Cinque talebani sono stati cancellati dalla lista nera delle Nazioni unite. Un passo, dicono al Palazzo di vetro, per far marciare il processo di riconciliazione nazionale voluto da Karzai. A quanto è dato sapere si tratta di Abdul Hakim Mujahid Muhammad Awrang, ex ambasciatore dell'emirato alle Nazioni unite, Abdul Salam Zaeef, all'epoca ambasciatore in Pakistan, Abdul Satar Paktin, Abdul Samad Khaksar e Muhammad Islam Mohammadi. Per gli ultimi due non dev'esser stata una gran fatica, visto che entrambi sono morti.
La notizia di per sé dovrebbe essere accolta con favore: l'Onu tiene in considerazione, non solo quanto si decise a Londra all'inizio dell'anno, poi reiterato in Consiglio di sicurezza (e infatti cinque nomi erano già stati delistati), ma soprattutto quanto scelto dalla Jirga di pace tenutasi a Kabul poco prima della Conferenza sull'Afghanistan del 20 luglio, che ha benedetto il piano di Karzai. Ma ci sono dei però.
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sabato 31 luglio 2010
mercoledì 28 luglio 2010
DAVID PETRAEUS, IL DOPO MCCHRYSTAL
Che in Afghanistan il bastone del comando risieda a Washington non è una novità, ma proprio la nebulosa che lo circonda è forse uno degli elementi più preoccupanti. Per ora le idee chiare in Afghanistan sembrano averle soprattutto gli afgani: Karzai e i talebani. Il resto del mondo procede alla spicciolata. Gli europei si limitano a dichiarazioni vaghe e procedono in ordine sparso: i britannici hanno già una data per il ritiro delle loro truppe che, iniziando nel 2011, si dovrebbe concludere nel 2015; in Belgio il governo Balkenende è caduto sul voto che riguardava la missione militare e gli olandesi stanno facendo le valige dal fronte. Fuori dall'Europa, i giapponesi hanno detto stop alla loro missione militare (sono molto attivi sul fronte civile) mentre i canadesi intendono cominciare il ritiro l'anno prossimo. Ma il punto vero è cosa faranno gli americani? Una domanda che al momento non ha ancora una risposta.
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Nella foto "Notturno afgano" di Romano Martinis
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martedì 27 luglio 2010
IL PESSIMO BREACKFAST DI DAVID PETRAEUS
Se il buon giorno si vede dal mattino, quella di ieri deve essere stata per David Petraeus una pessima giornata. Era già passata la mezzanotte di domenica a Kabul quando sul sito online del Guardian apparivano le prime notizie su Wikileaks. Chissà se Petraeus era ancora in piedi o se qualche brillante attendente lo ha svegliato per recargli la buona novella. Novantamila file che raccontano una delle cose che Petraeus detesta sentire e cioè che la guerra produce morti e che il conto minuzioso di quei morti, soprattutto se provocati da truppe americane o Nato, è stato minuziosamente tenuto con annotazione quotidiane e, con altrettanta perizia, è stato tenuto nascosto.Non fosse che per coincidenza di date, i novantamila file devono aver rovinato la colazione al generale per il semplice fatto che negli stessi giorni un perfido giornalista della Bbc ha pensato bene di ficcare il naso a Regey, un villaggio dell'Helmand dove venerdi scorso un raid Nato avrebbe ucciso circa cinquanta persone. L'Alleanza aveva negato ma le testimonianze oculari raccontano un'altra storia. Pessima per il generale David Petraeus...
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domenica 25 luglio 2010
ORA DEL TE' AL PASHTUNISTAN HOTEL
Ci sono un paio di immagini che mi porto indietro da Kabul. La prima è il Pashtunistan Hotel, che affaccia su uno degli ingressi del mercato a pochi metri dal glorioso Spinzak Hotel e da vari ministeri (Giustizia, Telecom, Educazione). Il Pashtunistan è vietato agli stranieri e siamo stati osservati con sospetto quando abbiamo chiesto di vedere le stanze. Ma dopo esserci seduti a un tavolino del suo prezioso balcone, da cui si vede il fiume e l'animato scorrere della vita del bazar, l'atmosfera si è rasserenata. La gente ha cominciato a scherzare e a offrirci da bere. Il fatto che ci fossimo seduti ha rotto il ghiaccio e fradiciato i sospetti. Il tè viene ancora servito nei bicchieri tipo duralex (oggi sono made in Indonesia) che si usavano negli anni Settanta e la teiera è di quelle in metallo colorato che si utilizzavano allora e che, l'ultima volta, avevo visto solo a Kandahar una decina di anni fa. Un pezzo di Afghanistan perduto resiste al Pashtunistan Hotel, nel centro della capitale. Certo, questa regola vale a Kabul e forse in altre zone del paese. Ma nella stessa capitale ci sono luoghi e luoghi. Al mercato degli uccelli ad esempio, in pieno bazar, Lisa era senza velo e si era immediatamente creato un capannello di persone che ci guardavano un po' di traverso. Offesi? Incuriositi? Non saprei, ma Lisa ha rimesso il velo e ce ne siamo andati di fretta. In certe aree della città e dunque anche nel bazar, vive molta gente arrivata dalla campagna, spesso da aree fortemente tradizionaliste e dunque il velo è argomento sensibile. Inoltre, ci ha suggerito un afgano, che ci fa uno straniero al mercato degli uccelli (dove si comprano pernici da combattimento)? La cosa suscita stupore e curiosità e, direi anche, la sensazione di essere spiati da noi occidentali. Che gli afgani cominciano a mal sopportare
Qualche prezzo: un tè al Pashtunistan costa 10 afganis. Una corsa da lì a Wazir Akbar Khan vale 100 afganis. Una seduta dal barbiere altri 100 e 200 se barba e capelli. Quanto costerà il Pashtunistan Hotel?
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sabato 24 luglio 2010
MATRIMONI PER AMORE O PER FORZA
Biglietto in tasca, valigia sul letto, volo Safi delle 18,30, mi resta solo il tempo di una breve considerazione su una materia da approfondire: i matrimoni. Ne so poco ma sono stato in una di queste terribile Wedding Hall (la Paris-Kabul) per grazia di Malik, un gentiluomo il cui fratello si sposava e mi ha gentilmente invitato. Vi risparmio la separazione tra sessi, la bella danza sufi di alcuni giovani (avrei detto gay da quanto erano aggraziati e femminili), la sciatteria di questi palazzi fintamente sontuosi e addobbati in stile Dubai. Mi soffermo sull'aspetto economico.La Wedding Hall ha circa tre offerte: da 500, 800 a oltre 1000 persone. Per la famiglia che la prenota il costo è di 200 afgani (circa 4 dollari) a capoccia (il pranzo non valeva quella cifra) che, se moltiplicate per 800, fa una discreta sommetta. Poi ci sono almeno 300 dollari per i ballerini e altri per l'orchestra. Metteteci i fiori, la macchina, l'abito e quant'altro e ne vien fuori una cifra che non è male. Ma in Afghanistan, anche il più povero dei poveri affitterà la Wedding Hall (chiaramente nei villaggi è diverso) il che significa per alcuni ridursi sul lastrico. Ma c'è un però.
Molti dei regali di nozze sono in denaro (vengono consegnati nel terzo e ultimo giorno della festa di matrimonio mentre la cena di gala avviene il primo giorno dopo il rito religioso). Ecco come si recuperano i quattrini della festa di matrimonio che, se va bene, diventa di per sé un affare. Ma se tutti gli ospiti sono come me, che ho mangiato, bevuto, salutato e via, c'è davvero il rischio di non rientrare con la spesa più rilevante che una famiglia afgana è tenuta a fare...
