazione contro le mafie, ha innescato una bomba che è esplosa con una serie di mail al sito perlapace.it (molto visitato, in questi giorni, fino a 40mila contatti quotidiani) nelle quali i pacifisti più “duri e puri” promettono: quest'anno non veniamo. Polemica che, sulle piste del web o nel salotto buono di chi da anni lotta contro l'export delle armi e le guerre italiane all'estero, ha attraversato la Rete disarmo o fatto prendere carta e penna a pacifisti doc come Massimo Paolicelli, presidente dell'Associazione Obiettori Nonviolenti. Fino ad Emergency che ha vietato ai suoi rappresentanti perugini persino di mettere un banchetto in cui vendere gadget, pubblicazioni e la famosa maglietta “Io sto con Energency”. Che invece con la Marcia non ci vuole stare.
Sul sito di perlapace è così partita l'idea di un sondaggio i cui risultati sono in divenire: alla domanda “Fanno bene i costruttori di pace a dialogare con i militari”? il 74% risponde che bisogna parlare con tutti e il 9% che potrebbe fare senso. Ma un 6% ritiene che coi militari non di deve proprio parlare mentre un altro 10% pensa che sia un'impresa senza costrutto. Un sondaggio su Internet vuol dire poco, ma è l'indicazione che qualcosa è successo e che l'incontro di “Libera” non è stato esattamente digerito. Chissà se la camminata di domenica riuscirà a metabolizzarlo.

venerdì 14 maggio 2010

PACIFISTI, GENERALI E LA PERUGIA ASSISI

Pensierini a cielo aperto (e aihmé) nuvoloso alla vigilia della Marcia per eccellenza del movimento per la pace italiano. Eccellenza che però non è condivisa da tutti. Nel darne sommariamente conto mi chiedo se non sia colpa anche di quell'incontro tra Vincenzo Camporini e Flavio Lotti

Nell'articolo Il pacifista e il genereale, scritto a due mani con Ritanna Armeni, ho dato conto di un incontro storico, non tanto tra Flavio Lotti e Vincenzo Camporini tre giorni fa a Roma, quanto tra un personaggio assai rappresentativo e intellettualmente onesto del pacifismo italiano e un generale che non è un soldato qualsiasi ma il capo di Stato maggiore della Difesa, ossia il capo dei capi dei soldati. Considero anche lui, che conosco assai meno di Lotti col quale condivido anche l'impegno per la pace e contro la guerra, intellettualmente onesto e, se devo dirla tutta, anche piuttosto coraggioso ad aver accettato quell'invito.

La cosa infatti non è passata inosservata e non tanto per la buona copertura di stampa ma per le reazioni che ha suscitato. Molto interesse in alcuni, ostracismo in altri. Parlo ovviamente del movimento pacifista, non di quello militare di cui non sappiamo per una tradizionale reticenza ad affrontare in pubblico dibattiti interni che però l'incontro deve aver suscitato (anche nel governo credo: cosa ne avrà pensato il “ministro in divisa” Ignazio La Russa?). Riporto qui la lettera che mi ha inviato Massimo Paolicelli, presidente Associazione Obiettori Nonviolenti mi ha mandato per mail. E' uno spunto di riflessione, come si dice

