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domenica 29 aprile 2012

AFGHANISTAN, RIFLESSIONI IN CORSO

Qualche giorno dopo il massiccio attacco di aprile, una gran pioggia ha finalmente fatto depositare la polvere che, come una cappa, avvolge continuamente una città ormai cresciuta a dismisura e dove il manto stradale è, in gran parte di Kabul, ancora una mera aspirazione. La pioggia è arrivata qualche giorno dopo la clamorosa azione dei talebani in pieno centro, davanti al parlamento e nell'area del carcere, coordinata con altri attacchi in almeno tre province del Paese: la cosiddetta “offensiva di primavera” largamente annunciata. Ma la città sembra aver accusato il colpo rapidamente, aiutata dalla pioggia che ha fatto un po' di pulizia. E' rimasta paralizzata per 18 ore durante gli attacchi (i “martiri” non si arrendono e dunque snidarli – ossia ucciderli – richiede tempo) e sensibilmente svuotata, il giorno dopo, come in un dì di festa. Ma nel giro di 24 ore la normalità ha ripreso il sopravvento come se ormai si sia messo in conto che, ogni tanto, può accadere. Un atteggiamento fatalista che emerge anche tra i sondaggi che denunciano disillusione e amarezza con un affievolimento delle speranze di pace e di benessere che avevano accompagnato i primi anni dell'arrivo della Nato in Afghanistan.

Gli analisti, come ritualmente avviene, si sono preoccupati di commentare le dichiarazioni ufficiali che, abbastanza rapidamente, hanno fatto slittare la condanna da una generica accusa ai “talebani” a una più mirata responsabilità della Rete Haqqani, la fazione più radicale, più qaedista, più vicina all'Isi pachistano del movimento dei turbanti. In effetti la tattica dell'attacco e le modalità di esecuzione confermerebbero un'ipotesi che viene tradotta come l'esclusione degli Haqqani dal negoziato che, nonostante lo stop ufficiale dei talebani – irritati dalle polemiche americane sul trasferimento di alcuni detenuti da Guantanamo nella città qatariota di Doha – non sono del tutto naufragati. Questa lettura insiste sul timore degli Haqqani, che la rete “concorrente” dell'Hezb-e-Islami (Gulbuddin Hekmatyar) e la shura di Quetta (il Gran consiglio dei talebani di mullah Omar) li lascino fuori dai benefici di un eventuale negoziato. Oppure che gli Haqqani abbiano, con questa azione, segnalato una forma di pressione del Pakistan sul negoziato stesso, dal momento che è nota l'irritazione di Islamabad nei confronti dell'intera trattativa sul famoso ufficio di Doha (l' “ambasciata” talebana da aprire all'estero) che sarebbe stata condotta senza di loro. Ma è una teoria che non convince.

Antonio Giustozzi
, uno dei migliori conoscitori della realtà talebana, ha diffusamente spiegato in una lunga intervista a Giuliano Battiston (il manifesto, 19 aprile ) che considerare gli Haqqani “altro” dal movimento è “fuorviante”. Una lettura che condividono anche i ricercatori di Afghanistan Analysts Network (Aan), uno dei più autorevoli think tank della capitale. Non si può insomma, sostengono gli analisti, considerare la galassia talebana come un insieme formato da fazioni indipendenti, per quanto disomogenea e sottoposta, come ogni grande movimento, a una dialettica interna. Gli Haqqani dunque sarebbero solo una parte del tutto e con una limitata autonomia. Infine il movimento tende comunque a “coprire” anche le azioni non direttamente programmate dalla shura di mullah Omar. Giustozzi va più in là: sostiene – ci dice quando lo incontriamo in caffé della capitale - che l'azione dei giorni scorsi rende evidente, non tanto uno scontro tra fazioni quanto, tra direzione politica (Quetta) e direzione militare (Peshawar). Questa sorta di comitato strategico militare di creazione relativamente recente (2010) nella città settentrionale capoluogo delle aree tribali del Pakistan, rappresenterebbe al momento i contrari al negoziato: i delusi da un processo che si è subito arenato appena la vicenda dei prigionieri di Guantanamo è arrivata alle orecchie del Congresso, suscitando un dibattito negli Usa che ai talebani non è affatto piaciuto. Gli uomini di Peshawar sarebbero dunque inclini a tenere elevato il livello dello scontro, sia “per tenere alto il morale della truppa”, aggiungono gli analisti di Aan, sia perché “contrari al negoziato”, sostiene Giustozzi, secondo cui i favorevoli alla trattativa sarebbero adesso in minoranza: la vecchia guardia di Quetta, i turbanti più “politici” e più inclini al negoziato, sarebbe dunque in difficoltà.

Certo è che l'attacco dei giorni scorsi, sia che fosse un segnale contro il negoziato, sia che volesse in qualche modo segnalare o ribadire che la guerra è tutt'altro che finita e che deve considerare questo o quell'interlocutore, non sembra aver portato molta acqua al mulino della guerriglia. Forse sì all'interno delle dinamiche che attraversano il movimento, ma poco come risultato politico generale nonostante il roboante effetto mediatico di cui la stampa nazionale, ma soprattutto internazionale, si fa spesso supinamente interprete con titoloni allarmistici che amplificano la portata dell'evento. In realtà il maggior beneficiario dell'intera vicenda sembra esser stato proprio il nemico numero uno dei talebani: il presidente Hamid Karzai. Karzai ha aspettato, con l'acume politico che lo contraddistingue, che la battaglia finisse. Silente durante le quasi venti ore di scontro, appena ha avuto in mano dati sicuri (ad esempio il non elevato numero di civili uccisi. Otto in tutto, di cui quattro a Kabul) ha messo in campo una convincente strategia di comunicazione. Intercettando il “bisogno di eroismo” della capitale, come sostiene Fabrizio Foschini di Aan, Karzai ha sottolineato quello dei suoi soldati: poliziotti, militari, funzionari dei servizi che si sono sacrificati per la sicurezza della città. Pur non risparmiando le critiche all'intelligence afgana (uno degli edifici utilizzati dal commando si trova di fronte a una sede periferica dell'Nds, la Direzione nazionale per la sicurezza), il presidente ne ha approfittato per dare la colpa alla Nato. O, meglio, ha messo in luce il fatto che ormai l'aiuto degli stranieri si è ridotto così tanto che sono ormai le forze di sicurezza afgane la vera tutela dei cittadini.

