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domenica 31 marzo 2013

PASSA AGLI AFGANI L'EREDITA' DEI DUPREE


Agku è un acronimo che sta per Afghanistan Centre at Kabul Universities. E' un centro che è stato inaugurato mercoledi 27 marzo alla presenza della sua ispiratrice, la signora Nancy Dupree, ottuagenaria arzillissima e una sorta di mito vivente che rappresenta perfettamente l'amore profondo che uno straniero può avere per l'Afghanistan. Tanto di quell'amore che, da un'idea nata nella testa di suo marito nel 1989 e coltivata da Nancy a partire da qualche anno fa, ha reso possibile una costruzione avveniristica ma con qualche richiamo alla tradizione che ora campeggia nel bello spazio dell'area universitaria della capitale.

Ospita circa
80mila documenti che, spiega il direttore di Agku Abdul Waheed Wafa, saranno digitalizzati per poter essere a disposizione anche di sedi periferiche nel Paese o condivise all'estero. Nell'ottantesimo anniversario della sua fondazione, l'università di Kabul ospita dunque un nuovo piccolo gioiello (di cui Nancy è l'infaticabile coordinatrice) che non ha ambizioni solo bibliofile. Può ospitare mostre fotografiche (adesso una del fotoreporter americano Gill), studenti e ricercatori in una grande sala dotata di alta tecnologia (dono dell'Estonia) e può organizzare eventi, riunioni, conferenze. I quattrini vengono da Usaid, Asia Foundation, ambasciata norvegese, cooperazione svizzera e dalla Fondazione Dupree che ha donato tutti i materiali raccolti da Nancy e da suo marito Luis ormai scomparso.

Il loro lavoro di raccolta dunque non andrà perduto. Così almeno assicura Obaidi, ministro dell'università, e così diceil padrino dell'operazione, l'ex candidato alla presidenza Ashraf Ghani che per primo offrì a Nancy un luogo fisico dove mettere, intanto, la sua poderosa documentazione. “A Nancy non si può dire di no – ha detto – quindi è meglio dir subito di si. Quando mi espose l'idea le dissi subito: intanto metti pure tutto nel mio ufficio....”. Risate dal pubblico. Auguri Acku.

sabato 23 marzo 2013

PERCHE' TERZI E DI PAOLA DOVREBBERO DIMETTERSI

Mentre dai due militari riconsegnati all'India, arriva una lezione di stile per due ministri della Repubblica, Terzi e Di Paola si preparano a rispondere in parlamento. Con le spiegazioni che daranno martedi alla Camera, dovrebbero forse consegnare al governo e ai deputati anche le loro dimissioni



Se alle spiegazioni che martedi prossimo Terzi e Di Paola dovranno dare in parlamento sulla vicenda “marò”, i due ministri aggiungessero le loro dimissioni, la partita aperta l'11 marzo scorso con la decisione di trattenere Latorre e Girone in Italia avrebbe forse una degna conclusione. Ma già ieri sul Corriere della sera, il titolare della Farnesina metteva le mani avanti, convinto che tra l'aver trattenuto i due militari in Italia e averli poi restituiti dieci giorni dopo non ci sia nulla di strano.

Ieri Palazzo Chigi ha smentito le ricostruzioni secondo cui al Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica, l'organismo presso la presidenza del Consiglio in cui si trattano materie delicate, si sarebbe svolto una sorta di processo a Di Paola e Terzi, sin dall'inizio indicati come coloro che avevano pensato e poi attuato la “svolta” dell'11 marzo, quando Roma comunicò a Delhi che i marò, in licenza elettorale, non sarebbero tornati in India. Che un governo che non gode di ottima salute e che è ormai agli sgoccioli non voglia proprio dare l'idea di essere stato alla fine anche un colabrodo si può capire, ma il fatto resta. Il malumore di Monti e Napolitano (e di parte del corpo diplomatico e delle Forze armate) parla da solo e isola i titolari dei due dicasteri che per ora cercano di non dover pagare un prezzo troppo alto per una delle peggiori figure dell'Italia all'estero che la storia repubblicana ricordi.

