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martedì 31 gennaio 2012

COSA PENSANO GLI AFGANI DELLE TRUPPE INTERNAZIONALI?

Presentazione della prima ricerca sulle percezioni degli afghani, realizzata nella regione Isaf-Nato sotto responsabilità italiana


«Le truppe straniere agli occhi degli afghani. Opinioni, percezioni e rumors a Herat, Farah e Badghis» è una ricerca promossa dall’organizzazione umanitaria Intersos, attiva in Afghanistan, e realizzata da Giuliano Battiston, giornalista e ricercatore, già autore di ricerche e reportage dall’Afghanistan. Tenendo presente la letteratura accademica in materia, essa si basa su una serie di interviste realizzate nel 2011 nelle tre province citate, che si trovano nell’area del comando regionale occidentale Isaf-Nato, sotto responsabilità italiana...Leggi tutto su Lettera22

(la foto è di Romano Martinis)

lunedì 30 gennaio 2012

TALEBANI A DOHA

Thomas Ruttig, il “senior” fondatore di Afghanistan Analysts Network, è sempre una lettura interessante per capire come vanno le cose in Afghanistan. Rimando dunque al suo articolo di ieri. Fa chiarezza su diversi punti. Nei report di stampa dei giorni scorsi, fatta eccezione per alcuni articoli molto documentati, con la fretta di qualche scopiazzatura, si è letto che i “talebani” stavano sistemando gli affari del loro possibile ufficio in Qatar e che, tra loro, c'era addirittura un esponente dell'ufficio dei talebani alle Nazioni unite.

Ruttig ricostruisce i componenti di questa fantomatica delegazione composta da 4 o 8 persone: c'è l'ormai famoso Tayyeb Agha, l'uomo che avrebbe favorito i contatti tra talebani, americani e tedeschi. Gli altri nomi: Sher Abbas Stanekzai, ex viceministro del governo dell'Emirato guidato da mullah Omar, Shahabuddin Delawar, ex ambasciatore dei turbanti a Riad. E infine farebbe part della delegazione Sohail Shahin, diplomatico talebano negli Eau (che avrebbe vissuto a lungo in Qatar e non quindi nelle trincee dell'Helmand o a Quetta) e che lavorò nella mai riconosciuta rappresentanza talebana a New York. Giusto per mettere i puntini sulle i e anche per spiegare che, a quanto sembra di capire, si tratta di un manipolo di “facilitatori”, interlocutori presumibilmente credibili tra i “turbanti neri” (come più correttamente di me li chiama Giuliano Battiston, di cui vale la pena di leggere questo recente articolo sui giovani talebani “reintegrati”). Quel che molti commentati si chiedono però è a nome di chi esattamente parlino. Quanto siano cioè rappresentativi.

I segnali comunque sono abbastanza incoraggianti anche perché il Pakistan avrebbe, così qualcuno deduce, dato luce verde al negoziato da cui era stato inizialmente escluso (per andare a Doha bisogna imbarcarsi a Islamabad). Bruxelles (la Nato) e gli Usa anche benché alcuni di questi signori siano sulla lista nera dell'Onu che vieta loro viaggi internazionali. Resta da capire cosa significa la recente uscita di Karzai che rilancia il ruolo di mediatori di Riad e Ankara, un nuovo ostacolo sulla rotta di Doha. Su questo punto l'articolo di Ruttig è illuminante. Da leggere anche - sulla composizione della delegazione - questo articolo di Ben Farmer da Kabul per il Telegraph

TORNA LA POLEMICA SU ARMARE I CACCIA IN AFGHANISTAN

"In un momento così difficile di crisi economica e sociale - scrive in un comunicato di stamattina Pax Christi Italia - riteniamo grave e incomprensibile che il ministro-ammiraglio Di Paola continui a difendere il progetto dei cacciabombardieri F-35 e dichiari che il governo vuole intensificare la presenza militare italiana in Afghanistan dotando i nostri AMX di capacità di attacco al suolo". La polemica sugli F-35 è nota. Meno la presa di posizione di Di Paola, riferita un paio di giorni fa su Repubblica da Giampaolo Cadalanu. Pax Christi prosegue: "Siamo dentro una logica distruttiva. Da un lato si sta progettando un accordo tra Italia e Afghanistan per la ricostruzione del paese. Dall'altro si pensa di sperimentare una più forte capacità di attacco, utile solo a rilanciare una politica di riarmo che comprenderebbe anche l'acquisto e l'uso degli F-35". Davvero difficile non essere d'accordo con loro. E comunque, almeno per ora, sembra soltanto un'idea di Di Paola.

domenica 29 gennaio 2012

"LIBERO A KABUL"


Per chi si occupa
di Afghanistan leggere quel che esce è un po' più che un diversivo. Direi un dovere morale. Che diventa dovere civile di riferire le proprie impressioni che, chissà mai, possano aiutare il lettore italiano a selezionare quel che appare in libreria.

Mi corre così l'obbligo, seppur con notevole ritardo, di segnalare Libero a Kabul di Fernando Gentilini.
Gentilini, diplomatico di lungo corso e assai poco raccomandato, che si è ritrovato a ricoprire in Afghanistan (tra l'estate 2008 e l'inizio del 2010 quando cedette il posto a Mark Sedwill) forse il ruolo più difficile per un civile in un Paese in guerra: quello di Nato Senior Civilian Representative ossia il rappresentante civile in una struttura militare per di più combattente.

Il libro illumina quel ruolo di cui di solito si sa poco ma la disamina delle difficoltà, dei problemi e dei magri successi, è fatta con estrema onestà intellettuale, senza infingimenti o frasi di rito. Gentilini anzi, traccia un quadro molto critico: più che della guerra, della sua gestione e senza risparmiar critiche all'Alleanza (ancorché fatte al positivo, ossia continuando a credere nell'importanza di quel ruolo e della struttura che ha servito). Dimostrando coraggio e senso della realtà. Un libro per cui qualcuno deve aver storto il naso ma che molti altri, nel suo ambiente, devono aver apprezzato. Dal libro, l'unica figura che in qualche modo ne esce bene, è quella del generale Stanley McChrystal, il comandante americano della Nato che tentò di ribaltare le sorti della guerra imprimendo una svolta coraggiosa a 360 gradi che si risolse poi col suo siluramento (il casus belli furono alcune sue frasi critiche riportate da un magazine).

Gentilini riconosce che l'opzione civile tanto sbandierata si era limitata a qualche abbellimento ma che la mentalità, la forma e la sostanza non erano cambiate. Che le resistenze e le ottusità erano molte anche se il suo libro illumina gli sforzi di chi ce la mise tutta per cambiare il corso a senso unico in cui il conflitto si era cacciato. Chiude il libro un accenno di speranza (e uno struggente ricordo di suo padre), rafforzato dagli ultimi avvenimenti che sembrano indicare un percorso negoziale. Il libro di Gentilini è dunque un lavoro onesto e serio che è utile leggere per capire quel conflitto. E' un libro che aggiunge e che credo si possa affiancare a un altro bel lavoro di un suo giovane collega: Mille giorni a Kabul di Nicola Minasi. Tra i tanti volumi inutili che si possono leggere sull'Afghanistan, molti dei quali scopiazzature e assemblaggi di rapporti e dossier, questi due libri raccontano la diplomazia al lavoro dietro le quinte e lo fanno con un'attenzione che merita di essere seguita.

