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mercoledì 31 agosto 2011

IL VIAGGIATORE CHE DIFENDEVA LA GEOGRAFIA

La prima guerra contro la Geografia
nelle scuole non è un’innovazione
della signora Gelmini:
da anni si cerca di cassare
l’insegnamento di questa disciplina.
In una delle prime riunioni
di docenti, ricercatori, studenti
e viaggiatori alla Società
geografica italiana, l’ospite
d’onore era stato Giacomo Corna
Pellegrini. Allora sulla soglia
della pensione, Corna Pellegrini
aveva fatto della geografia, come
d’abitudine, una difesa appassionata,
basata non solo
sull’utilità scientifica ed economica
della geografia ma anche
sul significato profondo che la
conoscenza dei luoghi ha sullo
spirito, la mente, l’anima.
Si è spento nella sua casa di
Milano alcuni giorni dopo una
lunga malattia che sembrava
impossibile per la tempra di un
instancabile produttore di scritti
e, soprattutto, grande viaggiatore.

E si, l’uomo che, dopo
Gambi, aveva fatto dell’Università
degli studi di Milano il centro
della geografia umana (circondato
da nomi importanti
della geografia italiana che fortunatamente
proseguono il suo
lavoro), era in realtà anche un
grande viaggiatore e aveva fatto
di quest’arte (intellettualizzata
nella “geografia della percezione”)
il corollario necessario
alla ricerca: la qualità ineludibile
per il geografo per capire
il territorio, interpretarne i mutamenti,
prevederne il futuro.
“Il Giacomo”, come si dice nello
slang milanese, se doveva scrivere
un libro sul Sudest asiatico
prendeva la valigia e andava
sul Mekong.

E se doveva metter
mano a una ricerca sui sobborghi
di Lodi pigliava la corriera
e ci faceva un giro a piedi,
per soppesare coi passi i cambiamenti
freddamente descritti
dal laureando o dal collega.
In tempi in cui la geografia resta
un bene comune a rischio
di scomparsa, non solo è utile
ricordare le persone che hanno
incarnato la battaglia per difenderla,
ma diventa necessario
che quel testimone venga raccolto,
come di fatto avviene in
molte scuole – elementari, secondarie,
universitarie – dove
una schiera di maestre, professori,
docenti insegna una materia
che oggi, inevitabilmente, è
soprattutto un baluardo contro
la barbarie ambientale e l’appiattimento
dei paesaggi.

Di questa battaglia, nel ricordare
e salutare “il Giacomo”,
è simpatico pensare che resta
corredata da quel piacere di
viaggiare che Corna Pellegrini
avrà saputo mettere anche nel
suo ultimo viaggio. Avrà chiesto
a San Pietro, non le chiavi
del Paradiso ma la mappa per
passare anche a dare un’occhiata
al Purgatorio.

lunedì 29 agosto 2011

OPPIO, TERRA E GUERRA IN AFGHANISTAN


Nel giugno dell'anno scorso Viktor Ivanov, a capo del Servizio narcotici della Federazione russa, spiegò in un forum internazionale sul narcotraffico che Mosca intendeva sostenere la creazione di un archivio della proprietà terriera in Afghanistan. In altre parole la costruzione di un catasto. Che non esiste o esiste solo in forma ridotta.

Ivanov diceva dunque quel sarebbe stato opportuno spiegare diversi anni fa: come si può mettere mano al problema della produzione di oppio se non si conosce chi possiede e protegge i campi coltivati a papavero? Apparentemente una banalità ma così a lungo ignorata che il catasto afgano è ancora quello – monco – cui mise mano con un riforma, una quarantina d'anni fa, re Zaher Shah. L'ultimo monarca afgano.

