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giovedì 29 dicembre 2011

LE ULTIME DA KABUL

Le ultime dall'Afghanistan dal CSM e da ToloTv:

China wins $700 million Afghan oil and gas deal

China’s National Petroleum Corporation became the first foreign company today to tap into Afghanistan’s oil and gas reserves. Officials estimate that the deal could be worth more than $700 million. In a deal finalized on Wednesday, China’s National Petroleum Corporation became the first foreign company to tap into Afghanistan’s oil and gas reserves. Chinese officials have estimated that the deal could be worth at least $700 million, but some say China could earn up to 10 times that. China has not participated in the war effort, but it has managed to gain the biggest stake in Afghan minerals. In 2007, China inked a $3 billion deal securing access to copper mines in Mes Aynak, south of Kabul...(source:Christian Science Monitor By Tom A. Peter, Correspondent, December 28, 2011 Kabul, Afghanistan)

Questa notizia riprende il discorso dell'avanzata cinese, sotterranea a silenziosa, per accaparrarsi le ricchezze del sottosuolo afgano. L'Afghanistan non ha pratiamente petrolio ma ha qualche interessante riserva di gas. E' vicino alla Cina e l'accordo sembra in realtà facilitare soprattutto i rapporti economici tra i due Paesi presto collegati da un'autostrada che, passando dalla valle del Panjshir, raggiungerà Kabul.



Taliban, US Agree Several Negotiation Points

A former leader of Taliban's Jaish-ul-Muslimin Movement said that some agreements have been made to negotiate with the US. Sayed Mohammad Akbar Agha, the former leader of Taliban's Jaish-ul-Muslimin Movement said that Qatar would be the best place for the Taliban to open an office. Some reports say that Sayed Tayeb Agha, Shahabuddin Delawar and Shir Mohammad Stanikzai who are close to Mullah Mohammad Omar the leader of Afghan Taliban have met with US representatives. Taliban have no problems in negotiating with the US, he added. Meanwhile, Afghan President Hamid Karzai for the first time agreed with a Taliban liaison office in Qatar.The leader of Taliban's Jaish-ul-Muslemin, Sayed Akbar Agha, says that the Taliban always welcomed a peace initiative....(source: TOLOnews.com, By Shakeela Abrahimkhil
Wednesday, 28 December 2011)

Akbar Agha è un ex comandante talebano che si è avvicinato da tempo al governo di Kabul. Perdonato da Karzai nel 2009, in galera dal 2004 (è uscito nel giugno 2010) conferma i contatti tra talebani e americani (e tedeschi) che starebbero portando all'apertura di un ufficio dei turbanti in Qatar. Inizialmente Karzai aveva sbattuto la porta e ritirato il suo ambasciatore a Doha perché tagliato fuori da una mediazione condotta, tramite il Qatar, da Germania e Usa e uscita come anticpazione sui giornali indiani (la cosa era piaciuta poco anche ai pachistani). Ora farebbe buon viso a cattivo gioco pur continuando a ribadire di preferire al Qatar la Turchia e l'Arabia saudita (come dargli torto? Specie pensando ad Ankara, più trasparente del Qatar nelle sue mire geopolitcihe e nel ruolo che intende giocare in Asia?). Islamabad che farà?

sabato 24 dicembre 2011

IL BRUTTO REGALO DI KARZAI NEL DOPO BONN

Cattivo regalo di natale del presidente afgano. Che licenzia tre membri della Commissione indipendente per i diritti umani

Se è vero che a noi, come agli altri occidentali, spetta di aiutare gli afgani a ricostruire il Paese dalle macerie della guerra (come ben spiega l’ambasciatore De Maio qui accanto), anche agli afgani spetta una parte non meno importante. In particolare al governo retto dal presidente Karzai, che ha però appena dato il segnale opposto. Cedendo alle pressioni dei suoi vice, ha dimissionato, a sorpresa, tre commissari della Aihrc (Commissione indipendente per i diritti umani), tra cui Nader Naderi e Fahim Hakim, due autorevoli membri che si sono distinti per autonomia e serietà (il terzo è Ghulam Mohamad Ghareb). Motivo ufficiale: termine del mandato. Ma Naderi ha lavorato a una mappatura degli abusi durante il conflitto, mentre Hakim è il personaggio che, durante il processo elettivo che ha portato alla delegazione della società civile a Bonn, più ha fatto per resistere alle pressioni che volevano snaturarla. I rimpiazzi: Mawlawi Mustafa Barakzai, mullah fedele a Karzai; Ayub Asif, che ha all’attivo soprattutto la sua permanenza all’estero; Qudria Yazdanparast, ex-parlamentare islamista, che ha come unico valore aggiunto, dicono a Kabu, l’esser una donna.

A Bonn si è parlato molto di coinvolgere la società civile nella ricostruzione ma ecco che si punisce e si leva di mezzo chi ha lavorato proprio a questo fine. Non un bell’inizio

martedì 20 dicembre 2011

137 MILIONI IN GRAN SEGRETO

Sapevate che l'Italia ha prestato a Kabul 137 milioni di euro per sistemare l'aeroporto di Herat? Non son proprio noccioline di questi tempi, ma la notizia è passata solo in qualche scarna nota di agenzia. Il ministero delle attività produttive, che ha condotto la trattativa, non ne ha fatto parola chissà se per via della polemica scoppiata quando si era saputo che il ministro Corrado Passera si era tenuto come aiutante, anzi rappresentante personale per Iraq e Afghanistan, il suo predecessore: il forzista Paolo Romani.

