Post più popolari

Visualizzazioni ultima settimana

venerdì 29 ottobre 2010

FOTONOTIZIE




Una foto di Massimo MOrello da Singapore (il suo articolo per Lettera22) è su www.lettera22.it

mercoledì 20 ottobre 2010

PROVIAMO A FARE UN BILANCIO

Tornando a casa. Questo l'artciolo uscito oggi anche su il manifesto. Sintesi-reportage con qualche ipotesi e begli incontri dell'ultimo viaggio in Afghanistan

Al parco di Sharenaw, dove c'è persino qualche pianta, il sole ancora caldo batte sui turbanti degli afgani accovacciati a bere una tazza di te. La guerra sembra lontana e la gente maledice il traffico come in qualunque capitale. La guerra è alle porte però, appena qualche chilometro più a Sud: Logar, Wardak...
Gli americani sembrano essere tornati alla vecchia strategia controinsurrezionale: arresti, omicidi mirati, squadre speciali. Moltiplicandoli. Nessuna “spallata” (tipo la fallimentare Operazione Marjah) ma un aumento del 50% dei bombardamenti, ha scritto il New York Times, e operazioni territoriali mirate di altri contingenti come quella in corso coi tedeschi in questi giorni a Nord. All'Italia gli americani hanno riservato il Farah, nel tentativo di disimpegnarsi da alcune aree per impiegare più forza nel Sud. A sentire gli analisti afgani, il Farah è una brutta faccenda. E' guerra vera: altro che “approccio italiano”. E agli americani non dispiacerebbe affatto qualche bomba sui cacciabombardieri Amx. Anche se poi i raid seri li riservano ai propri piloti.

La guerra alle porte, la pace in città

La capitale però è tranquilla, come se vi fosse stato eletto un domicilio negoziale possibile. I talebani e altri gruppi avrebbero ottenuto anche dalla Nato il salvacondotto per entrare in città. E in città si tratta. Ai colloqui negli hotel Serena e Intercontinental dei giorni scorsi, oltre a pachistani, ex talebani e gente vicina al governo, c'era anche l'Onu e alcune ambasciate europee, tra cui, dicono qui, tedeschi e italiani. Qualcosa dunque si muove. Poco, meno di quel che sembra. Ma è l'unica speranza, seppur flebile. In questi giorni, facendo la tara tra articoli, voci, commenti di analisti, ipotesi varie, l'ormai quotidianamente sbandierato processo di pace sembra poca cosa. Si, certo, ci sono stati contatti, incontri semi ufficiali e un gran roteare di dichiarazioni in positivo, ma nella realtà dei fatti un negoziato tra governo e guerriglia sembra davvero ancora lontano o, quantomeno, alle mosse iniziali.
Certo qualcosa è cambiato. Soprattutto l'atteggiamento degli americani anche se questi ultimi un giorno dicono una cosa e un giorno un'altra (ad esempio non è affatto chiaro se la Casa Bianca abbia dato luce verde ai contatti con la “cupola” talebana. Sì secondo il Washington Post, no secondo il portavoce del dipartimento di Stato Philip Crowley, per il quale con mullah Omar non si tratta). Gli Usa sono l'attore principale del conflitto e dunque ci vorrebbe un po' di chiarezza mentre si ha l'impressione che la lotta interna tra chi se ne vuole andare domani o dopo (Obama), chi vorrebbe rimanere sine die (i militari) e chi non sa bene che pesci prendere, debba ancora finire. Ma se ciò nuoce in generale, agli occhi degli afgani (e non solo ai loro) dice chiaramente che Washington vuole pilotare il processo. Altro che afganizzazione.

Processo di pace?

Per Karzai il disegno è abbastanza chiaro. In superficie mettere un mucchio di paletti, sotto sotto cercare di trattare con tutti: mullah Omar, la rete Haqqani, Hekmatyar (per semplificare, i tre fronti maggiori della guerriglia) e intanto cercare di isolare ed eliminare, dove possibile, quei gruppi jihadisti o qaedisti di arabi, uzbeki, ceceni che spesso creano problemi agli stessi talebani. Ma Karzai è debole internamente e con un appoggio ondivago della Comunità internazionale. Adesso sì domani no, oggi corrotto domani unico punto di riferimento. Il segnale attuale è però che può andare avanti: la sua famiglia, implicata in scandali a vario titolo, si beccherà solo una multa. Sulla corruzione si batterà un po' di meno e sulle elezioni, le cui frodi manifeste dovrebbero garantirgli parlamentari fedeli nella futura Wolesi Jirga, si chiuderà un occhio, come si è già fatto nei mesi scorsi.
Poi ci sono i pachistani. Sembrano seriamente intenzionati a lavorare a una soluzione ma a patto che la possano pilotare. Sanno di avere l'asso nella manica, ossia il controllo dei movimenti dei capi talebani (residenti, con buona probabilità, a Karachi) e di cui sono note a Islamabad le abitazioni, i movimenti, gli incontri. Il conto che i pachistani non fanno o che non vogliono fare, riguarda il controllo reale sul terreno in Afghanistan, dove il Pakistan è detestato e la cui influenza viene percepita come una forte ingerenza (anche da molti talebani). C'è dunque un rapporto di reciproca utilità ma legato a un filo. Nondimeno Islamabad può giocare un ruolo chiave e lo sa. Ma sa anche che, in certi termini, non può dirigere tutta la partita da sola (come le piacerebbe) tenendo sempre in mano il mazzo. Ecco che spunta Riad...

Congetture e ipotesi si dimenticano in fretta prendendo la strada del Panjshir per una visita all'ospedale di Emergency ad Anaba. In questa vallata, dove i mujaheddin di Massud avevano dato filo da torcere ai sovietici e sbarrato il passo a mullah Omar, è come essere in un piccolo paradiso: niente filo spinato, né contractor, né muraglioni di ferro-cemento. Fiumi che scorrono schiumeggianti e puliti sotto montagne a picco che un gigante sembra aver formato facendo cadere dal pugno soffi di sabbia calcarea.

Angeli bianchi, diavoli rossi

Territorio degli angeli umanitari o dei diavoli rossi, a giudicare dal caschetto di capelli amaranto di Michela Paschetto
, attivissima responsabile di un ospedale, l'unico della provincia, dove si fanno 8mila ammissioni l'anno e 250/300 parti al mese (più che in un medio nosocomio italiano), il Panjshir fa riflettere sull'azione umanitaria. Che, oltre a salvar vite, fa educazione preventiva e famigliare ed è riuscita a convincere qui le famiglie che in ospedale i figli non muoiono e le madri sopravvivono.
La domanda legittima è dunque se il risparmio generato dal ritiro del contingente militare, che costa circa 1,5 milioni di euro al giorno, l'Italia lo destinerà a Tremonti o a un investimento di lungo periodo per ricostruire questo Paese. Emergency soldi dallo Stato non ne prende ma adesso la Farnesina, per mancanza di fondi, ha sospeso la convezione con cui pagava i contributi degli operatori sanitari italiani e garantiva loro l'aspettativa dall'ospedale. Un problema. Gli umanitari non hanno vita facile. Più a Nord nel Faryab, Intersos, l'unica altra Ong che ha una presenza costante in Afghanistan (soprattutto nel sostegno ai profughi rimpatriati e nella formazione), lavora in condizioni sempre più stressanti, perché la sicurezza è diminuita negli anni e l'unica vera protezione sembra quella di affidarsi alla capacità di stringere relazioni forti con le comunità locali. Alda Cappelletti, una veterana dell'organizzazione, fa la spola tra Maimana, Herat e Kabul con una determinazione e una passione che il suo apparente distacco professionale non riesce a nascondere. Di Ong ce ne sono altre: Cesvi, Gvc, Aispo, l'Ics di Alessandria, Pangea e mille altre piccole grandi realtà (senza contare gli interventi della Cooperazione italiana). Ma sembra una goccia nel mare. Per le Ong c'è sempre da far conti con bilanci risicati, la pressione continua che paventa sequestri e attacchi, una burocrazia locale diventata sempre più diffidente verso gli stranieri. Investirci di più sarebbe il segno di una svolta vera.

