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giovedì 20 gennaio 2011

PERCHE' LA RUSSA NON MI HA CONVINTO

La mia personalissima e umile opinione sulla morte del soldato Luca Sanna differisce in modo sostanziale da quella ammanitaci dal ministro La Russa che, a volte, mi pare prenda noi cittadini per fessi. Io sono convinto che il povero Sanna fu ucciso da fuoco amico: da un contadino afgano impacciato che, non sapendo maneggiare il fucile, ha sparato per errore.

La ricostruzione sulla morte dell'alpino sardo e sul ferimento del caporale Luca Barisonzi fornita ieri alla Camera dal titolare della Difesa è all'opposto e non è stata molto diversa da quella data martedì in conferenza stampa. Con qualche precisazione: l'uomo che ha sparato fingendosi un alleato “era un infiltrato nell'esercito” ed era quindi uno degli otto che prestavano servizio nell'avamposto Highlander assieme ai dieci militari italiani. Non è chiaro che divisa avesse indosso.

Si dirà: come fai a negare le parole del ministro, caro Giordana, che prove hai? Rispondo con una domanda. Il ministro che prove ha che fosse un infiltrato? Ha arrestato l'uomo? Ha trovato i sodali? Ha avuto una soffiata? No, La Russa fa un'ipotesi. Che a mio avviso non sta in piedi e dunque faccio la mia, articolata sul buon senso e su quel poco che so, non di Bala Murghab, ma dell'Afghanistan e della condizione umana.

Stando al ministro, i talebani avrebbero architettato l'azione. Accipiacchia! I talebani sono diventati come la Cia, raffinati come un servizio segreto ai più alti livelli. Basta con i rozzi Ied lungo le strade, ora c'è una nuova raffinata minaccia. Fanno passare la selezione e così fare un corso di tre mesi a uno dei loro, lo fanno arrivare sino al Murghab e li mettere in atto il colpaccio. E l'infiltrato che fa? Si fa portare al comando di Camp Arena e uccide il comandante italiano di Herat? Fa saltare la santa barbara? Prende informazioni decisive per uccidere un intero plotone? No, prende e spara a un povero soldato col grado di caporalmaggiore, ossia uno dei gradi più bassi dell'esercito. Un soldato, eliminato il quale, il danno vien subito risistemato. Azione ad alto impatto psicologico ma di nessun effetto sul piano militare. Ma andiamo...ci prendono proprio per scemi?

La verità mi pare un'altra: è che la Nato non vuole ammettere che non ha nemmeno saputo addestrare il suo nuovo esercito fatto da 300mila contadini che non hanno mai visto un fucile in vita loro, che sono perlopiù analfabeti e che fanno la guerra perché è l'unico lavoro disponibile e forse si rischia meno con l'esercito che coi talebani. Basta col mito dell'afgano guerriero che ha sempre il fucile in spalla. Ma sapete quanto costa - non dico un fucile - ma un proiettile? Sapete quanto guadagna un contadino? Sapete che quel popolo di oltre trenta milioni di persone è pacifico come tutti i popoli del mondo escluso un manipolo di combattenti (10-20mila talebani, 300mila tra soldatie poliziotti)?
Solo buon senso.

Non dico che i talebani non abbiano pensato a infiltrare (se non ci hanno mai pensato adesso La Russa ha dato loro un'idea), è anzi già successo con quel giordano che si è fatto saltare in un covo della Cia o, più rozzamente, con kamikaze travestiti da poliziotti. Ma per mettere in atto un'operazione di intelligence tanto raffinata (tre mesi di training) ci vuole una strategia da 007 che non mi sembra proprio abbia a che fare con le tecniche spicce degli uomini in turbante. O, come al solito, c'è l'ombra dell'Isi pachistano? A Washington troverebbero l'idea molto seducente.

Potrò sbagliarmi, certo, anzi sicuramente. Ma mi tengo questa idea fin che non avrò prove: l'arresto e la confessione (non a Guantanamo o a Bagram) dell'"infiltrato, o qualche altro elemento che non quello fornitomi da un ministro che, non più tardi di due settimane fa, sul caso Miotto ci aveva detto che aveva saputo dai suoi delle... "mezze verità". Sarà lecito dubitare della sua ipotesi? Si. Pertanto mi tengo la mia e abbraccio la famiglia di quel povero Luca Sanna, anche lei destinata a conoscere dal ministro della Repubblica l'ennesima mezza verità.