La tesi italiana è che Roma non ha ceduto alle pressioni indiane ma che da Delhi ha ottenuto garanzie scritte sulla non applicazione della pena capitale. Tesi fragile perché non esiste esecutivo che possa garantire per un soggetto indipendente come la magistratura. E poi resta la questione della giurisdizione e del tribunale, dunque del giudice. Per ora gli indiani rifiutano l'arbitrato internazionale e insistono sulla corte speciale ma le cose potrebbero ammorbidirsi. La ministra Severino è ottimista: «Le ultime notizie sono di apertura e di dialogo diplomatico forte, che offre la prospettiva di una soluzione garantita della vicenda». Quanto ai possibili danni d'immagine dell'Italia, «contano i risultati», dice. Non è chiaro quali.

Sulla retromarcia italiana fioccano le ipotesi. C'è la chiave interna (Napolitano e Monti infuriati perché male informati) e quella internazionale: nei dieci giorni in cui si consuma il caso, la Ue resta tiepida quando non se ne lava le mani. Prende posizione sull'immunità dell'ambasciatore Mancini, ma sembra in realtà farlo solo perché la vicenda costituirebbe un pericoloso precedente per altri diplomatici Ue. Dal caso in sé prende invece le distanze, anche perché non coinvolta dall'Italia e neppure avvertita (nemmeno del rientro in India). Poi la presa di distanze arriva anche da Washington, una doccia fredda che a Terzi, molto sensibile alle sirene di Washington (tanto da aver, unico ministro Ue, consigliato ai palestinesi di non chiedere lo status di Osservatore all'Onu) deve essere suonata come la vera resa dei conti.

Leggi l'articolo completo su Lettera22 o su il manifesto

giovedì 21 marzo 2013

FARSA ITALIANA

Così i due marò italiani tornano in India. Incredibile. Dopo le trionfanti dichiarazioni del ministro Terzi sulle "solide" ragioni che avevano consigliato la scelta, la marcia indietro a due giorni dalòlo scadere dell'ultimatum indiano. E non convincono le precisazioni di Staffan De Mistura: "Il governo indiano ha garantito che non ci sarà la pena di morte nei loro confronti" e "La parola data da un italiano è sacra: noi avevamo sospeso" il loro rientro "in attesa che New Delhi garantisse alcune condizioni". L'Italia chiederà un "arbitrato internazionale, che venga rispettato il concetto che militari che operano per la propria nazione all'estero vadano giudicati in Italia e nel proprio Paese e che tutto questo venga risolto rapidamente".

In realtà noi non avevamo "sospeso", avevamo detto che i marò sarebbero rimasti in Italia. Parola di Terzi. Poi però Terzi sparisce e riappare Staffan De Mistura un gentiluomo che aveva gestito con abilità e correttezza la complessa vicenda sino al colpo di teatro del ministro e che, nei giorni del rimpatrio baldanzoso, era apparso molto defilato. Adesso, nell'ora della diplomazia vera, riappare. E Terzi sparisce. Sarebbe ionesto se si dimettesse e chiudsse questa farsa che ci ha coperto di ridicolo e che ha messo a rischio i nostri rapporti con un colosso da 1 miliardo e due di persone. E sarebbe corretto che si dimettesse anche Di Paola, se non altro per aver illuso due suoi soldati (e relative famiglie) che sarebbero restati a casa.

TRENT'ANNI DOPO


Trentanni fa, era il settembre del 1980, Bakhretdin Khakimov, soldato sovietico di origine uzbeca, fu visto per l'ultima volta. Poi sparì. Adesso un Comitato moscovita composto in gran parte da reduvci dell'Afghanistan lo ha trovato: si chiama Sheikh Abdullah e vive a Herat. Allora aveva 20 anni ed era stato un soldato della 101ma motirizzata di stanza vicino alla capitale proivinciale. Il Guardian, che racconta la vicenda, scrive che si pensava che Abdullah alias Bakhretdin dosse stato ferito in modo così grave da morire. Invece fu aiutato dai locali, si salvò, si sposo e andò a vivere nella regione di Shindand (più a Sud). Guarì così bene da doventare un guaritore. Sua molgie è morta, non ha figli ma non sembra aver mai voluto tornare a casa. Non tanto in Unione sovietica ma a Samarcanda di cui era originario. Trent'anni fa.

