Post più popolari

Visualizzazioni ultima settimana

venerdì 29 aprile 2011

I FANTASMI DI MADAME NHU

I mille spettri del suo passato, compresi quelli dei monaci buddisti che si diedero fuoco per protestare contro l'occupazione americana del Sud Vietnam, l'hanno forse inseguita anche nella sua casa di Roma. Perché è a Roma, all'età di 87 anni, che Madame Ngô Đình Nhu, meglio nota come Madam Nhu, è morta. Ma chi era questa signora piacente e con pochi peli sulla lingua nata nel 1924 ad Hanoi quando il Vietnam era ancora Indocina francese? Chi era questa donna che a fianco degli americani aveva combattuto fieramente i comunisti vietnamiti? Chi era questa Mata Hari asiatica che, pur filo americanissima, aveva poi detto di loro: “chi ha come alleati gli americani non ha bisogno di nemici”?



Madame Nhu o Dragon Lady che la vogliate chiamare era nata bene. Natali aristocratici nel Vietnam francese e una parentela con l'imperatore Bao Dai. Giovinezza spensierata e un nome che significa “meravigliosa primavera”. Ma poi arriverà l'autunno della fine dell'Indocina francese, la nascita di un Vietnam del Sud conteso dai nordisti di Ho Chi Minh e sostenuto dagli americani che punteranno tutto sul presidente Ngo Dinh Diem, un ex mandarino il cui fratello minore, Ngo Dinh Nhu, diviene capo della polizia segreta. Ma Ngo Dinh Nhu è anche il marito di Madame Nhu e cosi la coppia prende casa a palazzo. E' la seconda metà degli anni Cinquanta

Di Madam Nhu si dice di tutto e di più: che è una moralista esagerata perché si è convertita dal buddismo al cattolicesimo: che chiude i bordelli e predica la lotta all'aborto ma che porta scollature vertiginose; che trama nell'ombra, che gestisce le reti segrete di palazzo. Ma soprattutto che parla fuori dai denti: anche troppo. Negli anni Sessanta il Vietnam è attraversato dalle proteste dei monaci buddisti che, loro pure, sono contrari alla guerra coi fratelli del Nord. Alcuni di questi religiosi si danno fuoco. Si immolano tra le fiamme della benzina. Episodi ricordati allora come il suicido dei bonzi. Ma a Madame Nhu questa cosa non piace e la commenta cosi

Insomma questi monaci – dice in televisione - sono stati ridotti dai lor mistici capi a dei...barbecue. E non solo. Per uccidersi in nome della nazione non hanno nemmeno usato benzina nazionale ma quella importata dall'estero. E' Davvero troppo

La protesta dei monaci e le sorti sempre peggiori della guerra inducono gli americani a cambiare cavallo. Il presidente viene scaricato e ucciso da un aiutante del generale Dương Văn Minh il 2 novembre 1963, durante un colpo di stato. E Duong Van Minh diventa dunque presidente al posto di chi, una volta morto, non potrà più proteggere la sua “Lady Dragon”, la donna del fratello che, visto che il presidente era scapolo, veniva vista in Vietnam come la vera first Lady. Una first Lady per cui è arrivata l'ora del tramonto.
Ma è un tramonto fiero, da drago vietnamita. Rifiuta l'esilio in America e sceglie la Francia e l'Italia dove si trasferisce anche perché in Vietnam, dove i suoi beni saranno sequestrati, non potrà più tornare. Guarda dall'Europa la fine di un mondo che sentiva non appartenerle più e che si conclude con le immagini degli ultimi americani che abbandonano nel 1975 l'ambasciata americana di Saigon: alla fine dei traditori anche per lei

giovedì 28 aprile 2011

AEROPORTO MORTALE

Il primo comunicato è laconico in perfetto stile militare: ''...alle 10.25 e' stata segnalata una sparatoria con armi automatiche all'interno della base di addestramento aeronautico della Nato per cui e' stata inviata una Forza di reazione rapida...'' Una brutta storia che col correre delle ore presenta un bilancio da strage: nove militari della Nato e un contractor uccisi e cinque soldati afgani feriti. Il colpevole, di nome Ahmad Gul anche lui morto, era un pilota dell'esercito afgano. I talebani rivendicano a breve giro di comunicato anche se qualche dubbio è lecito avanzarlo e si avanza l'ipotesi di un diverbio finito nel sangue. Le rivendicazioni del resto seguono sempre qualsiasi azioni: “mettono il cappello”, anzi il turbante, salvo smentite.

Rissa o attentato che sia conviene intanto situare il luogo del conflitto a fuoco: l'aeroporto militare internazionale ai confini settentrionali della capitale afgana, nel Nordest di Kabul. Fino a ieri sinonimo di sicurezza inviolabile.

