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sabato 31 marzo 2012

ANTICO AFGHANISTAN








Illustrazioni del militare britannico luogotenente James Rattray (metà del 1800). Battuto da Christie's a 8.ooo euro (per l'immagine sottostante, una vista di Kandahar in acquarello)


giovedì 29 marzo 2012

AFGHANISTAN, DOMANI A LIVORNO

Domani alle 17:00 nella Sala Consiliare Provincia Livorno il dibattito:

AFGHANISTAN, QUALE FUTURO?

intervengono

Amb. Ettore Sequi, Capo Delegazione UE in Albania - “Afghanistan terra di conflitti e di speranze”

Gen.C.A Marco Bertolini, Comandante COI - “L’evoluzione dell’intervento militare alleato”

Cons. Claudio Taffuri, Capo dell’Unità di Crisi MAE - “La cooperazione civile militare, strumento essenziale per la ricostruzione”

Gen.B. Carmine Masiello, Capo Ufficio generale del Capo di Sme - “ La Folgore al comando della regione ovest”

Dr. Staffan De Mistura, Sottosegretario agli Esteri - “Conclusioni”

Moderatore: Gen.C.A (aus) Filiberto Cecchi


NB La parte più interessante mi par quella di Taffuri in un momento in cui persino la Nato sta facendo marcia indietro sulla cooperazione civile militare e i Prt in Afghanistan si sono rivelati un vero buco nell'acqua. Il tema è davvero d'attualità ma il titolo sembra quello di almeno tre anni fa. Peccato non poter essere (almeno io) a Liverno. Sono certo che Taffuri puntualizzerà meglio il suo pensiero soprattutto su quell'aggettivo "essenziale" che sembra davvero ormai del tutto fuori luogo

mercoledì 28 marzo 2012

COM'E' ANDATA A FINIRE

Il controverso articolo del dl (il numero 44) è stato riscritto dopo la levata di scudi di ambientalisti e magistrati. Soddisfatto D'Ambrosio ma Pardi lancia l'allarme. Nel dl c'è un altro articolo che può far danni all'ambiente e al mare


SEMPLIFICAZIONI, SALTA LA DEPENALIZZAZIONE DEGLI ABUSI


La “semplificazione” che avrebbe sostanzialmente aperto la strada a nuovi e più semplificati abusi ambientali è saltata. La norma, contenuta nell'articolo 44 del maxi decreto semplificazioni, su cui domani mattina il governo porrà la fiducia, è stata levata, d'accordo con il ministro Patroni Griffi e con l'assemblea dei capigruppo, dopo una levata di scudi generale cui si è associata anche la Lega. E' stato in particolare il senatore Gerardo D'Ambrosio a convincere capigruppo e ministro dell'importanza di far saltare, nel maxi emendamento che integra il decreto, le norme che di fatto depenalizzavano reati ambientali definiti di “lieve entità”. Depenalizzazioni di cui si erano accorti ambientalisti, magistrati e alcuni senatori che oggi hanno posto urgentemente la questione a Patroni Griffi.

In sostanza l'articolo di legge andava a modificare il cosiddetto Codice Urbani, una legge del 2004 che regolava e fissava le pene sugli abusi che riguardano il paesaggio e i beni di notevole interesse pubblico, in cui veniva abrogata tra l'altro la norma che fissava una pena da 1 a 4 anni per chi commetteva reati ambientali. L'abrogazione della norma, che di fatto avrebbe dato alla sola autorità amministrativa il potere di decidere sanzioni e permessi senza che vi fosse più lo spauracchio della prigione, restituisce adesso al Codice la sua originaria funzione: evitare che l'Italia continui a deturpare il suo ambiente, il suo paesaggio e i suoi beni di interesse collettivo.

D'Ambrosio è soddisfatto: “Il rischio – dice - era che una norma tanto importante potesse sfuggire all'attenzione dei senatori ma così non è stato. Avrebbe di fatto, se approvata, allargato la possibilità di commettere abusi. Una volta che abbiamo spiegato l'importanza di abrogare la norma, tutti i capigruppo si sono detti d'accordo e lo stesso ministro ha accolto i nostri suggerimenti senza difficoltà”. Persino la Lega ci ha messo del suo “anche se con motivazioni diverse”, conclude D'Ambrosio. Francesco Pardi, uno dei senatori che si era accorto con D'Ambrosio del pasticciaccio, spiega che in sostanza il nuovo articolo di legge avrebbe “allargato le maglie” che consentono agli evasori di “trasformare, come mi è capitato di vedere, un piccolo abuso edilizio in un villaggio vacanze”. In pratica spiega Pardi, “per interventi edilizi di lieve entità tutti da stabilire, non si sarebbe applicata più la sanzione penale una volta ottenuta la sanatoria paesaggistica”, che dipende dall'autorità amministrativa”. Con cui è in sostanza più facile arrivare a un compromesso.

Ma Pardi, contrariato con diversi senatori anche da altri articoli del decreto legge (come quello che riguarda la ricerca) lancia l'allarme anche su un altro articolo del decreto che riguarda l'ambiente: “Si tratta – spiega - dell'articolo 24 che prolunga per legge la validità delle autorizzazioni di prospezione in mare (interessate le coste nazionali e il Golfo di Taranto). E che esclude, a nostro avviso in modo non conforme alle direttive comunitarie, la necessità di via in caso di proroga. In sostanza una volta 'bucato' un tratto di mare si può andare avanti all'infinito senza più determinare cosa comporta la prospezione dal punto di vista dell'impatto ambientale. Inoltre, col medesimo articolo, si rimettono alla discrezionalità di un intervento interministeriale tutte le eventuali modifiche alla parte di codice ambientale riguardante le emissioni, con conseguenze a cascata in termini di valori di emissione, responsabilità, autorizzazioni e così via”

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lunedì 26 marzo 2012

LETTURE CONSIGLIATE


C'è molta carne al fuoco
, forse persino troppa, nel bell'articolo sui talebani (afgani e pachistani) scritto da Henna Afridi per World in Progress, un mensile italiano che si occupa di politica estera. Ma ci sono almeno due buoni motivi per leggerlo e per prendere dimestichezza con questo magazine online, gratuito e con buona parte degli articoli in italiano e in inglese.

Afridi dà un quadro dei motivi che hanno spinto i talebani ad aprire, sempre che la corsa vada a buon fine, un ufficio politico a Doha. Sulla stampa estera qualcosa abbiamo letto, ma su quella italiana le analisi non si sprecano e troppo spesso sembrano irrimediabilmente segnate dalle letture americane. L'articolo in questione invece è stato scritto da quell'area e si vede. Scrive di cose poco note e disegns un rpofilo di come si sta muovendo quel movimento. Il secondo motivo è che sia Afridi sia i suoi colleghi sono tutti molto giovani e rappresentano direi uno dei pochi aspetti che consentono ancora di avere fiducia nel futuro produttivo (intellettualmente ed editorialmente) del nostro Paese (pregevolissima anche la copertina).

Il progetto di World in Progress, come si evince dalla presentazione, è quello di “....una rivista-laboratorio che nasce da un’idea condivisa da un gruppo di giovani studenti e studiosi interessati all’approfondimento delle relazioni internazionali contemporanee: creare uno spazio all’interno del quale scambiare opinioni, esprimere pareri e confrontare visioni su quel mondo che costituisce, allo stesso tempo, l’oggetto delle nostre analisi e l’ambiente fisico delle nostre esperienze soggettive”. In sostanza si tratta di una rete di giovani ricercatori che amano il giornalismo analitico, sparsi per il mondo e disposti a investire. Una vera (doppia) risorsa in tempi in cui si pensa di chiudere le sedi Rai all'estero, di ridurre o azzerare i corrispondenti dei giornali, di mandare gli inviati tutt'al più al seguito delle truppe. Perché doppia? Perché l'età media di questo gruppo azzarderei che non superi i trent'anni. Aria fresca ed energia a cui si potrebbe al più prestare un po' di esperienza editoriale e grafica.

