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venerdì 31 dicembre 2010

SOLDATI



La trasmissione dedicata da Radio Radicale a "Due pacifisti e un generale", condotta da Francesco De Leo (Settimana internazionale) e andata in onda l'ultimo dell'anno

CON LA SCUSA DI AL QAEDA

Se la guerra ad Al Qaeda e ai talebani diventa una scusa per regolare i conti interni con chi si oppone alla politica del governo, l'imbarazzo e la preoccupazione di chi quel governo sostiene ormai da dieci anni sono la prima logica conseguenza. E se i due paesi in questione sono il Pakistan e gli Stati uniti, da mesi ormai con rapporti molto tesi per la guerra agli islamisti in Afghanistan e all'interno del Paese dei puri, le cose si complicano.

Un nuovo elemento di frizione tra i due Paesi è emerso ieri sulle pagine del New York Times che ha ottenuto la sintesi di un rapporto presentato al Congresso dal Dipartimento di Stato il 23 novembre scorso. Un rapporto tenuto a lungo sotto traccia forse proprio per la tensione nei rapporti tra Islamabad e Washington, appena riattizzati dalle polemiche seguite a una denuncia presentata in un tribunale pachistano contro il locale capo della Cia (costretto a fare le valige), per non parlare del contenzioso sulla logistica dei beni di prima necessità dal porto pachistano di Karachi all'Afghanistan e o dell'eccessiva moderazione con sui, secondo gli Stati uniti, Islamabad reagisce alla sfida degli islamisti, sia stranieri, sia di casa.

Il rapporto
mette nero su bianco la scomparsa di centinaia di militanti non solo talebani ma, in buona parte, della minoranza beluci, gli abitanti della regione occidentale al confine con l'Iran, in guerra con Islamabad dagli anni Settanta per ottenere la separazione del Belucistan dal Pakistan (o per i più moderati una maggior autonomia).

lunedì 27 dicembre 2010

DAL VOSTRO INVIATO

E' uscita una raccolta (la prima) di reportage di Toni Fontana ("Dal nostro inviato", edizioni l'Unità, euro 10) che è stata presentata qualche giorno fa a Roma. A parte la prefazione di Veltroni che non è nulla di che e quella di Mario Marazziti che non è affatto male, molti dei racconti di Toni valgono una (ri)lettura. Splendido lavoro di archivio di due suoi colleghi dell'Unità. Lo ricordo volentieri e stamattina gli ho fatto un piccolo omaggio radiofonico perché Toni fu una delle prima voci di Radio3mondo

venerdì 24 dicembre 2010

AFGHANISTAN, COSA C'E' SOTTO L'ALBERO

La rivisitazione della strategia per l'Afghanistan della Casa Bianca presentata il 16 dicembre a un anno da quando Obama annunciò per la prima volta la data d'inizio del ritiro delle truppe, non presenta grosse novità. Semmai diverse lacune e omissioni che stampa e osservatori hanno fatto notare sin dalle anticipazioni apparse sul NewYork Times attraverso le cinque pagine di sommario dell'atteso dossier. Inoltre, proprio nelle stesse ore, due rapporti riconducibili al National Intelligence Estimates (Nie), dunque a sedici agenzie di intelligence americane, mettevano nero su bianco quanto Obama aveva preferito omettere, ossia il ruolo di Islamabad e la fragilità del governo Karzai. Elementi che l'intelligence americana ha accorpato chiarendo che, con un governo debole e corrotto a Kabul e senza un maggior impegno di Islamabad, assai riluttante ad applicarsi, ogni sforzo militare americano appare destinato al fallimento.

Obama ha scelto di mostrare il bicchiere mezzo pieno: via dall'Afghanistan con inizio del ritiro riconfermato a luglio 2011 ma lasciando con “responsabilità” un Paese dove Stati uniti e Nato stanno comunque facendo progressi. Indeboliscono Al Qaeda – dice il dossier - tengono sotto scacco i talebani e aumentano il controllo del governo sul territorio, mentre l'esercito afgano cresce a ritmi più elevati di quanto la Nato stessa non prevedesse (raggiunto l'obiettivo di 134mila soldati e 109mila poliziotti sul cui grado di preparazione è bene però avanzare qualche riserva). Ma per dirla con Kate Clark, ricercatrice di Afghanistan Analyst Network (un autorevole think tank afgano), Obama ha dipinto uno scenario “luccicante quanto irreale” che non si vede come possa garantire “pace e stabilità” in un paesaggio che ha visto nell'area di Kandahar aumentare la violenza, fallire il tentativo - “strombazzato all'inizio dell'anno” - di portare lo Stato nel distretto di Marjah (obiettivo dell'Operazione Moshtarak nell'Helmand) e dilagare le attività insurrezionaliste “sia nel Nord sia nelle regioni non pashtun”.