In Afghanistan infatti, oltre ai “ignori della guerra” ci sono anche dei “signori della terra”, proprietari terrieri che spesso sono anche “signori della guerra”. Oppure ci sono dei signori della guerra a vario titolo (commander più o meno importanti) che, col tempo, sono diventati signori anche della terra.
Il rapporto tra terra e guerra, proprietà fondiaria e conflitto, potere (militare) sul territorio e relazioni sociali, costituiscono alcuni degli aspetti meno indagati della storia recente del Paese: lacuna che finisce per far ignorare, e/o considerare come secondario, il problema del possesso della terra, delle relazioni economiche tra possidenti, affittuari o contadini poveri e la catena di relazioni sociali connesse (non ultimo il ruolo delle donne nei matrimoni combinati e il loro valore come merce di scambio nel mondo rurale). Elementi che in un Paese eminentemente agricolo contano in maniera preponderante: la proprietà della terra e il suo controllo, sembrano invece fattori tanto importanti quanto sotto stimati e studiati, salvo rarissime eccezioni. Eppure proprio il “nuovo ordine” economico e sociale, importato in Afghanistan con la cacciata dei talebani nel 2001, ha innestato o favorito liberalizzazioni e alienazioni di beni pubblici, utilizzo del suolo (un aspetto strettamente connesso alla produzione di oppio e al narcotraffico), speculazione edilizia e occupazione di terreni demaniali in assenza quasi totale di regole e di archivi di riferimento e in un quadro di scarsa attenzione al problema della legislazione in materia di diritti di proprietà. Temi che hanno ottenuto scarsa considerazione nel processo di state-building (o rebuilding) da parte della comunità internazionale e dello stesso governo afgano.

Quanto all'oppio in sé, il problema della sua produzione ci sembra solo in parte risolvibile con strategie di eradicazione, sostituzione o monopolio di Stato delle coltivazioni, che sono i temi su cui si incentra il dibattito: affrontato in sostanza come un problema di contadini poveri che, per sfamarsi, preferiscono l'oppio alle patate. In gran parte ci sembra invece che si tratti di un nodo che ha a che vedere più con il possesso della terra che co di ruolo di agricoltori bisognosi che, il più delle volte, sono solo mezzadri, braccianti e landless. E' ai loro “padroni” che bisognerebbe guardare. E dunque al catasto - se ci fosse - che certifica proprietà e gestione della terra...(segue su Lettera22*

*Dossier pubblicato sul quotidiano "Terra"

mercoledì 24 agosto 2011

PICCOLE CITTA' CRESCONO (MALE)


Dice un vecchio adagio che non bisognerebbe mai tornare nei luoghi che si è molto amati. Ma pochi posti al mondo tradiscono la memoria come Kathmandu. La malattia di Kathmandu, un villaggione contornato di pagode e templi attraversato dallo zafferano e bordeaux dei monaci tibetani e dai colori tersi di un cielo intenso disteso su prati di un verde al confine tra il pastello e la speranza, si chiama inurbamento. Che, qui come raramente altrove, rima con degrado. Dove sono le casette coi muri a calce ocra e le finestrelle azzurre? Spazzate via da un mostro urbano. E anche se nei tempi andati il Nepal era un Paese così povero che si moriva spesso già nella pancia della propria madre ancor prima di vedere le vette innevate dell’Annapurna, quella piccola città montana, avvolta nelle nebbie del primo mattino quando vi appariva alla discesa dal passo che conduce nella valle, era davvero uno spettacolo ineguagliabile: edifici eleganti in muratura sormontati da tetti a pagoda e intarsi lignei praticamente su ogni porta o finestra.

I templi della piazza di Durbar e le lunghe scampagnate fuori porta – rigidamente in bicicletta – per raggiungere Patan o Baghdaon, due piccole Kathmandu in miniatura a un pugno di chilometri dalla capitale. Non era un sogno. Era Kathmandu. Il paesaggio della valle odierna, dipinto da una città cresciuta a dismisura, è oggi un bizzarro puzzle di ciminiere che circondano un’area urbana, un tempo dimora di qualche migliaio di persone, divenuta una metropoli senza soluzione di continuità. Le piccole fabbriche sfornano mattoni per un’edilizia in costante aumento e anche la capitale nepalese si è candidata a diventare quella che, in gergo tecnico, si chiama “Mur”: Mega-urban region. Agglomerati urbani che comprendono più centri collegati tra loro in maniera indissolubile, tanto che oggi Patan e Baghdaon sono solo due piazze della grande Kathmandu.