Questa scoperta è, da parte mia, colpevolmente tardiva. Non è l'unica e chissà mai che non prefiguri un grande network federato di giovani (e magari anche stagionate) menti italiane che amano la politica estera e che sono stufe di stare a guardarsi solo l'ombelico

domenica 25 marzo 2012

MESSICO E NUVOLE

Per non essere tacciato di univocità (sempre Affghanistan o al massimo ambiente), eccovi una bella domanda di geografia. In quale area del continente americano si trovano il Messico e Cuba? Ecco la seconda. Quanti prigionieri politici si trovano nelle carceri di Cuba?

Se avete o non avete risposto e volete comunque farvi quattro risate (e poi approfondire ad esempio i motivi della visita del papa in Messico e a Cuba), andate sul blog di Gennaro Carotenuto, un docente di storia (che conosce bene anche la geografia) con la passione del giornalismo e una discreta scorta di puntuta ironia.

sabato 24 marzo 2012

AMBIENTE, "SEMPLIFICAZIONE" GALEOTTA AL SENATO

Il titolo è rassicurante “Semplificazioni in materia di interventi di lieve entità”. Ma l'articolo 44 del nuovo decreto legge (semplificazioni e sviluppo), che sarà discusso nuovamente da mercoledì prossimo al Senato, nasconde scappatoie per delitti ambientali: una sorta di condono mascherato che non sembra affatto di lieve entità. Già passato alla Camera indenne, l'articolo 44 - sufficientemente fumoso da sembrare, a prima vista, del tutto innocuo - dovrebbe rendere più semplici gli adempimenti riparatori qualora sia stato commesso un abuso edilizio in aree di particolare valore paesaggistico e su beni di importante valore storico culturale. Ma di fatto, se un bravo avvocato vi aiuta decifrare la gimcana tra commi, regolamenti e riferimenti giuridici, depenalizza tutta una serie di reati che fino ad ora la legge sanzionava anche con il carcere senza la condizionale. “Delitti ambientali” che potrebbero diventare semplici abusi da riparare con una semplice ammenda.

Il riferimento
è a una legge dello Stato - innovativa in materia ambientale – che nel 2004 fu firmata dall'allora ministro per i Beni culturali Giuliano Urbani e nella quale il legislatore aveva definito assolutamente inestinguibili e insanabili tutta una serie di abusi che violavano le leggi di tutela del paesaggio, anche urbano, e dei beni culturali di primaria importanza pubblica. In sostanza, se spostare una finestra può adesso costare solo un'ammenda e il piccolo abusivo se la può cavare con una sanzione amministrativa, se mette mano a vistosi cambiamenti di un certo edificio rischia sino a quattro anni di carcere. Che ora potrebbero sparire, se non in casi di estrema gravità.

Ovviamente, spiega chi è competente della materia, l'ultima parola spetta alle Soprintendenze e ai tecnici comunali, e non è che la nuova normativa faccia carta straccia della vecchia legge. Ma l'articolino inserito adesso nel decreto “lenzuolo” delle semplificazioni (che dopo il Senato tornerà alla Camera) apre la porta a una nuova stagione di abusi: possibili ecomostri sanzionabili prima col carcere, adesso riparabili col portamonete.

Il mondo degli ambientalisti italiani, ma anche i magistrati che si occupano di tutela ambientale, temono non tanto un colpo di spugna sul passato, ma una nuova era di sfregi all'ambiente, al paesaggio, agli immobili di pregio del Belpaese.
Guido De Maio, presidente titolare della III sezione penale di Cassazione esprime la «preoccupazione di coloro che hanno a cuore le sorti del patrimonio artistico e culturale del nostro Paese». Oltre a una nota di Legambiente, Rosalba Giugni, presidente di MareVivo e una delle prime ambientaliste italiane a essere venuta a conoscenza dell'articolo nascosto nelle pieghe del decreto, aggiunge carne al fuoco: «In un momento in cui i nostri Beni culturali e ambientali sono sotto attacco, un peggioramento della legge o un allentamento della maglia che tiene a bada gli abusi viene visto dal mondo ambientalista con grande timore. Ci auguriamo che ci sia un grande dibattito parlamentare e ci auguriamo un'attenzione particolare da chi ama il nostro maggior gioiello e il nostro maggior bene primario. I paesaggi, i centri storici, le coste e la natura».

Fortunatamente
anche qualche parlamentare ci ha fatto caso. Anzi, per la verità uno soltanto in maniera orizzontale. Il senatore dell'Idv Francesco Pardi, che ha presentato, in Commissione Affari costituzionali, un emendamento che chiede la soppressione dell'intero articolo. In cui, secondo il parlamentare (che non siamo riusciti a raggiungere telefonicamente), ci sarebbe anche un'eccezione di congruità giuridica della norma che di fatto viola lo spirito del cosiddetto “Codice Urbani” (Codice dei beni culturali e del paesaggio), la legge che ormai quasi dieci anni fa modificò la legislazione sugli abusi rendendola più specifica e nettamente punitiva. Un passo indietro dunque rispetto a quella che allora apparve come invece un primo deciso passo avanti a tutela del paesaggio in senso lato.

In buona sostanza si tratta di una modifica di alcune parti dell'articolo 181 che prevede ora due distinte ipotesi di reato: la prima (comma 1) è semplicemente una contravvenzione, punita con l'arresto fino a due anni (quindi coperta dalla condizionale) e un'ammenda; l'altra (comma 1-bis), nella quale si sottolinea la gravità dell'abuso su beni vincolati di particolare interesse pubblico (evidentemente non quello di spostare una porta), configura l'azione come un delitto e lo punisce con la reclusione da uno a quattro anni. La gravità riguarda infatti lavori abusivi in aree vincolate o su beni dichiarati di notevole interesse pubblico e che quindi necessitano di maggiori tutele. A tal punto che, secondo la legge attuale, il reato non si estingue nemmeno quando il trasgressore ripristina spontaneamente la situazione precedente all'abuso (abbattendo o risistemando le cose come erano prima).

In attesa che in parlamento si discuta del caso, viene da chiedersi per quale motivo il ministero di Beni culturali, che ha introdotto la modifica nel “lenzuolo” delle semplificazioni, abbia deciso la controversa innovazione. Necessità di cassa? O semplicemente il primo scivolone del Professor Lorenzo Ornaghi?

Anche su TerraOnline

giovedì 22 marzo 2012

L'AFGHANISTAN DI SALOME E LUKAS

Afghanistan – touch down in flight from Augustin Pictures on Vimeo.

