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domenica 26 febbraio 2012

AFGHANISTAN IN FIAMME DOPO IL CORANO BRUCIATO

Nel sesto giorno di proteste dopo il ritrovamento alla base di Bagram, in Afghanistan, di copie del Corano date alle fiamme con la spazzatura, un manifestante è morto e molti altri sono rimasti feriti in una manifestazione culminata nel lancio di una granata contro una postazione militare di Isaf nella provincia settentrionale di Kunduz. Nell'episodio sono rimasti feriti anche sei soldati della Nato e una quindicina di membri delle forze di sicurezza afgane. Nell'area di Imam Sahib, uno dei distretti della capitale provinciale dove ha sede il compound Nato, si erano radunate stamane circa 2mila persone, spinte anche dal fatto che, il giorno prima, sempre a Kunduz, la polizia aveva sparato sulla folla uccidendo due persone. Ma oggi si sono verificati anche altri incidenti nella vicina provincia di Samangan, mentre le vittime accertate fino a questo pomeriggio in tutto il Paese durante questi giorni della rabbia sarebbero salite ad almeno 29. Molte decine i feriti.

L'Afghanistan insomma continua a bruciare e le fiamme, che durano ormai quasi da una settimana, non si sono attenuate, come si sperava, dopo la rituale festività del venerdi. L'uccisione di due militari americani di rango ieri nella capitale ha poi dato nuova linfa a quella che, più che una protesta, assume adesso i connotati di una vera e propria rivolta che ha come oggetto le forze occupanti. La situazione è così grave che ha obbligato il presidente Karzai a rinnovare il suo appello alla calma con un'apparizione televisiva nella quale, pur condividendo la protesta per i fatti di Bagram, ha incitato gli afgani a manifestare solo pacificamente.

La tensione resta elevata in tutto il Paese e la guardia resta alta anche nella capitale, dove ieri un funzionario del ministero degli Interni ha ucciso con la sua arma d'ordinanza due consiglieri militari americani in un'area del palazzo riservata agli stranieri e considerata ultraprotetta. Episodio che ha fatto ordinare l'immediato ritiro di tutto il personale straniero dislocato nei vari ministeri afgani, interrompendo di fatto la catena di coordinamento tra le forze di sicurezza afgana e la Nato.

Il killer ha già un nome: si tratterebbe di Abdul Saboor, anche noto come Salangi, un funzionario di 25 anni che si è dato alla macchia. Originario di Parwan. Abdul era entrato in polizia, riferisce l'emittente afgana ToloTv, due anni fa e pare fosse poi diventato un uomo dell'intelligence, dotato dunque di molte chiavi d'accesso compresa una linea protetta con cui comunicare all'esterno. L'uomo ha sparato a un colonnello e a un maggiore americani, che probabilmente non sospettavano nulla e forse anzi lo conoscevano. Il fatto ha gettato nello sconcerto la Nato il cui comandante, il generale americano John Allen, ha deciso l'immediata evacuazione del personale Nato nato dai luoghi sensibili della capitale, pur confermando la fiducia nelle forze di sicurezza nazionali.

L'inchiesta sulla dinamica del duplice omicidio è ancora in corso e per ora Abdul è soltanto un indiziato e forse nemmeno l'unico. La sua casa di famiglia a Parwan è già stata visitata dagli inquirenti ma senza esito, mentre si cerca di capire se avesse o meno un appoggio esterno. Non troppo credibile appare invece la rivendicazione dei talebani, secondo i quali il killer sarebbe penetrato nel ministero dove avrebbe ucciso non due ma quattro funzionari americani.

Infine la vicenda sta facendo aumentare le carte in mano ai repubblicani americani, cui le scuse ufficiali di Obama a Karzai per i fatti di Bagram non sono affatto piaciute. Per chi considera il ritiro delle truppe voluto dal presidente un atto prematuro e pericoloso, l'omicidio dei due alti gradi americani non è che un ulteriore atout. Nuova linfa all'arco di chi vorrebbe una più lunga permanenza delle truppe americane in Afghanistan e il pugno più duro in guanti meno morbidi.

venerdì 24 febbraio 2012

CORANO E PROTESTE

Le proteste in Afghanistan nate dalla notizia del ritrovamento di alcune copie del corano bruciacchiate con un cumulo di immondizia dentro la base americana di Bagram, a Nord di Kabul, non si fermano. E anzi, nel tradizionale venerdì di preghiera, giorno sacro per i musulmani, si sono nutrite di nuovi incidenti e di nuove vittime. Quel che sembrava due giorni fa soltanto una fiammata di rabbia prende adesso il colore di una mini rivolta che ha trasferito la guerra dalla prima linea fin dentro la capitale o in altre città importanti come Herat, dove gli italiani hanno il comando della zona Ovest del Paese.

Il bilancio è fermo a dodici persone morte, sette delle quali proprio a Herat, dove una folla ha cercato di assaltare il consolato statunitense. A Kabul, invece, centinaia di persone hanno marciato verso il palazzo presidenziale di Hamid Karzai, scandendo slogan contro il governo e contro gli Stati Uniti. La polizia afgana ha sparato in aria per disperdere la folla e secondo il portavoce del governo Sediq Sediqqi, tre civili e due poliziotti sono rimasti feriti. Manifestazioni meno veementi nei modi ma non meno cariche di rabbia ci sono state anche a Ghazni, Nangarhar, Paktia, Kunar, Bamyian e Khost. Il governo afgano cerca di placare l’opinione pubblica chiedendo che i responsabili della dissacrazione del Corano siano processati pubblicamente e il generale John Allen, comandante delle truppe Nato, ha cercato di rassicurare gli afgani spiegando che la Nato e il governo «lavorano assieme per evitare che incidenti simili si ripetano».
Una commissione nominata dal governo Karzai ha descritto l’episodio come «vergognoso» ma ha anche lanciato un appello alla «calma e all’autocontrollo, vista la particolare situazione del paese». Per buona misura di sicurezza, però, a Kabul la polizia antisommossa presidia gli snodi principali della città e il personale dell’ambasciata statunitense, in stato di massima allerta, ha ricevuto istruzione di limitare al massimo gli spostamenti.

Forse nessuno prevedeva che, questa volta, le cose non sarebbero andate come in passato quando, a episodi del genere, corrispondeva qualche manifestazione di un centinaio di studenti o qualche fiammata di rabbia che, praticamente solo una volta (accadde nell'area settentrionale di Mazar-i-sharif nell'aprile 2011) era diventata una vera e propria battaglia urbana con morti e feriti (allora si disse pilotata dai talebani). A poco sono dunque servite le scuse degli esponenti sia americani sia Nato in Afghanistan, la presa di distanze del Pentagono o il messaggio di scuse scritto direttamente da Barack Obama al presidente afgano Hamid Karzai. E a poco è servito aver reso nota l'inchiesta interna o il fatto che i libri sacri bruciati siano stati il frutto di una grave sciatteria ancor prima che il gesto inconsulto frutto della stupidità di soldati statunitensi o mercenari d'appoggio (contractor) in forza alla base americana più importante nel Paese.