L'impietosa analisi di Klark dimostra almeno due cose: la prima è che c'è una notevole discrepanza da quanto si scrive nei rapporti e la realtà sul terreno. La seconda mette in luce, se mai ve ne fosse bisogno, di quanto l'Amministrazione sia divisa al suo interno sul da farsi in Afghanistan (e Pakistan). Una situazione complicata dalla scomparsa di Richard Holbrooke, il negoziatore per eccellenza che, per la, verità, era sembrato negli ultimi mesi piuttosto in ombra (forse per via di una malattia che ha richiesto alla fine un intervento di oltre venti ore con esito negativo), oscurato nelle dichiarazioni e nelle apparizioni pubbliche dal roboante generale David Petraeus che comanda dall'estate scorsa le truppe Nato e quelle americane in Afghanistan.

Per quanto è dato sapere la situazione sul terreno è peggiorata. Non lo dicono solo le cronache giornalistiche ma almeno due dossier di organizzazioni umanitarie che, non meno dei militari – che preferiscono però oscurare gli insuccessi – hanno il polso della situazione. Secondo il Comitato internazionale della Croce rossa (Icrc) le condizioni per portare a termine il suo mandato non sono mai tanto critiche negli ultimi trent'anni. L'Icrc ha fatto un quadro, a metà dicembre, nel quale lamenta la crescita degli sfollati, l'aumento delle vittime civili e condizioni sanitarie critiche. Confermando che intere aree del Paese, anche nel Nord, sono inaccessibili all'azione umanitaria. Il mese prima, 29 organizzazioni umanitarie afgane e internazionali hanno sottoscritto un documento, elaborato da Oxfam e preparato per il vertice Nato di Lisbona del 19-20 novembre, in cui si mette il dito nella piaga della protezione dei civili afgani. Che non solo è disattesa ma che non sembra considerare l'effetto e l'impatto diretto sui civili della nuova terapia muscolare imposta da Petraeus. Secondo il dossier (Nowhere to Turn) gli aerei americani hanno sganciato tra bombe e missili 2100 ordigni solo tra giugno e settembre, con un incremento di circa il 50% rispetto all'anno precedente e con un aumento dell'11% delle vittime civili rispetto all'anno precedente.

Questi numeri (anche se i talebani restano la causa maggiore delle vittime civili) portano dritto alla seconda questione che riguarda l'equivoca strategia dell'Amministrazione americana. Se fino alla permanenza in carica del generale McChrystal (il predecessore di Petraeus) l'opzione militare e quella diplomatica sembravano correre su binari quantomeno paralleli, con l'arrivo di David le cose sono cambiate. Se McChrystal aveva addirittura modificato le regole d'ingaggio per evitare un aumento delle vittime civili, se aveva utilizzato i bombardamenti con maggior attenzione al target, se aveva scelto di andare sempre a braccetto con Karzai e di conquistare i capi tribù con l'appoggio del presidente, Petraeus ha invertito la rotta che, fino al suo arrivo, era sembrata la stessa scelta da Obama. Convinto, assai più di McChrystal che per trattare coi talebani bisogna farlo da una posizione di forza limitando le perdite americane, Petraeus ha ripreso i bombardamenti con maggior vigore e senza andar troppo per il sottile. I suoi rapporti con Karzai sono pessimi e il generale non lo nasconde. Raramente si fanno fotografare assieme e al dialogo coi capi tribù Petraeus ha preferito, e imposto al governo afgano, di armare gruppi di milizie di villaggio. La cosiddetta “opzione irachena” tanto cara al generale quanto invisa agli afgani e a molti diplomatici europei. Il problema è che i risultati sul terreno sembrano gli stessi, anzi assai meno, di quelli accertabili sei mesi fa.

In mezzo al guado militare sembra intanto annaspare anche l'opzione negoziale. Dopo la batosta del falso talebano Mohammed Mansour (un commerciante di Quetta spacciatosi per un uomo della cupola di Omar con fattura da 65mila dollari per ogni incontro con Karzai), a tutti è apparso chiaro come il negoziato di pace, sbandierato con grande enfasi un paio di mesi fa, tutto fosse se non un pio desiderio. E a dare retta ad Ahmed Rashid, che in un recente articolo sul New York Review of Books ha scritto un possibile decalogo di come andrebbe articolata una trattativa (The Way Out of Afghanistan), nell'Amministrazione americana non c'è nessuna strategia a riguardo, in attesa forse che Petraeus ottenga sul piano militare quel che non si riesce a imbastire sul piano politico. Se a ciò si aggiunge che insistenti boatos vogliono che Obama, nella sua recente visita di sei ore a Bagram nella notte tra il 3 e il 4 dicembre, abbia incontrato non Karzai, con cui si è intrattenuto al telefono per 15 minuti, ma addirittura Abdullah, ossia il capo dell'opposizione al presidente, e alcuni ministri ed ex ministri del gabinetto Karzai, il quadro appare ancora più a tinte fosche. Dopo averlo appoggiato, screditato e poi ancora sostenuto, adesso Karzai è tornato di nuovo nel frullatore e si starebbe pensando, in barba alle elezioni che lo hanno riconfermato, di farlo uscire di scena.

