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domenica 24 giugno 2012

dOCUMENTA KABUL

Documenta Kassel (o meglio documenta con la d rigorosamente minuscola) è una delle più importanti manifestazioni internazionali d'arte contemporanea europee. Si tiene con cadenza quinquennale a Kassel ed è stata inaugurata da Arnold Bode nel 1955. Ma quest'anno, qualche giorno fa, l'esposizione artistica è andata a Kabul al palazzo della regina di Bagh‐e Babur. Con una sorpresa italiana. Organizzato da documenta, dal Museum Fridericianum Veranstaltungs‐GmbH e dal Goethe‐Institut Afghanistan (molto attivo in quel paese, ne abbiamo appena parlato relativamente a "Sapida"), l'evento si è svolto il 20 giugno con apertura al pubblico per un mese.

documenta
ha portato a Kabul lavori da 13 Paesi tra cui, dicevamo, l'Italia. In alto a sinistra vedete infatti, delle due opere italiane in mostra, un lavoro di Giuseppe Penone, un artista italiano importante la cui opera rimarrà a Kabul, se non ho capito male, proprio ai giardini di Babur, uno dei luoghi di ritrovo per eccellenza dei cittadini della capitale.

sabato 23 giugno 2012

ASSALTO SUL LAGO

Il comandante Nato in Afghanistan, il generale John Allen, non ha dubbi: l'assedio all'albergo fuori Kabul che ieri ha tenuto in ostaggio per mezza giornata l'edificio sul lago alle porte della capitale, porta la firma della Rete Haqqani, la fazione più radicale dei talebani. A loro va imputato l'ennesimo attacco della guerriglia e un tragico bilancio di una ventina di morti. Alla dichiarazione dà grande rilevo la stampa pachistana perché gli Haqqani, famiglia ex mujaheddin passata ad Al Qaeda, è considerata un'emanazione dei servizi segreti – più o meno deviati – di Islamabad. In un momento di grave tensione tra Usa e Pakistan, sono la ciliegina sulla torta.

Per ora in realtà
, è presto per dire chi sta dietro l'ultima sfida, dopo l'assalto alla “zona verde” e al parlamento del maggio scorso compiuti da commando asserragliatisi in edifici in costruzione, che hanno tenuto in scacco la capitale per quasi 24 ore. Questa volta la cosa si è risolta più rapidamente, anche perché l'hotel Spozhmai, sulle rive del lago artificiale di Qargha, luogo di villeggiatura alle porte della capitale sulla strada per Paghman, si trova in un sito aperto e facilmente espugnabile nonostante a pagare in termini di vite umane siano stati almeno una quindicina di civili. Il commando “talebano” (l'azione è stata rivendicata come del resto avviene per qualsiasi episodio guerrigliero) era formato da quattro-sette uomini che hanno preso in ostaggio, dopo aver ucciso le guardie all'ingresso del resort, una quarantina di persone facendone fuori almeno una dozzina.

Secondo fonti talebane, l'hotel è stato scelto perché luogo turistico per afgani abbienti che bevono alcool e usano prostitute ma, se l'albergo è meta di locali in buona salute finanziaria, la località è soprattutto frequentata da famiglie che, specie al venerdi, vanno a gustarsi frescura e meloni. I talebani dicono però di aver risparmiato “civili innocenti”. Il fatto più evidente è che l'albergo è un obiettivo facile ed esposto. Un segno di debolezza forse, dopo che la capitale, blindata per un recente summit, si aspettava un attacco giorni fa quando Kabul era piena di ministri e funzionari da diversi paesi del mondo.

