
Una foto di Massimo MOrello da Singapore (il suo articolo per Lettera22) è su www.lettera22.it
Al parco di Sharenaw, dove c'è persino qualche pianta, il sole ancora caldo batte sui turbanti degli afgani accovacciati a bere una tazza di te. La guerra sembra lontana e la gente maledice il traffico come in qualunque capitale. La guerra è alle porte però, appena qualche chilometro più a Sud: Logar, Wardak...
tedeschi e italiani. Qualcosa dunque si muove. Poco, meno di quel che sembra. Ma è l'unica speranza, seppur flebile. In questi giorni, facendo la tara tra articoli, voci, commenti di analisti, ipotesi varie, l'ormai quotidianamente sbandierato processo di pace sembra poca cosa. Si, certo, ci sono stati contatti, incontri semi ufficiali e un gran roteare di dichiarazioni in positivo, ma nella realtà dei fatti un negoziato tra governo e guerriglia sembra davvero ancora lontano o, quantomeno, alle mosse iniziali.
Congetture e ipotesi si dimenticano in fretta prendendo la strada del Panjshir per una visita all'ospedale di Emergency ad Anaba. In questa vallata, dove i mujaheddin di Massud avevano dato filo da torcere ai sovietici e sbarrato il passo a mullah Omar, è come essere in un piccolo paradiso: niente filo spinato, né contractor, né muraglioni di ferro-cemento. Fiumi che scorrono schiumeggianti e puliti sotto montagne a picco che un gigante sembra aver formato facendo cadere dal pugno soffi di sabbia calcarea.
Un lettore del blog, Luca di Copenaghen, mi chiede come ho fatto a imparare il dari. Ma, caro Luca, io il dari non lo so. Spiccico qualche frase imparata sul posto e buona con contrattare il taxi o acquistare i gilet che compro al mercato. Grave pecca, ma è la verità. Come Luca però anch'io mi sono chiesto come si fa a studirlo perché a questo punto temo che dovrò darmi una mossa. Due strade, secondo me, anzi tre. Come libri ho visto a Kabul, ma non ho preso nota, una grammatica inglese con esercizi per studiarlo da soli. E' fatta bene, con esercizi quotidiani ma non ho altra indicazione (che però fornirò). Io credo che, a meno che uno non pretenda una formazione seria nella lingua, si possono seguire due strade. Un corso di persiano magari anche solo del rimo anno o, soluzione rapida ma più cosotsa, lezione da un afgano. che vi insegni i rudimenti di grammatica, la pronuncia, le frasi più utili (e dunque lasciando perdere la scrittura). Sostenere il tutto con visite frequenti nel Paese, cosa per me abbastanza facile, non so per Luca. E si, almeno un po' di dari bisognerebbe conoscerlo. Mi informerò se i militari fanno un corso super rapido. Potrebbe essere...
con la “cupola”. Sì secondo il Post, no secondo il portavoce del dipartimento di Stato Philip Crowley secondo cui con mullah Omar non si tratta). Gli Usa sono l'attore principale del conflitto e dunque ci vorrebbe un po' di chiarezza mentre si ha l'impressione che la lotta interna, tra chi se ne vuole andare domani o dopo (Obama), chi vorrebbe rimanere sine die (i militari) e chi non sa bene che pesci prendere (Holbrooke che tutti danno in caduta libera) deve ancora finire. Ma ciò nuoce da una parte e, dall'altra, agli occhi degli afgani (e non solo ai loro) dice chiaramente che Washington vuole pilotare il processo. Altro che afganizzazione
Iran e Turchia
Ma senza la Cina e l'India non si va da nessuna parte. La Cina sta investendo miliardi in Afghanistan, non vuole un governo oltranzista, non è interessata a un bubbone di tensione tra Pakistan, Iran, India ed ex Urss. Ma l'India è ancora più importante. Anche se la soluzione dei problemi tra Islamabad e Delhi è di là da venire, sia il Pakistan sia l'Unione vanno rassicurati e, in una certa misura, una conferenza regionale che si trasformasse poi in una sorta di forum regionale stabile (con Onu e Paesi occidentali come osservatori con diritto di parola) potrebbe essere un'idea. Mosca per ora tiene un ruolo abbastanza defilato per ovvi motivi. Ma adesso la Russia può dire la sua visto che la rete di supporto logistico per la Nato già passa dall'ex Urss e acquisterà sempre più importanza. E gli afgani le sorridono. Mosca vuole tornare in ballo
Eppure la capitale è tranquilla, come se si fosse perlomeno stato eletto un domicilio negoziale possibile. I talebani e altri gruppi avrebbero ottenuto anche dalla Nato il salvacondotto per entrare in città. E in città si tratta. Ai colloqui del Serena e dell'Intercontinental dei giorni scorsi, oltre a pachistani, ex talebani e gente vicina al governo, c'era anche l'Onu e alcune ambasciate europee, tra cui, dicono qui, tedeschi e italiani. Qualcosa si comincia in effetti a muovere. Poco, pochino, meno di quel che sembra. Ma è l'unica speranza, seppur flebile, cui possiamo attaccarci.