mercoledì 20 marzo 2013

L'IRA DI SONIA


Dopo aver aspettato che la Corte suprema si esprimesse in merito alla decisione italiana di non far rientrare in India i due marò italiani in permesso speciale per votare in Italia, Sonia Gandhi, a capo del Partito del Congresso (al governo) ma anche leader sempre sotto tiro per le sue origini italiane, ha preso ieri una dura posizione su un «tradimento», una decisione «inaccettabile», la «sottovalutazione dell'India». Sul fronte opposto si è invece mossa la Ue, con la prima vera presa di posizione della signora Ashton, responsabile della politica estera comune, che ha in qualche modo spezzato una lancia in favore dell'Italia, o quantomeno delle norme che regolano l'immunità diplomatica.



A margine di un incontro coi deputati del suo partito, Sonia Gandhi, le cui origini italiane le hanno impedito di diventare capo anche del governo, ha detto che «l'atteggiamento di sfida del governo italiano sulla questione dei due marò e il suo tradimento di un impegno con la nostra Corte Suprema sono completamente inaccettabili» e che «nessuno può pensare di sottovalutare l'India» su questa questione. Una questione «in mano alla Corte Suprema e noi ci rimetteremo alle sue decisioni». Quanto all'Unione «deve fare tutto quello che è nelle sue possibilità per riportare indietro» i due fucilieri accusati di omicidio. La Gandhi continua ad essere sotto attacco: sia per le origini italiane sia perché suo marito Rajiv fu coinvolto in scandali che ne offuscarono la carriera politica. Ora, e non è la prima volta, deve dimostrare che le sue origini, quelle si, non sono un tradimento verso il suo Paese.

Quanto all'Unione europea, dopo le restrizioni imposte da Delhi a Daniele Mancini che regge l'ambasciata italiana a Delhi, «ogni limitazione della libertà di movimento dell'ambasciatore d'Italia in India sarebbe contraria agli obblighi previsti dalla Convenzione di Vienna», ha dichiarato in una nota la stessa Catherine Ashton (finora avevano parlato solo i portavoce), che «nota con preoccupazione le ordinanze del 14 e 18 marzo della corte suprema indiana» verso l'ambasciatore italiano con le quali si richiede al diplomatico di chiedere il permesso della Corte per lasciare il Paese. Il capo della diplomazia europea «ricorda che la Convenzione di Vienna del 1961 sulle relazioni diplomatiche è la pietra angolare dell'ordine legale internazionale e deve essere rispettata in ogni momento». «Qualsiasi limitazione alla libertà di movimento dell'ambasciatore d'Italia in India sarebbe contraria agli obblighi internazionali previsti da tale Convenzione» conclude la nota che reitera quanto i suoi portavoce affermano da alcuni giorni: L'Alta rappresentante continua a sperare che una soluzione reciprocamente accettabile possa essere trovata «attraverso il dialogo e nel rispetto delle norme internazionali, ed incoraggia entrambe le parti ad esplorare tutte le vie per raggiungere questo risultato». Non proprio un sostegno diretto a Roma ma certamente una difesa d'ufficio del nostro ambasciatore.

martedì 19 marzo 2013

GIUDIZIO SUPREMO

Se la prima notizia è che per la Corte suprema di Delhi l'ambasciatore italiano ha perso la sua immunità diplomatica avendo violato la promessa di riportare in India i fucilieri italiani in licenza per votare, la seconda riguarda la rilevanza internazionale del caso. Che smette di essere un puro contenzioso tra Roma e Delhi e comincia a preoccupare le cancellerie e a occupare il lavoro dei giornalisti. La notizia rimbalza da Delhi a Londra o Pechino, tanto da rimanere in bella evidenza sul sito Internet della Bbc tra le news della giornata, in quello del Guardian tra le “top news” o sulla homepage dell'agenzia cinese Xinhua. Quella che pareva una grana tra due Paesi diventa un caso e si configura come un precedente. Ma andiamo con ordine.



