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domenica 31 luglio 2011

ASIA MAIOR, L'EREDITA' DI BORSA E LA MIA OPINIONE

Qualche tempo fa è uscito l'ultimo volume di Asia Maior, una pubblicazione che ha qualche decennio di storia e che, nel 2006, anch'io contribuii a far nuovamente uscire dopo una breve interruzione e dopo la nascita formale di un'associazione in cui figuravo tra i soci fondatori.
Nel leggere la premessa al volume di quest'anno non mi sono stupito di non vedere il mio nome neppure sommariamente citato ma mi sono un po' seccato per la ricostruzione degli ultimi avvenimenti che riguardano la fuorisucita da Asia Maior: non solo mia, che ero in fondo l'ultimo arrivato, ma di gran parte del nucleo di asiatisti che da anni vi contribuiva. Questa fuoriuscita, che risale al 2010 dopo una tesa e faticosa riunione a Torino, vine nell'attuale volume così liquidata:

“...dopo la scomparsa di Borsa e, soprattutto, in seguito al divorzio fra ≪Asia Maior≫ e il CESPEE di Pavia, era aumentato il numero di collaboratori che non facevano parte dell’originario gruppo dei discepoli dello stesso Borsa e che, in ogni caso, non erano stati influenzati né dalla sua Weltanschauung, né dalla sua metodologia. Si trattava di un gruppo che auspicava un ripensamento della struttura del volume e delle attivita dell’associazione alla luce delle necessita e dei desiderata di ipotetici, quanto fantomatici, ≪committenti≫....”. E ancora, piuttosto ingenerosamente: “ ... il secondo risultato, che può essere verificato in prima persona da tutti i lettori di questo volume, e che il rinnovamento nei collaboratori di ≪Asia Maior≫ si è tradotto non in un abbassamento, ma in un innalzamento del livello qualitativo della produzione scientifica dell’associazione”.

Ora sul secondo punto ognuno può pensarla come vuole, se non altro leggendo i nomi chi vi contribuiva sino al 2010 (e che nel volume attuale non sono neppure citati, salvo due se non erro) così da poter valutare se la fuorisucita del “gruppo” abbia o meno impoverito Asia Maior. Ma ciò che non funziona è il primo punto. I soci collaboratori che non facevano parte del gruppo originario erano sostanzialmente due, uno dei quali ero io. Può darsi che portassi(mo) il peccato originale di non aver conosciuto Borsa e di non aver potuto far parte della primigenia stirpe, ma che non condividessi metodo e visione di Borsa resta da dimostrare. Asia Maior non era una carbomassoneria la cui partecipazione richiedeva un atto di fede e i saggi di Borsa figurano, pur se non tutti, nello scaffale della mia libreria. Per farsi un'idea della sua Weltanschauung, altrimenti detta visione del mondo, è sufficiente leggerli.

Quanto agli altri fuoriusciti, molti fra loro erano stati addirittura allievi di Borsa, lo avevano consociuto di persona e con lui avevano lavorato. Infine il “gruppo” dissidente non era per nulla propenso a un ripensamento della struttura del volume e delle attivita dell’associazione alla luce delle necessita e dei desiderata di ipotetici, quanto fantomatici, ≪committenti≫. Certo si era parlato di modifiche e cambiamenti come avviene in tutti i dibattiti dove è consentita la libera espressione della critica e del pensiero. Ma il punto è un altro.

In realtà il dissidio che originò la fuoriuxcita del “gruppo” era stato di tutt'altro genere. Ed era un dissidio nato tra me, che ero vicepresidnte di Asia Maior, e il professor Michelguglielmo Torri che ne era il presidente e a cui si devono le note sopra citate. Il dissidio fu forse uno scontro tra caratteri o fu forse uno scontro di potere o ancora fu uno scontro tra personalità. Dipende se si si usa il metro di Freud o quello di Castaneda. Non so: essendo parte in causa non saprei come decodificare quanto si verificò tra me e Torri dopo che avevo criticato apertamente il suo operato, come ritenevo fosse non solo mio diritto ma mio dovere, ancor più essendo vicepresidente. Nessuno voleva cambiare la stuttura di Asia Maior e non c'erano committenti occulti o fantomatici. Proprio qualche mese prima, Torri ed io ci eravamo appena visti sbattere la porta in faccia dall'Eni che speravamo avesse interesse in una pubblicazione come Asia Maior che pensavamo di allargare sempre di più all'Asia centrale, anche sperando di carpire l'intreresse del cane a sei zampe. Un fantomatico committente che rispose picche.