Gentilini alterna gran parte delle sue riflessioni politiche a quelle umane. Ne vien fuori un rispetto per il Paese che gli fa onore e rende la lettura piacevole (Gentilini sa scrivere) anche se a volte fin troppo intimista.

Il libro ha una sola vera pecca, non imputabile, credo, all'autore. La foto della coperta (la solita donna col burqa in più con bambino in braccio) e la presentazione in prima che riprende una frase del volume che sembra strizzar l'occhio ai libri di Khaled Husseini (Ho visto soli che non erano rossi....), una dubbia e fortunata operazione editoriale in chiave orientalistica e con finale alla Tex Willer, con cui, fortunatamente, Gentilini non ha nulla a che vedere (traccia una top ten di libri da leggere sull'Afghanistan dove infatti Husseini non appare). Non fatevi dunque ingannare dalla copertina che, personalmente, in libreria mi avrebbe di corsa fatto scartare il bel lavoro di Gentilini. Diciannove euro e cinquanta ben spesi.

Nelle foto: a sn McChrystal e a dx Gentilini

venerdì 27 gennaio 2012

VISITA DI STATO

Dalla visita di Stato del presidente afgano Hamid Karzai a Roma di novità ne è emersa solo una: l'invito a Mario Monti ad andare in Afghanistan. Un po' più che una richiesta di rito, come sempre si fa per ricambiare la cortesia dell'ospitalità.

Se infatti il professore di Palazzo Chigi dovesse imbarcarsi per l'Hindukush, sarebbe la prima volta di un premier italiano dal 2007, quando Romano Prodi si recò a Kabul. Un po' poco per un Paese che schiera in Afghanistan 4200 soldati per i quali l'Italia spende circa de milioni di euro al giorno. Silvio Berlusconi di Afghanistan non ne ha mai voluto sapere: lasciava volentieri la palla al ministro Ignazio La Russa, noto per le sfilate in mimetica che facevano venire l'orticaria a chi la mimetica deve portarla tutti i giorni in prima linea, sul fronte di Bala Murghab o nella valle del Gulistan. E se la tradizione ha un senso, si potrebbe argomentare che per ora è soprattutto l'attuale titolare della Difesa, Giampaolo Di Paola, che fa e disfa la politica italiana in Afghanistan: è lui che decide quando come e quanti soldati torneranno a casa e se i caccia di base in Afghanistan debbano o meno rispettare i caveat imposti alle nostre truppe dal parlamento. Un attivismo più composto di quello di La Russa ma che non sembra allineare l'Italia su una scelta sempre più condivisa da Washington a Berlino: più politica e più impegno civile e sempre meno opzione militare.

Anche il testo che Monti e Karzai hanno firmato ieri a Roma, dice chi l'ha letto, non contiene grandi novità. Meramente protocollare e assai simile a quello concordato tra Kabul, Parigi e Londra – prossime tappe di Karzai – anche se l'Italia ha avuto la chance di essere la prima meta nel calendario degli appuntamenti di Karzai. Una scelta, dicono i diplomatici, non causale, ma dettata da una vecchia passione per il nostro Paese visitato in più occasioni , come Karzai stesso ha ricordato a Gianfranco Fini, quando veniva a trovare re Zhaer in esilio all'Olgiata, alle porte della capitale. Il luogo dove si organizzarono le premesse della Conferenza di Bonn del 2001 che incoronò Karzai e diede l'avvio alla nascita dell'Afghanistan post talebano. Per il resto abbiamo saputo quel che già sapevamo e cioè che il nostro impegno andrà oltre il 2014 data del ritiro delle truppe che non sappiamo invece come avverrà.

Della nebulosa Afghanistan (il parlamento se ne ricorda solo quando va rifinanziata la missione militare o quando muore un soldato), ci sono comunque almeno due ombre che forse sarebbe stata l'occasione buona di fugare: una politica, l'altra economica. Quella politica riguarda il dimissionamento di tre commissari (che erano effettivamente in scadenza) della Aihrc (La Commissione afgana indipendente per i diritti umani), tra cui Nader Naderi e Fahim Hakim, due autorevoli membri che si sono distinti per autonomia e capacità critica nei confronti del governo. Karzai, con quello che a molti è sembrato un colpo di mano, li ha sostituiti con suoi fedelissimi. Non un bell'inizio nella prima fase del dopo Bonn2, il vertice appena conclusosi in Germania in dicembre. Può darsi che glielo sia stato segnalato, o almeno c'è da augurarsi che sia stato fatto.

La seconda riguarda gli affari: Roma ha prestato a Kabul 137 milioni di euro per sistemare il polo aeroportuale di Herat, una notizia (è di fine dicembre) passata del tutto inosservata e annunciata attraverso un breve lancio di agenzia dopo un viaggio tra le nevi dell'Hindukush di Paolo Romani, già titolare del dicastero guidato attualmente da Corrado Passera (il ministero dello Sviluppo economico) che, senza fanfare, lo ha nominato – notizia che creò un certo scompiglio - suo inviato personale per l'Afghanistan.

In tempi di sacrosanta trasparenza anche questo punto sarebbe forse stato da chiarire al contribuente, chiamato in causa da Karzai come il vero mulo che traina la missione italiana. E che avrebbe il diritto a non portare il paraocchi.

giovedì 26 gennaio 2012

AFGHANISTAN, UN VOLUME CHE COPRE UN BUCO IN LIBRERIA

Tra la quantità di roba, robetta e robaccia pubblicata in Italia sull'Afghanistan, c'è qualche rara eccezione che appare doveroso segnalare. A seguire quanto viene pubblicato dall'editoria italiana infatti, non si capisce bene quale sia il metro che gli editori seguono per parlare di questo Paese. Come che sia le perle non sono molte. Quella, impegnativa, appena mandata in libreria dalla Beit di Trieste, rientra nel tentativo di nobilizzare l'attività pubblicistica italiana sull'Afghanistan. Si tratta di un imponente manuale di storia di oltre 450 pagine che parte dalle origini e arriva praticamente ai giorni nostri. Un'opera imponente dell'olandese Willelm Vogelsang, non priva di luci e anche di qualche ombra, tradotta da Piero Budinich che della casa editrice triestina è l'animatore.

Il voluminoso tomo si intitola “Afghani. Popolo millenario” (chissà perché Aghani con l'”h”, ma è una scelta che fanno molti italiani benché nella nostra lingua la g davanti alla a sia sempre dura e dell'h si possa, se non debba, fare a meno). Il pregio del volume è che copre un vuoto solo in parte colmato da Afghanistan di Elisa Giunchi, un libretto di 150 pagine uscito per Carocci qualche anno fa. In italiano (e di autori italiani), che mi risulti, c'è di equivalente al lavoro di Vogelsang, c'è soltanto Afghanistan crocevia dell'Asia, il lavoro di Caspani e Cagnacci che rislae agli anni Cinquanta (oggi introvabile e che andrebbe ripubblicato).Il problema del testo di Vogelsang è quello di tutti i manuali. Se andate in profondità su un argomento c'è qualche (inevitabile) inesattezza, Ma il punto non è qui. Ciò che sembra mancare, almeno a una prima superficiale scorsa del volume, è una chiave di lettura che vada oltre un semplice e ordinato susseguirsi di avvenimenti (che è invece il maggior pregio del testo di Giunchi).
Eccesso di equilibrio e timore di finire nel tritacarne dell'ideologia o della lettura di parte? Può darsi. Ma questa mancanza, a nostro avviso, finisce per nuocere al testo.