La nomina era stata difesa da Passera per le passate virtù irachene e afgane di Romani. Anche se, incalzato dalle polemiche, quello per Paolo era sembrato un incarico a tempo. Per fortuna ci han pensato gli afgani con un comunicato dell'ufficio di Karzai. Quel che sappiamo è poco: che Romani ha presentato un master plan per la ricostruzione dell'aeroporto di Herat messo a punto da tecnici italiani e che per il progetto abbiamo prestato a Kabul 137 milioni (un credito d'aiuto probabilmente ma gli afgani non dicono di più) per il polo aeroportuale e la costruzione di un raccordo stradale di 28 chilometri. Quali sono i termini del prestito? Quali aziende italiane ci lavoreranno? Cosa c'era di tanto fondamentale nel lavoro di Romani che non potesse essere fatto da Passera stesso o da qualcuno meno compromesso con la vecchia guardia?

Chissà se almeno
sul sito del ministero, dove la parola "Afghanistan" produce come ultima notizia una roboante intervista di Romani a "Il Giornale", ci daranno la risposta. Far lavorare le nostre aziende in Afghanistan va bene. Ma perché tanto segreto? La tracciabilità non è la parola d'ordine del governo Monti?

anche su Terra

domenica 18 dicembre 2011

LA GIORNATA DEL MIGRANTE

18 DICEMBRE 2011
Ideato e prodotto da Pilar Reuque (NoDi) e Patrizia Salierno (Rete internazionale donne per la Pace)

sabato 17 dicembre 2011

FUKUSHIMA, LA STORIA INFINITA


Il primo ministro giapponese Yoshihiko Noda ha annunciato l’arresto a freddo della centrale nucleare danneggiata dal terremoto che provocò lo tsunami dello scorso marzo. Dopo nove mesi la centrale di Fukushima è stata messa in sicurezza, non vi sono più reazioni nucleari nell’impianto, è minima la fuoriuscita di radiazioni nell’ambiente. Ma Greenpeace Giappone non ci sta e contesta i dati di governo e Tepco. Secondo Tokyo, sarebbe dunque terminata la fase di emergenza della maggiore crisi nucleare del Giappone e l’incidente di questo tipo più grave dopo quello di Cernobyl del 1986. Il governo ha sottolineato che l’obiettivo di raggiungere l’arresto a freddo e la messa in sicurezza dell’impianto entro la fine dell’anno è stato raggiunto. E il Giappone si prende anche il plauso dell’Aiea. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha infatti espresso il suo apprezzamento per i «progressi significativi» raggiunti dalla Tepco, il contestatissimo gestore della centrale nucleare di Fukushima.

«Il governo giapponese e la Tepco hanno fatto progressi significativi e hanno completato la seconda fase del piano d’azione entro la fine dell’anno, così come previsto», ha commentato in una nota il direttore generale dell’Agenzia, il diplomatico nipponico Yukiya Amano. Di tutt’altro avviso l’anima verde del Sol Levante. «Le autorità giapponesi sono chiaramente ansiose di dare l’impressione che la crisi sia giunta al termine, ma questo non riflette chiaramente la realtà», ha detto Junichi Sato, direttore esecutivo di Greenpeace Giappone, commentando l’annuncio del governo giapponese e dei funzionari della Tepco.

«Invece di usare i mezzi di comunicazione per alzare una cortina di fumo che nasconda il fallimento negli aiuti alle persone che vivono con le conseguenze del disastro, la priorità del governo - afferma ancora Sato - dovrebbe essere quello di garantire la sicurezza pubblica e iniziare la chiusura di tutti i reattori nucleari in Giappone. Tepco non ha raggiunto realmente l’arresto a freddo – accusano i verdi nipponici - quindi né la società né il governo dovrebbero rivendicare che il lavoro sia quasi finito. Materiale radioattivo - continua il direttore esecutivo di Greenpeace Giappone - sta ancora fuoriuscendo dal sito, e non è dato sapere lo stato esatto delle tonnellate di combustibile fuso all’interno dei reattori. Decine di migliaia di tonnellate di acqua altamente contaminata si trovano ancora nei reattori e negli edifici che contengono le turbine, con perdite in mare avvenute anche la settimana scorsa. La costante minaccia radiologica posta dal disastro nucleare di Fukushima rimane enorme».

Junichi Sato
non demorde: «Moltissime persone continuano a essere a rischio per le radiazioni causate dal disastro e non ricevono adeguato sostegno. A distanza di nove mesi coloro che hanno visto le proprie case e città contaminate dalle radiazioni sono ancora in attesa di aiuto da parte del governo e dei risarcimento di Tepco. Finora solo trentacinque case sono state decontaminate, delle migliaia colpite nella città di Fukushima. Le analisi più recenti effettuate da Greenpeace mostrano come ci siano ancora molti punti della città di Fukushima contaminati e come gli sforzi di decontaminazione siano stati finora inadeguati».

giovedì 15 dicembre 2011

LA GUERRA INFINITA VISTA DALL'ITALIA E DAGLI USA

Visita lampo del capo del Pentagono che vede il bicchiere mezzo pieno: «Resteremo anche dopo il 2014». Pure l’Italia fa i conti sul suo ritiro. Che non si sa quando inizierà. Intanto i talebani aprono un ufficio in Qatar e Kabul protesta