Ieri mattina era fissata l'udienza della Corte suprema indiana per esaminare il caso “marò”. La massima istanza della giustizia indiana voleva valutare il punto di vista dell'ambasciatore Daniele Mancini, la cui firma, con quella dei due fucilieri, ha consentito ai due militari accusati di omicidio di partire per l'Italia per quattro settimane. Per ora la Corte, con tre magistrati presieduti dal presidente Altamas Kabir, ha reiterato il divieto per Mancini di lasciare il Paese. Quanto ai marinai il tribunale vuole aspettare che passi il 22 marzo, giorno in cui dovrebbero tornare. Rinvio dunque al 2 di aprile. Ma col fiato sospeso (in serata ieri la Farnesina ha diffuso un comunicato sostenendole sue ragioni).

Altamas Kabir ha sostenuto che quando Mancini ha presentato alla Corte stessa, insieme ai marò, una dichiarazione giurata per consentirne l'espatrio, l'ambasciatore ha «automaticamente perso il diritto all'immunità». Ma il presidente ha anche voluto aggiungere di aver «perso ogni fiducia nel signor Mancini...alcune persone stanno scrivendo che siamo ingenui. Ma non ci aspettavamo tale comportamento dall'Italia». Quanto ai marò «non hanno ancora violato le nostre direttive» dal momento che il 22 marzo non è ancora passato. Il difensore dei tre italiani, l'avvocato Mukul Rohatgi, ha invece ricordato alla Corte che, in base alla Convenzione di Vienna, la persona dell'ambasciatore è inviolabile e che quindi «nessuna autorità indiana può imporre restrizioni sui suoi movimenti». Qui sta il punto più delicato e quello che fa del nodo bilaterale un caso internazionale.



Andrew North, il corrispondente della Bbc da Delhi, ricorda una famoso e recente caso inglese: quando Londra minacciò l'immunità stessa dell'ambasciata ecuadoriana in Gran Bretagna in cui Assange ha trovato rifugio (poi Londra evitò il blitz). Ma, aggiunge il giornalista, «questa vicenda ha fatto infuriare gli indiani così tanto che il governo è obbligato a prendere una posizione dura» e dunque Delhi potrebbe arrivare a «espellere l'ambasciatore». Un gesto eclatante ma che non violerebbe nessun articolo della Convenzione di Vienna che regola l'immunità dei diplomatici. Il caso scotta. E imbarazza.

L'Unione europea,
per citare l'area a noi più vicina, è prudentissima. In una nota l'ufficio della responsabile per la politica estera dell'Unione si limita a esprimere «incoraggiamento» per una «soluzione amichevole» nel rispetto delle regole internazionali. Ma è prudente anche Delhi, soprattutto il ministero degli Esteri che ammette che un «conflitto di giurisdizioni va esaminato». E se Mancini dovesse andare in Nepal, della cui sede diplomatica è responsabile? «Per ora – dicono - non siamo stati informati di suoi piani in questo senso».

Un serrato dibattito accompagna la vicenda. In un'intervista televisiva, l'ex avvocato degli italiani, Harish Salve, ha spiegato che il peccato originale è stato indiano: poiché la Corte suprema aveva tolto la giurisdizione del caso al Kerala era necessaria una corte speciale. Non avendola creata, ha messo gli italiani nella condizione di avere due “prigionieri” ma non il giudice, cosa che ha fatto dei marò due “eroi” nazionali. Ma Salve sostiene anche che adesso la Corte ha ragione e che Mancini, avendo tradito la parola, rischia la galera. Anche un altro autorevole commentatore, M K Bhadrakumar su AsiaTimes, critica Delhi: governo nazionale e locale hanno maneggiato la materia con un calcolo più basato sulla rendita politica del caso che sulla sostanza o sui suoi possibili effetti internazionali.

lunedì 18 marzo 2013

L'ONESTO INFERMIERE DI LASHKARGAH (La biblioteca di Amanullah)

Andrea Filippini è un giovane infermiere emiliano che ha passato sei mesi nell'ospedale di una Ong (non dice quale ma ne parla assai bene) nella città martire di Lashkargah, Afghanistan meridionale. Al libro ho dato un'occhiata sommaria e sospendo il giudizio, anche se la prima impressione conferma quella della presentazione, ieri a Roma, di questo testo dal titolo impronunciabile (AFAGNISTAN/AGFANISTAN/AFGANISTAN).