In questa cornice
che la “Strategic Policy Review” del presidente fosse acqua fresca non ha stupito ma resta un pessimo segnale. Se nemmeno l'attore maggiore del conflitto ha le idee chiare, si divide tra falchi e colombe, negoziatori e cow boy, filo Karzai e anti Karzai, non c'è bisogno di aspettare Wikileaks per capire che il decimo anno di guerra rischia di passare com'è passato il nono.

mercoledì 22 dicembre 2010

SE LA GUERRA INNESTA LA QUARTA

Proprio mentre il governo di Hamid Karzai rende noti i dati sull'aumento – del 76% nella sola settimana passata – delle vittime civili in Afghanistan, il governo americano si appresta a spingere ancora di più sulla cosiddetta strategia dei droni, l'utilizzo cioè di omicidi mirati con gli aerei senza pilota, e con operazioni delle forze speciali in territorio pachistano. La scelta riguarda il Pakistan ma coinvolge ovviamente l'Afghanistan, sia perché è il luogo di partenza degli aerei e dei commando di terra, sia perché anche in Afghanistan la politica dei bombardamenti, ribadita della revisione strategica resa nota dalla Casa bianca il 16 dicembre, resta un punto altamente critico.

La notizia di una volontà di incrementare la pressione sul Pakistan l'ha data ieri mattina il New Yor Times citando fonti anonime dell'Amministrazione che si fanno interpreti di un forte desiderio di reazione alla frustrazione diffusa dovuta alla scarsa collaborazione dei pachistani nel colpire i santuari della guerriglia. L'articolo menziona anche voci contrarie e non nasconde i rischi di un inevitabile aumento della tensione tra Washington e Islamabad. Il piano non ha ancora luce verde ma, avverte il giornale, c'è chi sta facendo forti pressioni per un'escalation delle operazioni clandestine che violano platealmente la sovranità territoriale pachistana e che sono all'origine delle maggiori frizioni tra Pakistane Stati uniti. Il giornale fa anche menzione di operazioni clandestine messe a segno dai Counterterrorism Pursuit Teams, in sostanza gruppi di miliziani afgani istruiti dall'antiterrorismo americano e dalla Cia (sarebbero almeno sei, di cui il Nyt menziona la Paktika Defense Force, attivi in Afghanistan e addestrati a operazioni speciali oltre confine). Tra i loro compiti, quello di mettere a segno incursioni nelle aree tribali pachistane, al confine con l'Afghanistan.
Questa “pachistanizzazione” del conflitto combattuto nei due Paesi aprirebbe dunque un nuovo fronte della guerra o, quantomeno, rafforzerebbe l'opzione che chiede una maggior pressione su Islamabad, cosa di cui la nota della Casa bianca di dicembre non aveva fatto menzione anche se si sottolineava l'importanza della strategia degli attacchi mirati. Da settembre, per altro, e cioè in tre mesi e mezzo,i droni hanno condotto almeno una cinquantina di attacchi nel Nord Waziristan (sede di talebani, qaedisti e di affiliati alla rete Haqqani) contro i 60 dei precedenti otto mesi.

Se un aumento della pressione sul Pakistan piace al governo afgano, l'esecutivo di Karzai non è però troppo convinto della nuova strategia americana. Il portavoce del presidente, Wahid Omar, ha detto ai giornalisti che se anche ci sono parti del dossier presentato dalla Casa bianca alcuni giorni fa che raccolgono il favore del governo, la Revisione della strategia in Afghanistan non è sufficientemente attenta ad alcuni problemi, il primo tra i quali riguarda le vittime civili. Il governo lamenta anche scarsa attenzione allo sviluppo economico e alla messa al bando delle organizzazioni “parallele” di contractor e, infine, che i successi sbandierati dall'Amministrazione restano “fragili e reversibili”. Tra l'altro è bene sottolineare che tra Kabul e Islamabad è in corso in qualche modo una trattativa sul futuro del negoziato di pace afgano e che un inasprimento della tensione tra Washington e Islamabad rischia di avere contraccolpi anche in Afghanistan.

Quanto all'aumento delle vittime civili in Afghanistan, il ministero dell'Interno afgano ha reso noto che settimana scorsa si è assistito a un incremento del 76% dei morti in gran parte dovuto agli ordigni che la guerriglia piazza lungo le strade per colpire i mezzi militari Nato. Anche gli attacchi talebani sono cresciuti del del 16%. Ma l'argomento dei raid aerei resta sensibile. Una nota diffusa ieri da Oxfam International (in Afghanistan è una delle maggiori Ong presenti) l'organizzazione umanitaria di origine britannica, faceva rilevare come nella Revisione della Casa bianca non avesse trovato posto adeguato la protezione dei civili: uno dei “punti critici” su cui la comunità internazionale dovrebbe appuntare la sua attenzione.

martedì 21 dicembre 2010

UNA FIRMA PER WIKILEAKS

Alle 11 di stamattina ora italiana erano già oltre 693 mila le firme raccolte dal sito Avaaz.org (specializzato nel divulgare petizioni) a favore di Julian Assange, il creatore di Wikileaks. “La campagna d'intimidazione sferrata contro Wikileaks è un pericoloso attacco alla nostra libertà di stampa e di espressione – dice l'appello sul quale si legge che - qualcunque cosa si pensi di WikiLeaks, gli esperti legali sostengono che non vi sia in ballo alcuna violazione di legge, e il gruppo lavora in collaborazione con eminenti testate (NYT, Guardian, Spiegel) per esaminare con attenzione i documenti pubblicati - a oggi meno dell’1% dei cablogrammi è stato divulgato”.