venerdì 22 giugno 2012

GLI STRASCICHI DI SALALA

L'incidente di Salala, o meglio la “maledizione di Salala”, due posti di blocco pachistani colpiti da aerei americani della Nato il 26 novembre scorso con un bilancio di 24 soldati morti e 13 feriti, non avvelena solo il clima della relazioni tra Washington e Islamabad. Si riflette prepotentemente anche sull'Afghanistan, nonostante sia stagione di manghi, ciliegie e succulenti meloni di ogni ordine e grandezza. Da novembre, la tensione tra Pakistan e America non ha fatto che aumentare: prima Islamabad ha boicottato la Conferenza di Bonn sull'Afghanistan, poi ha chiuso ai convogli Nato le sue frontiere a Nord (il passo di Khyber che porta a Kabul) e a Sud (la via che conduce a Kandahar), infine – l'ultima ritorsione conclusasi qualche giorno fa – ha sigillathttp://www.blogger.com/img/blank.gifo per una settimana ai voli Nato il suo spazio aereo. Impedendo di fatto i rifornimenti e gli spostamenti via cielo delle truppe alleate degli Usa che dall'Europa, non potendo transitare sull'Iran, sono rimaste bloccate alla porta d'ingresso in Afghanistan più battuta (via Emirati).

La tensione
si riflette evidentemente sulla logistica della Nato che, per quasi 2/3 delle sue necessità, si serviva dell'ingresso pachistano: dal porto meridionale di Karachi sino alle strutture di deposito dell'Alleanza in Afghanistan. Di quanta roba si tratta? Qualcosa come un migliaio di camion al giorno. Che da oltre sei mesi non possono più transitare dalla frontiera afgano-pachistana...

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sabato 16 giugno 2012

LA SAPIDA "SAPIDA"

Sàpida, in italiano, significa “salata” ma se volete, per traslato, si potrebbe anche pensare a “vivace”, pur se in quel caso preferiamo l'aggettivo “peperina”. Sapìda invece, tradotto dal dari, significa “alba” è il nome di una nuova rivista. Anzi no, è la riedizione di una vecchia rivista ed è l'unica che offra uno strumento culturale. Una rivista culturale, in Afghanistan, è davvero un notizia. Una buona notizia.

Le origini di Sapida risalgono al 1998 quando fu lanciata a Peshawar da un gruppo di intellettuali afgani in esilio (i russi se n'erano andati da 10 anni, e mujaheddin e talebani si dividevano le spoglie della Repubblica democratica di Najibullah) che non potevano fare rientro a casa, dove mullah Omar stava ormai vincendo la battaglia contro i signori della guerra, facilitato dall'odio che i mujaheddin si erano attirati presso la popolazione civile. Edita dall'Erfan Cultural Center diretto da Shahir Ahmad Zahine, Sapida divenne soprattutto la rivista dell'esilio pur se il foglio iniziò a girare anche in Afghanistan. Nel 2001 smise le pubblicazioni salvo due numeri usciti nel 2003 e nel 2004. Fine.

Adesso, dopo che Zahine ha fondato nel 2002 il gruppo editoriale The Killid Group (due magazine nazionali e diverse radio sparse per il Paese), Sapida torna in distribuzione, una scommessa sostenuta dal Goethe Institut. Per adesso sono solo 1000 copie, ma il gruppo è solido e dunque il futuro abbastanza garantito. Anche se la libertà d'espressione (non solo in Afghanistan) è sotto costante minaccia e si sta lavorando a una riforma peggiorativa dell'attuale legge sulla stampa

venerdì 15 giugno 2012

L'AFGHANISTAN E I SUOI VICINI


Che l'Afghanistan sia il “cuore dell'Asia”, come recita lo slogan del vertice “Heart of Asia Ministerial Conference in Kabul” che si è aperta ieri nella capitale afgana, è fuori di dubbio. Ma che Kabul sia davvero nei cuori dei ministri che sono venuti sin qui, soprattutto dei suoi vicini pachistani e iraniani, questo resta da vedersi. E' il commento che fa a caldo un funzionario del ministero degli Esteri afgano che, come molti colleghi ha preparato quella che è comunque una bella vetrina lastricata, come che sia, di buone intenzioni: “Il fatto è che in questi summit si dicono un mucchio di belle parole su pace, sviluppo, stabilità, ma quando i nostri vicini tornano a Teheran o a Islamabad, quelle parole si perdono nel vento”. Insomma molte speranze coniugate a un certo cinismo, che sono un po' la cifra che si respira nella capitale da qualche tempo a questa parte.