Le immagini sono tratte da vecchie stampe o dall'archivio di Romano Martinis

DICIAMO LA VERITA'

Un lettore del blog, Luca di Copenaghen, mi chiede come ho fatto a imparare il dari. Ma, caro Luca, io il dari non lo so. Spiccico qualche frase imparata sul posto e buona con contrattare il taxi o acquistare i gilet che compro al mercato. Grave pecca, ma è la verità. Come Luca però anch'io mi sono chiesto come si fa a studirlo perché a questo punto temo che dovrò darmi una mossa. Due strade, secondo me, anzi tre. Come libri ho visto a Kabul, ma non ho preso nota, una grammatica inglese con esercizi per studiarlo da soli. E' fatta bene, con esercizi quotidiani ma non ho altra indicazione (che però fornirò). Io credo che, a meno che uno non pretenda una formazione seria nella lingua, si possono seguire due strade. Un corso di persiano magari anche solo del rimo anno o, soluzione rapida ma più cosotsa, lezione da un afgano. che vi insegni i rudimenti di grammatica, la pronuncia, le frasi più utili (e dunque lasciando perdere la scrittura). Sostenere il tutto con visite frequenti nel Paese, cosa per me abbastanza facile, non so per Luca. E si, almeno un po' di dari bisognerebbe conoscerlo. Mi informerò se i militari fanno un corso super rapido. Potrebbe essere...

martedì 19 ottobre 2010

IL PUNTO PRIMA DI PARTIRE

A dirla tutta fuori dai denti, facendo un bilancio per tra giornali, voci, commenti di analisti, ipotesi varie, l'ormai quotidianamente sbandierato processo di pace sembra poca cosa. Si, certo, ci sono stati contatti, incontri semi ufficiali e un gran roteare di dichiarazioni in positivo, ma nella realtà dei fatti un negoziato tra governo e talebani sembra davvero ancora lontano o, quantomeno, alle mosse iniziali. Domani torno in Italia e dunque è tempo di tirare le fila di quel che ho capito. Non molto, come sempre, perché il quadro è difficile, complesso, pieno di sgambetti. Ma provo a fare il punto

Gli americani
Certo qualcosa è cambiato. Soprattutto l'atteggiamento degli americani anche se, questi ultimi, un giorno dicono una cosa e un giorno ne dicono un'altra (ad esempio non è affatto chiaro se Washington abbia dato luce verde ai contatti con la “cupola”. Sì secondo il Post, no secondo il portavoce del dipartimento di Stato Philip Crowley secondo cui con mullah Omar non si tratta). Gli Usa sono l'attore principale del conflitto e dunque ci vorrebbe un po' di chiarezza mentre si ha l'impressione che la lotta interna, tra chi se ne vuole andare domani o dopo (Obama), chi vorrebbe rimanere sine die (i militari) e chi non sa bene che pesci prendere (Holbrooke che tutti danno in caduta libera) deve ancora finire. Ma ciò nuoce da una parte e, dall'altra, agli occhi degli afgani (e non solo ai loro) dice chiaramente che Washington vuole pilotare il processo. Altro che afganizzazione

Il governo afgano

Il disegno è abbastanza chiaro: in superficie mettere un mucchio di paletti, sotto sotto cercare di trattare con tutti: mullah Omar, la rete Haqqani, Hekmatyar (diciamo, per semplificare, i tre fronti della guerriglia) eintanto cercare di isolare i gruppi qaedisti (diciamo cosi ancora per semplificare) e fare in modo di eliminare, dove possibile, quel manipolo di arabi, uzbeki, ceceni che spesso crea problemi agli stessi talebani. Ma Karzai è debole internamente e con un appoggio ondivago della Comunità internazionale. Adesso sì domani no, oggi corrotto domani unico punto di riferimento. Il segnale attuale è però che può andare avanti: la sua famiglia, implicata in scandali a vario titolo, si beccherà solo una multa. Sulla corruzione si batterà un po' di meno e sulle elezioni, le cui frodi manifeste dovrebbero garantirgli parlamentari fedeli nella futura Wolesi Jirga, si chiuderà un occhio, come si è già fatto nei mesi scorsi.


Il Pakistan

Poi ci sono i pachistani. Sembrano seriamente intenzionati a lavorare a una soluzione ma a patto che la possano pilotare. Sanno di avere l'asso nella manica, ossia il controllo dei movimenti dei capi talebani che stanno, con buona probabilità, a Karachi e di cui sono a loro note le abitazioni, i movimenti, gli incontri. Il conto che i pachistani non fanno o che non vogliono fare, riguarda il controllo reale sul terreno in Afghanistan dove il Pakistan è detestato e la cui influenza viene percepita come una forte ingerenza (anche dai molti talebani). C'è dunque un rapporto di reciproca utilità ma legato a un filo. Nondimeno Islamabad può giocare un ruolo chiave e lo sa. Ma sa anche che, in certi termini, non può giocare tutta la partita da sola (come le piacerebbe) tenendo sempre in mano il mazzo

Sauditi
Riad e i Paesi del Golfo sono giocatori importanti. L'Arabia saudita ha una forte influenza sui partiti pachistani e in generale sui fedeli, oltreché sui combattenti. Garantisce autorevolezza e denaro. E per il Pakistan Riad è un Paese amico purché non si metta in testa di essere il protagonista della soluzione e non solo uno degli attori. Il Golfo gioca di conserva. Procura le sedi negoziali all'occorrenza, può garantire esilii dorati e infine è la grande banca dietro ogni affare. Ci sono anche loro

Iran e Turchia
Il ruolo del'Iran è fondamentale nel quadrante Ovest, quello per intendersi, sotto controllo italiano. Teheran è un attore difficile ma ineludibile come ha detto bene qualche giorno fa il premier turco Erdogan. Che parte abbia poi la Turchia non è chiaro ma potrebbe essere un gran facilitatore, come si dice: sta nella Nato ma non spara un colpo, è vicina a Islamabad, Riad e Teheran. Ha acquistato punti tra i musulmani dopo il confronto con Israele su Gaza e pensa in termini un po' più che solo regionali. Ha un forte interesse in Afghanistan dove vivono popolazioni turcofone