L'aeroporto militare di Kabul è una struttura completamente rinnovata da due anni e, in molte strutture, nuova di zecca. Entrarci è difficile come uscirne. Se se non siete su un mezzo militare, se non siete passeggeri di una macchina con targa diplomatica (che le targhe spesso non le esibiscono), con un permesso speciale, anzi specialissimo, l'accesso è vietato. Il check point è severissimo e, comunque, una volta entrati, ci sono da fare quasi due chilometri per arrivare al gate delle partenze. Se vi hanno depositato all'ingresso e non avete qualcuno che vi viene a prendere, dovreste vagare a piedi in una sorta di terra di nessuno protetta da alti muri di cemento armato che circondano un perimetro rettangolare arido e vastissimo, una delle zone più off limits della città.

continua su Lettera22

martedì 26 aprile 2011

BUONI PROPOSITI PASQUALI

Un ambientalista è per forza un pacifista? Non sempre e non per forza, come il dibattito sull'intervento in Libia ha dimostrato e come dimostra l'interrogativo che, dall'ingerenza umanitaria in avanti, caratterizza un modo di interrogarsi che va oltre schemi e ideologie. Pur se, per forza di cose, non si può eludere il rapporto che la guerra ha, oltre la distruzione degli esseri umani, con le offese e le ferite che porta al territorio, agli animali che lo popolano, alle specie vegetali che lo ricoprono. Basterebbero le immagini del napalm, in un certo senso, a marcare una linea netta tra chi ama la Terra e chi pensa che sia solo un luogo su cui fare esercizi muscolari.

Ma se un ambientalista è abbastanza pragmatico e abbastanza deideologizzato da porsi comunque una serie di domande (come posso difendere un mio simile) c'è qualcosa su cui forse è legittimo interrogarsi a priori. Non è vero infatti che sulla guerra finiamo sempre per esprimerci (e condannarla) una volta che è scoppiata? Se a Pasqua, come a Natale, si fanno buoni propositi, non sarà il caso, questa volta, di chiederci cosa si può fare prima che la guerra, ultima e pessima ratio, diventi lo strumento principale per tentare (spesso fallacemente) di risolvere un problema?

Il dibattito sul conflitto in Libia ha messo in luce due elementi: il primo è che, per la prima volta, la comunità internazionale ha messo nero su bianco in una risoluzione largamente condivisa il concetto di protezione dei civili. Giusto, sacrosanto, indubitabile passo avanti. Ma il secondo elemento è che, per proteggere, abbiamo utilizzato strumenti che si stanno rivelando, come già in passato, pericolosi e per nulla risolutivi. Le bombe non scacciano le bombe: le chiamano. E un 'organizzazione regionale (la Nato) non può assumersi l'incarico a nome degli oltre 180 Paesi che compongono il mondo. Abbiamo bisogno di strumenti nuovi. E sarebbe ora che ci pensassimo prima. Perché, dopo la Libia, potrebbe esserci lo Yemen, il Bahrein o, nuovamente, il Sudan....(CONTINUA SU LETTERA22)

sabato 23 aprile 2011

GLI ECOLO' FRANCESI E IL CASO HULOT

Chi è quel mattacchione che su Youtube, fingendo di lanciarsi da una qualche altura con tanto di casco occhiali e giubbetto paramilitare, si rivela – appena la telecamera allarga – una sorta di comico di periferia che attraversa le strade di Usuhaia, capitale della Terra del fuoco, con una sedia attaccata al groppone? Oui, je suis Nicolas Hulot: ecco il nuovo candidato all’Eliseo del partito verde francese. O almeno vorrebbe esserlo, in vista delle presidenziali del 2012.

La rivelazione dell’autocandidatura verde di Nicolas è di metà aprile ma da allora impazzano le polemiche. Chi non lo conosceva lo ha visto su Youtube fare il buffone con la sedia sul dorso o impegnato in qualche prova di coraggio su aerei d’alta quota e, nei casi migliori, tra qualche fiore tropicale o col microfono davanti alla faccia di un indigeno in via d’estinzione. Chi lo conosceva, i francesi soprattutto, ne sa parecchio perché Nicolas Hulot, presentatore televisivo prestatosi alla politica, ha una carriera da roboante protagonista nella fortunata trasmissione televisiva verde del primo canale francese che si chiama appunto Ushaia.

Sembra, di primo acchito, il prototipo perfetto del candidato catodico o, se preferite, digitale. Poche parole chiare e sufficientemente vaghe, qualche pervicace buco di memoria, bella presenza, buona dizione, una discreta approssimazione generalista. Il tutto al servizio dell’ecologia.

Quando Hulot, omologo del famoso personaggio di Tati immortalato sulla celluloide nelle spericolate e ridicole vacanze del francese medio anni Cinquanta, ha preso la grande decisione, l’ha spiegata così: “Dopo 35 anni ho percorso il mondo e l’ho visto cambiare. Ho esplorato le sue bellezze e partecipato della sua felicità ma allo stesso tempo ho misurato l’aggravarsi simultaneo dell’illegalità e della distruzione della natura…”. Conclusione apodittica ma incisiva: “…l’urgenza e il senso del dovere ci impongono di cambiare marcia”. A giudicare il personaggio, la marcia sembra più la quinta che non la seconda – come suggerirebbero i teorici della decrescita che in Francia hanno i loro padri nobili – e per altro l’uomo a tout vitesse si è attirato subito una valanga di critiche, incluse quelle dei suoi compagni verdi di strada. Quantomeno: distinguo, prudenza, sarcasmo. E qualche grave accusa.