Un ultima tragica battuta. Sapete perché a volte le peggiori stragi compiute dai paladini della giustizia in Afghanistan avvengono durante un matrimonio? Perché nei villaggi pashtun si usa danzare...sparando in aria. I sapientoni che controllano radar e droni intelligenti vedono le scie luminose e, via col bombardamento chirurgico...Ecco un altro tema che riguarda la terribile stupidità della guerra, anche nel giorno più importante di una famiglia afgana
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venerdì 23 luglio 2010
PARLAR MALE DI GARIBALDI

In questi giorni sono sotto tiro sul blog di Riccardo Chiaberge (sulla webzine de Il Fatto quotidiano) per il capitolo su Emergency del mio “Diario da Kabul”. Molti nemici molto onore, verrebbe da dire, oppure anche “tutta pubblicità”, ma a me viene anche una gran tristezza. Se parli male di Garibaldi (che come è noto lasciò Bixio, per una nobile causa, sparare sui contadini), pochi entrano nel merito e pochi leggono il libro perché ormai sono certi del mio tradimento. Indebolisco il fronte, ha scritto un blogger. Ma quale? Un'altra persona dice che dovrei sciacquarmi la bocca se parlo di Gino Strada. Lo faccio ogni sera prima di coricarmi. Un altro ancora dice che, se fossi un giornalista serio, dovrei fare un'inchiesta sulla chiusura di Lashkargah, ignorando che il mio capitolo su Emergency è un'inchiesta sulla chiusura che arriva...alle stesse conclusioni del lettore che mi critica (tesi che invece Emergency contesta, probabilmente a ragion veduta, e prima o poi ne darò conto). Pochi entrano nel cuore del problema. Tra chi lo fa, ne vien sollevato uno grosso come il mondo che mi trova d'accordo: le Ong sono costrette alla denuncia da un giornalismo cieco. Giustissimo. Peccato che “Diario da Kabul” sia proprio un tentativo di andar oltre le veline.
Il fatto è che se volete andar oltre le veline scoprite a volte, da giornalisti, verità scomode. Anche per le vostre radicate convinzioni. Quando nel 2001 si stava preparando Enduring Freedom, scrissi per Carta un articolo dal titolo “Non bombardate l'Afghanistan!”. Lo penso ancora: fu un errore gravissimo e gravido di conseguenze. Andai dunque per la prima volta a Kabul nel 2007 convinto convintissimo che gli afgani fossero contrari contrarissimi alle truppe straniere. Che sorpresa incontrare gli afgani che invece (illudendosi, certo) pensavano che la nostra presenza in armi fosse un bene... Io blateravo di peacekeeping e Onu (e ancora lo faccio) e loro: “L'Onu? Per farci difendere come fu difesa Srebrenica”? Preferivano la Nato.
Quella fu la prima sberla e inoltre scrivevo per il manifesto, giornale contrario alla guerra (come me) e favorevole alla pace (come me). Ma ebbi l'onestà, e il giornale ebbe il coraggio di pubblicami, di dire che molti afgani (i sondaggi lo confermavano) erano contrari al modo e al comportamento delle truppe ma non alla loro presenza. “Se ve ne andate – dicevano – sarà il diluvio”. Adesso è molto diverso e le cose sono cambiate anche in questo senso, Ma allora era così, anche se i primi segnali di malessere, per chi li voleva vedere (e ne demmo conto) già si vedevano.
Vidi anche l'ottimo lavoro di Emergency ma percepii pure che qualcosa di storto c'era, che qualcosa non andava. Stavano fuori dal sistema sanitario nazionale e questo a me non piaceva. Ma era un opinione e non ne scrissi mai. Solo i fatti, e fine. In un libro però, o sul proprio blog, l'opinione non solo va formulata ma vi trova un posto naturale. I libri servono a dare chiavi di lettura non notizie. A quelle pensiamo da cronisti. Neri libri ragioniamo. Ora, chi vuol ragionare, è benvenuto. Ma a quelli del partito preso, da qualsiasi parte stiano, dico di girarmi alla larga. Ne ho conosciuti troppi a cui pace il sacrifico in nome dell'ideale. Piace loro così tanto che son pronti a fare a fette chi disturba il manovratore. E, in tutto questo, mi spiace per Gino Strada. Spero che a lui il mio libro sia servito a ragionare e che gli piaccia aver intorno non solo supporter adulanti. Gli amici veri son quelli che la raccontano tutta, anche quando è scomoda.
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giovedì 22 luglio 2010
PUNTI DI VISTA
In Afghanistan si conta l'inizio della settimana da sabato: shambé. Domenica è il primo giorno dopo shambé (yak shambé), lunedi il secondo (du shambé) e così via sino a venerdi (juma), la nostra domenica. Dunque la “febbre del sabato sera” è, a Kabul, quella del giovedi e “ci vediamo all'inizio di settimana prossima” non è lunedì ma, ovviamente, sabato. La settimana è sempre quella di sette giorni, ma cambia il punto di vista, per loro come per noi scandito da una ricorrenza religiosa. Pensate a quanta confusione porta il semplice cambio del punto di vista sui giorni della settimana. Poi immaginate tutto il resto...
mercoledì 21 luglio 2010
EBBENE SI, SONO CATTIVO
"Emanuele Giordana è parte di quel variegato e vampiresco mondo di associazioni, organizzazioni non governative, ricercatori, accademici, giornalisti e operatori della comunicazione impegnati “nell’area afgana per la risoluzione dei conflitti”, cioè truppe civili di complemento nelle operazioni di predazione internazionale, flatulenze embedded dei criminali in divisa, spie di terza fila.... un giornalista-studioso-cooperante dichiaratamente a favore dell’intervento militare in Afganistan in salsa Isaf-Nato che si adopera nell’azione di pacificazione e ricostruzione di concerto con il democraticamente eletto governo Karzai e quelli che altrettanto democraticamente eletti che ci sono toccati in sorte alla guida dei nostri dicasteri degli Esteri e della Difesa"
Se la misura della propria notorietà è il numero di nemici, in una sola giornata me ne son fatti parecchi, tra cui questo signor Luigi che deve conoscermi assai poco. Il merito è di un post di Riccardo Chiaberge sul suo blog sul sito de Il Fatto dove ha recensito il mio recente libretto "Diario da Kabul" citando soprattutto il capitolo su Emergency. I lettori del suo post il libro non l'hanno letto e temo ne abbiano tratto delle frettolose conclusioni. La maggior parte ha risposto a Chiaberge con rabbia, taluni con livore. Altri ancora, come il signor Luigi, con offese che ne denotano una salda ignoranza perché, fortunatamente, tutto ciò che scrivo e ho scritto sull'Afghanistan è facilmente rintracciabile. Ma questo Luigi, come tanti assai più pacifisti di me, mi fanno una certa impressione. Altri mi hanno criticato con durezza ma non con violenza. Luigi si: un uomo di pace e contro la guerra che però vorrebbe vedermi appeso a Piazza Loreto perché - come scrive Chiaberge - ho parlato male di Garibaldi.
Nessuno è perfetto. tanto meno io ma mi si può augurare la morte per dissanguamento se capisco pena la sua contorta prosa? "Prendere le distanze da Emergency non serve, la risultante complessiva è un indebolimento delle capacità di suzione di sangue umano, che porterà presto alla loro dissoluzione, e primo fra tutti quel pezzo di “giornalista onesto” amico di Chiaberghe".
Ho scritto un post per il blog di Chiaberge rispondendo ad alcuni lettori (non certo al mio macellaio) e mi spiace se la recensione al mio Diario gli ha arrecato danno in qualche modo. A me no: mi fa pubblicità. Spero infatti che i livorosi vadano a comprare il mio libro se non altro per vedere quanto sono filo Isaf/Nato. Purtoppo a noi spie di terza fila pagano un basso salario. Ci tocca scrivere libri per campare. E se anche Luigi lo comprasse...sarebbe uno in più.