L'associazione chiede una “mobilitazione pubblica enorme in difesa delle libertà democratiche fondamentali” e spiega perché firmare la petizione contro a queste azioni repressive che si può sottoscrivere a questo indirizzo: https://secure.avaaz.org/it/wikileaks_petition/?vl

Il testo rivolto ai governi statunitensi e altri e alle multinazionali coinvolti nella repressione contro WikiLeaks dice testualmente “Vi chiediamo di fermare immediatamente la repressione ai danni di WikiLeaks e dei suoi alleati. Vi esortiamo a difendere il rispetto dei principi democratici fondamentali e della libertà di stampa e di espressione. Se WikiLeaks e i giornalisti con cui collabora hanno violato la legge dovrebbero essere perseguiti in tribunale con un giusto processo. Non dovrebbero essere vittime di una campagna d'intimidazione extra-giudiziaria”.

sabato 18 dicembre 2010

AFGHANISTAN, COSA NE PENSI DELLE ELEZIONI?

Mentre Barack Obama fa mostra di ottimismo e rilancia la strategia americana per il 2011 confermando il ritiro e un mix di bombardamenti mirati a tenere Al Qaeda sotto pressione, a Kabul si consuma una crisi istituzionale senza precedenti. Abdullah Abdullah, l'oppositore per eccellenza del presidente in carica Hamid Karzai, ha accusato la Procura generale, che aveva contestato i risultati delle elezioni politiche di maggio, di un silenzio che favorisce lo stallo e impedisce al nuovo parlamento di entrare in funzione. Karzai nicchia e i maligni dicono che il parlamento attuale al presidente non piace e che, a dispetto dei brogli, non gli garantisce la maggioranza che voleva. Ha rinviato l'ufficializzazione dei nuovi eletti e starebbe utilizzando lo scontro tra procura e commissione elettorale per prendere tempo.


La crisi a Kabul è lo specchio non solo delle difficoltà di Karzai ma anche di quelle di Obama che ha confermato l'inizio del ritiro a luglio 2011 e sottolinea grandi progressi contro qaedisti e talebani, mentre l'esercito afgano crescerebbe a ritmi più elevati di quanto non preveda la Nato stessa. Ma l'analisi di Obama non corrisponde a quelle assai più impietose degli osservatori: per Kate Clark di Afghanistan Analyst Network, lo scenario di Obama è “luccicante quanto irreale” e non si vede come potrà “portare pace e stabilità”. L'Afghanistan continua ad essere insomma in ebollizione e il pantano della guerra sembra senza soluzione anche se i leader (occidentali) delle forze in campo hanno sempre cercato di aggiustare le cose nei Palazzi.

Un nuovo spunto lo fornisce Wikileaks coi cablogrammi che da Bruxelles andavano a Washington. Quello che riguarda una riunione del dicembre scorso, in cui figura anche l'ex ambasciatore italiano Ettore Serqui (all'epoca inviato speciale Ue a Kabul), raccontano proprio i particolari pre elettorali. Alla riunione partecipava Richard Holbrooke, il negoziatore americano morto qualche giorno fa, il ministro degli Esteri svedese Carl Bildt (la Svezia era presidente di turno alla Ue): entrambi, mostrando un sano realismo, ripeterono quanto già detto un anno prima in occasione delle presidenziali, cioè che le elezioni andavano rinviate almeno di qualche mese per garantire trasparenza e un corretto processo elettorale. Anche Sequi era d'accordo tanto che i presenti accettarono il suo consiglio che era quello di far in modo che, in caso di rinvio, Karzai non perdesse la faccia proprio di fronte alla comunità internazionale. Che non facesse insomma da capro espiatorio. Ma poi, probabilmente su pressione di altri esponenti dell'Amministrazione Usa (l'ambasciatore a Kabul Eikenberry ad esempio, che era in rotta di collisione con gli europei), vinse la tesi delle elezioni subito e a ogni costo.

La vicenda rivela molte cose: quanto Holbrooke in realtà fosse isolato proprio nell'Amministrazione che lo aveva scelto come inviato speciale. Come gli europei fossero potenzialmente più ragionevoli degli americani e il ruolo della Turchia che, pur giocando a far squadra con l'Europa, era molto vicina alle posizioni di Karzai, comprese per altro assai bene anche da Sequi. Ma spiega anche l'astio di Eikenberry con gli europei perché Bildt si oppose al suo desiderio di assumere un ruolo rilevante nel quartiere generale Nato a Kabul che la Ue voleva meno americano. Ce n'è anche per Catherine Ashton, attuale capo della diplomazia europea. Bildt fu caustico: ottima per battaglie burocratiche ma con...nessuna conoscenza della politica estera.