Daniel Cohn Bendit, verde francese di origine tedesca, a capo dei Verdi nel parlamento europeo, è rimasto molto sulle sue. Con un discreto scetticismo che riguarda però, più che Hulot, i verdi francesi in generale, troppo interessati a stabilire se Nicolas è di destra o di sinistra. Un argomento che però continua ad appassionare gli ecolò d’Oltralpe che si infiammano sui blog e naturalmente sul palcoscenico politico. Per la verità pure Cecile Duflot è rimasta fredda: segretaria nazionale di Europe Ecologie-Les Verts dal novembre 2010, si è limitata a ricordare che all’inizio dell’estate ci saranno le primarie in cui i verdi sceglieranno il candidato per l’Eliseo. E che il caso Hulot “non la preoccupa”. Ma il magistrato Eva Joly, verde francese con ascendenze norvegesi, ha sparato il carico da ’90 a sole 48 ore dall’autocandidatura di Monsier Hulot: secondo Joly, anche lei in corsa per le presidenziali, dietro a Nic il verde ci sono “gli interessi delle multinazionali e non quelli dei cittadini”, allusione che deriva dal fatto che a sponsorizzare “Ushuaia” su TF1 ci sono grandi gruppi industriali che si sono dati una rinfrescata verde. Anche grazie a Hulot. Infine, gli è stato rimproverato, Nicolas nel suo discorso di investitura si è…dimenticato del nucleare.

Insomma
la temperatura è alta. Basterà l’effetto serra del grande schermo a fare di Nicolas Hulot lo sfidante di Nicolas Sarkozy? Si attendono scommesse.

giovedì 21 aprile 2011

NINFEE SOLARI: SE IL PANNELLO FLUTTUA SULL'ACQUA

Larrie Maguire è un signore che coltiva viti nella Napa Valley, uno dei terreni migliori per i grandi cru californiani ma anche uno dei posti migliori al mondo per trasformare i raggi del sole in energia solare. Nella Napa valley un terreno vale tra i 200 e i 300mila dollari all'ettaro, ossia circa 150, 200mila euro, la metà del valore, per farci un'idea italiana di un terreno in Valpolicella, la terra veneta famosa per l'Amarone o il Recito e per grandi bianchi che hanno travalicato i confini nazionali. Giustamente Larry Maguire, che è un ambientalista convinto , il problema se l'è posto. “Io i pannelli li metterei – ha raccontato al New York Times – ma mica posso rinunciare al vigneto...” Come dargli torto?

La scelta di aprire questo sevizio in prima pagina sul giornale americano con la storia di un vignaiolo di successo, rende bene l'idea di quanto poco possa essere peregrina un'idea che sta circolando per trasferire i pannelli solari dai tetti delle case o dai terreni agricoli...all'acqua. Si, all'acqua, avete capito bene: ninfee galleggianti che trasformano i raggi del sole in energia fluttuando su distese liquide

Ci sono diverse compagnie che si stanno attrezzando per mettere i pannelli sui canali idrici o nelle grandi riserve d'acqua che si formano quando, ad esempio, si fa una diga. E forse, se ci pensate bene, anche il riflesso dell'acqua può dare una mano, un po' come l'abbronzatura quando andiamo al mare.
Fuor di metafora e a parte le battute, l'idea sta prendendo piede anche se per adesso, scrive ancora il quotidiano di New York, si tratta di una nicchia in cui si sono messe però aziende con fatturati interessanti: dall'australiana Sunengy all'israeliana Solaris Sinergy: clienti potenziali in India, Oceania, Medio oriente. Acqua e sole, una miscela interessante.

Ma c'è di più: secondo le previsioni della SPG Solar, i pannelli flottanti riducono l'evaporazione dell'acqua oppure possono impedire al sole di raggiungere le alghe limitandone la riproduzione. La Solar sta provando adesso a convincere la California State Water Project a mettere pannelli fotovoltaici sulle 400 miglia di acquedotto della California Aqueduct.... Un'autostrada solare che viaggia sull'acqua che arriva poi ai rubinetti di casa. Due funzioni sociali in una. Tecnologia e innovazione che guardano in alto, galleggiando sull'acqua

sabato 16 aprile 2011

RESTARE UMANI

Il pensiero di Vittorio Vik Arrigoni in un'intervista di Anna Maria Selini

venerdì 15 aprile 2011

LEZIONE LIBICA

La corsa della diplomazia internazionale, da Doha a Bruxelles passando per il Cairo, non solo sembra senza fiato ma appare soprattutto col fiato corto. Quel che la campagna di Libia mette infatti senza pietà sotto gli occhi di tutti è il fatto che la comunità internazionale parla con una coralità di voci che, a dispetto di quanto vorrebbe Hillay Clinton, mostra più che pluralismo di opinioni una dissonante strategia del dopo, a distanza ormai di quasi un mese dalla risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza sulla protezione dei civili libici. Ma andiamo con ordine.