. Credo di aver già postato questo video stupendo, breve e molto intenso, sull'Afghanistan che si deve a Salome e Lukas Augustin. C'è altro oltre la guerra? Ebbene si.

mercoledì 21 marzo 2012

GLI SLUM DI KABUL VISTI DA MICHAEL

Ho conosciuto Michal Przedlacki (a sinistra in un locale di Kabul in una foto di Romano Martinis) una sera d'inverno di chiacchiere e birrette.
Operatore umanitario ma anche reporter, ha pubblicato un bel reportage che mi permetto di consigliarvi. Racconta degli ultimi degli ultimi.

martedì 20 marzo 2012

LA STRATEGIA DI HAMID

Un silenzio quasi irreale che ha il sapore del gelo è sceso sulla scena insanguinata della strage di Kandahar dell'11 marzo scorso, quando un soldato americano, il sergente 38enne e padre di due figli Robert Bales, ha ucciso almeno 16 civile inermi nel cuore della notte. Un gelo politico denso nuovamente di nubi dopo che la Commissione di indagine inviata dal parlamento afgano ha fatto sapere di non credere alla versione di “one man only”, ma di ritenere che di soldati americani, quella domenica mattina all'alba, ve ne fossero almeno quindici, forse venti. Che, oltre a sparare, avrebbero anche usato violenza su due donne del villaggio di Panjiwai. Un video diffuso dalla Bbc nel fine settimana ha mostrato un incontro a palazzo tra Karzai e gli anziani del distretto: i vecchi raccontano e il presidente prende appunti. Poi, apostrofato da una giornalista dell'emittente britannica, va giù duro: «Com'è possibile che un uomo solo uccida della gente in quattro stanze diverse e trascini poi i cadaveri in un'altra per dargli fuoco»? Tutto ciò, dice il presidente, è intollerabile. E per dar più peso alle ricadute dell'ultima incredibile vicenda, dopo la storia dei Corani bruciati e lo shock prodotto da un video in cui marine urinano sul corpo di guerriglieri morti, il presidente trasferisce sul piano politico l'orrore per il fatto umano.: chiede a Washington che il ritiro si compia non già entro il 2014 ma entro il 2013. Via i soldati. Un anno prima del previsto.

Gli americani non rispondono e anche la stampa americana è silente. I talebani invece ne approfittano per cavalcare la tigre: «Non crediamo nel coinvolgimento di un solo americano – dice un comandante intervistato dalla Cnn - gli stranieri e il regime fantoccio non dicono la verità». Ma questa volta i turbanti arrivano tardi. La Commissione avallata da Karzai ha già detto queste cose due giorni prima e, fin da subito, Kabul ha chiesto che Bales sia giudicato in Afghanistan, richiesta che ora fanno propria anche i turbanti neri.

A vederla da lontano, la vicenda del sergente Bales, che rischia la pena capitale e che solo ieri incontrava per la prima volta il suo avvocato nel carcere militare di Fort Leavenworth in Kansas, sembra aver messo in rotta di collisione definiva Kabul con Washington. Ma è proprio così? Karzai è stato duro ma non è nuovo a queste cose anche se la strage di Kandahr ora gli offre qualche atout in più. Con la possibilità di capitalizzare su più fronti, menando un colpo al cerchio e uno alla botte.

Il contesto è quello del cosiddetto Patto strategico di lungo termine tra Afghanistan e Usa che gli sherpa afgani e americani stanno mettendo a punto. Sin dal primo momento, Kabul ha chiarito che la strage di Kandahar non avrebbe fatto deragliare il negoziato. Ma proprio ieri, il portavoce di Karzai, Aimal Faizi, ha detto che il patto non include la permanenza della basi americane in Afghanistan: un capitolo a parte che richiede «chiarimenti su certe ambiguità». Un giorno si fa, l'altro si mette in dubbio. Il Patto non è una cosa secondaria: Obama lo vuole firmato entro maggio quando a Chicago, nella sua città, si riunirà il vertice Nato che dovrà sancire l'uscita di scena dei militari occidentali dal Paese asiatico entro il 2014. Ma c'è di più. Secondo indiscrezioni della stampa americana, Obama starebbe pensando a ritirare entro metà 2013 circa la metà del contingente americano, ossia ventimila soldati in più di quanto previsto. La strategia è chiara: uscire in fretta dalla guerra costosa e impopolare ma senza perdere la faccia, ossia le basi americane su suolo afgano.

Karzai vuole sfruttare
quanto Kandahar gli sta portando su un piatto dorato. Non ha intenzione di tagliare con Washington ma vuole alzare la posta. Il presidente americano ha fretta? Bene, prima ancora che la notizia del ritiro anticipato sia ufficiale, Karzai la fa sua chiedendo a Obama di anticipare i tempi. Washington ha bisogno delle basi? Benissimo, si potrà anche fare ma a certe condizioni. Il muso duro, infine, fa gioco anche sul fronte interno: non piacerà forse agli americani ma piace a un'opinione pubblica stanca della presenza occidentale e che sente il bisogno di essere rassicurata. Il gioco duro serve anche a tenere a bada un parlamento riottoso con cui Karzai, che non ha più una maggioranza solida, deve allearsi. Infine il presidente vuole entrare nel vivo di una trattativa coi talebani, che pure continuano a sbattergli la porta in faccia. Meno si dimostra “regime fantoccio” più diventa credibile.

A riguardo leggi anche l'analisi di G. Battiston su Lettera22

domenica 18 marzo 2012

NUOVE OMBRE SU KANDAHAR

Si chiama Robert Bales, 38 anni padre di due figli e due volte ferito in battaglia, il sergente americano che si è macchiato della strage di Kandahar. La notizia è stata data da Fox News dopo sei giorni di silenzio del Pentagono sul nome dell'uomo ora agli arresti negli Stati Uniti e che rischia una condanna pesantissima. La foto in cui appare (a sinistra) pubblicata ieri dal New York Times era apparsa a corredo di un articolo su “High Desert Warrior”, una pubblicazione online, e poi rimossa.

Sono intanto emersi nuovi particolari sulla vicenda: ToloNews riferisce che, secondo la Commissione d'inchiesta inviata dal parlamento afgano, nell'agguato sarebbero stati coinvolti almeno venti soldati Usa con appoggio dall'aria. Secondo la Nato si è trattato invece di un uomo solo. Secondo l'emittente iraniana PressTv infine, alla Commissione risulterebbero anche due stupri ai danni di donne del villaggio di Panjwai.

Gli afgani vorrebbero processare i soldati in territorio afgano per la strage che ha causato la morte di 16 persone tra cui donne e bambini nel piccolo distretto a Sidest della capitale provinciale Kandahar.

sabato 17 marzo 2012

CHI TRAE VANTAGGIO DALLA STRAGE DI KANDAHAR

Apparentemente non c'era peggior viatico possibile per la visita del primo ministro britannico David Cameron negli Stati uniti che la vicenda del sergente americano che, alla vigilia della partenza, ha fatto strage di civili in un distretto della provincia afgana di Kandahar. L'ennesimo episodio, che rinfocola polemiche e riattizza la rabbia degli afgani, consente però, paradossalmente, un'accelerazione da cui – oltre che i talebani – possono trarre vantaggio sia il governo di Kabul, sia l'Amministrazione Obama. Vediamo perché.

Dopo le vicende del “Kill Team” (un gruppo di soldati capitanati dal sergente Calvin Gibbs, condannato recentemente all'ergastolo per l'uccisione di afgani inermi ma che potrà tornare libero in dieci anni), dell'urina sui corpi di talebani morti (un video scioccante su cui è stata promessa un'inchiesta per ora senza risultati pubblici) e la vicenda dei Corani (malamente gestita e al momento senza colpevoli palesi), gli Stati uniti hanno già fatto sapere, attraverso le parole del capo del Pentagono, che il colpevole di Kandahar rischia la pena di morte: Panetta ha tra l'altro potuto usufruire casualmente di una visita in Afghanistan in realtà da tempo programmata mostrando così una rapidità di reazione americana senza precedenti. Le scuse ufficiali infine sono state velocissime, anche da parte di Obama, così come l'avvio dell'inchiesta e l'arresto immediato, tanto che, nonostante le reazioni del parlamento (chiuso per un giorno in segno di protesta), l'esecutivo afgano si è affrettato a dichiarare che la vicenda non comprometterà il negoziato sull'accordo tra Washington e Kabul che deve regolare la presenza Usa dopo il 2014. Il dossier più delicato al momento sul tavolo dei due governi.