Il Segretario alla Difesa americano Leon Panetta, in visita in Afghanistan, è tranquillo e sereno. Il ministro italiano Di Paola, in visita a Palermo, anche. Entrambi pensano che in Afghanistan tutto stia andando per il suo verso. Per motivi differenti. Panetta è certo che «stiamo vincendo questo difficile conflitto». Chi si contenta gode, verrebbe da dire. Di Paola conferma il ritiro dei nostri soldati ma non dice quando. C'è tempo. Intanto Kabul striglia il Qatar dove i talebani starebbero per aprire un ufficio di rappresentanza.

leggilo su Lettera22

domenica 11 dicembre 2011

PERCHE' (NOI DI LETTERA22) SOSTENIAMO L'EDITORIA ASSISTITA

Nel giro di poche ore si decide il destino di 90 testate e 4mila lavoratori (che sono molti di più). Ma anche di 400mila lettori. Due buoni motivi per condividere la battaglia per tenerle in vita

Perché un webgiornale quotidiano e decennale che non vive di sovvenzioni statali dovrebbe prendere parte per quel quasi centinaio di testate che rischiano la chiusura se, nelle prossime ore, il governo Monti non ripristinerà almeno in parte i tagli decisi dal governo precedente? Tagli che rischiano di metter la parola fine a un segmento della stampa italiana per molti importante per altri superfluo?

(Vota il sondaggio su Lettera22)

Ci sono almeno due motivi: uno ideale e uno pratico, diciamo di bottega.
Quello ideale è noto a tutti: molte di queste testate, di cooperative o di partiti politici e in molti casi voce del mondo periferico delle realtà locali, sono un pezzo della nostra democrazia (dico molte, perché uno dei problemi del settore è la “pulizia” dai falsi giornali di cui si dovrebbe far carico la legge e la categoria stessa). Questi quotidiani, emittenti, settimanali, che vivono del soldo pubblico, senza questo chiuderanno e la loro voce sarà persa per sempre. Non vendono? Si, vendono poco, ma il loro contributo è immenso. E, detto fra noi, senza il soldo pubblico anche i grandi giornali sarebbero in difficoltà (hanno infatti il rimborso per la carta e le agevolazioni postali). Il denaro pubblico insomma aiuta la divulgazione delle idee e dunque la linfa vitale che dovrebbe circolare in ogni democrazia.

Il secondo motivo è invece molto pragmatico: Lettera22 non ha mai preso (direttamente) denaro pubblico né hai mai fatto richiesta per averne. Con difficoltà esistiamo da una quindicina di anni vendendo i nostri pezzi a testate nazionali, regionali o estere (cosa che ci consente di farvi leggere gratis il nostro sito). Ma, e qui viene il punto, una larga fetta dei nostri clienti sono giornali assistiti. Non potrebbe essere altrimenti perché il nostro tipo di lavoro non incontra molto i favori del mercato editoriale che si nutre di gossip, storie vacue e leggere, cronaca rosa. Se non esistessero il manifesto, il Riformista o Terra, per citare alcune delle testate per cui lavoriamo, Lettera22 chiuderebbe il giorno dopo. Ai 4mila posti di lavoro direttamente collegati all'editoria assistita e che si perderebbero (con l'aggravio del costo della cassa integrazione e quindi di un esborso ulteriore di denaro pubblico), dovremmo dunque aggiungere anche i giornalisti di Lettera22 o quelli di molte altre associazioni giornalistiche che, sempre di più, vengono utilizzate dai giornali di idee. Nessuno ci ha pensato, ma se chiudono quelle realtà, se ne va anche un altro pezzo “silente” (e non assistito) del giornalismo italiano.

Ecco perché il problema del manifesto o del Riformista (dell'Unità o di Ecoradio o di molte testate regionali) è un problema nostro, anzi di tutti. Persino dei grandi giornali (apparentemente non assistiti) che, bontà loro, danno un rilievo minimo al rischio chiusura di 90 testate. Mi chiedo perché. Oggi La Repubblica, strenuo difensore della libertà di stampa, ha pubblicato un boxino quasi ridicolo che dà voce al direttore del manifesto Norma Rangeri. Che spreco di spazio per un giornale dalla così imponente foliazione! A pensare male verrebbe da chiedersi se non facciano gola quei 400mila lettori che la chiusura dell'editoria assistita lascerebbe senza giornale. A pensar male si potrebbe ipotizzare che se spariscono quei piccoli giornali, a maggior ragione non saranno toccati i rimborsi per la carta e le tariffe postali agevolate di cui i grandi giornali godono. Forse è solo distrazione, chissà. A certe dimenticanze di Repubblica siamo abituati (vedi la vicenda Romani/Passera). E lo stesso vale per il Corrierone. Si dice che “cane non morde cane” e che dei colleghi non si parla male. Ma qui non è questione di colleghi, semmai di consigli di amministrazione per i quali la chiusura dei fratelli minori non dev'essere in cima alle preoccupazioni.

A maggior ragione dunque devono resistere i piccoli giornali. Ovviamente anche quelli per cui non lavoriamo. Questo è il nostro piccolo contributo: da chi non prende soldi dallo Stato né ha rimborsi per la carta o tariffe postali agevolate e da chi non ama le sparate alla “Grillo” che una volta, dopo aver detto peste e corna del manifesto, raccontò sul palco di Torino una vicenda tristissima in presenza della suo protagonista....che gli ricordò che la vicenda che stava ricordando era stata pubblicata proprio dal giornale “dalla parte del torto”.