La riunione dell'altro ieri di Doha ha fissato il paletto che invita la comunità internazionale a sostenere i “ribelli” del comitato di transizione. Ma come? Niente armi dicono alcuni, aiuti contro petrolio dicono altri, sostegno umanitario aggiungono altri ancora, più raid e bombardamenti dicono all'unisono Francia e Gran Bretagna (che adesso l'Italia si sia invece decisamente allineata su posizioni negoziali e su un rifiuto dei bombardamenti è una scelta che, ancorché tardiva, non può che farci piacere)....Segue, leggi tutto su Lettera22

giovedì 14 aprile 2011

BIGLIETTO DI RITORNO

In gergo, a Kabul e a Washington, si chiama già “ticket out”, biglietto d'uscita: è l'ultima declinazione dell'ormai abusato termine “exit strategy”. “L'unica cosa che resta da vedere – spiega algidamente un funzionario dell'ONU nella capitale afgana – è se sarà un biglietto di economica o di prima classe”.

Il ticket out dall'Afghanistan è la somma che i paesi occidentali, a cominciare dagli Stati uniti, saranno disposti a mettere sul piatto dal 1° luglio 2011 quando, formalmente, dovrebbe iniziare il ritiro dei primi soldati americani. E il prezzo da pagare sarà un forte investimento sul piano civile: la continuazione del programma di addestramento delle forze armate e della polizia afgana; uno sforzo di efficienza sul piano della cooperazione allo sviluppo; e infine un impegno sulla good governance e nella lotta alla corruzione trasversale che attraversa l'intero governo del presidente Hamid Karzai. L’ultimo punto è quello politicamente più complesso, visto che Karzai, da alleato di ferro della comunità internazionale, è diventato forse la sua maggior spina nel fianco.

Il ticket out durerà un lasso di tempo nemmeno troppo variabile: otto mesi, secondo le ipotesi che circolano negli uffici dell'ONU. “Il periodo dell'impegno avrà una finestra brevissima in cui la borsa sarà larga e aperta. Poi – dicono i funzionari di UNAMA - si chiuderanno i rubinetti”. Molto prima che l'ultimo soldato di ISAF – la forza di stabilizzazione della NATO - abbia lasciato il paese. In realtà, il processo è già iniziato con la decisione ufficiale del primo passaggio di consegne di alcune aree del paese dalla NATO alle mani delle forze di sicurezza afgana. Le zone interessate sono le province di Bamyan, Panshir e Kabul (tranne il distretto di Surobi) e quattro città (Herat nell’ovest, Mazar-e-Sharif nel nord, Lashkar Gah – capoluogo della provincia di Helmand – a sud, e Metherlam – capoluogo della provincia di Laghman – ad est).


La transizione dovrebbe protrarsi sino al 2014, ma probabilmente non oltre: questa data è stata infatti fissata alla conferenza di Kabul dell'anno scorso, nonostante le promesse di restare “fino a che serve” del segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen. Sebbene gli Stati Uniti non abbiano mai detto che abbandoneranno l'Afghanistan al suo incerto destino, il piano è tracciato, come suggeriscono le notizie – mai confermate ma neppure smentite – sui negoziati diretti con i Talebani che sarebbero in corso da tempo.

Anche i paesi europei negano ufficialmente che si stiano “facendo le valige”. Nella residenza che l’UE ha appena inaugurato, tra giardini ben curati e muraglioni di cemento armato, Vygaudas Ušackas, il rappresentante dell'Unione Europea, non usa perifrasi: “Non lasceremo solo questo paese nei prossimi trenta mesi, ma non lo lasceremo solo neppure nei prossimi trent'anni”. D’altra parte, anche Ušackas sa bene che dalle parole ai fatti ce ne corre. Resta ad oggi senza risposta la domanda su quanti militari americani partiranno a inizio luglio, e poi con quale ritmo proseguirà il ritiro. Gli equilibri nel paese sono così fragili che il presidente Barack Obama ha dato spesso la sensazione di voler apparire il meno possibile sulla questione afgana.

L'ultima volta che Obama ha preso di petto il problema risale al 9 dicembre 2009, quando a West Point annunciò l'invio di altri 30.000 soldati. E nel più recente discorso sullo Stato dell'Unione, lo scorso gennaio, Obama ha dedicato all'Afghanistan otto menzioni in circa un’ora. Per trovare un suo discorso compiuto e meglio argomentato bisogna risalire al marzo 2009 quando Obama, eletto da circa cinque mesi, delineò per la prima volta la “sua” strategia per il paese asiatico. Da allora ribadisce al massimo qualche punto, soprattutto la decisione del ritiro, e lascia che a parlare siano Hillary Clinton, Joe Biden, Robert Gates, il generale David Petraeus.