Detto questo
, il testo di Vogelsang va comprato e tenuto in libreria per tutte le consultazioni necessarie. Ottimo testo per l'accademia (e dunque PER i corsi che trattano di Afghanistan), riempie quel vuoto nello scaffale, perlomeno per i libri in italiano (o tradotti in italiano). Il prezzo è anche molto ragionevole: solo 22 euro che, in questo caso, sono soldi davvero ben spesi.

mercoledì 25 gennaio 2012

LA MISSIONE COMPIUTA DI MITT ROMNEY

La politica estera, lo sanno anche i sassi, non è mai un grande argomento quando il dibattito interno si fa infuocato, come nel caso di nuove elezioni o di crisi economiche. Si veda l'Italia di questi mesi. E' una spia importante però e dunque un banco di prova non irrilevante della credibilità di un candidato. Ora se prendiamo quello che Mitt Romney, candidato alle presidenziali americane in pole position, continua a dire sul conflitto più importante che riguarda il suo Paese, vengono in brividi.

Autorevoli commentatori
, come David Igantius, lo hanno già criticato per la sua uscita anti negoziato coi talebani. Così che, ha fatto notare sul Post Jackson Diehl ieri, un dibattito prodotto dalla Nbc Florida gli ha dato l'occasione di puntualizzare. “Governatore – gli chiede il moderatore – come pensa di metter termine alla guerra in Afghanistan senza negoziare coi talebani”? E lui pronto: “Battendoli”. Menare forte insomma, e duro. Nella miglior tradizione dello stereotipo dell'americano rozzo e muscoloso che non perde tempo e mette le cose a posto con due sganassoni. Non è solo un'idea piuttosto superficiale e che i fatti hanno già smentito. E' anche un'immagine “vecchia” che rispecchia le antiche posizioni di alcuni militari e ambasciatori di Washington a Kabul e di qualche testa pensante della Nato, molti dei quali hanno anche forse cambiato idea dopo che si è capito che i talebani, non solo non si riesce a batterli, ma non si riesce a menar loro troppo duro.

La mediazione
, piaccia o no a Romney, l'ha trovata Obama con l'aiuto di Petraeus (il Patton iracheno). Picchio duro (dove posso e possibilmente senza perdere i miei soldati) ma tendo la mano. Gli americani avrebbero dovuto anzi farlo prima e se hanno commesso un errore, come poi l'Amministrazione ha saggiamente riconosciuto (o forse lo aveva messo in conto), è stato quello di voler far troppo da soli, incalzati dalla fretta di voler arrivare in buca il prima possibile. Marc Grossman, l'inviato speciale di Obama, sta adesso rimettendo i birilli al loro posto, con Kabul (inizialmente esclusa dai colloqui tra Usa e talebani) e (forse) con Islamabad. Ben conscio che non si negozia la pace in Afghanistan senza tutti gli afgani (e senza i pachistani).


Romney invece
è rimasto a “missione compiuta”, la frase che fece di Bush e della sua guerra in Irak una tragica macchietta. Ovviamente gli americani non lo giudicheranno su quel che va dicendo sull'Afghanistan perché hanno altri problemi. Ma chi segue da vicino l'Afghanistan (in America e all'estero) non può non identificare il candidato presidenziale repubblicano più gettonato come una bad news. Se sull'Afghanistan la pensa ancora come tre anni fa la pensavano i più retrivi tra i comandanti americani e più miopi tra i diplomatici, che penserà del dossier iraniano? E di quello nordcoreano? E della Cina? Penserà che bisogna picchiar duro sempre e comunque?

Ai delusi da Obama piacerà sapere che il futuro è pieno di incognite con un candidato così che sembra avere un'idea del suo Paese che risale a qualche decennio fa. E, almeno la politica estera, potrà dare una mano al presidente uscente che avrà mille difetti ma, almeno sull'Afghanistan – finalmente - sembra avere le idee più chiare e più pragmaticamente – il lato migliore degli americani - realistiche

lunedì 23 gennaio 2012

LA FINE DEL GURKHA

Per il capo di stato maggiore della Difesa britannico generale David Richards, il prossimo 4 gennaio potrebbe essere l'ultima occasione per assistere, nella città himalayana di Pokhara, alla cerimonia che attesta il reclutamento formale di 176 nuovi Gurkha nell'esercito del Regno unito. Una tradizione che ha giusto un paio di secoli e sembra stia arrivando all'ultimo capitolo.

Quella infatti che per i Gurkha, i combattenti nepalesi noti per il loro coraggio e il rigido addestramento, sembrava la notizia peggiore – la riduzione del loro contingente al servizio di Sua Maestà – corre adesso il rischio di essere solo uno dei tanti dettagli di una storia secolare che sta per concludersi. I Gurkha infatti potrebbero sparire del tutto e per sempre. Restare solo memoria. E non solo per questioni di budget nei bilanci di Londra.

Per i maoisti nepalesi, presenti in forza nell'Assemblea costituente eletta nel 2008 e che entro maggio dovrebbe produrre la nuova Costituzione, si tratta di un retaggio del passato da cancellare nel nuovo Nepal post monarchico che “deve smettere di esportare mercenari”. Una posizione appena espressa da un rapporto adottato all'unanimità da una commissione parlamentare multipartitica dominata dai maoisti. E' la parola fine? Come che sia – e gli stessi maoisti ne sono convinti – non sarà facile. Per due motivi.

Tra Kathmandu e Londra esiste un accordo del 1947, reiterato nel 1962, che impedisce al Nepal azioni unilaterali in materia. Inoltre i maoisti, che stravinsero le elezioni del 2008, dominano il parlamento ma non sono al governo anche se le cose in futuro potrebbero cambiare. Poi c'è un capitolo tutto economico che conta forse ancora di più delle motivazioni politiche o ideologiche.

I conti li ha fatti il giornalista di AsiaTimes Dhruba Adhikary. E i conti dicono che il Regno unito, oltre ai 3500 nepalesi in servizio attivo (3800 secondo la stampa nepalese), spende circa 100 milioni di euro l'anno per pagare un assegno a 25mila Gurkha pensionati. Una cifra che costituisce circa il 4% del Pnl nepalese. L'India, del canto suo, che di Gurkha ne impiega circa 30mila, divisi in 39 battaglioni per sette reggimenti, e che ogni anno ne assume tra le2 e le 3mila nuove unità, di milioni di euro in pensioni ne spende quasi il doppio, circa 170. Un'altra fetta considerevole del bilancio nazionale.

Insomma non sarà facile ma forse ineluttabile anche perché il reclutamento dei Gurkha avviene tra nepalesi giovanissimi come vuole la tradizione. Un elemento che, a detta della commissione, sottrae energie alla nazione oltreché far storcere il naso ai difensori dei diritti umani. Una riduzione comunque sta già arrivando: Londra ha prefigurato un taglio di 400 Gurkha che rientra nel piano complessivo di snellimento della Difesa britannica. L'inizio della fine?