Il quadro regionale
Ci sono ovviamente altri attori in circolo: l'India, la Cina e i Paesi dell'ex Urss e la Russia. Purtroppo la (buona) idea di una conferenza regionale, che fu lanciata dal governo Prodi, non ha fatto un passo avanti. Il governo italiano attuale non ha saputo o voluto rilanciarla e nella Ue nessuno si è preso la briga di lavorarci. Ma senza la Cina e l'India non si va da nessuna parte. La Cina sta investendo miliardi in Afghanistan, non vuole un governo oltranzista, non è interessata a un bubbone di tensione tra Pakistan, Iran, India ed ex Urss. Ma l'India è ancora più importante. Anche se la soluzione dei problemi tra Islamabad e Delhi è di là da venire, sia il Pakistan sia l'Unione vanno rassicurati e, in una certa misura, una conferenza regionale che si trasformasse poi in una sorta di forum regionale stabile (con Onu e Paesi occidentali come osservatori con diritto di parola) potrebbe essere un'idea. Mosca per ora tiene un ruolo abbastanza defilato per ovvi motivi. Ma adesso la Russia può dire la sua visto che la rete di supporto logistico per la Nato già passa dall'ex Urss e acquisterà sempre più importanza. E gli afgani le sorridono. Mosca vuole tornare in ballo

Parola, parole, parole
Intanto la guerra continua. Stando al Nyt, si è tornati alla vecchia strategia controinsurrezionale: arresti , omicidi mirati, operazioni delle squadre speciali. Moltiplicandoli. Nessuna spallata per ora (tipo la fallimentare Operazione Marjah) ma un aumento del 50% dei bombardamenti e operazioni territoriali mirate di altri contingenti (vedi l'Italia nel Farah e la Germania al Nord in questi giorni) che tendono a consentire agli americani di disimpegnarsi in alcune aree e di impiegare più forza nell'Helmand. Si parla di pace ma si fa più guerra e i talebani non sono da meno. Fanno la guerra e continuano a smentire qualsiasi incontro o avvicinamento. Eppure...

Eppure la capitale è tranquilla, come se si fosse perlomeno stato eletto un domicilio negoziale possibile. I talebani e altri gruppi avrebbero ottenuto anche dalla Nato il salvacondotto per entrare in città. E in città si tratta. Ai colloqui del Serena e dell'Intercontinental dei giorni scorsi, oltre a pachistani, ex talebani e gente vicina al governo, c'era anche l'Onu e alcune ambasciate europee, tra cui, dicono qui, tedeschi e italiani. Qualcosa si comincia in effetti a muovere. Poco, pochino, meno di quel che sembra. Ma è l'unica speranza, seppur flebile, cui possiamo attaccarci.

lunedì 18 ottobre 2010

VIAGGIO NEL PANJSHIR

Sono stato ospite di Emergency per un paio di giorni nel Panjshir. Visita all'ospedale, piccolo gioiellino sperduto nella provincia e un po' di dati sul taccuino per preparare un pezzo sul lavoro umanitario (civile) in Afghanistan. Ma nell'attesa che qualche giornale si svegli, un po' meno interessato alle vicende militari e un po' più attento a quei poveracci che la guerra subiscono (e a quelle tante brave persone che cercano di mettere un cerotto sui danni prodotti dal guerra) mi abbandono nella pace di questa valle. Così a occhio e croce, la valle del Panjshir deve essere lunga un duecento chilometri: collega l'altopiano dove giace la capitale, tra polvere smog, alla provincia settentrionale del Badakshan e c'è praticamente una sola strada – per lunghi tratti non asfaltata – che la attraversa.

Quando ci entrate, in questa valle che fu ed è un caposaldo dell'Alleanza del Nord, capite subito perché i sovietici ci patirono un inferno e perché i talebani non riuscirono mai ad avere ragione di Massud. Piazzato ad Anaba (dov'è infatti l'ospedale di Emergency) il “leone del Panjshir” si trovava a meno di 30 chilometri dall'ingresso della “sua valle”. Circondata da dirupi scoscesi e con pochi alberi, la strada guadagna la valle come suo unico punto di accesso. Capite bene anche senza essere Von Clausewitz, che bastano due persone armate di fionda per fermare un'intera colonna. Li sotto, sulla strada a che corre lungo il fiume, se venite bloccati siete il tirassegno più facile del mondo.

Il viaggio nel Panjshir è così un viaggio in un altro Paese. Passate una frontiera immaginaria e vi ritrovate nell'Afghanistan che avevo visto negli anni Settanta, con qualche telefonino in più e poco altro. La valle è tranquilla e pacifica. La guerra è lontana. E la sua più antica eredità, le mine antiuomo, sono ormai sempre meno in grado di colpire, se non altro per esaurimento. Restano i carri armati all'inizio della valle a dirvi che un tempo si è combattuto. Ma desso... finalmente respirate

Nella valle del Panjshir non ci sono kalashnikov (a vista, almeno), non c'è filo spinato, né blocchi di cemento. Non ci sono contractor con i colli taurini e i capelli rasati, né le divise di avrio colore che sono romai la tappezzeria del Paese. E la casa di appoggio di Emergency vi sembra una pensione quattro stelle old fashion dove siete stati invitati in villeggiatura (chi lavora l'ospedale però fa 12 ore di servizio praticamente sette giorni su sette più le chiamate notturne e dunque l'agriturismo se lo gode poco). In una parola, siete fortunati: questo è un piccolo paradiso dove potete rilassarvi e raccogliere le idee anche perché questi ragazzi di Emergency (l'età media è sui 30-40) fa di tutto per farvi sentire a vostro agio. Ed è difficile non apprezzare il loro lavoro, la passione, l'energia con cui lo fanno. E anche la sofferenza quando non riescono a salvare, inevitabilmente, tutte le vite che vorrebbero

A voi non resta che guardare il cielo terso e quelle montagne che sembrano una quinta infinita dal colore marrone a tonalità sempre diverse (più scuro, chiaro, tendente al grigio o al rossiccio) in fondo alle quali, dove scorre il fiume, si stendono piccole pianurette verdi e qualche pianta. Intorno, le case di fango e paglia (l'adobe afgano) della tradizione, nelle infinite declinazioni delle case contadine o di qualche ricco possidente (non sempre la pace sconfigge la sperequazione della povertà).

Ma, mi dice Michela Paschetto, la responsabile dell'ospedale di Anaba, adesso sta arrivando la strada dalla Cina. Ci lavorano sodo. Progresso? Si certo ma anche tutto quello che una strada vuol dire. Tutto quello che una strada porta, sconvolgendo paesaggi e usanze, sollecitando supermercati e tutte le bellezze-nefandezze della modernità. Dove non può la guerra insomma può una strada. Ma questa è un'altra storia e per Michela vorrà dire raggiungere in due ore anziché in cinque l'ultimo centro di salute a Nord della valle. Per gli afgani significherà smettere di camminare per due giorni. E poi questo è un argomento di confine, una riflessione filosofica troppo complessa. . Per ora basta che la guerra sia lontana almeno qui. Valle del Panjshir. Afghanistan. Respiro questa pace a pieni polmoni.

domenica 17 ottobre 2010

BALCK JAIL A BAGRAM AIR BASE

A Bagram, da Kabul, si arriva in poco tempo. La base americana, ricostruita su una precedente sovietica, sta in fondo a un paese che si è allungato attraverso decine di agenzie di servizio logistico che si affacciano sulla strada e costituiscono l'insolito prolungamento urbano di una della basi militare per eccellenza in Asia.

Bagram non ha una bella fama ed è nell'occhio del ciclone da tempo anche se l'Amministrazione Obama, che pure ha promesso la chiusura di Guantanamo, ha sempre preferito evitare l'argomento. Ma adesso un nuovo dossier sulle prigioni segrete della base, corredato dalle testimonianze di prigionieri afgani trattati come bestie, riaccende la polemica. Che arriva in un momento delicato e mentre il generale David Petraeus, che comandare le truppe americane e la Nato in Afghanistan, si trova proprio in Italia. E che, dopo gli incontri di ieri con i responsabili della Difesa italiana (il ministro La Russa e il Capo di stato maggiore Vincenzo Camporini), oggi parteciperà alla riunione degli inviati speciali per la regione che si svolge a Roma su iniziativa del ministro Franco Frattini e alla presenza, tra gli altri, dell'inviato speciale americano per l'AfPak Richard Holbrooke e del ministro degli esteri afgano Zalmay Rassul.