La vicenda ha del resto illustri precedenti, l'ultimo dei quali accaduto non molte settimane fa quando un video postato anche su Youtube, aveva mostrato dei marine americani mentre orinavano ridacchiando sul corpo senza vita di alcuni “insorgenti”, come vengono chiamati i guerriglieri talebani. Ma per un musulmano, insultare il Corano, è assai peggio che prendersi gioco della vita di un combattente ucciso. Allora infatti le reazioni furono contenute e, per parte talebana, si limitarono a un comunicato nel quale la guerriglia in turbante, confermando il suo giudizio sulle truppe di occupazione e le loro efferatezze, aveva però certificato che l'episodio non avrebbe ostacolato i negoziati in corso (tra americani, tedeschi e talebani) che, com'è ormai noto, si sono svolti sotto traccia per oltre un anno per arrivare, se tutto filerà liscio, all'apertura di un ufficio politico dei talebani a Doha, in Qatar.

Quando il sacerdote americano di una chiesa protestante aveva avuto la brillante idea di dare alle fiamme il libro del profeta, a parte il già citato caso di Mazar-i sharif dove un corteo dopo la preghiera si era trasformato nell'assalto di un'avanguardia a un compound dell'Onu, altre reazioni di “massa” alle offese occidentali si registrarono a Kabul e in altre città del Paese. Ma la cosa si limitò a qualche centinaio di studenti che, a Kabul e in altre realtà urbane minori, inscenarono proteste esauritesi senza gravi incidenti e qualche bandiera stellestrisce data alle fiamme senza provocare l'intervento armato delle forze di sicurezza governative.

Stavolta, l’ampiezza delle proteste segnala anche una crescente e diffusa frustrazione: atti come quello di Bagram evidenziano che, per una parte almeno dei militari stranieri, dieci anni non sono bastati per capire il paese in cui si trovano. E questo spiega se non tutti, certamente una buona fetta dei fallimenti politici conseguenti.

giovedì 23 febbraio 2012

ORGOGLIO DI FELUCA

Su poco meno di un migliaio di diplomatici, tante sono le feluche della Farnesina, 630 fanno parte del Sndmae, il sindacato di categoria della diplomazia al ministero degli Esteri. Casta nella casta per alcuni, espressIone ultracorporativa per altri, baluardo di sani principi per i suoi aderenti, il Sndmae (impronunciabile acronimo che sta per Sindacato nazionale dipendenti del ministero degli Esteri o “Mae”) ha oggi un nuovo segretario, Enrico De Agostini, che ha tutta l'aria di uno che non le manda a dire. Ieri mattina, all'Assemblea annuale dei membri del sindacato, che contende alla Cgil il primato degli iscritti al ministero (la Cgil ne conta pochi tra le feluche ma molti tra il personale), De Agostini se l'è vista direttamente col ministro. Che la congiuntura vuole sia praticamente un suo pari grado. Un diplomatico, benché più avanti nel cursus honorum, fino a ieri in servizio e oggi ministro protempore nello stesso dicastero dove, sino a tre mesi fa, era soltanto un ambasciatore come tanti.

Il ministro Giulio Terzi si è trovato così a incarnare una strana anomalia (a essere onesti - visto che il sindacato esista dal 1944 - è la terza volta che succede: con Renato Ruggiero negli Ottanta e Carlo Sforza a fine Quaranta): essere praticamente il ministro di se stesso e per di più, Terzi se n'è accorto in Assemblea, un “tesserato” del sindacato con cui si deve confrontare (ovviamente recederà quanto prima). Come che sia, di dossier sul tavolo ce ce sono diversi. Uno riguarda i trattamenti economici di una categoria privilegiata che, come tutte le categorie privilegiate, fa fatica a digerire il taglio dei privilegi o a considerarli tali.

Offese da come buona parte della stampa ha trattato, senza distinzioni, il corpo diplomatico dopo il caso Vattani-Casa Pound (l'ambasciatore presso la Santa Sede Francesco Greco non ha avuto remore a citare alcuni pezzi caustici di “Repubblica”), le feluche rappresentate da De Agostini non se la sentono di passare per i formali e silenti maggiordomi di governi che, negli ultimi anni, hanno ridotto il bilancio del ministero a uno «stato disastroso effetto di tagli rovinosi» con una riduzione di bilancio di quasi 5 punti percentuali. Al punto che, spiega De Agostini, «il 'core business' del ministero, ossia le missioni all'estero, sono ormai state ridotte della metà». Con scelte molto opinabili: «L'Italia è costretta a disertare riunioni importanti a Bruxelles o a New York ma si sono spesi 6,5 milioni di euro per l'esposizione internazionale di Yeosu (Expo 2012 in Corea) o per la nostra partecipazione alla fiera...orticola di Venlo, in Olanda. Mi chiedo il senso di quei sei milioni a fronte di appena un milione destinato alle missioni della diplomazia italiana, tenuto conto che l'80% lo utilizzano i vertici (ministro, sottosegretari) e solo 200mila euro i funzionari in trasferta. Che oggi viaggiano anche low cost anticipando di tasca propria».

Nella sua relazione al ministro e ai membri, De Agostini ha fatto riferimento anche alle zone d'ombra (clientele e gruppi di pressione) che completano il quadro, chiedendo a Terzi un'operazione «trasparenza» sulle nomine gli “incarichi romani”, non sempre affidati al più competente. Il Sndmae chiede a Terzi anche un “piano industriale” chiaro sugli investimenti: sull'eccesso di istituti di cultura, sulla confusa dicotomia creatasi col nuovo dicastero della Cooperazione affidato a Riccardi (mentre il governo ha appena tagliato, alla Cooperazione del Mae circa 7 milioni di euro da destinare al piano carceri)sui risparmi da fare nella rete consolare: «Che senso ha – si si è chiesto De Agostini – mantenere un consolato a San Gallo e decidere invece che in Turkmenistan non ci vuole una sede diplomatica italiana»?

Terzi ha incassato. Non può non essere attento alle rimostranze dei “suoi”, ma deve applicare l'austero rigore del governo anche alle stanze della “Casa” dei diplomatici sul Lungotevere. Dà atto che alla Farnesina «c'è una grande squadra all'altezza del suo compito» e che cercherà di far fronte alla riduzione della «massa critica» della rete consolare all'estero «intesa come servizio ai cittadini e promozione del Paese». Dice che eviterà il «disinvestimento» e promette maggior attenzione alla formazione, ai giovani e alle donne. «Negli ultimi concorsi un terzo dei vincitori sono donne e 69 donne hanno oggi nel ministero incarichi di rango». Insomma la “fine del panciotto” (per citare una delle tante infelici frasi di Berlusconi che, da ministro degli Esteri a interim, voleva fare dei diplomatici degli audaci piazzisti porta a porta) non è dietro l'angolo, nel senso che l'Italia non rinuncerà ai diplomatici. Qualcosa però dovrà cambiare, il negoziato è aperto.

Ma forse, questa volta, i diplomatici possono giocare in “Casa”.

domenica 19 febbraio 2012

SIRIA, PERCHE' VADO ALLA MANIFESTAZIONE


Non se avete letto della diatriba sulla manifestazione per la Siria che si tiene a mezzogiorno oggi a Roma. Ho deciso di andarci. Ci sono mille buoni motivi e molti distinguo da avanzare e tutto quel che volete, ma una strage in atto è una strage in atto. Può darsi che sfilare non serva a fermarla ma, certo, stare a casa non la ferma di sicuro. Ci vado e spero che serva a qualcosa. Con tutto il tempo, dopo, per discutere come andare avanti.

