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giovedì 31 marzo 2011

GLI INSEGNAMENTI DELL'AEROPORTO

L'aeroporto militare di Kabul è lo specchio della nostra arroganza e persino della nostra stupidità. Il manifesto di una distanza che sembra sempre più incolmabile tra l'occupazione militare e i destini di un popolo che abita e vive poveramente al di là dei muraglioni di questo perimetro fortificato che corre per chilometri. Come ha detto un fotoreporter quando lo visitammo un paio di anni fa dopo che era stato completamente ricostruito: “...questo non sembra proprio l'aeroporto messo in piedi da una presenza che vorrebbe andarsene”.

Il manufatto, in mattoncini rossi, è una struttura dove il via vai di carri armati e soldati è abbastanza impressionante. Il suo perimetro, lungo per chilometri a perdita d'occhio, racchiude una porzione impressionante della città ed è, rispetto allo smilzo aeroporto civile al suo confine, una specie di mostro onnivoro e in divisa. Ma, certo, per un afgano di Kabul deve voler dire poco: da che c'è la guerra l'aeroporto militare è sempre stato un corpo estraneo come molti altri in città, non ultimo un'immensa struttura di metallo che, di giorno in giorno, cresce a dismisura nell'area comperata dall'ambasciata americana dove sta sorgendo lo scheletro gigantesco di un ecomostro in cemento, non si a cosa destinato se è vero che a luglio gli Stati uniti inizieranno a ritirarsi.

Ma se l'aeroporto è il manifesto della nostra presenza lo è anche in termini di tragica stupidità. Supponiamo che dobbiate andare a prendere qualche civile che è arrivato con un aereo militare. Entrare nell'aerea aeroportuale è vietato se non siete autorizzati e non avete un'auto diplomatica. Dunque il tipo deve fare circa cinque chilometri a piedi per venire sino all'ingresso. Spesso qualche soldato gentile si presta a dargli un passaggio (mi è capitato) ma la struttura non prevede che voi possiate entrare con la vostra macchina nemmeno per cinque metri in modo da potere fare il trasbordo di valige e passeggero con tutta calma dal mezzo militare alla vostra auto civile. Tutto ciò deve avvenire rigorosamente fuori.

Così all'ingresso dell'aeroporto, davanti al luogo più protetto della città, siete esposti a qualsiasi attacco e costituite l'obiettivo perfetto se qualcuno vuole fare un bel massacro senza far troppa fatica. Quanto accade fuori dal muraglione dell'aeroporto non interessa al militare che vi guarda torvo dalla torretta. Se crepate in faccia all'aeroporto non lo riguarda. Dentro è tutto pulito, fuori si può sporcare tranquillamente di sangue il marciapiedi.

Nel fare questa riflessione ho pensato che davvero all'apparto della nostra presenza in Afghanistan interessa solo la forma e non la sostanza: la sicurezza prima di tutto per noi, a casa nostra, nelle strutture ben protette che, dall'aeroporto alla Zona verde, dicono agli afgani: siamo qui a proteggervi ma, ovviamente, prima di tutto pensiamo a noi stessi. Mi è venuto uno sfinimento profondo mentre assaporavo il tiepido sole di questa primavera afgana, al solito piena di polvere e tristezza. Come se da queste parti nemmeno il sole riuscisse a scaldare la pelle che ricopre i pensieri nefasti che accompagnano questa guerra come un viandante miserabile e ineludibile. Coperto di stracci e rigorosamente tenuto fuori dalla porta di casa.

mercoledì 30 marzo 2011

IL GOVERNO AFGANO SNOBBA LA SOCIETA' CIVILE

Si è aperta oggi a Kabul la prima Conferenza della società civile afgana organizzata da un comitato locale formato dai maggiori network del Paese che raccolgono associazioni, Ong, sindacati, centri studi e organizzazioni culturali.

La Conferenza, che è stata organizzata con l'aiuto del network di “Afgana” - rete italiana di associazioni, Ong, sindacati e cittadini - ha come tema “Il rafforzamento della società civile nei processi decisionali dell'Afghanistan” e disegna la nascita del primo grande network informale dell'associazionismo di base del Paese asiatico.