La Conferenza è blindata e diventa praticamente impossibile avvicinare qualcuno. I giornalisti (pochi) sono relegato in una sala con Tv e seguono distrattamente i lavori che non hanno l'aura delle grandi kermesse. Nondimeno, per Karzai l'appuntamento è importante: prima di tutto tiene viva la sempre più scarsa attenzione sul suo Paese che ha sempre più bisogno di pizzicotti per far sapere che “ancora ci siamo”. La seconda, è che per Karzai la statura internazionale dell'Afghanistan, il suo status diplomatico (è appena stato eletto un afgano a vicepresidente della prossima assemblea dell'Onu) e la risonanza che Kabul si è guadagnata, sono meriti che il presidente può legittimamente ascriversi. Sarà per il suo buon inglese, i modi raffinati e l'attenzione maniacale al guardaroba, Karzai gode tutto sommato maggior buona stampa all'estero che non nel suo Paese: “Se andasse in giro in modo riconoscibile – mi dice una signora durante una conversazione informale – non riuscirebbe a fare dieci metri: la gente lo scannerebbe”. Anche l'Afghanistan ha i suoi problemi di legittimazione politica e la corruzione ai vertici non aiuta. Né le lotte intestine in parlamento (ora concentrate a far fuori l'ex ministro e signore della guerra generale Dostum, alleato del fratello di Massud, il “leone del Panjshir), o le derive etniche che ogni tanto di riaffacciano (il “complotto hazara” è uno dei rumor più gettonati).

La Conferenza che ha messo assieme tutti i paesi centroasitici - assieme a colossi come Cina e India, Egitto e Arabia e gli occidentali nel ruolo di osservatori - è un'idea turca, tanto che questo tentativo di forum per la stabilità e la cooperazione è stato battezzato “Processo di Istanbul” e, da qualcuno, “Helsinki asiatica”, alludendo al processo che portò nel 1975 alla Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa. Per ora parole ma, per i più ottimisti, piccoli passi importanti. “Ogni conferenza – ci dice un funzionario di Unama, la missione Onu a Kabul – porta un piccolo granello. Il problema vero è che dopo questa e la prossima di Tokyo, in luglio, non ne sono previste più con l'Afghanistan al centro”. E le conferenze sono lo specchio dell'attenzione verso questo o quel Paese, questo o quel tema.

Tra gli ottimisti c'è anche Staffan De Mistura, già a capo di Unama e adesso sottosegretario del governo Monti. Non solo De Mistura pensa che questa Conferenza sia una buona cosa ma immagina Tokyo come un luogo di opportunità. Una di queste riguarda la società civile. Contrariamente alle abitudini dei suoi predecessori, De Mistura, forse per via delle sue passate frequentazioni afgane, ha trovato il tempo di ricevere alcuni delegati della società civile, dedicando loro il tempo che di solito si riserva a personaggi istituzionali e non a questo genere di persone a volte persino ignorate. Sfortunatamente l'Italia non partecipa al Civil Society Support Group (forse ora cambierà attitudine) ma De Mistura ha ascoltato i suggerimenti e le preoccupazioni dei delegati chiarendo che non se le terrà per se. Gli invitati gli hanno anche espresso l'appoggio alla cosiddetta “Iniziativa 30%” avanzata da Tavola della pace, “Afgana” e Rete Disarmo, ossia parte della società civile italiana. Significa in sostanza, che per ogni euro risparmiato col ritiro dei soldati, 30 centesimi dovrebbero tornare, in opere civili, in Afghanistan. Tra queste c'è la “Casa della società civile”, una sorta di struttura di servizio per l'associazionismo locale ma anche il segno tangibile di una cittadinanza attiva e dunque il riconoscimento di un ruolo politico della società civile organizzata..