La riunione prepara la svolta che l'Alleanza dovrebbe annunciare a Lisbona tra qualche settimana ("La Nato vede di buon occhio la riconciliazione fra governo afgano e talebani – ha detto ieri Petraeus - ma questi devono rispettare alcune condizioni: deporre le armi, tagliare con Al Qaeda e accettare la Costituzione”) ma è difficile che in quella sede si parli di Bagram. Le attese sono tante soprattutto per quel che riguarda una sorta di scadenzario del ritiro, ma l'argomento “Black Jail” non è in agenda. Ci ha pensato, in un momento delicato, la Fondazione Open Society (fondata da George Soros) con un dossier pieno di testimonianze di una brutalità spesso supposta, tenuta segreta e subito smentita dal Pentagono. Ma il rapporto redatto dal ricercatore Jonathan Horowitz sembra tutt'altro che pieno di sentito dire: gli ex detenuti intervistati non provenivanoinfatti dalla prigione (aumentata di capienza di recente in un apposito sito attaccato alla base) cui hanno avuto accesso Croce rossa e telecamere, ma in una sorta di “classified detention”, detenzione segreta, in apposti locali lontani da occhi indiscreti e dove gli standard della Convenzione di Ginevra sono un sogno. Come le regole delle prigioni americane e gli stessi manuali di detenzione in uso ai militari statunitensi. A uso di squadre speciali e agenti dell'intelligence.

"Confinement Conditions at a U.S. Screening Facility on Bagram Air Base”, secondo Open Society, è il primo racconto dettagliato di queste condizioni: celle isolate e freddissime nei rigidi inverni afgani con poco cibo e coperte insufficienti, divieto dell'ora d'aria e di poter vedere la luce del sole, impossibilità di svolgere i propri riti religiosi o di fare esercizio fisico. Divieto infine di poter parlare con gli inviati del Comitato della Croce rossa (Icrc). Roba vecchia? No, alcuni detenuti raccontano fatti del 2010.

Giornataccia insomma e proprio mentre Washington tenta di tappare qualche falla in un momento in cui in Afghanistan la fiducia nella Nato e negli Stati uniti è sempre più in calo, unita a una sempre maggior sfiducia anche nell'esecutivo Karzai, considerato poco autonomo dalle scelte americane. Proprio ieri si è saputo che il primo di dodici soldati americani accusati di una strage di civili sta per finire davanti alla corte marziale col rischio di un verdetto che prevede la pena capitale. La data del processo non è ancora nota ma Jeremy Morlock ci andrà con l'accusa infamante di aver fatto il tiro a segno con granate e mitragliatrici su un gruppo di afgani innocenti senza che vi fosse il minimo pericolo di assalto. I morti furono tre, quest'anno, nella provincia di Kandahar. Un modo per dimostrare che certe azioni non restano impunite.

venerdì 15 ottobre 2010

A COSA SERVE UN BLOG?


Pensavo, nel mio caso, che servisse ad approfondire i nodi afgani e quanto accade in questo disastrato paese. Ma facendo un'analisi sommaria delle chiavi di ricerca attraverso le quali ci si ariva da google, scopro che l'articolo più cliccato del blog è quello sul SALUKI, il mio cane Fanny, che è tra l'altro un levriero persiano. O, meglio, ci si arriva per leggere quelle poche righe approssimative scritte sulla scomparsa del levriero afgano che, in affetti, in Afghanistan non si vede più. Cane pastore di montagna (da cui il lungo pelo), altezzoso e nobile fors'anche perché era proprietà del re (potevate tenerlo con voi per pascolare il gregge ma non venderlo perché ogni esemplare, così diceva la vulgata, era esclusivamente patrimonio della Real casa), è davvero un bel cane (anche se il saluki ha un carattere migliore ed è a mio avviso anche più bello). Poffarre! Altro che guerra, pace, negoziati. Il mio blog interessa ai cinofili e io di cani ne so davvero poco, se non che mi piace la loro compagnia. Quando ci si mette la statistica!

mercoledì 13 ottobre 2010

IL CALZOLAIO DI KABUL

Il mondo è fatto a scale, diceva quello. Ma io penso che invece sia fatto a scarpe. Potete ingannare col viso, il trucco, l'acconciatura, il cappello e il vestito. Ma finite sempre a tradirvi con le scarpe. Non, badate bene, se son lustre o impolverate. Ma la marca, la forma, la scelta dice da dove venite, chi siete. Non è una semplice passione retifista. Se fossi un'agente dei servizi (quelli italiani portano scarpe di solito a punta di buon cuoio e molto lucidate, di preferenza chiare) farei caso prima di tutto alle scarpe: il tipo vi dice che è inglese ma voi notate che porta i sandali con le calze...è tedesco per diana! E poi c'è l'italiano che vuol dissimulare. Ma casca sul mocassino. L'italiano non riesce mai a rinunciare al mocassino, da Napoli a Trieste. Eppure la terribile rivoluzione delle scarpe da tennis per un attimo aveva fatto temere che la globalizzazione avrebbe spazzato via ogni colore, ogni identità calzaturiera. Ma è durato poco. Chi le mette più le scarpe da tennis (anche quelle più o meno “eleganti”)?

Faccio queste riflessioni a Kabul perché qui, tra i mille problemi (ma ogni tanto si potrà pur sorridere in mezzo al dramma), le scarpe sono un vero dilemma. E, come ovunque, un indicatore. Poiché le strade non sono asfaltate che a metà, pur essendo una capitale (il costo dell'operazione, mi disse quattro anni fa il sindaco della città, valeva 4 milioni di dollari ma nessuno voleva metterceli), se è secco è una valanga di polvere e, se è bagnato, un lago di fango. Se camminate, le impolverate e le schizzate di melma e quindi, quando arrivate alla vostra destinazione, vi vergognate come un ladro. Ecco l'indicatore. Chi ha le scarpe linde non cammina per strada. Usa la macchina, l'unica scarpa da passeggio della comunità internazionale.

Il vostro 007 ha già un indizio. Il tipo va in macchina o no. Poi ci si può sbizzarrire su qualità, tipo, fattura. Nell'Oriente medio e centrale la scarpa a punta impazza. Ci cascano tutti. Piace. Da noi non si usa più e dunque, se ne vedete una, dev'essere qualcuno dei servizi. Qualche eccezione al Sud dove ancora si utilizzano. Negli anni Settanta-Ottanta, le portavano i fasci: a piazza san Babila era tutto un fiorire di punte, fibbie, fronzoli di cuoio. I “compagni” invece portavano Clark o simili, scarpette di cuoio rovesciato buone per il deserto e molto scivolose in caso di pioggia. Anche l'ideologia passava per le scarpe. Non ne parliamo per le donne: guai a mettere i tacchi. Ma, per chi se lo ricorda, un'eccezione accomunava tutti: mocassini, anche per signorine, fasce o compa (zecca o pariolina si direbbe oggi) che fossero. Sui sandali non mi dilungo ma pensate un po' a quanto pensiero sta dietro alla scelta: flip flip (o verdadera bahiana) per i più sofisticati oppure i tedeschi Birkenstock per chi ha fatto la scuola steineriana. E quelle di corda alla spagnola (espadrilla)? E infine tutta l'epopea delle marche: Timberland, College, Church....che sono un messaggio inequivocabile (di spesa).