Nessuno è perfetto. tanto meno io ma mi si può augurare la morte per dissanguamento se capisco pena la sua contorta prosa? "Prendere le distanze da Emergency non serve, la risultante complessiva è un indebolimento delle capacità di suzione di sangue umano, che porterà presto alla loro dissoluzione, e primo fra tutti quel pezzo di “giornalista onesto” amico di Chiaberghe".
Ho scritto un post per il blog di Chiaberge rispondendo ad alcuni lettori (non certo al mio macellaio) e mi spiace se la recensione al mio Diario gli ha arrecato danno in qualche modo. A me no: mi fa pubblicità. Spero infatti che i livorosi vadano a comprare il mio libro se non altro per vedere quanto sono filo Isaf/Nato. Purtoppo a noi spie di terza fila pagano un basso salario. Ci tocca scrivere libri per campare. E se anche Luigi lo comprasse...sarebbe uno in più.
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LA MONTAGNA E IL TOPOLINO 2
(segue da ieri)Chi si aspettava un annuncio in pompa magna sul ritiro delle truppe rimane deluso, ma chi sa leggere con attenzione le peripezie semantiche della diplomazia, qualche spunto invece lo trova: dire infatti che tra tre anni tutte le operazioni militari passeranno sotto l'egida dell'esercito nazionale, se non significa esattamente che la Nato se ne sarà andata, apre la strada all'exit strategy, a quel passaggio di consegne che dovrebbe avvenire nel giro di 36 mesi. Quando esercito e polizia afgani, ora a quota 300mila uomini, dovrebbero contare su una forza di 400mila. E' anche un modo di dire “non vi lasceremo soli ma dovrete cavarvela. Noi, torniamo a casa”.
In questa forma però nessuno lo dice e anzi Rasmussen, a capo della Nato, smentisce questa interpretazione. Kouchner, il titolare degli Esteri francese, ribadisce che “si resterà sino a che e necessario”. Ma son formule vaghe, come quella che impiega Franco Frattini: “l'impegno militare non può essere a tempo determinato”. Il messaggio tra le righe per altro sembra dire che transizione significherà anche disimpegno. Più in là però non si va. Ma persino Hillary Clinton, che pur non si sbilancia su una data finale, ribadisce che nel luglio 2011 il ritiro americano comincerà. Che altro? Poco. Solo qualche spunto.
C'è una parte, probabilmente cacciata dentro a forza da Unama, la missione Onu che ha raccolto le suggestioni della società civile, dedicata ai diritti delle donne. C'è un capitoletto sulla giustizia che dice che entro sei mesi ci sarà finalmente un codice penale (pare che sia stata l'Italia a inserirlo, ma Frattini non lo ha rivendicato). C'è anche un accenno alle elezioni: ma manca la data (dovrebbero essere a settembre) e, paradossalmente, questa sacra istituzione della democrazia finisce....al punto trentuno (il penultimo!) del documento finale.
Una parte sostanziale riguarda invece la trattativa coi talebani. In effetti il documento appoggia i risultati della Jirga di pace, da poco tenutasi a Kabul, e cioè il piano di Karzai per il reintegro di 36mila combattenti. Ma nulla si dice su come va condotto, e con chi, il negoziato politico.
Tutti sanno che Washington finora e stata contraria a trattative con la cupola talebana, contro i voleri di Karzai, dei britannici e del Pakistan che si sta proponendo come mediatore. Dalla Conferenza non esce nulla a riguardo anche se, nel pomeriggio, il quotidiano The Guardian dedica un titolo a una chiacchierata con fonti anonime di Washington, secondo le quali gli Stati uniti starebbero cambiando idea. Ma è una mezza novità visto che la Casa Bianca, il Dipartimento di Stato e il Pentagono mandano segnali contrastanti. Per una Clinton che si presenta paladina dei diritti delle donne e gioca il ruolo della colomba alla Conferenza, c'è un generalissimo, David Petraeus, che ha appena fatto digerire obtorto collo a Karzai l'istituzione di una milizia civile anti talebana su stile iracheno (non l'optimum per favorire un negoziato) e che continua a promettere spallate militari per “negoziare da una posizione di forza”. Situazione confusa.
La giornata si conclude invece con una vittoria “militare” di Karzai. I talebani non si fanno vivi. Nella notte c'è una sparatoria e il lancio di qualche razzo ma la guerriglia non fa, o non riesce a fare, lo spettacolo eclatante che le era riuscito alla Jirga di pace, quando aveva colpito a pochi metri dal tendone assembleare proprio quando toccava a Karzai parlare.
La vittoria politica c'è anche quella, ma molto edulcorata. E colpisce, nella conferenza stampa finale di Karzai e Ban Ki-moon, la loro capacità di non dire nulla e di eludere elegantemente le domande dei giornalisti. La guerra, convitato di pietra, resta fuori dalla porta. Nessuno la nomina mai e si finge che il futuro sia roseo. Nelle strade di Kabul invece appare opaco, come la nuvola di polvere e smog che ammanta la città. E la fine della Conferenza.
martedì 20 luglio 2010
LA MONTAGNA E IL TOPOLINO
Alla fine, la data tanto attesa, 2014, salta fuori. La dice Karzai ed è contenuta nel documento annacquato e sostanzialmente povero di grandi novità siglato dagli emissari della diplomazia di 70 paesi che ieri hanno tenuto a battesimo la prima Conferenza internazionale sull'Afghanistan che si sia svolta a Kabul. Atto fortemente simbolico, promessa di transizione ma, in sostanza, montagna che partorisce un topolino.
Ma quella data, 2014, salta fuori. Non significa che le truppe occidentali lasceranno il paese ma qualcosa che si avvicina all'idea. E dunque all'idea che, poiché la richiesta nasce a Kabul e da Kabul, si possa onorevolmente iniziare a fare le valige. La frasetta sta al punto 18 del documento finale e recita testualmente che: “La comunità internazionale esprime il suo sostegno all'obiettivo della Presidenza afgana per cui le forze di sicurezza nazionali dovranno guidare e condurre le operazioni militari in tutte le province per la fine del 2014”. Largo adesso alle interpretazioni....
Ma quella data, 2014, salta fuori. Non significa che le truppe occidentali lasceranno il paese ma qualcosa che si avvicina all'idea. E dunque all'idea che, poiché la richiesta nasce a Kabul e da Kabul, si possa onorevolmente iniziare a fare le valige. La frasetta sta al punto 18 del documento finale e recita testualmente che: “La comunità internazionale esprime il suo sostegno all'obiettivo della Presidenza afgana per cui le forze di sicurezza nazionali dovranno guidare e condurre le operazioni militari in tutte le province per la fine del 2014”. Largo adesso alle interpretazioni....
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I TALEBANI SPARANO SULLA CONFERENZA
Per adesso, le 8,30 del mattino qui a Kabul, la notizia viene riferita solo dalla Novosti, agenzia di stampa russa. Non la trovo nemmeno su Pajhwok, agenzia locale di solito rapida. Ma secondo la Novosti questa mattina, intorno alle tre e mezzo (la una in Italia), due persone sono state uccise e altre ferite da una bomba. Un collega afgano, con me nella sala stampa in cui aspettiamo che si apra la Conferenza di Kabul, mi conferma che si sarebbe trattato di un razzo. A Khair Khana, un'area periferica della capitale. Il governo in seguito smentisce le vittime e nega si sia trattato di un attacco talebano. Dopo mezzanotte invece e sempre a Kabul, si sono sentite quattro esplosioni ma non hanno fatto danni....