A sinistra un'immagine della manifestazione: non moltissima gente e pochissimi italiani. Mi sono sentito a disagio nei confronti dei siriani e delle loro sofferenze

sabato 18 febbraio 2012

LA SIRIA E LA POLEMICA NEL MOVIMENTO PACIFISTA

Alla vigilia della manifestazione di Roma sulla Siria organizzata per domani dalConsiglio Nazionale Siriano, con l'appoggio della parte più coinsistente del movimento pacifista, un gruppo di associazioni si dissocia e polemizza: sarà una nuova "guerra umanitaria"

Tutto è cominciato con un messaggio di Flavio Lotti il 10 febbraio scorso che invitava il pacifismo italiano ad aderire a una manifestazione, domenica prossima a Roma, indetta dalla sezione italiana del Consiglio Nazionale Siriano (Cns), importante gruppo – forse il più noto – dell'opposizione al regime di Assad. Lotti, coordinatore della Tavola della pace, spiegava che la situazione è circondata da un'informazione che spesso diventa “strumento di guerra” ma che se “abbiamo bisogno di capire, riflettere, discutere” è anche necessario “agire”. Alla manifestazione hanno aderito i gruppi più importanti del movimento: Libera, Articolo21, Cgil, Arci, Acli, Beati, Terra del Fuoco e molti altri.

Nelle stesse ore, una sessantina di associazioni non meno pacifiste, capeggiate da Peacelink, una delle più antiche formazioni arcobaleno italiane, diffondeva un Appello nel quale, citando “una crescente campagna mediatica spesso basata su resoconti parziali e non verificabili”, chiedeva all'Onu di “agire immediatamente per fermare ogni tentativo di intervento militare straniero contro la Siria e di favorire una vera mediazione”. Apparentemente le cose non sembrano in contraddizione ma solo qualche giorno dopo i distinguo sono venuti alla luce.

Con una “Lettera aperta” sul 19 febbraio” una decina di associazioni e reti (tra cui Peacelink ovviamente ma anche Ong importanti come “Un ponte per”) si sono dissociate “nettamente dalla manifestazione indetta dal Cns” non potendo “condividere le ragioni di quanti aderiscono a quella piattaforma”. Il motivo è il rifiuto del rischio di “un'altra guerra 'umanitaria' che, come in Libia, sotto la pretesa di proteggere i civili ha scatenato invece la ferocia dei bombardamenti”. I firmatari ritengono poi che il contestatissimo veto di Russia e Cina alla risoluzione Onu del 4 febbraio abbia scongiurato questa “minaccia”. Spaccatura insomma: gli uni per evitare di essere al solito accusati di stare zitti (“Dove sono i pacifisti”? è il refrein di chi li detesta), gli altri per il timore che un eccesso di pressione finisca a tradursi in un ennesimo conflitto.

Sul banco degli imputati c'è il Cns...(segue)

Leggi tutto su Lettera22 o su Il FattoOnline

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mercoledì 15 febbraio 2012

SE KABUL DIVENTA UN SERIAL TV

Ho letto di questo nuovo serial Tv di CanalPlus che si chiama Kaboul Kitchen. Su Youtube, o sul sito di CanalPLus, se ne vedono degli estratti, e stando a quanto ha scritto il collega Alessandro Buttitta, la prima serata - il 13 febbraio scorso - l'audience è stata di tutto rispetto.



Dietro all'operazione
c'è la storia vera di Marc Victor, ex proprietario dell'Atmosphere di Kabul, locale che, nel video qua sotto, vedete per come ancora è: più simpatico e “cool”, come direbbero i francesi, della riproduzione in studio di Kaboul Kitchen postata appena sopra (il trailer della serie)



Della serie Tv ho visto qualche spezzone della prima puntata: expat, alcool, sesso e il tipico umorismo francese. Non so giudicare e aspetto la fine o che ne facciano un film. In un certo senso già me lo vedo, in formato 1'e 35”. Dell'Atmò, che ho raccontato anche su questo blog, con l'aiuto delle foto di Romano Matinis (nelle quali si vede il proprietario che lo gestiva almeno sino al 2009), ho un bel ricordo. E' quello che vuol essere, nulla più: un luogo di incontro per expat in cerca di alcool, incontri eurocentrati e distrazione. Ho smesso di frequentarlo da un po' (è caro e, alòla fine, un po' ripetitivo) e in effetti ci mancava solo il film, anzi il serial tv.

Si può fare della satira o del sarcasmo sulla guerra? Penso proprio di si - e ci sono esempi splendidi in tal senso - anche se si lavora su una frontiera fragile e sottile dove si rischia - e ci sono esempi splendidi in tal senso - un pressapochismo qualunquista che giova a poco. Ma lasciamo che scorrano tutti i 12 episodi della serie e ne riparleremo. Quanto al trailer, lascia piuttosto a desiderare

martedì 14 febbraio 2012

UN TAGLIO DA SETTE MILIONI CHE NON SANGUINA

Mi è giunta voce che alla Cooperazione allo sviluppo hanno tagliato altri sette milioni di fondi. Nell'ovattato silenzio generale. A me sembrerebbe una buona battaglia chiederne conto al governo. Credo che siano finiti nel capitolo "carceri". Sacrosanto, ma perché prenderli proprio da lì? C'è un lento stilliccidio-omicidio in corso e il rischio è di accorgenrsene quando ormai sarà troppo tardi e il cadavere sarà impossibile da rianimare

sabato 11 febbraio 2012

IL SILENZIO SULLE BOMBE DELLA SINISTRA ITALIANA

"La sinistra italiana che fa? Si limita - ha scritto Giuliano Battiston su il manifesto - a reclamare, sempre più sommessamente, il ritiro delle truppe, finendo per adottare paradossalmente quella che è la posizione della Nato, o prova a immaginare qualcosa di diverso e più articolato? Nell’attesa che l’Europa possa finalmente affermarsi come attore politico regionale, in Italia si potrebbe cominciare con due cose: chiedere conto al governo Monti della promessa fatta a Karzai il 26 gennaio, durante la firma dell’accordo di partenariato (ancora off-limits per i giornalisti), di invertire la rotta, sostenendo l’Afghanistan soprattutto in ambito civile (senza che questo voglia dire affari per le ditte italiane e per Finmeccanica e nulla per gli afghani). E poi fare un po’ di chiarezza, distinguendo con più precisione la politica estera da quella della difesa. Per capire meglio dove vuole andare l’Italia, e con quali strumenti vuole farlo: se con le armi o con la cooperazione.


Alla riflessione, che qui riporto sinteticamente, di Battiston aggiungo almeno un elemento. La strategia americana - dunque Nato - in Afghanistan si basa su raid "mirati" per colpire i talebani, anzi i loro capi. L'effetto, come dimostra l'ultimo Rapporto Unama sulle vittime civili è che, dopo una battura d'arresto dovuta alla diminuzione dei raid dall'aria, l'anno scorso gli effetti dei bombardamenti si son fatti di nuovo sentire perché si è tornato a teorizzarli. E i civili morti sono aumentati. Credo che l'Italia, o almeno i partiti della Sinistra, dovrebbero farne una battaglia: basta con i bombardamenti aerei.

Personalmente non credo che il ritiro entro il 2014 sia la soluzione. Ma lo stop ai bombardamentoi lo sarebbe: impedirebbe l'aumento delle vittime civili di cui in gran parte sono responsabili i talebani (a cui il rapporto ha dato ben più fastidio di una bomba come dimostra la loro piccata reazione). Ciò però richiede un imopegno non spot in parlamento e una pressione sul governo perché faccia sua la tesi riportandola in sede nato. Faremmo un favore anche ai nostri alleati americani.