Oltre 150 delegati dalle 34 province afgane hanno preso parte alla Conferenza che si concluderà domani nella capitale con un documento politico che verrà presentato nel pomeriggio alla stampa nazionale e internazionale. Il presidente Hamid Karzai ha mandato un messaggio di apprezzamento per i lavori della conferenza letto da un portavoce della presidenza, ma i delegati hanno espresso disappunto per la mancata presenza del titolare dell'Economia, il ministro Abdul Hadi Arghandiwal che non si è presentato ai lavori.

martedì 29 marzo 2011

RITORNO A KABUL

Non nascondo una certa emozione. Manco da un paio di mesi e stiamo andando alla Conferenza della società civile afgana che abbiamo, come "Afgana", contribuito a organizzare...

lunedì 28 marzo 2011

LA FOTOGRAFIA VISTA DA MARIO

Fotoreporter: un reportage radiofonico sul reportage fotografico. Dal 26 marzo sulle frequenze di RaiRadio3 alle 10.50. Regia di Cettina Flaccavento

Quando nasce il fotoreportage in Italia? Quando la fotografia, patrimonio di rotocalchi con gli scatti delle dive del cinema, diventa racconto per immagini della realtà del nostro Paese? Qual è il confine tra la realtà e l'immagine, fin dove arriva l'etica e la deontologia di un fotografo, cosa sono gli stili fotografici, che relazione c'è tra arte, cronaca e mercato?

Sono le domande che ci facciamo con Mario Dondero, raccontando questa grande avventura anche attraverso la storia personale di un fotoreporter coi fiocchi.

Ascolta le puntate dal sito di Passioni su Radio3


Nella foto di Mario Boccia, Dondero e Giordana negli studi di Via Asiago 3. Al centro il fotografo Romano Martinis

sabato 26 marzo 2011

L'OCCASIONE PERSA DEL MOVIMENTO PER LA PACE

Sono stato alla manifestazione di oggi a Roma per l'acqua pubblica. Mi dicono di 300mila persone e non stento a crederlo. Bello e trasversale, dal Sole che ride ai trozkisti, dai comitati campani agli studenti della Sapienza. Ma con mio sommo disappunto: poche, pochissime bandiere della pace e solo qualche cartello per ricordare che la guerra è una pessima risposta a qualsiasi crisi e difficoltà. Ora, so che la manifestazione contro la guerra sarà il 2 e onestamente non capisco, da semplice cittadino pacifista, perché bisogna aspettare che la ferocia della guerra vada avanti per un'altra settimana senza che ci si possa esprimere contro. L'occasione di oggi era ghiotta: senza tante parole d'ordine, senza troppi distinguo, si poteva sbandierare l'arcobaleno subito unitamente alla battaglia per l'acqua. Un modo per dire che ci siamo pur con tutti i dubbie le domande che un no alla guerra solleva (ad esempio, cosa rispondiamo al problema della protezione dei civili?). Ero rimasto alla scelta di fare della manifestazione di oggi anche un momento di vitalità del movimento della pace ma invece no, per manifestare devo aspettare che intanto la Nato vada avanti sostenuta dai litigi di Sarko e Frattini per altri sette giorni senza che il popolo della pace si esprima perlomeno per dire che con la guerra non ci stiamo. Bisogna aspettare il 2, con qualche morto e qualche bombardamento in più. Posso solo augurarmi che il 2 ci sia tanta gente anche se io avrei preferito, e individualmente l'ho fatto, dire la mia oggi.

Sulla No Fly Zone ci sono tante idee, sulla guerra in se' anche (per il petrolio, per dare lavoro alla Nato, per una nuova stagione coloniale e chi più ne ha ne metta). Io, personalmente, ero contrario alla No Fly Zone per un semplice motivo: temevo che sarebbe andata com'è andata e cioè una buona idea (proteggere i civili) che si dimostra un'ennesima chance per giocare ai soldatini col cuore e i corpi di molti innocenti. Nell'essere contrario mi domandavo cosa si potesse fare per bypassare il rischio di un nuovo conflitto ma senza nascondermi che il problema della protezione degli insorti c'era e rimane. Avei sperato che il dibattito iniziasse allora e che già allora, prima e non dopo i bombardamenti, il movimento per la pace dicesse almeno, in piazza, che “proteggere si, bombardare no”. A cose fatto perde un po' di senso. E ne perde di più se bisogna aspettare ancora una settimana e circoscrivere la manifestazione in qualche slogan puro e duro, senza se e senza ma.