foto di Ahmad Massoud

mercoledì 13 giugno 2012

PICCOLI PAESI CRESCONO

Zahir Tanin, ambasciatore afgano all'Onu, è, per la terza volta in cinque anni, vicepresidente della prossima Assemblea generale. Lo era già stato per la 63ma e la 65ma sessione. Non sono forse grandi notizie, ma, per gli afgani, un segno dei tempi. Commentando con uno di loro la difficile situazione del Paese qualche giorno fa, il mio interlocutore mi diceva che, tra i tanti piccoli e grandi successi del suo Paese negli ultimi anni, c'è anche questo: una forte attività diplomatica e la possibilità-capacità di essere presenti con uno status importante nei consessi internazionali. Poco? Tanto? Giudicate voi. Non basta a cambiare un Paese ma è qualcosa. Purché, aggiungeva sempre il mio interlocutore, i successi si riesca a conservarli. Il che non dipende solo dagli afgani.

(l'immagine è tratta dal sito di Pajhwok)

martedì 12 giugno 2012

ADDIO A CHICKEN STREET

Famosa ai tempi dei frikkettoni negli anni Settanta e diventata poi di fatto la via degli antiquari, Chicken Street, una perpendicolare delle trafficatissime strade che circondano il parco di Sharenaw, non è mai stata una bella via. Casette basse tradizionali e qualche palazzo a più piani, massimo due forse tre, di quell'architettura anni Sessanta, un po' razionalista, che riempie Kabul. Durante l'inverno sovietico deve essersi aggiunta qualche altra costruzione in cemento armato ma, fino a qualche mese fa, la strada conservava quel fascino particolare che in parte viene dalla memoria, in parte dalle attività commerciali e artigianali che hanno passato più o meno indenni trent'anni di guerra.

Ormai però la speculazione edilizia, volgare e incontinente come tutte le speculazioni, sta divorando anche Chicken Street e quel poco o tanto di fascino che le era rimasto. Personalmente non sono un conservazionista becero ma un conto è ammodernare o rimodernare, un conto è stravolgere. La strada, che aveva un suo colpo d'occhio, lo sta perdendo. I grandi palazzi in costruzione ne faranno una via angusta sempre in ombra e zeppa di macchine laddove, fino a ieri, la viabilità era vietata. Ora, tra jeep e calcinacci, mucchi di sabbia e di mattoni, stentate a camminarci. Già si vede come sarà. Era bruttina ma piena di fascino, sarà orrenda e ributtante. Marmetti rilucenti, balconate senza storia, edifici con architetture di dubbio gusto. Tutto trama contro Chicken Street, ex via di polli, ieri strada per allocchi (noi occidentali in cerca di souvenir), domani camminamento per gonzi disposti a pagar caro un pranzo cattivo in un posto orribile. Spero di sbagliarmi ma temo di no.

Considerandomi un po' un cittadino onorario di questa città, mi piange il cuore nel vedere come viene distrutta giorno per giorno. La gente comune non sembra trarne vantaggio e costruire troppe cose e case per ricchi significa che finiranno fallite e disabitate, se va bene solo degradate. Il patrimonio urbano di Kabul, che non è molto ma c'è, andrebbe salvaguardato, reso vivibile per chi ci abita e trasformato in attrattiva turistica. Nulla di male a fare di Chicken Street una piccola Via Spiga o, meglio ancora, una piccola Via dei Coronari. Passeggiare non costa nulla e la bellezza e il fascino di un posto bastano a far passare una domenica anche al più povero tra i poveri. Ma il municipio di Kabul non la pensa così. E anche se in passato aveva messo un'indicazione turistica per questa strada, adesso il cartello l'ha tolto. Al suo posto ci sono le transenne per le nuove costruzioni, figlie illegittime di una città che si sta prostituendo quotidianamente inebetita da un flusso di denaro ancora rigoglioso e che sta vendendo al miglior offerente i suoi gioielli. Anche quelli di scarso valore come la povera Chicken Street.