Noi che di tesoretto abbiamo solo voi, i nostri lettori, non vi chiediamo soldi ma la solidarietà per i giornali “assistiti” (che leggete spesso attraverso “Lettera22”) e che consentono a noi di continuare a lavorare (e a voi di leggere e pensare). Assistiamoli assieme. E' l'unica forza che hanno.

venerdì 9 dicembre 2011

PASSERA/ROMANI, PARLAMENTARI E CITTADINI CONTRO LA NOMINA

E' bufera sulla nomina di Paolo Romani a rappresentante personale di Corrado Passera rivelata da Lettera22 sul quotidiano Il Riformista giovedi. In parlamento intervengono il capogruppo Pd in Commissione attività produttive Andrea Lulli e Leoluca Orlando dell'Italia dei Valori ma in un sondaggio pubblicato su Lettera22 dicono la loro anche i lettori: per il 71% dei votanti Passera dovrebbe destituire Romani seduta stante. Per il 14% dovrebbe intervenire Monti. Per il restante 14% Passera dovrebbe ignorare.

In parlamento il Partito democratico vuol saperne di più sulla controversa decisione del ministro Corrado Passera e il capogruppo del Pd nella Commissione attivita' produttive di Montecitorio, Andrea Lulli ha presentato oggi un'interrogazione sulla recente nomina dell'ex ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, a "Rappresentante personale" del ministro Passera per Iraq e Afghanistan. "Si tratta di una nomina in totale contrasto con l'esigenza di discontinuità nei confronti del passato governo -afferma Lulli- ed è per questo che chiediamo al presidente Monti se è stato messo al corrente della nomina di Paolo Romani, se la consideri in linea con gli impegni assunti nei confronti dei partiti che sostengono il suo governo e se il ministro dello Sviluppo economico sia al corrente dei contenuti della missione che si svolgera' dal 10 al 15 dicembre in Afghanistan a cui partecipera' Romani e se ritenga di metterne al corrente il Parlamento".

Nella nota diffusa oggi dal portavoce dell'Italia dei Valori, Leoluca Orlando, si legge invece:"Vogliamo credere che la scelta del ministro Passera sia una svista. Pertanto chiediamo l'immediata revoca della nomina di Paolo Romani a rappresentante personale del ministro per l'Afghanistan e l'Iraq. Il nostro Paese ha fior di esperti certamente più competenti di un uomo Mediaset ed ex ministro del governo Berlusconi. Qualora - aggiunge Orlando - non venisse revocato l'incarico, apparirà chiaro quello che in molti temiamo e cioè che questo sia un governo volto a garantire il massimo di continuità del sistema di interesse e di potere di Berlusconi con il suo minimo danno d'immagine".

Romani è atteso
per domani a Herat dove dovrebbe avere inizio la sua missione.

CASO ROMANI/ PASSERA: "UN VALORE AGGIUNTO"

Il ministro “tecnico” Corrado Passera del governo “tecnico” di Mario Monti, nomina suo Rappresentante per Iraq e Afghanistan un politico della passata legislatura, anzi il suo predecessore al ministero di cui è adesso titolare: il controverso ex sottosegretario, poi ex viceministro e infine ex ministro del dicastero per lo Sviluppo economico Paolo Romani.

La notizia, apparsa ieri su Il Riformista ma a cui il ministero di Via Veneto non aveva dato alcuna risonanza, non sembra impensierire Passera che non solo non si pente ma rilancia: «La nomina di Romani – dice – è un valore aggiunto». Al ministro dunque piace la continuità, anzi la rivendica: «C’è un valore nella nomina di Romani e della sua missione. Ci sarebbe stato un disvalore nell’interrompere i lavori in corso». Questo valore, spiega il ministro, risiede «nella specifica missione che Romani deve effettuare e che riguarda delle specifiche cose che stava portando avanti in quei territori prima che cadesse il governo Berlusconi». Cercando di venire al sodo suggeriamo che si tratti dell'aeroporto di Herat: «Questa è sicuramente una delle cose. Poi ci sono un paio di altri affari per le aziende italiane. Quindi Romani stava completando queste cose. Ora le potrà portare a termine». Un po' vago. Incalziamo anche perché fonti del ministero ci hanno appena riferito che per la gara dell’aeroporto di Herat ci sarebbero in ballo anche aziende vicine allo stesso Romani. Malevolenze? Maldicenze? Chiediamo al ministro se fatto questo controllo, se non ci sia un possibile conflitto d’interessi:« Ho fatto i controlli che bisognava fare. Ho parlato con tutte le aziende». Sereno insomma.

Tutto il contrario del clima che si respira in Via Veneto, dove la nomina di Romani non dev'essere andata giù a molti visto che una fonte sostiene che forse nemmeno Monti ne era al corrente. Difficile immaginarlo, anzi impossibile anche perché Passera aveva avvertito il 30 novembre almeno tre colleghi: il ministro della Difesa ammiraglio Giampaolo Di Paola, il sottosegretario Antonio Catricalà (che è anche logisticamente vicinissimo a Monti) e il titolare della Farnesina ambasciatore Giulio Terzi. Almeno tre perché tante sono le lettere ormai in libera circolazione, dopo l'uscita ieri de Il Riformista, che qualche gelida manina ha pensato bene di far circolare nelle redazioni. Imbarazzo insomma palpabile che però non sembra toccare Passera: a cui la nomina non sembra per nulla azzardata: «Romani stava seguendo queste due cose, sarebbe stato inutile interrompere dei lavori in corso: da una parte era semplicemente la conclusione e la consegna delle cose che aveva promesso il governo italiano in Afghanistan; dall’altra era una pratica che stava seguendo da tempo. Era nell’interesse delle aziende italiane che si completasse in questo modo, cioè con Romani che ha seguito personalmente queste pratiche». Parola d'ordine: continuità.