Devo aggiungere che la Nato oggi pomeriggio (il mio post era stato scritto stamattina) ha confermato un incidente in cui un soldato afgano ha ucciso un militare Nato e ne ha ferito un'altro. Non si dice la nazionalità ma è abbastanza chiaro, come sottolinea la Bbc, che ci si riferisce a quell'episodio. La Nato ci ha messo due giorni a dare la notizia (che non le fa piacere) ma sembra contraddire le certezze di La Russa...

(segnalo ai miei lettori il commento che trovate a piè di pagina e che contesta, con diversi elementi, la mia ricostruzione dei fatti. Merita, credo, di essere letto e tenuto in conto)

mercoledì 19 gennaio 2011

DIETRO L'INFERNO DI BALA MURGHAB


L'avamposto Highlander si trova a circa 10 km dalla principale base italiana nella valle del Murghab, la Columbus: una “base avanzata” comunemente nota come Bala Murghab, dal nome della città che si trova a 200 chilometri da Herat, la “capitale” dove risiede il comando Nato Ovest dell'Afghanistan a guida italiana, uno dei quattro settori (più quello di Kabul) in cui l'Alleanza ha diviso il Paese.

L'”inferno” di Bala Murghab (la definizione è di Gianandrea Gaiani, il direttore di “Analisi Difesa") è un'area vasta e difficile da controllare tanto che vi si trovano oltre una ventina di avamposti (in gergo Cop) contro i tre-cinque comunemente associati alle altre tre basi avanzate (in gergo Fob) che, con quella nel Murghab, costituiscono l'ossatura della presenza militare spagnola, lituana, americana e italiana delle quattro province (Ghor, Badghis, Farah, Herat) controllate dal comando Ovest.... segue su Lettera22

sabato 15 gennaio 2011

SCUOLA, DONNE E TALEBANI: IL DESTINO DEL "SESSO DEBOLE"

Sarà vero, sarà mezzo vero, sarà falso? Secondo il ministro dell'Istruzione afgano Farooq Wardak i talebani sarebbero pronti a far carta straccia dell'antico bando che caratterizzò l'emirato e cioè il divieto di far andare a scuola le donne. Un “cambio culturale” ha detto il ministro di Karzai al supplemento del Time che tratta temi scolastici e che lo ha intervistato durante l'Education World Forum di Londra.

Wardak
ha prefigurato negoziati futuri in cui si discuterà di diritti umani e diritti delle donne anche se al riguardo è stato piuttosto vago tanto che non è chiaro quanto sia solo un desiderio del governo, che spera così di mettere a tacere gli accenti critici della comunità internazionale sul possibile futuro processo di pace. Certo qualcosa si sta muovendo anche se alcune parlamentari, intervistate dala Bbc, si son dette scettiche sull'uscita del ministro, ricordando le centinaia di scuole incendiate e l'epoca talebana in cui, per una donna o una bambina, la scuola era off limits. E se qualcosa sotto traccia sta maturando, anche se quello del ministro appare per ora più un auspicio che un fatto reale, è dunque possibile che le trattative sotterranee tra governo e guerriglia stiano cominciando a produrre un abbozzo di agenda.

In realtà di un atteggiamento talebano diverso nei confronti dell'emancipazione femminile si parla già da un paio d'anni: in qualche cronaca giornalistica che aveva dato conto di una sorta di pragmatismo almeno per alcuni capi talebani, disposti ad ammettere l'istruzione anche per le donne. E per esser del tutto sinceri, anche durante i tempi bui dell'emirato si poteva assistere a qualche lezione dove il pubblico era femminile. La regola riguardava la separazione stretta tra femmine e maschi, come per altro avviene ancora nell'Afghanistan di oggi. I talebani non erano in realtà contro l'educazione femminile tout court. Ma i limiti erano ben chiari: separazione rigida dai maschi, insegnanti maschi, accesso negato agli studi superiori. Adesso l'atteggiamento starebbe cambiando.

