

Illustrazioni del militare britannico luogotenente James Rattray (metà del 1800). Battuto da Christie's a 8.ooo euro (per l'immagine sottostante, una vista di Kandahar in acquarello)
Domani alle 17:00 nella Sala Consiliare Provincia Livorno il dibattito:
Afridi dà un quadro dei motivi che hanno spinto i talebani ad aprire, sempre che la corsa vada a buon fine, un ufficio politico a Doha. Sulla stampa estera qualcosa abbiamo letto, ma su quella italiana le analisi non si sprecano e troppo spesso sembrano irrimediabilmente segnate dalle letture americane. L'articolo in questione invece è stato scritto da quell'area e si vede. Scrive di cose poco note e disegns un rpofilo di come si sta muovendo quel movimento. Il secondo motivo è che sia Afridi sia i suoi colleghi sono tutti molto giovani e rappresentano direi uno dei pochi aspetti che consentono ancora di avere fiducia nel futuro produttivo (intellettualmente ed editorialmente) del nostro Paese (pregevolissima anche la copertina).
Per non essere tacciato di univocità (sempre Affghanistan o al massimo ambiente), eccovi una bella domanda di geografia. In quale area del continente americano si trovano il Messico e Cuba? Ecco la seconda. Quanti prigionieri politici si trovano nelle carceri di Cuba?
Il titolo è rassicurante “Semplificazioni in materia di interventi di lieve entità”. Ma l'articolo 44 del nuovo decreto legge (semplificazioni e sviluppo), che sarà discusso nuovamente da mercoledì prossimo al Senato, nasconde scappatoie per delitti ambientali: una sorta di condono mascherato che non sembra affatto di lieve entità. Già passato alla Camera indenne, l'articolo 44 - sufficientemente fumoso da sembrare, a prima vista, del tutto innocuo - dovrebbe rendere più semplici gli adempimenti riparatori qualora sia stato commesso un abuso edilizio in aree di particolare valore paesaggistico e su beni di importante valore storico culturale. Ma di fatto, se un bravo avvocato vi aiuta decifrare la gimcana tra commi, regolamenti e riferimenti giuridici, depenalizza tutta una serie di reati che fino ad ora la legge sanzionava anche con il carcere senza la condizionale. “Delitti ambientali” che potrebbero diventare semplici abusi da riparare con una semplice ammenda.
Il mondo degli ambientalisti italiani, ma anche i magistrati che si occupano di tutela ambientale, temono non tanto un colpo di spugna sul passato, ma una nuova era di sfregi all'ambiente, al paesaggio, agli immobili di pregio del Belpaese.
In buona sostanza si tratta di una modifica di alcune parti dell'articolo 181 che prevede ora due distinte ipotesi di reato: la prima (comma 1) è semplicemente una contravvenzione, punita con l'arresto fino a due anni (quindi coperta dalla condizionale) e un'ammenda; l'altra (comma 1-bis), nella quale si sottolinea la gravità dell'abuso su beni vincolati di particolare interesse pubblico (evidentemente non quello di spostare una porta), configura l'azione come un delitto e lo punisce con la reclusione da uno a quattro anni. La gravità riguarda infatti lavori abusivi in aree vincolate o su beni dichiarati di notevole interesse pubblico e che quindi necessitano di maggiori tutele. A tal punto che, secondo la legge attuale, il reato non si estingue nemmeno quando il trasgressore ripristina spontaneamente la situazione precedente all'abuso (abbattendo o risistemando le cose come erano prima). Afghanistan – touch down in flight from Augustin Pictures on Vimeo.
. Credo di aver già postato questo video stupendo, breve e molto intenso, sull'Afghanistan che si deve a Salome e Lukas Augustin. C'è altro oltre la guerra? Ebbene si.
Gli americani non rispondono e anche la stampa americana è silente. I talebani invece ne approfittano per cavalcare la tigre: «Non crediamo nel coinvolgimento di un solo americano – dice un comandante intervistato dalla Cnn - gli stranieri e il regime fantoccio non dicono la verità». Ma questa volta i turbanti arrivano tardi. La Commissione avallata da Karzai ha già detto queste cose due giorni prima e, fin da subito, Kabul ha chiesto che Bales sia giudicato in Afghanistan, richiesta che ora fanno propria anche i turbanti neri.