Nella foto: aerei Nato nei cieli afgani (Romano Martinis)

venerdì 10 febbraio 2012

UN APPELLO SULLA SIRIA

Le sottoscritte organizzazioni non governative umanitarie e a difesa dei diritti umani chiedono con forza alle Nazioni Unite e alla comunità internazionale di agire immediatamente per fermare ogni tentativo di intervento militare straniero contro la Siria e di favorire una vera mediazione svolta in buona fede. Questa imperdonabile negligenza non può continuare.

Com’è noto, nei mesi scorsi c’è stata una crescente campagna mediatica internazionale sugli eventi in Siria, spesso basata su resoconti parziali e non verificabili, com’è già successo nel caso della Libia.
Quello che si sa è che sono in corso violenti scontri fra truppe governative e le truppe di insorti dell'autoproclamato Esercito di Liberazione della Siria, con basi in Turchia al confine con la Siria, e che questo crescendo di violenze ha già provocato enormi perdite anche di civili. I civili innocenti sono le prime vittime di ogni guerra. Entrambe le parti armate hanno dunque responsabilità.
Ma l'intervento militare esterna non è assolutamente il modo per proteggere i civili e i diritti umani.

AFFERMIAMO CON FORZA CHE:
1) Il cosiddetto “intervento militare umanitario” è la soluzione peggiore possibile e non può ritenersi legittimo in nessun modo; la protezione dei diritti umani non viene raggiunta dagli interventi armati;
2) al contrario le guerre portano, come inevitabili conseguenze, ad imponenti violazioni dei diritti umani (come si è visto nel caso della “guerra umanitaria” in Libia);
3) l'introduzione di armi dall’estero non fa che alimentare la “guerra civile” e pertanto dev'essere fermato;
4) non è tollerabile che si ripeta in Siria lo scenario libico, dove una “no-fly zone” si è trasformata in intervento militare diretto, con massacri di civili e violazioni dei diritti umani.
VI CHIEDIAMO CON FORZA DI FAVORIRE:
1) una mediazione neutrale tra le parti e un cessate il fuoco: ricordiamo che la proposta avanzata da alcuni paesi latinoamericani del gruppo Alba è gradita anche all’opposizione non armata;
2) un’azione per fermare l’interferenza militare e politica straniera, volta a destabilizzare il paese;
3) il reintegro della Siria nel Blocco Regionale;
4) lo stop a tutte le sanzioni che attualmente minacciano il benessere dei civili;
5) una missione d’indagine internazionale parallela da parte di paesi neutrali per accertare la verità;
6) l'invio di osservatori internazionali che verifichino fatti e notizie che circolano attualmente privi di verifiche e di verificabilità.

ADESIONI
Italiane: 1) Associazione PeaceLink; 2) Albassociazione; 3) US citizens for Peace and Justice-Rome; 4) Associazione Yakaar Italia Senegal; 5) Ialana Italia - International Association Of Lawyers Against Nuclear Arms; 6) Rete No War Roma; 7) Comunità Internazionale di Capodarco - CICa; 8) Contropiano; 9) Rete Disarmiamoli; 10) associazione Liberigoj; 11) Associazione nazionale di amicizia Italia Cuba - Circolo di Roma; 12) Fiom; 13) Centro Sereno Regis; 14) WILPF - Women's International League for Peace and Freedom - Italy; 15) Associazione Un ponte per; 16) Rete romana di solidarietà con la Palestina; 17) Ecoistituto del Veneto Alex Langer; 18) Comitato con la Palestina nel cuore; 19) Associazione per la pace; 20) Associazione Culturale Chico Mendes; 21) Associazione U.V.A; 22) Associazione Gattapelata; 23) Federazione Italiana Lavoratori Emigranti e famiglie; 24) Ufficio Missionario diocesano Pinerolo; 25) Arci Arezzo; 26) Forum ambientalista; 27) Pgs-Agis; 28) Fucina per la nonviolenza; 29) Comunità di Sestu; 30) Pdci; 31) Rete dei Comunisti; 32) Coordinamento donne Trieste; 33) Afs Intercultura Ci Salerno; 34) Circolo Legambiente Alta valle del Tevere; 35) Ashram Santa Caterina Napoli; 36) Solidarité Nord-Sud-Onlus; 37) Comitato per la pace; 38) Associazione Germogli; 39) Auci-Rm; 40) Senza paura onlus; 41) Associazione Stelle cadenti; 42) Comitato Legamjonici; 43) Il Dialogo; 44) Casa della pace e della nonviolenza; 45) Comitato pace convivenza solidarietà Danilo Dolci; 46) Unacremona onlus; 47) Amici di Cuba gruppo "Italo Calvino" Piombino; 48) Amici della Mezza Luna Rossa Palestinese; 49) Coordinamento Donne Trieste; 50) AFS Intercultura C.L.Salerno; 51) Comitato per la pace Faenza; 52) Associazione Radda per l'Ecuador; 53) Circolo della Decrescita "Invertire la Rotta" e Cantieri Sociali del Chianti; 54) Associazione Terra Santa Libera; 55) Associazione La Strada; 56) Associazione Pellerossa Cesena; 57) Egerthe; 58) Centro Documentazione Manifesto Internazionalista; 59) Circolo culturale Popilia; 60) H.E.W.O.-Bagnoregio onlus; 61) Gap Parma; 62) Trentino Solidale; 63) associazione Giolli; 64) associazione di promozione sociale "Gli Amici della Filangieri"; 65) associazione Italia-Nicaragua circolo di Livorno; 66) Associazione Lo Sguardo di Andala;67) Liberacittadinanza; 68) Forum Begrado;
Non italiane: 69) Covempri (Venezuela); 70)International-Lawyers (Switzerland); 71) Centre de RecercaHumanismeEmergent(Spain); 72) Canadians for Action on ClimateChange (Canada); 73) Peace of the Action (USA); 74) Avalon International (USA); 75) HumanistAssociation (Hong Kong); 76) Filef Buenos Aires (Argentina);77) Asociacioncivil “LPG 2007” (Venezuela); 78) CirculoBolivariano Antonio Gramsci Caracas (Venezuela); 79) Palestine CivilRightsCampaign (Lebanon/Usa); 80) Plataforma "No a la Guerra Imperialista" de Madrid (Spain);81) Frevemun - FrenteVenezolanos del Mundo; 82) Action pour la Paix (Belgium); 83) Associazione La pierre et l’olivier (Francia); 84) Greeneducation (Canada).

I responsabili delle varie associazioni sono a disposizione.
La petizione è stata firmata finora anche da oltre milleseicento persone. Se vuoi firmare clicca QUI

giovedì 9 febbraio 2012

SCIVERE GRATIS O NO?