In Afghanistan
la scuola per le donne è sempre stato un tabù. Con rare eccezioni. E ancora oggi, come testimoniava un rapporto dell'Onu uscito in dicembre, essere donna in questo Paese significa davvero essere “sesso debole”, cittadini di serie B: a parte le limitazioni sull'istruzione (non c'è controllo o sanzione applicata se una famiglia non manda le figlie a scuola), ancora esistono matrimoni combinati, donne usate come moneta di scambio nelle transazioni fondiarie, sposalizi forzati con minorenni. Tutte cose ora vietate (la legge più avanzata è dell'agosto del 2009) e sanzionate (solo sulla carta). Una legge non basta a cambiare inveterate tradizioni e un'interpretazione del Corano molto generica (visto che il Profeta vietò i matrimoni combinati e con minorenni, pratica invece ammessa dai codici tribali).
Quanto all'istruzione, Farook ha snocciolato i risultati che, in effetti, sono uno dei pochi lasciti felici della guerra: durante i talebani, ha detto, su un milione di studenti la percentuale di femmine era zero e lo stesso valeva per le insegnanti femmine mentre adesso le percentuali sono 38 e 30%.

Certo il ministro ha esagerato (durante i talebani la percentuale era più elevata) e, per altro, anche se il 38% è molto, l'analfabetismo femminile in Afghanistan è più del doppio rispetto a quello maschile e dunque anche Karzai ha qualcosa da rimproverarsi. E' pur vero che nei sondaggi il settore dell'istruzione appare come quello dove gli afgani dicono di aver visto i maggiori risultati. Ma l'emancipazione femminile passa anche per l'accesso ai servizi di base, in un Paese agli ultimi posti in classifica per quel che riguarda la sicurezza di gravidanza e parto. Temi però che si fanno strada, anche tra i talebani che, in dieci anni, sono cambiati. Da movimento oscurantista pashtun ora si propongono come movimento di liberazione nazionale trasversale tanto che molti combattenti di diversa etnia sono stati nominati capi militari. Paradossi della guerra.

mercoledì 12 gennaio 2011

DIMISSIONI O LICENZIAMENTO?

Il generale americano Arnold Fileds si è dimesso dalla carica di Ispettore speciale generale per la ricostruzione in Afghanistan, incarico che era stato chiamato a rivestire nel 2008 e che fu riconfermato dall'Amministrazione Obama. Lo Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction (Sigar) riferisce direttamente ai titolari di Difesa ed Esteri e, ciclicamente (ogni quattro mesi), al Congresso degli Stati uniti.

La decisione non sarebbe motivata da spinte o richieste esterne né equivarrebbe a un licenziamento. Fileds però si è dimesso dopo le critiche mosse nei suoi confronti da diversi membri del Congresso che lo hanno accusato di scarsa aggressività nei confronti di una spesa per le attività civili attualmente sotto tiro e considerata eccesiva e di cui Filed non ne avrebbe saputo garantire la tracciabilità.

Nelle ultime settimane le voci di dissenso sul suo operato si sono mescolate alle preoccupazioni per il futuro della cooperazione civile americana in Afghanistan, costata sinora circa 56 miliardi di dollari dal 2002 e che i repubblicani vorrebbero drasticamente ridimensionare.

domenica 9 gennaio 2011

WASHINGTON E ISLAMABAD

Alla fine il senso pragmatico ha prevalso anche sulle buone regole della finanza. E nonostante il Fondo monetario avesse criticato la recente manovra con cui il governo pachistano si era rimangiato gli aumenti sul prezzo della benzina - critica cui si erano inizialmente associati gli americani – le cose sono rapidamente cambiate. Settimana prossima il vice di Obama, Joe Biden, andrà in Pakistan a dire che ci saranno aiuti e denaro e che i 3 miliardi promessi per il 2011 arriveranno. Il Fondo monetario avrà le sue ragioni ma Washington ha bisogno di Islamabad. E se, rimangiandosi gli aumenti, il governo di Raza Yusuf Gilani può garantire a se stesso di sopravvivere evitando una crisi al buio, pazienza per i soloni della finanza.