Nella valle del Panjshir non ci sono kalashnikov (a vista, almeno), non c'è filo spinato, né blocchi di cemento. Non ci sono contractor con i colli taurini e i capelli rasati, né le divise di avrio colore che sono romai la tappezzeria del Paese. E la casa di appoggio di Emergency vi sembra una pensione quattro stelle old fashion dove siete stati invitati in villeggiatura (chi lavora l'ospedale però fa 12 ore di servizio praticamente sette giorni su sette più le chiamate notturne e dunque l'agriturismo se lo gode poco). In una parola, siete fortunati: questo è un piccolo paradiso dove potete rilassarvi e raccogliere le idee anche perché questi ragazzi di Emergency (l'età media è sui 30-40) fa di tutto per farvi sentire a vostro agio. Ed è difficile non apprezzare il loro lavoro, la passione, l'energia con cui lo fanno. E anche la sofferenza quando non riescono a salvare, inevitabilmente, tutte le vite che vorrebbero
Ma, mi dice Michela Paschetto, la responsabile dell'ospedale di Anaba, adesso sta arrivando la strada dalla Cina. Ci lavorano sodo. Progresso? Si certo ma anche tutto quello che una strada vuol dire. Tutto quello che una strada porta, sconvolgendo paesaggi e usanze, sollecitando supermercati e tutte le bellezze-nefandezze della modernità. Dove non può la guerra insomma può una strada. Ma questa è un'altra storia e per Michela vorrà dire raggiungere in due ore anziché in cinque l'ultimo centro di salute a Nord della valle. Per gli afgani significherà smettere di camminare per due giorni. E poi questo è un argomento di confine, una riflessione filosofica troppo complessa. . Per ora basta che la guerra sia lontana almeno qui. Valle del Panjshir. Afghanistan. Respiro questa pace a pieni polmoni.
La riunione prepara la svolta che l'Alleanza dovrebbe annunciare a Lisbona tra qualche settimana ("La Nato vede di buon occhio la riconciliazione fra governo afgano e talebani – ha detto ieri Petraeus - ma questi devono rispettare alcune condizioni: deporre le armi, tagliare con Al Qaeda e accettare la Costituzione”) ma è difficile che in quella sede si parli di Bagram. Le attese sono tante soprattutto per quel che riguarda una sorta di scadenzario del ritiro, ma l'argomento “Black Jail” non è in agenda. Ci ha pensato, in un momento delicato, la Fondazione Open Society (fondata da George Soros) con un dossier pieno di testimonianze di una brutalità spesso supposta, tenuta segreta e subito smentita dal Pentagono. Ma il rapporto redatto dal ricercatore Jonathan Horowitz sembra tutt'altro che pieno di sentito dire: gli ex detenuti intervistati non provenivanoinfatti dalla prigione (aumentata di capienza di recente in un apposito sito attaccato alla base) cui hanno avuto accesso Croce rossa e telecamere, ma in una sorta di “classified detention”, detenzione segreta, in apposti locali lontani da occhi indiscreti e dove gli standard della Convenzione di Ginevra sono un sogno. Come le regole delle prigioni americane e gli stessi manuali di detenzione in uso ai militari statunitensi. A uso di squadre speciali e agenti dell'intelligence.