Obama dovrebbe quindi arrivare all'appuntamento di maggio (il vertice Nato che si terrà nella sua città, Chicago) rafforzato da un'exit strategy che inizia a dare i suoi frutti. E rafforzato nella scelta, che la vicenda di Kandahar ha accelerato, di un ritiro forse più rapido dei suoi soldati dal teatro, anche se pubblicamente il presidente si dice favorevole a un'uscita senza troppa fretta («We don't rush for the exits in a way that could end up leading to more chaos and more disaster...» , un modo per tenere a bada alcuni settori del Pentagono e i parlamentari più critici). Su un'accelerazione del ritiro in realtà non c'è ancora una posizione ufficiale, che potrebbe essere presentata al summit Nato, ma si potrebbe trattare di ventimila soldati in più entro metà 2013, almeno secondo il New York Times, rispetto a quanto finora previsto (22mila circa entro settembre 2012). Una mossa che mira a ridurre il contingente (e le spese relative) della metà rispetto all'anno scorso (quando c'erano circa 100mila soldati americani), ben prima della scadenza del 2014, anno che dovrebbe concludersi con la fuoruscita quasi totale dei soldati occidentali in Afghanistan. Se i repubblicani avevano dunque utilizzato la vicenda dei Corani come grimaldello per dimostrare la debolezza di Obama, costretto a loro avviso a scuse ufficiali a Karzai non dovute, la storia di Kandahar li lascia senza armi e il vertice di Chicago rischia di risolversi con la vittoria delle tesi del presidente: accelerare l'uscita dei soldati mantenendo un piede in Afghanistan e terminare una guerra sempre più impopolare senza perdere la faccia.

Anche sul fronte afgano il debole Karzai può trarre vantaggio dalla vicenda di Kandahar. Hamid Karzai, indispettito nei mesi scorsi dalla gestione del negoziato coi talebani (condotto da Berlino e Washington senza consultarlo), ha avuto buon gioco – complice l'affaire Corani - nella trattativa quadro sulla permanenza americana in Afghanistan dopo il 2014. Gli americani hanno ceduto su una questione dirimente, cavallo di battaglia di Karzai degli ultimi due mesi: il passaggio di consegne dei detenuti afgani della grande base americana di Bagram (di cui un'ala è adibita a prigione di guerra) sotto la giurisdizione giudiziaria afgana. Ora, la vicenda Kandahar potrebbe assegnare a Karzai un altro punto: la fine o la riduzione sostanziosa dei raid aerei notturni, altro cavallo di battaglia del presidente. Ottenuti questi due atout, Karzai potrebbe persino rivendicare come sua l'accelerazione dell'uscita di scena di gran parte dei soldati Nato/americani (e infatti ha appena chiesto che gli eserciti se ne vadano nel 2013) e servirsene sia nella trattativa coi talebani, sia di fronte a un parlamento riottoso ma comunque incapace di organizzargli contro una vera e propria opposizione coordinata. Karzai ha anche rivendicato la luce verde al trasferimento a Doha – dove la guerriglia in turbante dovrebbe aprire un ufficio politico – dei cinque prigionieri talebani detenuti a Guantanamo, oggetto iniziale della trattativa tra mullah Omar e gli americani. Messo così, il negoziato, sino a ieri patrimonio di due attori estranei al governo di Kabul (i talebani e gli occidentali), rientrerebbe nei binari afgani, ridando al palazzo di presidenziale di Arg, nel cuore della capitale, una parte importante nella trattativa.

Ovviamente da tutto ciò anche la la guerriglia in turbante trae i suoi vantaggi. Ha annunciato di aver sospeso il negoziato sostenendo che gli Stati Uniti non hanno soddisfatto le condizioni e che i colloqui con il governo afgano sono «senza senso» oltre ad aver minacciato di vendicarsi della strage di Kandahar decapitando «gli animali...soldati sadici e assassini». Ma la propaganda talebana questa volta ha stranamente fatto poca presa sulla popolazione civile, se si escludono le comprensibili manifestazioni nell'area della strage e qualche dimostrazione abbastanza contenuta altrove (a Jalalabad ad esempio), segno di una stanchezza popolare e di un'incapacità della guerriglia di trasformare la diffusa rabbia e disillusione, come forse aveva sperato durante la vicenda dei Corani bruciati, in un consenso militante e popolare alla causa nazional-islamica del movimento.

Rimane per gli americani una questione più generale di management della truppa, ossia la gestione del contingente: naturalmente la sequela di vicende che hanno attraversato gli ultimi mesi richiedono un intervento preciso e forte degli americani nei confronti dei responsabili dei soldati in una missione con numeri elevati di militari impiegati – e nel quale dunque il novero di “mele marce” è altrettanto elevato- e che spesso, come nella vicenda del sergente di Kandahar, hanno alle spalle più di una missione in teatri particolarmente difficili e debilitanti (nel suo caso tre missioni in Iraq e una in Afghanistan). La capacità di gestione del contingente ha infatti direttamente a che vedere non solo con l'evidente erosione del consenso nell'opinione pubblica afgana, ma con un problema di fiducia della leadership militare afgana sul tipo di addestramento che gli americani danno alle truppe nazionali, sulle quali si è addivenuti a un accordo che ne riduce sostanzialmente il peso numerico ma che, anche in vista dell'accordo Kabul-Washington, da definire nei dettagli prima di Chicago, prevede pur sempre la presenza di formatori dell'esercito americano senza un limite preciso di tempo. Una formula che consentirà, dopo il ritiro, di conservare una presenza di soldati che il Pentagono ritiene irrinunciabile e senza che sia percepita come forza di occupazione.

venerdì 16 marzo 2012

QUEL CHE HO DA DIRE SU MOHAMMAD MOHAQEQ

A proposito dell'incontro con l'ex mujaheddin sulla lsista nera di Hrw

A proposito della visita in Italia di Mohammad Mohaqeq, a capo della Commissione giustizia del parlamento afgano, è necessario un chiarimento se non altro per fare un po' di luce chiara su un'informazione che, nella fretta di gettare la croce addosso a qualcuno, prima ha tacciato “Afgana”, la rete di società civile che rappresento, di aver “avallato” la visita di Mohaqeq, infine di aver annaspato nell'imbarazzo perché, come è stato scritto su un sito “...in rete si sprecano gli interventi di chi – è il caso della Rete Afgana – si dice vittima di una mancanza di comunicazione e informazione all’origine dell’abbaglio”. Si sprecano gli interventi? Ma quali? Che io sappia Afgana non ne ha fatto alcuno se si esclude una correttissima precisazione di Nino Sergi di Intersos (che fa parte della Rete) sulla pagina web di Giuliana Sgrena. Nessuno ha sprecato niente perché non c'è niente da sprecare né nulla da cui difendersi. Provo a dire perché.

All'annuncio dell'arrivo del parlamentare afgano, il Cisda, organizzazione attiva da anni in Afghanistan e in Italia e molto sensibile sulle vicende dell'impunità e della giustizia, lancia un allarme che è apparso in inglese anche sul sito di Rawa, un'organizzazione afgana che dai signori della guerra ha subito ogni nefandezza. Secondo il Cisda e Rawa è inammissibile che in Italia siano ricevuti personaggi di quella fatta e dunque il ricevimento in Campidoglio, che comprendeva un saluto del sindaco, e, a seguire, una tavola rotonda, non s'ha da fare.