Nel raccontare la sua eperienza, Filippini ha spiegato di aver voluto scrivere ("non un saggio, non un romanzo ma solo un diario") per due motivi: raccontare le sue emozioni e mostrare cos'è la guerra "la parola più orribile che esista". Dopo sei mesi in un ospedale, per quanto ordinato, pulito e ben organizzato, è terribile vedere ogni giorno gli effetti di un conflitto, spiega: il 60% sono bambini, il resto donne, anziani, uomini e qualche raro combattente. E come si fa a scegliere chi curare per primo? Come si fa a decidere della vita degli altri? Come ben dice del suo libro Filippini, è un diario di emozioni. Non il primo e nemmeno l'ultimo. Una visione, per ammissione stessa dell'autore, molto parziale perché la vita di un sanitario a Lashkargah è una sorta di prigione tra bende,garze e dolore. Dubito che il testo di Flippini aggiunga qualcosa al sequel di pubblicazioni a sfondo autobiografico che stanno uscendo in Italia in questi ultimi tempi. Ma c'è un bel elemento nel suo raccontarsi: l'umiltà e l'onestà intelletuale. Non è poco di questi tempi.

Per come son fatto io, la parte più interessante mi sembrano le tabelle o le valutazione epidemiologiche, nel senso che Filippini rstituisce quel che accade in un ospedale sulla linea del fronte e dunque dà anche la cifra (nel doppio senso del termine) del dramma dei civili. Quello si mai abbastanza raccontato anche perché, nel libro di Filippini come in altri testi di questo genere pubblicistico, il protagonista è l'autore e le sue sensazioni più che gli afgani. I veri attori di un dramma dove inevitabilmente finiscono per diventare solo comparse sullo sfondo

domenica 17 marzo 2013

sabato 16 marzo 2013

UMILIAZIONE INDIANA


Il caso “SC 20370/2012 Massimiliano Latorre and ors vs Unione of India and ors”, che l'Alta Corte di Delhi ha preso in carico l'anno scorso, ieri ha subito un ennesimo aggiornamento ma non è di dominio pubblico. Mentre si aspetta che lunedi l'Italia presenti al tribunale supremo una memoria sul caso marò, quel che è di dominio pubblico è il pronunciamento della Corte - dopo l'istanza presentata mercoledi scorso dal procuratore generale dell'Unione Goolam Vahanvati - che vieta al nostro ambasciatore di lasciare il Paese.



Subito dopo la decisione della Corte, il ministero dell'Interno ha allertato tutti gli addetti ai valichi di frontiera perché impediscano all'ambasciatore Daniele Mancini di uscire dal Paese. Non solo dagli aeroporti dunque, ma anche via terra o via nave. Una misura che più che prendere in “ostaggio” il nostro rappresentante, come titolava ieri qualche giornale italiano, semmai lo umilia. Il ministero degli Esteri e autorevoli commentatori e costituzionalisti indiani hanno già chiarito che l'immunità diplomatica dell'ambasciatore (il suo ritiro era stato paventato dal ministero dell'Interno che però non ha questo potere) non è in discussione: sia perché sancita dal Trattato di Vienna del 1961, sia perché discende da un principio assodato e consuetudinario che origina addirittura dallo ius gentium romano che tutelava il legatus, il “delegato” (da cui ambasciator non porta pena). L'ultima cosa che gli indiani farebbero adesso sarebbe di commettere una violazione del diritto internazionale, cosa di cui accusano Roma. Ma la mossa indiana ha uno scopo evidente: se Mancini si presentasse alla frontiera, mossa che apparirebbe come una provocazione, dovrebbe fare appello all'immunità diplomatica sollevando il caso. Ma prima dovrebbe sottostare all'opposizione di un qualsiasi doganiere che per forza di cose deve obbedire alla direttiva dell'Union Home Ministry.