A quanto pare di capire comunque, la nomina sarebbe stata sollecitata dallo stesso Romani ma non sappiamo con quali argomenti. Che «L'Afghanistan è una specie di gigantesca miniera non ancora sfruttata», la teoria neocoloniale cara dell'ex titolare dello Sviluppo, è un fatto noto, ma cosa può aver convinto Passera a tenersi un personaggio un tantino imbarazzante per esser stato un ultra fedelissimo del Cavaliere, in tema di frequenze e di varianti urbanistiche, ancor prima che un febbrile apripista per le aziende italiane in Afghanistan e in Irak (la sua missione in calendario per la settimana a venire prevede anche una tappa a Mosul)? Purtroppo né Romani né il suo portavoce sono reperibili per un commento. Bisognerà dunque attendere questa famosa missione in agenda dal 10 al 15 dicembre per sapere con esattezza di che si tratta e quali sono le aziende interessate e se il mandato a Romani è una carta bianca a tempo indeterminato o per questo solo viaggio come “Rappresentante personale” del ministro. Nel frattempo non resta che congratularsi con l'unico politico, per di più dell'ancien régime, che ce l'ha fatta a passare l'esame da tecnico.

A due mani con Gianmaria Pica per Il Riformista

giovedì 8 dicembre 2011

IL GOVERNO TECNICO E IL POLITICO PER L'AFGHANISTAN

Nel governo “tecnico” di Mario Monti c'è un politico. E che politico. Addirittura un ex ministro del governo Berlusconi, che ha avuto in mano dossier importanti. Come quello delle telecomunicazioni, per dire del più controverso. Si chiama Paolo Romani e per un anno è stato a capo del ministero per lo Sviluppo economico dopo esserne diventato viceministro e prim'ancora sottosegretario. A richiamarlo al dicastero da cui era appena uscito dalla porta principale è stato Corrado Passera, l'attuale titolare della sede di Via Veneto. Ma senza suonare fanfare. Uscito dalla porta, Romani è rientrato dalla finestra. E con un incarico di tutto rispetto, anche se sul sito del ministero non se ne fa parola: l'ex assessore all'urbanistica a Monza ed ex ministro a Roma è infatti adesso “Rappresentante personale” di Passera per Iraq e Afghanistan, dove Romani sta per recarsi in missione a giorni. In ballo ci sono molti affari.

E' questo il motivo “tecnico” della nomina, come ha spiegato in una lettera a un collega ministro lo stesso Passera il 30 novembre scorso, fugando il possibile dubbio che potesse trattarsi di una semplice per quanto bizzarra omonimia: la presenza di Romani in Afghanistan si deve infatti al suo pregresso attivismo nell'area e «al rilevante interesse che questi due Paesi rivestono per le imprese italiane» che già operano o stanno per operare nella mezzaluna fertile o sotto le montagne dell'Hindukush. «Rafforzato dal fatto – aggiunge Passera nella nota – dalle missioni che lo stesso on. Romani vi ha tenuto durante il proprio mandato quale ministro per lo Sviluppo economico».

Che Romani la sappia lunga in fatto di Afghanistan è fuor di dubbio, come ha spiegato per filo e per segno a “Il Giornale” appena il 28 luglio scorso: l'Italia è in corsa per «...il nuovo aeroporto civile di Herat, la strada verso Chesti Sharif e quella che bypasserà il capoluogo per rendere più scorrevole il traffico dei camion provenienti dall'Iran...» e per realizzare, sempre a Herat, «la piattaforma logistica per collegare aeroporto a polo industriale e ferrovia da Ovest». Un'impresa che interessa diverse aziende del Belpaese, dall'Eni all'Enel passando per l'agroalimentare e l'industria del marmo. Romani, che nel 2011 ha firmato con i ministeri afgani degli Esteri, dell'Economia e delle Miniere un protocollo di cooperazione in campo economico e industriale, ha anche capeggiato una visita in Afghanistan di una trentina di aziende di energia, logistica e infrastrutture. Oltre al polo di Herat c'è in ballo anche il gasdotto “Tapi”, figlio di un accordo tra Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan e India, che passerà nelle aree controllate dai soldati italiani e prevede, lungo il percorso, la costruzione di due centrali termoelettriche che fanno gola a Enel, Eni e Saipem. I lavori inizieranno nel 2012 e dovranno concludersi nel 2014. L'Italia avrebbe messo a disposizione 150 milioni di euro in crediti d'aiuto a Kabul. Un piatto che fa gola.

Del resto, ha spiegato ancora Romani, «L'Afghanistan è una specie di gigantesca miniera non ancora sfruttata». Chi meglio dell'attivissimo ex ministro per sfruttarla nel segno della più totale continuità col passato? Indubbio che conosca bene i dossier (come, presumibilmente, i suoi ex direttori generali o i “tecnici” del ministero), che in Italia sia stato molto criticato per la sua parzialità nei confronti delle aziende dell'ex premier e che sia il volto migliore in Afghanistan per mostrare a Kabul che, a Roma, quando si scrive “tecnico” a volte ci scappa “politico”.