Quanto vale oggi il lavoro intellettuale di noi giornalisti? Poco, salvo per chi è al caldo in una redazione. E i giornali si fanno con lavoro pagato a prezzi da fame (ho sentito di 13 euro a pezzo!).
Vi vorrei dunque proporre una riflessione interessante sulla materia che ho letto su BoderLand, il blog di Irene Panozzo

mercoledì 8 febbraio 2012

CARA GIULIANA TI SCRIVO


“Le ong hanno subito un duro colpo con il tentativo – a volte riuscito – di militarizzarle. Non ci sono solo i giornalisti embedded ma anche i cooperanti. E quando non si può più distinguere il ruolo di chi fa la guerra e di chi porta aiuto, è una doppia sconfitta di chi dovrebbe fare operazioni umanitarie e di chi dovrebbe esserne il beneficiario. In Italia, dove i soldi per la cooperazione sono stati tagliati, si arriva al paradosso che gli unici fondi vengono stanziati come quota del rifinanziamento delle missioni militari. E chi dovrebbe aborrire la guerra perché causa dei mali da curare invece è soddisfatto perché la presenza militare magari garantisce la costruzione di una casa per la società civile, la stessa che finisce sotto le bombe.
Se le ong servono a difendere gli interessi dei potenti, a fare proselitismo religioso, a giustificare interventi militari chiamati “missioni di pace”, mentre chi vuole fare cooperazione non ha i mezzi per farlo, forse dovrebbero essere proprio le ong a denunciare lo sfruttamento di uno status che per molti serve solo da copertura”.



Così (il grassetto è mio), la chiusa dell'articolo che apre il blog di Giuliana Sgrena. Il pezzo è sull'Egitto ma, alla fine del ragionamento, compare l'Afghanistan. La maggior parte dei lettori non se ne sarà accorto, ma il riferimento a una casa per la società civile, la stessa che finisce poi sotto le bombe, è fin troppo chiaro per chi sta sudando qualche camicia per costruirla quella Casa della società civile: pensata come un luogo fisico – un centro sociale - dove quella parte di afgani che non combattono né siedono a Palazzo possano dire la loro. Un'idea nata dentro Afgana, una rete informale e aperta della società civile italiana.

Cara Giuliana, liquidare in due righe questo progetto senza neanche dire di che si tratta (nemmeno con un link) e legandolo inevitabilmente all'eterna confusione civile-militare, non fa onore alla tua intelligenza e nemmeno alla tua storia professionale a tutti noi molto cara. Anche per questo motivo l'attacco trasversale buttato li a fine pezzo diventa più amaro. Le critiche sono il sale della terra. Le frecciatine no. Ma forse il tuo scritto mi dà l'occasione di chiarire le cose una volta per tutte, anche perché della Rete di Afgana sono uno dei portavoce e l'idea della Casa della società civile l'ho vista nascere, crescere e maturare. Idea non ancora purtroppo realizzata e che mi auguro non finisca sotto le bombe.

In Italia i fondi di cooperazione allo sviluppo per l'Afghanistan, e in genere per i “teatri” dove c'è un conflitto e sono impegnate le nostre forze armate, passa attraverso il famigerato “decreto missioni”, testé convertito in legge (vedi in particolare il capitolo 7). Questa stranezza anche legislativa, che confonde militare e civile e mescola Esteri con Difesa, è una perniciosa abitudine italiana più volte criticata dalla gran parte dei componenti della Rete e da chi, da anni, denuncia la pericolosa confusione dei due piani, di cui l'esempio più lampante sono i Prt, le unità civili-militari (in realtà strettamente militari) sperimentate dalla Nato prima in Afghanistan e poi in Iraq.

Detto questo, i fondi di cooperazione civile stanno lì e da lì si prendono a meno che non si decida, per nobilissimo e rispettabilissimo principio etico, di rinunciarvi. Scelte. Afgana ha fatto la prima. L'anno passato Afgana ha ricevuto da quei fondi circa 300mila euro e altrettanti ne ha avuti quest'anno (formalmente vengono gestiti da Ong aventi titolo formale, aderenti alla Rete: ieri Intersos, oggi Arci (capofila), Oxfam, Nexus e Aidos). Senza quei fondi pubblici resta solo il ricorso al contributo privato: quello delle aziende (e qui si apre allora un altro capitolo etico) o quello dei singoli cittadini (è il caso di Emergency che, attualmente, fondi pubblici per l'Afghanistan non ne riceve). Ora Giuliana pone un problema: come si fa a restare indipendenti con i soldi pubblici? Qui la risposta può darsela da sola. Come fa la cooperativa de il manifesto a restare indipendente pur ricevendo fondi pubblici? E' rimasta indipendente nello spirito critico che è la sua forza perché la cosa è possibile. Ci sono i Lavitola e ci sono quelli con la schiena dritta. Ma c'è forse un'altra questione: i militari.

Non vorrei, poiché detti denari pubblici sono all'interno di una legge che è anche sotto l'egida della Difesa, che si potesse pensare, per trasposizione, che sono praticamente gli stessi soldi usati per mantenere i nostri soldati (circa 700 milioni di euro). Nonostante la confusione del decreto missioni, la distinzione è chiara. Caso mai la disparità è spaventosa: 37 milioni contro 700! E per di più divisi su Afghanistan e Pakistan e con un 15% destinabili ad altre aree di crisi. Briciole. Non è un caso che Afgana abbia proposto che il 30% del risparmio ottenuto dal ritiro (che inizierà quest'anno anche se solo di 200 soldati!) vada reinvestito in cooperazione civile. Giuliana se n'è accorta? E' una proposta fatta con Tavola della pace e Rete Disarmo, quanto, mi pare, di più lontano da libidini guerrafondaie. Ora, immaginiamo che qualche partito politico sostenga l'iniziativa e che la cosa si ottenga nella prossima legge. Che dovremmo fare di quei soldi? Lasciarli lì o utilizzarli per scuole, ospedali, formazione e, perché no, Casa(e) della società civile?

Voglio dirla tutta. Quando vado in Afghanistan, molto spesso utilizzo voli militari. Qualcuno storce la bocca. Embedded? Si, fino all'uscita dell'aeroporto. La domanda, tanto per sottolineare che anche la forma ha la sua sostanza, la faccio, attraverso “Afgana”, al ministero degli Esteri, il ministero con cui abbiamo i rapporti più stretti, che a loro volta lo chiedono ai militari. Non me ne vergogno. I soldi risparmiati possono essere utilizzati in altra parte del progetto che quest'anno prevede appunto il lavoro sulla “Casa della società civile”. A chi arriccia il naso dirò anche che agli afgani che vengono in Italia (una dozzina quando ci fu la Conferenza della società civile afgana a Roma) chiediamo sempre se vogliono invece usare voli civili. Libera scelta alla quale facciamo fronte coi soldi del progetto come appunto accadde in quell'occasione (oltre 10mila euro per quel solo viaggio). Non siamo faciloni in queste cose (Intersos o la Cgil, ad esempio, i voli militari non li hanno mai utilizzati) anche se abbiamo un occhio al portamonete. Mi assumo la responsabilità di averlo fatto.

Spero di aver esposto le mie ragioni ma voglio aggiungere adesso un commento. La posizione di Giuliana, ancorché mi auguro la argomenti un po' più ampiamente se vorrà, la rispetto visto che ognuno ha il diritto di pensarla come vuole, ma le chiedo: intanto? Mentre cadono le bombe bisogna aspettare che smettano di cadere o dobbiamo cercare di porre, nel nostro piccolo, un forse inutile cerotto? Temo che se aspettiamo la fine delle bombe (Ied, mine, raid notturni e diurni, attentati, kamikaze, raffiche di mitra etc) di società civile non troveremo ben poca. Mentre cadevano le bombe, coi soldi del governo italiano, scoprimmo che in Afghanistan c'era un sindacato con 250mila membri di cui nessuno si era accorto. Scoprimmo un'associazione di insegnanti con migliaia di aderenti che si autotassava per mantenersi. Avevano bisogno che si parlasse di loro, sotto schiaffo non tanto della Nato (che li ignora), ma dei talebani da una parte (esiliarono i sindacati) e del governo che non li ama. Sapete che l'Afghanistan ha sottoscritto solo la convenzione internazionale contro la schiavitù? Sapete (posso ben dirlo, grazie ad Afgana, e naturalmente alla Cgil) che si va organizzando un nuovo sindacato che ha chiesto aiuto agli italiani per sapere come si fa? Ebbene si, sotto le bombe. Alla società civile afgana nessuno ha dato voce. Al massimo qualche buon articolo sulle “solite” Ong (soprattutto su quelle femminili), una parte importante ma marginale della società civile afgana.

