
Fonte: Geology.com 2007
China wins $700 million Afghan oil and gas deal
Akbar Agha è un ex comandante talebano che si è avvicinato da tempo al governo di Kabul. Perdonato da Karzai nel 2009, in galera dal 2004 (è uscito nel giugno 2010) conferma i contatti tra talebani e americani (e tedeschi) che starebbero portando all'apertura di un ufficio dei turbanti in Qatar. Inizialmente Karzai aveva sbattuto la porta e ritirato il suo ambasciatore a Doha perché tagliato fuori da una mediazione condotta, tramite il Qatar, da Germania e Usa e uscita come anticpazione sui giornali indiani (la cosa era piaciuta poco anche ai pachistani). Ora farebbe buon viso a cattivo gioco pur continuando a ribadire di preferire al Qatar la Turchia e l'Arabia saudita (come dargli torto? Specie pensando ad Ankara, più trasparente del Qatar nelle sue mire geopolitcihe e nel ruolo che intende giocare in Asia?). Islamabad che farà?
Se è vero che a noi, come agli altri occidentali, spetta di aiutare gli afgani a ricostruire il Paese dalle macerie della guerra (come ben spiega l’ambasciatore De Maio qui accanto), anche agli afgani spetta una parte non meno importante. In particolare al governo retto dal presidente Karzai, che ha però appena dato il segnale opposto. Cedendo alle pressioni dei suoi vice, ha dimissionato, a sorpresa, tre commissari della Aihrc (Commissione indipendente per i diritti umani), tra cui Nader Naderi e Fahim Hakim, due autorevoli membri che si sono distinti per autonomia e serietà (il terzo è Ghulam Mohamad Ghareb). Motivo ufficiale: termine del mandato. Ma Naderi ha lavorato a una mappatura degli abusi durante il conflitto, mentre Hakim è il personaggio che, durante il processo elettivo che ha portato alla delegazione della società civile a Bonn, più ha fatto per resistere alle pressioni che volevano snaturarla. I rimpiazzi: Mawlawi Mustafa Barakzai, mullah fedele a Karzai; Ayub Asif, che ha all’attivo soprattutto la sua permanenza all’estero; Qudria Yazdanparast, ex-parlamentare islamista, che ha come unico valore aggiunto, dicono a Kabu, l’esser una donna.
Sapevate che l'Italia ha prestato a Kabul 137 milioni di euro per sistemare l'aeroporto di Herat? Non son proprio noccioline di questi tempi, ma la notizia è passata solo in qualche scarna nota di agenzia. Il ministero delle attività produttive, che ha condotto la trattativa, non ne ha fatto parola chissà se per via della polemica scoppiata quando si era saputo che il ministro Corrado Passera si era tenuto come aiutante, anzi rappresentante personale per Iraq e Afghanistan, il suo predecessore: il forzista Paolo Romani.
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E' bufera sulla nomina di Paolo Romani a rappresentante personale di Corrado Passera rivelata da Lettera22 sul quotidiano Il Riformista giovedi. In parlamento intervengono il capogruppo Pd in Commissione attività produttive Andrea Lulli e Leoluca Orlando dell'Italia dei Valori ma in un sondaggio pubblicato su Lettera22 dicono la loro anche i lettori: per il 71% dei votanti Passera dovrebbe destituire Romani seduta stante. Per il 14% dovrebbe intervenire Monti. Per il restante 14% Passera dovrebbe ignorare.
Nella nota diffusa oggi dal portavoce dell'Italia dei Valori, Leoluca Orlando, si legge invece:"Vogliamo credere che la scelta del ministro Passera sia una svista. Pertanto chiediamo l'immediata revoca della nomina di Paolo Romani a rappresentante personale del ministro per l'Afghanistan e l'Iraq. Il nostro Paese ha fior di esperti certamente più competenti di un uomo Mediaset ed ex ministro del governo Berlusconi. Qualora - aggiunge Orlando - non venisse revocato l'incarico, apparirà chiaro quello che in molti temiamo e cioè che questo sia un governo volto a garantire il massimo di continuità del sistema di interesse e di potere di Berlusconi con il suo minimo danno d'immagine".
Il ministro “tecnico” Corrado Passera del governo “tecnico” di Mario Monti, nomina suo Rappresentante per Iraq e Afghanistan un politico della passata legislatura, anzi il suo predecessore al ministero di cui è adesso titolare: il controverso ex sottosegretario, poi ex viceministro e infine ex ministro del dicastero per lo Sviluppo economico Paolo Romani.