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PAROLA MAGICA, 2014
Una conferenza internazionale è sempre una storia di numeri.
Su quella di Kabul che si apre oggi, la prima che si tiene dopo nove anni di guerra nella capitale afgana e che l'inviato Onu Staffan De Mistura definisce un “evento storico”, se ne dicono parecchi. Quindici sono i miliardi in palio per la ricostruzione, o almeno questo è quanto Karzai chiederà. Un miliardo di dollari extra (in realtà meno di 800 milioni) è quanto Kabul vorrebbe per negoziare il reintegro dei talebani. Ma c'è anche un'altra sequenza di numeri: 2014.

Secondo indiscrezioni e boatos che girano a Kabul, e che confermano quanto scritto dal britannico The Independent, questo numero magico, che dovrebbe segnare il definitivo ritiro della Nato dall'Afghanistan, potrebbe essere pronunciato oggi da Karzai. Vero o no che sia, molto si muove in questa direzione: domenica scorsa del resto, per rintuzzare la ridda di accuse ad Obama reo di aver annunciato una data di inizio ritiro, il vicepresidente americano Joe Biden ha confermato che nel luglio 2011 gli americani cominceranno a fare le valigie perché, ha spiegato, la Nato sarà in grado di passare la mano all'esercito nazionale in buona parte dei 34 distretti militari del Paese. E continuano, sulla stampa internazionale, le prese di posizione che, da una parte constatano un conflitto perso o comunque che non si può vincere, e che dall'altra suggeriscono nuove opzioni (trasformare una guerra controinsurrezionale in una guerra al terrorismo tout court, come ha vagheggiato un diplomatico britannico, che si potrebbe condurre con un terzo dei militari presenti, che alla fine dell'anno saranno quasi 150mila, 4mila dei quali italiani).
Se il presidente Karzai dirà il numero magico lo si saprà stamattina quando aprirà le danze della Conferenza di Kabul ma, secondo fonti locali, un accordo di massima già ci sarebbe e non riguarderebbe solo i britannici (come riferisce l'Independent) ma Usa e Nato: essendo una richiesta afgana e non una decisione occidentale, equivarrebbe in sostanza alla garanzia di un'uscita onorevole. Consentirebbe cioè ad Americani e sodali dell'Alleanza l'uscita dal pantano senza ammettere un fallimento. Condizione che, nel medesimo tempo, aprirebbe a Karzai la strada al negoziato con la guerriglia in turbante, che ha sempre posto come precondizione per l'avvio di una trattativa il ritiro delle truppe. Un calendario di uscita dal paese tra quattro anni sarebbe dunque la giusta via di mezzo per iniziare.
Intanto è stallo. Bocce ferme in una città blindata dall'afa e da centinaia di mezzi della polizia e delle forze speciali afgane. Sebbene in cielo le pale degli elicotteri ricordino che questa è una capitale sotto stretto controllo straniero, con discrezione i soldati della Nato si tengono ai margini rispetto al presidio del centro città: per dimostrare che il passaggio di consegne di cui parla Biden è imminente e che, insomma, la “transizione” (evoluzione del termine “afganizzazione” creato dalla Nato due anni fa ma cacofonico e vagamente etnico) si sta per compiere, benedetta proprio dalla Conferenza di oggi.
A presiederla, oltre a Karzai, ci saranno alcuni ministri del suo fragile gabinetto e molto probabilmente Ashraf Ghani, l'afgano “americano” - già ministro dell'Economia e aspirante presidente con una percentuale di voti raccolti del 3% - vero artefice del piano di sviluppo in quattro punti per cui l'Afghanistan chiede un ulteriore sforzo, oltre a quanto già percepisce, di altri 15 miliardi. Per dimostrare che l'occupazione militare e la guerra non hanno prodotto solo morti e distruzione ma un Paese in cui avere fiducia e che guarda a un radioso futuro. Aspettative che nascondono molti nodi irrisolti.
Oltre a quello della guerra in sé, che ogni giorno miete vittime tra combattenti e civili, ci sono parecchie opzioni controverse. Quella della trattativa coi talebani, sul modo di condurla, su come operare il reintegro della truppa e, con 50 milioni a disposizione del presidente, la resa di qualche caporione talebano o filotalebano.
Ma c'è anche, sul breve periodo, il nodo delle milizie combattenti, sorta di polizia di villaggio armata ma in abiti civili, che era ed è rimasto il pallino del generale Petraeus, l'uomo che Washington ha inviato dopo le dimissioni di Stanley McChrystal. Il generale ha imposto a un riottosissimo Karzai di accettare un piano ricalcato su quanto Petraeus ha fatto in Iraq (e che ricorda quanto già fecero i sovietici contro i mujaheddin) con l'unica differenza che mentre a Bagdad furono comprati combattenti, qui si tratta di dare fucili ai contadini. Contadini, è questo il timore non del solo Karzai, che però potrebbero trasformarsi in bande prezzolate da nuovi signorotti della guerra che questo piano finirebbe a creare. Iniettando nuovi attori armati in un conflitto che conta già 150mila soldati Nato, 400mila militari e poliziotti afgani e un numero incalcolabile di mercenari. Infine c'è il nodo pachistano.
Molti si domandano che gioco stia giocando Islamabad, che da una parte promette agli americani lotta senza tregua ai talebani ma che dall'altra non ha nessuna intenzione di lasciare che un accordo tra Karzai e i ribelli si faccia senza il suo assenso. Di due forni o di due tavoli che sia, la politica del Pakistan resta una nebulosa. Anche se il recentissimo accordo tra Kabul e Islamabad sul transito delle merci tra i due Paesi, appena firmato con benedizione americana, è l'unica buona notizia di questi giorni. Poco con una guerra infinita in corso.
Su quella di Kabul che si apre oggi, la prima che si tiene dopo nove anni di guerra nella capitale afgana e che l'inviato Onu Staffan De Mistura definisce un “evento storico”, se ne dicono parecchi. Quindici sono i miliardi in palio per la ricostruzione, o almeno questo è quanto Karzai chiederà. Un miliardo di dollari extra (in realtà meno di 800 milioni) è quanto Kabul vorrebbe per negoziare il reintegro dei talebani. Ma c'è anche un'altra sequenza di numeri: 2014.

Secondo indiscrezioni e boatos che girano a Kabul, e che confermano quanto scritto dal britannico The Independent, questo numero magico, che dovrebbe segnare il definitivo ritiro della Nato dall'Afghanistan, potrebbe essere pronunciato oggi da Karzai. Vero o no che sia, molto si muove in questa direzione: domenica scorsa del resto, per rintuzzare la ridda di accuse ad Obama reo di aver annunciato una data di inizio ritiro, il vicepresidente americano Joe Biden ha confermato che nel luglio 2011 gli americani cominceranno a fare le valigie perché, ha spiegato, la Nato sarà in grado di passare la mano all'esercito nazionale in buona parte dei 34 distretti militari del Paese. E continuano, sulla stampa internazionale, le prese di posizione che, da una parte constatano un conflitto perso o comunque che non si può vincere, e che dall'altra suggeriscono nuove opzioni (trasformare una guerra controinsurrezionale in una guerra al terrorismo tout court, come ha vagheggiato un diplomatico britannico, che si potrebbe condurre con un terzo dei militari presenti, che alla fine dell'anno saranno quasi 150mila, 4mila dei quali italiani).