Dopo un po' che il comunicato gira in Rete (figurarsi se i quotidiani si occupano di queste quisquilie*) un imbarazzo diffuso fa ritrattare la presenza al sindaco e ai due parlamentari del Pd Touadi e Vernetti. La tesi è, grosso modo, che nessuno aveva ben capito con chi si aveva a che fare. Ma veniamo a noi. “Afgana”, e io per lei (nell'invito figurava anche Lisa Clark semplicemente perché è con me la portavoce della rete** ma sono io ad essere stato contattato da un'associazione di afgani in Italia), era stata invitata con Sergi, Toaudi e Vernetti alla tavola rotonda. Sapevamo chi è il signor Mohaqeq e abbiamo fatto un supplemento di indagine a Kabul chiedendo chi è adesso, cosa fa e con chi si accompagna. Conosciamo il suo passato tutt'altro che specchiato e sappiamo anche che fu favorevole, come la maggior parte del parlamento afgano, alla legge di amnistia che, con un colpo di spugna, ha (per ora) cancellato i crimini della guerra civile. Il problema è che nel parlamento di Kabul come lui ce ne sono tanti. Diciamo pure la maggioranza. Il primo vicepresidente della Repubblica e così l'attuale figurano sulla stessa lista citata dal Cisda (e compilata da Hrw) e nella quale una lunga sfilza di personaggi viene accusata di crimini durante la guerra contro i sovietici e subito dopo. Da questo punto di vista, nelle istituzioni, chi si salva in Afghanistan è un pugno di persone, tra cui Karzai che, non a caso, è uomo della diaspora. Non bisogna parlare con nessuno di loro?

Questa è la posizione assunta dal Cisda. Legittima e rispettabile. Ma non è la mia. Io (ed evidentemente anche Nino Sergi tacciato in qualche messaggio di “irrecuperabile farabutto”) la penso diversamente. In un paese ostaggio da 30 anni di guerra parlo con tutti. Se avessi l'occasione di parlare con mullah Omar, lo farei. Anzi lo avrei fatto dal 2006, quando ormai si era già capito che o si faceva un accordo coi turbanti o la guerra sarebbe stata infinita. Naturalmente le mie opinioni e quelle del Cisda sono divergenti ma credo ci sia spazio per entrambe. La politica è esattamente questo. Ci sono delle persone che mediano (e che secondo alcuni sono dei pompieri, secondo altri dei venduti, per altri ancora strumenti di pacificazione e costruzione) e ce ne sono altre che assumono posizioni più radicali. Che ricordano ai primi, se possiamo banalizzare, che non bisogna mollare troppo o abbassare la guardia. E, direi, viceversa. Ai miei tempi si chiamava dialettica.

Messe le cose a posto almeno sul piano della chiarezza delle posizioni, aggiungo che personalmente sono andato a incontrare Mohaqeq. Ci sono andato con Nino Sergi e alla presenza di un giornalista che, figura terza, potrà se crede smentire o confermare. Vorrei dire che è stata un'iniziativa personale perché non volevo trascinare in una polemica le decine di associazioni che aderiscono ad Afgana, molte delle quali sono state turbate da questa vicenda che inizialmente ha seminato panico e imbarazzo. Perché ci sono andato? Perché io e Sergi volevamo far presente a Mohaqeq le vive preoccupazioni di molti italiani dopo la pubblicazione del “codice di condotta” firmato dal Consiglio degli ulema afgani e appena avallato da Karzai. Ma non ci siamo limitati ai lai: abbiamo chiesto che la commissione da lui presieduta facesse un gesto forte, segnalando alla presidenza che questo avallo presidenziale è fuori luogo. Mohaqeq ha sostenuto davanti a noi che ritiene l'editto “contrario alla legge afgana”. Glielo abbiamo fatto ripetere per vedere se avevamo capito bene. Ha aggiunto che riferirà delle nostre rimostranze in commissione. Poco? Può darsi. E poi, lo farà? Ci ha preso in giro? Aveva le penne abbassate per via della polemica nata dal Cisda? Tutto è possibile. Compreso il fatto che questo incontro costituisce un precedente (forse pessimo per qualcuno) in cui, davanti alla stampa, Mohaqeq (che è tra l'altro un influente mullah sciita) ha messo la croce sull'editto (e se lo ha fatto perché è in rotta con Karzai o perché sono sunniti e lui no, poco importa. Le opinioni vanno, i fatti restano).

Dopo qualche ora Mohaqeq doveva incontrare Staffan De Mistura, sottosegretario agli Esteri. Lo avevamo informato di quanto detto a Mohaqeq, seppur a titolo personale. E credo che De Mistura abbia dunque avuto in mano una carta più per far sentire la voce del governo italiano su questa questione del codice di condotta che davvero non va giù, né agli italiani, né agli svedesi o agli spagnoli ma nemmeno a tanti afgani. Insomma alla fin fine, la buriana ha, dal mio punto di vista, persino creato le condizioni migliori per dire a Mohaqeq quel che gli andava detto. E che forse sarebbe venuto fuori in maniera meno pressante nella tavola rotonda che mai non fu.

* Con rare eccezioni...Sulla vicenda vedi anche il blog Diritti e rovesci di G. Cadalanu

** Nel bloggismo web la povera Lisa è stata definita “pacifista” tra virgolette. Possiamo capire che in Italia non si sappia chi è Mohaqeq, ma che non si sappia chi è Lisa Clark è un po' più grave. Dove saranno stati i virgolettatori quando Lisa si beccava i "proiettili" serbi a Sarajevo o rischiava "bastonate" in Congo o qualche "attentato a Kabul" (il virgolettato è mio)?

giovedì 15 marzo 2012

OGGI A ROMA

Un Soleil à Kaboul… ou plutôt deux Film documentario del Thèatre du Soleil – Oggi 15 Marzo alle ore 19,00 al Teatro Valle

Un Soleil à Kaboul…ou plutôt deux è un film-documentario di Duccio Bellugi-Vannuccini,  Sergio Canto Sabido, Philippe Chevallier

Realizzato dall’attore del Théâtre du Soleil Duccio Bellugi-Vannuccini insieme a Sergio Canto Sabido e Philippe Chevallier, il film-documentario Un Soleil à Kaboul ….ou plutôt deux ricostruisce l’esperienza che ha coinvolto per tre settimane in Afghanistan l’intera compagnia del Théâtre du Soleil. Nel 2005 Ariane Mnouchkine e i suoi compagni hanno condotto a Kabul uno stage teatrale per attori afghani. Per alcuni di loro questa sarà solo una parentesi, per altri significherà il futuro, un lavoro dentro il teatro: 17 attori scelti da Ariane fonderanno, alla fine dello stage, il Théâtre Aftab (Teatro del Sole).

martedì 13 marzo 2012

DOPO LA STRAGE DI KANDAHAR

Rischia la pena di morte il sergente americano responsabile della strage di Kandahar che ha ucciso 17 afgani, tra cui donne e bambini, nella notte tra sabato e domenica. E' stato il segretario alla Difesa americano Leon Panetta a spiegare che il sottufficiale sarà processato davanti ad una corte marziale secondo il codice di giustizia militare americano che prevede tra le possibili sanzioni anche la pena capitale. Ma le dichiarazioni di Panetta e le scuse di Obama non hanno ovviamente frenato le reazioni della piazza né l'ovvia presa di posizione dei talebani, pronti a sfruttare, servita su un piatto dorato, l'ennesima ottima occasione.

La guerriglia in turbante ha infatti minacciato di decapitare soldati americani per vendicare a strage di Kandahar: «Ancora una volta l'Emirato islamico – ha fatto sapere con un comunicato Zabihullah Mujahid, nome col quale i talebani rivendicano le azioni - mette in guardia gli animali americani. I mujaheddin si vendicheranno, e con l'aiuto di Allah uccideranno e decapiteranno i soldati sadici e assassini».