Obama ha dunque deciso di tenere il punto sul ritiro di luglio e di dire poco altro, rinviando forse ad allora qualche chiarimento su cosa accadrà dall'estate in poi. In questa decisione di giocare più tra le quinte che sul palco, il presidente è stato aiutato dal dramma giapponese e dalla crisi libica e forse da una generale stanchezza, anche tra i media americani, sul problema Afghanistan. Del resto, i sondaggi parlano chiaro: quello del Washington Post di marzo mostra come due terzi degli americani ritengono che non valga la pena di continuare la guerra in Afghanistan, mentre quasi tre quarti chiedono il rientro di una parte consistente delle truppe entro l'estate.

Tutti, insomma, sembrano volersi lasciare velocemente alle spalle le nevi – o meglio il pantano – dell'Hindukush

Questo articolo è uscito per AspeniaOnline
Ascolta il reportage su Ecoradio

venerdì 8 aprile 2011

LO SCIVOLONE DI IGNAZIO

Il ministro della Difesa Ignazio La Russa è andato a Herat per assistere al consueto cambio della guardia ma ha fatto in tempo a tornare per il voto in aula del 5 aprile sul contenzioso del caso Ruby. Ciò depone solo a suo favore: alleato prezioso nel governo ma titolare attento del suo dicastero. Uno scivolone però l'ha fatto, riferisce chi ha assistito alla conferenza stampa in cui si presentava una nuova scuola costruita in Afghanistan dal Prt di Herat con denaro privato della Fondazione Cutuli. La scuola è intitolata alla disgraziata inviata dal Corriere brutalmente trucidata in Afghanistan ormai dieci anni fa e la scelta della Fondazione premia un impegno che intende ricordare l'altissimo prezzo pagato dalla collega. Ma La Russa, nel presentare l'iniziativa, ha detto che la scuola è dedicata a tutti i caduti italiani in Afghanistan, facendosi fautore di quella perniciosa confusione di ruoli alla base della “missione di pace” dei nostri militari in Afghanistan, confusione in cui la politica italiana continua a sguazzare rifiutandosi di prendere il toro per le corna.

Effettivamente dedicare una scuola ai caduti italiani (militari) mi parrebbe un'ottima idea ma, con un po' di tatto, la dedicherei in Italia e non in Afghanistan. E comunque, quand'anche il ministero della Difesa lo volesse fare, non direi sia il caso di utilizzare l'iniziativa di una Fondazione privata che ha raccolto fondi per un fine per venir poi a sapere (anche se per cortesia nessuno ha aperto bocca) che la scuola non è dedicata a una persona, a quella persona, ma anche ad altre trentaquattro. Ora, se ciò non fa onore a La Russa, non fa nemmeno onore a quegli oltre trenta soldati che meriterebbero, oltre alla dedica a una scuola (in Italia), a essere chiamati per nome e cognome. Come Maria Grazia Cutuli, per volontà della sua famiglia e dell'omonima Fondazione

giovedì 7 aprile 2011

LA SFIDA DI IRENA

Dal National Exhibition Center, non lontano dal torrione avveniristico e un po' kitch del Capital Gate Building di Abu Dhabi, si vede un'invidiabile distesa di pannelli solari che catturano il sole potente che inonda il Golfo e che, proprio per via di questo tappeto luccicante, appare assai meno inclemente del solito.

L'occasione è il primo effettivo summit dell’Irena, l'Agenzia Internazionale per le Risorse Energetiche Rinnovabili (International Renewable Energy Agency) che, oltre ad aver nominato nel kenyota Adnan Amin il suo primo presidente per i prossimi quattro anni, ha confermato la città degli Emirati arabi uniti come la sede permanente di questa associazione interstatale per le rinnovabili, che conta 149 Stati tra i firmatari del suo statuto che data dal gennaio del 2009, quando il primo incontro internazionale a Bonn sancì la sua istituzione voluta da 75 Paesi tra cui l'intera Unione europea. Il mandato di Irena è quello della promozione delle energie rinnovabili, battaglia che per ora vede ancora questo settore occupare soltanto il 7% dell'energia prodotta nel mondo contro il trio petrolio-gas-carbone che conta per l'87% (il nucleare è al 6%).

Irena, che cerca di vedere il bicchiere mezzo pieno, stima possibile entro il 2035 una riduzione dell'energia derivata dal sottosuolo di oltre il 10% e un raddoppio della percentuale di quella derivata da solare, eolico e biomasse. Contro l'aumento di un solo punto percentuale del nucleare. Naturalmente le stime sono una cosa e la realtà un'altra (anche se il summit, che si è concluso martedi, si è aperto con un omaggio al Giappone e dunque sottolineando i rischi dell'atomo) e, infine, questi grandi incontri non solo rischiano di essere vanificati dalla prima riunione del G8 o dalle decisioni nazionali, ma l'apparato stesso può sembrare quello di un grande baraccone per manifestare buone intenzioni, visto che in due anni e mezzo non ha fatto molto altro che confermare la sua sede internazionale (la prima di questo livello in un Paese arabo) ed eleggere un presidente stabile che scalza adesso un direttorio ad interim.