Se il presidente Karzai dirà il numero magico lo si saprà stamattina quando aprirà le danze della Conferenza di Kabul ma, secondo fonti locali, un accordo di massima già ci sarebbe e non riguarderebbe solo i britannici (come riferisce l'Independent) ma Usa e Nato: essendo una richiesta afgana e non una decisione occidentale, equivarrebbe in sostanza alla garanzia di un'uscita onorevole. Consentirebbe cioè ad Americani e sodali dell'Alleanza l'uscita dal pantano senza ammettere un fallimento. Condizione che, nel medesimo tempo, aprirebbe a Karzai la strada al negoziato con la guerriglia in turbante, che ha sempre posto come precondizione per l'avvio di una trattativa il ritiro delle truppe. Un calendario di uscita dal paese tra quattro anni sarebbe dunque la giusta via di mezzo per iniziare.
Intanto è stallo. Bocce ferme in una città blindata dall'afa e da centinaia di mezzi della polizia e delle forze speciali afgane. Sebbene in cielo le pale degli elicotteri ricordino che questa è una capitale sotto stretto controllo straniero, con discrezione i soldati della Nato si tengono ai margini rispetto al presidio del centro città: per dimostrare che il passaggio di consegne di cui parla Biden è imminente e che, insomma, la “transizione” (evoluzione del termine “afganizzazione” creato dalla Nato due anni fa ma cacofonico e vagamente etnico) si sta per compiere, benedetta proprio dalla Conferenza di oggi.
A presiederla, oltre a Karzai, ci saranno alcuni ministri del suo fragile gabinetto e molto probabilmente Ashraf Ghani, l'afgano “americano” - già ministro dell'Economia e aspirante presidente con una percentuale di voti raccolti del 3% - vero artefice del piano di sviluppo in quattro punti per cui l'Afghanistan chiede un ulteriore sforzo, oltre a quanto già percepisce, di altri 15 miliardi. Per dimostrare che l'occupazione militare e la guerra non hanno prodotto solo morti e distruzione ma un Paese in cui avere fiducia e che guarda a un radioso futuro. Aspettative che nascondono molti nodi irrisolti.
Oltre a quello della guerra in sé, che ogni giorno miete vittime tra combattenti e civili, ci sono parecchie opzioni controverse. Quella della trattativa coi talebani, sul modo di condurla, su come operare il reintegro della truppa e, con 50 milioni a disposizione del presidente, la resa di qualche caporione talebano o filotalebano.
Ma c'è anche, sul breve periodo, il nodo delle milizie combattenti, sorta di polizia di villaggio armata ma in abiti civili, che era ed è rimasto il pallino del generale Petraeus, l'uomo che Washington ha inviato dopo le dimissioni di Stanley McChrystal. Il generale ha imposto a un riottosissimo Karzai di accettare un piano ricalcato su quanto Petraeus ha fatto in Iraq (e che ricorda quanto già fecero i sovietici contro i mujaheddin) con l'unica differenza che mentre a Bagdad furono comprati combattenti, qui si tratta di dare fucili ai contadini. Contadini, è questo il timore non del solo Karzai, che però potrebbero trasformarsi in bande prezzolate da nuovi signorotti della guerra che questo piano finirebbe a creare. Iniettando nuovi attori armati in un conflitto che conta già 150mila soldati Nato, 400mila militari e poliziotti afgani e un numero incalcolabile di mercenari. Infine c'è il nodo pachistano.
Molti si domandano che gioco stia giocando Islamabad, che da una parte promette agli americani lotta senza tregua ai talebani ma che dall'altra non ha nessuna intenzione di lasciare che un accordo tra Karzai e i ribelli si faccia senza il suo assenso. Di due forni o di due tavoli che sia, la politica del Pakistan resta una nebulosa. Anche se il recentissimo accordo tra Kabul e Islamabad sul transito delle merci tra i due Paesi, appena firmato con benedizione americana, è l'unica buona notizia di questi giorni. Poco con una guerra infinita in corso.
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lunedì 19 luglio 2010
APETTANDO LA CONFERENZA

Il soldato afgano delle forze speciali non ha nulla da invidiare a un militare della Nato: mitragliatore e cartucciera, scarponi da montagna, ginocchiere e giubbotto antiproiettile. L'elmetto ben calcato in testa e lo sguardo torvo, ci apostrofa rudemente in dari: “Che fate per strada? Non sapete che ci sono i talebani”?
L'invito ad affrettare il passo è perentorio e non è difficile metterlo in pratica perché, in questa capitale asiatica di almeno quattro milioni di abitanti - oltre la metà dei quali forse profuga da trent'anni di guerre - per strada non c'è nessuno. Dalla rotonda di Massud a quella di Wazir Akbar Khan, forse quattrocento metri di strada, contiamo solo decine di poliziotti, soldati in assetto di guerra, forze speciali di esercito e polizia, 007. Girano soltanto dei ragazzini in bicicletta e una famiglia allargata che chissà dove va. Attraversa leggera un'infinita sequenza di geep e gipponi, pick up corrazzati, torrette girevoli, suv coi vetri oscurati che sgommano senza necessità. I nuovi blindati americani che adesso hanno le insegne dell'Ana, l'esercito nazionale afgano, ma che sono in tutto e per tutto identici a quelli usati dai militari stellestrisce, sono arrivati in città due giorni fa e presidiano l'intero centro avvolto, da ieri, in un'atmosfera surreale: a protezione di una città fantasma o di 50 ministri e 20 sottosegretari che stamattina arriveranno per la prima Conferenza internazionale che si tiene a Kabul? Proteggono gli afgani o il più grande raduno di diplomatici che si sia mai tenuto nella capitale dell'Afghanistan dalla morte di re Zhaer Shah?
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sabato 17 luglio 2010
ASPETTANDO LA CONFERENZA
L'ospite, anche il più amato, è come il pesce: puzza dopo tre giorni. Quanto puzza dopo nove anni un esercito sempre meno “ospite” desiderato? All'aeroporto un giocatore della nazionale di cricket, che sta rientrando dall'estero e che non ha certo l'aria del filo talebano in quel vestito di fresco lana dal taglio ineccepibilmente europeo, si lascia andare a un commento che sa di dietrologia: “Gli americani non vogliono mollare l'Afghanistan. Non se ne andranno. Bombardano le nostre case e la guerra gli va bene com'è. Se se ne andassero sapremmo come metterci d'accordo”. Perché restano gli americani? Non sa dirlo, ma nelle sue parole, chiamiamolo Nizar, si percepisce un'insofferenza per l'occupazione che sta montando tra gli afgani e fa il gioco dei talebani, non certo degli ospiti.
Un'analista afgano ha scritto che se gli americani, anziché tentennare sulle date dell'exit strategy, dicessero chiaramente quando e in quanto tempo se ne andranno, tutto sarebbe più facile. I talebani, ha scritto su un quotidiano del Golfo, si sentirebbero rassicurati sul fatto che la loro prima pre condizione – l'abbandono del paese da parte degli occupanti – sarebbe stata assolta e si siederebbero a trattare. Ma qui sta il punto: gli Usa ritengono che non si possa trattare coi talebani se non da una “posizione di forza” e Obama sembra prigioniero dei generali più rapaci e dei repubblicani che gli hanno rimproverato di aver dato il 2011 come data di inizio del ritiro. Così, è stato il coro, dai le coordinate al nemico che aspetterà quel giorno per marciare su Kabul...
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IL MESTIERACCIO DELL INVIATO
Brutta bestia il mestiere dell'inviato! Del resto si potrebbe anche dire, nel mio caso, che nessuno me lo ha chiesto di venire sin qui dove, davanti alla finestra del mio balcone, campeggiano una quarantina di sacchetti di sabbia e sotto, alla porta di ingresso, ci sono un paio di Ak47 che, sommati a quelli nella via antistante il mio albergo, fa una densità di armi a metro quadro che mi dà allo stomaco.Ma la passione non smette di bussare al cuore di un mestiere che continua a piacermi e che, all'estero, mi riempie di adrenalina, appena un po' meno di qualche anno fa quando, un po' più ansioso e smanioso, il solo varcare l'uscita dell'aeroporto mi faceva fremere come un'amante alla sua prima uscita con la donna di cui si è invaghito.