Credo che
ci siano molti se e molti ma. Credo che dovremmo affrontare il tema della protezione. Credo che, oltre a manifestare, dovremmo proporre soluzioni e non aspettare che Bruxelles ce le imponga. Non credo che riusciremo a farlo il 2. Ma oggi invece si poteva far sentire la nostra voce, pur con tutti i distinguo e i se e i ma su cui si spremono le meningi le persone che amano ragionare con la propria coscienza. Mi sembra insomma che oggi sia stata l'ennesima occasione persa per dire che ci siamo, che forse non la pensiamo tutti allo stesso modo, ma che non crediamo che la guerra possa risolvere, come dice la nostra Costituzione, i contenziosi di qualsiasi genere siano. Sono un illuso? Oggi avrei voluto illudermi assieme a 300mila altri che credo, più o meno, la pensino grosso modo come me.

martedì 22 marzo 2011

LA NO FLY ZONE E LA MORTE DELLA POLITICA


Senza andare
ai tempi dell'Impero romano basterebbe la dichiarazione Balfour del 1917 per chiarire che un conto sono le carte scritte e un conto la loro interpretazione. Così che la risoluzione dell'Onu 1973 viene tirata in queste ore a destra e a sinistra (e non solo in senso figurato) come una coperta troppo stretta che cerca di coprire appunto le più diverse interpretazioni. Prendete ad esempio la lettura che ne fa il ministro degli Esteri britannico William Hague, secondo cui la 1973 autorizza la possibilità di attacchi contro Muhammar Gheddafi ( “...le cose consentite dipendono dai comportamenti, dalle circostanze...”) o la lettura più prudente dell'ammiraglio americano Mike Mullen secondo cui l'obiettivo della risoluzione non è la caduta del colonnello. O quanto vi ha letto la Lega araba, correttamente, ossia che un conto è proteggere i civili, un'altra bombardarli, posizione ripresa ieri dalla Tavola della pace (“...una cosa è la Risoluzione dell’Onu, un’altra è la sua applicazione. Una cosa è difendere i diritti umani, altra è scatenare una guerra....la Carta dell’Onu autorizza missioni militari, non qualsiasi missione militare...). Insomma lo spettro della guerra si aggira sui cieli libici e sulle cancellerie di mezzo mondo. E, giustamente, fa paura.

Quel che tutti si chiedono, forse un po' tardivamente, è cosa sta facendo la diplomazia. Abbiamo saputo che gli spagnoli hanno ascoltato dall'opposizione libica la richiesta di armi, che gli 007 si muovono ma non c'è molto altro. Ban Ki-moon agita la necessità (sacrosanta) di un cessate il fuoco ma, da varie capitali (come ahinoi quella italiana), già si spalleggia una presa in carico della consegna da parte della Nato, organizzazione regionale assai poco comunitaria e che non ha fornito ottime performance negli ultimi anni. La politica, assente, resta ostaggio ormai da troppi anni della soluzione militare ancorché il ricorso alle armi per fermare la guerra, negli ultimi anni, abbia semplicemente portato al suo prolungamento.

Il dramma di questo ennesimo conflitto è che la politica rischia di uscirne ancora sconfitta e che il buon risultato di una risoluzione condivisa (pur se con cinque astensioni) venga vanificato dalle troppe letture di un testo che a Parigi e Londra si legge in un modo e al Cairo o a Giacarta in un altro. Se l'obiettivo è la protezione dei civili, le operazioni di sorvolo dovrebbero essere mirate a non far alzare i caccia libici. Se invece (ma dov'è scritto?) l'obiettivo è cacciare Gheddafi o fulminarlo nel suo bunker allora è giusto bombardare Tripoli costi quel che costi. Su questa interpretazione che contiene una bella differenza e che centra in pieno la fragile frontiera tra l'ingerenza umanitaria e l'esportazione della democrazia sulla punta dei carri armati si gioca la credibilità delle istituzioni sovranazionali che ci siamo dati e forse ci offrono anche l'occasione di ripensarne ruolo e autorità. Ma sotto il fragore delle bombe che rischiano di mischiarsi alle urla delle vittime civili discutere diventa di ora in ora sempre più difficile.