Giornataccia insomma e proprio mentre Washington tenta di tappare qualche falla in un momento in cui in Afghanistan la fiducia nella Nato e negli Stati uniti è sempre più in calo, unita a una sempre maggior sfiducia anche nell'esecutivo Karzai, considerato poco autonomo dalle scelte americane. Proprio ieri si è saputo che il primo di dodici soldati americani accusati di una strage di civili sta per finire davanti alla corte marziale col rischio di un verdetto che prevede la pena capitale. La data del processo non è ancora nota ma Jeremy Morlock ci andrà con l'accusa infamante di aver fatto il tiro a segno con granate e mitragliatrici su un gruppo di afgani innocenti senza che vi fosse il minimo pericolo di assalto. I morti furono tre, quest'anno, nella provincia di Kandahar. Un modo per dimostrare che certe azioni non restano impunite.

preferenza chiare) farei caso prima di tutto alle scarpe: il tipo vi dice che è inglese ma voi notate che porta i sandali con le calze...è tedesco per diana! E poi c'è l'italiano che vuol dissimulare. Ma casca sul mocassino. L'italiano non riesce mai a rinunciare al mocassino, da Napoli a Trieste. Eppure la terribile rivoluzione delle scarpe da tennis per un attimo aveva fatto temere che la globalizzazione avrebbe spazzato via ogni colore, ogni identità calzaturiera. Ma è durato poco. Chi le mette più le scarpe da tennis (anche quelle più o meno “eleganti”)?
Faccio queste riflessioni a Kabul perché qui, tra i mille problemi (ma ogni tanto si potrà pur sorridere in mezzo al dramma), le scarpe sono un vero dilemma. E, come ovunque, un indicatore. Poiché le strade non sono asfaltate che a metà, pur essendo una capitale (il costo dell'operazione, mi disse quattro anni fa il sindaco della città, valeva 4 milioni di dollari ma nessuno voleva metterceli), se è secco è una valanga di polvere e, se è bagnato, un lago di fango. Se camminate, le impolverate e le schizzate di melma e quindi, quando arrivate alla vostra destinazione, vi vergognate come un ladro. Ecco l'indicatore. Chi ha le scarpe linde non cammina per strada. Usa la macchina, l'unica scarpa da passeggio della comunità internazionale.
Il vostro 007 ha già un indizio. Il tipo va in macchina o no. Poi ci si può sbizzarrire su qualità, tipo, fattura. Nell'Oriente medio e centrale la scarpa a punta impazza. Ci cascano tutti. Piace. Da noi non si usa più e dunque, se ne vedete una, dev'essere qualcuno dei servizi. Qualche eccezione al Sud dove ancora si utilizzano. Negli anni Settanta-Ottanta, le portavano i fasci: a piazza san Babila era tutto un fiorire di punte, fibbie, fronzoli di cuoio. I “compagni” invece portavano Clark o simili, scarpette di cuoio rovesciato buone per il deserto e molto scivolose in caso di pioggia. Anche l'ideologia passava per le scarpe. Non ne parliamo per le donne: guai a mettere i tacchi. Ma, per chi se lo ricorda, un'eccezione accomunava tutti: mocassini, anche per signorine, fasce o compa (zecca o pariolina si direbbe oggi) che fossero. Sui sandali non mi dilungo ma pensate un po' a quanto pensiero sta dietro alla scelta: flip flip (o verdadera bahiana) per i più sofisticati oppure i tedeschi Birkenstock per chi ha fatto la scuola steineriana. E quelle di corda alla spagnola (espadrilla)? E infine tutta l'epopea delle marche: Timberland, College, Church....che sono un messaggio inequivocabile (di spesa).
gilet e karakuli, avete la barba lunga e sapete qualche parola di dari. All'inizio vi scambiano per afgano ma poi...gli casca l'occhio sulle scarpe. Vi siete messi delle Saxone, un marchio immortale molto british che le ondate modaiole non hanno mai soppresso. Anche se sono impolverate dicono da dove venite. Gran Bretagna? Nooooooo. Le Saxone le mettono gli italiani. Un bravo 007 lo sa
Se la notizia della giornata ieri in Afghanistan riguardava l’ammissione ufficiale del governo afgano, anzi dello stesso Karzai, che ebbene sì, si sta trattando coi talebani, molte altre le hanno fatto da corredo. Ad esempio la polemica che riguarda la morte della trentaseienne scozzese Linda Norgrove, sequestrata a Kuanr nell’Est (zona dov’è in corso tra l’altro una vasta offensiva talebana) e che pare sia stata causata da una granata lanciata dalle forze speciali americane che la volevano liberare. Effetto collaterale indesiderato di un’azione malriuscita, la povera Linda però era stata data, inizialmente, per uccisa dai suoi rapitori.