Come nei grandi amori, col tempo, la passione forse si raffredda un po' ma non si spegne. Controllate il vostro taccuino, se avete la penna e il telefono carico, due spicci in tasca e le pile nel registratore. E via, per la città dolente in cerca di notizie. Il bello è che, girato l'angolo, ne trovate subito una. Il caso gioca la sua parte assai più del fiuto e poi c'è la curiosità, l'annotazione silenziosa di quell'immagine, la frase carpita per strada, la battuta rivelatrice. Elettrizzati, correte di qua e di là fino a che, ma ci son due ore e mezza di vantaggio sul fuso orario italiano, non viene il momento di scrivere, di ordinare le idee e metterle in file, di coniugare le notizie con l'analisi e, soprattutto, il buon senso, l'unico porto sicuro nella mare di fesserie che la propaganda vi propina quotidianamente in una paese in guerra.
Ma la vostra personale battaglia, subito dopo, è con Roma o con Milano. Con i desk dei giornali da cui dipende (ormai sempre di meno) parte del vostro salario. Con i capiservizio che, poveretti anche loro, devono fare i conti con la maledizione delle notizie e che oggi, per voi, non hanno spazio.
Da che sono a Kabul, il meglio di quel che ho scritto giace nel cassetto di qualche redazione. Se non avessi un blog dove rovesciare la mia logorroica esposizione dei fatti finirei per implodere. Per un giornalista, scrivere è come la caccia per la leonessa. Ma vedersi pubblicare il pezzo è il vero trofeo che portate a casa. L'orgasmo della vostra masturbazione intellettuale o del rapporto, intimissimo, che si è stabilito tra voi e la realtà. Come la leonessa però, avete vinto solo se il pezzo va in pagina, così come lei, dopo la corsa, può pascersi delle carni della bestia che ha catturato. Così restate frustrati se non accade nulla, se la vostra notizia (la “vostra” notizia non quella ricopiata dalle agenzie) non trova spazio e, come si dice in gergo, si brucia. Come una sigaretta che non viene aspirata ma si consuma sottoposta alle leggi della chimica.
Ieri però hanno ferito tre poveri cristi con la divisa italiana nell'Herat e allora tutti si svegliano. Ti chiamano, vogliono il pezzo di giornata anche se tu sei a Kabul, non a Herat. Non hai visto niente e ne sai meno di un collega che, stando in Italia, può parlare con lo stato maggiore e carpire qualche dettaglio. Poveri soldati. Poveri giornalisti. Attori entrambi di un teatrino demenziale. Io ci ricavo però che i miei pezzi nel cassetto usciranno d'appoggio alla cronaca di giornata. Che grazie a Dio ieri ha fatto qualcun altro
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venerdì 16 luglio 2010
BAVAGLIO AFGANO
L'Afghanistan come l'Italia, Kabul come Roma? A meno di dieci giorni dalla “giornata del silenzio” che ha attraversato quotidiani, Tv, radio e siti internet italiani contro il ddl Alfano, adesso i giornalisti afgani stanno per muoversi nella stessa direzione. Per un'intera giornata, spalleggiati da un consistente gruppo di associazioni della società civile, i quotidiani afgani rischiano di uscire con le pagine bianche mentre a radio e Tv spetterebbe oscurare le notizie in voce e i servizi filmati nelle ore tradizionali del notiziario. Con un messaggio che, grosso modo, suona così: “Senza una legge sull'informazione non avrete l'informazione di cui avete bisogno”.La corsa a un'edizione afgana della giornata del silenzio è già cominciata e oggi pomeriggio a Kabul dovrebbero essere definite modalità, tempi e date di una campagna di stampa che si preannuncia una novità assoluta in Afghanistan.
Sembrano divertiti i giornalisti afgani che, in una delle riunioni preliminari di questi giorni, accolgono il collega italiano con la simpatia per chi combatte una battaglia comune: perché fin qui sono arrivati gli echi dei post it, dei siti listati a lutto, delle pagine bianche che hanno costellato l'italica opposizione alla legge bavaglio. Qua però, la lotta che, come avviene da noi, avrà nel black out dei media solo l'inizio di una lunga campagna, non è contro una legge ma per averne una. In Afghanistan l'accesso all'informazione pubblica è infatti praticamente inesistente. Il che non riguarda solo la legge sui servizi segreti, così segreta, come i servizi stessi, che non si può sapere cosa reciti: qui è un segreto il catasto, gli archivi, la documentazione di base. Non parliamo poi di poter visionare il decreto che, ad esempio, ha appena regolato il trasferimento delle competenze ai cinesi per gli sfruttamenti minerari. Ce n'è dunque per tutti: dal giornalista d'inchiesta al comune cittadino che vorrebbe sapere qualcosa del suo certificato di proprietà fondiaria, uno dei drammi dell'odierno Afghanistan dove la guerra ha dato una mano a distruggere il fragile catasto messo in piedi a suo tempo dall'ultimo re, Zaher Shah.
In queste ore, e sfruttando abilmente la presenza della stampa estera (in questo momento nutrita schiera per via della Conferenza dei donatori che si svolge martedi a Kabul), si fa la conta. L'altro ieri mattina è arrivata l'adesione di Tolo Tv, il colosso mediatico cui il New Yorker ha appena dedicato un servizio chilometrico. Ci sono già Saba, Outlook, Killid Group, Internews, Afghan Melli, per citare alcune tra le testate, in dari pashto o inglese, che già hanno aderito. Con gli altri è passa parola, telefonate, e-mail, riunioni. Ma non ci sono solo agenzie, Tv, quotidiani e radio. La pattuglia della società civile è consistente: Afghan Women's Network e Women lawyer association – per citarne alcune – Integrity Watch Afghanistan, il Forum della società civile Acsf (che tiene un incontro pubblico in questi giorni). Per ora non c'è stranamente Acbar (le rete di Ong afgane e internazionali) mentre è invece tra i promotori la Cshrn, network che si occupa di diritti umani e che dal 2006 sta lavorando a un disegno di legge che giornali e cittadini vorrebbero discusso in parlamento. Il draft della legge sta già circolando e dovrebbe essere ultimato per metà marzo 2011. C'è tempo dunque perché il parlamento decida di accoglierlo e discuterlo. Ma c'è anche tempo per fare pressione per dotare l'Afghanistan di una legislazione adeguata sull'accesso all'informazione.
Chissà che Kabul non finisca per dare una lezione a Roma.
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giovedì 15 luglio 2010
TUTTE LE MAZZETTE DELL'AFGHANISTAN
Il governo afgano è il maggior responsabile della corruzione ma è anche la risorsa con la quale combatterla.
A meno di una settimana dalla Conferenza dei ministri degli Esteri che sostengono Karzai e che si tiene a Kabul martedi prossimo, il dossier di una piccola ma agguerrita Ong afgana butta il sasso nello stagno. Un sondaggio eseguito in 32 province su un campione di 6500 persone, documenta la corruzione quotidiana che investe un paese in guerra. Non dunque i grandi numeri delle mazzette sulle grandi transazioni finanziarie, ma la tangente quotidiana che viene pagata dal popolino quando ha a che fare con tribunali, polizia, rinnova la patente, chiede accesso all'università. Un quadro a tinte fosche ma da cui emerge un dato positivo e forse inaspettato: gli afgani credono che lo Stato, al netto dell'accusa che sia proprio il settore pubblico quello in cui la mancetta vige sovrana, sia uno degli attori principali per combattere un fenomeno che vale almeno un miliardo di dollari l'anno e che costella, quasi quotidianamente e trasversalmente, la vita dell'uomo della strada.