Tutto ciò per mettere, come si dice, i puntini sulle i. La storia che ognuno di noi racconta quando fa un resoconto non ricostruisce mai esattamente la verità ma solo la verità che l'estensore ricava dalla sua interpretazione dei fatti che, com'è noto ad accademici e giornalisti, non sono mai esattamente accaduti nel modo che a noi sembra essere quello giusto. Uno vede dall'alto di un palazzo la stessa scena che un altro può osservare dalle grate della cantina. Chiedete loro di raccontarvela e vedrete che ne salta fuori. Ma mettendo assieme l'acuta vista del sesto piano con quella raso terra del seminterrato allora si che un pezzetto di verità salta fuori.

Scrivo queste note perché, pur non essendo uno storico ma uno scribacchino che pasticcia sui giornali, ho una certa passione per la Storia. E la Storia che fa un po' di senso mi pare quella che, anni dopo i fatti, viene ricostruita mettendo assieme fonti e dunque punti di vista differenti. Ora, che girasse in rete la sola versione di Michelguglielmo Torri mi infatidiva un po'. Adesso mi pare che il conto sia pari. Ogni lettore vecchio o nuovo di Asia Maior potrà farsene un'idea. Così qualche futuro storico. Ammesso che alla Storia e agli storici gliene possa importare qualcosa di quanto accadde ad Asia Maior nell'estate del 2010. Un annetto fa se non ricordo male.

Nell'immagine uno dei più noti libri di Borsa nell'edizione uscita per Bompiani nel 1942

venerdì 29 luglio 2011

TRE MONTI E IL GIOCO DELLE TRE CARTE

Un capolavoro di geometria finanziaria smentisce le già scarse buone notizie sul decreto di rifinanziamento delle missioni all'estero appena votato al Senato. Apparentemente ha aumentato i fondi di cooperazione civile di ben 16 milioni ma non è affatto così. Quell'aumento non solo è del tutto virtuale e probabilmente non ci sarà mai, ma sottrarrà anzi risorse alle già smilze casse della Cooperazione allo sviluppo del ministero degli Esteri

Questa volta
il ministro Tremonti l'ha fatta davvero bella. Un capolavoro di diabolica geometria finanziaria o, se si preferisce, il trasferimento in Parlamento del gioco delle tre carte. Quelle dove si punta tutto su una figura che poi, come http://www.blogger.com/img/blank.gifd'incanto, sparisce. La notizia arrivata ieri sui giornali nazionali era infatti che il decreto sul rifinanziamento delle missioni all'estero appena votato al Senato ha aumentato i fondi di cooperazione civile di ben 16 milioni. Un miracolo in tempi di tagli al spesa. Applausi che forse hanno anche convinto i più riottosi senatori del Pd ha votare a favore della legge. Ma non è affatto così. Quell'aumento non solo è del tutto virtuale e probabilmente non ci sarà mai, ma sottrarrà anzi risorse alle già smilze casse della Cooperazione allo sviluppo del ministero degli Esteri. (Mae).

Il trucco contabile, degno del re dei commercialisti e messo a punto dal Tesoro (Mef) è così sottile che nemmeno l'opposizione se n'è accorta. Poi, a tarda sera e facendo bene i conti, la verità è saltata fuori. Carta vince, carta perde...(segue su Lettera22)

giovedì 28 luglio 2011

KANDAHAR LA DEVOTA TRA TRAFFICI E TRADIZIONE

La tradizione dice che a Kandahar, dove ieri è stato assassinato il suo sindaco, si conserva l'antica kherqa del profeta Maometto, il sacro mantello che fu donato dall'emiro di Bukara nientemeno che ad Ahmad Shah Durrani, l'uomo che federò le tribù afgane e pose le basi dell'Afghanistan moderno. Anche la sua tomba si trova a Kandahar il che fa di questa città, la seconda del Paese, un'icona. Con una connotazione che nei secoli l'ha contraddistinta come devota, pia e conservatrice.