Dopo una crisi durata una settimana per la fuoriuscita dalla compagine governativa di due partiti minori, il più importante dei due – il Muttahida Qaumi Movement (Mqm) - ha infatti deciso di ritornare nella coalizione guidata dal Partito popolare pachistano (Ppp) dopo una lunga trattativa con Gilani e la decisione del suo governo di revocare l'aumento del prezzo dei carburanti deciso dal primo gennaio e fortemente contestato, con l'opposizione, dal Mqm che per questo motivo era uscito dalla coalizione facendole così mancare la maggioranza in parlamento.
Inizialmente anche Hillary Clinton aveva fatto le sue rimostranze per la revoca ma ha poi prevalso la realpolitk. Tanto che Biden arriverà a Islamabad con aiuti su diversi fronti, soprattutto quello militare. Metterà dunque da parte anche il fardello di critiche più o meno ufficiali che, per tutto il mese di dicembre, hanno costellato dichiarazioni pubbliche e dossier “segreti” finiti sui giornali. Washington del resto non ha molte scelte davanti e l'esecutivo Gilani, comunque un governo civile e comunque un governo amico, è meglio che sopravviva a se stesso e soprattutto che possa continuare a godere dell'appoggio economico e militare degli Usa. Buon viso a cattivo gioco. A Gilani dimostrare che è una fiducia ben riposta.

sabato 8 gennaio 2011

L'AFGHANISTAN DELLE VITTIME

Con un attacco suicida in un affollato bagno pubblico di Spin Boldak, un villaggio alla frontiera col Pakistan nella provincia meridionale di Kandahar, i talebani hanno ucciso ieri almeno 17 persone ferendone un'altra ventina. L'obiettivo era un posto di polizia che si trova nel medesimo edificio, ma la strage ha finito per colpire soprattutto civili inermi. Regola ormai osservata con scrupolo. Nella stessa giornata anche tre soldati della Nato sono stati uccisi in due attentati nel Sud e nell'Est del Paese.

Giornata di ordinaria follia bellica in un Paese senza pace e con nessuna prospettiva all'orizzonte e di cui Al Jazeera, utilizzando fonti diverse, ha dato ieri un tragico riepilogo numerico di un sanguinario 2010: secondo l'emittente del Qatar, il tributo in termini di vittime civili è stato l'anno scorso di 2.412 persone e 3.803 feriti in soli dieci mesi (fino a ottobre) con un aumento rispetto all'anno precedente del 20%. Altissimo anche il numero di morti nell'esercito (821) e nella polizia afgani (1.292). Quanto alle truppe straniere il 2010 ha visto morire 711 soldati contro i 521 del 2009 (soprattutto americani e britannici: 35 gli italiani con Matteo Miotto, ucciso l'ultimo dell'anno a due settimane dalla fine della sua missione).

E' in questo quadro che la guerra infinita d'Afghanistan si snoda tra dichiarazioni sull'imminente ritiro (luglio 2011) e la decisione, apparsa sui giornali americani, di inviare però almeno altri mille marine (1.400 secondo altre fonti) nel teatro asiatico anche se il Pentagono sta rifacendo i conti con i tagli previsti dall'Amministrazione. Tagli che però non mineranno la spesa della Difesa per le truppe in Afghanistan.

Con quella che il Washington Post ha definito una “prima volta” dalla fine della Guerra Fredda, la Difesa americana si è infatti ormai rassegnata al fatto che il tasso di crescita della spesa militare non è più sostenibile. La forbice amministrativa però non inciderà troppo e soprattutto non toccherà la spesa militare per Afghanistan e Iraq. I 553 miliardi per il 2011 che la Casa Bianca ha proposto al titolare del Pentagono, Robert Gates, vedranno infatti un taglio di 78 miliardi in cinque anni (la richiesta dell'Amministrazione era di 150) e, lasciano capire i giornali americani, qualcosa si dovrebbe risparmiare anche col ritiro delle truppe impegnate in Afghanistan previsto per luglio. Ma quanti saranno i militari a tornare a casa? Si dice da qualche migliaio a ventimila ma sono soltanto voci.

La stampa afgana si fa invece latrice di altre preoccupazioni. La riduzione del budget militare appare infatti del tutto insignificante se si guarda a quella prevista per la spesa civile in Afghanistan, ossia i finanziamenti alla ricostruzione. Secondo ToloNews il Congresso vorrebbe ridurre drasticamente il nuovo programma civile finora costato all'Amministrazione, dal 2002, 56 miliardi di dollari. Sono i repubblicani a fare la voce grossa: favorevoli a mantenere l'impegno militare pensano che i sacrifici vadano fatti sul civile con un taglio “grasso” che i democratici vorrebbe evitare. Per ora però la quantità dell'operazione non è nota.