Per tutti, ma soprattutto per certi popoli, le scarpe sono un'ossessione. Conosco amiche che ne hanno decine di paia alcune delle quali mai portate. Imelda Marcos, del resto, ne aveva centinaia. La gente moriva di fame e lei si comprava un paio di decoltée. Poi ci sono gli stivali e così via. Ma quel che volevo dire è che questa debolezza può tradirvi. Girate in shalwar kmeez, portate gilet e karakuli, avete la barba lunga e sapete qualche parola di dari. All'inizio vi scambiano per afgano ma poi...gli casca l'occhio sulle scarpe. Vi siete messi delle Saxone, un marchio immortale molto british che le ondate modaiole non hanno mai soppresso. Anche se sono impolverate dicono da dove venite. Gran Bretagna? Nooooooo. Le Saxone le mettono gli italiani. Un bravo 007 lo sa

martedì 12 ottobre 2010

ARMARE I TORNADO? OPINIONI AFGANE

Se la notizia della giornata ieri in Afghanistan riguardava l’ammissione ufficiale del governo afgano, anzi dello stesso Karzai, che ebbene sì, si sta trattando coi talebani, molte altre le hanno fatto da corredo. Ad esempio la polemica che riguarda la morte della trentaseienne scozzese Linda Norgrove, sequestrata a Kuanr nell’Est (zona dov’è in corso tra l’altro una vasta offensiva talebana) e che pare sia stata causata da una granata lanciata dalle forze speciali americane che la volevano liberare. Effetto collaterale indesiderato di un’azione malriuscita, la povera Linda però era stata data, inizialmente, per uccisa dai suoi rapitori.

Il dibattito sulle operazioni militari, che in questi giorni di trattative più o meno sotterranee con questo o quel fronte guerrigliero si intreccia col difficile dipanarsi di un fragile filo negoziale, ha già dimenticato i quattro soldati italiani uccisi da una potente carioca di esplosivo nel Gulistan. Ma l'accesa polemica nel nostro Paese finisce a catapultasi anche qui, se non altro per ricevere un'opinione.

“Un esercito deve combattere. E’ in guerra – argomenta Rafiee Aziz dell’Afghan Civil Society Forum, rete progressista della società civile afgana - non è qui per fare la pace e dunque un aereo senza bombe...non e’ un aereo. In una guerra devi dare battaglia e non credo che gli afgani facciano poi una gran differenza tra uno Stato e un altro, visto che l’Italia è nella Nato”. Se il cronista può fare una chiosa, tanto per inquadrare gli interlocutori, Aziz fa parte di quel segmento di società modernista, se ci si passa il brutto termine, fieramente antitalebano. Quello che teme che il Paese sia abbandonato al caos. In un caos dove gente come lui, le attiviste femminili o delle Ong, finirebbero al cappio.

Ahmad Fahim Hakim, è invece il numero2 di Sima Samar (già candidata al Nobel per la pace) nella Commissione indipendente per i dritti umani. Si affida a una risposta diplomatica: “Le truppe straniere, come quelle nazionali, devono essere ben equipaggiate e in grado di rispondere alla sfide che vengono dai talebani, dagli affiliati ad Al Qaeda o ad altri gruppi radicali. Ma – avverte – noi abbiamo sempre messo in guardia sia le forze nazionali sia quelle internazionali sul dovere di rispettare la popolazione civile e sulla salvaguardia del diritto internazionale in materia di civili. Più volte abbiamo espresso la nostra preoccupazione e pubblicato documenti su quello che è un aspetto fondamentale e cioè i diritti della popolazione civile”.

Agli argomenti di una figura a metà tra istituzione e società civile si aggiungono le risposte ben argomentate di Gran Hewad, analista dell’Afghanistan Analysts Network, un centro studi autorevole di Kabul: “Prima di tutto dobbiamo dire che non siamo in grado di valutare l’efficacia militare dei bombardamenti. I dati sono inattendibili e spesso vengono gonfiati ad arte quale che sia la parte in causa, per diverse ragioni. Quanto siano efficaci dunque, dal punto di vista strettamente militare, è difficile da dire. Punto due - continua Gran – le vittime civili dei raid aerei sono un elemento ineliminabile e ciò ovviamente tende a creare un risentimento diffuso nella popolazione e di cui la guerriglia approfitta facilmente. Statisticamente, un ciclo di violenza finisce sempre per favorire i talebani: quando c’è una distruzione sistematica, anche le attività economiche collassano e a guadagnarci, anche in termini di reclutamento, sono i guerriglieri. Punto tre, la guerriglia ha in generale il vantaggio di sapere dove mirare perché ha di fronte delle divise, mentre la coalizione non sa mai dove colpire con esattezza. Nei bombardamenti questo elemento di dubbio diventa ancora più forte”.

E gli italiani? “Gli italiani tutto sommato hanno saputo costruirsi una buona immagine nell’Ovest e non è vero che gli afgani non sappiano fare la differenza tra il cosiddetto modello italiano o quello americano. Gli italiani hanno investito in sviluppo, riabilitato strade o acquedotti conquistandosi in parte la popolazione. E questo, si badi bene, ha un effetto indiretto anche sulla guerriglia che deve comunque fare i conti con la comunità locale. Voglio dire che se la comunità locale riceve un certo benefico da un intervento esterno, cercherà pragmaticamente di tutelarlo, limitando l’intervento della guerriglia. Ora se l’Italia vuole cambiare modello – conclude il ricercatore di Aan - deve sapere che inevitabilmente un’escalation militare significherebbe un aumento di attacchi e, altrettanto inevitabilmente, ciò si tradurrebbe in un aumento delle vittime....in dari diciamo che dar jang halwa taksim namesha, ossia in guerra non si distribuiscono dolcetti. Voglio dire che se si vuole la guerra vera, tutto il resto si perde. Anche anche quello che finora un particolare atteggiamento aveva prodotto”.




--

lunedì 11 ottobre 2010

A KABUL CON 60 EURO AL GIORNO


Il mio prossimo libro, se qualche editore fosse interessato, potrebbe intitolarsi “Stare a Kabul per 60 euro al giorno (e 30 nel resto del Paese)”, scimmiottando quei bestseller dei ruggenti Settanta che qualcuno di voi ricorderà: “How to travel in Asia for one dollar a day” (se la memoria non mi tradisce) con la versione per ricchi “How to….for 3”. Più che altro, quando sono in giro, abitudine inveterata da fricchettone, cerco sempre di farmi un’idea di quanto costa davvero la vita dei locali. Se mai qualcosa di quanto scrivo passera’ alla Storia, beneficio immortale che ogni giornalista si augura, penso che saranno queste piccolo note sul costo dei ristoranti o delle pannocchie che verranno magari utilizzati da qualche storico dell'economia in una nota a commento delle statistiche, spesso farlocche, dei ministeri del Tesoro.

Le pannocchie (jowari) abbiamo appurato che costano 10 afghanis, stesso prezzoo per due pezzi di cocco. Uguale, credo, per patatine fritte (e si, si vendono fried potatoes come in Gran Bretagna ma senza fish) o il piattino di ceci che si comprano sempre per strada. Trenta af per un succo di carote. Questa è roba da straccioni ma se ci mettete un albergo da 30 dollari, un pasto da 4 e qualche pannocchietta, state sopravvivendo addirittura con meno di 40. Ci scappa anche un pakol per un regalino.