Il dato numerico aiuta a capire: se Londra ci ha messo 130 anni per arrivare da uno agli attuali 8 milioni di abitanti e Bangkok, per ingigantirsi, ne ha messi 45, a Kathmandu son bastati meno di vent’anni, tanto è durata l’insurrezione maoista che molto ha contribuito alla crescita esponenziale della città. La Kathmandu metropolitana che conta oggi 35 distretti (di cui uno solo è il centro propriamente detto), negli anni Settanta non arrivava a 200mila abitanti. Adesso ne ha quasi 700mila ma oltre 1,2 milioni se si considera l’intera area urbana. In termini assoluti non è molto (su 30 che abitano il Nepal) ma ciò che è impressionate è la percentuale di crescita: 5%! Nei territori palestinesi, che conoscono un’urbanizzazione selvaggia, questa percentuale è del 3,5%. Come in Somalia, dove c’è un conflitto che dura da oltre vent’anni, o in Sierra Leone, un altro luogo dove la guerra ha spinto la gente nella città. Ma a Kathmandu è successo qualcosa di ancor più pazzesco che in Palestina o in Somalia. Anche perché di città ce n’era – e ce n’è – praticamente solo una: la capitale. Il gioiello di famiglia. Oggi ormai solo il riflesso di una luce sempre più tenue.

RESTEREMO SINO AL 2024?

Gli americani non lasceranno l'Afghanistan prima del 2024. Quanti resteranno dopo il 2014, la data teoricamente fissata per il ritiro, ancora non è chiaro né lo sarà a breve. Ma, stando a un'indiscrezione del Daily Telegraph, in qualche modo confermata dal ministro degli Esteri afgano Spanta, un accordo sarebbe già sotto traccia per garantire al traballante governo di Hamid Karzai di stare in piedi oltre quella data. Dovrebbe essere presentato e avallato nella Conferenza di Bonn che si terrà a fine anno in Germania, a dieci anni dallo storico summit che disegnò il nuovo Afghanistan nato dalle ceneri dell'invasione del 2001.

A quanto pare sarebbero le Forze speciali la truppa d'élite che rimarrebbe in Afghanistan con compiti ancora non chiari, al netto di un battaglione di agenti dei servizi che, com'è noto, non sono mai inclusi negli accordi alla luce del sole. Dunque Bonn potrebbe segnare, come già la Conferenza di Kabul l'anno scorso, un nuovo paletto. Spostando la data del ritiro dal 2014 al 2024. Resteremo anche noi per altri 12 anni?

Frattini è stato laconico. Si è parlato di un inizio del ritiro delle truppe italiane nel 2012 ed è stata ventilata una riconsegna agli afgani dell'area sotto nostro controllo entro il 2014. Ma è legittimo immaginare che, se le indiscrezioni del Telegraph fanno senso, anche l'Italia stia pensando a una presenza in Afghanistan che potrebbe protrarsi oltre quella data. O no? Se si, con quali compiti? Addestramento o contro insurrezione? Per ora la preoccupazione maggiore sembra quella di tenere in piedi il traballante governo di Karzai finché non sarà più chiaro il destino del Paese. Ma presupporre una presenza militare sino al 2024 significa anche immaginare che non esista una soluzione pacifica in vista. Che può essere garantita, ancorché a scalare, da una dipartita definitiva delle truppe straniere presenti sul suolo afgana. Precondizione dei talebani - sarà bene ricordarlo - per avviare una seria trattativa con Kabul.