lunedì 21 marzo 2011

AFGHANISTAN, NEGOZIATO SOTTO TRACCIA

Nonostante le vicende afgane siano state inevitabilmente oscurate dal nuovo scenario imposto dal Nordafrica e dalle rivoluzioni nel mondo arabo musulmano, qualcosa si fa strada nell'intricata matassa della guerra infinita. Presto per dire se si tratta dell'ennesimo ballon d'essai per spingere anche i più riottosi verso un negoziato che si profila inevitabile o effettivamente di una svolta reale. Qualcosa però si sta muovendo.

Le danze le ha aperte a fine febbraio il New Yorker con un articolo di Steve Coll, un giornalista che ha vinto il Pulitzer e dunque non proprio solo un cronista d'assalto. Secondo Coll, che riferiva di quanto gli hanno detto alcuni funzionari dell'Amministrazione americana, alcuni inviati statunitensi sono entrati in contatto diretto con i talebani avviando un primo segreto contatto con la guerriglia. La Casa bianca non ha smentito, limitandosi a ricordare i paletti che gli americani hanno sempre messo davanti a qualsiasi negoziato (riconoscimento della Costituzione afgana e abbandono della lotta armata e dei legami con Al Qaeda), ma sottolineando che proprio Richard Holbrooke era sceso a patti col diavolo – Slobodan Milosevic – col risultato di fermare la guerra. In febbraio i paletti sono stati reiterati dalla signora Clinton ma la chiusura totale a un confronto diretto coi talebani sembra essersi dissolta. I paletti restano ma la porta rimane aperta.

Se a Coll sia stata raccontata la verità o un pio desiderio non sappiamo dire. Certo l'atteggiamento è cambiato così come sembra essersi ammorbidito quello assai muscolare di David Petraeus, il generale tutt'ora in comando alle forze alleate della coalizione che fa capo alla Nato. Nell'ammettere davanti al Congresso, qualche giorno fa, che nonostante “significativi progressi” la situazione resta “fragile e reversibile”, il marmoreo comandante americano sembra aver aperto lui pure uno spiraglio. Anche perché alcuni elementi lo consentono e altri lo consigliano.

Sul piano militare la Nato non ha in realtà fatto progressi sostanziali ma è pur vero che anche la marea montante talebana sembra aver subito una battuta d'arresto. L'aumento consistente di azioni terroristiche a danno di civili (come a Kunduz e a Jalalabad alcuni giorni fa dove kamikaze hanno ucciso quasi cento cittadini inermi) e la crescita degli attacchi con Ied (bombe sporche poste al ciglio delle strade), anch'esse con un bilancio enorme di civili uccisi, segnala due elementi: il primo è che il ricorso massiccio ai kamikaze e agli Ied evidenzia una tattica militare che cerca di evitare lo scontro in campo aperto ed è dunque segnale di debolezza. Il secondo è che l'aumento consistente di civili uccisi sta creando una danno ai talebani così elevato che nei ranghi della guerriglia in turbante si sarebbe aperto un vero e proprio processo alle frange che utilizzano sistemi il cui costo sociale è enorme e la cui ricaduta sul consenso alla guerriglia è del tutto negativa.