Tutto questo non sarebbe avvenuto senza i fondi dello Stato gestiti dal ministero degli Esteri e senza l'attenzione e l'impegno di alcuni funzionari che della bontà della cosa convinsero anche il ministro più riottoso. Ti immagini Giuliana se andassi in giro a chiedere un finanziamento per dare una sede al sindacato dei minatori afgani? O per far fiorire la scuola di poesia pashtun di Jalalabad? Al ministero ci han creduto (in particolare, lo voglio dire, la ministro Elisabetta Belloni che è il direttore generale della Cooperazione). La cosa è iniziata con un governo di sinistra (sottosegretario Patrizia Sentinelli) ma poi è andata avanti con un governo di destra e ora va avanti con uno di tecnoprofessori. Mi importa poco. E sono contento se alla fine l'Italia ci fa bella figura. E comunque sarei pronto a venir a patti col diavolo – dunque con una legge dello Stato assai confusa - e cerco alleanze ovunque se la causa è giusta. Senza dimenticare le dovute distinzioni. Che non sono tout court contro i militari (in Afghanistan con un mandato del parlamento). Vorrei ricordarti, cara Giuliana, che Afgana non ha mai mancato di ricordare alla politica italiana la gravità di non aver mai preso – salvo rarissime eccezioni – una posizione netta sui bombardamenti. E non solo per evitarli alla “Casa della società civile”. Credo anzi che di distinzioni ne abbiam fatte molte: Afgana nacque proprio perché il dibattito, come sempre avviene quando muore un soldato italiano, non si esaurisse solo nella contrapposizione “truppe si, truppe no”. E' tutto un po' più complesso.

Cosa sarà la “Casa” o la “Cosa” della società civile lo decideranno gli afgani. Ci vorranno fare un cinema, una biblioteca, una sala riunioni, un ufficio legale, una guest house e uffici per chi viene dalla periferia? Non so. Decideranno loro e noi troveremo spero i soldi per costruirla (o meglio, cercheremo di ottenere in comodato dal governo un bene pubblico da ristrutturare). Di soldi ce ne vorranno tanti e li dovranno mettere i governi. E se li troviamo – non sarà facile - sono disposto a portarglieli con volo militare. Per farlo serve l'aiuto di tutti, Giuliana. Anche il tuo, anche con le tue critiche purché le argomenti. Aiuteranno a pensare, un esercizio sempre meno utilizzato. Basta che il suggerimento non sia quello di aspettare che le bombe non cadano più. Temo che, prima di quel momento, ne cadranno purtroppo ancora molte. E so altrettanto bene che non basterà una “Casa” a fermarle.

P.S. Aggiungo una postilla (il 14 febbraio). Mi è giunta voce che alla Cooperazione hanno tagliato altri sette milioni di fondi. Nell'ovattato silenzio generale. A me sembrerebbe una buona battaglia chiederne conto al governo.

COSA PENSANO DI NOI GLI AFGANI

A oltre dieci anni dall'inizio del conflitto che determinò la fine dell'Afghanistan dei talebani, gli afgani pensano di essere stati ignorati dalla comunità internazionale nelle loro scelte e aspirazioni. Pensano di esser stati tenuti a margine di processi decisionali presi sula loro testa e credono che poco sia stato fatto in termini di sviluppo, stabilità e sicurezza. Ciò non di meno, temono che l'uscita di scena degli eserciti che occupano adesso il suolo afgano possa nuovamente precipitare il Paese nel caos e, al contempo, paventano che l'abbandono dell'opzione militare si trasformi in un abbandono definivo dell'Afghanistan e della sua gente.

E' quanto emerge con crudezza da Le truppe straniere agli occhi degli afghani. Opinioni, percezioni e rumors a Herat, Farah e Badghis, una ricerca condotta, per conto della Organizzazione non governativa italiana Intersos, da Giuliano Battiston, giornalista e saggista con una lunga esperienza nel Paese dell'Hindukush. Battiston ha messo insieme lavori precedenti al suo, ricerche e sondaggi, incrociando il lavoro di ricerca in biblioteca con una lunga permanenza sul campo nella regione sotto comando italiano, il Regional Command West. Ne esce un quadro in parte già noto e in parte inedito. Comunque sconfortante e che dimostra che, al di là della propaganda, gli afgani hanno sempre meno fiducia nei loro “salvatori”, pur se preferiscono al caos una loro più prolungata permanenza, anche oltre il 2014, data finale per il ritiro delle truppe straniere.

Battiston spiega che il dato più evidente che emerge dalla ricerca è “uno scollamento tra le opinioni espresse ufficialmente dai rappresentanti delle cancellerie occidentali e quelle degli afghani”. I primi sostengono di aver stabilizzato il Paese, i secondi dichiarano al contrario che la comunità internazionale ha “fallito nel garantire la sicurezza alla popolazione” senza produrre “i risultati sperati”. Quei pochi “risultano fragili e temporanei”, percezione che si traduce in un “sentimento molto diffuso di sfiducia verso le forze internazionali, anche tra coloro che gli avevano accordato credito all’inizio dell’intervento militare, nel 2001”. Diffusa poi la convinzione che le attività militari siano state “negativamente condizionate dalla pluralità di orientamenti, di tattiche, agende e obiettivi perseguiti dai singoli contingenti”. Molti lamentano inoltre uno squilibrio “tra i fondi allocati e distribuiti per le operazioni militari e quelli destinati all’aiuto allo sviluppo e all’assistenza delle comunità locali” e rivendicano “un maggiore coinvolgimento nella progettazione, nella realizzazione e nel mantenimento dei progetti, giudicati comunque insufficienti”. Per gli afgani infatti, “sicurezza” è anche “autosufficienza e sostenibilità del sistema economico; piani di ripristino di un quadro istituzionale funzionante e trasparente; strategie per edificare un sistema di diritto efficiente, garanzia di giustizia, uguaglianza e di tutela dagli abusi”. Un tema che ritorna quando alcuni degli intervistati spiegano al ricercatore che “la rivendicazione di giustizia per i crimini passati” non deve essere “subordinata del tutto alla ricerca della pace”. Un chiaro no, insomma, all'impunità.

Alle forze internazionali viene anche imputata una scarsa considerazione delle conseguenze che le loro operazioni hanno sulla popolazione civile: “l’incapacità di distinguere i civili innocenti dai “ribelli”, l’uso indiscriminato di bombardamenti e raid notturni, la violazione degli spazi domestici” messe in atto da soldati che sembrano agire “ fuori di ogni quadro giuridico certo, rispondendo soltanto ai propri codici di condotta” il che ha fatto crescere sfiducia e diffidenza nei loro confronti, “insieme all’idea che siano in Afghanistan per promuovere o difendere i propri obiettivi strategici” anche se “la maggior parte degli intervistati ritiene che non vadano ritirati e che, anzi, debbano restare oltre la data annunciata del ritiro, il 2014” (Vedi la sintesi dell'ultimo rapporto Onu sulle vittime civili) .