Il presidente sta giocando d'anticipo: ha di fronte il summit Nato di Chicago e soprattutto la fretta malcelata di un rapido ritiro americano e, in sequenza, degli altri partner dell'Alleanza. E cerca di sfruttarlo. Le truppe se ne andranno entro il 2014? Karzai dice che si potrebbe pensare al 2013. Gli americani hanno fretta di concludere l'accordo di partnership strategica con Kabul? Bene, purché accettino, pur se obtorto collo, le richieste afgane, come in gran parte già avvenuto (trasferimento dei detenuti a Bagram sotto giurisdizione afgana, fine dei raid notturni dell'Alleanza e degli americani. Resta solo la trattativa sul futuro delle basi). A che gli serve tutto ciò?

La sensazione è
che Karzai stia preparando il dopo Karzai con un altro Karzai. Non un Karzai bis che la Costituzione gli vieta, ma una sorta di interim a qualche amico fidato che magari gli dia occasione di ripresentarsi dopo. Al momento la Costituzione gli vieta di ricandidarsi ma non è chiaro se, dopo un intervallo, ci si possa ripresentare. E poiché Karzai sembra favorevole ad anticipare le elezioni (il che richiede comunque di mettere mano alla Costituzione) ecco che, dicono i maligni, una volta cominciato a ridisegnare i punti della Carta che regolano la data per le presidenziali (per non farle coincidere nel 2014 col ritiro occidentale), si potrebbe anche prevedere una clausola che cambi le regole del gioco e gli dia la possibilità di ricandidarsi a un terzo mandato. Ipotesi.

Come che sia, a Kabul già girano i nomi del futuro candidato. Farooq Wardak, ad esempio, attuale ministro dell'Istruzione, personaggio che tra l'altro non sarebbe indigesto a Islamabad. Ballon d'essai? Può darsi come spesso accade quando nomi, ipotesi o date cominciano a girare con insistenza. Ma qualcosa si sta muovendo rapidamente. Anche il Pakistan non sta con le mani in mano. Tutti concordano nel dire, Haqqani o non Haqqani, che dietro l'ultimo attacco c'è lo zampino del Pakistan che ha fretta di chiudere la partita e sta in ogni modo cercando di condizionare questa fase del Grande gioco, da sempre oggetto di più di un appetito. Appetito di cui si può rimanere anche vittime, per volontà o per caso: i talebani hanno fatto avere le loro scuse al Giappone (che non ha militari in Afghanistan) per aver colpito, erroneamente nel recente attacco, anche la sua sede diplomatica. La dimostrazione di un'attenzione politica molto significativa.

lunedì 23 aprile 2012

ACCORDO AFG/USA, CI SIAMO

Un'anticipazione dell'agenzia afgana Pajhwok di ieri sera, dice che l'accordo tra Washington e Kabul - il famoso patto di partnership strategica - è ormai pronto per la firma di Karzai e di Obama. Fatto salvo il fatto che l'accordo deve andare prima ai rispettivi parlamenti.

Di molte cose ancora non sappiamo: conclusi gli accordi sui punti nodali dei raid notturni e del trasferimento dei detenuti dalla giurisdizione Usa a quella afgana, l'accordo deve anche dire del futuro della basi americane e dello statuis dei soldati stellestrisce in Afghanistan. Punti oscuri insomma ce ne sono ancora parecchi ma dovrebbero essere risolti prima del vertice Nato di Chicago o rimanere abbastanza vaghi da rendere soddisfatti entrambi. Indiscrezioni dicono che gli americani (ma Pentagono e Dipartimento di Stato non sono della stessa idea) stanno pensando a mantenere 20mila soldati nel Paese: troppo òpochi per fare una guierra ma abbastanza per proteggere le basi e, al contempo, non perdere la faccia.

domenica 22 aprile 2012

SE DIECI TONS VI SEMBRAN POCHE

E' ovvio che il ritrovamento a Kabul di un camion con 10 tonnellate di esplosivo (con annesso piano per uccidere un vice di Karzai), annunciato ieri mattina dall'intelligence afgana (NDS), qualche dubbio lo fa venire. Dieci tonnellate, nascoste sotto sacchi di patate, è un volume gigantesco che, tradotto in chilogrammi, fa 10mila chili di esplosivo. Poiché oggi ne basta una quantità relativamente importante per fare danni seri, con 10 tonnellate si fa davvero un bel fuoco d'artificio.

Ma qualcuno
si è interrogato su questa scoperta che, se non ci sbagliamo, è in numeri il maggior ritrovamento di esplosivo, non solo a Kabul, nella guerra in corso. Di cui il NDS ha accusato la rete Haqqani (tra i 5 arrestati, tre sarebbero pachistani: gli haqqanisti avrebbero confessato). Il fatto è che dopo l'attacco in grande stile di una settimana fa, i servizi hanno fatto una magra figura. Karzai, nell'esaltare la polizia, ha puntato il dito sull'intellignece: sia quella della Nato, sia quella di casa. Ed ecco che, qualche giorno dopo....Dietrologia?

Un amico giornalista a cena, commentando la vicenda, sosteneva ieri sera che non c'è nulla di più sensato che un'operazione fatta ad arte di quedsta portata per riportare la bilancia in pari. Certo, solo un opinione. Ma abbastanza seducente e credibile.

sabato 21 aprile 2012

GALASSIA TALEBANA

"Gli attacchi – dice Antonio Giustozzi – non vanno attribuiti agli Haqqani, ma sono un sintomo della dialettica interna al movimento dei turbanti neri, per dire no al negoziato; il Pakistan ha dato l'imprimatur all'operazione, ma ha fretta di chiudere la partita negoziale; Karzai non pensa al benessere del paese, ma a proteggere i suoi interessi, tra cui quelli legati ai contratti stipulati con la Cina per lo sfruttamento delle risorse (che prevedono una quota per il suo “circolo”); gli americani cercano un accordo di partenariato con l'Afghanistan, ma più che alle basi militari pensano a salvare la faccia; i Taleban rischiano che il Pakistan soffi loro la vittoria militare e simbolica"...

E' la sintesi dell'ottima intervista che potete leggere su Lettera22 o su Il manifesto e che Giulaino Battiston ha fatto ad Antonio Giustozzi, forse il più esperto conoscitore della galassia talebana. Merita davvero una lettura

giovedì 19 aprile 2012

COME SI (AUTO) FINANZIANO I TALEBANI

Che i talebani finanzino la loro guerra contro l'occupante col traffico d'oppio è cosa nota. Così come è noto che, ora come in passato e in forme più o meno dirette, ricevono denaro da Paesi che hanno interesse a giocare il “Great game” afgano. Nemmeno la raccolta fondi tra le comunità pashtun dell'area tribale pachistana e tra facoltosi simpatizzanti o gruppi di pressione a Karachi o Peshawar è una novità: del resto il loro movimento nacque, oltre che con il sostegno di Islamabad, coi quattrini delle compagnie di trasporto pachistano, stufe di pagare il pizzo ai mujaheddin anti sovietici. Ma che abbiano messo in piedi una vera e propria “Commissione finanziaria” incaricata di fare fund raising e che sia addirittura possibile per il comune cittadino avervi accesso via internet o col cellulare, questo è davvero un salto nella modernità. Con gli stessi strumenti che usano le Ong per chiedere solidarietà in caso di emergenza.

