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lunedì 30 luglio 2012

L'AFGHANISTAN NELL'ISOLA DI NAPOLEONE

Quattro giovani registi afgani concorreranno quest'anno in un'edizione speciale di “Universo corto”, il festival di cortometraggi giunto ormai alla sua settima edizione e che si tiene all'Isola d'Elba nella città di Portoferraio dal 28 luglio al 3 agosto 2012. L'opera migliore verrà premiata con 1000 euro.

Ogni anno “Universo Corto”,
rassegna internazionale di cortometraggi riservata agli studenti iscritti a corsi universitari e post-universitari o a scuole di cinema, premia autori italiani e internazionali per piccole produzioni che non superano i 15 minuti. Ma quest'anno, la manifestazione, ideata dal Cicolo culturale Giovani Persone” e diretta da Francesco Monceri, ha voluto dedicare al paese asiatico un omaggio speciale per “sostenere e cercare di promuovere la rinascita del cinema afgano”.

I registi afgani sono: Massood Ziaee, 21 anni di Herat, che sta lavorando a un progetto sull'uso in Afghanistan degli stupefacenti. Tamim Abdullah, 19 anni, è anche lui di Herat: il suo corto “Se mangi aglio ti sentirai pieno” racconta un'Afghanistan che cerca di sfuggire alla morsa della guerra. Airokhsh Faiz Qaisary, è invece una ragazza di 20 anni ed è di Maimana (Faryab). Il suo corto è su una prova di guida al femminile. Anche le donne possono prendere la patente! Infine Sayed Suleiman Amanzad che ha solo 17 anni e viene dalla provincia di Bamyan. Racconta una storia molto particolare che si intitola “La luce nella grotta”.

giovedì 19 luglio 2012

IL FUTURO DOPO TOKYO

Le prospettive dell’Afghanistan restano assai incerte sul piano degli assetti interni, mentre prosegue la tabella di marcia internazionale del ritiro militare e di un programma di aiuti per i prossimi quattro anni. È quanto emerge dalla conferenza internazionale sull’Afghanistan tenutasi a Tokyo l’8 luglio.

Secondo Staffan De Mistura è stata “l'ultima grande occasione per l'Afghanistan”. Secondo l’ex capo della missione ONU a Kabul si è trattato perfino della “ultima conferenza sull'Afghanistan”: l'incubo che rischia di materializzarsi è quello dell'abbandono paventato ormai da almeno un anno, cioè da quando gli Stati Uniti hanno deciso la prima tranche del ritiro dando il segnale del “tutti a casa”.

Il vertice di Tokyo
è comunque andato bene, almeno dal punto di vista degli impegni formalmente assunti. Il governo afgano, che inizialmente aveva chiesto un aiuto su base annua di cinque miliardi di dollari e aveva poi aggiustato il tiro allineandosi alle richieste (3,9) della Banca mondiale, se ne è visti attribuire quattro all'anno per un quadriennio. I giapponesi sono stati particolarmente generosi (con circa 3 miliardi) e gli Stati Uniti (pur non fissando cifre precise) hanno garantito a Kabul lo status privilegiato di “non- NATO partner”...(SEGUE SU Aspenia online)

lunedì 16 luglio 2012

LE BOMBE A FARAH, IL SILENZIO A ROMA

Il comunicato della Rete Afgana

Secondo reiterate notizie di stampa che da oltre una settimana riportano di intense attività di bombardamento nella provincia afgana di Farah con i caccia Amx in forza al contingente italiano e dopo le reiterate conferme da parte di ufficiali e funzionari della Difesa, la rete della società civile italiana “Afgana” ritiene inspiegabile e inaccettabile il silenzio che circonda la vicenda. A quanto ci risulta infatti, nessuna forza politica ha finora preso ferma posizione o ha chiesto spiegazioni al ministro della Difesa e al governo stesso. Afgana chiede che questa attività cessi immediatamente e invita le forze politiche a esprimersi a riguardo.