Sul fronte politico le cose stagnano: l'ultima buona notizia è stato il riconoscimento politico indiretto dei talebani come parte politica negoziale visto che Karzai (ma non tutti sono d'accordo con lui nel suo governo) si è detto pronto a salutare la nascita di un ufficio della guerriglia in un Paese terzo, la Turchia ad esempio. Partner in un certo senso ideale (fa parte della Nato ma si vanta di non aver mai ucciso un afgano), Ankara ha qualche ambizione. Ma deve fare i conti con sauditi e pachistani. E ovviamente con gli americani.

venerdì 7 gennaio 2011

IL MINISTRO IN MIMETICA CONTRO LE MIMETICHE

Dopo gli scontri coi talebani, di cui è stato vittima l'ultimo dell'anno il caporale italiano Matteo Miotto, arriva lo scontro tra forze armate e ministro. Uno scontro al calor bianco e che il titolare della Difesa sceglie di far brillare proprio nel Gulistan, il distretto maledetto dove Miotto è morto. Ma come è morto?


Ignazio La Russa, piglio muscolare e decisionista, la dice fuori dai denti. Come è morto Miotto non lo sapeva nemmeno lui perché i militari non glielo dissero: “Non era stata fornita neanche a me quella parte di notizia che inseriva l'evento nell'ambito di uno scambio di colpi durato diversi minuti. Poi magari ha sparato effettivamente un solo cecchino, ma certamente c'era la presenza con armi leggere di altre persone. L'ipotesi prevalente – aggiunge La Russa - è che abbia sparato una sola persona con il fucile di precisione...di sicuro c'è stato uno scambio di colpi durato diversi minuti, al quale gli italiani e lo stesso Miotto hanno preso parte, reagendo con prontezza”. Insomma a La Russa i militari dissero delle mezze verità, edulcorate, incerte: “In tutto questo ho trovato un briciolo di quella vecchia impostazione di dire una verità che non allarmi. Io sono invece convinto che la verità non allarma mai e, in questo caso, va detta fino in fondo prima di tutto per rispetto di Matteo Miotto”.

E' un vero affondo nei confronti dei militari italiani sul quale molti parlamentari chiedono ora di riferire alle camere. Ma è anche un gancio a Vincenzo Camporini a pochi giorni dall'avvicendamento al vertice delle Forze armate del Capo di stato maggiore della Difesa, persona verso cui La Russa non ha mai avuto sentimenti molto teneri. Antipatia, pare, ricambiata (l'incarico scade il 17 gennaio: nominato Csm della Difesa nel novembre 2007, ha visto prorogare due volte il suo mandato. Sarà sostituito da Biagio Abrate).

Tornando all'affaire Gulistan, il ministro saprà però perdonare anche se, par di capire, l'avviso a chi sostituirà Camporini è chiaro: “Non bisogna dimenticare che tutto è successo l'ultimo dell'anno, in una base lontana, e che le notizie erano frammentarie: tutto ciò è una grandissima attenuante. A me è stato spiegato - aggiunge - che mi sono state date le notizie certe e che hanno preferito non darmi quelle che non erano confermate al 100%. Lo prendo per buono, tant'è che non ci sarà nessuna conseguenza. Non voglio accusare qualcuno, ma voglio ribadire che la mia dottrina, chiamiamola così, è quella della massima trasparenza. Non c'è nulla da nascondere”.
Sullo sfondo una guerra affogata in un mare di polemiche crescenti tra cui quella su Miotto, complicata adesso dall'uscita del ministro. E in un quadro sempre più confuso.