Benché i talebani abbiano contestato le cifre fornite dall'Onu e dalla Commissione nazionale afgana per i diritti umani, secondo cui la guerriglia sarebbe responsabile del 75% delle morti di civili nel 2010, l'aumento della responsabilità talebana nelle uccisioni di donne, uomini e bambini innocenti comincia a pesare sulla strategia di lungo termine soprattutto della shura di Quetta. Secondo l'Afghanistan Analysts Network (Aan), un autorevole think tank afgano che ha condotto un inchiesta sul codice di comportamento talebano, le recenti stragi di civili a Kunduz, Jalalabad e in altre zone del Paese hanno aperto un vero e proprio contenzioso tra il vertice e alcuni comandanti che, secondo un portavoce talebano, verranno punti se ritenuti colpevoli di aver violato i comandamenti emessi da mullah Omar nel 2009 sul rispetto e la protezione dei civili. E' noto infine che la distanza tra la shura di Quetta – che fa riferimento diretto alle decisioni del mullah Omar – e la filiera della famiglia Haqqani, che controlla parte del settore orientale al confine col Pakistan, sta notevolmente aumentando, figlia di un contenzioso antico di almeno cinque anni sul modo di condurre la guerra agli stranieri: azioni d'avanguardia kamikaze contro la più tradizionale teoria della lenta ma inesorabile conquista territoriale. Lo stesso si può dire dei rapporti con Gulbuddin Hekmatyar, leader del “terzo fronte” guerrigliero e in grado cdi controllare, almeno in parte, proprio la zona di Kunduz. Il primo vero segnale è di sei mesi fa quando, agli inizi di agosto, sei cittadini americani, un britannico, un tedesco e due afgani afgani appartenenti a una organizzazione non governativa cristiana vennero trucidati brutalmente tra il Nuristan e il Badakshan. Dopo la rituale rivendicazione talebana, una caparbia analista di Aan aveva deciso di andare a fondo. E dopo essere entrata in contatto con un portavoce talebano le era stato detto che la shura di Quetta aveva condannato l'episodio: che stava anzi cercandone i responsabili e che, una volta trovati, sarebbero stati puniti. L'ipotesi che circolò allora era quella di di gruppi salafiti infiltrati nel Badakshan e nel Nuristan che avevano messo a segno l'agguato senza un mandato dai vertici. Anche perché – e questo è il guaio della guerra e dei talebani - un unico vertice guerrigliero non c'è.

Tutti questi elementi uniti allo stallo inevitabile della guerra (i talebani ripetono di aver dalla loro il tempo ma sanno che non potranno mai prendere le città e che le stragi di civili continuano a minare un già magro consenso popolare anche nelle regioni che controllano), potrebbero aver portato la leadership (o per meglio dire, una parte della leadership) a più miti consigli. Lo stesso vale per gli americani, pressati dalla consegna dell'inizio del ritiro (luglio 2011) e da una guerra sempre più impopolare. In tutto questo ci sono almeno due problemi.

Una trattativa diretta tra americani e talebani è possibile e forse persino auspicabile ma si scontra quantomeno con l'ostacolo rappresentato dal detentore legittimo del piano di riconciliazione nazionale, e cioè il presidente Karzai e il suo Consiglio supremo di pace che non può essere, almeno formalmente, bypassato tout court da un negoziato diretto tra guerriglia e alleati. Il secondo ostacolo è rappresentato dal Pakistan che non ha fatto mistero di voler giocare la carta negoziale purché sia Islamabad a guidare il gioco e non certo Washington con cui il Pakistan è ai ferri corti. Anche per questo motivo, qualche mese fa, era maturata l'ipotesi, concretizzatasi in alcuni incontri di alto profilo a Kabul e a Islamabad, di un patto pachistano-afgano nel quale Karzai riconosceva una sorta di diritto di prelazione ai pachistani e il Pakistan garantiva i suoi buoni auspici sulla leadership talebana. Ma nella realtà dei fatti, alla shura di Quetta questa prelazione pachistana va un po' stretta. Ecco perché l'opzione del colloquio diretto col nemico avrebbe preso piede.

A conti fatti quello che sembra ancora mancare è un mediatore terzo e super partes: non l'Arabia saudita o i paesi del Golfo, troppo schiacciati su Washington, non l'Onu, percepita come troppo filo occidentale, anche se possibile anfitrione di un soggetto terzo, che qualcuno ha individuato nella Turchia: abbastanza vicina all'Occidente, essendo un partner Nato, ma abbastanza digeribile dai talebani, in quanto Paese musulmano e sufficientemente affidabile da garantire forse anche un ufficio di rappresentanza dei talebani ad Ankara. La strada resta in salita ma i tempi sembrano maturare e qualcosa potrebbe accadere. Ad esempio la cancellazione, più volte richiesta, dei capi talebani dalla lista nera dell'Onu. E garanzie sicure che l'inizio del negoziato non sia seguito da arresti di massa. Potrebbe persino essere che la scarsa attenzione internazionale alle vicende afgane, distolta dagli aventi africani e mediorientali, si riveli un'occasione importante per poter lavorare sotto traccia senza troppi occhi indiscreti e senza inopinate levate di scudi.

domenica 20 marzo 2011

LA NFZ E IL BICCHIERE MEZZO PIENO

Abbiamo già espresso alcune preoccupazioni sull'applicazione di una No Fly Zone sulla Libia: il meccanismo militare, malamente maneggiato e non sostanziato da una forte opzione politico negoziale, rischia infatti di trasformarsi nell'anticamera di un'operazione terrestre e, dunque, di un ennesimo conflitto dagli esiti incerti. La prudenza dunque è bene mantenerla senza pensare che il fucile risolva i problemi della politica.