A nostro avviso quanto avviene è assai grave in quanto l'attività di bombardamento è in netto contrasto con i caveat finora adottati nel rispetto del mandato costituzionale: appare come una decisione che, avendo completamente esautorato il parlamento italiano dalle sue prerogative, avrebbe, non si sa per quale via, concesso al titolare della Difesa di decidere di armare i caccia e di usarli per bombardare, a quanto risulta, da almeno sei mesi. Riteniamo che decisioni di questo tipo, prese in totale solitudine e senza alcun dibattito politico in parlamento, possano essere gravide di ricadute pericolose per l'immagine dell'Italia e la sicurezza stessa del contingente.

Ancor prima però, la nostra viva preoccupazione va alle possibili o potenziali vittime civili che, anche incidentalmente, possono essere causate da bombe del peso di 250 chilogrammi. Ci chiediamo anche se sia vera l'ipotesi che l'attuale titolare della Difesa aspiri a un posto di segretario generale della Nato, come riportato ieri da un organo di stampa, e quale sia la politica di un Paese che alla Conferenza dei donatori di Tokyo si è speso con vigore per i diritti delle donne e della società civile afgana e che, alla vigilia dell'uscita delle nostre truppe dal Paese, decide invece di mostrare i muscoli nel modo peggiore: armando i caccia.

domenica 15 luglio 2012

SE LE BOMBE NON FANNO RUMORE

La guerra, forse, è anche un fatto di abitudine. Ci si abitua ai morti, dunque anche alle bombe. La notizia che gli Amx italiani hanno bombardato, probabilmente molte volte, la provincia di Farah, riportata una settimana fa dal Sole24Ore, non ha suscitato grandi polemiche. Anzi, nessuna. Un silenzio assordante assai simile a quello che seguì le dichiarazione di Giampaolo Di Paola nel gennaio scorso, quando al ministro ammiraglio in abiti civili riuscì quello che al ministro civile in divisa Ignazio La Russa non era riuscito: nel novembre del 2010 aveva incautamente proposto di armare i nostri aerei in Afghanistan. Allora ci fu una levata di scudi. Adesso nulla.

Abbiamo appreso che non si tratta di giocattolini ma di bombe da 250 chili (500 libbre), ma la vera notizia è il silenzio che ha circondato la vicenda. Scritta da Gianandrea Gaiani (direttore di Analisi Difesa) per il giornale di Confindustria, la notizia gli viene riferita da fonti anonime che obbligano però il generale Luigi Chiapperini, comandante della missione in Afghanistan, a confermarla a una giornalista di Libero che si trova con altri colleghi “embedded” a Camp Arena, la base militare Nato di Herat sotto comando italiano. A Camp Arena si erano ben guardati però dall'avvisare i colleghi delle operazioni in corso. Ma una volta denudato il re, le conferme piovono come l'acqua: dal comandante della Task Force South, colonnello Francesco Paolo D'Ianni (su Cybernaua.it) a Francesco Tirino, portavoce del contingente italiano in Afghanistan, che candidamente spiega a E-il mensile che le missioni si sarebbero addirittura «moltiplicate» nelle ultime settimane con il «lancio dell’operazione Shrimp Net». Ancora Chiapperini conferma al Giornale «che i bombardamenti sono iniziati subito dopo il 28 gennaio» con il via libera del ministro Di Paola. Mancava solo la voce ufficiale dello Stato maggiore della Difesa (vedi intervista a fianco) su una vicenda a dir poco controversa e che sembra far carta straccia, nel silenzio più assoluto, delle prerogative del parlamento. Tutto comincia il 18 gennaio scorso.