E la pace possibile? Pur sottolineando l’inefficacia della soluzione militare, gli afgani “sostengono la via della riconciliazione (e) della soluzione politico-diplomatica, e ritengono che escludere a priori ogni ipotesi negoziale significhi condannare il paese a un conflitto permanente”. Ma le idee a riguardo restano abbastanza vaghe e confuse anche fra gli afgani, spiega Battiston. Come forse lo sono, aggiungiamo noi, anche nelle nostre teste.

Anche su Il Fatto Online

lunedì 6 febbraio 2012

LA NATO IN AFGHANISTAN (MAPPA)


Fonte: Nato 2012

Questa mappa, che delinea il dislocamento delle truppe Isaf/Nato in Afghanistan, riporta dati del 2009 anche se è quella attualmente visibile (febbraio 2012) sul sito della Nato. Per conoscere quanti soldati e da chi sono impeganti, sempre fonte Nato, bisogna leggere qui. Gli amerciani risultano 90mila. Gli italiani 3916 (sono invece all'incirca 4200). Le variazioni spesso anche rilevanti non vengono sempre annotate con prontezza.

domenica 5 febbraio 2012

CRESCONO LE VITTIME CIVILI IN AFGHANISTAN

Secondo Unama ( UN Assistance Mission in Afghanistan), i morti civili in Afghanistan sono saliti quest'anno da 2790 nel 2010 a 3021 (erano 2412 nel 2009). La maggior parte delle vittime si deve alla guerriglia (specie ai cosiddetti Ied, responsabili di un morto su tre ossia del 32%) ma sono aumentati anche i morti nei raid aerei che invece erano diminuiti: sono 187 vittime con un aumento del 9% rispetto all'anno prima.

L'Annual Report on Protection of Civilians in Armed Conflict,rso pubblico sabato 4 febbraio, dice che, dal 2007, sono morti 11,864 civili. La stima attribuisce nel 2011 a “elementi anti governativi” il 77% delle vittime (14% in più). 410 quelli da attribuire alla forze filogovernative (14% con una decrescita del 4%). Altri 279 civili (il 9%) restano difficili da attribuire.

sabato 4 febbraio 2012

MISSIONI ALL'ESTERO, COME ORIENTARSI

La "Conversione in legge del decreto-legge 29 dicembre 2011, n. 215, recante proroga delle missioni internazionali delle Forze armate e di polizia, iniziative di cooperazione allo sviluppo e sostegno ai processi di ricostruzione e partecipazione alle iniziative delle organizzazioni internazionali per il consolidamento dei processi di pace e di stabilizzazione, nonché disposizioni urgenti per l'Amministrazione della difesa" ( numero 4864) dà mandato per un anno al Governo e al Tesoro di dar via alle nostre missioni all'estero. E' stato appena approvato dalla Camera e tutta l'attività parlamentare (testo, emendamenti, discussioni) si può leggere sul sito della Camera.

Una chiosa sulla legge e il dibattito che riguarda il rifinanziamento, si può leggere in questa sintesi critica di G. Battiston, con due elementi aggiuntivi che suggeriamo: l' articolo 7 della legge, che tratta degli interventi di cooperazione civile in Afghanistan e Pakistan (con una spesa autorizzata su 12 mesi di euro 34.700.000 ), e l' Odg, approvato contestualmente, che tratta dell'iniziativa di Afgana a favore della società civile afgana.

A differenza delle precedenti leggi (semestrali) questa volta la legge ha effetto dal 1o gennaio 2012 al 31 dicembre 2012 (annuale).

Ho letto su "Europa" un articolo a proposito della legge scritto da Federica Mogherini (che la considera un passo avanti) e nel quale sostiene che "cala di circa 200 unità la presenza militare in Afghanistan". In realtà questo passaggio nella legge non l'ho trovato ma credo che si riferisca a quanto ha fatto sapere, piuttosto informalmente, la Difesa, senza però che mi risulti per ora un dato certo e su quale mi pare che il ministro Di Paola sia rimasto piuttosto vago (sarebbe comunque un ritiro di meno del 5% della truppa attualmente impiegata, onestamente poco più che simbolico).

venerdì 3 febbraio 2012

MA L'OPZIONE CIVILE LATITA

Più o meno dal 2007 sentiamo ripetere che, per l'Afghanistan, è venuta l'ora di trovare un'alternativa alla mera opzione militare. Temo che siano solo parole come i fatti documentano. Limitiamoci all'Italia: due giorni fa la Camera ha trasformato in legge il dl sulle missioni all'estero. Con un piccolo giallo: sembrava che il capitolo 7, relativo alle spese di cooperazione civile, fosse scomparso. Ma nella versione definitiva, il capitolo 7 c'è. Vediamo cosa dice.

Dice che, a fronte di una spesa per il contingente militare di quasi 748 milioni di euro, a cui si aggiungono poco più di 3 milioni per le attività della Guardia di finanza e 3 milioni e mezzo per l'assistenza italiana nell’addestramento dell’esercito e della polizia afgani (meno di quanto richiesto da Kabul), per la cooperazione allo sviluppo, sono stanziati 34 milioni e 700mila euro, da distribuire tra le attività in Afghanistan e quelle in Pakistan. A conti fatti, si tratta più o meno del 5% del totale della spesa militare che, sia detto en passant, era tre anni fa di circa la metà rispetto all'attuale. Se poi si divide col machete per due, all'Afghanistan andrebbe il 2,5% (in realtà di più).

Inversione di rotta? A me non pare. Voi che ne dite?

giovedì 2 febbraio 2012

QUANTO SCOTTA IL DOSSIER DELLA NATO

Il ministro degli Esteri del Pakistan, Hina Rabbani Khar, ha definito “vino vecchio in una botti ancora più vecchie” il rapporto confidenziale della Nato sui talebani afgani che ieri mattina è apparso sull'homepage del sito della Bbc. Mentre sul web cominciava e estendersi il contagio telematico che proiettava il dossier segreto del 6 gennaio scorso sui pc di mezzo mondo, Hina Rabbani Khar si trovava Kabul per un incontro con Karzai. I rapporti tra i due Paesi non sono mai stati facili e in questo momento i nervi sono tesi nelle due capitali: a Kabul il governo di Karzai teme di essere tagliato fuori da negoziati diretti tra talebani, americani e Nato. A Islamabad, un governo civile fragile e con scarso consenso, fa i conti quotidianamente con rumors che attribuiscono alla potente casta militare l'intenzione di tornare a un vecchio refrain: il colpo di stato. Così il capo della diplomazia di Islamabad ha dovuto correre ai ripari proprio per via di un dossier che ribadisce, per la prima volta in maniera chiara, diretta e circostanziata, che dietro i talebani afgani c'è l'Isi, i servizi di sicurezza di Islamabad. Che frequentano e sostengono una leadership che dal Pakistan comanda le operazioni in Afghanistan e che vive in residenze il cui domicilio è ben conosciuto dai servizi pachistani.