Quando mullah Omar la elevò a rango di capitale, scelse come dimora la residenza che sta di fronte alla moschea che custodisce la kherqa che una sola volta aveva esibito pubblicamente in una delle sue rare sortite dal palazzo bianco e sobrio eletto a quartier generale. A poca distanza, lo stadio della città era il teatro delle esecuzioni pubbliche e l'aria tutto sommato sonnolenta di questo villaggione di mattoni di fango ocra veniva turbata, oltre che dalle infelici esibizioni giudiziarie, solo dalle scorribande dei pick up talebani che, esercitando la coscrizione obbligatoria della gioventù kandaharina, si andavano a prendere i giovanotti direttamente a casa quando la guerra chiedeva sangue fresco. Metteva i brividi vederli.

Sotto i talebani Kandahar era la capitale di un medioevo islamico che Kabul aveva già dimenticato dagli anni Venti. Kandahar, ancor più della ricca Herat affacciata sul mondo persiano o della caotica Jalalabad, proiettata dal Khyer Pass nel subcontinente indiano, era rimasta arcaica, pia e silenziosa e nel contempo palcoscenico del tradizionalismo dei pashtun della pianura, reinterpretato in chiave ancor più oscurantista dai mullah di Omar. La guerra, che pure l'aveva duramente offesa durante l'occupazione sovietica, aveva lasciato poche tracce proprio perché i manufatti in cemento armato erano rari e dunque le case di fango, abbattute o ferite dalla battaglia, erano state rapidamente ricomposte o si erano liquefatte sotto il sole inclemente che trafigge quell'arida piana. I mullah avevano riportato l'ordine in una città che, dopo l'Urss, era caduta sotto il comando del mujaheddin Gul Agha Sherzai, oggi governatore del Nagahrar. Ma quando nel 1994 vi arrivarono le truppe di Omar, Kandahar era praticamente divisa tra quattro signori della guerra: “Se mia figlia doveva comprare il pane e attraversare la città – ci raccontò allora un ingegnere poco religioso che i talebani avevano obbligato a farsi crescere la barba – correva il rischio di quattro stupri”. E' che i talebani gli stupratori li decapitavano. Fecero di Kandahar il modello: la luce cui guardare dalla corrotta Kabul, dalla gaudente Herat, dalla furba Jalalabad.

Oggi la città è sufficientemente empia da essere irriconoscibile per chi l'aveva attraversata prima o durante i talebani. E' “corrotta” da un fiume di denaro e da una speculazione edilizia che non può competere con Kabul ma che aveva nel fratellastro di Karzai, quel Wali appena ammazzato da un suo sodale, uno degli emblemi di ciò che i talebani odiano di di più e che l'afgano della strada non può certo amare molto. I talebani però han dovuto far buon viso a cattivo gioco e accontentarsi di governare la provincia senza toccare Kandahar la empia, occupata da stranieri, sede di traffici d'oppio e di tondini di ferro imposti dal nuovo corso importato con la guerra. Controllano la città di notte. E un giorno spiegarono ai responsabili di un compound dell'Onu che quelle luci sulla strada, che ferivano il buio necessario alle loro spedizioni notturne, andavano spente. I funzionari eseguirono. A margine, in periferia, nelle campagne dettano legge. Nel centro trattano.

Non possono prendere Kandahar ma non la mollano. Da qui transita la logistica della Nato che frutta alla guerriglia – che ne garantisce il passaggio - almeno 200 milioni di dollari l'anno. Qui si fa il prezzo dell'oppio o dell'eroina. Si decide se quel palazzo potrà essere costruito senza che un attentato lo danneggi. Kandahr la pia, la tradizionalista. Kandahr, la empia la maledetta. Specchio di un Paese nel suo angolo più buio. Ammesso che la guerra conosca sprazzi di luce.

venerdì 22 luglio 2011

IN MANETTE IL BOIA DI VUKOVAR

Quando si può scrivere l’ultimo atto di una guerra? Quando si può decretarne la fine, se non nelle coscienze, almeno nelle carte che attestano, oltre gli accordi e i negoziati di pace, che, in qualche modo, giustizia è fatta contro coloro che quella guerra vollero e a cui aggiunsero drammi e atrocità ben oltre la nefandezza che già in sé ogni conflitto contiene? Se l’arresto ieri mattina di Goran Hadzic sia l’ultimo atto della guerra Balcanica è presto per dirlo. Ma la sua cattura non solo chiude un capitolo ma ne apre un altro. Chiude un capitolo giudiziario e apre un nuovo capitolo con l’Europa. Chiude un capitolo giudiziario perché Goran era l’ultimo dei ricercati per crimini di guerra (161) dal Tribunale dell’Aja. E apre il capitolo dell’ingresso di Belgrado nella Ue.