Se Bonn dovesse sancire che soldati americani e Nato resteranno in Afghanistan per altri 12 anni anziché per due, le cose si faranno più complicate. Può darsi che le vittorie libiche abbiano ringalluzzito i comandi militari ma non dovrebbero fuorviare gli orientamenti politici che saggiamente avevano fissato a una data più ravvicinata il ritiro delle truppe. Sarebbe semmai opportuno prevedere, più che un presidio senza fine degli eserciti attuali, la formazione di una missione internazionale di peacekeeping largamente condivisa con truppe che comprendano il maggior numero di Paesi: missione con mandato Onu, Ue, della Lega araba e della Organizzazione della conferenza islamica e chi più ne ha ne metta: sarebbe, oltre che una garanzia per gli afgani che temono un ritorno dell'oscurantismo, una proposta difficilmente contestabile dagli stessi talebani. Ma Bonn non sembra orientata in questa direzione. L'Italia nemmeno. E il successo della Nato in Libia rischia di farci credere che tutto sommato si può andare avanti così. Dimenticando troppo rapidamente un decennio di gestione fallimentare in quel Paese.

anche su Terra

venerdì 19 agosto 2011

OMAGGIO ALLA LUCE

Nur
(Luce)
Viaggio nell’altro Afghanistan.
Venezia Mostra fotografica dal 5 agosto al 1° ottobre
Loggia Foscara, Palazzo Ducale

Fotografie di Monika Bulaj

Spiega Monika Bulaj: "Un viaggio solitario nella terra degli Afghani. Dividendo il cibo, il sonno, la fatica, la fame, il freddo, i sussurri, il riso, la paura. Spostandosi con bus, taxi, cavalli, camion, a dorso di yak. Dal confine iraniano a quello cinese sulle nevi del Wakhan, armati soltanto di un taccuino e una Leica, fatti per l’intimità dell’incontro.
Balkh, Panjshir, Samanghan, Herat, Kabul, Jalalabad, Badakshan, Pamir Khord, Khost wa Firing. Uno slalom continuo per evitare i banditi targati Talib, seguendo la complicata geografia della sicurezza che tutti gli afghani conoscono. Parlando con gli afghani, ho scoperto che la guerra è una macchina miliardaria che si autoalimenta e che pur di funzionare arriva al punto di pagare indirettamente tangenti allo stesso nemico.

Rifiutando di viaggiare con un’unita’ militare – ‘embedded’ – protetti da un elmetto in kevlar, ho ritrovato un mondo che dalla Maillart a Bouvier gli europei amarono e che ora, dopo dieci anni di presenza militare, abbiamo rinunciato a conoscere. La culla del sufismo e di un Islam tollerante che, lì come in Bosnia, l’Occidente si ostina a ignorare. Un mondo odiato dai Taliban e minacciato dal nostro schema dello scontro bipolare.

Un Paese nudo e minerale
, dove un albero ha una maestà senza eguali e l’individuo non ha spazio per l’arroganza. Deserti dove il richiamo “Allah u Akhbar” suona più puro che altrove. Una terra abbacinante, dai cieli sconfinati, e così inondata di sole che bisogna rifugiarsi nell’ombra – interni, albe e crepuscoli – per ridare un senso alla luce, al fuoco, ai bagliori dello sguardo.
Un Paese disperato, dove la donna è schiacciata dal tribalismo e l’oppio è la sola medicina dei poveri, ma dove una straniera può essere accolta in una moschea e l’incantamento dello straniero è vissuto come una benedizione.
Una terra dove si rischia la vita solo andando a scuola e dove nelle periferie disperate i bambini si svegliano alle quattro del mattino per andare a prendere l’acqua con gli asini. Ma anche un Paese d’ironia, capace di ridere nei momenti più neri, rispettoso degli anziani, perfettamente conscio che il solo futuro possibile sta nella scuola, e nei bambini che domani saranno uomini.
Nel “giardino luminoso” dell’Afghanistan ho seguito d’istinto i suoi sentieri, trovando focolai di speranza nei luoghi più insperati, nel fondo più nero della disperazione".