A sei mesi da quello che dovrebbe essere l'inizio del ritiro delle truppe americane si viene a sapere che gli Stati Uniti avrebbero intenzione di inviare in Afghanistan prima dell'inizio della primavera altri 1.400 marine, a ulteriore sostegno alle forze di combattimento impegnate nella guerra. Così ha scritto ieri il Wall Street Journal, secondo cui un battaglione di marine potrebbe cominciare ad arrivare sul terreno già a metà gennaio. Forze che sarebbero dispiegate a Sud, intorno a Kandahar dove gli Stati Uniti hanno concentrato le loro truppe negli ultimi mesi. Una guerra ancora lunga, nonostante il ritiro annunciato, e costosa: Stati Uniti e alleati della Nato spenderanno nel 2011 11,6 miliardi di dollari, poco meno di 9 miliardi di euro, la cifra più grossa mai stanziata per un anno, per la formazione dell'esercito e della polizia, ha raccontato ieri il Washington Post.

giovedì 6 gennaio 2011

TUTTI I DUBBI SUL KABULI PALAU

Qual'è l'origine del Kabuli Palau, quello che sembra ormai essere il piatto nazionale afgano, sia nei ristoranti, sia nelle grandi cene o nei matrimoni? Da che frequento l'Afghanistan, ossia dalla metà degli anni Settanta, questo pilav (o pilaf) cucinato con uvetta mandorle e carote mi era sempre sembrato il piatto afgano per eccellenza. Ma alcuni amici mi hanno fatto venire il dubbio, innanzitutto, che il suo nome originario non sia kabuli palau ma qabili palau e che dunque il piatto non si riferisca alla città capitale ma ad altra provenienza: uzbeka o turcomanna mi hanno suggerito.

I riferimenti che ho trovato consultando superficialmente la Rete dicono però che il palau o palao afgano (پلاو pulao/pulaa in pashto) è cucinato in modo diverso da quello uzbeko (palov, osh)* anche se non esattamente nel modo persiano. Insomma, che confusione. Pare comunque che Alessandro Magno si sia imbattuto in Bactriana nel pilav e che il suo esercito si sia portato a casa, se non la ricetta, quel riso lungo (in greco piláfi) e inevitabile nella preparazione del pilav che ha però sistemi diversissimi di cottura e che è lontano mille e miglia dal nostro risotto (sia per la preparazione sia per la materia prima) benché a un indiano o a un cinese il nostro risotto appaia come una (pessima) variante del pilav.

La faccenda adesso è quella di capire se qabili è solo una contaminazione linguistica di kabuli o viceversa e se e come il tempo abbia poi fatto diventare questa pietanza, da piatto della capitale, a piatto nazionale. E se fu pilav uzbeko, turcomanno, persiano a trasformarsi da qabili a kabuli o, ancora, a prendere il posto di un riso cucinato altrimenti in voga decenni fa. A quanto mi dicono gli amici afgani che negli anni Cinquanta erano esiliati in Italia, a casa loro il pilav afgano non era affatto l'attuale Kabuli Palau ma un riso cotto in maniera molto similare a quella persiana. Quel kabuli, quando veniva preparato, era null'altro che un qabili...

Sta di fatto che adesso in Afghanistan, ma questo era già vero negli anni Settanta, impazza il Kabuli Palau. Chissà se dalla fine dei Sessanta a tutti i Settanta, quando il turismo iniziava a scoprire l'Afghanistan, i ristoratori non abbiano scelto questo qabili, una delle tante variante di pilav, che magari risultava particolarmente appetibile quanto esotico ai primi avventori occidentali. O se fu la casata di Zaher Shah o l'epoca di Daud a imporlo come succede nelle tante mode che attraversano la cucina e il gusto imponendosi su altre. E che poi la cosa non si sia trasformata al punto che oggi, in un qualsiasi ristorante non solo di Kabul, in ogni matrimonio e se siete invitati a una cena importante... vi ritrovate davanti il kabuli.

Qabil in persiano però significa bravo, bravura, e questo allora potrebbe spiegare tutto ed essere all'origine del nome poi masticato e rimasticato fino a trasformarsi in kabuli....di Kabul (quella Q non è una K ma è difficle da pronunciare per noi occidentali). Quien sabe?