venerdì 17 dicembre 2010

L'INDECISIONE DI WASHINGTON

Via dall'Afghanistan in modo responsabile. Inizio del ritiro confermato a luglio 2011 da un Paese dove Stati uniti e Nato stanno comunque facendo progressi: indeboliscono Al Qaeda, tengono sotto scacco i talebani, aumentano il loro controllo sul territorio mentre i numeri dell'esercito afgano dicono che cresce a ritmi più elevati di quanto non prevedesse la Nato stessa. Visto dall'angolo del tavolo di Barack Obama, che ieri ha reso nota la “review” della strategia americana in Afghanistan , il bicchiere è insomma mezzo pieno. Ma i però, i se, i ma restano tanti. Anche perché, mentre la Casa Bianca dice la sua edulcorando un messaggio che tralascia di parlare del problema della corruzione che attanaglia il governo di Karzai e delle dirette responsabilità del Pakistan, due rapporti riconducibili al National Intelligence Estimates (Nie), dunque a sedici agenzie di intelligence nazionali, dicono l'esatto contrario: senza un maggior impegno di Islamabad, che pare assai riluttante a mettercelo, ogni sforzo militare americano è destinato a fallire. Già minato com'è, tra l'atro, da un governo “fragile e corrotto” che comanda a Kabul.

Se la presenza sui media quasi nelle stesse ore di due voci che dicono tutto e il contrario di tutto e che apertamente si contraddicono sia dovuto al caso o, come è assai più probabile, ad un'attenta strategia della comunicazione, è materia da speculatori. Ma quel che è certo è che l'uscita pubblica nello stesso momento di due visioni totalmente opposte sull'AfPak riflette la discrepanza di opinioni interne all'Amministrazione e fa stato di un decisionismo americano che fa fatica a decidere quale strada prendere con fermezza.

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mercoledì 15 dicembre 2010

IL TESTAMENTO DEL NEGOZIATORE

Qualche mese prima di essere prescelto da Barack Obama come inviato speciale per Afghanistan e Pakistan, da allora AfPak, Richard Holbrooke aveva già dato la linea con un articolo sul Washington Post: “Il messaggio dev'essere forte e chiaro: democrazia, riconciliazione, militari fuori dalla politica, più democrazia e nuove politiche per le aree tribali (al confine con l'Afghanistan)”. Il diplomatico di rango, già direttore di Foreign Policy, ambasciatore in Germania e all'Onu e, soprattuto, inviato speciale in Bosnia, conosce la sua ultima stagione di attività, dal gennaio del 2009, sul fronte più caldo della guerra americana: l'Afghanistan. Sarà l'ultima battaglia, questa volta persa, del grande negoziatore americano che si è spento per complicazioni cardiache nella notte del 13 dicembre all'ospedale della George Washington University a 69 anni.

Figlio di una famiglia ebrea ma assolutamente laica (il padre aveva mutato il nome originario in Holbrooke al suo arrivo negli Usa dalla Polonia negli anni Trenta), nel 1962, a soli 21 anni, Richard entra nel servizio diplomatico e vine destinato al Vietnam. E' solo un giovane di belle speranze ma riesce ad essere tra gli inviati della delegazione che, a Parigi nel 1968, avvia i negoziati di pace. Per certi aspetti, Holbrooke, l'Asia ce l'ha nel sangue. Fino al 1981 è responsabile per l'Asia orientale e il Pacifico quando a capo del Dipartimento di stato Jimmy Carter nomina Cyrus Vance, con cui condivide la normalizzazione dei rapporti con la Cina anche se l'opposizione tra Vance e il consigliere per la sicurezza nazionale Zbignew Brzezinski mette un po' in ombra il loro ruolo. Subito dopo è ambasciatore a Tokio - pur se per un breve periodo - in omaggio alle sue conoscenze del continente che contemplano persino il vietnamita, studiato prima di prendere servizio nel Delta del Mekong con una permanenza in Vietnam durata sei anni.

Il dovere diplomatico lo porterà poi altrove, soprattutto in quella che sarà la sua missione per eccellenza e che culminerà nel negoziato di Dayton e si concluderà con “To End a War”, un libro sui Balcani che gli varrà, nel 1988 sul New York Times, la menzione tra i migliori libri dell'anno. Il personaggio poi si allontana dalla scena politica primaria e si dedica all'attività privata nella quale si divide tra le consulenze a grossi gruppi come la Lehman Brothers o ad associazioni umanitarie come Refugees International ma senza dimenticare, pur se defilato, di sostenere le campagne presidenziali di Gore e Clinton. Né si può immaginare che il paesaggio politico americano dell'era Bush gli possa offrire un palcoscenico adatto alla caratura di un uomo che preferisce il negoziato alle armi e le parole alla spada: l'uomo che aveva chiesto di far parte dei Peace Corps (un programma per volontari del governo Usa) nel Marocco degli anni Settanta.

La sua stagione di negoziatore politico ricomincia dunque con Barack Obama e Hillary Clinton. La scelta non è casuale: la guerra annaspa nel suo ottavo anno da che i talebani sono stati cacciati nel 2001 e, se non si perde, nemmeno si vince. Obama ha bisogno di dimostrare che l'Amministrazione vuole un cambio di marcia e, soprattutto, far propria la parola d'ordine che ormai regna sovrana e cioè che la sola opzione militare deve essere superata. Obama vuole infine puntare anche sul quadro regionale e in particolare sul Pakistan. Chi meglio dell'uomo che ha convinto Milosevic, che ha trattato con Karadzic, che ha avuto a che fare con cinesi, vietnamiti e russi (il suo ruolo durante la Guerra fredda è innegabile), nemici per eccellenza? Chi meglio di un uomo con fama di negoziatore eccellente, convinto del primato della politica?