Ma la reazione popolare non sembra aver bisogno dell'aiuto dei talebani...segue su Lettera22

lunedì 12 marzo 2012

LA STRAGE DI KANDAHAR

Dopo le scuse di rito, rapide ma probabilmente inefficaci, del capo del Pentagono Leon Panetta e dello stesso Barack Obama, l'ennesimo episodio che ha coinvolto un soldato americano e ha lasciato sul terreno 17 afgani, tra cui donne e bambini, in un villaggio della provincia di Kandahar, evoca scenari sempre peggiori: ritorsioni e proteste alimentate da una diffusa disillusione sulla capacità delle truppe di occupazione di garantire l'incolumità degli afgani e un'erosione del consenso verso l'Occidente che, dopo la vicenda del Corano dato alle fiamme o il video in cui i marine urinavano su talebani morti, è ormai al lumicino. Gli aspetti sono tanti anche se collegati tra loro

La dinamica della strage non è ancora chiara: secondo la stampa americana si è trattato dell'atto di follia individuale di un sergente dell'esercito, alla sua prima missione in Afghanistan ma già stato per tre volte in Iraq, che sembra l'incarnazione perfetta del cosiddetto Post Traumatic Stress Disorder: una forma maniaco depressiva che può tramutarsi in violenza gratuita e che è tipica dei reduci. Alcuni testimoni hanno però menzionato più soldati all'opera: un commando che avrebbe agito con un'azione coordinata e dunque premeditata ,ma non è chiaro se gli abitanti del villaggio non abbiano visto invece gli uomini della Nato correre sul luogo della strage, come potrebbe spiegare anche la presenza di un elicottero. Come che sia, la dinamica resta oscura e controversa e dovrebbe essere chiarita da un'inchiesta rapida prima che resti troppo spazio a dubbi e interpretazioni

I precedenti aggravano la situazione: solo poche settimane fa la vicenda dei Corani dati alle fiamme aveva dato la stura a una protesta pubblica – e diffusa in tutto il Paese - senza precedenti, che dà ai talebani la possibilità di sfruttare gli umori di una piazza inferocita e già scioccata dal video che, solo qualche mese prima, aveva mostrato dei soldati americani intenti a urinare sul corpo di alcuni guerriglieri morti per non parlare della vicenda della cosiddetta "Banda degli assassini" del 2010 ("The Kill Team"). Quel che risulta sin troppo evidente è comunque che gli americani (che addestrano le truppe locali!) non riescono a tenere sotto controllo i circa 90mila soldati di stanza in Afghanistan. Un fatto gravissimo per un esercito moderno e considerato il più potente e avanzato del mondo

Sul versante politico afgano l'ennesimo episodio ha questa volta portato la rabbia , sinora patrimonio della piazza, sin dentro il parlamento che oggi è stato chiuso dagli stessi parlamentari in segno di protesta. Nonostante qualcuno abbia giù chiesto al presidente di dimettersi, la vicenda potrebbe però rafforzare Karzai la cui reazione è stata immediata e che, dopo aver ottenuto da Washington qualche giorno fa il trasferimento
dei detenuti afgani nella Base di Bagram sotto la giurisdizione della giustizia afgana, ora punta a far smettere i raid notturni, colpevoli di uccidere civili innocenti (http://emgiordana.blogspot.com/2012/02/crescono-le-vittime-civili-in.html). Una sua vecchia richiesta finora ignorata

Sul versante politico americano la vicenda mette in difficoltà Obama ma solo fino a un certo punto. Quando capitò l'episodio del Corano, i repubblicani in corsa per la Casa Bianca lo criticarono perché si era scusato con gli afgani, ma dopo la strage folle di domenica si ritrovano ora ad armi spuntate. Kabul ha comunque assicurato che l'episodio di domenica mattina non modificherà il negoziato in corso con Washington per un accordo quadro sulla permanenza americana in Afghanistan dopo il 2014. Accordo che dovrebbe essere siglato entro maggio dalle due capitali, prima cioè del vertice Nato che farà il punto della situazione a Chicago, la città di Obama. L'accordo è vitale per il presidente perché dimostrerebbe la sua capacità di gestire la promessa exit strategy senza far uscire gli Usa completamente dal teatro afgano.

Il processo di pace, avviato con fatica e sotto traccia da ormai un anno, potrebbe invece subire un rallentamento. I talebani sfrutteranno l'episodio per alzare il prezzo e per indicare in Karzai l'uomo sotto il cui governo agli stranieri è permessa ogni violazione anche contro donne e bambini. Una recente ricerca fatta per conto della Ong italiana Intersos dimostra che la diffidenza verso le truppe occupanti non fa che aumentare. Inutile dire che episodi come quello di domenica gettano solo benzina sul fuoco.

sabato 10 marzo 2012

LA MIA VITA CON FANNY

Come una levriera ha cambiato la mia esistenza
(articolo scritto per il 1 numero di Terra mensile da ieri in edicola)

Una volta, per dire che uno se la passava male, si usava l'espressione: “vita da cani”. Adesso guardo la mia levriera sdraiata sul tappeto dopo aver appena cenato che sonnecchia tranquilla e penso: “Guarda che vita beata! Pranzo e cena assicurati, cure mediche, passeggiatina e nessuna necessità di lavorare. Vita da cani, vita beata....”. Sarà vero? O è solo che me la la cavo con le scatolette, un giretto dell'isolato e metto a posto la coscienza?

Da quando Fanny, levriera saluki di sette anni, vive con me non ne sono più così certo. La guardo mentre dorme con l'occhio chiuso ma vigile e penso: ma quanto sarà noiosa la sua vita sul tappetino di casa? Quanto le darà noia il fumo del mio dannato toscano? Quanto le sembrerà pallosa questa esistenza tra ciotola e strapuntino, giretto del vicolo e qualche carezza? La mia vita col cane ha cambiato la mia esistenza.
Da quando ho intercettato la sua coscienza di essere vivente, da quando alle sole coccole ho sostituito i discorsi, da quando io e il cane ci confidiamo i guai o le gioie della nostra esistenza, Fanny mi è apparsa sotto un'altra luce: quella della sua anima.

Ho avuto cani per tutto il corso della mia vita senza mai averli scelti, comprati, salvati da un canile. Ho sempre cercato di tenerli a distanza perché, sotto sotto, capivo che avrebbero limitato la mia libertà di movimento e, soprattutto, che avrei corso il rischio di amarli. Ho avuto un gatto di provenienza stradale, quand'ero adolescente, che è morto in battaglia e avevo giurato che non avrei più voluto animali. Il fatto è che gli animali sono attratti da me. Mi cercano e mi seducono. Così è avvenuto con Fanny.

Un levriero saluki è un cane nobile di origine beduina. Un cane dei deserti, dice quel poco che si riesce a trovare su di loro, che è in realtà il capostitpite di tutti i corridori a quattro zampe. Dal saluki deriva il pastore afgano, il grande borzoi russo e le decine di incroci con cui, soprattutto gli inglesi – colonizzatori per eccellenza di territori e comunità - hanno popolato il mondo con razze selezionate. Non ho scelto Fanny perché è un cane di razza. Me lo hanno regalato e ha anzi saputo farsi perdonare il pedigree. I nobili, specie quando esibiscono una sfilza di cognomi (“che, sai, non mi stanno nemmeno tutti sulla carta d'identità...”) o quando vi mostrano l'albero genealogico dove scorre il loro sangue blu, possono diventare stucchevoli e noiosi. Ma Fanny è diversa. Non esibisce il suo nome per intero (Kanyamakan saluki) né i magnanimi lombi da cui è stata partorita. Adora i meticci di colore nero o i cani da cascina (che per intendersi assomigliano ai jack russel) che le piace provocare inchinandosi davanti e mimando la corsa di gioco. E' un cane nobile nell'animo. Che mi ha insegnato anche a stare attento alle parole che uso (bastardi? No, meticci. Bastardo sarai tu!).

Il saluki è un cane da guardia e da caccia. Un avvocato che frequenta il mio quartiere mi ha spiegato che stanno sulle case a tetto piatto del deserto, e forse davanti alle tende dei nomadi, e scrutano l''orizzonte. Il loro compito è avvisare dell'arrivo di uno straniero. Sta poi al beduino scegliere se aprire la porta o aprire il fuoco. Fa lo stesso in casa mia (ma non sono armato). Appena sente un rumore abbia e mi mette in guardia. Se accolgo l'ospite con un abbraccio, si acquieta. Se è qualcuno che vuole convincermi a cambiare gestore di luce, acqua, gas, telefono, ringhia sommessamente finché la porta non si richiude. Dicono che il beduino ortodosso faccia bere il saluki all'oasi prima di sua moglie. Ma questa è un'altra storia.