Ma a voler vedere il bicchiere mezzo pieno ci sono diversi elementi positivi nella decisione presa all'Onu tre giorni fa. Innanzi arriva da un Consiglio di sicurezza nel quale, al netto di cinque astensioni, Cina e Russia hanno rinunciato al diritto di veto avallando in buona sostanza l'operazione. E gli Stati uniti, avvezzi a proporsi come il traino di ogni operazione politico militare degli ultimi decenni in nome di qualche giusta causa, hanno fatto un passo indietro, rinviando a una decisione multilaterale quel che un tempo sarebbe invece stata la crociata di un solo Paese. Infine, per la prima volta, la Lega araba si è espressa ancor prima dell'Onu a favore della NFZ, dando quindi ancor più legittimità alla scelta.
Chi ha criticato però l'eccessiva timidezza della comunità internazionale, si sbagliava. Non era solo imbarazzo, timidezza, ignavia ma forse, per la prima volta, la coscienza che una decisione grave richiede di pensarci non due ma tre volte, al punto che qualche Paese, come la Germania, ha preferito farsi da parte.

C'è dunque un fatto positivo da registrare e forse un'inversione di tendenza a cui ci piacerebbe credere, pur restando intatte tutte le nostre perplessità su un attore, l'Onu, depotenziato con tale abilità negli ultimi vent'anni, da essere una scatola vuota dal punto di vista politico e militare: non saranno suoi gli aerei né le navi e un corpo di caschi blu richiede tempo, mezzi e determinazione. Che Londra o Parigi, e forse Roma, ci mettano i caccia va bene fino a un certo punto e il tempo delle “coalizioni di volenterosi” dovrebbe tramontare per sempre.
Può essere la NFZ in Libia anche l'occasione per ripensare all'Onu, alla riforma del Consiglio di sicurezza, alle regole d'ingaggio dei suoi eserciti disarmati e dipendenti dalla volontà di pochi? Se sì la NFZ avrà ottenuto due risultati: fermare il colonnello (ci auguriamo con la sola forza della dissuasione) dal compiere una strage e aver ripescato lo spirito che dopo la seconda guerra mondiale fece credere che un nuovo mondo fosse ancora possibile.

mercoledì 16 marzo 2011

IL BAHREIN E NOI

Cosa avreste pensato se nell'estate del 1968 uno dei maggiori quotidiani del vostro Paese avesse relegato la notizia dell'invasione di Praga a pagina 15? Forse non lo avreste perdonato nemmeno se allora a farla da padrone fosse stata l'eruzione del Krakatoa. Eppure ieri la lieta novella dell'invasione del Bahrein da parte di mille soldati sauditi e 500 poliziotti degli Emirati è passata in secondo piano. Chissà come va oggi, dopo la proclamazione dello stato di emergenza, una repressione durissima e l'ordine del monarca di usare la forza senza se e senza ma.

L'occupazione militare del Bahrein è in realtà molto simile all'invasione di Praga del 1968 che Mosca motivò “tecnicamente” con l'adesione della Cecoslovacchia al Patto di Varsavia, cosi come tecnica è stata la decisione di Riad ed Eau, riuniti col Bahrein nel Consiglio del Golfo. Certo, si opinerà, il governo di Praga non inviò a Mosca nessuna richiesta come invece ha fatto l'algido monarca del Bahrein, ma il punto non è questo. Dagli accordi tra Hanoi e Washington a quelli tra Kabul e Mosca, il mondo ne ha viste di richieste di aiuto ai Paesi o partiti fratelli. Sempre un'ottima scusa quando c'è bisogno di essere in due per menare chi disturba e si sta rivelando più grosso di noi. “Tecnicamente”, si sono affrettati a spiegare i sauditi, i soldati di Riad sono solo un prestito all'ombrello offerto dal Consiglio per la cooperazione del Golfo e dunque la forma è salva. La sostanza invece – e cioè un intervento militare con tanto di carri armati - non cambia.