Il termine Gurkha deriva dal nome di un eroe dell'epopea hindu dell'ottavo secolo, Guru Gorakhnath. Dalla fine del conflitto anglo nepalese (1814 – 1816) indica i mercenari nepalesi (di diverse etnie del Paese) arruolati da Sua Maestà. Il loro motto è “Meglio morti che codardi” e uno dei loro emblemi è un coltellaccio, il “kukri”, che la leggenda dice deve aver almeno una volta “assaggiato il sangue” in battaglia. Oggi, riferisce un resoconto della Bbc, viene usato soprattutto per cucinare. Sta di fatto che il coraggio e l'abilità combattente dei Gurkha non è una leggenda: 200mila si batterono sotto l'Union Jack nella seconda Guerra mondiale e più di 45mila morirono con addosso l'uniforme britannica. Le medaglie non si contano.
Se i Gurkha continueranno a combattere, d'ora in poi potrebbero farlo solo per difendere il territorio nazionale. Impiegato oggi per lo più in Afghanistan, questo corpo d'élite viene utilizzato molto all'estero: furono nella Falkland per la Gran Bretagna, combatterono nello Sri Lanka (ora in Kashmir) per l'India. Chissà per quanto ancora.

sabato 21 gennaio 2012

IL PAKISTAN TRA MILITARI, GIUDICI E POLITICA

Per ora la partita resta congelata sino all'inizio di febbraio. Allora Yusuf Raza Gilani, primo ministro del Pakistan, dovrà tornare davanti al tribunale supremo accusato di oltraggio alla corte per non aver richiesto alle autorità elvetiche, nel 2003, di indagare su controversi movimenti bancari in Svizzera riconducibili a tangenti pagate a Benazir Bhutto e a suo marito Asif Ali Zardari, attuale presidente in carica.

La cronaca del caso, ormai più politico che giudiziario, è lunga e tortuosa: nel 2008 la Svizzera aveva chiuso le indagini su richiesta del Pakistan per via dell'amnistia concessa nel 2007 a Zardari e sua moglie da Musharraf, il generale golpista all'epoca capo dello Stato, per lasciarli tornare dall'esilio. Ma nel 2009 la Corte suprema aveva dichiarato incostituzionale l'amnistia, rimbalzando la palla al governo pachistano e facendo diventare il caso Zardari l'ennesimo tallone d'Achille del nuovo fragile governo diretto da Gilani, adesso sotto accusa. Convocato dalla Corte il 19 gennaio scorso, Gilani si è difeso sostenendo di non aver voluto chiedere a Berna di riaprire il caso perché al presidente del Pakistan la Costituzione garantisce l'immunità. Ma se i giudici volessero andare a fondo e scegliessero anziché il proscioglimento addirittura l'arresto del premier o lo forzassero a dimettersi, allora le cose potrebbero davvero precipitare. Anche se in realtà precipitate lo sono già.

Gli osservatori sono concordi nel ritenere che, più che Gilani, la Corte suprema, diretta da un suo acerrimo nemico, il magistrato Iftikhar Muhammad Chaudhry, ce l'abbia con Zardari. Gilani potrebbe cavarsela o diventare l'agnello sacrificale per salvare Zardari. Ma anche aprire la strada all'impeachment del presidente, che dovrebbe poi vedersela con la giustizia svizzera e quella pachistana.
In realtà, come è apparso molto chiaro in questi anni, lo scontro è eminentemente politico. E non è (solo) tra magistrati e governo. L'altro grande attore sulla scena sono i militari: uno degli eserciti più potenti del mondo, non solo in effettivi e armamenti (il Pakistan ha l'atomica) ma anche nel controllo dell'economia, del territorio, in parte dei partiti politici e delle formazioni estremiste religiose. Spesso alleati dei mullah più radicali, i militari pachistani sono più che un'istituzione, un contropotere che, fino ad ora, non ha mai permesso a una legislatura civile di arrivare a fine mandato. Facendo finire la corsa, di solito, con un golpe. Un timore che, nelle ultime settimane, si è nuovamente affacciato sulla scena locale.

Per dirla con Christina Lamb, una reporter britannica espulsa dal Pakistan e autrice di un libro illuminante che il tempo non riesce a datare (Waiting for Allah, 1991), l'esercito è, con la schiera dei civil servant (i “But minister....” li chiama la Lamb) - ossia la numerosa casta dei funzionari pubblici- il vero governo del Paese. Di volta in volta l'esercito sceglie le sue alleanze, molte delle quali hanno i loro uffici nelle istituzioni pubbliche. Come nel caso della magistratura. Seppur per motivi diversi – gli uni per voler essere gli effettivi governanti del Pakistan e i difensori della sicurezza e dei valori del Paese dei puri, gli altri per voler far pulizia in una macchina politica che produce spesso inettitudine e corruzione – in questo momento sono strettamente alleati. La magistratura è anzi la leva che, in questa fase, i generali pachistani vogliono usare senza ricorrere al golpe. Se la Corte suprema obbliga i suoi nemici a dimettersi, è inutile sporcarsi le mani. Anche perché, ha spiegato Jason Burke sulle colonne del Guardian, il Pakistan non è più il Paese che si poteva condire via occupando la Tv di Stato per fare un proclama. Oggi tutti vedono anche canali satellitari indipendenti e sono meno propensi a sopportare uomini forti alla Zia Ul Haq o alla Pervez Musharraf. Ma, soprattutto, i militari sono preoccupati dalle possibili reazioni della comunità internazionale e, in particolare, degli americani. Gli uni e gli altri non tollererebbero più quanto hanno finora tollerato.

Il rapporto con gli americani è il vero nodo. Anche del dissidio col governo civile: inetto, forse corrotto, senza dubbio non in grado – non solo agli occhi dei militari – di difendere la sovranità del Paese, più volte violata dai droni inviati da Obama per colpire qaedisti e jihadisti nelle montagne delle aree tribali al confine con l'Afghanistan. Nel contempo però gli americani sono anche la garanzia di finanziamenti che in gran parte vanno ai militari. E restano una tutela nel caso gli indiani, i fratelli nemici di sempre, vogliano alzare il livello dello scontro, già costato diversi conflitti ai due Paesi. Infine c'è l'Afghanistan, strettamente collegato e interconnesso con tutto quanto riguarda la sicurezza nazionale del Pakistan. I pachistani, argomenta Ahmed Rashid, l'autore di “Caos Asia”, sono stati tagliati fuori dai negoziati a tre coi talebani: prima i colloqui erano solo tra americani e guerriglia in turbante ma poi l'Amministrazione, messa sotto pressione da Karzai, ha imbarcato anche Kabul. Non Islamabad. Un affronto che né Gilani né Zardari hanno saputo gestire. A ciò va sommato l'operativo che in aprile ha chiuso il capitolo bin Laden e, da ultimo, il raid Nato che, in novembre, ha ucciso per errore 24 soldati pachistani alla frontiera e che ha portato alla chiusura dei passi di Chaman e Kyber attraverso cui passa un terzo dei rifornimenti alle truppe Isaf-Nato in Afghanistan. Passi dove, attualmente, stazionano in attesa di luce verde almeno 700 container bloccati da Islamabad.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso e ha fatto saltare i nervi ai militari, già tesi per il caso Davis (un contractor della Cia che ha ucciso due pachistani nel gennaio del 2011), è stato però il cosiddetto “memogate”. Nell'ottobre scorso viene alla luce un memorandum nel quale il governo civile del Pakistan chiede aiuto a Washington paventando un golpe militare. Il memo è indirizzato all'allora capo di stato maggiore ammiraglio Mike Mullen e sotto accusa finisce l'ambasciatore di Islamabad a Washington. Per i militari è troppo: si fa strada nella loro testa l'ipotesi di alto tradimento.
Da quel momento in poi la tensione tra Washington e Islamabad si sposta nei palazzi della capitale pachistana da cui, per adesso, gli americani devono essere tenuti fuori. E' di qualche giorno fa la decisione di rifiutare la visita dell'inviato speciale americano per l'AfPak, Marc Grossman. Un fatto senza precedenti e che accade proprio mentre Grossman si reca a Kabul e nel Golfo per mettere a punto la possibile apertura di un ufficio politico dei talebani in Qatar. Mossa da cui Islamabad è stata esclusa.