E' pensando al deserto che ho scoperto che un cane ha anche dei diritti. Uno dei suoi diritti è che dovrebbe correre. Che i confini del mio salotto sono assai più ristretti di quelli di un'anima libera che nel suo dna possiede il ricordo di spazi infiniti. Oggi il luogo della sua origine si trova forse tra Irak Siria e faceva parte della Grande Persia. Gli iraniani lo considerano il loro cane nazionale, scippato, come il petrolio e altri diritti, dall'Union Jack. Suo cugino primo, il levriero afgano, è invece un cane pastore. Ormai in Afghanistan non ne esistono più: spazzati via da trent'anni di guerra e dallo scippo di tesori - dai monili ai cani - che, in sei lustri di razzie, hanno spazzolato il Paese dell'Hindukush. Cane nobile per diritto di sangue e di cittadinanza, il levriero afgano era esclusiva proprietà del re. Potevi tenerlo per accudire il gregge, ma non potevi venderlo. Fartelo razziare si.

Ho scoperto dei diritti di un cane avendo a che fare con altri umani nei luoghi pubblici. In alcuni ristoranti non la fanno entrare, al cinema non si può, alla Rai – dove conduco un programma radiofonico – è vietato l'ingresso a cani e bambini. La lasci a casa, no?, dice chiunque. Ma la mia saluki piange se resta a casa da sola (come tutti i cani). E non è solo che mi commuovo. Poiché per il programma alla radio esco alle 5 del mattino, un coinquilino che l'ha sentita guaire - dei lunghi ululati strazianti - mi ha accusato di far le ore piccole abbandonando il cane a casa. Con minaccia di denuncia al telefono azzurro.

L'alternativa è lasciarla in macchina. Per il cane è un luogo sicuro e conosciuto ma adesso che sto pensando a comprarmi un riksciò, per non dover rinunciare alla bici e nemmeno al cane, la radio, certi ristoranti e il cinema restano un tabù. Che viola i diritti di Fanny e miei perché ci vieta di stare assieme. Per Fanny separarsi da me è un dolore vero e profondo. Come fare?

Per la radio uso la macchina. Sto via un'oretta e lei si rassegna. La cosa è ciclica dunque sa che tornerò. Al cinema ho rinunciato. Ho letto che a Roma ne esiste uno anche per cani. Ma che film daranno? Sul ristorante però mi impunto. E la legge potrebbe darmi ragione.

Si chiama “Accesso libero degli animali in tutti i luoghi pubblici, aperti al pubblico e nei pubblici esercizi istituzione di aree verdi e spazi pedonali animal friendly” l'ordinanza dell'allora ministro Michela Brambilla che, concordata con l'Anci, l'Associazione di Comuni italiani, tutela il diritto di esistere di Fanny. Ovviamente un'ordinanza non è una legge ed è necessario che il singolo Comune la adotti. Ma in molti casi il proprietario non lo sa o finge di ignorarlo. Bisogna insomma sapere se la vostra città, il vostro Comune, ha adottato l'ordinanza che è molto chiara come potete vedere nel box a fianco. E leggete bene: “Il titolare di un esercizio può presentare all’ufficio competente …… motivata istanza di autorizzazione per limitare l’accesso degli animali, sulla base di concrete esigenze di tutela igienico sanitaria sussistenti nel caso di specie; in caso di accoglimento dell’istanza l’esercente deve apporre specifico avviso”. E' lui che deve motivare, non voi. Non sarà il caso di aprire un contenzioso in tribunale ma se l'esercente fa il duro e l'ordinanza c'è, fatelo anche voi. Se siete di buon animo esibite la legge. Se siete perfidi chiamate la guardia. E se la guardia non è al corrente, bene, chiamate il sindaco.

L'ordinanza recepisce tra l'altro la legge 189/2004 sul divieto di maltrattamento degli animali e sull'abbandono di animali domestici, (per saperne di più si veda ad esempio sul sito della Lav ndr) e riconosce che gli animali non sono “cose”, ma esseri senzienti. Anche il governo Berlusconi ha fatto qualcosa di buono.

Quando devo partire è un dramma. Ma ho capito che posso spiegarglielo ricorrendo, possibilmente, più o meno alle stesse rassicuranti parole: “Starai un po' con Malvina e Giovanni, tornerò presto, devo andare via e non posso portarti con me”. Mi osserva con l'aria triste e, in quel caso, non mi segue nemmeno fin sulla porta. La mia vita con il cane è un'esistenza a due che non avrei sospettato. Non serve una gran scienza e una laurea in veterinaria. A saperla ascoltare Fanny – e il vostro cane - sanno benissimo spiegare cosa vogliono.


Le foto: dal basso, Enzo Mangini 2011, durante una manifestazione per la Siria
Monika Bulaj: Fanny corre nel parco di Piazza Vittorio a Roma


Qui trovate Fanny sul sito agraria.org

venerdì 9 marzo 2012

TERRA TORNA IN EDICOLA

Dopo la lunga sospensione il giornale ecologista Terra torna in edicola in tutta Italia, e si fa mensile; da oggi, nelle principali edicole in Italia, con 68 pagine, carta ecologica, al prezzo di 4 euro. Nel primo numero intervista a Gunter Pauli, il guru della Blue economy; inchiesta sulla Costa Concordia e il business infernale delle crociere, a colloquio con Mario Tozzi; il ruolo del nucleare nelle elezioni presidenziali in Francia, l'analisi di Daniel Cohn Bendit; reportage dal Tibet che “si scioglie”; guerra e interessi economici: il caso dell'acqua minerale in Afghanistan; e poi: diritti animali, rimedi naturali per i mali di stagione.

mercoledì 7 marzo 2012

CATTIVE NOTIZIE PER LE DONNE AFGANE

Il dispaccio dell'AP, ripreso ieri da diversi giornali, racconta del "codice di condotta" approvato dal Consiglio degli ulema afgani, la più alta auorità religiosa (istituzionale). Brutto segnale soprattutto l'approvazione da parte di Karzai

Hamid Karzai backs clerics' move to limit Afghan women's rights
New Islamic code would allow husbands to beat wives and encourage segregation of the sexes, Associated Press, Tuesday 6 March 2012

Afghanistan's president has endorsed a "code of conduct" issued by an influential council of clerics which activists say represents a giant step backwards for women's rights in the country. President Hamid Karzai's endorsement of the Ulema Council's document, which allows husbands to beat wives under certain circumstances and encourages segregation of the sexes, is seen as part of his outreach to insurgents including the Taliban.....The "code of conduct" issued by the Ulema Council, as part of a longer statement on national political issues, is cast as a set of guidelines that religious women should obey voluntarily, but activists are concerned it will herald a reversal of the trend in Afghanistan since 2001 to pass laws aimed at expanding women's rights. Among the rules: women should not travel without a male guardian and should not mingle with strange men in places such as schools, markets and offices. Beating one's wife is prohibited only if there is no "sharia-compliant reason," referring to the principles of Islamic law. Asked about the code of conduct at a press conference in Kabul, Karzai said it was in line with Islamic law and was written in consultation with Afghan women's groups. He did not name the groups that were consulted.