Ahmad Fahim Hakim, è invece il numero2 di Sima Samar (già candidata al Nobel per la pace) nella Commissione indipendente per i dritti umani. Si affida a una risposta diplomatica: “Le truppe straniere, come quelle nazionali, devono essere ben equipaggiate e in grado di rispondere alla sfide che vengono dai talebani, dagli affiliati ad Al Qaeda o ad altri gruppi radicali. Ma – avverte – noi abbiamo sempre messo in guardia sia le forze nazionali sia quelle internazionali sul dovere di rispettare la popolazione civile e sulla salvaguardia del diritto internazionale in materia di civili. Più volte abbiamo espresso la nostra preoccupazione e pubblicato documenti su quello che è un aspetto fondamentale e cioè i diritti della popolazione civile”.
E gli italiani? “Gli italiani tutto sommato hanno saputo costruirsi una buona immagine nell’Ovest e non è vero che gli afgani non sappiano fare la differenza tra il cosiddetto modello italiano o quello americano. Gli italiani hanno investito in sviluppo, riabilitato strade o acquedotti conquistandosi in parte la popolazione. E questo, si badi bene, ha un effetto indiretto anche sulla guerriglia che deve comunque fare i conti con la comunità locale. Voglio dire che se la comunità locale riceve un certo benefico da un intervento esterno, cercherà pragmaticamente di tutelarlo, limitando l’intervento della guerriglia. Ora se l’Italia vuole cambiare modello – conclude il ricercatore di Aan - deve sapere che inevitabilmente un’escalation militare significherebbe un aumento di attacchi e, altrettanto inevitabilmente, ciò si tradurrebbe in un aumento delle vittime....in dari diciamo che dar jang halwa taksim namesha, ossia in guerra non si distribuiscono dolcetti. Voglio dire che se si vuole la guerra vera, tutto il resto si perde. Anche anche quello che finora un particolare atteggiamento aveva prodotto”.
Ora, direte voi, ma non sarà pericoloso andare a mangiare nei bistrot locali e prendere in taxi unsave? La risposta è no. In un traffico come quello di Kabul, un sequestro è impensabile. Siete in coda e il tipo vi dice “alto le mani!”. Bhe, voi aprite la portiera, scendete e lo fate arrestare nella città con la più alta densità di militari del mondo. Più dei semafori (pochi per altro). Ora, argomenterete, e di notte, dopo l'Atmosphere? Certo, di notte è bene essere prudenti. Ma l'altra sera che stavamo obbligatoriamente tornando in albergo a piedi (la strada che porta alla nostra ambasciata è chiusa ai taxi), ci si è affiancata un'auto civile dove un gentile signore ben rasato col rigonfiamento d'ordinanza sotto al giacca che ci ha chiesto se volevamo un passaggio. Il fatto è che eravamo a lato di Camp Heggers, un'area dove pare si siano dilettati con l'uso della tortura, chissà forse era proprio una di quelle gentili teste rasate. “No grazie”, abbiamo detto. Forse è meglio continuare a piedi.
Nella regione di Farah la pressione dei talebani non è fortissima e il comando Ovest, a guida italiana, riesce a tenere sotto controllo la situazione. Da alcuni giorni era in corso un'offensiva degli italiani nelle aree sotto il loro controllo e il Gulistan era stato prescelto per una nuova base avanzata in modo da “sigillare” il Farah che ricade sotto diretto controllo italiano. Ma e Est del Farah, al confine col distretto del Gulistan, c'è Helmand, dove i talebani dettano legge, sotto pressione da parte delle truppe britanniche della Nato a guida americana. E' la regione dove si trova l'ospedale di Emergency, a Lashkargah. La situazione lì è sempre tesa.
Alla Post-war Reconstruction and Development Unit (Prdu) dell'Università britannica di York è facile che ci troviate uno studente afgano. O un professore italiano. E' un luogo dove da anni si lavoro sulla filiera umanitaria o sulla risoluzione dei conflitti ed è considerato uno dei capisaldi per eccellenza per la formazione di operatori umanitari, aspiranti negoziatori, volonterosi futuri funzionari dell'Onu o di Ong ma anche di qualche ministero nel proprio Paese. I suoi tentacoli sono lunghi e, se scavate, scoprirete quanti insospettati “Yorkeese” esistono dove state lavorando se siete, ad esempio, in un Paese in guerra.