Per altro, la sua istituzione resta una buona cosa se non altro per valutare l'attitudine degli Stati. Dai 150 Paesi aderenti hanno partecipato 800 delegati e 90 ministri ma il titolare italiano dell'Ambiente non c'era. E l'Italia, che essendo Paese Ue figura per forza tra i fondatori di Irena, non ne ha ancora ratificato lo statuto come invece hanno già fatto 69 stati, dalla Germania allo Sri Lanka.

Fortunatamente non sempre la testa ha a che vedere col resto del corpo: oltre il 90%dei Comuni italiani infatti, come rivela Legambiente, si sta affidando alle rinnovabili con circa 200mila impianti di piccola e grande taglia, tra eolici, geotermici, idroelettrici, da biomasse. Virtualmente, ad Abu Dhabi, hanno sostituito il ministro, forse più interessata, per spirito di partito, a difendere la battaglia legale del premier in parlamento sul caso Ruby. Anziché affrontare il solleone e i pannelli di Abu Dhabi.

lunedì 4 aprile 2011

DOPO MAZAR

Se l'attentato di ieri a Kabul rientra, bene o male, nella routine della guerra afgana, l'assalto al compound dell'Onu di due giorni fa, le manifestazioni nello stesso giorno a Kabul ed Herat e i fatti di ieri a Kandahar, indicano invece un salto di qualità o, quantomeno, la nascita di una nuova strategia della guerriglia, o di parte di essa.

La dinamica dell'assalto di Mazar-i-Sharif non è ancora chiara ma la concomitanza di tre manifestazioni in tre diverse città del Paese potrebbe svelare un piano probabilmente architettato con l'intento evidente di dare una copertura di massa a un'azione del commando: una novità nella tecnica guerrigliera talebana. I talebani non hanno mai cercato coperture di massa e l'azione a Mazar dell'altro ieri indica un cambiamento di strategia e denuncia al contempo una debolezza: la necessità di simulare consenso o di far apparire che le azioni armate e violente ne abbiano tra la popolazione civile. Un tentativo evidentemente smascherato dai numeri e dalle foto che immortalano soprattutto ragazzi giovani (i talebani hanno un certo seguito tra gli studenti universitari) e qualche centinaia di persone, non mobilitazioni di massa gigantesche come quelle che abbiamo visto in Nord Africa o in Medio oriente.

I talebani
non hanno rivendicato l'azione di Mazar sostenendo anzi che si era trattato di una manifestazione di rabbia spontanea di sinceri musulmani, una dichiarazione politicamente efficace ma poco convincente. Le manifestazioni spontanee (che possono ovviamente anche essere teleguidate o manipolate) se anche si trasformano in azione violenta, raramente arrivano a tanto: una manifestazione spontanea che diventa violenta si trasforma in sassaiola, lancio di benzina, forse anche omicidio di qualche poliziotto o dimostrante ma da qui ad assalire un compound difeso da guardie armate, fare irruzione e uccidere e sgozzare chi c'è dentro (sembra almeno uno dei funzionari) ce ne corre. Queste sono azioni da commando, preparate. E non con sassi, con armi vere. A Mazar-i-sharif, che non ha una tradizione di violenza e nemmeno di occupazione talebana, una manifestazione per il Corano si può capire e accettare e si può capire e accettare che diventi violenta. Che si trasformi in un'azione di guerra però no. Più facile pensare che, con la copertura di massa del corteo, un commando pre organizzato infiltrato (chi ha pratica di “piazze” sa cosa significa) abbia sfruttato se non architettato un piano ben congegnato per sfruttare la rabbia, surriscaldare gli animi, cavalcare la possibile scia delle rivoluzione arabe e far credere che la lotta armata abbia molto consenso. Il che dimostra semmai tutto il contrario....(segue) Leggi tutto su Lettera22

domenica 3 aprile 2011

FUORI DALLA PORTA DEL GANDAMAK

Il “Gandamak”, alla fine del quartiere di Sherpur e all'inizio di Sharenaw, è il manifesto perfetto della distanza tra gli occidentali e il mondo reale in cui vivono quattro milioni di afgani a Kabul. Fondato da un famoso giornalista, è un luogo ameno un po' délabrée con un fascino d'altri tempi: vecchi fucili ad avancarica in rastrelliera, un'antica Royal Enfield monocilindrica di sapore coloniale all'ingresso e stucchi pseudo vittoriani su un ampio giardino su cui si affaccia un ristorante d'antan che serve croissant caldi e caffè fatto con la Moka. Ma questo ritrovo di contractor, giornalisti, spioni e diplomatici ha un piccolo difetto: è vietato agli afgani per via che vengono serviti gli alcolici e dunque, a parte i prezzi stratosferici, è un luogo così esclusivo da farvi venire un discreto voltastomaco.