Appena Holbrooke viene nominato inviato speciale, tutti emulano la scelta americana. I britannici per primi e poi tutti gli altri, compresi gli italiani (che già ne hanno uno – l'attuale ambasciatore in Corea Sergio Mercuri – ma che si affrettano ad appuntare l'ambasciatore Massimo Attilio Iannucci, ora in partenza per Pechino e adesso sostituito da Gabriele Checchia). Il cambiamento sta tutto li, in quella doppia accezione: Afghanistan più Pakistan che sembra, all'epoca, segnare una svolta che però tarda ad arrivare. “Time” ironizza su un Holbrooke, diventato da opinionista del Post inviato speciale del presidente, con parecchie gatte da pelare in un groviglio pachistano-afgano con molti nodi e un pettine stretto. Da metà del 2009 la stella di Holbrooke pare in effetti già oscurata da quella del generale McChrystal, con la sensazione che, tutto sommato, alla fine anche Obama preferisca dar più retta ai militari che non ai diplomatici. Sensazione che si fa più netta con l'arrivo di David Petraeus, falco in divisa per eccellenza. Il resto è un silenzio anche un po' imbarazzante, gravato fors'anche dalla sfortunata degenerazione sanitaria.

“Fermate la guerra in Afghanistan”, sarebbero state le ultime parole prima di morire. Testamento da negoziatore. Con la sensazione, chissà, di non essere riuscito a fare abbastanza.

(la foto in basso a sn è di R. Martinis)

sabato 11 dicembre 2010

LO SCHIAFFO DI OBAMA A KARZAI

A differenza del suo collega americano Barack Obama il premier britannico David Cameron, nella sua recente visita a “sorpresa” in Afghanistan, non ha snobbato Hamid Karzai. Anche fonti diplomatiche in Italia hanno infatti confermato che, nella notte tra il 3 e il 4 dicembre, alla base aerea di Bagram, dove era arrivato con una visita a “sorpresa”, Obama preferì a Karzai, cui riservò un colpo di telefono, un incontro segreto nientemeno che col capo dell'opposizione al presidente afgano: Abdullah Abdullah, già medico personale di Ahmad Shah Massud e tra i leader dell'Alleanza del Nord. L'uomo che arrivò secondo alle presidenziali del 2009, denunciando brogli ai suoi danni.

Tutte le fonti che hanno rivelato una notizia sempre più di dominio pubblico a Kabul e fuori dall'Afghanistan, confermano anche l'intenzione di tenere segreto un incontro estremamente imbarazzante: per gli americani, paladini della trasparenza democratica che, avallata l'elezione di Karzai, giocherebbero adesso contro il presidente; e per lo stesso Karzai, cui non è sfuggito l'obiettivo del meeting con un gruppo ristretto di frondisti: farlo uscire di scena e procedere alla sua sostituzione. Tra i presenti ci sarebbero stati Anwarul Haq Ahadi, capo del Partito socialdemocratico afgano, il titolare delle Finanze Omar Zakhilwal, il generale Helaluddin Helal, e gli ex ministri Hanif Atmar e Ali Ahmad Jalali.
L'incontro segna dunque l'ennesimo schiaffo ad Hamid Karzai, un uomo avvolto da una vera tempesta politica, iniziata con la sua elezione, culminata con l'affaire Wikileaks e accompagnata dallo scontro istituzionale che oppone l'alta magistratura afgana alla Commissione elettorale sulle nomine del nuovo parlamento che, sino ad ora, Karzai non ha voluto riunire per celebrarne l'investitura, sollevando polemiche tra gli inclusi e gli esclusi. L'8 dicembre scorso, un gruppo di parlamentari certificati dalla Commissione elettorale ha fatto la voce grossa chiedendo al presidente di convocare il parlamento e sventolando il diritto a rappresentare gli elettori. Ma oltre all'imbarazzo istituzionale scatenato dalle contestazioni della Procura generale alle decisioni dell'organismo preposto a certificare le elezioni, è anche in corso la trattativa sul portavoce (che potrebbe essere Qanooni, altro potente dell'Alleanza del Nord) e su altre cariche istituzionali. L'applicazione di un Cencelli afgano è sicuramente resa ancor più difficile dalle turbolenze scatenate dalla singolare scelta di Obama di incontrare frondisti e oppositori e dunque di dimostrare apertamente come Washington intenda pilotare, oltre che la guerra e la pace, persino gli affari e i fragili equilibri interni.

venerdì 10 dicembre 2010

PERCHE' OGGI NON SI SENTE (TUTTA) LA RADIO


il volantino:

"Il nostro sciopero generale vuole lanciare un allarme per il crescente degrado a cui sembra essere condannata una risorsa vitale per la democrazia di questo paese: la RAI

Contestiamo l’inconsistenza del piano industriale proposto dal Direttore Generale Masi, che fa ricadere le responsabilità dell' incapacità di governare l’azienda sui lavoratori
e non contiene progetti di sviluppo futuro, di rinnovamento, di rilancio del servizio pubblico nell’interesse dei cittadini e della cultura di questo paese.