Ora se siete una persona appena benestante potete invece permettervi un albergo da 55 dollari a notte (prezzo medio di categoria equivalente a un tre, quattro stelle che può non comprendere Internet e la cena) e aggiungere altri dieci, quindici dollari per pranzo e cena e altri dieci ancora per il taxi. Siamo a 80 dollari. Metteteci anche la birretta all'Atmosphere e sono altri 10. Siamo a 90 dollari che al cambio odierno (1 euro contro 1,38 dollari) vi è costato 60 euro al giorno. E vi assicuro che siete dei signori e non vi manca nulla.

Ce n'è dunque per tutte le tasche. Ecco, il taxi ad esempio. Scordatevi di pagare una corsa come un afgano. Ma se il taxi per stranieri (c'è ovviamente una save company) vi chiede tre dollari, grosso modo la corsa per noi stranieri (diciamo da Wazir Akbar Khan a Taimani) ne vale due anche se i taxisti vi chiedono di partenza almeno il doppio. Infine, come ovunque, ci sono i privati – giornalisti, avvocati, sfaccendati – che nelle ore libere fanno i taxi privati. Con due dollari attraversate la città. Abbiam preso anche quelli, ma solo in compagnia di locali.E comunque a volte è meglio andare a piedi. In certe ore si “cammina” (come dicono i taxisti di Roma) a passo di lumaca.

Ora, direte voi, ma non sarà pericoloso andare a mangiare nei bistrot locali e prendere in taxi unsave? La risposta è no. In un traffico come quello di Kabul, un sequestro è impensabile. Siete in coda e il tipo vi dice “alto le mani!”. Bhe, voi aprite la portiera, scendete e lo fate arrestare nella città con la più alta densità di militari del mondo. Più dei semafori (pochi per altro). Ora, argomenterete, e di notte, dopo l'Atmosphere? Certo, di notte è bene essere prudenti. Ma l'altra sera che stavamo obbligatoriamente tornando in albergo a piedi (la strada che porta alla nostra ambasciata è chiusa ai taxi), ci si è affiancata un'auto civile dove un gentile signore ben rasato col rigonfiamento d'ordinanza sotto al giacca che ci ha chiesto se volevamo un passaggio. Il fatto è che eravamo a lato di Camp Heggers, un'area dove pare si siano dilettati con l'uso della tortura, chissà forse era proprio una di quelle gentili teste rasate. “No grazie”, abbiamo detto. Forse è meglio continuare a piedi.

domenica 10 ottobre 2010

I CONTI CON LA GUERRA E CON LA PACE

Il distretto del Gulistan è una zona impervia al confine con l'Helmand, una delle aree più conflittuali dell'Afghanistan. E' li che è avvenuta la strage dei militari italiani. Relativamente fuori dai giochi durante l'era dei talebani, la valle del Gulistan non arriva a 60mila abitanti, in maggioranza pashtun, e, militarmente, non ha mai dato grossi problemi se non sporadicamente. Ma forse adesso le cose sono cambiate.

Nella regione di Farah la pressione dei talebani non è fortissima e il comando Ovest, a guida italiana, riesce a tenere sotto controllo la situazione. Da alcuni giorni era in corso un'offensiva degli italiani nelle aree sotto il loro controllo e il Gulistan era stato prescelto per una nuova base avanzata in modo da “sigillare” il Farah che ricade sotto diretto controllo italiano. Ma e Est del Farah, al confine col distretto del Gulistan, c'è Helmand, dove i talebani dettano legge, sotto pressione da parte delle truppe britanniche della Nato a guida americana. E' la regione dove si trova l'ospedale di Emergency, a Lashkargah. La situazione lì è sempre tesa.

Claudio Gatti, un volontario dell'organizzazione di Gino Strada, ci spiega che nell'ospedale della Ong milanese da poco riaperto, il numero dei feriti è in costante aumento. Il suo racconto stride con la pace che permea l'ospedale nel centro di Kabul. E in effetti anche la capitale è tranquilla. Qualche fuoco d'artificio alla mattina, razzi sparati dalle montagne e qualche ordigno in periferia ma non molto di più. Le forze di sicurezza afgane, che hanno ormai il totale controllo della città, hanno costruito un vero e proprio anello di sicurezza che la sigilla rendendo il centro quasi impenetrabile per kamikaze e commando.
Kabul vive sospesa come in una bolla sopra la guerra che invece si è estesa a macchia d'olio, non solo nel Sud e nell'Est del Paese, ma - ma in modo sempre più preoccupante - anche nel NordEst e nel NordOvest, altra area di sorveglianza italiana. Ma a Kabul c'è persino il tempo di andare ai giardini di Babur per la scampagnata del venerdi, la domenica afgana.

In città la guerra sembra lontana anche se è presente, presentissima, nelle preoccupazioni del governo di Karzai e dei suoi alleati che, chiusi nei loro quartier generali o nel Palazzo presidenziale, stanno tirando la rete, fragile e complessa, del negoziato. Ufficialmente c'è un Consiglio superiore di pace, formato da 68 persone dal dubbio passato e sotto accusa da parte della società civile locale, dall'altra c'è tutta una filiera di contatti segreti e riunioni a porte chiuse, alcune delle quali proprio a Kabul. Ma in che direzione vada il processo di pace è difficile da dire.


La stampa americana ha rilanciato una pista saudita che avrebbe luce verde da mullah Omar, il capo storico talebano. La stampa britannica e quella araba hanno lanciato l'ipotesi di un possibile negoziato, a questo punto separato, con il gruppo della famiglia Haqqani, una filiera talebana ma abbastanza indipendente da mullah Omar e che controlla l'Est dell'Afghanistan. Poi ci sono stati contatti anche ufficiali con Hekmatyar, ex signore della guerra che controlla parte dell'Est e del Nord. A Kabul invece, nei giorni scorsi e continuando a cambiare albergo, si è fatta viva una delegazione del Pakistan il Paese che vorrebbe guidare il negoziato per essere sicuro di controllarlo.

Nella strada si vendono pannocchie rosolate e un numero crescente di bambini di strada (sarebbero 4mila) fa la questua. All'ombra dei nuovi palazzi di specchi e lustrini che raccontano il boom edilizio di questa capitale della guerra dove si aggira lo spettro della povertà e del dolore ma anche quello del denaro facile.

sabato 9 ottobre 2010

YORKEESE CONNECTION A KABUL

Alla Post-war Reconstruction and Development Unit (Prdu) dell'Università britannica di York è facile che ci troviate uno studente afgano. O un professore italiano. E' un luogo dove da anni si lavoro sulla filiera umanitaria o sulla risoluzione dei conflitti ed è considerato uno dei capisaldi per eccellenza per la formazione di operatori umanitari, aspiranti negoziatori, volonterosi futuri funzionari dell'Onu o di Ong ma anche di qualche ministero nel proprio Paese. I suoi tentacoli sono lunghi e, se scavate, scoprirete quanti insospettati “Yorkeese” esistono dove state lavorando se siete, ad esempio, in un Paese in guerra.