Si chiama Robert Bales, 38 anni padre di due figli e due volte ferito in battaglia, il sergente americano che si è macchiato della strage di Kandahar. La notizia è stata data da Fox News dopo sei giorni di silenzio del Pentagono sul nome dell'uomo ora agli arresti negli Stati Uniti e che rischia una condanna pesantissima. La foto in cui appare (a sinistra) pubblicata ieri dal New York Times era apparsa a corredo di un articolo su “High Desert Warrior”, una pubblicazione online, e poi rimossa.
Dopo le vicende del “Kill Team” (un gruppo di soldati capitanati dal sergente Calvin Gibbs, condannato recentemente all'ergastolo per l'uccisione di afgani inermi ma che potrà tornare libero in dieci anni), dell'urina sui corpi di talebani morti (un video scioccante su cui è stata promessa un'inchiesta per ora senza risultati pubblici) e la vicenda dei Corani (malamente gestita e al momento senza colpevoli palesi), gli Stati uniti hanno già fatto sapere, attraverso le parole del capo del Pentagono, che il colpevole di Kandahar rischia la pena di morte: Panetta ha tra l'altro potuto usufruire casualmente di una visita in Afghanistan in realtà da tempo programmata mostrando così una rapidità di reazione americana senza precedenti. Le scuse ufficiali infine sono state velocissime, anche da parte di Obama, così come l'avvio dell'inchiesta e l'arresto immediato, tanto che, nonostante le reazioni del parlamento (chiuso per un giorno in segno di protesta), l'esecutivo afgano si è affrettato a dichiarare che la vicenda non comprometterà il negoziato sull'accordo tra Washington e Kabul che deve regolare la presenza Usa dopo il 2014. Il dossier più delicato al momento sul tavolo dei due governi.
Anche sul fronte afgano il debole Karzai può trarre vantaggio dalla vicenda di Kandahar. Hamid Karzai, indispettito nei mesi scorsi dalla gestione del negoziato coi talebani (condotto da Berlino e Washington senza consultarlo), ha avuto buon gioco – complice l'affaire Corani - nella trattativa quadro sulla permanenza americana in Afghanistan dopo il 2014. Gli americani hanno ceduto su una questione dirimente, cavallo di battaglia di Karzai degli ultimi due mesi: il passaggio di consegne dei detenuti afgani della grande base americana di Bagram (di cui un'ala è adibita a prigione di guerra) sotto la giurisdizione giudiziaria afgana. Ora, la vicenda Kandahar potrebbe assegnare a Karzai un altro punto: la fine o la riduzione sostanziosa dei raid aerei notturni, altro cavallo di battaglia del presidente. Ottenuti questi due atout, Karzai potrebbe persino rivendicare come sua l'accelerazione dell'uscita di scena di gran parte dei soldati Nato/americani (e infatti ha appena chiesto che gli eserciti se ne vadano nel 2013) e servirsene sia nella trattativa coi talebani, sia di fronte a un parlamento riottoso ma comunque incapace di organizzargli contro una vera e propria opposizione coordinata. Karzai ha anche rivendicato la luce verde al trasferimento a Doha – dove la guerriglia in turbante dovrebbe aprire un ufficio politico – dei cinque prigionieri talebani detenuti a Guantanamo, oggetto iniziale della trattativa tra mullah Omar e gli americani. Messo così, il negoziato, sino a ieri patrimonio di due attori estranei al governo di Kabul (i talebani e gli occidentali), rientrerebbe nei binari afgani, ridando al palazzo di presidenziale di Arg, nel cuore della capitale, una parte importante nella trattativa.