Dietro Kolola Pushtà a Sharenaw, nella piccola ma accogliente sede di Integrity Watch Afghanistan, Ong già nota per diverse ricerche sulla trasparenza e per avere denunciato l'opacità con cui il governo tratta gli affari che riguardano le miniere, i due condirettori Yama Torabi e Lorenzo Delesgues, puntualizzano: “Il governo ha accolto il nostro dossier con sospetto mentre avrebbe dovuto vedervi il dato positivo, e cioè la spinta a fare meglio e di più che viene da cittadini che dimostrano ancora fiducia nelle istituzioni. La corruzione quotidiana al contrario ne mina la credibilità e fornisce ai talebani una carta da giocare”. Il documento circola tra ambasciate, Ong, media afgani e internazionali e fornisce il background non ufficiale della conferenza incentrata sulla governance cui partecipano una quarantina di ministri degli Esteri (tra cui Franco Frattini) e il segretario dell'Onu Ban Ki-moon...
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A meno di una settimana dalla Conferenza dei ministri degli Esteri che sostengono Karzai e che si tiene a Kabul martedi prossimo, il dossier di una piccola ma agguerrita Ong afgana butta il sasso nello stagno. Un sondaggio eseguito in 32 province su un campione di 6500 persone, documenta la corruzione quotidiana che investe un paese in guerra. Non dunque i grandi numeri delle mazzette sulle grandi transazioni finanziarie, ma la tangente quotidiana che viene pagata dal popolino quando ha a che fare con tribunali, polizia, rinnova la patente, chiede accesso all'università. Un quadro a tinte fosche ma da cui emerge un dato positivo e forse inaspettato: gli afgani credono che lo Stato, al netto dell'accusa che sia proprio il settore pubblico quello in cui la mancetta vige sovrana, sia uno degli attori principali per combattere un fenomeno che vale almeno un miliardo di dollari l'anno e che costella, quasi quotidianamente e trasversalmente, la vita dell'uomo della strada.
Dietro Kolola Pushtà a Sharenaw, nella piccola ma accogliente sede di Integrity Watch Afghanistan, Ong già nota per diverse ricerche sulla trasparenza e per avere denunciato l'opacità con cui il governo tratta gli affari che riguardano le miniere, i due condirettori Yama Torabi e Lorenzo Delesgues, puntualizzano: “Il governo ha accolto il nostro dossier con sospetto mentre avrebbe dovuto vedervi il dato positivo, e cioè la spinta a fare meglio e di più che viene da cittadini che dimostrano ancora fiducia nelle istituzioni. La corruzione quotidiana al contrario ne mina la credibilità e fornisce ai talebani una carta da giocare”. Il documento circola tra ambasciate, Ong, media afgani e internazionali e fornisce il background non ufficiale della conferenza incentrata sulla governance cui partecipano una quarantina di ministri degli Esteri (tra cui Franco Frattini) e il segretario dell'Onu Ban Ki-moon...
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martedì 13 luglio 2010
L'ARTE (A DOPPIO TAGLIO) DELLA DISSIMULAZIONE
Altrove è lo stesso ma spesso la percezione è capovolta. In Afghanistan la barba incolta non va tanto ma è tollerata se è lunga e fluente a dimostrare che per voi la religione ha un certo peso. Anche se qui non si usa radersi male e raramente, la barba di tre giorni si può portare perché un buon musulmano ha sempre la barba. In Iran, ad esempio, ce l'han sempre tutta di tre, quattro giorni (come faranno quando la tagliano?), come insegna lo stresso Ahmadinejad. Fateci caso.
In Afghanistan dunque lascio crescere la barba e la taglio quando ritorno a casa. Ho notato che una barba lunga o lunghetta, incolta o curata, vi aiuta a entrare nella parte, ossia a essere meno osservati. E le scarpe? Se non portate le ciabatte, l'abito usale per i piedi nei paesi caldi, le scarpe - e come le portate - sono la chiave della vostra provenienza geografica tal quale sono la chiave del vostro stato sociale in Italia.
Così ho messo dei vecchi mocassini che hanno la punta un po' lunga, che appena scimmiotta certe scarpe dalla cuspide molto allungata che da un po' di tempo si usano qui e nei paesi arabi (ma in certi casi anche da noialtri). Barba e mocassini, quest'ultimo un tantino consunto, mi fanno passare per afgano. Pura dissimulazione ma neanche tanto ricercata: casuale direi. E assai migliore di un travestimento maldestro in shalwar kameez (anche salwar qameez), che tanto sbagliate sempre il modo di portare la piega dei pantaloni (ebbene si le braghe della kameez hanno una piega).
Ma che succede se varcate un ufficio consolare, un luogo Nato, uno spazio americano? Con quella barba lunga siete sospetto e quei mocassini impolverati dicono che camminate a piedi e dunque siete sospetto due volte. E' per via della barba lunga, che dice male nelle nostre culture, o per il fatto che la barba lunga e la scarpa impolverata vi fa assomigliare agli afgani?
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lunedì 12 luglio 2010
KABUL, AFGHANISTAN

La prima novità che mi saluta dal banco del change money è che il dollaro sta a 44 afghanis e l'euro a 56. Erano a 50 e 70 rispettivamente l'anno scorso. Pare che l'apprezzamento sia dovuto a un decreto che impone agli organismi internazionali di usare la moneta nazionale. Il che ha prodotto al cambio un aumento della moneta nazionale del 20% il che è comprensibile se provate a immaginare quanti dollari circolano quaggiù dove è in vigore un doppio standard monetario e entrambe le valute sono...moneta corrente. Ma è una misura, non sono un economista, a doppio taglio. Lo stato guadagna di più attraverso la Banca centrale ma è pur vero che, chi può, evita di cambiare i dollari e cerca di usarli direttamente proprio per evitare di perderci il 20% e che l'afgano che si ritrova dollari preferisce ovviamente non cambiarli perché, se lo va, vede diminuire il suo introito. Così che il rischio è un aumento indiscriminato dei prezzi e dunque dell'inflazione. Un rischio forte in un'economia debole e super dipendente dagli aiuti esterni.

Vedremo nei prossimi giorni. Per ora non c'è molto altro da dire se non che si allarga la percezione che ogni giorno che passa gli afgani diventino sempre più insofferenti verso di noi. E che c'è una quantità di polvere da non dire
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domenica 11 luglio 2010
SE A SCIOPERARE E' L'AMBASCIATORE

Tra il dire e il fare di solito c'è di mezzo il mare. Ma questa volta, tra dire "sciopero" e fare "sciopero" c'è di mezzo il Mae, ossia il ministero degli Affari esteri dove questa protesta, specie se c'entrano i diplomatici e non i funzionari dell'area amministrativa, è davvero inusuale. Il governo Berlusconi raggiungerà così un nuovo primato: far mettere le braccia conserte anche alle feluche, ai nostri rappresentanti ufficiali all'estero.
Il 26 luglio infatti i diplomatici sciopereranno contro la manovra economica, della quale, scrive in una nota il sindacato dei diplomatici (Sndmae), "non possono accettare quei tagli, alle risorse ed al funzionamento della loro carriera di servitori del Paese, che di fatto preludono allo smantellamento della Farnesina". Parole, verrebbe da chiosare, tutt'altro che diplomatiche. In realtà, soprattutto all'estero, sarà uno "sciopero bianco" ma l'effetto di immagine non sarà meno forte; e anche se a Kabul o a Washington la nostra ambasciata resterà in funzione, tutti sapranno che lo è solo per senso di responsabilità.