Il protagonista è l'ammiraglio Di Paola, l'autore di una riforma del sistema di Difesa contro cui è stata scatenata la campagna “Tagliamo le ali alle armi”, forte di 75mila mail inviate ai parlamentari perché si sveglino sulle intenzioni del ministro. Si presenta a una sessione congiunta di Camera e Senato con un linguaggio sibillino: «Intendo far sì che i nostri militari e tutti i loro mezzi schierati in teatro siano forniti delle dotazioni e capacità necessarie a garantire la massima sicurezza possibile del nostro personale e dei nostri amici afgani e alleati...». Nessuno obietta. Qualche giorno dopo però una nota dell'Ansa – è il 28 gennaio – spiega che «le bombe andranno sugli Amx italiani, ma non sui predator». Poi Di Pala va oltre: «Tutti i mezzi che abbiamo verranno utilizzati sulla base di tutte le loro capacità, perché noi abbiamo il dovere oltre che il diritto di difendere i nostri militari, i nostri amici afgani e i nostri alleati ... i predator italiani non hanno queste capacità e quindi non le possono usare». Di Paola si guarda bene dall'usare la parola “bombe” ma qualcuno se ne accorge lo stesso: la frase non piace al senatore Pd Marco Perduca che (con la radicale Poretti e gli Idv Pedica e Caforio) propone un ordine del giorno che impegni il governo «a rimettere al Parlamento la decisione sull'uso di ordigni bellici a caduta libera o guidata da parte dei velivoli dell'Aeronautica militare italiana impiegati in Afghanistan». L'Odg però non viene accolto.

Cala il sipario fino a luglio, quando “esplode” la notizia proprio mentre è in corso il vertice di Tokyo sull'Afghanistan. La rete «Afgana» rileva come il governo giochi una partita «bifronte»: a Tokyo l'Italia si spende per la pace e i diritti di donne e società civile mentre a Farah bombarda. Flavio Lotti, della Tavola della pace, che già in gennaio si era infuriato e che, proprio nei giorni scorsi, ha incontrato i responsabili del Pd delle commissioni di esteri e difesa di Camera e Senato, chiede loro ufficialmente di fare un'interrogazione al ministro. «Ma – dice oggi – finora non ho registrato nessuna azione, se non, quel giorno, un discreto imbarazzo. Se è questo quello che facciamo in Afghanistan, credo che sia la goccia che fa traboccare il vaso. Bisogna ritirare immediatamente i nostri soldati anche perché, a quanto pare di capire, questi bombardamenti non sono un novità». Lo dice anche il generale Mini, autore di “Perché siamo così ipocriti sulla guerra?”. «Bombardiamo con gli Amx? Se è per quello, gli elicotteri Mangusta possono fare anche più male. Hanno fatto almeno 300 missioni. Proprio qualche settimana fa un collega mi ha parlato di un'operazione con 60 “insorti” uccisi. Non erano Amx ma elicotteri».

Secondo Mini «a quanto sembra di capire gli americani hanno fatto la voce grossa con gli alleati. Hanno chiesto di dimostrare unità di intenti. Ecco la risposta: per dimostrare loro che l'Italia c'è». Gli chiediamo cosa ne pensa della voce secondo cui il ministro Di Paola, che ha già un passato Nato alle spalle, concorrerebbe volentieri per la poltrona del dopo Rasmussen. «Se fosse davvero così – risponde - allora altro che venir via presto.... Vorrebbe dire che dovremmo rimanere anche dopo il 2014. Perché un italiano diventi segretario generale della Nato bisogna offrire in cambio qualcosa».

domenica 8 luglio 2012

AFGHANISTAN, SE L'ITALIA E' BIFRONTE

Mi sono ripromesso di riferire del summit di Tokyo e lo farò. Ma intanto c'è, come dire, un'emergenza che viene dalla cronaca. Posto dunque il comunicato di "Afgana" sul summit ma anche su quanto avviene a Farah...