Per motivi di lavoro non ho potuto seguire tutto l’incontro di ieri, se non la parte andata in diretta su Rai news 24, ma, ho letto tutte le agenzie e gli articoli usciti sulla stampa di oggi. Proprio per questo sono pronto a ricredermi della lettura se alcune cose che dico non corrispondono alla realtà del dibattito. Premesso che condivido le opinioni già espresse in Rete Disarmo sull’assenza della Nonviolenza e del Disarmo, tanto che si è addirittura arrivati a dire che in fondo siamo uguali, abbiamo gli stessi obiettivi (la pace) e che in fondo i migliori pacifisti sono i militari che conoscono la guerra (questo lo ha detto il Generale)! Io posso tranquillamente dialogare con un militare, ma con la consapevolezza delle molte diversità, che oltretutto sono una ricchezza. Il mio fine ultimo è quello che il pacifismo scompaia perché non ci sono più guerre, ma il fine ultimo delle Forze Armate non è la loro scomparsa perché non ci sono più guerre. Anzi vale il motto del buon Albertone nazionale (Sordi) “finchè c’è guerra c’è speranza”!
Allora trovo aberrante scaricare tutta la colpa sull’assenza della politica, perché proprio di questa assenza si nutre il potere militare e non li rende di certo vittime. Si decide di fare la Cavour, salvo poi affermare (quando è pronta) che è inutile, ma questa scelta l’hanno fatta al 90% i militari. Quegli stessi che poi magari a fine carriera transitano per consigli di amministrazione dell’industria bellica. Mi fermo qui, perché abbiamo trattato ampiamente la questione con Francesco sul “Caro armato”. Tranne il Generale Mini, non trovo altri supporter nei vertici militari che sostengano FFAA dell’Unione Europea, perché ovviamente vorrebbe dire una enorme perdita di poteri e privilegi. Allora l’obiettivo è tutelare la pace o tutelare la “casta”? E’ difficile poi mandare giù l’accostamento del nostro Paese al Giappone sconfitto nel dopoguerra…!!!
In quanto allo zaino con i libri sull’Afghanistan mi ha riportato alla memoria l’assoluzione totale fatta alla Folgore dal sottosegretario alla Difesa Brutti (DS) perché ci aveva trovato un iscritto ai giovani del suo partito. Da quando in qua una rondine fa primavera? E’ di buon auspicio, ma da qui a farne una questione di “cambiamento climatico…”
!

Non è stata l'unica reazione: una pacifista ha scritto a Lotti piuttosto inviperita e Lotti le ha garbatamente risposto. A partire da quella missiva, il sito Pelapace.it ha postato un sondaggio su “abbiamo fatto bene o male?”, i cui risultati sono da vedere.
Cosa ne concludo? Che l'incontro ha sortito l'effetto desiderato: far discutere e anche forte. Non so quanto ciò sia utile per i militari (anche se penso che in molti lo apprezzino) ma certo fa bene al movimento per la pace. Quando si mettono in crisi le certezze, quando si avanzano dubbi (cercando soluzioni) si va, mi pare, avanti.
E visto che siamo in tema di passi, dirò che sto scrivendo da Perugia, alla vigilia della Perugia Assisi, la più nota camminata del pacifismo italiano. O no? Già, perché per qualcuno è no: tempo di distinguo e non è la prima volta. Ma chissà (come per altro ha scritto l'inviperita pacifista), chissà che Camporini non abbia aiutato chi vuole prendere le distanze da Lotti e compagni da molti considerati troppo “moderati”. Emergency ad esempio.

Fino a ieri tutti abbiamo detto, scritto, vestito “Io sto con Emergency” ma oggi mi accorgo che Emergency non sta con noi. Anzi, che ha vietato ai ragazzi di Perugia, che volevano mettere il banchetto alla marcia con gadget e magliette, che no, alla passeggiata multicolore non si va nemmeno col banchetto. Non è piaciuta molto questa mossa a cui per altro la Tavola della pace ha evitato di dare pubblicità. Ha me però la decisione ha lasciato molto perplesso. Spero che sia un caso limite. Anzi, spero che Emergency mi smentisca e dica, scriva che ho preso un abbaglio. O, al contrario, spieghi perché non vuole venire a braccetto con me fino alla Rocca di Assisi. Che sia davvero colpa di Camporini, di quella stretta di mano, di un colloquio anomalo cui ho provveduto anch'io con l'inchiesta sui soldati messa in piedi con Ritanna per Radio3?

Ora scusate, lucido gli scarponi. 24 chilometri non sono pochi. Posso solo assicurarvi che non chiederò la tessera o la carta di identità al mio vicino di marcia. Potrei scoprire che è un alpino della Taurinense.

martedì 11 maggio 2010

IL GENERALE E IL PACIFISTA


Che il generale Vincenzo Camporini, capo di stato maggiore della Difesa, vada nella sede di Libera, l'associazione contro le mafie di Don Ciotti, non è cosa che accada tutti i giorni. Ma c’è un’altra più importante notizia. Ci andrà per incontrare, alla vigilia della marcia Perugia-Assisi, il direttivo della Tavola della pace, l'associazione più nota tra i pacifisti italiani, quella che organizza da qualche lustro la camminata pacifista forse più nota al mondo. Il diavolo e l'acqua santa? Una provocazione? O semplicemente il segno che i tempi stanno cambiando?
Aver accettato l'invito dei pacifisti italiani, o almeno di una rappresentativa parte di quel mondo, indica che qualcosa è cambiato, che due mondi fino a ieri diversi e antagonisti si annusano e si vogliono conoscere. Quel che ne verrà fuori – se scontro o dialogo – si vedrà.