Da alcuni giorni sul sito dell'Emirato islamico dell'Afghanistan (http://shahamat.com) appare in bella mostra, più che un richiamo alla Jihad o alla preghiera, una richiesta di mettere mano al protamonete. E c'è un indirizzo telematico e un paio di numeri di cellulare per aggiungere la propria decima alla colletta tra credenti.

I talebani giustificano la richiesta di fondi non solo come contributo alla lotta contro l'invasore occupante (una dimostrazione del carattere nazionalista che si è dato il movimento), ma anche come mezzo per conquistarsi meriti nell'adilà, se l'età o la contingenza non permettono di prendere le armi. Dice il profeta, commenta l'invito a versare fondi, che “...chi muore ma non combatte sulla via di Allah o non esprime alcun desiderio o determinazione verso il Jihad, muore da ipocrita”. La conclusione è che chi non può combattere può esprimere lo stesso il suo appoggio alla lotta versando denaro. Segue mail e numeri di telefono.

Le Nazioni unite hanno stimato tra i 100 e i 200 milioni di dollari i proventi che la guerriglia intasca annualmente dal traffico di stupefacenti ma non è il solo finanziamento che i talebani si procurano: un dossier del Congresso americano ha stimato che “almeno il 10% di ciò che il Pentagono spende in contratti logistici (per far transitare i camion nelle aree di conflitto fino alle basi militari statunitensi ndr) consista in pagamenti agli insorti”. Un giro da oltre 2 miliardi di dollari l'anno che fornirebbe un gettito di altri 200 milioni.

mercoledì 18 aprile 2012

INTERVISTA

Fabrizio Foschini, ricercatore di Afghanistan Analysts Network (Aan), è uno dei tanti riferimenti obbligati quando si arriva a Kabul. In Afghanistan in modo stanziale ormai da oltre due anni, lavora in quello che è considerato forse il più accreditato centro di ricerca su tematiche politiche del Paese, un think tank diretto dal tedesco Thomas Ruttig che impiega nazionali e internazionali che hanno ormai una fittissima rete di contatti e che sono sufficientemente smaliziati per andar oltre una lettura ordinaria dei fatti. In un Paese dove la propaganda regna sovrana e il depistaggio è un'arma politica consolidata.

Cominciamo dagli attentati. Ormai tutti danno la colpa alla Rete Haqqani, il gruppo radicale più vicino ai servizi pachistani. Quindi danno, in un certo senso, la colpa a Islamabad...

E' una reazione tipica puntare il dito sugli Haqqani, perché il loro ruolo in azioni simili è stato già provato in passato e il modus operandi dell'ultima azione lascia pensare a una continuità. A livello politico invece, chiamare in causa gli Haqqani, come hanno fatto in questi giorni sia gli americani sia gli afgani, suggerisce un possibile mandante oltre confine il che funziona bene con gli afgani, che condannano unanimemente l'ingerenza pachistana, e serve a rassicurare le opinioni pubbliche occidentali sulla possibilità di un negoziato con la leadership storica, quella di Quetta...continua su Lettera22

martedì 17 aprile 2012

PASTICCIACCIO TALEBANO

Si può chiamare “offensiva di primavera” questa ennesima battaglia nella capitale e in altre zone del Paese. Ma vista da vicino, ha solo l'immagine devastante del sangue che sembra segnare come una cifra indelebile le pagine degli ultimi trent'anni di storia afgana. La distanza che separa la nostra residenza dalla realtà, dall'area cioè dove si è svolta l'azione più eclatante e dove sono entrati in scena gli elicotteri in una zona illuminata a giorno dai riflettori nell'alba ancora acerba di ieri, è la stessa che si registra nelle ipotesi. Più ti avvicini alla rotonda tra Wazir Akbar Khan e Sharenaw, quando ormai la battaglia è finita, e più ti rendi conto di quanto approssimativo era il primo resoconto, basato su testimonianze imperfette, sulle immagini discontinue della tv, sulla mappa anch'essa discontinua di una città che è come una fungaia: basta un'acquazzone e nasce un palazzo.

Allo stesso modo più ti avvicini alla ragioni che dovrebbero comporre un'analisi dignitosa per tradurre quanto succede, più ti rendi conto che si basa su fonti imperfette e sulla potenza della propaganda: della Nato, del governo, della guerriglia, dei vari servizi segreti. Che le immagini, chiare nella tua stanza d'albergo, si confondono appena esci per sentire un'altra campana.

Così anche andare sul luogo del delitto aiuta sino a un certo punto. Capisci in effetti la dinamica, ma ti chiedi se è vero che gli afgani, come si dice qui, han fatto tutto da soli. Se è vero che tra i terroristi c'erano dei pachistani, se hanno in effetti usato i burqa per coprirsi la faccia...
Il quadro politico è confuso come le ragioni di una strategia che pur qualche mira deve avere ma che, nel caso specifico, ha segnato punti solo per la squadra di Karzai. La tattica della casa in costruzione ormai è consolidata e permette di armare un mini esercito con bracciate di Rpg nascosti nei sacchi di sabbia e di cemento. Ma per fare cosa? I commando sono composti da “martiri” che non molleranno fino alla fine, il che dà la possibilità alle forze di sicurezza di uccidere senza farsi problemi. La gente plaude contenta: “lo meritano quei bastardi”. E nessuno nasconde l'orgoglio che siano stati solo afgani a fare pulizia. Si, una dozzina di shahid tiene in scacco la città per 18 ore, ma tutti sanno ormai che non si spiana subito l'edificio solo per evitare vittime civili: che si aspetta che salgano ai piani alti per smitragliare con gli elicotteri. Sale il consenso verso la polizia, diminuisce per i talebani. Perché allora?