Tutto il contrario del clima che si respira in Via Veneto, dove la nomina di Romani non dev'essere andata giù a molti visto che una fonte sostiene che forse nemmeno Monti ne era al corrente. Difficile immaginarlo, anzi impossibile anche perché Passera aveva avvertito il 30 novembre almeno tre colleghi: il ministro della Difesa ammiraglio Giampaolo Di Paola, il sottosegretario Antonio Catricalà (che è anche logisticamente vicinissimo a Monti) e il titolare della Farnesina ambasciatore Giulio Terzi. Almeno tre perché tante sono le lettere ormai in libera circolazione, dopo l'uscita ieri de Il Riformista, che qualche gelida manina ha pensato bene di far circolare nelle redazioni. Imbarazzo insomma palpabile che però non sembra toccare Passera: a cui la nomina non sembra per nulla azzardata: «Romani stava seguendo queste due cose, sarebbe stato inutile interrompere dei lavori in corso: da una parte era semplicemente la conclusione e la consegna delle cose che aveva promesso il governo italiano in Afghanistan; dall’altra era una pratica che stava seguendo da tempo. Era nell’interesse delle aziende italiane che si completasse in questo modo, cioè con Romani che ha seguito personalmente queste pratiche». Parola d'ordine: continuità.
Nel governo “tecnico” di Mario Monti c'è un politico. E che politico. Addirittura un ex ministro del governo Berlusconi, che ha avuto in mano dossier importanti. Come quello delle telecomunicazioni, per dire del più controverso. Si chiama Paolo Romani e per un anno è stato a capo del ministero per lo Sviluppo economico dopo esserne diventato viceministro e prim'ancora sottosegretario. A richiamarlo al dicastero da cui era appena uscito dalla porta principale è stato Corrado Passera, l'attuale titolare della sede di Via Veneto. Ma senza suonare fanfare. Uscito dalla porta, Romani è rientrato dalla finestra. E con un incarico di tutto rispetto, anche se sul sito del ministero non se ne fa parola: l'ex assessore all'urbanistica a Monza ed ex ministro a Roma è infatti adesso “Rappresentante personale” di Passera per Iraq e Afghanistan, dove Romani sta per recarsi in missione a giorni. In ballo ci sono molti affari.
E' questo il motivo “tecnico” della nomina, come ha spiegato in una lettera a un collega ministro lo stesso Passera il 30 novembre scorso, fugando il possibile dubbio che potesse trattarsi di una semplice per quanto bizzarra omonimia: la presenza di Romani in Afghanistan si deve infatti al suo pregresso attivismo nell'area e «al rilevante interesse che questi due Paesi rivestono per le imprese italiane» che già operano o stanno per operare nella mezzaluna fertile o sotto le montagne dell'Hindukush. «Rafforzato dal fatto – aggiunge Passera nella nota – dalle missioni che lo stesso on. Romani vi ha tenuto durante il proprio mandato quale ministro per lo Sviluppo economico».
Che Romani la sappia lunga in fatto di Afghanistan è fuor di dubbio, come ha spiegato per filo e per segno a “Il Giornale” appena il 28 luglio scorso: l'Italia è in corsa per «...il nuovo aeroporto civile di Herat, la strada verso Chesti Sharif e quella che bypasserà il capoluogo per rendere più scorrevole il traffico dei camion provenienti dall'Iran...» e per realizzare, sempre a Herat, «la piattaforma logistica per collegare aeroporto a polo industriale e ferrovia da Ovest». Un'impresa che interessa diverse aziende del Belpaese, dall'Eni all'Enel passando per l'agroalimentare e l'industria del marmo. Romani, che nel 2011 ha firmato con i ministeri afgani degli Esteri, dell'Economia e delle Miniere un protocollo di cooperazione in campo economico e industriale, ha anche capeggiato una visita in Afghanistan di una trentina di aziende di energia, logistica e infrastrutture. Oltre al polo di Herat c'è in ballo anche il gasdotto “Tapi”, figlio di un accordo tra Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan e India, che passerà nelle aree controllate dai soldati italiani e prevede, lungo il percorso, la costruzione di due centrali termoelettriche che fanno gola a Enel, Eni e Saipem. I lavori inizieranno nel 2012 e dovranno concludersi nel 2014. L'Italia avrebbe messo a disposizione 150 milioni di euro in crediti d'aiuto a Kabul. Un piatto che fa gola.
L'appuntamento di Bonn
La situazione
La proposta