I militari rispondono al momento a due figure chiave: al generale Ashfaq Parvez Kayani, a capo delle forze armate, e al generale Ahmad Shuja Pasha, che dirigi l'Isi, i servizi di sicurezza più potenti dell'apparato dell'intelligence pachistana. Quelli messi sotto accisa per l'appoggio più o meno diretto a qaedisti, jihadisti e talebani sempre per fini di sicurezza nazionale. Ma i generali pachistani non sono più quelli dell'epoca di Zia Ul Haq. Sono “moderni”. Non nel senso dell'élite occidentalizzante rappresentata da Zardari e Gilani, ma nel senso che tengono in conto l'opinione di quei segmenti di popolazione urbana che rappresentano una nuova borghesia modernista e non bigotta, anche se abbastanza conservatrice in materia religiosa, poco incline a colpi di testa da parte degli uomini in kaki. Un equilibrio difficile ma che potrebbe vederli tornare protagonisti se si muovono con accortezza. In questo momento favoriti da una scena che vede in difficoltà il governo civile nonostante Gilani abbia appena ricevuto un voto di fiducia dalla maggioranza del parlamento.
Non è lui che temono. Semmai l'ex cricketer Imran Khan, a capo di un piccolo partito di opposizione ma dato in testa ai sondaggi. Se Zardari e Gilani escono di scena e – pensano i militari - ci sarà un governo tecnico per indire nuove elezioni, ci sarà anche il tempo per nuove alleanze. Forse anche per aggiustare i giochi con Washington.


Questa analisi è stata publicata su AspeniaOnline

venerdì 20 gennaio 2012

LA FRANCIA SOSPENDE LE OPERAZIONI IN AFGHANISTAN

Base Nato di Gwam, distretto di Tagab, provincia di Kapisa a Nordest di Kabul e a pochi chilometri dalla base americana di Bagram, la più grande dell'Afghanistan. E' in questa provincia orientale che venerdi, poco dopo una partita sportiva tra commilitoni, un soldato afgano, tra quelli che le truppe francesi stanno addestrando, prende il fucile e spara. Come un cecchino. Colpisce diversi soldati disarmati, forse in tuta e che certo non si aspettano quell'azione proprio all'interno della base. Prima di essere fermato, ne uccide quattro. Ci sono anche oltre una dozzina di feriti. L'uomo viene arrestato mentre la base viene immediatamente circondata e nessun locale viene più lasciato avvicinarsi.

La reazione francese è immediata. Parigi sospende le attività di training in corso con l'esercito afgano e tutti gli operativi nei quali i francesi affiancano gli afgani. Sostanzialmente si smette di insegnare ma anche di combattere. Ma il presidente Nicolas Sarkozy va oltre. Dice che sul piatto va a finirci anche un'ipotesi di ritiro anticipato, forse un'accelerazione sulla tabella di marcia che entro il 2014 dovrebbe vedere il ritiro di tutte le trippe occidentali (comprese le nostre). Parigi ha già ritirato in ottobre 400 soldati facendo scendere il numero dei militari d'Oltralpe a 3600 unità (l'Italia ne ha 4200 e comincerà a ritirare a fine anno anche se non è chiaro quanti ). Se ne parlerà a quattrocchi con Karzai nell'imminente visita che il presidente afgano sta per fare a Parigi (e a Roma).

La scelta dei francesi è senza precedenti. E' dura e motivata anche da fatti recenti: soltanto venerdi scorso 16 militari francesi sono stati feriti nel distretto di Tagab e il 29 dicembre dell'anno passato due legionari erano stati uccisi da un soldato afgano immediatamente abbattuto. Con loro i morti erano saliti a 78. Ora sono 82. Un'inchiesta è stata avviata mentre Karzai ha fatto arrivare le sue condoglianze proprio mentre il titolare delle Difesa francese chiedeva garanzie a Kabul sulle modalità di arruolamento della truppa locale. Ma che si sia trattato di un talebano, di un guerrigliero travestito che si era infiltrato nell'Ana (l'esercito afgano) è per ora solo un'ipotesi su cui forse l'arrestato potrà dare lumi. L'uomo era distaccato permanentemente in una postazione su una montagna della provincia di Kapisa, dunque in forza da qualche tempo. La faccenda è complicata.

Il New York Times, citando fonti americane e afgane e memorandum interni coperti da segreto, spiega che l'aumento di queste azioni non si deve, nella maggior parte dei casi, alla guerriglia. Semmai alla mal sopportazione che gli afgani hanno verso gli occupanti, specie se questi utilizzano il loro potere per umiliarli. Fu un'ipotesi che si affacciò anche in Italia quando nel gennaio di un anno fa venne ucciso il caporalmaggiore di 33 anni Luca Sanna da un “infiltrato” afgano a Bala Murghab (Herat). Ma anche in quel caso i dubbi non mancarono anche perché, mentre il ministro della Difesa Ignazio La Russa aveva negato il “fuoco amico”, un comunicato della Nato, qualche giorno dopo, aveva confermato invece che si era trattato di un omicidio messo a segno da un soldato afgano. Senza far menzione di possibili talebani infiltrati.

mercoledì 18 gennaio 2012

LA SCARSA LOQUACITA' DEL GOVERNO ITALIANO

ALLA VIGILIA DELL'ARRIVO di Karzai in Italia, il ministro della Difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola, ha spiegato che a fine 2013 ci saranno le prime riduzioni del contingente italiano impegnato in Afghanistan, attualmente composto da 4.200 militari. Nella fase di transizione verso il passaggio della responsabilità del territorio alle forze di sicurezza afgane ''saranno possibili colpi di coda'' da parte degli insorgenti e quindi rischi per i soldati italiani, ha detto ancora - riferisce l'Ansa- il ministro nella sua informativa alle commissioni congiunte Esteri e Difesa di Senato e Camera.

Insomma ecco il calendario. Via qualche soldato a fine anno. Quanto, come, in che modo? Si vedrà. Un po' poco in un momento in cui sarebbero necessari segnali forti tra cui una riduzione del contingente un po' più numerosa. Ma Di Paola non è l'unico taciturno nel governo Monti. Quest'ultimo non si è ancora sbilanciato sul conflitto. E anche il ministro Terzi è poco loquace. Noi ad esempio cosa pensiamo del negoziato coi talebani? Che ruolo possiamo, vogliamo giocare? Come gestiremo la transizione? Per ora l'unica cosa che è nota è che presteremo dei soldi a Kabul per rifare l'aeroporto di Herat. E anche su questo siamo stati molto riservati.