lunedì 11 giugno 2012

ACCORDO DI PATERNARIATO TRA KABUL E ROMA, QUELL'OSCURO OGGETTO DEL DESIDERIO

Si chiama "Ratifica ed esecuzione dell’Accordo sul partenariato e la cooperazione di
lungo periodo tra la Repubblica italiana e la Repubblica islamica dell’Afghanistan, fatto a Roma il 26 gennaio 2012
" che, sarà un caso, porta la data del mio compleanno (59 anni dopo!). E' il procedimento che converte in legge dello Stato un accordo bilaterale firmato da Stati, nello specifico tra Roma e Kabul. Il parere tecnico (soprattutto sulla copertura) si può leggere qui, mentre il testo dell'accordo di può (finalmente) leggere qui. Il parlamento non lo può modificare, ma è un'occasione per discutere, per non dimenticare quel Paese, per chiedere chiarimenti e suggerire indirizzi.

Dico "finalmente" perché è appunto dal 26 gennaio o giù di li che cerco di leggere questo benedetto documento. Per mesi ho cercato di averlo tra le mani chiedendo un favore a destra e a manca finché, fortunatamente, e segnalatomi da un amico che lavora alla Camera, l'oggetto del desiderio è apparso sul sito istituzionale di un ramo del parlamento. Ci volevano quasi sei mesi per renderlo di pubblico dominio?

Visto da Kabul, dove mi trovo a gustare le prime angurie e la stagione dei manghi (qui sconosciuti fino a qualche anno fa e che vengono dal Pakistan), non mi sembra un cattivo accordo. C'è la solita enfasi sulla sicurezza e sulla lotta al terrorismo, ma c'è anche un'apertura alla società civile locale e una promessa, anche se non quantificata, di investire nel settore civile, anche culturale, e in quello dei media, effettivamente un cavallo su cui merita puntare.

L'ho mostrato ai miei amici afgani dicendo loro che, come tutti gli accordi internazionali, può essere una buona base oppure un pezzo di carta da dimenticare pieno solo di buone intenzioni. Dipende na noi, e da loro naturalmente (ma un po' meno). Se son rose, insomma, fioriranno.
Come accade in questi giorni nei roseti sopravvissuti alla guerra e al modernismo nella capitale.

domenica 10 giugno 2012

LA PORTA APERTA DEL GENERALE ALLEN

Se quella del generale John Allen non è una promessa da marinaio (è un four-star dei marine per altro) la strage di civili di qualche giorno fa a Baraki Barak (distretto della provincia di Logar) dovrebbe essere l'ultima (secondo ToloTv i morti sarebbero almeno 18).

Allen infatti, dopo che Karzai gli ha ricordato che il raid viola l'accordo appena firmato tra Washington e Kabul, ha promesso che non accadrà più che tali operazioni siano condotte se non da forze locali. Nondimeno Allen ha sottolineato che,in base all'articolo 8 di tale accordo di partnership strategica, in caso di necessità le forze alleate possono usare anche la forza aerea se la contingenza lo richiede. Dunque una promessa che lascia una posta aperta. Né più ne meno del trattato del 2 maggio tra Afghanistan e Stati Uniti.

sabato 9 giugno 2012

L'OMBRA DI PECHINO SU KABUL

La presenza a volte è discreta, a volte roboante. Roboante come il grattacielo costruito già da qualche anno tra il quartiere di Sharenaw e l'antica area urbana di Afghanan, proprio in faccia al quartier generale della polizia. E' un ospedale attrezzatissimo che i cinesi hanno costruito con rapidità impressionante ma che praticamente non funziona. I rumors dicono che ci sia in ballo un'operazione poco chiara per venderlo a qualche privato del settore salute, un segmento del business afgano che preme, con qualche fortuna, per trasformare la sanità pubblica in un lucroso affare privato. Ma i cinesi, attivissimi in Afghanistan, sembrano interessati poco del “dopo”. Intanto fanno e tutti lo sanno. E' questa la loro politica di aiuto. Come l'ampia strada che da Mazar, nel Nord del Paese, va verso il passo di Salang: perfetta e costruita in pochi mesi, senza neppure uno dei soliti cartelli “Dono del governo....” che di solito campeggia persino su qualche saletta secondaria in un ufficio ministeriale. Tanto tutti sanno che è roba dei cinesi.