Una quadratura del cerchio che non cancella le pagine buie di quel conflitto e non può far dimenticare il dolore e le ingiustizie subite da chi non ha visto né condannati né incriminati i molti assassini che l’hanno fatta franca, ma che mette un punto bene o male da tutti accettato. Partita è chiusa? Non potrà esserlo prima di venti o trent’anni per i contenziosi territoriali irrisolti e per una sofferenza che si protrae nelle proprietà occupate abusivamente o nelle troppe tombe dei cimiteri bosniaci, croati e serbi. Ma si può ripartire. Il nome di Goran Hadzic è legato ad alcuni buissimi episodi della guerra. Anzi, dei suoi esordi. Ex magazziniere nato nel 1958 a Vinkovci, in Croazia, a 32 anni diventa assessore del comune di Vukovar.

E’ solo l’inizio
di una scalata politica tra i nazionalisti serbi che lo porterà – fedelissimo di Milosevic – a essere presidente, dal febbraio 1992 al dicembre 1993, dell’autoproclamata Repubblica serba di Kraijna. Ma la sua storia è legata a Vukovar per ben altro che la sua attività di assessore. E il tribunale dell’Aja gli ha cucito addosso 14 capi d’accusa proprio per i crimini commessi nella città martire: otto imputazioni per crimini contro l’umanità (persecuzioni su base politica, razziale e religiosa, sterminio, omicidio, detenzione illegale, tortura, comportamento disumano, deportazione) e sei capi d’accusa per crimini di guerra (omicidio, tortura, crudeltà, distruzione ingiustificata di villaggi, distruzione o danneggiamento di istituzioni religiose e educative, saccheggio di proprietà pubbliche e private).

Latitante dal 2004, sono proprio le malefatte di Vukovar a perseguitare Goran: l’assedio della città dura 87 giorni, dall’agosto al novembre 1991. L’Esercito popolare di Jugoslavia, coadiuvato dalle Tigri di Arkan e dalle Aquile bianche di Seselj alla fine ha ragione della resistenza croata ma, fissata la resa, l’evacuazione di circa 300 croati dal locale ospedale si tramuta in un’esecuzione sommaria: caricati sugli autobus vengono portati a Ovcara e uccisi nella zona agricola di Vupik, dove chi verrà fucilato viene obbligato a gettare nella fossa comune chi è stato ucciso prima di lui. Adesso solo il processo potrà determinare quantità e qualità delle responsabilità di Hadzic. Quanto a Belgrado, il presidente Boris Tadic, da cui è arrivata la conferma ufficiale dell’arresto di Hadzic, ha voluto sottolineare che l’operazione non è stata il frutto di pressioni esterne, ma solo quel che andava fatto. Un atto dovuto. Ora Belgrado si aspetta che Bruxelles faccia la sua parte. Che chiuso un capitolo dalla Serbia, sia adesso la Ue ad aprirne uno nuovo.

mercoledì 20 luglio 2011

LA SAGA DEI MURDOCH

Ad essere maliziosi verrebbe da pensare che dietro l’audizione della famiglia Murdoch, ieri a Londra davanti alla Camera dei Comuni, non ci sia stato soltanto un manipolo di arguti e brillanti avvocati ma anche un autorevole e preparato spin doctor. Magari formatosi a News of the World. Un giornalista di quelli che preparano i discorsi e sanno pesare le pause e i dettagli: l’impatto mediatico di un evento che, come una sorta di grande saga famigliare, ha brillato sui teleschermi e i video di tutto il mondo agitando gli azionisti, i lettori orfani degli scoop dei Murdoch-tabloid e quelli che devono decidere se leggersi ancora il Wsj o il Sun. Il vecchio volpone se l’è giocata da nonno, nonostante alle spalle avesse i bagliori dell’avvenente giovinezza asiatica di Wendi Deng, sposata trentenne nel 1999.