Ma se il mondo occidentale, trasferitosi in Afghanistan con cinquemila funzionari e centomila soldati, è distante dagli afgani quasi per default per via dell'inevitabile differenza tra ricchi e poveri, sviluppati e sottosviluppati, potenti e disperati, anche nella stessa società afgana c'è una profonda cesura. Quella che si crea tra un governo e un parlamento usciti da elezioni a dir poco controverse e il mondo reale di trenta milioni di afgani molti dei quali, senza auto con la scorta e amicizie che contano, non sanno come conciliare il pranzo con la cena. Non di meno nella società di questo paese che soffre le evidenti ferite di trent'anni di guerra, il mormorio che sale dal basso si va facendo sempre più impetuoso: attraverso l'associazionismo di base – siano sindacati, Ong, fondazioni culturali, club delle nuove figure emergenti come avvocati o giornalisti – che comincia non solo a parlar chiaro per far valere i suoi diritti ma anche a parlare con una voce sola.

Se “società civile” rischia di essere una parola abusata, buona per tutte le stagioni e tutte le perifrasi che completano analisi sofisticate e intellettuali, in Afghanistan la società organizzata nelle sue forme più diverse e variegate, non solo esiste ma è tutt'altro che un piccolo segmento del paese: è un mondo che, a volerlo vedere, esiste e si fa sentire. Oltre i talebani e la Nato.
Sembra essere questo il risultato principale della Conferenza (“Rafforzare il ruolo della società civile nel processo decisionale”) che ha visto riuniti a Kabul 150 delegati, la metà dei quali donne, provenienti da tutte le province afgane ed espressione di piccole realtà di base o di grossi network che vanno dai disabili ai lavoratori della scuola, dalle Ong che fanno lobby sui diritti umani, ai centri di ricerca dove giovani neolaureati cominciano a produrre analisi più sensate di quelle che si fanno a Londra o a Washington. Se non altro perché sanno bene di che paese stanno parlando.

Dalla conferenza della società civile afgana il messaggio uscito per il governo è stato forte e chiaro, come si direbbe in gergo militare, l'unico che fino ad ora l'ha fatta da padrone: le organizzazioni di base vogliono entrare a far parte del dibattito nazionale, monitorare quel che fa il governo, spingere verso un processo di giustizia sociale che faccia i conti col passato, chiedere conto di come si spende il denaro pubblico. Ma il messaggio è stato forte e chiaro anche per la comunità internazionale che, da un anno a questa parte, ha scoperto la locuzione “società civile” (da unire alle varie declinazioni dell'exit strategy) non sapendo però bene come conciliare la parola con la realtà.

A donatori e cancellerie occidentali gli afgani chiedono più coerenza e investimenti di lungo periodo: non “progetti” ma la valorizzazione del pensiero locale e dunque di chi nel paese vive e forse sa davvero di cosa si avrebbe bisogno. Con realismo. Nella dichiarazione finale si fa cenno all'importanza della “formazione”, perché l'analfabetismo è ancora diffuso, all'università accedono ancora troppo poche persone e perché il diritto alla salute, all'istruzione o alla giustizia si pratica anche sapendo come chiederlo.

Il governo ha in parte snobbato la conferenza. La maggior parte delle cancellerie ha fatto lo stesso, anche se Karzai ha mandato un portavoce presidenziale a leggere un messaggio di augurio (e pare che a breve voglia incontrare il comitato organizzatore) e alcune ambasciate (Giappone, Germania, Canada e naturalmente Italia, la cui cooperazione ha fornito i fondi per organizzare l'incontro di Kabul) hanno prestato orecchio. Qualcosa si muove. Qualcuno inizia ad ascoltare. Forse qualcuno inizierà anche a muoversi.

La fotografia è di Romano Martinis

sabato 2 aprile 2011

LA STRAGE A MAZAR E LA NUOVA STRATEGIA DELLA GUERRIGLIA

La dinamica dell'assalto di ieri pomeriggio a Mazar-i-Sharif non è ancora chiara ma la concomitanza di tre manifestazioni in tre diverse città del Paese (e chissà forse anche in qualche centro minore) racconta di un piano probabilmente architettato con l'intento evidente di dare una copertura di massa all'azione del commando: una novità nella tecnica guerrigliera talebana. I talebani non hanno mai cercato coperture di massa e l'azione di ieri indica un cambiamento di strategia e denuncia al contempo una debolezza: la necessità di simulare consenso o di far apparire che le loro azioni ne abbiano tra la popolazione civile. Un tentativo evidentemente smascherato dai numeri e dalle foto che immortalano soprattutto ragazzi giovani (i talebani hanno un certo seguito tra gli studenti universitari). Ma c'è altro.