L'incontro di oggi è solo un segno dei tempi. Se i pacifisti italiani si interrogano sui militari, è evidente che anche i soldati non sono più quelli di un tempo. Lo rivela l'inchiesta che inizia con questo articolo.
Tutto è nato da uno zaino. Lo zaino di un soldato in partenza per l’Afghanistan. Lo aveva aperto davanti a noi in aeroporto per tirarne fuori guide, romanzi, saggi sul paese che stava per raggiungere in “missione di pace”. Quello zaino rompeva uno schema e cancellava uno stereotipo. Chi lo portava non era il militare rozzo e incolto che avevamo visto in tanti film di guerra, carne da macello e inconsapevole esecutore di scelte tragiche, inviato in un paese di cui non conosceva nulla....

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sabato 8 maggio 2010

IL PIANO DI PACE DI HAMID KARZAI

Quanto sia stata definita nel dettaglio la strategia per il futuro dell'Afghanistan che Karzai intende presentare a Obama non si sa. Quel che è certo è che settimana prossima, al sospirato incontro bilaterale di Washington, il presidente afgano andrà con un piano abbastanza dettagliato elaborato da Kabul per favorire una riconciliazione nazionale che ha già un un nome: Afghan Peace and Reintegration Program (Aprp).

La bozza del documento, che abbiamo potuto leggere, fissa il quadro di riferimento, i passi e gli obiettivi di qualcosa che Karzai ha già in mente da diversi anni ma che, finalmente, può adesso formalizzare trovando orecchie più attente tra i suoi interlocutori internazionali, convinti sino a ieri che la Nato avrebbe vinto la guerra coi talebani per dettare poi condizioni da un punto di forza. Poiché in realtà in molti lo pensano ancora e non tutti sono d'accordo a parlare col nemico in questa fase, Karzai ha davanti una strada in salita. E molti punti del suo piano, ancora ufficioso, rischiano di saltare o di essere ridimensionati.

Il documento
del presidente parte dal suo discorso di insediamento del novembre scorso, quando i magheggi del meccanismo elettorale lo rimisero sulla poltrona di capo di stato. Per la prima volta in maniera forte, Karzai aveva definito la riconciliazione una “priorità”, reiterata poi nel 2010 alla Conferenza di Londra, che ha avallato la nascita di un “trust fund”, un fondo di garanzia (160 mln di dollari ndr), per “comprare” i talebani buoni, o meglio i cosiddetti foot soldiers (la truppa), combattenti più per necessità che per vocazione o adesione ideologa. Il documento ribadisce le condizioni (i “principi chiave”) perché ai soldati in turbante sia garantito il reintegro nella società o nell'esercito nazionale: rinuncia della violenza, riconoscimento della Costituzione, ritorno a casa. In cambio il governo promette non solo un'amnistia, ma anche un pacchetto di benefici, in denaro o opportunità di lavoro. Fissa un tempo per la smobilitazione e la consegna delle armi (tre mesi) e sottolinea che l'operazione intende “offrire una mano aperta ai talebani e agli altri gruppi insurrezionalisti”, iniziativa, sta scritto nel documento, che “gode del supporto del'Onu, di Isaf/Nato, dei partner regionali e della comunità internazionale”. Affermazione su cui sarebbe lecito sollevare qualche dubbio.... segue su Lettera22

lunedì 3 maggio 2010

NOT IN THE NEWS NET

NTNN (Not in the News Net) è un'agenzia giornalistica quotidiana online che nasce oggi e di cui mi è stata affidata la direzione. E' stata pensata lungo il percorso della “Città della pace”, il progetto del World Centers of Compassion for Children International, fondato dalla Nobel per la Pace Betty Williams. Il mio articolo di presentazione

Esistono notizie di serie A e notizie di serie B? L'esperienza di redazione insegna che spesso nella seconda categoria rientrano fatti che sono effetti collaterali della prima e come tali trattati, quando non finiscono nel cestino. Parlare di una scelta imparziale, che rispetti le regole d'oro del giornalismo, consolidate da una vastissima aneddotica, è un falso. Capita di puntare su un avvenimento, nella convizione che lì c'è "la notizia" e poi restare avviliti, il giorno seguente, perché è stata ignorata dalla concorrenza, non è fra le più lette, in rete non è stata "cliccata". Viene in mente John Lennon: "La vita è tutto ciò che accade mentre siamo occupati a fare un'altra cosa". E' la spietata rappresentazione del nostro grado di attenzione, del nostro stato di dormiveglia.