A differenza dei “New Yorkeese”, i brillanti ragazzi della Grande Mela, gli Yorkese dissimulano bene e non si presentano ovviamente come tali. In realtà sono, in certi Paesi, membri di una consorteria sotterranea, di una “Yorkeese Mafia” se ci si passa l'accezione in positivo del termine. In Afghanistan questa rete è ben presente nei posti chiave e attraversa una generazione di quaranta-cinquantenni che rappresentano per questo Paese una risorsa importante. Fa eccezione Ahmad Fahim Hakim, attuale numero due della Commissione indipendente dei diritti umani, la cui responsabile era nientemeno candidata al Nobel. Ma solo perché Fahim è stato il secondo studente afgano ad andare a York ormai diversi anni fa. Uomo brillante e con una lunga carriera alle spalle ride quando scopriamo l'altarino.

Della “Yorkeese Connection”
fa parte Najib Amin, segretario del Consiglio dei ministri afgani, un giovane accademico prestato alla politica che ha studiato anche a Bologna, di cui conserva un ottimo ricordo. Yorkeese è Najila Ayubi, potente militante femminista ora in uno dei posti di comando dell'autorevole Asia Foundation. Yorkeese è Mirwais Wardak, uno dei ricercatori più in gamba del Cpao (Cooperation for Peace and Unity), uno dei centri studi più autorevoli di Kabul. Molti di loro provengono dai ranghi della facoltà di legge e scienze politiche dell'università della capitale (altra “mafia” in senso buono), un buon trampolino evidentemente per York.

Con una certa soddisfazione anche noi abbiamo vantato la nostra “Yorkeese Connection”, citando a questi signori e signore il nostro amico Gianni Rufini che colà insegna diritto umanitario e peacekeeping e che è tra le anime di “Afgana” la rete italiana che si occupa di questo Paese, nonché un prestigioso collaboratore di “Lettera22”. In una parola insomma, ci sono delle “logge” che lavorano su terreni oscuri e delle reti sotterranee che invece assolvono alla propria missione con passione e trasparenza. Non so se farà piacere all'Università di York, ma questa accademia britannica, in Afghanistan, un merito importante certamente ce l'ha

venerdì 8 ottobre 2010

NEGOZIATO DI PACE COI TALEBANI O CON ISLAMABAD?

Per il terzo giorno consecutivo colloqui a “porte chiuse” si sono tenuti a Kabul. Ogni giorno la delegazione, sbarcata per il primo meeting al “Serena”, restaurato dall'Aga Khan, e per il secondo all'Intercontinental di sovietica memoria, cambia luogo di incontro anche se ormai riesce con difficoltà a depistare i cronisti. E anche se ufficialmente il governo continua a negare che si tratti di colloqui di pace, qualcosa c'è.
Qualcosa di incerto, fumoso e che rilancia molte ipotesi e interpretazioni. Secondo il britannico Guardian si profila un accordo con gli Haqqani, la rete più radicale della disomogenea galassia pachistana. La tesi viene confermata da Al Jazeera secondo cui è già in agenda un incontro alle Maldive – località già utilizzata in precedenza – in cui figurerebbero tra gli ospiti proprio gli Haqqani e altri gruppi che ormai sempre più spesso si discostano dalla linea del generalissimo mullah Omar. Infine altre fonti di stampa, dal Wall Street Journal all'iraniana Press Tv, danno credito a una mediazione degli emirati, uno dei governi che con Riad e Islamabad riconobbe l'ex regime talebano.

In attesa di qualcosa di più certo non resta che prendere atto di quanto è ormai sotto gli occhi di tutti, comprese le telecamere di Al Jazeera cui va il merito di aver “scoperto” coi propri riflettori quella che sembra essere effettivamente una tre giorni interessante soprattutto per i protagonisti, per altro non volti nuovi tra i quali il mullah Abdul Salam Zaeef, ex ambasciatore talebano in Pakistan, Hekmat Karzai, il direttore del Centre for Conflict and Peace Studies Hekmat Karzai (il cui cognome suggerisce qualcosa) o l'ex ministro dell'Interno afgano Ali Ahmad Jalali.

Il fatto è che i colloqui, che secondo le autorità sono solo uno “scambio di idee” sono stati in qualche modo ufficializzati nel giorno in cui, ieri, Karzai varava definitamente il suo Consiglio superiore di pace, una settantina di persone che dovrebbe avviare ufficialmente il negoziato. La scelta, avvenuta tra l'altro nell'anniversario dell'invasione del 2001 e quindi nella data di ingresso nel decimo anno dell'ultima guerra afgana, non è forse casuale. Ma torniamo agli attori. Soprattutto a quelli che mancano.

Degli Haqqani abbiamo detto. I contatti con loro sono stata avviati e può dunque essere che effettivamente riappariranno alle Maldive. Nemmeno la rete di Hekmatyar, che controlla parte dell'Est e del Nord, è presente. Ma anche con loro si sta già dialogando. Di gente del mullah Omar, la più restia, nemmeno a parlarne. Se il Post ha ragione anche con loro però si starebbe andando avanti. Dunque si tratta di colloqui tra “padrini” ed effettivamente, come ha ben detto il portavoce di Karzai, di uno “scambio di idee”. Ma qui viene il punto. Con chi?

Il vero protagonista dello scambio di idee non sono i talebani ma il Pakistan, anche se la sua delegazione è semi ufficiale. In questi giorno la tensione tra Islamabad e gli Stati uniti è al calor bianco e la cosa non può non riflettersi sull'Afghanistan. Da otto giorni Islamabad blocca i convogli nato diretti a Torkham il che, nonostante l'Alleanza continui a smentirlo, sta mettendo in difficoltà la linea di rifornimento dei 150mila soldati stranieri presenti nel Paese. E non basteranno forse le scuse che sia Nato sia Stati uniti hanno fatto al Pakistan dopo l'incursione aerea (sono quotidiane) che ha ucciso gironi fa almeno due guardie di frontiera pachistane. Non solo. Fonti anonime citate dalla stampa occidentale ma anche un dossier del tutto ufficiale appena pubblicato negli Stati uniti accusano Islamabad di favorire la filiera talebana: il dossier è duro ma le fonti anonime ancora di più poiché sostengono che i servizi pachistani stanno dicendo ai talebani di “resistere” alle offerte di pace. Questo genere di articoli non sfuggono all'occhio attento di Islamabad.

In buona sostanza, prima ancora di parlare di negoziato coi talebani sarebbe meglio chiarire che è in corso un negoziato col Pakistan per determinare il suo peso nel processo di pace. E qui torna la famiglia Haqqani. Filiera alleata anche ideologicamente ad Al Qaida (assai meno di quella di mullah Omar o di Hekmatyar), gli Haqqani sono i più propensi agli attacchi suicidi, sono probabilmente spesso in rotta di collisione con la shura di Quetta (Omar) che ha una strategia militare “territoriale” e sono in strettissime relazione coi servizi pachistani o almeno con quei settori dell'Isi che, all'italiana, potremmo dire “deviati”, il che tutto vuol dire e nulla. Gli Haqqani erano probabilmente dietro alla strage del Serena di diversi anni fa e poi dietro al tentativo di uccidere Karzai, messo in atto durante una manifestazione pubblica. Il Pakistan ha effettivamente un certo controllo su di loro. Chissà se si sta parlando proprio di questo coi cugini di Islamabad.

giovedì 7 ottobre 2010

AWAZA SARA CHOK E PROCESSO DI PACE

A rompere il plumbeo silenzio dell'alba in questi giorni ci hanno pensato razzi lanciati dalle montagne attorno alla capitale e ordigni rudimentali sulle strade della periferia. La guerriglia tiene la città sotto tiro anche se sempre meno riesce a entrare in centro. Quanto alle bombe mediatiche, non sono mancate. Veicolate dal Washington Post ieri mattina e da Al Jazeera due giorni fa, hanno rilanciato le ipotesi, i “si dice”, le possibilità che, seppur ancora sotto traccia, il negoziato tra Karzai e i talebani “veri” sia cominciato. Anzi, secondo il Post questa volta ci sarebbe proprio la luce verde da Quetta e mullah Omar starebbe trattando un esilio dorato nel Golfo. Ma il condizionale resta d'obbligo, in questa messe di rumor, voci e boatos, termine che in dari si potrebbe tradurre con awaza sara chok (i linguisti mi perdoneranno la forse errata trasliterazione!).