Rimane per gli americani una questione più generale di management della truppa, ossia la gestione del contingente: naturalmente la sequela di vicende che hanno attraversato gli ultimi mesi richiedono un intervento preciso e forte degli americani nei confronti dei responsabili dei soldati in una missione con numeri elevati di militari impiegati – e nel quale dunque il novero di “mele marce” è altrettanto elevato- e che spesso, come nella vicenda del sergente di Kandahar, hanno alle spalle più di una missione in teatri particolarmente difficili e debilitanti (nel suo caso tre missioni in Iraq e una in Afghanistan). La capacità di gestione del contingente ha infatti direttamente a che vedere non solo con l'evidente erosione del consenso nell'opinione pubblica afgana, ma con un problema di fiducia della leadership militare afgana sul tipo di addestramento che gli americani danno alle truppe nazionali, sulle quali si è addivenuti a un accordo che ne riduce sostanzialmente il peso numerico ma che, anche in vista dell'accordo Kabul-Washington, da definire nei dettagli prima di Chicago, prevede pur sempre la presenza di formatori dell'esercito americano senza un limite preciso di tempo. Una formula che consentirà, dopo il ritiro, di conservare una presenza di soldati che il Pentagono ritiene irrinunciabile e senza che sia percepita come forza di occupazione.
All'annuncio dell'arrivo del parlamentare afgano, il Cisda, organizzazione attiva da anni in Afghanistan e in Italia e molto sensibile sulle vicende dell'impunità e della giustizia, lancia un allarme che è apparso in inglese anche sul sito di Rawa, un'organizzazione afgana che dai signori della guerra ha subito ogni nefandezza. Secondo il Cisda e Rawa è inammissibile che in Italia siano ricevuti personaggi di quella fatta e dunque il ricevimento in Campidoglio, che comprendeva un saluto del sindaco, e, a seguire, una tavola rotonda, non s'ha da fare.
Messe le cose a posto almeno sul piano della chiarezza delle posizioni, aggiungo che personalmente sono andato a incontrare Mohaqeq. Ci sono andato con Nino Sergi e alla presenza di un giornalista che, figura terza, potrà se crede smentire o confermare. Vorrei dire che è stata un'iniziativa personale perché non volevo trascinare in una polemica le decine di associazioni che aderiscono ad Afgana, molte delle quali sono state turbate da questa vicenda che inizialmente ha seminato panico e imbarazzo. Perché ci sono andato? Perché io e Sergi volevamo far presente a Mohaqeq le vive preoccupazioni di molti italiani dopo la pubblicazione del “codice di condotta” firmato dal Consiglio degli ulema afgani e appena avallato da Karzai. Ma non ci siamo limitati ai lai: abbiamo chiesto che la commissione da lui presieduta facesse un gesto forte, segnalando alla presidenza che questo avallo presidenziale è fuori luogo. Mohaqeq ha sostenuto davanti a noi che ritiene l'editto “contrario alla legge afgana”. Glielo abbiamo fatto ripetere per vedere se avevamo capito bene. Ha aggiunto che riferirà delle nostre rimostranze in commissione. Poco? Può darsi. E poi, lo farà? Ci ha preso in giro? Aveva le penne abbassate per via della polemica nata dal Cisda? Tutto è possibile. Compreso il fatto che questo incontro costituisce un precedente (forse pessimo per qualcuno) in cui, davanti alla stampa, Mohaqeq (che è tra l'altro un influente mullah sciita) ha messo la croce sull'editto (e se lo ha fatto perché è in rotta con Karzai o perché sono sunniti e lui no, poco importa. Le opinioni vanno, i fatti restano).