Le feluche se la pigliano proprio con l'ultima uscita estera del premier e scrivono: “Il punto percentuale di Pil che il Presidente Berlusconi ha legittimamente rivendicato al termine della sua ultima missione nelle Americhe vuol dire più crescita e speranza per i giovani, le famiglie, le imprese. Quel punto di Pil, come tanti altri risultati quotidiani della proiezione economica, oltre che politica e culturale, dell'Italia nel mondo, non sarebbe, tuttavia, stato mai raccolto senza il lavoro assiduo, determinato, spesso testardo, senza il lavoro da professionisti dei nostri diplomatici". Insomma una rivendicazione in piena regola dei propri meriti che la Finanziaria non vuol tenere in conto. Non dunque mera rivalsa contro i tagli economici alle carriere.
Per Berlusconi e Tremonti si apre dunque anche il fronte Farnesina. Che ne penserà Bossi?
Qualche diplomatico ricorda malignamente che le Regioni italiane aprono rappresentanze un po' ovunque. Ma visto come stanno le cose sembra una guerra tra poveri. Una guerra di rivendicazioni che sembra ormai attraversare tutta la società e le professionalità del Belpaese. Si potrebbe suggerire al premier di chiudere direttamente tutte le nostre legazioni all'estero. Così si eviterebbe all'Italia di fare, tra scioperi e lamentele persino di ambasciatori disfattisti, l'ennesima brutta figura.
giovedì 8 luglio 2010
SCIOPERO DIPLOMATICO
Licenziamenti e prepensionamenti in arrivo, blocco di assunzioni e carriere, emendamenti ad hoc che tagliano scatti e progressioni economiche. La mannaia della Finanziaria si abbatte anche sulla casa della diplomazia italiana che però non è propensa mandar giù. I due principali sindacati del ministero degli Esteri minacciano di incrociare le braccia, si tratti di un ambasciatore di carriera, di un amministrativo o di un tecnico di cooperazione, questi ultimi con la prospettiva di 60 futuri licenziamenti. Certo, uno sciopero delle feluche farebbe davvero scalpore ma è quanto ha minacciato in una lettera a Berlusconi il Sndmae, il sindacato dei diplomatici (circa un migliaio) che ha messo nero su bianco di essere pronto ormai a “giungere alla misura estrema, e per noi inusuale, dello sciopero, cui la Carriera, in servizio a Roma ed all'estero, aderirebbe con grande convinzione”. Ma anche la cosiddetta “area funzionale”, ossia i non diplomatici, sono sul piede di guerra. Ieri hanno scritto al loro ministro, Franco Frattini, minacciando lo stato di agitazione “una misura per cui, se non avremo soddisfazione – conferma un aderente alla Cgil – alla Farnesina ne vedremo delle belle”. I tecnici dell'Utl, l'Unità tecnica locale che si occupa della cooperazione allo sviluppo, non sono meno in subbuglio. Vessati da contratti annuali che vengono rinnovati discrezionalmente, diminuiti al lumicino negli anni e con sempre meno denaro da amministrare, rischiano un futuro da paralisi completa se i sessanta licenziamenti, per ora rinviati di un anno, dovessero diventare realtà.
La novità è che il fronte, anche se con motivazioni diverse a seconda dei segmenti, appare sufficientemente compatto a decidere un blocco totale del lavoro della nostra diplomazia. “Il governo se l'è presa con magistrati e giornalisti e adesso tocca a noi – sibila un diplomatico di lungo corso – senza che si renda conto che risparmiare sulla nostra pelle significa abolire i servizi agli italiani all'estero, anche quelli utilizzati da chi va in vacanza e che si accorge, magari solo in quel caso, che un'ambasciata o un consolato sono un risorsa di cui non si può fare a meno”.
Ma il blocco dell'attività, sia sciopero o agitazione a singhiozzo, paralizzerebbe anche la macchina che sta a Roma e che governa quasi 5mila persone di cui 3800 nell'area funzionale: un comparto – spiega una sindacalista della Cgil – che di questo passo si vedrà ridotto della metà nel giro di qualche anno”. L'amministrazione intanto ha bloccato un aumento di 40 euro lorde per metà di questi funzionari e anche il contratto è fermo, congelato dalla stretta imposta dal governo. Senza che possa dunque essere applicato.
I diplomatici invece ce l'hanno con un articolo della Finanziaria che stabilisce che le progressioni di carriera abbiano, per tre anni, efficacia esclusivamente giuridica. Sei bravo e ti do la medaglia, ma non un euro in più. Anche le feluche piangono insomma. Ma questa volta non vogliono limitarsi ad asciugarsi le lacrime con la pochette.
mercoledì 7 luglio 2010
martedì 6 luglio 2010
IL GIORNALISTA E IL MILITANTE

Non sono tra quelli che pensano che il giornalismo sia una missione. Né (più) tra coloro che pensano che bisogna educare le masse. E quando scorgo la paternale o intravedo, tra le righe, una dotta morale, cambio articolo (a meno che non sia dichiaratamente un commento con quel registro). La militanza, il paraocchi ideologico, la realtà piegata ai nostri convincimenti, è sempre dietro l'angolo e bisogna fare, in questo mestiere, molta attenzione. Non c'è solo il rischio del bel raccontare che, per esigenze di copione e di scorrimento del testo, indugia su qualche pennelata di troppo. C'è il rischio di raccontare, più di quel che vediamo, ciò che pensiamo. In parte è inevitabile (siamo, dice il mio amico Attilio Scarpellini, indipendenti da tutto fuor che dalla nostra testa) ma è davvero bene fare attenzione. Come dice Albert Londres, beniamino e icona di Lettera22, l'unica linea che un giornalista è tenuto a seguire “è quella ferroviaria”.
Ciò però non significa stare in disparte, non schierarsi, non militare. Siamo giornalisti ma anche cittadini e, in queste ore, giornalisti-cittadini minacciati da una legge bavaglio, anticamera di altre che verranno, se questa non fermiamo. Dobbiamo difenderci perché i giornali non diventino sempre più la spazzatura che in parte già abbiamo sotto gli occhi: notizie fabbricate dagli uffici stampa, veline apodittiche, costume e società come se piovesse, indugiando al voyeurismo e alla superficie. Chiedo dunque scusa ai miei lettori se il blog è, da qualche settimana, così prepotentemente schierato. Militante. Ma spero che capirete. C'è un tempo per raccontare ma uno anche per alzare la testa, tener la schiena dritta e, se occorre, gridare. Ci siamo esposti con un appello in Rete (la giornata del “silenzio attivo” del 9), abbiam fatto riunioni e manifestazioni. Complottato benevolmente per il bene comune: il nostro lavoro, la vostra lettura. Ma....
Tra qualche giorno tornerò a Kabul. Per il mio dannatissimo e bellissimo lavoro e un paio di altre cose in più che vi riprometto di raccontare. Riprenderò il mio Diario, affidato a questa navicella telematica, per raccontare, forse prima di tutto a me stesso, quella guerra schifosa, i suoi morti, le sofferenze e le speranze. Ogni volta che vado in Afghanistan, gran parte delle mie convinzioni, formulate a Roma, al desk della mia redazione, vanno in pezzi. E la lezione di Londres, la linea ferroviaria, torna di attualità. Abbiate dunque ancora qualche giorno di pazienza. E seguitemi se vorrete. Vi porterò sulle vette dell'Hindukush dove la natura umana sta dando il peggio di sé. Ma sicuramente, per alcuni, anche il meglio possibile
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venerdì 2 luglio 2010
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