A Kabul sul negoziato si respira un certo scetticismo. Anche perché, se le voci sugli incontri si susseguono, di certo c'è poco. E l'unico fatto che parla chiaro, senza tante elucubrazioni, è il Consiglio superiore di pace che Karzai ha appena varato per guidare la trattativa ma che, appena pubblicato, ha visto finire sotto accusa la maggioranza dei 68 membri che lo compongono: warlord con fedina non illibata, amici del presidente o suoi oppositori e tutti assai indigesti ai talebani. “Come si fa – dice un analista afgano – a trattare con uomini che appartengono all'Alleanza del Nord, i loro peggior nemici”?

L'articolo del Post era stato preceduto da uno “scoop” di Al Jazeera, che poi si è molto ridimensionato. In un hotel della capitale la tv del Qatar scopre un incontro “segreto” tra emissari di Karzai, di Islamabad e dei talebani. Ma in realtà si tratta del cugino del presidente, di un ex ministro talebano ormai passato col governo e, questa sì la novità, di tre inviati pachistani di rango anche se “non ufficiali”. La riunione viene poi declassata, chissà se per dissimulare il vero intento, a seguito dei lavori della conferenza tra i due Paesi tenutasi a Dubai. C'è infatti anche un contenzioso sul passaggio dei tir diretti da Est in Afghanistan che, passando dal passo di Khyber, nonostante un recente accordo benedetto da Hillary Clinton, i pachistani si ostinano a fermare; facendo scaricare tutte le merci che devono poi essere ricaricate su camion afgani (ieri era tra l'altro il settimo giorno del blocco pachistano ai rifornimenti per la Nato in Afghanistan). Avranno parlato d'altro?

In effetti il Pakistan, dice la maggior parte delle fonti, fa il diavolo a quattro per essere il verso snodo del futuro negoziato. Islamabad controlla la rete estremista degli Haqqani, ha buone relazioni con Hekmatyar e ospita a Quetta mullah Omar. Chi meglio di loro?
Il Post fa tutt'altra ipotesi e sembra privilegiare la pista saudita e Dubai come sede prediletta. Spiega che mullah Omar sarebbe preoccupato della piega che sta prendendo il conflitto e, in particolare, della troppa autonomia di cui si fanno forti gruppi più radicali. Ipotesi possibile e che dunque tornerebbe con la preoccupazione generale che la bilancia negoziale penda troppo dalla parte pachistana, una parte pericolosa perché vorrebbe guidare tutto il gioco in proprio. Un diplomatico occidentale ci spiega che “fu proprio Islamabad a far fallire, due anni fa, la mediazione saudita ma – aggiunge – pur di fare la pace, Karzai adesso è disposto a trattare con Islamabad. Costi quel che costi”. E gli americani?

Il Post, e non è l'unica voce a dirlo, sostiene che Washington è più che mai convinta che si debba negoziare ma è facile comprendere la difficoltà di far coincidere l'alleanza con sauditi e pachistani con la diffidenza d'obbligo nei confronti di due partner che giocano in proprio. Karzai intanto attraversa un momento difficile e un funzionario locale ci conferma “che passa da un umore all'altro, oggi piange domani accusa, ora dice una cosa, ora un'altra”. Nondimeno la gente sta con lui: “il presidente è una brava persona”, è il commento generale dell'uomo della strada. E ha fatto diversi colpacci ad effetto criticando i paesi stranieri colpevoli di far solo “i loro stessi interessi”, argomento nazionalista che fa colpo nel pashtun di Kandahar come nel tagico di Kunduz.

Ma è comunque sotto tiro: è stressato e tirato per la giacca nel difficile equilibrio tra l'attitudine muscolare del generale Petraeus e l'orientamento delle colombe di Washington, le attenzioni dell'Onu e le critiche serrate delle organizzazioni della società civile che, pur appoggiandolo, non si risparmiano. Due giorni fa le maggiori reti di queste nuove organizzazioni nate nel calderone della guerra, e che rappresentano il segmento progressista e intellettualmente avanzato della società, gli hanno chiesto apertamente di buttare a mare la sua lista di nomi del Consiglio di pace: gli hanno detto che gli “accusati di violazioni dei diritti umani e di crimini di guerra” andrebbero sostituiti con “esperti di grande esperienza nella risoluzione dei conflitti, e nei processi di mediazione e riconciliazione”. Invece, dicono, nel Consiglio c'è gente che ha “una miglior esperienza nella guerra che non nella pace” e che può dunque minare “la fiducia degli afgani e della comunità internazionale” nell'intero processo.

mercoledì 6 ottobre 2010

LE PANNOCCHIE DI KABUL

Da piccolo(e lo sono restato da adulto) ero un grande divoratore di mais:pannocchie, in una parola. Quel frutto giallo dorato con barba rossa che, a maturazione, diventa nera. Ma non è il mais dolce il mio preferito, quelle confezioni sudaticce che trovate sotto vuoto nei supermercati. Adoro la pannocchia coltivata per il bestiame, di cui la pianura padana, mia terra d'origine è sommersa durante l'estate. Un senso di ricchezza con tutto quel ben di Dio attorno che io, mia sorella Claudia e mio fratello Marco Tullio, trasformavamo in una merenda prelibata e divoravamo abbrustolite sul gas, cotte nell'acqua bollente o saltate in padella (i “granini”), rosolate nell'olio e rosmarino o, delizia, nel burro.

Questa passione – e la stagione è quella giusta – mi ritorna in Afghanistan dove se ne fa un discreto consumo. Bollite certo (ma più rare), ma abbrustolite soprattutto (la loro morte) con una modalità geniale. Sul gas infatti, o anche sulla brace, le pannocchie si arroventano, ne scoppia il chicco (va raccolta quando il seme è immaturo e “fa il latte” se schiacciato con l'unghia) e acquistano quel sapore bruciaticcio che può guastare il ricordo della vostra madeleine padana. Qui hanno inventato un sistema che evita l'inconveniente. E che solo qui ho visto.

In una largo paiolo, una sorta di wok locale sospesa sul calore delle braci ospitate in un carretto ambulante, viene messa ad arroventarsi una miscela di sabbia e sale. Ben calda che è questa malta secca, ci si infila la pannocchia e la si fa abbrustolire avendo cura di rigirarla di sovente. Quand'è cotta, coi grani tutti ancora interi e salati, un colpetto sulla superficie fa cadere la sabbia che, tra l'altro, ha levigato la pannocchia levandole ogni residuo di barba! A un costo variabile tra i 10 e i 20 afghanis (tra un quinto e un quarto di dollaro: il secondo è un tourist price ma spesso dipende anche dalla qualità della materia prima) ecco un pasto delizioso condito di ricordi della mia infanzia. Forse anche di quella di alcuni di voi.