Presenza roboante, presenza discreta. Come i pneumatici speciali sulle sedie a rotelle che, in questi giorni, usano i pazienti del reparto ortopedico di Alberto Cairo, una delle tappe obbligate di un giornalista a Kabul. C'è una gara di basket in carrozzella nel campetto appena costruito dove veniamo a seguire gli allenamenti. Si, d'accordo, i palloni sono made in Thailand e le attrezzature fabbricate nei laboratori di Cairo utilizzano forse tondini pachistani, ma i pneumatici ad alta precisione per le carrozzelle speciali che servono agli sportivi le fatte un certo signor Chen.

In questi giorni, un gruppo di ingegneri del Celeste impero è arrivato a Kabul. Devono studiare il percorso della ferrovia che il contratto di sfruttamento della miniera di rame di Aynak (14 miliardi di tonnellate da estrarre), firmato nel 2008, prevede venga costruita con soldi cinesi: 900 chilometri di strada ferrata con un costo di almeno 4miliardi di dollari a carico della Mcc - la società cinese che sfrutterà Aynak – per un percorso, in un Paese quasi senza treni, che porterà rame e passeggeri dalla miniera (40 chilometri a Sud della capitale) a Kabul e da lì alla frontiera col Pakistan, fino ai confini con l'Uzbekistan. Il contratto è controverso e in più parti segreto. Pare che i cinesi ne trarranno un enorme vantaggio e, si dice, anche la famiglia del presidente. Ma, come si diceva, a Pechino interessa poco chi fa soldi permettendo al Dragone di fare i suoi interessi. Che, più o meno discretamente, vanno avanti.

La Cina ha investito all'estero, nei primi quattro mesi dell'anno, oltre 20 miliardi di dollari, un raddoppio rispetto ai quattrini inviati “overseas” nello stesso periodo del 2011. Energia e risorse, principalmente, per oltre il 90% del denaro regalato o prestato con crediti spesso agevolatissimi. Ma per ora Africa e America del Sud restano i luoghi privilegiati. Con Kabul l'interscambio è basso e la bilancia commerciale pende comunque tutta a Est: nel 2011 i cinesi hanno esportato in Afghanistan per 234 milioni di dollari e hanno importato da questo Paese, che per altro non produce praticamente più nulla se non la vendita dei suoi gioielli di famiglia (le miniere), solo 4,4 milioni. Ma l'interesse sta crescendo.

Hamid Karzai e il suo seguito sono appena stati accolti a Pechino col tappeto rosso dal presidente Hu Jintao. L'occasione era il Consiglio degli Stati membri della Shanghai Cooperation Organization (Sco), organismo politico-militare dal lungo respiro strategico che riunisce oltre a Cina e Russia i centroasiatici Kazakistan, Kyrghisistan, Tajikistan e Uzbekistan. Tutti ai confini con l'Afghanistan. Kabul, con Delhi, Islamabad e Teheran, gode lo status di osservatore (non ha cioè diritto di voto) ma è in procinto di diventare membro. E cinesi e afgani hanno annunciato a breve un accordo di partenariato strategico che ha tutta l'aria di essere una camera di compensazione asiatica di quello appena firmato da Kabul con Washington il 2 maggio (e appena approvato in via definitiva dal parlamento afgano). Karzai ha lasciato Pechino prima del dovuto motivando l'accorciamento della visita con l'ultimo attentato a Kandahar, ma soprattutto per l'ultima strage di 18 civili compiuta dalla Nato a Logar. E Hu Jintao, nel suo discorso, ha voluto sottolineare il ruolo che la Sco potrà giocare per la stabilizzazione dell'area. Quel che non ha detto è che a Pechino (e a Mosca) si pensa al dopo Nato, futuro ormai sempre più prossimo.