Questo articolo è uscito oggi su il riformista

mercoledì 7 dicembre 2011

STRAGE TRA GLI SCIITI AFGANI

Al calar delle tenebre i morti sono ormai quasi sessanta. I feriti ben oltre un centinaio. Il triplice attentato che ha colpito ieri tre centri sciiti a Kabul, Mazar-i Sharif (nel Nord) e a Kandahar (nel Sud) ha il bilancio di una strage in piena regola. Una strage con un obiettivo apparentemente religioso perché colpisce per la prima volta, con un attacco terroristico, non le truppe di occupazione e nemmeno le forze regolari del governo afgano. Tanto meno obiettivi civili internazionali. Colpisce una minoranza religiosa che si identifica con quel 15% di hazara che abita nel centro del Paese. Il kamikaze che si fa esplodere a Kabul (sono lì i quasi sessanta morti) e le due esplosioni che colpiscono a Mazar (almeno sei le vittime) e a Kandahar (fortunatamente solo feriti), traghettano in uno scenario già noto una nuova strana variabile e nuovo pericoloso interrogativo sull'ennesimo salto di qualità della guerra afgana. Un passo avanti oltre il baratro e verso un abisso che ricorda le stragi settarie del vicino Pakistan.

Non stupisce così che con una telefonata a Radio Mashaal – un'emittente radiofonica in lingua pashto – l'unica rivendicazione arrivi da un gruppuscolo radicale che ha le sue basi nelle aree tribali pachistane: il Lashkar-e-Jhangvi al Almi, legato ai qaedisti e considerato ancora più radicale del gruppo anti sciita capostipite del radicalismo settario in Pakistan, il Lashkar-e-Jhangvi (LeJ), fondato nel 1969 e fin dal 2001 messo fuorilegge da Islamabad perché organizzazione terroristica.

Nelle giornate dell'Ashura, 40 giorni in cui tra l'altro si commemora il martirio di Husseyn, figlio di Ali, cugino e genero del Profeta, gli sciiti raggiungono i luoghi di culto più noti, uno dei quali è la tomba dell'imam sciita Abu Fazal Wali, a Kabul. Passa di lì il corteo dei flagellanti, circondato da una folla che osserva, si accalca, prega, invoca. Tra le 11 e le 12 le strade sono sempre affollate: gente gomito a gomito, impossibile intercettare chicchessia o farsi largo tra la folla che sfila non lontano dal palazzo presidenziale o dal gran bazar della capitale.

Scegliere di colpire
lì significa strage assicurata: strage di civili senza se e senza ma. E' la prima volta che avviene in modo così brutale; la prima volta che avviene durante una ricorrenza religiosa così importante (non solo per gli sciiti). Ma, soprattutto, è la prima volta che si sceglie deliberatamente di colpire nel mucchio un obiettivo molto ben identificato: gli sciiti. Quasi contemporaneamente, una bicicletta-bomba ed una motocicletta-bomba esplodono a a Mazar-i-Sharif (dove si trova il più importante luogo di culto sciita, che i terroristi hanno risparmiato scegliendo una moschea periferica) e nella città di Kandahar.
Un portavoce del ministero dell'Interno accusa della strage i talebani che invece si affrettano a smentire. E, per altro, il loro coinvolgimento non è credibile, almeno per quella parte che si richiama al verbo “ortodosso” di mullah Omar. Da almeno due-tre anni, il movimento che ha sede oltre confine e i cui legami con Al Qaeda si son fatti forse più tenui, cerca di accreditarsi come un fronte nazionalista afgano, non più come una forza settaria pashtun. I talebani sono sunniti ultra ortodossi ma, sebbene in passato si siano scontrati a più riprese con gli hazara alleati coi tagichi, non colpirebbero un musulmano sciita per la sua scelta religiosa.

Cosa c'è dunque dietro la strage? Forse più di un avvertimento. All'Iran perché stia fuori dal “Grande gioco”. A Karzai e alla comunità internazionale per avvertirli che la guerra, con la conferenza di Bonn, non è finita. Se la rivendicazione può essere presa per buona, la svolta è davvero preoccupante. Che dietro la strage ci siano i servizi deviati pachistani (l'ala filoqaedista e oltranzista che si è sempre servita, per fede o per necessità, dei gruppi più radicali) o quel che resta di Al Qaeda o una nuova strategia che collega tra loro gruppi e interessi diversi (qaedisti, gruppi settari, talebani pachistani), l'Afghanistan diventa nuovamente un terreno di scontro dove si possono sperimentare nuove strategie e un'ennesima “discesa nel caos”. In Pakistan le attività dei gruppi settari servirono gli interessi sauditi nella guerra contro l'Iran khomeinista e ancora oggi gli effetti di quella stagione restano e pesano. Proprio recentemente LeJ ha rivendicato le stragi di pellegrini hazara nel Belucistan pachistano. Molto vicino alla frontiera afgana. Che adesso è stata attraversata.

martedì 6 dicembre 2011

A BONN DIECI ANNI DOPO

L'unica vera novità della Conferenza sull'Afghanistan – iniziata e conclusa ieri in Germania - è stata l'assenza del Pakistan al vertice nel quale 17 organismi internazionali, mille delegati e un centinaio di Paesi, a diverso titolo impegnati da dieci anni nel più longevo conflitto moderno del pianeta, dovevano fare il punto a un decennio dalla conferenza che, sempre in Germania, diede il via al nuovo Afghanistan di Hamid Karzai.