E' singolare che mentre a Tokyo l'Italia ha tenuto un altissimo profilo e si sia battuta come un leone per includere nella dichiarazione finale della Conferenza dei donatori un più preciso impegno della comunità internazionale a favore dei diritti delle donne, dei diritti umani e della società civile afgana, notizie di stampa di ieri e di oggi riferiscono che i caccia Amx italiani, ufficialmente impiegati per sola ricognizione, stanno bombardando la zona di Farah. Due novità di segno totalmente opposto nello stesso giorno, l'ultima della quali, proprio alla viglia del ritiro del nostro contingente, fa temere una pericolosa schizzofrenia del governo italiano che sta surrettiziamente cambiando il profilo della missione militare proprio mentre la nostra diplomazia sta cercando di dare un segnale preciso della posizione dell'Italia come attore primario nella ricostruzione e nello sviluppo dell'Afghanistan.


La rete Afgana, che ha sempre condannato l'uso dei bombardamenti da parte degli alleati Nato dell'Italia e a cui non risulta che vi sia alcun mandato parlamentare che abbia cambiato le regole d'ingaggio dei nostri aerei (idea lanciata ma poi ritirata dall'ex ministro Ignazio La Russa), chiede che le notizie di stampa vengano smentite o confermate ufficialmente dal ministro Giampaolo Di Paola. In questo secondo caso, che dimostrerebbe anche una totale incoerenza politica nella scelta dei tempi o, peggio, un'azione a lungo tenuta segreta, chiediamo che la vicenda sia oggetto di un dibattito parlamentare preciso che indichi se il ministero della Difesa può o meno autorizzare l'uso dei bombardamenti aerei, finora – a quanto si sapeva – mai utilizzati.


Afgana rileva invece che l'Italia ha tenuto a Tokyo una profilo molto preciso che indica una più profonda coscienza del governo italiano sul tema dei diritti, in particolare della condizione femminile, e del ruolo della società civile, in questo recependo pienamente anche indicazioni parlamentari. Al punto che il sottosegretario Staffan De Mistura, nel suo discorso durante la plenaria, era arrivato a minacciare il possibile ritiro della firma italiana dal documento finale se questo non avesse contenuto una relazione diretta tra il denaro con cui Roma si impegna finanziare Kabul e quanto Kabul fa e farà nel rispetto di questi temi. Una posizione molto apprezzata dalla delegazione di “Afgana” presente a Tokyo.


Afgana, come già sapete se seguite i miei post, è una rete della società civile italiana che comprende associazioni, Ong, sindacati, accademici, giornalisti e cittadini. E' nata nel 2007 e si occupa di sostenere la società civile afgana e di promuovere in Italia un più approfondito dibattito sull'Afghanistan

TUTTI GLI IMPEGNI DI TOKYO

Fino all'ultimo quel che mancava sul documento finale preparato per la Conferenza di Tokyo sull'Afghanistan, è stata la cifra che i 70 paesi presenti si sarebbero impegnati a sottoscrivere oggi. Poi nel pomeriggio l'accordo e, ieri sera, la comunicazione del ministro degli esteri nipponico Koichiro Gemba: oltre 16 milioni in quattro anni a colpi di 4 fino al 2015. Di questi 16, tre li garantirà Tokyo stessa ma fino al 2016 e con questa percentuale: due terzi per la ricostruzione, un terzo per la sicurezza. Poi si vedrà. La cifra e l'impegno temporale saranno ufficializzati oggi nella capitale nipponica e per ora di certo c'è che, se la comunità internazionale è disposta a dare a Karzai la cifra che ha chiesto per quattro anni, dopo quella data il futuro resta incerto. L'appoggio politico alla ricostruzione è scontato per almeno dieci anni, quello finanziario un po' meno (gli Usa hanno intanto garantito a Kabul uno status di speciale privilegio economico riservato agli alleati non Nato).