Pare che Pechino, contraria a mettere assegni nel fondo multilaterale destinato alle forze armate di Kabul (4 miliardi l'anno dal 2015), non sarebbe invece sfavorevole a dare una mano direttamente ai militari afgani, come già si sono offerti di fare indiani e russi. L'Afghanistan lo vede di buon occhio. Proprio qualche sera fa, durante un dibattito a ToloTv, l'analista politico Abbas Noyan ha detto che l'influenza cinese sul Pakistan potrebbe sortire buoni effetti sulla lotta al terrorismo. Suggerendo, in altre parole, che Pechino potrebbe riuscire dove Washington ha fallito. Gli afgani insomma stanno aprendo una linea di credito alla più o meno discreta presenza del Dragone nel loro Paese. Quanto ai cinesi, l'Afghanistan rientra forse in una cornice più ampia.

Affari, certamente, miniere e infrastrutture (c'è in progetto anche una strada che dalla Cina via Panjshir raggiunga Kabul) ma anche il tassello di una vasta operazione geostrategica. Del resto, nemmeno un mese fa, il segretario di Stato alla Difesa americano Leon Panetta ha detto che il focus militare americano dei prossimi anni sarà rivolto verso l'Asia-Pacifico. Anche se poi ha cercato di addolcire la pillola, la sua uscita è sembrata - non solo ai cinesi - un delicato avvertimento alla potenza mondiale che Washington teme di più. I cinesi dunque vedono nell'uscita di scena di Usa e Nato dall'Afghanistan una buona occasione per riempire quel vuoto. Paradossalmente a Washington (e a noi) farebbe anche comodo che qualcuno si occupasse di ricostruire il Paese dove abbiamo investito 9 in armamenti e truppe e 1 in sviluppo. Come che sia l'ombra del Dragone su allunga su Kabul. Come quella del suo ospedale sulla piazza antistante il nosocomio quando cala il sole sfavillante dell'Hindukush.

domenica 3 giugno 2012

QUALE RIFORMA PER LE FFAA

Come ha rilevato qualche giorno fa sulla’Unità Flavio Lotti, la presentazione in parlamento del disegno di legge sulla revisione della spesa militare, tutto fa fuor che le due cose che avrebbe dovuto mettere nero su bianco: definire chiaramente i tagli al bilancio delle Forze armate, che invece ne esce niente affatto ridotto ma semmai rafforzato, e definire quali obiettivi deve avere oggi un esercito “moderno”. Ecco perché il dibattito sulle operazioni in corso e sui conflitti nei quali l’Italia è coinvolta dovrebbe rientrare a pieno titolo nella discussione parlamentare di questi giorni. Sono un pezzo fondamentale di un processo di revisione, sia dal punto di vista del risparmio - e, soprattutto, sulla riconversione della spesa militare - sia sugli obiettivi e i compiti che i soldati sono chiamati a svolgere....


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sabato 2 giugno 2012

RIAPRITE QUEL CASO

Riaprite quel caso! Il caso è quello di Aldo Bianzino, falegname di Pietralunga (Perugia) morto nel 2007 nel carcere del capoluogo in circostanze oscure e le cui indagini per l'ipotesi di omicidio si chiusero nel 2009 con un'archiviazione per morte “naturale”. La richiesta viene dalla famiglia: dal padre e dalla madre di Aldo e dal figlio Rudra, un ragazzo di 18 anni che allora ne aveva solo 14 e che adesso dimostra la maturità di un trentenne. Vicino a loro, sin dalle indagini preliminari, il comitato “Veritàperaldo”- un gruppo di gente della provincia di Perugia vero e proprio caso di “cittadinanza attiva – e due parlamentari, Rita Bernardini (radicali) e Walter Verini (Pd) che hanno seguito quella vicenda passo a passo e hanno chiesto lumi al ministro di giustizia. Che per ora non ha risposto.