Le tesi più accreditate sono due: la prima dice che è un modo di mullah Omar per alzare il prezzo, per condizionare il negoziato sotto traccia malamente gestito dagli americani. Per “farsi sentire”, come recita il mantra più gettonato. La seconda, più approfondita ma anche quella favorita dagli afgani e soprattutto dall'intelligence locale, è che sia opera degli Haqqani, fazione radicale più vicina all'Isi, i servizi segreti del Pakistan, oltreché ad Al Qaeda, da cui (contrariamente a Omar) gli Haqqani, una vecchia famiglia di mujaheddin fondamentalisti e fiolopachistani, non ha mai preso le distanze. Sarebbe insomma il modo per Islamabad di mettere i piedi nel piatto di un negoziato che ha escluso il Pakistan e che Omar si gestirebbe in autonomia con gli inviati di Washington. Ma c'è anche una terza tesi non priva di seduzione.

E' quella della concorrenza tra i tre gruppi principali in cui è divisa la resistenza a Karzai: con Omar stanno i talebani doc, nazionalisti e fondamentalisti ma non jihadisti, né per il trionfo della rivoluzione qaedista. E' il gruppo dove alligna un dibattito interno anche duro tra “modernisti” (se si può passare il termine) e tradizionalisti, comunque orientati a trattare, ancorché da una posizione di forza: quindi pronti a rivendicare come “talebana” ogni azione d'avanguardia. Poi ci sono appunto gli Haqqani ma che se la devono vedere con la supremazia della shura di Quetta (il consiglio diretto da Omar) e soprattutto con la rete di Gulbuddin Hekmatyar, uomo militarmente potente, in grado anche di influenzare il parlamento e il più consapevole di come funziona la macchina del potere a Kabul.

Ora, la shura di Omar tratta con Washington direttamente e Gulbuddin ha mandato una delegazione a Kabul. Gli Haqqani, bestia nera, sembran tagliati fuori ma forse fan comodo anche gli altri due gruppi. Questa “concorrenza” funzionale (una volta si sarebbe detto “convergenze parallele”) non sarebbe comunque una lettura tagliata col coltello. I vasi sarebbero pur sempre comunicanti e, in quanto tali, confusi. Nel rompicapo afgano è forse l'ipotesi più politica e la più convincente: una geometria variabile dove l'interesse di fazione è, ma non sempre, subordinato a un obiettivo comune. Cacciare gli stranieri e mettere in difficoltà Karzai. Poi si vedrà.

lunedì 16 aprile 2012

IL GIORNO DOPO LA BATTAGLIA DI KABUL

Mattina. E' poco prima di mezzogiorno. Il sole è già alto e la via ancora transennata poco dopo l'incrocio che separa Wazir Akbar Khan dal quartiere di Sharenaw, dove si trova l'ospedale di Emergency. Il corpo dello shahīd, il “martire” predestinato, uno dei quattro che ha tenuto in scacco Kabul in quest'area centrale della città per oltre 17 ore, è riverso nel gabbiotto della polizia proprio sotto l'edifico in costruzione da cui teneva sotto tiro il quartiere delle ambasciate, la green zone della capitale. Ha il corpo crivellato di colpi e il volto insanguinato che è già pieno di mosche nonostante non sia ancora la loro stagione. Vestito di nero, il corpo minuto, la barba corvina e le membra rattrappite nello spasimo mortale che ha segnato la sua breve esistenza,non avrà 25 anni. E' la carne da macello che la guerriglia in turbante manda a compire le azione d'avanguardia, viaggi senza ritorno dall'inferno, scatenato nella capitale per un giorno e una notte, fino al paradiso delle vergini promesso da qualche mullah. I corpi rigidi degli altri tre sono ancora nell'edifico dove hanno resistito sino all'alba.

La battaglia di Kabul – non se ne vedeva una uguale da settembre – è finita con un bilancio già scritto: tutti gli attentatori morti (qualcuno si è fatto saltare, gli altri sono stati uccisi durante il conflitto iniziato ieri dopo l'ora di pranzo e conclusosi all'alba), una dozzina di poliziotti o agenti della Difesa sul terreno, decine di feriti negli ospedali (tra gente di passaggio e polizia) e quattro vittime civili , un numero basso rispetto ad altre azioni del passato (il totale dei morti – terroristi compresi - sale a oltre cinquanta se la conta si estende a tutto il Paese). E in effetti il risultato politico non sembra premiare i guerriglieri ma le forze di sicurezza afgane, che hanno risolto il problema abbastanza rapidamente e senza fare una carneficina nonostante l'uso di elicotteri, bombe, razzi, utilizzati per spegnere l'ultima resistenza dei quattro guerriglieri asserragliati nell'edifico in costruzione nel centro città. Meglio è andata davanti al parlamento dove non è stato necessario usare elicotteri.

La tecnica ormai consolidata di usare le case in costruzione come nascondiglio per armi pesanti (i micidiali rpg) è ormai moneta corrente in questo tipo di azioni (che hanno fatto pensare agli specialisti in materia, la cosiddetta Rete Haqqani, la fazione più radicale dei talebani). Ha funzionato, soprattutto per via dei guerriglieri martiri”, ma risulta perdente sul piano politico. La gente, almeno a Kabul, sembra davvero non poterne più di questi stragisti che non guardano in faccia a nessuno e che riempiono le loro azioni di effetti collaterali. Paralizzano la città per ore, impongono la chiusura dei negozi e un fuggi fuggi generale senza ottenere il consenso che vorrebbero. Che è invece cresciuto in queste ore proprio per il nemico numero uno ormai: il governo Karzai, che i talebani considerano, più che un alleato di Washington o di Roma, un burattino nelle mani delle cancellerie occidentali. Ma quest'azione, condotta in toto, a quanto è dato sapere, dalle sole forze di sicurezza locali, alza le quotazioni del “sindaco di Kabul”, come il presidente veniva spesso spregiativamente indicato. Karzai si permette anche di auto criticarsi: «Un fallimento di intelligence per noi e specialmente per la Nato», dice il presidente considerando che l'attacco non è stato preventivamente fermato. Ma loda le forze di sicurezza locali per «il coraggio e il sacrificio dimostrati con la rapidità della loro risposta».

La Nato e gli americani
erano in realtà presenti sin dal pomeriggio di ieri. E questa mattina, un convoglio francese di Isaf ha circondato l'edifico del centro città. Ma sarebbero rimasti ai lati della battaglia: consiglieri tattici di cui forse gli afgani non hanno nemmeno bisogno. Un risultato politico messo in evidenza da Kabul a Washington e che accelera, sul piano politico, il tempo del ritiro occidentale che ormai tutti, tranne forse buona parte degli afgani, vogliono realizzare nel più breve tempo possibile. Gli agenti hanno spinto poco a poco i guerriglieri verso i piani alti. Li hanno stremati a suon di mitraglia e poi, una volta asserragliatisi al quinto piano, sono intervenuti con gli elicotteri per regolare l'ultimo conto.