Entrato ieri nel suo secondo giorno di pre conferenza, il summit di Tokyo ha visto però una novità importante e fortemente sostenuta dai giapponesi. La presenza attiva della società civile afgana e dunque un'attenzione a quella parte di società che rappresenta un po' una terza via tra una guerriglia conservatrice e tradizionalista e un governo che, nonostante l'impegno contro la corruzione (un punto fermo del vertice), resta dominato da signori della guerra, della terra e della speculazione urbana.

Dimostrando un'elevata qualità di analisi politica, i rappresentanti (più di trenta) di circa 25 reti nazionali e di oltre 4mila organizzazioni, hanno colpito nel segno: chiedono che il loro Paese sia considerato altro che una semplice retrovia da cui combattere il terrorismo internazionale e un impegno che sostenga la presenza attiva della società civile come strumento di controllo di quanto fa il governo. Chiedono un impegno perché la legge in Afghanistan diventi legge, le elezioni siano trasparenti, i bisogni primari e i diritti, donne in primis, davvero una priorità e non solo un'enunciazione di principio. Nella due giorni di pre conferenza, ospitata dal Comitato non governativo giapponese per la società civile, il dibattito è stato qualitativamente alto. Peccato che i rappresentanti del governo di Kabul, salvo rare eccezioni (come il ministro delle Finanze Zakhilwal), abbiano disertato.

La società civile è stata protagonista anche nel dibattito tra ministri: nel documento finale la parte che la riguardava era trattata in un capitolo che comprendeva anche il settore privato, come se organizzazioni non profit e imprenditori fossero la stessa cosa. L'Italia prima, poi la Svezia, infine l'Unione europea, si sono battute per dividere i due capitoli. Piccolecose, si dirà, ma indicative di sensibilità che cambiano. Gli italiani, raccogliendo un ordine del giorno del parlamento, hanno anche chiesto più precisi riferimenti alla difesa dei diritti delle donne (la famosa risoluzione 1325), per altro già presente in un documento dove la questione di genere occupa un posto rilevante. Il che si deve anche alla società civile: alle donne afgane, molto agguerrite e con le idee molto chiare.

Ancora sul fronte italiano, a Tokyo la rete “Afgana” ha rilanciato la proposta, per ora solo del Belpaese, già fatta nel dicembre scorso con Rete disarmo e Tavola della pace: destinare il 30% del risparmio originato dal ritiro del contingente militare a operazioni di cooperazione civile che vengano discusse sia con la società civile italiana, sia con quella afgana. Si vorrebbe ora che la cosiddetta “Iniziativa 30%” diventasse europea e afgana, non solo italiana. L'unica maniera perché, in qualche modo, i governi che dovrebbero applicarla tendano l'orecchio.

Ora la preoccupazione più presente tra gli attivisti afgani è il “dopo Tokyo”. «Io – ci dice una delegata – di questi diplomatici mi fido poco». L'appuntamento con la prossima “ministeriale” è tra due anni. E si vedrà se è vero quel che si dice del summit. «La chiamano – ci diceva a Kabul un funzionario Onu – l'“ultima conferenza”. Chiusi i riflettori, tutti potrebbero girare lo sguardo da un'altra parte».

sabato 7 luglio 2012

ULTIMORA, A TOKYO SI STACCHERA' UN ASSEGNO DA 16 MILIARDI

Tutto in gran segreto ma poi è arrivata la comunicazione del ministro degli Esteri nipponico Koichiro Gemba a confermare i rumor: 16 milioni in quattro anni a colpi di 3 fino al 2015 più un milione. Poi si vedrà. La cifra e l'impegno temporale saranno ufficializzati domani nella capitale nipponica e per ora di certo c'è che, se la comunità internazionale è disposta a dare a Karzai la cifra che ha chiesto per quattro anni, dopo quella data il futuro resta incerto. L'appoggio politico alla ricostruzione è scontato per almeno 10 anni, quello finanziario un po' meno.