Quel che stupisce non è tanto la scarsa attenzione dei giornali ma il silenzio assenso degli americani e degli europei, accusati ieri di un certo cinismo dal Financial Times, uno dei pochi giornali ad aver dedicato una riflessione alla vicenda. Questo silenzio dorato di cinico pragmatismo dell'Occidente, velato solo da qualche timido appunto, dice che è tutto sommato un bene che la vecchia monarchia dei Saud abbia riordinato le cose nell'assolato giardino di casa, mettendo a tacere una minoranza sconsiderata che protesta da giorni pacificamente nella piazza delle Perle. Con tutto lo tsunami che ci circonda, dal Giappone alla Libia, non mette conto di prender troppa parte per qualche migliaio di dimostranti che chiedono il diritto di rappresentanza seduti sul quel mare di petrolio che ha fatto schizzare la benzina, alla pompa, a 1,640 euro al litro. Un problema che i tank di Riad non hanno.

venerdì 11 marzo 2011

PERCHE' NON MI PIACE (E MI FA PAURA) LA NO FLY ZONE


A metà degli anni Novanta l'Onu vietò lo spazio aereo sopra la Bosnia senza riuscire però a evitare la mattanza di Srebrenica o lo stillicidio di Sarajevo. Agli inizi di quel decennio invece, una coalizione di volenterosi, che allora non si chiamava ancora così, aveva deciso, in barba all'Onu che definì “illegale” quella scelta, di imporre una no fly zone sui cieli dell'Irak. Stati uniti, Gran Bretagna e Francia (che nel 1998 si ritirò dalla missione) ottennero qualche effetto nella protezione dei curdi nel Nord del Paese, ma non riuscirono a impedire le stragi di sciiti che Saddam Hussein aveva ordinato nel Sud agli squadroni di elicotteri che, volando bassi, sfuggivano ai radar nemici perseguendo senza difficoltà i propri obiettivi. La no fly zone sull'Irak, infine, fu l'anticamera della guerra più nefasta che l'inizio di questo secolo abbia visto.

Se l'esperienza insegna qualcosa bisognerebbe dunque pensarci due volte, come per fortuna Stati uniti e Europa stanno facendo, prima di fare un passo pericoloso come l'istituzione di una no fly zone. Tecnicamente impedire il sorvolo dei cieli libici ai caccia del rais può apparire come una scelta “umanitaria” tesa a impedire un possibile massacro di civili. Ma di fatto è una dichiarazione di guerra e prelude a veri e propri atti di guerra come sono le azioni di intercettazione e abbattimento dei velivoli posti sotto tutela. Gli atti bellici spingono di solito ad altri atti bellici e a un'esibizione muscolare che tende a trasferirsi dal cielo alla terra con conseguente invio di truppe. Preludio insomma a un'ennesima palude in cui, per evitare una strage di civili, si prepara in grande stile la loro futura e certa morte per mano amica.

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mercoledì 2 marzo 2011

LEZIONE MEDITERRANEA

Del senno di poi son piene le fosse e sarebbe dunque un esercizio inutile dar colpa alle diplomazie occidentali e americane di non aver previsto la “vague méditerranéenne” che ha colto tutti impreparati. Né è stato molto generoso Bill Emmott che, sulle pagine de La Stampa, ha ricordato come, sin dal 2009, l'Economist avesse previsto il “risveglio dal sonno” del mondo arabo. Per noi giornalisti gettare lo strale è facile e non c'è Paese al mondo del quale non potreste dire “succederà qualcosa”, per poi rivendicarlo qualche anno dopo con la caduta della borsa, una sommossa di piazza, la fine del partito di maggioranza. “Io l'avevo detto...”. La questione è un'altra.