ORE 3,28 A KABUL: SI RICOMINCIA

Ore 3,28: la sparatoria ricomincia. Grossa esplosione. Fuoco e poi silenzio dopo dieci minuti. Sento gli elicotte3ri. Si ricomincia, poi si smette, poi di nuovo.


Ore 4: elicotteri
e colpi d'arma da fuoco sporadici sempre nella zona wazir/sharenaw. poi ancora colpi di mitra e un'esplosione. Il silenzio della notte è ora interrotto anche dal muezzin

All'alba, l'assalto finale. Ci son volute più di un paio d'ore per stanare i ribelli (18 ore di battaglia totali) e nell'unico modo ormai usuale, ammazzandoli (anche perché questi difficilmente si arrendono). Secondo Al Jazeera il bilancio finale è 8 poliziotti uccisi e 44 feriti e di 17 guerriglkieri ammazzati. Non si conosce il numero di civili uccisi o feritiper ora ma sembre più basso rispetto ad azioni simili precedenti

UNA LETTERA DI GIUSEPPE BIANZINO

Ringrazio innanzi tutto la Rai ed i redattori di Radiotre per avermi dato modo di partecipare alla trasmissione sul caso della morte in carcere di mio figlio Aldo. Purtroppo non c’è stato tempo per un mio ulteriore intervento, nel quale avrei voluto aggiungere due cose.

La prima è che, per quanto si è saputo dai mezzi d’informazione, recentemente (circa una settimana fa) nel carcere di Capanne (lo stesso in cui è morto Aldo) è successo un caso identico: un uomo di circa 40 anni è morto il giorno dopo l’arresto, per cause “naturali”. Sarebbe bene che se ne sapesse di più.

L’altra cosa che avrei voluto dire è che, se in sede giudiziaria venisse riconosciuto un risarcimento a me, a mia moglie e al fratello di Aldo, questo finirebbe fino all’ultimo centesimo ad Emergency. Almeno ciò salverebbe, o contribuirebbe a salvare, qualche vita umana.

Grazie ancora a tutti.

Giuseppe Bianzino

domenica 15 aprile 2012

BATTAGLIA NELLA CAPITALE

Siamo appena arrivati a Kabul (con Giuliano Battiston) che la lunga quiete che avvolgeva la capitale si dissipa d'un fiato. Mentre siamo a pranzo da amici nella zona del bazar. Tempismo?

Ore 13,40:Prima una piccola raffica. Rumori che si confondono col rumore del traffico. Poi, è da poco passata la una e mezza del pomeriggio (ora locale, le undici in Italia), alle raffiche di kalashnikov si alternano botti che hanno tutta l'aria di granate: esplosioni che si susseguono mentre i colpi aumentano di intensità. Ci mettiamo poco a capire che non è un singolo attacco kamikaze. Nel giro di un'ora l'intero centro viene bloccato dalla polizia: i clacson impazziscono e si assiste a un concitato esodo di automobili verso la periferia. Le raffiche si mescolano alle sirene dei pick up verdi scoperti che trasportano i poliziotti verso i luoghi degli attacchi. Dopo un paio d'ore fanno il loro ingresso in scena anche gli “occidentali” di Isaf/Nato.

E' una vicenda annunciata ma in un certo senso inaspettata dopo mesi di quiete, pur se apparente e sempre sospesa, nella capitale afgana, dove un attacco coordinato in più punti (tre sicuramente anche se la Nato ha parlato di sette obiettivi) non si vedeva dal settembre scorso (e prima ancora da giugno) salvo rari episodi condotti per lo più individualmente. La battaglia di Wazir Akbar Khan, in realtà all'incrocio che segna l'inizio del quartiere di Sharenaw, dove a pochi metri dalla rotonda si trova l'ospedale di Emergency, e la cosiddetta “Green zone” (dove tra le altre c'è anche la missione diplomatica italiana), è durata circa un'ora e mezza. Poi un lungo silenzio sino alle 13.45 ora italiana quando è ripreso il crepitio delle armi automatiche per dar la caccia ai guerriglieri asserragliati dietro a un albergo a 5 stelle in un palazzo in costruzione.

E' in questo edificio
, utilizzato oggi come una rampa lanciagranate, che i kamikaze – i guerriglieri sanno che il loro destino è di venire uccisi – hanno probabilmente stoccato nei giorni scorsi proiettili e razzi per poter poi raggiungere l'improvvisato covo e da li colpire l'ambasciata tedesca o quella britannica, le più esposte sulla linea di tiro. Ma non è da escludere che altri colpi siano stati sparati da altri luoghi verso l'ambasciata americana e il quartiere generale della Nato, situati più all'interno rispetto alla linea di fuoco innescata dall'azione partita dall'edificio in costruzione.
Stessa tecnica davanti al parlamento dove prima i guerriglieri tentano di entrare e poi riparano in un edificio vicino mentre alcuni loro compagni attaccano una baracca della Nato in un'altra zona della città più periferica, dove si trova anche il carcere e l'università di polizia.

Attacco coordinato e rivendicato dai talebani come l'inizio della “campagna di primavera”. Ma c'è chi avanza qualche dubbio: e cioè che, come già avvenuto in passato, la rivendicazione sia solo di facciata mentre l'azione non sarebbe propriamente “talebana” o non almeno dei talebani di mullah Omar, la parte più corposa e nazionalista della guerriglia. L'azione dimostrativa al cuore dello Stato e nel centro pulsante della capitale potrebbe essere l'indicazione che alcuni gruppi radicali più marginali, filo talebani ma non direttamente agli ordini di mullah Omar, vogliano farsi sentire per dire soprattutto ad americani e inglesi: “Ci siamo anche noi”. Un'azione che starebbe a significare che alcuni gruppi, sentendosi tagliati fuori dal negoziato diretto tra americani e talebani di Omar, vogliono far sapere che senza di loro no si può negoziare. Come avvenne per le azioni di settembre e marzo 2011, i sospetti riguardano la cosiddetta Rete Haqqani, l'area protalebana più radicale e che non ha mai smentito i suoi rapporti con Al Qaeda. Particolarmente feroci, teorici dell'attacco kamikaze e vocati al martirio, i leader della Rete sono in stretto contatto con la parte più oscura dell'Isi, i servizi segreti pachistani, loro pure irritati, e non da oggi, dalle iniziative americani unilaterali che avrebbero tagliato fuori, almeno in larga misura, Islamabad.