DOMANI ALLA RADIO

Si e’ dimesso, a più di tre mesi dalle elezioni presidenziali e legislative del 28 novembre scorso, il primo ministro della Repubblica democratica del Congo Adolphe Muzito, a capo del governo dal 2008. Numerose le vittime e le denunce di brogli dalla fine delle elezioni. Qual e’ il clilma sociale del paese in cui la guerra civile conclusa nel 2003 causo’ 4 milioni di morti? Raccontiamo la storia di Radio Okapi l'unica radio a lavorare su scala nazionale nella Repubblica democratica del Congo nata dieci anni fa da un progetto delle Nazioni Unite e della fondazione svizzera Hirondelle. Può questa radio contribuire alla pacificazione e alla democratizzazione del paese?


Giovedi’ 8 marzo 2012
, dalle 11.30 alle 12.00, Emanuele Giordana ne parla con Andrea Borgnino giornalista ed esperto di radio, che con le sue incursioni ci racconta storie di radio dal mondo e con Federica Ramacci, caporedattore dell’Atlante delle Guerre e dei Conflitti del mondo

martedì 6 marzo 2012

SETTIMANA A RADIO3

Radio3Mondo racconta ogni mattina l'attualità internazionale, guardando all'Italia, all'Europa e agli altri continenti. Offre quotidianamente una scelta ragionata degli articoli delle maggiori testate straniere nella rassegna stampa in onda alle 6.50. E continua a parlare di mondo con i suoi protagonisti alle ore 11.30 mettendo a fuoco eventi, luoghi e storie.


DOMANI

07/03/2012India: la sorte dei maro' e la campagna elettorale in corso

I due fucilieri di marina accusati dell'uccisione di due pescatori indiani devono andare in carcere, secondo i giudici locali, ma non saranno detenuti in una prigione comune. Intanto mentre crescono le tensioni tra l'India e il nostro Paese (...)

Vai al SITO

a fianco, la redazione in un'immagine di M. Dondero

lunedì 5 marzo 2012

SGUARDI DIRITTI E L'AFGHANISTAN


Dal 5 all'8 marzo "Sguardi Diritti": quattro serate, quattro associazioni, tanti registi ed ospiti. Il 7 Un ponte per... presenta "Zaynab‘s Sisters" di Carolina Popolani e "Il velo nell‘Islam. Storia, politica, estetica" un libro di Renata Pepicelli, alla presenza di Imen Ben Mohamed, deputata dell’Assemblea costituente tunisina, Isadora d’Aimmo e Roberta Denaro.

Dopo il successo della rassegna omaggio a Vittorio De Seta, realizzata coordinando più di venti associazioni e 18 schermi, l'Associazione Apollo 11 - insieme a Focus-Casa dei Diritti Sociali, Un ponte per… ,Officine - e con la collaborazione di Zalab e Archivio memorie Migranti, presenta Sguardi Diritti, una rassegna di documentari dedicata ai diritti umani.

Dal 5 all’8 marzo, insieme a numerosi ospiti, e alla presenza degli autori delle opere in programma, quattro associazioni unite dalla passione sociale s’impegnano in un evento dedicato ai racconti di vita di donne, migranti, rifugiati tra Afghanistan, Tunisia, Italia, Egitto e Somalia.

La rassegna si aprirà il 5 marzo con il pluripremiato "Girl on the air - Radio Sahar" di Valentina Monti e “Afgana – Kabul 2011” di Riccardo Biadene.
Ne discuteranno, tra gli alti, Emanuele Giordana-Portavoce Afgana e Giuliano Battiston

Il 6 si parlerà di accoglienza e integrazione delle comunità rom con la proiezione del cortometraggio "River" - di Tommaso Cammarano e Antonio De Matteo e ai tunisini sbarcati in Italia nel 2011 con il documentario "Inshallah" di Antonio Laforgia. Alla discussione parteciperanno, oltre agli autori e ai giovani protagonisti, il portavoce di Amnesty International Riccardo Noury e i rappresentanti di 2 associazioni rom e rumene di Roma.

Il 7 marzo la serata sarà interamente dedicata ai diritti delle donne in Italia e nel Mediterraneo, con la proiezione di "Zaynab's Sisters" di Carolina Popolani, documentario che racconta la storia delle Sorelle Musulmane in Egitto. Seguirà la presentazione del saggio di Renata Pepicelli “Il Velo nell’Islam. Storia, politica, estetica”, edito da Carocci, e un dibattito a cui parteciperà la deputata tunisina Imen Ben Mohamed, unica donna eletta all’Assemblea Costituente in Italia.

La rassegna si concluderà l’8 marzo con "Ferrhotel" di Mariangela Barbanente, vincitore, con le sue storie di donne e uomini somali a Bari, del premio Ucca Venti Città al Festival del Cinema di Torino. Sarà presente l’autrice e la scrittrice italo-somala Cristina Ali Farah.

Le proiezioni inizieranno alle 20.00 Piccolo Apollo - Centro Aggregativo Apollo 11, presso l’ITIS Galilei di Via Conteverde, 51.

venerdì 2 marzo 2012

L'APERTURA DI CREDITO DELLE ONG A RICCARDI

Ieri si è tenuta a Roma la Conferenza:“La Cooperazione internazionale dell’Italia: una risorsa da valorizzare, modernizzare, rilanciare”. C'erano tutti, dal ministro Riccardi a esponenti delle forze politiche oltre, ovviamente, ai diversi responsabili di organismi di cooperazione allo sviluppo (Leggi tutto su Lettera22).

Leggo che L’Associazione Ong italiane, il Cini e Link2007 - la "triplice" delle Ong nazionali e non che lavorano in Italia, hanno espresso in un comunicato congiunto la loro soddisfazione per i risultati della Conferenza. Insomma un omaggio a Riccardi di cui speriamo il ministro faccia buon uso.

L'istituzione del ministero ha di per sè segnato un cambiamento nella politica dei governi della Repubblica che sinora si erano affidati, al massimo, a sottosegretari (chiamati anche viceministri) con delega o a commissari speciali. Ma è anche vero che della legge di riforma si parla da una decina d'anni e che tutte le proposte sono finora naufragate. E lo stesso si, negli utlimi dieci anni, quando, a ogni cambio di governo, si annuncia il "rilancio" della cooperazione, che non solo resta al palo, ma perde finanziamenti ogni anno che passa (ultimo taglio 7 milioni finiti al settore Giustizia). Infine Riccardi, ha un ottimo curriculum e senz'altro ottime intenzioni, ma non ha portafoglio e non è ancora chiaro chi comanda che cosa tra il suo ministero e quello degli Esteri e del Tesoro che hanno in mano i cordoni della borsa.

Insomma se son rose....Ma c'è altro. Ho la sensazione che la parola "cooperazione allo sviluppo" non muova più, nell'opinione pubblica, quei nobili sentimenti che solo dieci anni fa facevano vedere con simpatia volontari e cooperanti. Perché? C'è una crisi dell'impegno? La gente si è stufata? Non capisce - se lo ha mai capito - cosa fanno le Ong? Sanno che differenza c'è tra la cooperazione civile e quella militare? Tra professionisti e volontari?

Io penso che questo sarebbe un bel tema da affrontare. La politica ha le sue responsabilità. I media anche. I governi e il parlamento pure. Ma forse anche chi la cooperazione la fa davvero sul campo (mi ci metto anch'io) questa domanda dovrebbe porsela. In fin dei conti, se è una risorsa Paese, bisogna che il Paese dia una mano. Che sappia di che stiamo parlando e, magari, sia anche d'accordo.

giovedì 1 marzo 2012

NON CHIUDETE QUELLE SEDI (APRITENE SEMMAI DI NUOVE)

Tanto per cambiare la Rai il risparmio aziendale lo vuol fare sulla qualità e sui servizi dall'estero.

E' un po' più che un dispiacere o una semplice miopia. E' qualcosa che pagheremmo a caro prezzo. Grazie a un'iniziativa della tavola della pace però...

Leggi il resoconto su Lettera22