A decidere che cos'è "notizia", molto più onestamente, è la linea editoriale di un giornale, di una radio, di una televisione. E se non ci fosse una selezione il giornale non uscirebbe mai. Accade così che certi Paesi o intere fasce di popolazione mondiale è come se non esistessero sul mappamondo. I giovani sono tra questi. Va loro un po' meglio se appartengono a quello che chiamiamo primo mondo, se vivono in America o in Europa o a qualche Paese lontano che finisce, per qualche disgrazia, strage, catastrofe, sotto i riflettori della cronaca. Dei giovani si parla, certo, ma se spaccano vetrine durante un corteo, se fanno numero nei dati della disoccupazione, se sono bamboccioni, se c'è la crisi. Il resto, ciò che pensano, fanno o vorrebbero fare, i loro diritti, le aspirazioni, fantasie, frustrazioni, i desideri, gli impulsi, la genialità, l'inventiva sono notizie di serie B. Orecchiate a tavola dai nostri figli, di sfondo se prendiamo l'autobus, insopportabili quando in comitiva -non importa se sudafricani, polacchi, francesi o tailandesi- parlano a voce alta. Il mondo degli adulti non contempla strumenti per loro e loro di strumenti per parlare ne hanno pochi anche se, incredibilmente, ne continuano a inventare, creare, abbozzare. Se solo si volesse prestare orecchio!


NTNN è uno spazio pensato per questo: per le 'Not in the News Net', le notizie che nella nostra rete, invece, restano impigliate. Il suo direttore ha abbondantemente passato la cinquantina, ma la redazione non supera la media dei trent'anni. E' con loro, soprattutto grazie a loro, che ogni mattina per cinque giorni alla settimana scegliamo le nostre notizie di serie A. E dal nostro osservatorio sul mondo giovanile ne scopriamo (anzi ne scoprono) un'infinità: sulla rete soprattutto ma anche grazie ai loro amici di università, ai compagni incontrati a qualche concerto a Vienna o in un viaggio estivo in Perù. Anche nelle nostre notizie c'è ovviamente una selezione: le scegliamo in base a tre parole chiave. La prima è diritti, la seconda è risorse, la terza è energia.

Nei diritti c'è quello che nessuno ama sentirsi ripetere: i bambini soldato, le mine anti persona, che in realtà uccidono soprattutto minorenni, le ombre di ragazzini che vivono per strada o negli slum, da Nairobi a Bucarest, da Kabul a Roma. Risorse significa idee in movimento, fantasia, espressioni artistiche, suggestioni musicali. Energia vuol dire tecnologia, ma non nel senso dell'ultimo iPod, quanto nell'uso diverso che si può fare degli strumenti che la scienza ci mette a disposizione (di solito per vendere più merci) e che moltissime persone, per lo più giovanissime, utilizzano per comunicare, conoscersi, far circolare idee.


NTNN non ignora la gerarchia delle notizie, ma l'arricchisce con i risvolti che toccano il mondo dei giovani, nell'accezione più ampia del termine. Per questo il sito è diviso in due sezioni: la griglia nella parte a sinistra (rossa) racconta il mondo giovanile che ci scorre sotto gli occhi. La griglia a destra (grigia) dà conto delle notizie principali della giornata ma, anche lì, con qualche notizia apparentemente di serie B: ogni giorno scegliamo di dare il polso dai cinque continenti. Quando tutti si focalizzano su Obama e Sarkozy, su quel summit a Ginevra, su quel concerto a Oslo, su NTNN ci sono sempre Asia, America Latina, Medio Oriente, Africa, Oceania.

Vi è infine un rumore di fondo nel nostro lavoro. Una visione. Perché NTNN è un'agenzia giornalistica quotidiana online che nasce lungo il percorso della “Città della pace”, il progetto del World Centers of Compassion for Children International, fondato dalla Nobel per la Pace Betty Williams. Credo che per “sentirlo” questo rumore di fondo sia necessario leggere quanto Betty Williams scrive. Non importa se avete venti, trenta, cinquanta o novant'anni: potete solo decidere se è musica per la vostra anima, oppure no. Per la nostra lo è.