Quando una situazione, per quanto imperscrutabile e imprevedibile, precipita, la diplomazia si mette al lavoro. E' nelle crisi che si vede la stoffa, la preparazione e di quanti e quali strumenti è in possesso. La rivolta del Mediterraneo, dall'Egitto alla Tunisia passando per la Libia, ci ha visto solidamente impreparati, con qualche gaffe notevole (come indicare durante la crisi a Tunisi il modello Gheddafi), un esagerato prendere tempo (non disturbiamo il colonnello) e poi, improvvisamente, un'esibizione muscolare che ci vorrebbe fautori della “no fly zone”, opzione su cui in queste ore si esercitano analisti e generali, osservatori e opinionisti. Non è il caso di dilungarsi sui rischi insiti in questa scelta, ben presenti in primis all'Amministrazione Obama e ai vertici delle Nazioni unite, sulla quale conviene invitare, questa volta sì, alla prudenza, se non si ha troppa fretta di innescare l'ennesimo conflitto dagli esiti incerti: un altro Afghanistan dietro l'angolo nel quale sperimentare nuovi sistemi d'arma mettendo in conto, nel centrare gli aerei del rais, qualche quotidiano bilancio di effetti collaterali civili.

Ma il vero punto, come in particolare segnalano bene le difficoltà della diplomazia francese e italiana, è come attrezzarsi nell'epoca in cui, con eccessiva semplicità, abbiamo liquidato schiere di funzionari pubblici con la feluca in nome del fatto che la “politica estera adesso la fanno presidenti e primi ministri” e in una fase in cui la società civile, assai più di ministri e cancellieri, tiene banco sulla scena politica come la vague méditerranéenne sembra indicarci.

Sul primo punto è chiaro che la semplificazione è quantomeno superficiale: se premier e capi di stato decidono nei vari G declinati numericamente (G2, G8, G10, G20 e via moltiplicando), sono ambasciatori e consiglieri, segretari e consoli a tessere una tela diventata sempre più intricata. La diplomazia ha assai meno bisogno di cene ufficiali e cerimoniali ma assai più necessità di orecchie e occhi attenti. In una crisi come quella libica sarebbero i rapporti con gli ex ministri di Gheddafi, quelli antichi col rais, quelli nuovi con gli emergenti capi popolo a salvare il salvabile. Altro che fly zone. Per un Paese la cui Costituzione impone il ripudio della guerra “come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, la diplomazia è un'arte sacra, un'opzione irrinunciabile, la spina dorsale stessa del Dna del nostro Paese. E qui si viene al secondo punto.

Quanto siamo attrezzati oggi (noi, i francesi, i tedeschi, gli americani) a comprendere il mondo in cui viviamo? Quanto siamo in grado di capire, non tanto quando un regime dittatoriale cadrà, ma quali saranno i suoi becchini? Quanti contatti abbiamo, in una parola, con la società reale dei Paesi in cui operiamo? Quanto conosciamo le sue associazioni, i suoi centri culturali, le sue espressioni nascoste di dissenso, i circoli, i ritrovi, i luoghi dove il malessere si esprime e dove nascono, maturano, si fanno strada i nuovi leader? Una salda diplomazia coltiva empirei e bassifondi, il “Circolo della caccia” e le associazioni di quartiere, i salotti dei notabili e i luoghi di ritrovo al parco pubblico dove si diffonde il pensiero antagonista che non trapela sui giornali di regime, nelle discussioni dei politici ammaestrati, nei finti reportage delle tv di Stato.

Questa conoscenza, che si fa metodo e strategia, ha naturalmente bisogno di una direzione e di un ripensamento dei vecchi strumenti diplomatici che il mondo moderno ha messo in crisi: un ripensamento che guidi i giovani studenti della scienza diplomatica nei meandri di facebook tanto quanto nell'abile capacità di stendere un valido “trattato di amicizia”. La Libia è un buon banco di prova. Ma non per mostrare muscoli tardivi, velleitarie opzioni sull'uso della forza, lo stantio ricorso all'ingerenza umanitaria che trasforma le missioni di pace in guerre senza fine. Su questo banco di prova si può misurare la statura di un Paese, la sua capacità di mediare, di proporre soluzioni, di individuare referenti e protagonisti. Un esercizio che ben fatto ci salverebbe dall'ennesimo pericoloso slancio militare e da una retorica che rischia di far male a noi quanto al povero popolo libico. Che vorremmo salvare dalle mani insanguinate del colonnello a costo di cacciarlo in una nuova guerra.