Il nonno non sapeva e, diamine, se solo avesse saputo... Si informava, certo, ma – chiarisce – mai per influenzare o dire la sua. Alla fine gli scappa che, se la deve fare lunga, Rupert la chiacchierata la fa col direttore del Wall Street Journal, non certo con quel giornaletto che occupa l’1 per cento delle preoccupazioni dell’azienda e forse ancor meno nella testa del nonno. Lui non sapeva perché è un vecchietto bonario che i giornali li legge al parco su una panchina e che, se entrava dall’ingresso secondario del numero 10 di Downing Street, era solo perché così fan tutti, perché gli avevano detto che così si fa a questo vecchio, rassicurante pensionato ignaro dei drammi e delle nefandezze del mondo...Segue su Terra

mercoledì 13 luglio 2011

IN MORTE DI WALI KARZAI

Ahmed Wali Karzai non era di quelli cui si chiede: “Scusi, lei è il fratello di...”? A capo del Consiglio provinciale di Kandahar ma soprattutto potente latifondista e curatore degli interessi della famiglia presidenziale nell'ostile regione del Sud – terra vessata dai talebani ma ottima per il papavero e per speculare sulla guerra – era fin troppo noto. Era. Perché Mohammad, amico di famiglia e dunque ben noto al fratello del presidente Karzai, lo ha giustiziato ieri mattina a sangue freddo in una delle tante visite nella ricca magione kahandarina di Wali. Mohammad non potrà spiegare il perché di un gesto forse insospettato poiché i gorilla di Wali, che spesso hanno pagato con la vita la vicinanza al capo nei numerosi attentati subiti, lo hanno freddato appena dopo l'omicidio...CONTINUA SU Lettera22

venerdì 8 luglio 2011

STRAGE A KHOST

Per l'ennesima volta il copione si ripete. Le autorità locali denunciano un raid della Nato in una provincia orientale dell'Afghanistan e la morte, nelle primissime stime, di almeno 14 civili tra cui tre minori. La Nato fa melina. Non nega ma non ammette e, nelle prime dichiarazioni, i portavoce dell'Alleanza sostengono che i morti certi sono quattro: e tutti talebani. Per il resto, il mantra è quello di routine: “stiamo indagando”.

Nel giorno
in cui, cinquemila chilometri più a Ovest – a Roma – il Consiglio dei ministri vara il decreto legge che rifinanzia la missione militare italiana a Herat (come spieghiamo in dettaglio nell'articolo a fianco) si consuma un'ennesima strage che, come per abitudine, non fa notizia. La Lega, che ha fatto la voce grossa (ma che, per dirla con Federica Mogherini, deputata Pd della Commissione Difesa della Camera , “dopo aver tuonato, le missioni le approva”), e che si è fatta paladina del dramma della morte al fronte dei nostri soldati, sulla strage Nato non dice una parola. Si accontenta delle raffinate sforbiciate concordati nei ministeri di via XX settembre che per il prossimo semestre (le missioni all'estero dell'Italia – trentatré – si finanziano ogni sei mesi) totalizzano “un risparmio di quasi 120 milioni rispetto a prima”, come dice il titolare della Difesa La Russa e insomma “il costo totale scende da 811 milioni a 694 milioni di euro”. Chi si contenta gode. E comunque sia ben chiaro, spiega il ministro in mimetica: “I risparmi non riguardano l'Afghanistan dove aumenteranno invece gli investimenti per la sicurezza”. Quella dei nostri soldati ovviamente.

Per gli afgani, nemmeno un minuto di silenzio anche se il silenzio (di altro tipo) è unanime. Cose che non ci riguardano. E se non fosse per Al Jazeera, una delle televisioni più attente al panorama afgano, la notizia sembra quasi di routine per tutti gli altri: la Bbc riporta la notizia ma non nella sua homepage. La Cnn la mette tra le quinte ma in compenso aggiunge altri dettagli. Fa un bilancio di 11 vittime civili: otto bambini e tre donne. Il raid avviene nel distretto di Dumanda, provincia orientale di Khost.