Misteri di un certo fascino che raccontano epopee culturali. A casa mia (sono nato a Milano), negli anni Cinquanta, mangiavo spaghetti al pomodoro almeno due-tre volte la settimana. Ma mia madre, lombarda con origini venete, mi raccontava che la pasta non aveva mai fatto capolino in casa sua prima della seconda guerra mondiale. Polenta e riso semmai. Ma direste oggi che la pasta non è il piatto italiano per eccellenza con la pizza? Eppure, solo cinquant'anni fa, la pasta si mangiava solo nel Sud dell'Italia. Il nostro Kabuli erano risi e bisi, risotto allo zafferano e casseula. Per non parlare del venerdi di magro. E chi se lo ricorda più?


ho tratto i nomi da Tfode

un cosa ben fatta, mi pare, sulla cucina afgana si può leggere a questo link (sempre di Tfode)

segnalo anche Aushpazi di Wali Zikria (1999,Trivision)

ASSANGE E I GIORNALISTI

"L'unica linea che un giornalista e' tenuto a rispettare e' quella ferroviaria..."
Albert Londres

Come spesso accade con fenomeni eclatanti e sconvolgenti, com'è il caso Wikileaks e del suo guru Julian Assange, la platea si divide rigorosamente in due fazioni. Chi condanna, arrivando a ritenere l'attività del sito una sfida alla sicurezza nazionale e Assange un terrorista di nuova generazione, e chi plaude all'avvento di una nuova era santificata dalla presenza di un cavaliere solitario, eroico e senza paura.

Per quanto mi riguarda sono tra coloro che militano nella seconda schiera, con qualche distinguo: ho firmato petizioni per Assange, scritto articoli su di lui e mi sono abbeverato alle fonti di Wikileaks. Ma con tutto il rispetto per Julian e la gratitudine per i file nascosti ora intellegibili, non credo che, come qualcuno ha detto, si tratti di una rivoluzione. Soprattutto non credo che Wikileaks cambierà il giornalismo e i giornalisti anche se, indubbiamente, oggi ne sappiamo di più. Credo invece che Wikileaks sia una manna per gli storici che hanno bisogno di documenti assai più di noi cronisti a cui molto spesso una notizia viene confidata per le vie brevi, in qualche corridoio o in qualche caffè. Per strada insomma. Se anzi ci abituassimo a considerare i cablogrammi segreti la notizia su cui lavorare, proprio perché è (era) segreta quindi appettibile, sarebbe sarebbe la fine del giornalismo, una professione già in grossa crisi...Leggi tutto su Lettera22

mercoledì 5 gennaio 2011

ANCHE UN OMICIDIO SULLA CRISI DI GILANI

Il governatore del Punjab e leader di spicco del Partito popolare del Pakistan, che ha la maggioranza relativa nel Paese, è stato freddato ieri mattina dalla sua guardia del corpo nel cuore della capitale Islamabad, in una zona residenziale e commerciale circondata da caffè e negozi. Come l'agente stesso ha poi ammesso, Salmaan Taseer avrebbe pagato con la vita la sua presa di posizione a favore della grazia per Asia Bibi, la donna cristiana condannata a morte con l'accusa di aver offeso il Profeta Maometto. Malik Mumtaz Qadri, il suo assassino, ha infatti confessato di aver ucciso il governatore della provincia più popolosa e importante del Paese perché Taseer era tra coloro che avevano chiesto clemenza per la “Sakineh pachistana”. Asia Bibi si era infatti rivolta al governatore del Punjab chiedendogli di impegnarsi per evitarle la pena capitale. E ne aveva ricevuto la promessa di un appello direttamente al presidente pakistano Asif Ali Zardari (per altro favorevole a chiudere un caso che mette per l'ennesima volta il suo Paese in una pessima luce).

Nondimeno, in un momento tesissimo del quadro politico del Paese, l'assassinio di un quadro chiave del Ppp - il partito appunto di Zardari e lo stesso del premier Yusuf Raza Gilani - crea un elemento di turbativa non di poco conto che rende ancora più complesse le trattative di queste ore che vedono impegnato l'esecutivo nel tentativo di coinvolgere alcuni partiti dell'opposizione, dopo che due soci di coalizione hanno lasciato Gilani facendo mancare al governo i voti necessari per andare avanti.

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domenica 2 gennaio 2011

LA MORTE DI MIOTTO E QUALCHE DOMANDA SUL GULISTAN

Per la seconda volta nel giro di pochi mesi il Gulistan, la valle al confine con le zone più calde dell'Afghanistan e sotto giurisdizione italiana, fa un'altra vittima: nella mattinata dell'ultimo dell'anno, un cecchino ha ucciso il caporalmaggiore di Thiene Matteo Miotto, portando a quota 35 il bilancio dei militari italiani morti in Afghanistan.