Due lustri dopo, a Bonn, il copione si è in parte ripetuto: Karzai è ancora presidente, i talebani invece – oggi come allora – non c'erano e molto, se non tutto, resta ancora da fare, compreso il costo di una ricostruzione per cui servono, per il prossimo decennio, qualcosa come 50 miliardi di dollari. Molti, forse troppi per una comunità internazionale stanca di questa guerra (solo quest'anno la Nato ha perso in Afghanistan 500 uomini) e che vorrebbe staccare la spina.
La presenza dei soli ministri degli Esteri (una sessantina) alla conferenza la dice lunga sulla riuscita di “Bonn2”. Rispetto alle aspettative (i tedeschi speravano di portare al tavolo anche i talebani) il summit è dunque per molti aspetti un flop annunciato, soprattutto se si sperava aprisse una nuova fase nel negoziato che tutti da oltre un anno evocano con passione ma che ancora non c'è. E, se qualcuno ancora nutrisse dei dubbi, Bonn ha dimostrato come l'Afghanistan resti ancora la piccola pedina di un Grande gioco che si fa a casa d'altri, come ha dimostrato l'assenza del Pakistan: una ritorsione anti americana dopo l'ultimo raid Usa in territorio pachistano, con conseguente blocco della logistica che, attraverso il Paese dei puri, rifornisce quotidianamente i 140mila soldati ancora presenti in Afghanistan. Quanti ne resteranno e per quanto tempo?

Formalmente nel 2012 il ritiro, già iniziato quest'anno, accelererà sino al 2014, anche se i soldati stellestrisce rimarranno a tempo indeterminato con basi e istruttori. Il presidente Karzai ha fatto appello alla comunità internazionale affinché aiuti l'Afghanistan sino al 2024, ossia per «altri dieci anni» dopo il 2014, quando si concluderà il previsto processo di “transizione”. Karzai, che ha anche confermato l'impegno di Kabul nella lotta alla corruzione e per la riforma delle istituzioni, non ha risparmiato critiche al Pakistan, il grande assente, platealmente accusato di non volere la pace anche in un'intervista a un settimanale tedesco. Quanto al progetto di pace e riconciliazione con i talebani, il piano resta immutato nonostante la recente uccisione del presidente dell'Alto Consiglio per la Pace Burhanuddin Rabbani. Karzai ha anche precisato che comunque «restano immutate le condizioni per il dialogo: rinuncia al terrorismo, abbandono delle armi e rispetto della Costituzione». Quel che non ha detto è a che punto è il progetto fantasma e chi sta conducendo le trattative. Se il suo governo o, come si dice sotto voce, se a trattare sono americani e pachistani.

A fargli da controcanto
solo gli iraniani, a Bonn molto presenti. In un momento che la vede protagonista di grandi tensioni con l'Europa, Teheran ha fatto sapere – per bocca del suo ministro degli Esteri Ali Akbar Salehi – che l'Iran si opporrà alla presenza di truppe straniere in Afghanistan dopo il 2014. «Crediamo – ha detto - che qualsiasi iniziativa internazionale o regionale per riportare la pace e la sicurezza in Afghanistan possa avere successo solo senza la presenza di forze militari straniere».Una prospettiva che, vista da Bonn, appare comunque molto lontana.

sabato 3 dicembre 2011

AD AFGANA IL PREMIO PER LA PACE TIZIANO TERZANI


La premiazione domenica a Firenze. Il riconoscimento verrà consegnato ai portavoce del progetto.

Vittorio Arrigoni, Alberto L’Abate, Lisa Clark, Emanuele Giordana riceveranno Il premio letterario Firenze per le Culture di Pace dedicato a Tiziano Terzani
L’appuntamento è domenica 4 dicembre alle 16.00, nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio dove si svolgerà la cerimonia di premiazione . Il premio è stato istituito e promosso dall’associazione “Un Tempio per la Pace” con il patrocinio e il contributo della Regione Toscana, della Provincia di Firenze e del Comune di Firenze.

Per la sezione “Un progetto di pace” il premio verrà consegnato a Lisa Clark ed Emanuele Giordana, i due portavoce del progetto “Afgana”, un network, rete informale composta da vari gruppi associazioni, ong, cittadini, che mira alla ricostruzione della società civile afgana, condizione necessaria per portare pace in quelle terre e per quelle popolazioni martoriate da decenni di sanguinosi conflitti. (Lettera22)

COSA CHIEDONO "AFGANA", TAVOLA E RETE DISARMO


Afgana”, Tavola della pace e Rete Italiana per il Disarmo per la riconversione della spesa militare e per un negoziato tra governo e società civile. Per decidere come sostenere la ricostruzione in Afghanistan


L'appuntamento di Bonn

A dieci anni dalla Conferenza di Bonn che nel 2001 varò la nascita del "nuovo Afghanistan" sotto tutela internazionale, il prossimo 5 dicembre i leader di 90 Paesi si ritroveranno in Germania a fare il punto sui risultati ottenuti in questi due lustri. Il giudizio della società civile italiana ed europea, di recente espresso in un documento comune reso pubblico a metà novembre*, non è lo stesso che presumibilmente verrà enunciato a Bonn, sede nella quale si corre il rischio di far apparire le luci assai più forti delle ombre.