Sono inoltre urgenti gli investimenti per la riqualificazione tecnologica che rendano possibili le sfide della nuova frontiera digitale, come accade in molti paesi europei. Questo piano industriale non li garantisce.

Infine, il nostro sciopero non è stato proclamato per rivendicare incrementi salariali, ma per farvi sapere che la Rai, patrimonio di tutto il paese, attraversa una crisi che non porterà benefici ai cittadini.
Contrariamente farà gli interessi di chi, attraverso appalti ed esternalizzazioni, avrà assegnata la produzione televisiva e potrà realizzarla con meno vincoli sui contenuti trasmessi e senza tutele per i lavoratori". (allo sciopero del personale Rai si associano anche molti collaboratori e conduttori anche se questi ultimi sono soggetti extra azienda, con ancor meno tutele e senza alcuna rappresentanza sindacale ndr)

martedì 7 dicembre 2010

GIALLO A BAGRAM

Un tu per tu con Karzai saltato e al suo posto un incontro tenuto nascosto con chi vorrebbe sostituirlo. Un giallo afgano circonda il viaggio “a sorpresa” di Barack Obama nella base di americana di Bagram. Un viaggio preparato con molto anticipo e con in agenda un nuovo futuro nella leadership del Paese

Non sono stati i file di Wikileaks a far arrivare Barack Obama a sorpresa, nella notte tra il 3 e il 4 dicembre, alla base aerea di Bagram in Afghanistan. E il viaggio, preparato da mesi secondo le ammissioni ufficiali, non aveva lo scopo di favorire un incontro, che infatti non c'è stato, tra il presidente americano e il suo omologo afgano. Anzi, l'esatto contrario. Tanto che la conversazione telefonica tra i due personaggi, preferita a una visita a Kabul e addirittura a una videoconferenza, è durata solo 15 minuti.
Obama, dicono più fonti a Kabul, aveva in programma da almeno quattro mesi un incontro segreto con alcuni personaggi di spicco sia dell'entourage del presidente, sia dell'opposizione. Gente che sapeva del suo arrivo “a sorpresa” e che si sarebbe intrattenuta col presidente americano con un tema ben preciso in agenda: la possibile sostituzione di un presidente insediatosi poco più di un anno fa per il suo terzo mandato...(CONTINUA su Lettera22)

domenica 5 dicembre 2010

AVERE VENT'ANNI A KABUL

Proprio dietro allo stadio, un tempo luogo di esecuzioni pubbliche adesso ritornato tempio sportivo, c'è un vasto locale senza insegne e con un piccolo parcheggio davanti. Quando entrate, se non fosse per le shalwar kemeez, i camicioni che si portano sotto un lungo gilet multitasche e che costituiscono l'abito nazionale, vi sembrerebbe di essere in un qualsiasi bar attrezzato della Vecchia Europa. Nel largo salone rettangolare ci sono oltre una decina di tavoli da biliardo, le luci basse per curare la mira, folle di curiosi e abili giocatori con la stecca e il gesso in mano. In gran parte sono ragazzi (rigidamente maschi) che hanno in questo insospettabile ritrovo di gioco uno dei rari luoghi dove un giovane può prendersi un paio d'ore di svago a Kabul. Ci sono anche ragazzi “moderni”, con giacconi di cuoio o finto cuoio, i capelli lunghi, le scarpe rigidamente a punta. Qualche moto fuori dal locale, e anche il bulletto di turno che se la tira, come in ogni luogo pubblico del mondo.

Ma se lasci la sala da biliardo ed escludi i ristoranti, da sempre e ovunque luogo di ristoro dello spirito oltreché dello stomaco, avere 16 o 24 anni a Kabul non è granché. Qualche passeggiata al parco con gli amici o un salto al bazar e, per chi ha più soldi, la possibilità – impensabile solo qualche anno fa – di sedersi in un ristorante per accarezzare lascivamente la mano della propria bella che, per l'occasione, fa scendere il velo sulla metà del capo, esibendo capelli lucidi e corvini.
Ma la città offre questi svaghi solo a chi ha soldi in tasca e, come spesso accade, i quattrini della comunità internazionale si sono incanalati assai poco verso attività o occasioni per i giovani. E questa è Kabul, figurarsi nel resto del paese.

