
La trasmissione dedicata da Radio Radicale a "Due pacifisti e un generale", condotta da Francesco De Leo (Settimana internazionale) e andata in onda l'ultimo dell'anno

E' uscita una raccolta (la prima) di reportage di Toni Fontana ("Dal nostro inviato", edizioni l'Unità, euro 10) che è stata presentata qualche giorno fa a Roma. A parte la prefazione di Veltroni che non è nulla di che e quella di Mario Marazziti che non è affatto male, molti dei racconti di Toni valgono una (ri)lettura. Splendido lavoro di archivio di due suoi colleghi dell'Unità. Lo ricordo volentieri e stamattina gli ho fatto un piccolo omaggio radiofonico perché Toni fu una delle prima voci di Radio3mondo
Proprio mentre il governo di Hamid Karzai rende noti i dati sull'aumento – del 76% nella sola settimana passata – delle vittime civili in Afghanistan, il governo americano si appresta a spingere ancora di più sulla cosiddetta strategia dei droni, l'utilizzo cioè di omicidi mirati con gli aerei senza pilota, e con operazioni delle forze speciali in territorio pachistano. La scelta riguarda il Pakistan ma coinvolge ovviamente l'Afghanistan, sia perché è il luogo di partenza degli aerei e dei commando di terra, sia perché anche in Afghanistan la politica dei bombardamenti, ribadita della revisione strategica resa nota dalla Casa bianca il 16 dicembre, resta un punto altamente critico.
Un nuovo spunto lo fornisce Wikileaks coi cablogrammi che da Bruxelles andavano a Washington. Quello che riguarda una riunione del dicembre scorso, in cui figura anche l'ex ambasciatore italiano Ettore Serqui (all'epoca inviato speciale Ue a Kabul), raccontano proprio i particolari pre elettorali. Alla riunione partecipava Richard Holbrooke, il negoziatore americano morto qualche giorno fa, il ministro degli Esteri svedese Carl Bildt (la Svezia era presidente di turno alla Ue): entrambi, mostrando un sano realismo, ripeterono quanto già detto un anno prima in occasione delle presidenziali, cioè che le elezioni andavano rinviate almeno di qualche mese per garantire trasparenza e un corretto processo elettorale. Anche Sequi era d'accordo tanto che i presenti accettarono il suo consiglio che era quello di far in modo che, in caso di rinvio, Karzai non perdesse la faccia proprio di fronte alla comunità internazionale. Che non facesse insomma da capro espiatorio. Ma poi, probabilmente su pressione di altri esponenti dell'Amministrazione Usa (l'ambasciatore a Kabul Eikenberry ad esempio, che era in rotta di collisione con gli europei), vinse la tesi delle elezioni subito e a ogni costo.
La vicenda rivela molte cose: quanto Holbrooke in realtà fosse isolato proprio nell'Amministrazione che lo aveva scelto come inviato speciale. Come gli europei fossero potenzialmente più ragionevoli degli americani e il ruolo della Turchia che, pur giocando a far squadra con l'Europa, era molto vicina alle posizioni di Karzai, comprese per altro assai bene anche da Sequi. Ma spiega anche l'astio di Eikenberry con gli europei perché Bildt si oppose al suo desiderio di assumere un ruolo rilevante nel quartiere generale Nato a Kabul che la Ue voleva meno americano. Ce n'è anche per Catherine Ashton, attuale capo della diplomazia europea. Bildt fu caustico: ottima per battaglie burocratiche ma con...nessuna conoscenza della politica estera.
Via dall'Afghanistan in modo responsabile. Inizio del ritiro confermato a luglio 2011 da un Paese dove Stati uniti e Nato stanno comunque facendo progressi: indeboliscono Al Qaeda, tengono sotto scacco i talebani, aumentano il loro controllo sul territorio mentre i numeri dell'esercito afgano dicono che cresce a ritmi più elevati di quanto non prevedesse la Nato stessa. Visto dall'angolo del tavolo di Barack Obama, che ieri ha reso nota la “review” della strategia americana in Afghanistan , il bicchiere è insomma mezzo pieno. Ma i però, i se, i ma restano tanti. Anche perché, mentre la Casa Bianca dice la sua edulcorando un messaggio che tralascia di parlare del problema della corruzione che attanaglia il governo di Karzai e delle dirette responsabilità del Pakistan, due rapporti riconducibili al National Intelligence Estimates (Nie), dunque a sedici agenzie di intelligence nazionali, dicono l'esatto contrario: senza un maggior impegno di Islamabad, che pare assai riluttante a mettercelo, ogni sforzo militare americano è destinato a fallire. Già minato com'è, tra l'atro, da un governo “fragile e corrotto” che comanda a Kabul.