Ore 18,30:Le ipotesi si sprecano mentre, col tramonto che scende, le mitragliette non smettono di sparare e, a tratti, il ripetersi delle scariche si intensifica per poi tornare a tacere. Sono le 16 in Italia e le 18 e trenta qui, dove sta per calare il buio.

Ore 20,30: Notte fonda e silenzio. Il ronzio di qualche elicottero. Pare che un paio di guerriglieri siano ancora asserragliati nell'edificio che sta sulla Green zone. Non sappiamo degli altri davanti al parlamento.

Ore 20,56: Spari in sequenza per almeno un paio di minuti nella zona di Wazir Akbar Khan con Sharenaw (dove sono asserragliati almeno due guerriglieri). Poi ancora silenzio. Non riusciamo a sentire se ci sono elicotteri nell'area devato la corrente ed è molto difficile parlare al cellulòare con chi vi risiede

sabato 14 aprile 2012

RAID NOTTURNI IL TESTO DELL'ACCORDO

Ne avevamo parlato il 9 aprile (I PUNTI OSCURI DELL'ULTIMO ACCORDO TRA WASHINGTON E KABUL ) quando Abdul Rahim Wardak, il ministro della Difesa afgano, e il generale John Allen, che comanda i soldati americani in Afghanistan, avevano firmato un accordo (memorandum of understanding) che passa la sovranità sui raid notturni all'esercito afgano. Ecco il testo in inglese

Text of the MoU (Source: UN)

The Government of the Islamic Republic of Afghanistan (hereinafter “Afghanistan”) and the Government of the United States of America (hereinafter “United States”), hereinafter known collectively as “Participants” and represented respectively by the Minister of Defense of the Islamic Republic of Afghanistan and the Commander, U.S. Forces-Afghanistan;

Recognizing the principles and provisions of the Constitution of the Islamic Republic of Afghanistan;

Recognizing the progress already made in their partnership aimed at combating international terrorism and extremism and stabilizing Afghanistan;

Building on the progress of the ongoing Transition of lead responsibility in the security sector to the Afghan National Security Forces (ANSF) in accordance with the principles of the Lisbon Declaration;

Highlighting the United States’ full respect for Afghanistan’s sovereignty;

Recalling the recommendations of the November 2011 Traditional Loya Jirga, with particular focus on the recommendation that "night operations conducted by the American forces must be Afghanized as soon as possible";

Taking note of the progress that has already been made on the Afghanization of special operations;

Have reached the following understandings:

Section One

Definitions

1. For the purpose of this Memorandum of Understanding (MoU), special operations are operations approved by the Afghan Operational Coordination Group (OCG) and conducted by Afghan Forces with support from U.S. Forces in accordance with Afghan laws.

2. The Khasa Amalyati Qeta/Qeta-e-Khas-e-Amalyati, or Afghan Special Operations Unit, hereinafter referred to as the KAQ/QKA, is comprised of Afghan National Army, Afghan National Police, and National Directorate of Security personnel. The KAQ/QKA leads special operations with support from U.S. Forces to provide security and stability in Afghanistan.

3. The OCG is an Afghan entity manned by Afghan personnel from security and law enforcement agencies. Among its responsibilities, the OCG reviews and approves special operations missions, participates in intelligence fusion, monitors mission execution, makes notifications to Provincial Governors, and makes reports to senior Afghan command authorities. Regional OCGs are being established and are expected to have responsibilities similar to the headquarters OCG.

4. In the context of special operations temporary holding means the holding of a person by Afghan authorities for such time as is consistent with Afghan laws, including Additional Protocol II of 1977 to the Geneva Conventions of 1949 (AP II), to determine if the person meets the criteria for prosecution or detention consistent with international humanitarian law.

Section Two

Terms of Afghanization of Special Operations

5. The Participants affirm their intent to ensure that special operations are conducted within the framework of the Constitution of Afghanistan, including in particular articles 4, 5, 7, 38 and 57 of the Constitution. To that end, the Participants affirm their intent as follows:

a. special operations that are expected to result in detention or the search of a residential house or private compound are to be authorized in accordance with Afghan laws;

b. residential houses are to be searched only if necessary, and as part of the conduct of special operations, only Afghan Forces should search residential houses and private compounds;

c. the KAQ/QKA can enter private compounds, residential houses, and other areas for the purposes of search and arrest, in accordance with Afghan laws, with support from U.S. Forces only as required or requested; and

d. Afghan Forces are to protect any women, children, or culturally sensitive places.

6. Afghanistan affirms that it is to put into place the necessary arrangements and capacities to ensure that special operations are conducted within the framework of the Constitution of Afghanistan, in order to permit the Participants to fulfill their intent under paragraph 5 above. This is to include, but not be limited to:

a. establishing judicial, prosecution, and investigative mechanisms capable of issuing timely and operationally secure judicial authorizations to conduct special operations missions against persons who are reasonably suspected of meeting the criteria for prosecution or detention under Afghan laws, including AP II; and

b. assigning vetted and cleared personnel within the OCG to facilitate the application and issuance of the above described authorizations.

7. In support of the full Afghanization of special operations, and in order to develop an enduring and capable special operations force for Afghanistan, the United States affirms that it is to continue to assist in:

a. increasing the size of KAQ/QKA squads and developing the capacity of the squads to continue to take the lead in special operations missions;

b. developing platoon-sized KAQ/QKA strike forces with key Afghan enablers in order to reduce the number of U.S. strike forces;

c. providing technical assistance as requested by Afghan authorities during temporary holding; and

d. developing the full range of Afghan capabilities required to conduct special operations.

8. U.S. Forces are expected to continue to support such operations and the relevant Afghan participating institutions with the full range of support necessary for those operations and institutions to be successful. This may include but is not limited to providing intelligence and intelligence analysis to the KAQ/QKA in order to give them full operational capability, as well as helicopter and fixed-wing lift, fires support, MEDEVAC, and security.

Section Three

Final Provisions

9. Any Afghan nationals detained by U.S. Forces outside special operations are to be released or transferred to Afghan authorities to be prosecuted or held in accordance with Afghan laws, including AP II.

10. The Participants, upon signing this MoU, are to establish a Bilateral Committee on Special Operations. Co-chaired by the Minister of Defense and the Commander, U.S. Forces — Afghanistan, or their designees, the Committee is to be responsible for the following tasks, among others:

a. overseeing the full Afghanization of special operations;

b. resolving any issues that arise from the coordination and conduct of special operations as described in this MoU; and

c. coordinating cooperation between the Participants in the development of Afghanistan’s capacities as described in this MoU.