Ogni settimana butto un occhio sul sito del Ministero dello sviluppo economico e guardo alla voce "Afghanistan": ma ci trovo sempre, come ultima news, quell'intervista del mio amico Fausto Biloslavo all'ex ministro Paolo Romani. Un po' pochino anche su questo fronte,

martedì 17 gennaio 2012

TRATTARE COI TALEBANI? NON SE NE PARLA PER MITT ROMNEY

Negoziare coi talebani? Per carità. La scelta di Obama – secondo Mitt Romney, il candidato repubblicano alle presidenziali di novembre per ora in pole position – mette l'America in uno stato di “forte debolezza” che risponde al suo calendario politico ma non al fatto che i talebani “sono il nostro nemico” e non si può trattare con chi uccide soldati americani. Il commento di Romney è di lunedi scorso e lo riporta la Reuters. E la prima seria uscita del candidato repubblicano più forte e che riflette una delle tendenze nel partito all'opposizione. Ma Romney non tenta neppure uno straccio di analisi e sembra solo far appello a una sorta di orgoglio alla John Wayne cui non credono più nemmeno Rumsfeld e i neocon.

Al momento sappiamo poco delle idee sulla politica estera di Romney. Certo, come prima uscita sulla guerra in corso non è male e sembra rivelare una discreta povertà di conoscenza in materia, un po' come avvenne per Bush che non sapeva se i talebani fossero o meno un gruppo musicale.
L'unica cosa abbastanza chiara è la colonna sonora: quella di Ombre rosse. Da sperare per lui (e per gli americani) che non si sia confuso col deguello della battaglia di Alamo

lunedì 16 gennaio 2012

LA PIPI DEL SOLDATO E IL PROCESSO DI PACE

Il video postato sulla Rete che mostra alcuni marine americani offendere il corpo senza vita di guerriglieri afgani urinandoci sopra, ha sollevato una marea di reazioni – dal Pentagono al Corpo dei marine, da Karzai alle decine di editoriali sui quotidiani - forse persino spropositate rispetto a un episodio chiaramente marginale. Ma lo spettro di Abu Ghraib da una parte, l'effetto in Afghanistan sul già eroso consenso popolare alla missione internazionale e soprattutto l'intralcio che il video rappresenta mentre si cercano di annodare i delicati fili di un negoziato con la guerriglia, hanno fatto reagire con fermezza e rapidità le autorità statunitensi. Che hanno immediatamente individuato la brigata e i responsabili della prodezza videoregistrata. In realtà, e per quei paradossi tipici della storia, il video, anziché essere l'ennesimo colpo alla credibilità degli Usa, potrebbe rivelarsi persino un atout per il negoziato di pace.

Appena diffuso, il corto ha scatenato reazioni durissime ma non tra i talebani, il soggetto che più avrebbe potuto approfittarne per motivi propagandistici. Anzi. I talebani, che lo hanno qualificato come un caso di ordinaria barbarie tipica di una forza occupante, han fatto sapere che il caso non comprometterà gli sforzi per andare avanti col negoziato i cui problemi son ben altri. La razione statunitense e occidentale ha invece mostrato che né gli americani né gli alleati intendono più tollerare – come finora avvenuto - episodi del genere, di cui la guerra in Afghanistan (con fatti i assai più gravi) è stata in questi anni corredata (esecuzioni extragiudiziarie, interrogatori con tortura, vari video di militari in pose più da banditi che da soldati). I problemi del processo di pace, insomma, sono in realtà ben altri. E non sarà l'urina dei marine a renderli più complicati. Semmai il contrario.

Il vero nodo del problema


Il vero nodo del negoziato, condotto sotto traccia dagli americani da oltre due anni e materializzatosi negli ultimi mesi, risiede nella gestione del negoziato stesso, finora condotto su binari quasi divergenti: da una parte quello gestito dal governo Karzai, dall'altro quello messo in piedi dagli americani (con l'aiuto dei tedeschi e dei partner nel Golfo tra cui il Qatar, dove i talebani potrebbero aprire un ufficio di rappresentanza). Il primo binario si è rivelato così sterile che la guerriglia ha persino levato di mezzo il mediatore scelto dal governo per intavolare i negoziati (l'ex presidente Rabbani). Il secondo - incontri segreti e diretti tra funzionari americani e guerriglia - ha invece portato alla scelta di Doha come residenza dell'ufficio politico talebano. Un passo avanti assai mal digerito a Kabul che si è sentita esclusa da un negoziato che Karzai ha sempre chiarito (sostenuto ipocritamente dal coro unanime della comunità internazionale) avrebbe dovuto essere “solo tra afgani”.

La durissima e legittima reazione di Karzai alle prime indiscrezioni sull'ufficio in Qatar (il richiamo a Kabul dell'ambasciatore), ha complicato il quadro dei rapporti con gli americani assai più dell'urina dei marine. Tanto che la Casa bianca ha dovuto correre ai ripari spedendo in Afghanistan, per mediare e raffreddare gli animi, l'inviato speciale per l'AfPak, Marc Grossman, il tessitore dei colloqui coi talebani. All'irritazione afgana per l'esclusione han per altro fatto seguito, seppur tardivamente, quelle di alcune personalità alleate che hanno voluto chiarire come la comunità internazionale debba restare, nella forma e nella sostanza, un alleato affidabile. Basta leggere le dichiarazioni del rappresentante civile della Nato a Kabul, il britannico Simon Gass, per capire come si stia cercando di riallineare i birilli: Gass ha appena detto che un negoziato guidato da stranieri semplicemente “non porterebbe ai risultati che gli afgani si aspettano”.

La parte dell'Italia

Adesso tutto il gioco si sposta ad Arg, il palazzo presidenziale di Kabul. Grossman dovrà convincere Karzai che d'ora in poi si farà tutto in accordo con lui anche se i talebani, poco interessati a discutere col presidente, hanno appena fatto sapere che il negoziato in sé non significa un riconoscimento automatico del governo di Kabul. Grossman non sarà solo. Anche gli altri inviati speciali per la regione avranno il loro da fare. Nel nostro caso, la grana tocca a Francesco Talò nella foto), l'inviato speciale della Farnesina nominato all'inizio dell'estate scorsa in sostituzione di Gabriele Checchia (dopo soli sei mesi di mandato). Talò si trova a gestire coi suoi colleghi un momento difficile e delicato e, come Grossman, è in partenza per Kabul dove tra l'altro sta per subentrare all'uscente ambasciatore Claudio Glaentzer l'ex console generale a Gerusalemme Luciano Pezzotti che lascia la città a fine mese. Uno che nelle situazioni complesse è abituato a vivere.

(Anche su Il Fatto Online)

venerdì 13 gennaio 2012

L'URINA DEL MARINE NON FERMA IL NEGOZIATO

Mentre ieri alle quattro del mattino, nella provincia meridionale di Kandahar, l'ennesimo attacco suicida ammazzava il governatore del distretto di Panjway, Sayed Fazludin Agha, i due figli e le guardie del corpo, una bomba mediatica veniva postata su Live Leak. Il sito, che consente agli utenti (come su Youtube) di caricare i propri video (privilegiando immagini di guerra o di documentazione giornalistica) e che, con una media di 200mila visitatori al giorno, è un potente veicolo di diramazione di immagini e filmati, ha tenuto in homepage per tutto il giorno le prodezze di un gruppetto di marine che orinano sul corpo di alcuni guerriglieri uccisi. Una scena abbastanza raccapricciante e girata con la complicità dei protagonisti che fanno battutacce e commentano l'azione.