La cornice è quella del Teatro Valle di Roma che volentieri ospita la conferenza stampa. Maura e Giuseppe Bianzino dicono solo qualche parola: tengono un profilo basso ma fermo, come hanno sempre fatto con grande dignità, convinti che la battaglia di verità su Aldo sia anche un impegno dovuto ai tanti che muoiono in carcere, specie per via di uno spinello. “Dico solo due cose – esordisce Bianzino – la prima è una domanda: ne uccide più la cannabis o le leggi sulla cannabis? La seconda è molto semplice: lo Stato deve sapere che qualsiasi risarcimento, ammesso che una morte si possa risarcire, sarà interamente devoluto a Emergency”. Un uomo, una donna, un ragazzo sopravvissuti al figlio e al padre (come gli altri due figli di Aldo, Elia e Aruna) trasformano il loro dolore in battaglia civile. Sta agli avvocati (Massimo Zaganelli e Cinzia Corbelli) spiegare perché: l'evento naturale per cui Aldo sarebbe morto è un aneurisma che però non è mai stato trovato e che non è quello segnalato da una fotografia cerchiata in rosso che appare sulla relazione di consulenza tecnico legale su cui si basò il giudice per archiviare. Ma non è tutto: c'è un fegato sanguinante con una rilevante presenza di sangue e non ci sono invece, o almeno nessuno di loro li ha mai visti, i fotogrammi della telecamera interna al carcere che non avrebbero mai ripreso i momenti cruciali della morte di Aldo in quell'alba del 2007.

La vicenda dell'aneurisma che non c'è è saltata fuori in un recente processo collaterale (con condanna di una guardia carceraria per omissione di soccorso) dove è stata messo in dubbio la fotografia che evidenziava l'aneurisma. C'era o non c'era? E se non c'era, non cade forse l'ipotesi dell' “evento naturale” su cui si decise l'archiviazione? “Il dovere di una procura, ora che quegli elementi sono caduti – dice Zaganelli –dovrebbe essere quello, automaticamente, di riaprire il caso d'ufficio. Cosa che al momento non risulta”. E' insomma, ancora una volta, una professione di fede nelle leggi dello Stato, cui spetta ora rispondere. Eccco spiegata la presenza dei parlamentari.

Bernardini e Verini hanno già chiesto per altro con più interrogazioni. Al ministro. “La risposta potrebbe arrivare in dieci giorni”, spiega Bernanrdini, che con Verini ha risollevato la questione dopo la pubblicazione sul mensile “Terra” e su “il manifesto” della ormai famosa foto dell'aneurisma che non riguardava però il cervello di Aldo. Il caso del resto non ha mai smesso di appassionare. Oltre che avvocati e parlamentari, anche tantissimi cittadini italiani che di Aldo si ricordano bene, come ha dimostrato una recente trasmissione di Radio3 dedicata al caso: “Ci sono arrivate decine di mail – dice il conduttore di Tutta la città ne parla Giorgio Zanchini - una cosa che non succede se non per grandi temi che evidentemente toccano una larga fetta di ascoltatori”. E anche Verini, eletto a Città di Castello, ricorda quanto il caso sia stato seguito e quanti altri, purtroppo, meriterebbero di esserlo in una città, Perugia, il cui carcere “ospita per il 75% extra comunitari”. Dalla città di Aldo Capitini , nota per la marcia Perugia Assisi, arriva anche l'appello della Tavola della pace: “L’Umbria, terra di pace e di fratellanza, attende che venga sanata questa ferita. Riaprire quel processo vuol dire compiere un gesto di riconciliazione nel nome dei valori che sono alla base di questa terra e della nostra Repubblica”.

Un coro insomma che da sommesso si fa sempre più forte sul caso dell'ebanista che fu trovato con alcune piante di cannabis coltivate in giardino. E subito dopo morì in prigione. Il Comitato per Aldo chiede che nuove indagini chiariscano i molti altri punti oscuri. A partire dal momento dell'arresto di Aldo e della madre di Rudra, Roberta Radici, prematuramente scomparsa. Tanti piccoli e grandi particolari potrebbero rimettere assieme un puzzle troppo incompleto e forse restituire una verità che la sentenza di archiviazione del 2009 ha lasciato in sospeso.

Le foto: le prima dall'album di famiglia. L'ultima, uno scatto di R. Martinis nella falegnameria di Aldo a Pietralunga