Non è il primo
. Non sarà l'ultimo. Mercoledi altri due bambini sono morti nella provincia di Gazni per un altro raid. E il ricordo della strage dell'inizio dell'anno, quando alcuni elicotteri spararono uccidendo nove mocciosi in cerca di legna in una provincia del Nordest, è ancora fresco. Allora Karzai fece fuoco e fiamme. E l'algido generale Petraeus, comandante in capo delle forze Usa e di quelle Nato, chiese scusa forse stimolato da Obama che espresse “profondo rammarico”. Intanto nella zona del raid dove si è diffusa la notizia di una bomba sganciata da un velivolo militare che ha colpito una casa uccidendone gli abitanti, la gente è scesa in strada intonando slogan contro la Nato e bloccando la principale via di comunicazione che collega il distretto di Dumanda alla città di Khost e alla vicina provincia di Paktia.

Che il consenso verso le truppe Nato vada scemando di anno in anno è cosa nota come anche gli stessi sondaggi dell'Alleanza rivelano (vuoi per lo stato di povertà permanente di certe aree, vuoi per le vittime dei bombardamenti, vuoi più in generale per il fatto che oltre 140mila soldati non riescono comunque a garantire la sicurezza degli afgani). Ma anche la credibilità è sempre più minata, come dimostra l'esempio di Khost, illuminato da altre rivelazioni. Quella dell'Inter Press Service recentemente, ad esempio, che ha avuto un mano cablogramma classificato sulla percentuale tra “talebani” arrestati e rilasciati.

Come confermato dal comandante della Task Force 435, ammiraglio Robert Harward, più o meno l'80% dei sospetti viene poi rilasciato. Otto su dieci insomma sono innocenti. O, se si preferisce, uno su cinque risulta colpevole. Detto in altre parole, il rischio di errore è elevatissimo e mascherato visto che le cifre degli arresti pubblicizzate da Petraeus tengono conto del totale degli arresti ma non della scrematura dei rilasci. Ecco perché l'inchiesta promessa sulla strage di Khost non convince. E diventa difficile essere certi dei quattro talebani che la Nato dice di aver ucciso. Quattro, uno o nessuno?
Lettera22

mercoledì 6 luglio 2011

IL VOTO SULLE MISSIONI ALL'ESTERO

Alla vigilia della discussione sull'ennesimo rinnovo del decreto che ogni sei mesi rifinanzia le nostre missioni all'estero, nella basilica di Santa Maria degli Angeli ieri a Roma si svolgevano i funerali del caporal maggiore capo Gaetano Tuccillo ucciso in Afghanistan. La morte di Tuccillo, così come il decreto, rimbalzano in parlamento il dilemma della guerra come se a ricordarlo dovesse sempre essere o un esercizio di bilancio o la morte di un soldato italiano su un fronte lontano. Inutile stupirsi. Va sempre così.

La morte di un soldato – eroe per un giorno – così come la nota a piè di lista per le operazioni militari serve di solito a una polemica spiccia che si esaurisce in poche ore e qualche maldipancia. Oggi è soprattutto la Lega a cavalcarlo...Segue su Lettera22

martedì 5 luglio 2011

LA SCOMMESSA DI MADAME SHINAWATRA

Duecentosessantacinque voti su 500 sono una maggioranza netta su cui contare per la neoeletta prima ministra thailandese Yingluck Shinawatra, ma non abbastanza per governare senza problemi in quello che i giornali tailandesi già chiamano un “campo minato”. Ma una coalizione con quattro partiti minori dovrebbe dare maggior tranquillità a questa signora di una quarantina d'anni, di nessuna esperienza politica e col fardello di essere la sorellina di Thaksin Shinawatra, il magnate premier spedito in esilio (era all'estero quando avvenne il fattaccio) da un golpe pilotato dalla corona e presidiato dai carri armati nel 2006.