La salma del soldato, trasferita oggi a Roma, sarà traslata, dopo la cerimonia pubblica di rito che si terrà lunedi nella capitale, nella sua città d'origine dove il soldato aveva chiesto di essere sepolto nell'area dedicata ai caduti di guerra del cimitero locale. Gli mancavano un pugno di giorni prima del suo rientro in Italia dove l'ennesima morte ha provocato le reazioni, altrettanto di rito, che contraddistinguono ormai un'attenzione all'Afghanistan che solo la morte scuote dal torpore. E tra le richieste di ritiro delle truppe e la conferma che in Afghanistan bisogna restare, il padre del militare ucciso pone alcune domande: “...mi hanno chiamato i suoi comandanti dall'Afghanistan dicendo che era stato colpito ad una spalla – ha detto Francesco Miotto - adesso si parla di un colpo che l'avrebbe raggiunto al fianco....ci sono delle versioni che non sono concordanti. Noi famigliari vogliamo capire cosa è successo”. Non è l'unica domanda legittima da porsi.

Il distretto del Gulistan è una zona impervia che si insinua tra i confini delle province di Ghor e dell'Helmand, quest'ultima tra le aree più calde dell'intero Afghanistan. E' uno degli undici distretti della provincia del Farah, provincia che, con quelle di Herat, Badghis, Ghor, rientra sotto la giurisdizione del Comando Nato Ovest a guida italiana. E' proprio nel Gulistan che è avvenuta nell'ottobre scorso la strage di quattro alpini (Sebastiano Ville, Marco Pedone, Gianmarco Manca e Francesco Vannozzi uccisi da una potentissima esplosione mentre scortavano con un Lince una colonna di mezzi civili). Abbastanza fuori dai giochi fino a qualche tempo fa, la valle del Gulistan, che non arriva a 60mila abitanti, militarmente non ha mai dato grossi problemi se non sporadicamente. Ma le cose sono cambiate. E il nome infatti, ignoto sino a qualche mese fa, adesso torna a farsi ripetutamente sentire.

Bisogna guardare una mappa e, attraverso la geografia, cercare di capire perché è un posto tanto pericoloso. Nella provincia di Farah, anche se la pressione dei talebani non è fortissima come in altre zone, sono stati soprattutto gli americani a darsi da fare con bombardamenti che hanno registrato, nel Farah e appena più a Nord della provincia e cioè nell'area Sud dell'Herat, alcune delle stragi di civili più note di tutta la guerra (a Shindand, nell'Herat meridionale, e a Bala Boluk, nel Farah centrorientale). Il comando Ovest, a guida italiana, riesce a tenere sotto controllo la regione ma, col passare del tempo, gli americani hanno chiesto agli italiani di fare di più. Di spingersi dunque nelle aree più calde, alcune delle quali al confine con la provincia di Helmand, dove si trova il Gulistan. Ma non è un'operazione facile “sigillare” il Farah dalle infiltrazioni talebane. E, soprattutto, non è facile farlo in un territorio in cui gli americani hanno fatto terra bruciata per passare poi la mano agli italiani.

Al deteriorarsi della situazione generale, corrisponde dunque anche un peggioramento di quella sui fronti caldi tra cui molto probabilmente c'è anche il Gulistan dove, secondo alcune fonti, non c'è solo la pressione talebana o quella della criminalità afgana, ma dove si muoverebbero anche gli iraniani che cercano in qualche modo di controllare seppur indirettamente le zone al confine col proprio Paese. Stringendo rapporti, sostengono a Kabul, con parte della guerriglia cui viene fornito training ed esplosivi. Ipotesi. Ma che dicono come il Gulistan sia un po' più che un nome della geografia del paese.
La domanda da fare è dunque in quali condizioni operano i soldati italiani. E se e per quali motivi il Gulistan è diventato tanto pericoloso. Se è vero che abbiamo ricevuto una pessima eredità difficile da aggiustare e se la nostra presenza in quelle aree, che consente agli americani un impegno maggiore in altre province, non è effettivamente un fattore di rischio in più per chi ha preso in consegna quella regione.