11. The understandings of the Participants reflected in this MoU are without prejudice to existing arrangements and understandings on issues outside the scope of this MoU.

12. All cooperation under this MoU is to be consistent with the Participants’ respective rights, obligations, and commitments under international law, and subject to applicable laws and regulations of the Participants.

13. This MoU is intended to commence upon signature.

14. Any disputes with respect to cooperation under this MoU are to be resolved, in the first instance, in the Bilateral Committee on Special Operations established in paragraph 10 above, and may be settled through diplomatic consultations if not so resolved.

15. This MoU was signed on the 8th of April 2012 in the city of Kabul. The English, Pashto, and Dari versions carry equal weight.

For the Islamic Republic of Afghanistan; For the United States of America

General Abdul Rahim Wardak; General John R. Allen

Minister of Defense; Commander, U.S. Forces — Afghanistan

venerdì 13 aprile 2012

IL CASO BIANZINO A RADIO3

Sul sito di Tutta la città ne parla, la trasmissione di Radio3 curata da Cristiana Castellotti e condotta da Giorgio Zanchini (e da Pietro Del Soldà con Cristina Faloci e Rosa Polacco in redazione e la regia di Piero Pugliese) trovate l'ottima trasmissione (di cui potete scaricare il podcast) dedicata venerdi mattina al caso Bianzino, ripreso sull'ultimo numero di Terra con i commenti sulle ultime rivelazioni che riguardano la sua oscura morte in carcere nel 2007.

Ospiti
della puntata: Giuseppe Bianzino Cristina Crisci Cinzia Corbelli Ilaria Cucchi Massimo Montebove Rita Bernardini


giovedì 12 aprile 2012

ANCORA SUL CASO DI ALDO BIANZINO

Sul numero in edicola domani del mensile Terra, un'inchiesta del mensile racconta di nuovi particolari emersi nella vicenda di Aldo Bianzino ( Lettera22 se ne occupò diffusamente)il cui caso la procura di Perugia archiviò sostenendo che il falegname era morto per cause naturali. Ma il giornale rivela che sono emerse almeno tre rilevanti evidenze che sostengono la tesi dei famigliari, secondo cui il caso andrebbe riaperto, come dice anche, con una richiesta urgente al ministro, la parlamentare radicale Rita Bernardini.

Leggi l'anticipazione su Lettera22

Vai al sito del mensile Terra

mercoledì 11 aprile 2012

CONSIGLIATI: LA "PRIMAVERA EGIZIANA" DI ACCONCIA

La genesi della rivoluzione al Cairo, la sua esplosione, le manifestazioni di piazza Tahrir, le violenze, le dimissioni del presidente egiziano Hosni Mubarak, la presa del potere da parte del Consiglio supremo delle Forze armate, le elezioni parlamentari e presidenziali, le conseguenze immediate e per il futuro dell’Egitto e del Medio Oriente.

Giuseppe Acconcia, giovane giornalista e ricercatore, che anche per Lettera22 ha scritto sull'Iran e il Medio Oriente (ora è alla London School of Oriental and African Studies a Londra) si trova in Egitto quando scoppia la primavera. Scrive da lì per Il Manifesto, Il Riformista, The Independent e Al Ahram e presta la sua voce a Radio3, Radio2 e a Rainews24 per raccontare quel che succede in piazza. La sua Primavera egiziana è però anche il racconto della sua vita al Cairo (e in Siria), forse la parte più preziosa dell'agile libretto, ben scritto e di piacevolissima lettura.

La penna di Acconcia corre così tra i vicoli, tra i banchi del pesce e delle spezie, nei quartieri poveri e in quelli ricchi, tra case fatiscenti e chiacchiere a suon di bicchieri di te. Nel seguire la rivoluzione (ben presto tradita) dei suoi coetanei. Acconcia restituisce un piccolo affresco del Cairo e un'atmosfera che la cronaca giornalistica non sempre riesce a dare. Reportage che si allunga su 150 pagine, la rivoluzione egiziana di Acconcia è il pretesto per rivelare l'anima di un viaggiatore attento e curioso. Che nel racconto delle piccole cose quotidiane riesce a comunicare la straordinaria vitalità che si sprigiona nelle sonnolente, ancorché caotiche, vie della capitale egiziana. Pre e post rivoluzionarie.

LA PRIMAVERA EGIZIANA
e le Rivoluzioni in Medio Oriente
Prefazione di Massimo Cirri. Postfazione di Vincenzo Nigro
Giuseppe Acconcia
Euro 11.75
PP157
Infinito 2012

martedì 10 aprile 2012

"LA BIBLIOTECA DI AMANULLAH": PIETRO DE CARLI

Nei confronti di Pietro De Carli nutro una grande stima professionale ma anche un grande affetto umano. Non sarei dunque tra le persone più adatte a parlare di un suo libro ma poiché anche “Afghanistan nella tempesta” è entrato a far parte della “Biblioteca di Amanullah”, fatta questa debita premessa, voglio segnalarlo all'attenzione dei miei lettori.

De Carli è stato responsabile per la Cooperazione italiana delle operazioni di emergenza in Afghanistan dal 2004 al 2008, quando lasciò l'incarico per trasferirsi in Mozambico e venne istituita l'Utl, l'unità tecnica presso l'ambasciata. De Carli – lo conobbi nel 2007 – aveva fatto, con l'aiuto di Arif Oryakhail , del contabile Raffaele De Martino, dello staff locale e di sua moglie Maria Rubino, un lavorone. Era sempre in ufficio a far conti perché la sua missione gli sembrava quella di raggiungere il massimo obiettivo con la minima spesa (affronta spesso il tema nel suo libro). Ma De Carli si arrovellava anche sul destino degli afgani e sulla follia della guerra, un'ossessione etica che attraversa tutte le pagine del libro.

Il suo libro
(450 pagine!, forse un po' eccessivo nel volume) è un lungo raccontone della sua esperienza locale. C'è parecchio di cooperazione ma anche la disamina approfondita di alcuni fatti, come la ricostruzione del sequestro Mastrogiacomo e delle polemiche a seguire. Forse il capitolo più illuminante riguarda la “rivolta di Kabul” del 2006, il segno evidente che qualcosa non andava. Direi che non ho letto altrove quasi nulla a riguardo di quell'episodio che invece avrebbe dovuto essere preso come caso studio per capire che la rotta andava invertita. Si era allora ancora in tempo. Fu il primo vero campanello d'allarme.