Cinque anni, molta turbolenza istituzionale e una novantina di morti dopo, la Thailandia sembra assetata di tranquillità e la vittoria elettorale a grandi numeri di Yingluk, che ha costretto il suo rivale Abhisit Vejjajiva a dimettersi con l'onta di una sconfitta travolgente, potrebbe delineare un futuro meno rissoso se tutto andrà come deve andare. Ma è come quel futuro debba andare che divide progetti e strategie della gente che conta. La gente che conta, in Thailandia, è di tre tipi: c'è la corona retta dall'ottuagenario Rama IX che ha avuto una parte di primo piano nel golpe e resta un nemico giurato di Thaksin. Non si vede perché non dovrebbe temere la sorella. Poi c'è una classe imprenditoriale divisa: chi sta col miliardario, per anni in odore di conflitto d'interessi (una sorta di Berlusconi asiatico) e, infine, ci sono i militari. Il re ha tenuto un basso profilo mentre i militari han detto, singolarmente, la loro, a indicare quanto contano: il ministro della difesa uscente ed ex capo di stato maggiore dell'esercito, Prawit Wongsuwan, ha assicurato che accettano il responso delle urne e non si opporranno alla formazione di un governo formato dall'ex partito d'opposizione Puea Thai, guidato da Yingluck. Gli imprenditori aspettano. Il Paese non sta tanto bene ma può darsi che la promessa di “riconciliazione” funzioni, al netto di quanto faranno le camice di vario colore (rosse quelle pro Thaksin, gialle le altre), movimenti di piazza solo in parte pilotati ed espressione di un malessere che va oltre la battaglia a favore di questo o quel leader.

Le mine, più o meno vaganti, restano dunque tutte. E la strada è in salita: un ruolo internazionale da ricostruire; una democrazia poco più che formale; uno scontro città campagna che ancora non si è composto; i musulmani del Sud; l'economia da rilanciare; la pace sociale da garantire. Ce la può fare la signora mille sorrisi che sembra il poliziotto buono della famiglia Shinawatra? Il fratello ha fatto professione di umiltà e ha detto che il premier non lo vuol fare più. Ma la domanda vera è un'altra? Potrà tornare in Thailandia? E se si, per fare cosa? Quanto dei suoi affari saranno garantiti dalla giovane sorella? Un quadro che resta a tinte fosche anche se qualche osservatore ha avanzato l'ipotesi di un accordo sotto banco che qualcun altro ha invece smentito.

Messo a posto governo e parlamento (il primo test saranno i ministri), Yingluck dovrà mettere mano al Paese. E si vedrà subito se intende proseguire la fortunata politica populista e molto popolare del fratello, una vera e propria macchina del consenso forgiata su una strategia vicina ai ceti più poveri e ai contadini cui Thaksin aveva fatto arrivare finanziamenti e agevolazioni in un Paese dove ancora si suda facendo tirare l'aratro dai buoi.

Archiviare il passato non sarà facile ma Yingluck può contare sul fattore stanchezza. I tailandesi vogliono normalità e forse anche normalizzazione. Non importa forse se alla parete della prima premier donna del Paese, c'è la foto di Thaksin al posto di Rama IX.

venerdì 1 luglio 2011

POKER AL BUIO A KABUL

La violazione plateale di un emblema della sicurezza della capitale avviene martedi sera al calar delle tenebre, quando ormai la città pensa di aver appena oltrepassato un altro giorno senza sangue. E' all'Intercontinental, l'albergo che con il “Serena Hotel” rappresenta per antonomasia uno dei luoghi “sicuri” scelti dal governo o dagli internazionali per i loro summit, che i talebani mettono a segno un colpo che ha un solo eclatante precedente: la strage al Serena, appunto, del gennaio 2008.

La tecnica è simile e forse anche i mandanti (Haqqani, i più qaedisti della variegata galassia guerrigliera); l'obiettivo politico è più vago. A Kabul sono in programma due eventi: uno vedeva tra i clienti dell'Intercontinental diversi governatori delle province convenuti a Kabul per parlare della “transizione”. L'altro era il summit appena concluso del “Gruppo di contatto”, riunione degli “inviati speciali” (tra cui l'italiano Francesco Talò appena nominato) che hanno appena terminato un incontro sullo stesso tema: la transizione in mano afgana del quadro politico militare. Ma nella capitale, da oltre un anno a questa parte, azioni così eclatanti sono rare. La città sembrava godere di uno status speciale che, per via delle trattative sotto traccia, sembrava una sorta di salvacondotto. Non che le azioni kamikaze o gli assalti siano mancati. Ma erano effetti speciali. Dovuti, come in questo caso, a mosse tattiche che rispondono all'agenda del tutto personale di qualche gruppo...(SEGUE)

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