Hina Rabbani Khar ha dovuto reiterare che il Pakistan “non ha piani segreti” e che Islamabad ha interesse in un “Afghanistan stabile”, dove ogni decisione sul futuro del Paese deve essere soprattutto “afgana”. Ma il siluro contenuto nel dossier di Bruxelles non si può ignorare. Non sono i file “rubati” di WikiLeaks, le mezze frasi di un diplomatico o le accuse ufficiali al Pakistan – specie americane – che devono sempre però essere fatte nel linguaggio asettico e blando delle cancellerie. Il siluro viene da una fonte importante e istituzionale – la Nato - impegnata in Afghanistan con oltre 130mila soldati e di cui alcuni elicotteri, proprio prima della fine dell'anno, hanno ucciso, per errore, oltre una ventina di soldati di frontiera, in una delle tante incursioni in territorio pachistano – con droni, elicotteri, razzi – che per Islamabad è una patente violazione della sovranità nazionale. Nervi tesi dunque. A Islamabad, a Kabul. Ma anche a Washington e a Bruxelles.

Cosa dice il rapporto

Il dossier della Nato dice in sostanza due cose: che i talebani guadagnano consenso e forza e che il ritiro della Nato potrebbe essere fatale al governo di Kabul. Un'ammissione scomoda, specie la prima (e che la Nato non ha interesse a che venga divulgata). Aggiunge poi che l'Isi continua, nonostante le promesse, ad aiutare l'insurrezione afgana: ne conosce uomini e domicilio in Pakistan. E le fonti, questa volta, non sono solo barbe finte occidentali: il rapporto si basa su migliaia di interviste (o interrogatori), quattromila delle quali fatte a talebani afgani e jihadisti di vara provenienza, più o meno affiliati ad Al Qaeda. Sono queste fonti a raccontare una scomoda verità, confermata poi da opinioni e indagini, con nomi e cognomi. In generale il dossier accusa l'Isi di manipolare la dirigenza talebana ma dice anche che alcuni gruppi (segnatamente la cosiddetta Rete Haqqani, quella più radicale e ritenuta più vicina al Pakistan) sono più che solo ospiti: alcune residenze della famiglia Haqqani, una potente lobby di ex mujaheddin dell'epoca della lotta contro l'Urss, sono a pochi passi da una base dell'Isi in Waziristan. E' il caso di Nasiruddin Haqqani, uno dei figli del fondatore della Rete.

Paradossalmente la notizia sui servizi pachistani, anche se è la più dirompente a livello diplomatico, non è la peggiore – in quanto già nota – contenuta nel dossier. Ha fatto solo più rumore nelle cancellerie perché il messaggio questa volta è senza fronzoli. La notizia vera è un'altra: che i talebani stanno reclutando sempre più pro governativi e che non hanno nessuna intenzione di deporre le armi. Che, in sostanza, son poco interessati a negoziare. Infine, dicono le fonti, reclutamenti e donazioni sarebbero in crescita, notizia che smentirebbe almeno in parte quanto si crede e cioè che il sostegno ai talebani sia soprattutto reso obbligatorio dal movimento stesso.
C'è ne anche per Al Qaeda. Secondo le fonti i talebani non hanno preso le distanze dal gruppo fondato da bin Laden o da altre formazioni estremiste dell'Asia centrale che agiscono in Afghanistan. Ma sono i talebani a dare il permesso per ogni singola azione in territorio afgano. Infine Kabul sarebbe una “free area” dove ogni comando talebano può agire indipendentemente senza chiedere autorizzazioni alla cupola.
I pachistani saprebbero ogni cosa. “I talebani non sono Islam...sono Islamabad”, racconta un comandante qaedista. E nel 2011 l'ammontare dei fondi in loro possesso avrebbe ricevuto un aumento senza precedenti, anche grazie al traffico di droga che frutta loro una discreta percentuale.



Quanto conta il dossier?

Il rapporto dice dunque molte cose ma, come sempre, non può essere preso per oro colato. I talebani sono probabilmente sicuri di vincere ma la realtà sul terreno dice anche chiaramente che, come accadde all'epoca della ritirata dei sovietici, un conto è controllare le campagne, un conto è prendere le città. E' pur vero che la corruzione nel governo di Karzai e la sfiducia generalizzata nelle istituzioni favoriscono i talebani, ma non si può ignorare che circa l'80% delle vittime civili della guerra si devono ai loro ordigni o a “effetti collaterali” di attentati kamikaze. Così come è vero che, pur dipendendo tantissimo da Islamabad, i talebani si considerano afgani e probabilmente considerano l'alleanza col Pakistan una pura carta strategica. Infine restano più nazionalisti che jihadisti anche se è probabile che vi sia una relazione tattica con i gruppi qaedisti o jihadisti dell'Asia centrale. Infine, un prigioniero talebano che non debba parlare sotto tortura, difficilmente darà un quadro negativo del suo gruppo di appartenenza.
Il dossier è comunque una fonte importante per capire come va la guerra in Afghanistan (appena rifinanziata dall'Italia), un pantano su cui a lungo abbiamo avuto informazioni lacunose e fuorvianti. Ed è un documento che senza dubbio acuisce le tensioni tra Pakistan e Afghanistan, quest'ultimo da sempre grande accusatore della scelta di Islamabad di ospitare i “santuari” talebani oltre confine. Tensione in un momento delicato.

La pace e la guerra

Recentemente, da quando è stata resa nota l'intenzione dei talebani di aprire un ufficio di rappresentanza in Qatar, Kabul e Islamabad si sono irrigidite con Washington per esser state tagliate fuori dal processo negoziale, condotto da alcuni mediatori talebani o vicini al movimento, con funzionari americani ed europei. Gli Usa hanno adesso promesso a Kabul che non sarà più esclusa in futuro e ha anche accettato di buon grado l'idea di Karzai, di qualche giorno fa, di ricorrere a una mediazione saudita. Anche i pachistani, per non essere tagliati fuori dal possibile futuro negoziato, avrebbero fatto buon viso a cattivo gioco: gli emissari talebani recatisi a Doha (Qatar) nei giorni scorsi, non sarebbero infatti potuti partire da Islamabad se l'Isi non avesse loro permesso di imbarcarsi all'aeroporto. La situazione però resta difficile anche alla luce di un dossier che disegna i talebani poco interessati al gioco negoziale. Kabul è irritata e teme che il ritiro delle trippe Nato nel 2014 gli crei problemi. E Islamabad ha sempre in mente il suo concetto di “profondità strategica”: nella dottrina militare del Pakistan, l'Afghanistan è la retrovia di una guerra con l'India, dunque deve controllarlo. Lo stesso ragionamento - se si vuole complicare il quadro – che sta facendo Teheran , sulla frontiera occidentale. In caso di guerra con gli Stati uniti.

mercoledì 1 febbraio 2012

I TALEBANI E IL RAPPORTO SEGRETO DELLA NATO

Rapporto riservato Nato del 6 gennaio reso pubblico dalla Bbc: per la prima volta e in modo inequivocabile Bruxelles dice che l'Isi (servizi del Pakistan) non solo sostiene i talebani ma sa benissimo dove stanno di casa (in Pakistan). Rapporto basato su 27mila interviste di cui 4mila di talebani e qaedisti catturati. Il caso scoppia mentre la ministro degli Esteri di Islamabad, Hina Rabbani Khar, è a Kabul a colloquio con Karzai. Non è tutto: il dossier dice anche che i talebani hano consenso in larga parte della popolazione afgana. Ma il vero nodo è il Pakistan.

Le mie fonti mi dicono che in Pakistan la situazione è molto tesa e che l'ipotesi di un golpe militare è tutt'altro che campata in aria. Il dossier non può che esacerbare le tensioni allineate sul triangolo Islamabad-Kabul-Washington