Mentre il video gira sul web, con le ovvie reazioni che immagini del genere possono suscitare, il Washington Post annuncia l'intenzione degli americani di fare nuovamente pace con Karzai dopo le schermaglie nate dall'accordo tra americani e talebani, per ora soltanto un'ipotesi, che consentirebbe alla guerriglia in turbante di aprire un ufficio in Qatar. Scelta mal digerita dal governo afgano, irritato da negoziati segreti che hanno tagliato fuori Kabul (e Islamabad).

E mentre Karzai condanna il video e gli stessi marine prendono le distanze dal corto promettendo un'inchiesta, anche i talebani decidono di dire la loro sul fatto che diventa, alla fine, e paradossalmente, una carta in più a favore del processo di pace. I talebani infatti, che non si stupiscono della brutalità connaturata all'occupante, sostengono però che il video non comprometterà gli sforzi perché il negoziato vada avanti. Purché alle loro condizioni. In un altro messaggio, che risponde forse alle aperture americane rilanciate dalla stampa statunitense, i talebani ribadiscono infatti di concordare sulla scelta dell'ufficio a Doha sottolineando però come ciò non significhi automaticamente, il riconoscimento del governo di Kabul o della Costituzione afgana. E se sul primo punto Washington potrebbe anche chiudere un occhio (Karzai ovviamente no), il riconoscimento della Costituzione è uno dei tre pilastri (la famosa linea rossa) che, con la rinuncia alla violenza e la fine di ogni legame con Al Qaeda, resta per Washington un punto fermo. Come in giornata ribadito dal segretario di Stato Hillary Clinton.

I talebani non hanno presumibilmente nessuna difficoltà (almeno la fazione della shura di Quetta che fa capo a mullah Omar) a rinunciare ai proclami di Al Qaeda, cosa in parte negli anni già avvenuta. E sulla violenza ci si può intendere: i talebani hanno infatti chiarito che non deporranno il kalashnikov ma non sono contrari a una tregua preliminare che sembra anzi essere uno degli argomenti più facili da mettere sul tavolo di un futuro negoziato.


Resta dunque
il nodo della Costituzione ma anche quello della partecipazione di Kabul al processo, un tema che Karzai discuterà con l'inviato di Obama per l'AfPak. Marc Grossman. Una solida carriera alle spalle (ambasciatore ad Ankara e due volte sottosegretario) è l'uomo che sostituisce Richard Holbrooke dal febbraio scorso e dunque il tessitore dell'ultima fase dei contatti coi ribelli(sotto traccia, dicono a Kabul, da due anni e mezzo). Settimana prossima andrà sia a Kabul, sia a Doha e l'ispirazione del pezzo del Post di ieri deve essere venuta dal suo ufficio: l'articolo dice che solo se ci sarà la benedizione di Karzai il negoziato coi talebani potrà andare avanti. Apertura che cerca evidentemente di mettere fine all'irritazione di Kabul che aveva ritirato l'ambasciatore a Doha e rispolverato la polemica sui raid notturni e sul carcere in cui gli americani detengono i guerriglieri afgani. Tutto ciò mentre si discute un delicato accordo tra Afghanistan e Usa sulla permanenza di basi e soldati stellestrisce dopo il 2014.

Dopo Kabul
, Grossman visiterà anche Ankara e Riad (le due capitali che Karzai avrebbe preferito a Doha) e gli Emirati arabi uniti. Dovrà convincere un recalcitrante Karzai e fare in modo che Arabia saudita e Turchia gli diano una mano. Ma poi bisognerà far accettare ai talebani una Costituzione che, pur se riconosce all'islam un ruolo preminente negli affari di Stato, consente anche alle donne di essere al pari degli uomini e ad entrambi di scegliersi, con libere elezioni, un presidente che non sia per forza ispirato da Dio. Ma se il buon giorno si vede dal mattino, l'Afghanistan sta entrando in una nuova fase. Che potrebbe essere migliore della precedente.

anche su il riformista

giovedì 12 gennaio 2012

APPUNTAMENTI

Martedì 17 gennaio
ore 18.00
Casa della Cultura
via Borgogna 3
Milano


Elisa Giunchi (curatrice del libro)
Anna Vanzan (Università degli Studi di Milano)
Christian Elia (E - il mensile di Emergency)

presentano

SOCIETÀ CIVILE E DEMOCRAZIA IN MEDIO ORIENTE E ASIA

a cura di Elisa Giunchi

O barra O Edizioni


Afghanistan, Tagikistan, Caucaso, Coree, Palestina, Israele, Cina, Turchia, Iran, Malaysia: qual è il ruolo che la società civile sostiene attualmente nelle situazioni post-conflitto, nella composizione di conflitti regionali, nell'apertura alla democrazia?

martedì 10 gennaio 2012

DIPLOMAZIA TALEBANA TRA DOHA, WASHINGTON E KABUL

Se l'ultimo indirizzo conosciuto dei talebani, o quantomeno della leadership più accreditata della guerriglia in turbante, era sino a ieri la città pachistana di Quetta, nei prossimi giorni potrebbe veder la luce un loro “ufficio politico” a Doha, in Qatar. La gestazione di un passo politico così importante, anche se ancora di là da venire e che desta speranze ma anche tensioni e timori, è stata lunga e sofferta. Solo settimana scorsa, sia i talebani, sia l'ufficio di presidenza di Karzai hanno effettivamente dato luce verde a un'ipotesi per settimane oggetto soltanto di mezze dichiarazioni e indiscrezioni di stampa. Ma la strada, da una parte e dall'altra, resta ancora in salita.

I talebani legano l'apertura dell'ufficio a due precondizioni: il rilascio di alcuni leader guerriglieri detenuti a Guantanamo e l'abbandono della presenza militare internazionale in Afghanistan. Possibile la prima, da escludere la seconda. Ma, sebbene apparentemente, la prima precondizione sembri quella più facilmente esaudibile, si tratta di un nodo difficile da sciogliere e su cui un accordo – tra talebani, governo afgano e autorità statunitensi – appare ancora complicato. La seconda precondizione è in realtà la più facile da bypassare se si applica alla richiesta la dialettica della diplomazia politica. La consegna del Paese in mani afgane, previsto dalla Nato per il 2014, indica infatti già che un passo in quella direzione è stato compiuto rendendo quindi la precondizione, almeno in parte, superata. Per la vicenda Guantanamo le cose sono più complesse. A Kabul e a Washington.
I nomi dei possibili prigionieri da rilasciare sono più o meno noti. Il più controverso è quello di mullah Mohammed Fazl, ex “capo di stato maggiore” talebano, responsabile dell'uccisione di migliaia di hazara, la minoranza sciita. I parlamentari americani meno sedotti dall'ipotesi del rilascio, ne hanno agitato lo spettro sostenendo che non è ammissibile liberare un assassino che corre il rischio di tornare alla sua antica occupazione. Gli altri potrebbero essere maulavi Khairullah Khairkhwa, già ministro ed ex governatore di Herat, il comandante Norrullah Nuri, maulavi Wasiq e Mohammad Nabi Khosti, entrambi funzionari dell'intelligence talebana. Infine haji Wali Mohammad, molto più businessman che talebano. Per motivi tattici, prudenza interna o in attesa di definire esattamente nomi e modi del trasferimento, la Casa bianca non ha ancora avviato la procedura di notifica al Congresso. Procedura che richiede un mese di tempo e che serve forse anche a convincere che la merce di scambio non prenderà il volo come, nello scorso aprile, accadde in una prigione afgana da cui fuggirono, con un tunnel scavato dai talebani, un centinaio di prigionieri. Uno dei nodi infatti è: dove andranno una volta liberati?