Da quando si nasce
, in Afghanistan (e considerando il fatto che sopravvivere al parto è una scommessa in uno dei Paesi con la più alta mortalità infantile del pianeta), la vita è tutta una sfida. Soprattutto negli ultimi trent'anni, da quando cioè ai rischi tradizionali legati alla povertà, si è aggiunta la guerra. Secondo le organizzazioni umanitarie, tanto per dirne una, 850 ragazzi ogni giorno muoiono per cause legate più o meno direttamente alla loro condizione sociale: spesso per una semplice malattia polmonare o una diarrea che un antibiotico a basso costo curerebbe senza problemi. Eppoi c'è la guerra: delle oltre 2mila vittime civili che ogni anno il conflitto mette a bilancio (più 31% nei primi sei mesi del 2010), la percentuale di donne e bambini resta elevatissima. Al netto delle mine che ancora continuano a minacciare chi attraversa un campo.
La Fondazione tedesca Friedrich Ebert Stiftung si è inventata un'attività “Giovani leader” che, detta così, fa sorridere. Ma che sembra funzioni bene. Son gruppi di ragazzi che si riuniscono e, parlando in inglese, discutono e polemizzano sui temi più svariati. Ha avuto successo: è una delle poche cose che un ragazzo può fare da queste parti. Anche se non è per tutti: sapere l'inglese vuol dire che siete già tra i privilegiati che vanno all'Università.

Al parco di Sharenaw, nel cuore della città, se ne vedono di ragazzi a passeggio anche se le femmine le incontri soltanto quando escono da scuola o accompagnate dalle madri in giro per la città. Nella capitale, specie nel centro, il burqa è quasi un ricordo: jeans e tacchetti, rossetto e unghie laccate anche se con il velo ben calcato in testa. Nella piazzetta vicino al cinema (ce n'è più d'uno con film indiani o pachistani), un tipo affitta motorini monomarcia: un giro a tutta birra e il giorno di festa (il venerdi ovviamente) prende già un tono. Più in là si gioca a pallone o a cricket, uno sport che ora va per la maggiore e che, se non è nel parco di Sharenaw, si può praticare nel largo spiazzo antistante lo stadio. Ma ci sono anche una quantità di piccoli cenciosi ragazzini che vendono gomme da masticare o si trascinano con la loro scatola di legno o cartone, un piccolo laboratorio improvvisato nel quale ci son spazzole e lucido da scarpe. Arte di arrangiarsi, oltre le elemosina, per i circa 4mila bambini di strada di Kabul. Vita grama e, di recente, al centro di una polemica.

Si tratta della gaffe “infantile” in cui un diplomatico di lungo corso come Marrk Sedwill, Senior Civilian Representative della Nato a Kabul (rappresentante civile) è clamorosamente incorso alcuni giorni fa quando, durante un'intervista con la Bbc, si è esibito nell'improvvida descrizione di Kabul come di una sorta di città felice, dove un bambino, assai meglio che a Londra, Glasgow o New York, può vivere – a detta sua – correndo meno rischi. Gli sarebbero bastati quattro passi a Sharenaw, che non è molto lontano dal suo ufficio, per rendersi conto che persino lì, a due passi dalla Green Zone (il blindatissimo quartiere delle ambasciate dove vive l'élite occidentale), vaga un numero indefinito di ragazzini coi vestiti laceri, in molti casi vittime, oltreché dell'endemica povertà, di qualche perversa macchina dell'elemosina gestita dai più grandi, dai parenti o da chi sfrutta gli orfani della guerra.

Le reazioni indignate di organizzazioni umanitarie come Save the children o dello stesso Consiglio municipale di Glasgow sono arrivate in un batter d'occhio proprio per ricordare a Sedwill che in Afghanistan i minori muoiono ogni giorno sotto le bombe e che, poco meno di un migliaio fra loro, sono vittime quotidiane di diarrea o malattie effetto, seppur indiretto, di trent'anni di guerra. Del resto se quella di Sedwill è un'improvvida gaffe forse dettata dalle migliori intenzioni (si è poi in qualche modo giustificato), la verità è che la comunità internazionale vive così blindata negli appartamenti corazzati che formano la Zona verde di Kabul, che la distanza dal mondo reale, resa ancora più estesa dalle rigidissime norme di sicurezza, li rende forse impermeabili alla condizione degli afgani. Giovani e meno giovani. Ma l'uscita di Sedwill è anche il segno di un'ignoranza del problema. Una superficialità grave nei confronti di un largo segmento della società afgana.

L'opinionista Fabio Mini
ha scritto recentemente (http://www.ntnn.info/it/articles/l-afghanistan-e-le-generazioni-perdute.htm) che “Una grande minaccia all’Afghanistan che non viene né dai talebani né dai signori della guerra, viene dalla mancanza di recupero delle “generazioni perdute”.... perdute in morti, in feriti, in invalidi permanenti, in genitori mai nati, in anni di mancanza d’istruzione e in mancanza di prospettive di vita dignitose. Nel momento in cui il paese ha avuto bisogno di risollevarsi si è trovato senza leadership, senza una classe sufficientemente istruita per assumere le responsabilità dell’amministrazione del proprio paese (e) si è dovuto affidare a famelici legulei stranieri, pagati a peso d’oro, che hanno preteso di riscrivere le leggi che funzionavano ed imporre altre leggi che stravolgono la cultura e che risultano incomprensibili oltre che inaccettabili”.

Le parole di Mini sono il segno di un disinteresse che costerà un caro prezzo. Forse c'è ancora una piccola finestra per capirlo. Capire che lo sviluppo di un Paese non sono solo strade e ponti ma un investimento sul futuro che passa anche per i giovani ventenni senza lavoro e senza prospettive che bazzicano il parco di Sharenaw. Altro che Londra e Glasgow.