Un Soleil à Kaboul… ou plutôt deux – Film documentario del Thèatre du Soleil – Oggi 15 Marzo alle ore 19,00 al Teatro Valle
Dopo le scuse di rito, rapide ma probabilmente inefficaci, del capo del Pentagono Leon Panetta e dello stesso Barack Obama, l'ennesimo episodio che ha coinvolto un soldato americano e ha lasciato sul terreno 17 afgani, tra cui donne e bambini, in un villaggio della provincia di Kandahar, evoca scenari sempre peggiori: ritorsioni e proteste alimentate da una diffusa disillusione sulla capacità delle truppe di occupazione di garantire l'incolumità degli afgani e un'erosione del consenso verso l'Occidente che, dopo la vicenda del Corano dato alle fiamme o il video in cui i marine urinavano su talebani morti, è ormai al lumicino. Gli aspetti sono tanti anche se collegati tra loro
I precedenti aggravano la situazione: solo poche settimane fa la vicenda dei Corani dati alle fiamme aveva dato la stura a una protesta pubblica – e diffusa in tutto il Paese - senza precedenti, che dà ai talebani la possibilità di sfruttare gli umori di una piazza inferocita e già scioccata dal video che, solo qualche mese prima, aveva mostrato dei soldati americani intenti a urinare sul corpo di alcuni guerriglieri morti per non parlare della vicenda della cosiddetta "Banda degli assassini" del 2010 ("The Kill Team"). Quel che risulta sin troppo evidente è comunque che gli americani (che addestrano le truppe locali!) non riescono a tenere sotto controllo i circa 90mila soldati di stanza in Afghanistan. Un fatto gravissimo per un esercito moderno e considerato il più potente e avanzato del mondo
Sul versante politico americano la vicenda mette in difficoltà Obama ma solo fino a un certo punto. Quando capitò l'episodio del Corano, i repubblicani in corsa per la Casa Bianca lo criticarono perché si era scusato con gli afgani, ma dopo la strage folle di domenica si ritrovano ora ad armi spuntate. Kabul ha comunque assicurato che l'episodio di domenica mattina non modificherà il negoziato in corso con Washington per un accordo quadro sulla permanenza americana in Afghanistan dopo il 2014. Accordo che dovrebbe essere siglato entro maggio dalle due capitali, prima cioè del vertice Nato che farà il punto della situazione a Chicago, la città di Obama. L'accordo è vitale per il presidente perché dimostrerebbe la sua capacità di gestire la promessa exit strategy senza far uscire gli Usa completamente dal teatro afgano.
Una volta, per dire che uno se la passava male, si usava l'espressione: “vita da cani”. Adesso guardo la mia levriera sdraiata sul tappeto dopo aver appena cenato che sonnecchia tranquilla e penso: “Guarda che vita beata! Pranzo e cena assicurati, cure mediche, passeggiatina e nessuna necessità di lavorare. Vita da cani, vita beata....”. Sarà vero? O è solo che me la la cavo con le scatolette, un giretto dell'isolato e metto a posto la coscienza?
Da quando Fanny, levriera saluki di sette anni, vive con me non ne sono più così certo. La guardo mentre dorme con l'occhio chiuso ma vigile e penso: ma quanto sarà noiosa la sua vita sul tappetino di casa? Quanto le darà noia il fumo del mio dannato toscano? Quanto le sembrerà pallosa questa esistenza tra ciotola e strapuntino, giretto del vicolo e qualche carezza? La mia vita col cane ha cambiato la mia esistenza.
Ho scoperto dei diritti di un cane avendo a che fare con altri umani nei luoghi pubblici. In alcuni ristoranti non la fanno entrare, al cinema non si può, alla Rai – dove conduco un programma radiofonico – è vietato l'ingresso a cani e bambini. La lasci a casa, no?, dice chiunque. Ma la mia saluki piange se resta a casa da sola (come tutti i cani). E non è solo che mi commuovo. Poiché per il programma alla radio esco alle 5 del mattino, un coinquilino che l'ha sentita guaire - dei lunghi ululati strazianti - mi ha accusato di far le ore piccole abbandonando il cane a casa. Con minaccia di denuncia al telefono azzurro.