Kabul ha colto al palla al balzo per far sapere che non se ne parla di una liberazione in Qatar. Lo ha fatto il giorno dopo aver anche rivendicato il diritto dell'Afghanistan di giudicare tutti i reclusi sul suo territorio, segnatamente le diverse centinaia di talebani detenuti nella nuova prigione americana a Parwan, che ha sostituito il contestatissimo carcere di Bagram, allestito in un ex hangar sovietico e sotto il fuoco incrociato di giornali e organizzazioni per i diritti umani. Gli americani, per altro, hanno già chiarito da tempo che non se ne parla di cedere il controllo del carcere sino al 2014, ma gli afgani hanno rilanciato, menzionando un agreement con la Nato che riconoscerebbe a Kabul il diritto di giudicare e custodire i nemici catturati sul suolo patrio. Ma se l'argomento è sensibile da tempo, adesso c'è un motivo in più. Negli stessi giorni infatti le autorità afgane hanno anche arrestato due contractor britannici accusati di possesso illegale di armi e Karzai ha ripreso il tema della condanna dei raid aerei notturni, a base della strategia americana antiguerriglia. Segnali chiari che cercano di ristabilire, almeno davanti all'opinione pubblica, un minimo di sovranità nazionale.

In realtà, e senza nasconderlo dietro tatticismi diplomatici, Karzai ha dovuto approvare l'ufficio del Qatar obtorto collo, dopo aver inizialmente reagito col ritiro del suo ambasciatore a Doha. Non che fosse contrario in linea di principio all'apertura di un ufficio politico dei talebani, che comunque avrebbe preferito in Turchia o in Arabia saudita. Quel che ha infastidito Karzai è stata la gestione dei contatti coi talebani da parte degli americani (e in parte dei tedeschi), presumibilmente attraverso Sayed Tayeb Akbar Agha, ex comandante talebano perdonato da Karzai nel 2009 e uscito dal carcere nel giugno 2010. Contatti diretti senza passare da Kabul e tanto meno dall'Alto consiglio di pace afgano da poco istituito e che i talebani, dopo averlo ripetutamente ignorato, hanno umiliato uccidendone il capo, l'ex presidente Rabbani. Oppositore di Karzai, Rabbani era comunque l'uomo scelto dal presidente per guidare il negoziato di pace. La sua uccisione (imputata genericamente ai talebani) e, soprattutto, la gestione segreta e diretta di negoziati coi turbanti da parte degli alleati, significa per Karzai, agli occhi dei suoi cittadini e a quelli del mondo (oltre che di mullah Omar), che il numero uno del governo afgano non è nient'altro che il “sindaco di Kabul”, nomignolo che Karzai si porta dietro dall'inizio della sua carriera politica ma divenuto intollerabile nel momento in cui gli alleati stanno per andarsene, decidendo coi suoi nemici il futuro del Paese.
Dopo molti indugi, gli americani sembrano infatti davvero decisi a gestire direttamente il negoziato anche se dovranno fare qualche concessione a Karzai. La nuova dottrina strategica chiarisce del resto quanto già deciso a proposito della guerra afgana: meno uomini e più droni. Meno militari e più politica, compreso il riconoscimento dei talebani come controparte. Ma la nuova situazione rende più difficili i rapporti sia con Kabul, sia con Islamabad.

Di Kabul abbiamo detto. E se per ora un effetto è stato ottenuto, è che, nella capitale afgana, l'emarginazione dal processo di pace, o da quel che potrebbe essere, è stata mal digerita da tutti: il governo si è ricompattato e Karzai potrebbe trarre vantaggio politico dallo schiaffo americano anche in parlamento, dove non ha più una maggioranza amica. E tra l'opinione pubblica, nella quale le sue azioni sono in calo. E a Islamabad?

Le tensioni tra americani, Nato e Pakistan per ora non si sono raffreddate dopo il raid che in novembre ha ucciso oltre venti soldati pachistani. Da allora i due passi di Chaman e Kyber tra Pakistan e Afghanistan sono chiusi e impediscono a un terzo dei rifornimenti logistici (il resto arriva aviotrasportato o attraverso i Paesi dell'ex Urss) di raggiungere le caserme di Isaf. Anche se la Nato sostiene di avere riserve a sufficienza, il contenzioso non potrà protrarsi a lungo. E i pachistani lo utilizzeranno come leva per alzare la posta dei loro accordi con Washington. Uno riguarda gli aiuti civili e militari, sempre sotto il mirino del Congresso, e l'altro il negoziato afgano da cui anche Islamabad si sente in parte tagliata fuori. Una situazione che ha persino favorito un miglioramento dei rapporti con Kabul.

C'è infine un ultimo punto. La trattativa coi talebani chi riguarda? Apparentemente, per quel che concerne l'ufficio a Doha, si sta trattando con la shura di Quetta. Ma mullah Omar non si è ancora espresso direttamente. Con la fazione di Hekmatyar, che controlla parte dell'Est e del Nordest, qualche passo avanti c'è stato. I suoi emissari, guidati dal genero Ghairat Baheer, sono appena stati a Kabul dove hanno incontrato Karzai e funzionari americani. Sono favorevoli al negoziato e all'ufficio di Doha. Ma resta l'incognita della cosiddetta Rete Haqqani, la più qaedista e filopachistana fazione della guerriglia. Che per ora non ha ancora preso una posizione ufficiale e che resta un'altra leva in mano a Islamabad.

Le foto 1 e 4 di A. Ferrari. L'altra è di R. Martinis

ADDIO ALLE ARMI?

“Nel panorama drammatico di una crisi economica che esige sacrifici e tagli per il bene e il futuro del paese anche le spese militari devono essere drasticamente tagliate”, ha dichiarato monsignor Giudici presidente di Pax Christi. A parlare in questi termini non sono piu’ solo le organizzazioni che da sempre promuovono il disarmo, ma anche una parte del mondo politico. Il dito e' puntato sul costo dei 131 cacciabombardieri F35, aerei di attacco che costano quasi 150 milioni di euro ciascuno, per un investimento di oltre 15 miliardi. Rivedere le spese del settore militare, ripensare una politica delle difesa in senso piu’ europeo, seguire l’esempio dell’amministrazione Obama che ha operato “storici” tagli del 15%: come rispondera’ e a quali soluzioni guardera’ il governo Monti?

Domani mercoledi’ 11 gennaio 2012, dalle 11.30 alle 12.00, Emanuele Giordana ne parla con monsignor Giovanni Giudici, vescovo di Pavia e presidente di Pax Christi e Radio3mondo

mercoledì 4 gennaio 2012