La tesi di fondo del libro è che la ricostruzione è stata una farsa e che l'investimento militare (lo spiega bene nella prefazione Fawzia Koofi) andò a discapito di quello civile: tradì le aspettative popolari e convinse gli afgani che più che per difendere i loro interessi eravamo li a difendere i nostri. Nel 2006 quel germoglio di disillusione cominciò a diventare una fogliolina. Ora è una pianta.


Molte delle cose di De Carli le conoscevo bene (con Attilio Scarpellini avevamo utilizzato i suoi preziosi rapporti e le belle foto di Romano Martinis per farne un libro per il Mae: “Amicizia”, ai tempi di Patrizia Sentinelli) anche perché ero stato più volte ospite suo e di Arif a Sharenaw, nella sede della Cooperazione italiana dove, De Carli lo spiega bene, non c'era bisogno di un dispiegamento militare a difesa, di sacchetti di sabbia e filo spinato. Gli afgani, dice, sapevano bene – talebani compresi – quel che facevamo e proprio per questo – sostiene – non correvamo rischi. Ora De Carli conta di girare l'Italia e di fare del suo libro un'arma pacifica contro la guerra. Con la speranza che serva in futuro e smettere di ripetere i soliti errori.



Afghanistan nella tempesta
Pietro De Carli

€15.50
pagine: 459
Albatros 2011

lunedì 9 aprile 2012

I PUNTI OSCURI DELL'ULTIMO ACCORDO TRA WASHINGTON E KABUL

Domenica scorsa Abdul Rahim Wardak, il ministro della Difesa afgano, e il generale John Allen, che comanda i soldati americani in Afghanistan, hanno firmato un accordo (memorandum of understanding) che passa la sovranità sui raid notturni all'esercito afgano. L'accordo, entrato in vigore da subito (vedi l'articolo di ToloNews), è l'ultimo tassello della maratona che, entro il 20 maggio, dovrà mostrare al vertice Nato di Chicago che Washington e Kabul hanno ormai un accordo definitivo che fissa le regole tra i due protagonisti del gioco afgano. Resta in sospeso solo la questione delle basi Usa in Afghanistan perché, dopo il passaggio di autorità sui raid notturni e, già in marzo, l'accordo sul trasferimento dei detenuti sotto l'autorità giudiziaria afgana, quasi tutto il resto sembra risolto. Quasi.

Il memorandum dà agli afgani il ruolo guida nei raid notturni, argomento sensibile da sempre, che devono essere fatti su mandato del procuratore 72 ore prima, salvo casi eccezionali in cui il mandato viene firmato ex post. Gli americani daranno solo sostegno militare, logistico o di altro tipo solo su richiesta afgani che possono anche consentire loro di entrare nelle case di privati cittadini, previa però autorizzazione locale. Ma il New York Times spiega che l'accordo non include le operazioni speciali che potrebbero essere messe in campo dalla Cia o da afgani che lavorano sotto sua indicazione. Insomma resta un punto oscuro. Ovviamente “speciale”. Anzi due.

A quanto si capisce
non si fa menzione dei raid aerei (notturni o diurni) che sono l'altro argomento sensibile. E' un punto controverso che continua a mietere vittime innocenti in aumento, l'anno scorso, rispetto al 2010.
Come che sia si sta tentando il possibile per arrivare a una pressoché totale autonomia della forze di sicurezza afgane, per ora circa 300mila uomini che entro l'anno aumenteranno di altre 50mila unità. Il vertice Nato di Chicago dovrà fare il punto sul ritiro occidentale entro il 2014 e sulle forme prolungate di sostegno militare, sia finanziario sia sotto l'aspetto della formazione, ai soldati di Kabul. E, come si vede, sotto il profilo delle “operazioni speciali” off the record che, immaginiamo, non saranno sulla carta ufficiale che uscirà dal summit.

domenica 8 aprile 2012

SEGNALAZIONI

Da segnalare la recensione di Jason Burke (nell'immagine, "Pakistan on the Brink. The Future of Pakistan, Afghanistan and the West", ultima fatica di Ahmed Rashid e aggiornamento di Kaos Asia. Burke è il corrispondente del Guardian dal Pakistan e una firma importante su quel Paese e sull'Afghanistan

Il libro di Rashid parla del Pakistan con una finestra aperta sulla speranza. E guarda a un modello, la Turchia, dove l'islam riesce a convivere con la laicità dello stato e a un ridimensionamento dell'élite militare.

Anche il Post gli ha dedicato una recensione a firma di Bruce Riedel.

venerdì 6 aprile 2012

NASCE UN CONSORZIO DEI MEDIA AFGANI INDIPENDENTI

The Killid Group, una rete di radio comunitarie che distribuisce anche due newsmagazine, Pajhwok, la più autorevole agenzia di stampa afgana, e Sabah, una Ong afgana che possiede anche una rete televisiva, hanno formato un consorzio indipendente che riunisce circa 300 reporter locali: l'Afghan Independent Media Consortium.

Il Consorzio è in realtà una sorta di ombrello che riunisce e rafforza il lavoro di queste tre sigle informative con l'intento, nel produrre informazione indipendente, di fornire anche il punto di vista della società civile: di documentare cioè anche quanto si fa a livello locale per la riconciliazione e il processo di pace e lo stato di avanzamento dei diritti della società afgana. Vicini al progetto ci sono infatti le maggiori Ong, associazioni e centri di ricerca afgani, da Cpau ad Areu ad Afghanistan Analysts Network.

L'idea è quella di dare più forza alle voci indipendenti in un momento in cui, oltre a quella del governo, l'Afghanistan è terreno di gioco di pachistani, sauditi e iraniani (oltreché della Nato) che stanno investendo tantissimo nel settore dei media, uno dei più sviluppati dell'Afghanistan neotalebano. La rete avrà così a disposizione molte informazioni: preparerà notiziari radiofonici giornalieri, reportage e inchieste ma anche fiction a partire da fatti reali.

mercoledì 4 aprile 2012

GIOVEDI A RADIO3MONDO, ONDE RADIO IN TUNISIA

Un viaggio sonoro nella Tunisia del dopo Ben Alì. Venuto meno il ferreo controllo delle autorità che monitoravano i suoni trasmessi da ogni singola radio il lavoro svolto dai media è cambiato enormemente ed è ancora al centro del dibattito pubblico. Quali sfide affrontano le radio nel tortuoso passaggio da organi di propaganda a strumenti di informazione? Qual è l’impatto esercitato dal fattore religioso sui media tunisini?
Con Francesco Diasio, presidente di Amisnet e a Andrea Borgnino, giornalista ed esperto di radio.