Il fronte della guerra si è però lentamente spostato nel Nord “pacificato” del Paese ma con tattiche molto diverse rispetto alla guerra nel Sud, la vera roccaforte dei talebani fedeli a mullah Omar e alla Shura di Quetta, il comando dei puri e ala tradizionalista e “territorialista” dei talebani, che privilegiano la guerra di terreno e le mine sul ciglio delle strade (Ied) alle azioni kamikaze , di cui fanno un utilizzo mirato.

Nel Nord invece si spara nel mucchio: la guerriglia è più debole e l'aera è meno sensibile al richiamo talebano. In questa zona la Shura di Quetta ha scarsa influenza. Nel Nord dominano signorotti della guerra e mafie locali e il vecchio Gulbuddin Hekmatyar, un mujaheddin dell'epoca della guerra ai sovietici e che si è prima battuto contro i talebani per poi allearsi, a stagioni alterne, con loro. L'area sconterebbe anche infiltrazioni dal Pakistan di gruppi radicali che sfuggono al controllo della Shura di Quetta e forse dello stesso Hekmatyar e che potrebbero avere legami con i qaedisti o con la famiglia Haqqani, che vive in Pakistan e controlla parte dell'Est afgano. Gli Haqqani, qaedisti per fede, privilegiano le azioni di commando esemplari, gli attacchi suicidi, la strategia del terrore: una scelta che li ha messi in rotta di collisione con molte altre fazioni talebane e in un momento in cui si parla a Kabul di trattative sotto traccia addirittura tra emissari americani e uomini della Shura di Quetta, i fedelissimi di mullah Omar

venerdì 1 aprile 2011

LA CAPACITA' DI PRESTARE ORECCHIO

La Conferenza della società civile afgana conclusasi ieri a Kabul, di cui l'Italia ha qualche merito, può sembrare ai più poca cosa. Belle parole al vento su un termine usato e abusato che spesso non vuol dir nulla, al più una seccatura imposta dal buon cuore. Questo è quello che deve aver pensato, e con lui molti governi occidentali, anche il governo afgano, il cui ministro dell'Economia, che aveva promesso un intervento, non si è fatto vedere senza neppure preavvertire. Ma 150 delegati da 34 province, la metà dei quali donne - anche piuttosto agguerrite - dovrebbero far riflettere. E non solo sull'atto di cortesia e di rispetto che si deve a chi fa, con qualche difficoltà, una marcia dalla periferia alla capitale sfidando bombe e talebani, tagliagole e mine al ciglio della strada.

Ascoltare le voci che provengono dal basso dovrebbe forse diventare uno dei nuovi strumenti della diplomazia moderna soprattutto se, com'è successo a Kabul, tra quei 150 delegati non c'erano soltanto le solite tre o quattro Ong che parlano il dialetto convenzionale dei summit ma i rappresentanti di associazioni e sindacati (ebbene si, ci sono anche in Afghanistan), fondazioni culturali e think tank nazionali (ebbene si, ci sono anche quelli), club di poeti e leghe di avvocati e giornalisti. Se dunque per società civile si intende non una semplice accozzaglia di sigle ma un insieme di idee e di vivacità che, sorprendentemente, animano anche un panorama sociale devastato da trent'anni di guerra, forse è bene prestare orecchio.

Questo genere di presenze, questo tipo di attori, questa razza disomogenea e vivace è qualcosa in più della semplice “generazione facebook” con cui abbiamo derubricato le rivoluzioni del Maghreb e del mondo arabo, che non solo non abbiamo visto arrivare ma che stentiamo a capire. La nostra diplomazia, i nostri governi, buona parte dei media, abituati al fatto che “ormai tutto si decide a quattr'occhi nei G20 o nei G2”, a questo mormorio non prestano orecchio col risultato che quando accade qualcosa non conosciamo gli interlocutori, ci sfuggono i motivi, non sappiamo nulla di quel mondo sommerso che ci pare sia comparso sul web come d'incanto.

L'istruzione sempre più diffusa, masse di neo laureati che entrano in mercati del lavoro asfittici, cittadini che malsopportano regimi autocratici o falsamente democratici, fanno di questo mormorio una lenta marea montante che, apparentemente in modo improvviso, fa saltare pentole e coperchi di fronte alle facce stupite di ambasciatori e analisti, ministri e sottosegretari, algidi funzionari delle più svariate commissioni. Eppure il mormorio, nelle strade del Cairo o di Kabul, nei vicoli di Avenue Bourghiba o dietro ai centri commerciali di Manama, si sarà pur sentito. E' difficile prevedere una rivoluzione e sarebbe anzi più augurabile che le turbolenze pre rivoluzionarie fossero percepite da un ascolto attento che le trasformi in un dialogo aperto anziché in movimento antagonista. E spesso è solo questione di ascoltare. Ma per farlo bisogna scendere in strada. Ai piani alti certi mormorii proprio non arrivano.