Nell'Afghanistan di oggi, soltanto il settore dell'istruzione ha fatto passi avanti significativi. Sul fronte della sicurezza per gli afgani la situazione è peggiorata, a fronte di un processo negoziale che non sembra procedere e che manca di mediatori credibili (una figura terza tra governo e  talebani che sia garanzia di una mediazione autonoma). Ogni anno il conflitto produce quasi tremila  vittime civili (2777 nel 2010 con un aumento del 15% e con 1500 persone uccise nei primi sei mesi del 2011) e la politica dei bombardamenti indiscriminati (altrimenti tradotti come "mirati") sembra ancora essere la scelta preferita da Isaf/Nato, nonostante i ripetuti richiami dello stesso governo Karzai. Benché sia infatti diminuito l'uso della guerra dall'aria, il numero dei civili uccisi dalle forze pro-governative (esercito afgano e NATO) è diminuito solo del 9% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. E, sebbene le persone che rimangono uccise da azioni ed attentati delle forze anti-governative rappresentino l'80% dei morti, le donne, gli uomini e i bambini uccisi in raid della NATO e in azioni delle forze afgane sono ancora il 14% del totale: i circa 300 raid notturni condotti ogni mese continuano inoltre a seminare paura, distruzione, morte, sfiducia e rabbia nella popolazione. 

La situazione

Sul fronte dei diritti di base, l'accesso all'acqua potabile e all'elettricità resta, specie nella campagne, ancora a livelli minimi e la possibilità di accedere a servizi di sanità pubblica, in un Paese che si sta pericolosamente avviando verso la privatizzazione del servizio e che il rapporto sullo Sviluppo umano dell'Onu ha classificato al 147 posto tra i Paesi con le performances peggiori, resta privilegio di pochi (un bambino su cinque continua a morire prima del compimento del quinto anno di età). Quanto alla condizione della donna, sbandierata come uno dei grandi successi assieme alla diffusione dei media e di una nuova indubitabile crescita della coscienza dei propri diritti, meno del 15% delle donne afgane sono alfabetizzate mentre l'87% fra loro è oggetto di diversi tipi di abuso (matrimoni combinati, violenza sessuale etc) tra le pareti domestiche.

Proprio questa condizione del Paese impone dunque un vasto ripensamento del mondo in cui finora sono state utilizzate le risorse impegnate dalla comunità internazionale in Afghanistan. Mediamente il 90% di queste risorse sono andate a sostenere l'intervento militare e solo il 10% (per l'Italia anche meno) è stato impiegato in progetti di cooperazione civile; di questa somma inoltre, oltre un terzo è stato speso per garantire la "sicurezza" al progetto stesso. Infine il completamento del ritiro della forza militare entro il 2014, come Bonn dovrebbe definitivamente sancire, corrisponde alla percezione generale, largamente diffusa tra gli afgani e tra le agenzie umanitarie, che la transizione possa trasformarsi nell'abbandono di un Paese che invece richiede ancora sforzi per la ricostruzione e il rafforzamento delle conquiste sul piano dei diritti umani e  sociali.

La proposta

Per questo motivo la rete italiana di Afgana, la Tavola della pace e la Rete Italiana per il Disarmo, chiedono al parlamento italiano che, a partire dall'inizio del ritiro del contingente italiano, per ogni euro risparmiato per le spese della missione militare, 30 centesimi vengano stanziati per interventi di cooperazione civile. Che in sostanza, una volta avviato il ritiro del contingente militare nel 2012, sia destinato il 30% di quanto risparmiato nella spesa militare a investimenti di cooperazione civile. Chiediamo infine che anche le modalità di intervento e di spesa siano concordate in un forum tra il titolare dei fondi civili (il ministero degli Esteri) e la società civile e che il parlamento si impegni a rendersi garante delle scelte operative che ne emergeranno.


Si veda il dossier: Bonn conference: joint position paper of European Ngo's and Civil Society. International Afghanistan Conference, December 2011, Bonn: 
Priorities for Action

venerdì 2 dicembre 2011

AFGHANISTAN, IL 30% DELLA SPESA MILITARE IN COOPERAZIONE CIVILE


“Afgana”, Tavola della pace e Rete Disarmo per la riconversione del risparmio che deriverà dal ritiro delle truppe italiane

La rete della società civile italiana « Afgana», col sostegno della Tavola della pace e della Rete Disarmo, chiede al parlamento italiano che, una volta avviato il ritiro del contingente militare, sia trasferito il 30% di quanto risparmiato nella spesa militare a investimenti di cooperazione civile. Chiede infine che anche le modalità di intervento e di spesa siano concordate in un forum tra il titolare dei fondi civili (il ministero degli Esteri) e la società civile e che il parlamento si impegni a rendersi garante delle scelte operative che ne emergeranno
Conferenza stampa
Venerdi 2 dicembre ore 12 Bibliothe, via Celsa 4/5 (Pza del Gesù)

Emanuele Giordana, Soraya Malek, Rete Afgana
Renato Sacco, Tavola della pace, Rete Disarmo

Sono stati invitati i parlamentari che maggiormente seguono l'Afghanistan

Bibliothe offrirà gentilmente un rinfresco a base di afghan palau e tè

Afgana
Tavola della pace
Rete Disarmo