Con una certa soddisfazione anche noi abbiamo vantato la nostra “Yorkeese Connection”, citando a questi signori e signore il nostro amico Gianni Rufini che colà insegna diritto umanitario e peacekeeping e che è tra le anime di “Afgana” la rete italiana che si occupa di questo Paese, nonché un prestigioso collaboratore di “Lettera22”. In una parola insomma, ci sono delle “logge” che lavorano su terreni oscuri e delle reti sotterranee che invece assolvono alla propria missione con passione e trasparenza. Non so se farà piacere all'Università di York, ma questa accademia britannica, in Afghanistan, un merito importante certamente ce l'ha
Il fatto è che i colloqui, che secondo le autorità sono solo uno “scambio di idee” sono stati in qualche modo ufficializzati nel giorno in cui, ieri, Karzai varava definitamente il suo Consiglio superiore di pace, una settantina di persone che dovrebbe avviare ufficialmente il negoziato. La scelta, avvenuta tra l'altro nell'anniversario dell'invasione del 2001 e quindi nella data di ingresso nel decimo anno dell'ultima guerra afgana, non è forse casuale. Ma torniamo agli attori. Soprattutto a quelli che mancano.
In buona sostanza, prima ancora di parlare di negoziato coi talebani sarebbe meglio chiarire che è in corso un negoziato col Pakistan per determinare il suo peso nel processo di pace. E qui torna la famiglia Haqqani. Filiera alleata anche ideologicamente ad Al Qaida (assai meno di quella di mullah Omar o di Hekmatyar), gli Haqqani sono i più propensi agli attacchi suicidi, sono probabilmente spesso in rotta di collisione con la shura di Quetta (Omar) che ha una strategia militare “territoriale” e sono in strettissime relazione coi servizi pachistani o almeno con quei settori dell'Isi che, all'italiana, potremmo dire “deviati”, il che tutto vuol dire e nulla. Gli Haqqani erano probabilmente dietro alla strage del Serena di diversi anni fa e poi dietro al tentativo di uccidere Karzai, messo in atto durante una manifestazione pubblica. Il Pakistan ha effettivamente un certo controllo su di loro. Chissà se si sta parlando proprio di questo coi cugini di Islamabad.
In effetti il Pakistan, dice la maggior parte delle fonti, fa il diavolo a quattro per essere il verso snodo del futuro negoziato. Islamabad controlla la rete estremista degli Haqqani, ha buone relazioni con Hekmatyar e ospita a Quetta mullah Omar. Chi meglio di loro?
Ma è comunque sotto tiro: è stressato e tirato per la giacca nel difficile equilibrio tra l'attitudine muscolare del generale Petraeus e l'orientamento delle colombe di Washington, le attenzioni dell'Onu e le critiche serrate delle organizzazioni della società civile che, pur appoggiandolo, non si risparmiano. Due giorni fa le maggiori reti di queste nuove organizzazioni nate nel calderone della guerra, e che rappresentano il segmento progressista e intellettualmente avanzato della società, gli hanno chiesto apertamente di buttare a mare la sua lista di nomi del Consiglio di pace: gli hanno detto che gli “accusati di violazioni dei diritti umani e di crimini di guerra” andrebbero sostituiti con “esperti di grande esperienza nella risoluzione dei conflitti, e nei processi di mediazione e riconciliazione”. Invece, dicono, nel Consiglio c'è gente che ha “una miglior esperienza nella guerra che non nella pace” e che può dunque minare “la fiducia degli afgani e della comunità internazionale” nell'intero processo.
Questa passione – e la stagione è quella giusta – mi ritorna in Afghanistan dove se ne fa un discreto consumo. Bollite certo (ma più rare), ma abbrustolite soprattutto (la loro morte) con una modalità geniale. Sul gas infatti, o anche sulla brace, le pannocchie si arroventano, ne scoppia il chicco (va raccolta quando il seme è immaturo e “fa il latte” se schiacciato con l'unghia) e acquistano quel sapore bruciaticcio che può guastare il ricordo della vostra madeleine padana. Qui hanno inventato un sistema che evita l'inconveniente. E che solo qui ho visto.