DIARIO DA TOKYO, DUE FANTASMI E LA SOCIETA' CIVILE

Due fantasmi si aggiravano ieri mattina nella capitale nipponica all'apertura della Conferenza dei donatori sull'Afghanistan che domani dovrà dire con quanti soldi e per quanto tempo la comunità internazionale vuole farsi carico della ricostruzione del Paese. Il primo fantasma è l'entità monetaria dell'impegno. Il secondo, sono i talebani. Nonostante il 27giugno scorso un loro inviato, Shaikh Din Mohammad, si sia incontrato pubblicamente col consigliere di Karzai Masoom Stanekzai (entrambi ospiti di un dibattito all'Università Doshisha a Kyoto), la guerriglia in turbante non sarà tra i protagonisti del summit, anche se il presidente afgano, nelle interviste della vigilia, ha teso loro il rituale ramoscello d'ulivo.

Il negoziato vero, quello che avrebbe dovuto portare all'apertura di un ufficio dei talebani a Doha, è in netto stallo e, per ora, tutti sembrano aver altro cui pensare che non a come stia andando una trattativa attualmente molto virtuale.

Quanto al denaro, fin dall'inizio tutti si erano affrettati a chiarire che Tokyo non sarebbe stata una “pledging conference”, un evento cioè dove si mettono i soldi (o almeno le intenzioni) nel piatto. Poi però i giapponesi hanno fatto pressioni per sapere, almeno informalmente, quanto ognuno dei 70 Stati presenti intende mettere nel cappello. E, dicono i rumor, l'accordo potrebbe essere in linea con quanto sia Karzai (3,9 miliardi di dollari), sia la Banca mondiale (da 3,3 a 3,9) hanno già chiesto pubblicamente: sembra dunque che ci si stia assestando sui 4 miliardi l'anno, appena un filo meno di quanto dovrebbe costare il futuro impegno militare (tra consiglieri e sostegno alle forze armate afgane), come, grosso modo, stabilito alla Conferenza di Chicago.

Ma se la cifra verrà o meno confermata e soprattutto quanto lungo sarà l'impegno (per adesso si rumoreggia di un totale di circa 15 miliardi ma non è chiaro per quanti anni) si saprà ufficialmente domenica, dopo la presentazione del piano in 22 punti delle “priorità nazionali” scritto da Kabul e dopo che si sarà più o meno articolata la cornice di garanzia (ad esempio la costituzione di un fondo fiduciario per la ricostruzione e lo sviluppo affidato alla BM) sia per bypassare l'endemica corruzione che si mangia parte dei proventi, sia per capire come, in che modo e con quale trasparenza il denaro internazionale sarà speso: “Mutua responsabilità” è la parola magica del vertice: ognuno insomma si prenda le sue.
Chi sicuramente la responsabilità se l'è presa è la società civile afgana, le centinaia di organizzazioni che, su invito del governo giapponese, hanno mandato a Tokyo oltre trenta rappresentanti eletti di cui due con diritto di parola alla plenaria del giorno 8. Una vera novità, fortemente voluta dal Sol Levante e per la quale non son state da meno l'Italia (qui con il sottosegretario Staffan De Mistura e l'inviato speciale Francesco Talò) e la Svezia, gli unici due Paesi che hanno incluso nelle delegazioni ufficiali anche due rappresentanti delle rispettive società civili. Molti altri sono arrivati per conto loro – come i britannici di Baag, la rete delle Ong che lavorano in Afghanistan - per non parlare delle migliaia di twittate che si inseguono in rete e che, per tutto il giorno, hanno accompagnato la Conferenza della società civile afgana (che dura anche oggi), per la prima volta veramente con status di protagonista e non di semplice comparsa.

La vera responsabilità sulla trasparenza, il sistema legale, l'accesso all'informazione, per ora se la sono assunta loro. Anche se, per chiosare Samira Hamidi di Afghan Women's Network, non hanno nessuna intenzione di tornare da Tokyo “a mani vuote”.