Il dovere diplomatico lo porterà poi altrove, soprattutto in quella che sarà la sua missione per eccellenza e che culminerà nel negoziato di Dayton e si concluderà con “To End a War”, un libro sui Balcani che gli varrà, nel 1988 sul New York Times, la menzione tra i migliori libri dell'anno. Il personaggio poi si allontana dalla scena politica primaria e si dedica all'attività privata nella quale si divide tra le consulenze a grossi gruppi come la Lehman Brothers o ad associazioni umanitarie come Refugees International ma senza dimenticare, pur se defilato, di sostenere le campagne presidenziali di Gore e Clinton. Né si può immaginare che il paesaggio politico americano dell'era Bush gli possa offrire un palcoscenico adatto alla caratura di un uomo che preferisce il negoziato alle armi e le parole alla spada: l'uomo che aveva chiesto di far parte dei Peace Corps (un programma per volontari del governo Usa) nel Marocco degli anni Settanta.
Appena Holbrooke viene nominato inviato speciale, tutti emulano la scelta americana. I britannici per primi e poi tutti gli altri, compresi gli italiani (che già ne hanno uno – l'attuale ambasciatore in Corea Sergio Mercuri – ma che si affrettano ad appuntare l'ambasciatore Massimo Attilio Iannucci, ora in partenza per Pechino e adesso sostituito da Gabriele Checchia). Il cambiamento sta tutto li, in quella doppia accezione: Afghanistan più Pakistan che sembra, all'epoca, segnare una svolta che però tarda ad arrivare. “Time” ironizza su un Holbrooke, diventato da opinionista del Post inviato speciale del presidente, con parecchie gatte da pelare in un groviglio pachistano-afgano con molti nodi e un pettine stretto. Da metà del 2009 la stella di Holbrooke pare in effetti già oscurata da quella del generale McChrystal, con la sensazione che, tutto sommato, alla fine anche Obama preferisca dar più retta ai militari che non ai diplomatici. Sensazione che si fa più netta con l'arrivo di David Petraeus, falco in divisa per eccellenza. Il resto è un silenzio anche un po' imbarazzante, gravato fors'anche dalla sfortunata degenerazione sanitaria. 
Ma se lasci la sala da biliardo ed escludi i ristoranti, da sempre e ovunque luogo di ristoro dello spirito oltreché dello stomaco, avere 16 o 24 anni a Kabul non è granché. Qualche passeggiata al parco con gli amici o un salto al bazar e, per chi ha più soldi, la possibilità – impensabile solo qualche anno fa – di sedersi in un ristorante per accarezzare lascivamente la mano della propria bella che, per l'occasione, fa scendere il velo sulla metà del capo, esibendo capelli lucidi e corvini.
Le reazioni indignate di organizzazioni umanitarie come Save the children o dello stesso Consiglio municipale di Glasgow sono arrivate in un batter d'occhio proprio per ricordare a Sedwill che in Afghanistan i minori muoiono ogni giorno sotto le bombe e che, poco meno di un migliaio fra loro, sono vittime quotidiane di diarrea o malattie effetto, seppur indiretto, di trent'anni di guerra. Del resto se quella di Sedwill è un'improvvida gaffe forse dettata dalle migliori intenzioni (si è poi in qualche modo giustificato), la verità è che la comunità internazionale vive così blindata negli appartamenti corazzati che formano la Zona verde di Kabul, che la distanza dal mondo reale, resa ancora più estesa dalle rigidissime norme di sicurezza, li rende forse impermeabili alla condizione degli afgani. Giovani e meno giovani. Ma l'uscita di Sedwill è anche il segno di un'ignoranza del problema. Una superficialità grave nei confronti di un largo segmento della società afgana.