Si chiama “Accesso libero degli animali in tutti i luoghi pubblici, aperti al pubblico e nei pubblici esercizi istituzione di aree verdi e spazi pedonali animal friendly” l'ordinanza dell'allora ministro Michela Brambilla che, concordata con l'Anci, l'Associazione di Comuni italiani, tutela il diritto di esistere di Fanny. Ovviamente un'ordinanza non è una legge ed è necessario che il singolo Comune la adotti. Ma in molti casi il proprietario non lo sa o finge di ignorarlo. Bisogna insomma sapere se la vostra città, il vostro Comune, ha adottato l'ordinanza che è molto chiara come potete vedere nel box a fianco. E leggete bene: “Il titolare di un esercizio può presentare all’ufficio competente …… motivata istanza di autorizzazione per limitare l’accesso degli animali, sulla base di concrete esigenze di tutela igienico sanitaria sussistenti nel caso di specie; in caso di accoglimento dell’istanza l’esercente deve apporre specifico avviso”. E' lui che deve motivare, non voi. Non sarà il caso di aprire un contenzioso in tribunale ma se l'esercente fa il duro e l'ordinanza c'è, fatelo anche voi. Se siete di buon animo esibite la legge. Se siete perfidi chiamate la guardia. E se la guardia non è al corrente, bene, chiamate il sindaco.
Dopo la lunga sospensione il giornale ecologista Terra torna in edicola in tutta Italia, e si fa mensile; da oggi, nelle principali edicole in Italia, con 68 pagine, carta ecologica, al prezzo di 4 euro. Nel primo numero intervista a Gunter Pauli, il guru della Blue economy; inchiesta sulla Costa Concordia e il business infernale delle crociere, a colloquio con Mario Tozzi; il ruolo del nucleare nelle elezioni presidenziali in Francia, l'analisi di Daniel Cohn Bendit; reportage dal Tibet che “si scioglie”; guerra e interessi economici: il caso dell'acqua minerale in Afghanistan; e poi: diritti animali, rimedi naturali per i mali di stagione.
Afghanistan's president has endorsed a "code of conduct" issued by an influential council of clerics which activists say represents a giant step backwards for women's rights in the country. President Hamid Karzai's endorsement of the Ulema Council's document, which allows husbands to beat wives under certain circumstances and encourages segregation of the sexes, is seen as part of his outreach to insurgents including the Taliban.....The "code of conduct" issued by the Ulema Council, as part of a longer statement on national political issues, is cast as a set of guidelines that religious women should obey voluntarily, but activists are concerned it will herald a reversal of the trend in Afghanistan since 2001 to pass laws aimed at expanding women's rights. Among the rules: women should not travel without a male guardian and should not mingle with strange men in places such as schools, markets and offices. Beating one's wife is prohibited only if there is no "sharia-compliant reason," referring to the principles of Islamic law. Asked about the code of conduct at a press conference in Kabul, Karzai said it was in line with Islamic law and was written in consultation with Afghan women's groups. He did not name the groups that were consulted.
Si e’ dimesso, a più di tre mesi dalle elezioni presidenziali e legislative del 28 novembre scorso, il primo ministro della Repubblica democratica del Congo Adolphe Muzito, a capo del governo dal 2008. Numerose le vittime e le denunce di brogli dalla fine delle elezioni. Qual e’ il clilma sociale del paese in cui la guerra civile conclusa nel 2003 causo’ 4 milioni di morti? Raccontiamo la storia di Radio Okapi l'unica radio a lavorare su scala nazionale nella Repubblica democratica del Congo nata dieci anni fa da un progetto delle Nazioni Unite e della fondazione svizzera Hirondelle. Può questa radio contribuire alla pacificazione e alla democratizzazione del paese?
Radio3Mondo racconta ogni mattina l'attualità internazionale, guardando all'Italia, all'Europa e agli altri continenti. Offre quotidianamente una scelta ragionata degli articoli delle maggiori testate straniere nella rassegna stampa in onda alle 6.50. E continua a parlare di mondo con i suoi protagonisti alle ore 11.30 mettendo a fuoco eventi, luoghi e storie.
Leggo che L’Associazione Ong italiane, il Cini e Link2007 - la "triplice" delle Ong nazionali e non che lavorano in Italia, hanno espresso in un comunicato congiunto la loro soddisfazione per i risultati della Conferenza. Insomma un omaggio a Riccardi di cui speriamo il ministro faccia buon uso.
Tanto per cambiare la Rai il risparmio aziendale lo vuol fare sulla qualità e sui servizi dall'estero.