Quanto al ministro degli Esteri Salman Khurshid, che sulla vicenda ha tenuto un atteggiamento fermo ma equilibrato, il titolare di Patiala House (la nostra Farnesina) è stato abbastanza perentorio: «L'ordine della Corte Suprema sarà rispettato da tutte le agenzie governative. Chiunque deve fare qualcosa, lo farà». Il che vuol dir tutto e niente. Ma certo la macchina si è messa in moto. Fonti diplomatiche indiane suggeriscono che il declassamento delle relazioni tra i due Paesi è già iniziato e che la scelta di congelare l'arrivo di Basant Gupta, il nuovo ambasciatore nominato nel 2012 e che ha già ricevuto il gradimento da Roma ma che è ancora in India, significa scegliere di tenere un basso profilo nei rapporti con l'Italia senza insediare un ministro plenipotenziario.

Un estratto dall'articolo scritto per Lettera22 e ilmanifesto


Sulla questione dell'immunità diplomatica il punto di vista indano in questo articolo di The Hindu

venerdì 15 marzo 2013

LA LEZIONE DI ENEO DOMIZIO ULPIANO

La Corte suprema intima all'ambasciatore italiano in India di non lasciare il Paese. E la diplomazia indiana ricorda a Terzi Eneo Domizio Ulpiano, il giurista romano cui si deve un caposaldo delle regole internazionali: pacta sunt servanda

In una vicenda paradossale, in cui la decisione di non far rientrare i due marò italiani in India ha violato un accordo bilaterale, un altro paradosso si è aggiunto ieri a un caso che sta mettendo a dura prova i rapporti tra Roma e Delhi. La Corte suprema indiana ha chiesto al nostro ambasciatore Daniele Mancini di non lasciare il Paese proprio mentre l'opposizione ne aveva chiesto la testa e l'espulsione, un atto grave che per ora non sembra essere nelle corde di Delhi.



Ma chiedergli di non lasciare il Pese e di presentarsi entro lunedì prossimo in tribunale -o di recapitare una memoria – è anche un modo indiretto per far sapere agli italiani che la fiducia è arrivata al lumicino. E che Delhi teme che Mancini possa partire per non tornare più in India. Su di lui, al momento l'unico capro espiatorio di una vicenda che ogni giorno si fa più tesa e complessa nei rapporti con l'Unione che studia ritorsioni, pende per la verità anche la richiesta del ministero degli Interni affinché l'ambasciatore non si possa avvalere dell'immunità diplomatica (cui però il dicastero indiano degli Esteri ha opposto un rifiuto anche se ha ufficialmente appoggiato il pronunciamento della Corte intimando al diplomatico di non lasciare il Paese). Già minacciato di espulsione per le insistenze del Bjp (nazionalisti), Mancini aveva detto mercoledì scorso che non avrebbe lasciato l'India se non quando considerato persona non grata (misura estrema che di fatto significa la rottura delle relazione diplomatiche) mentre adesso è la Corte a chiedergli, anzi ordinargli, di non lasciare il Paese. Una decisione presa, dicono fonti indiane, subito dopo che il Janata Party ha chiesto un provvedimento contro l'ambasciatore per oltraggio alla Corte. Il ministero degli Esteri indiano intanto ha anche convocato l'ambasciatore dell'Unione europea Joao Cravino per metterlo al corrente della posizione dell'Unione anche se per ora la Ue tace sulle schermaglie tra Delhi e Roma.

Mentre Terzi ha ribadito ieri la posizione italiana, definita «solida» e condivisa da «molti importanti partner della comunità internazionale sul fatto che agiamo nel piano rispetto dell'ordinamento giuridico internazionale e del diritto internazionale, pattizio e consuetudinario» gli indiani hanno risposto per le rime e il portavoce degli Esteri, Syed Akbaruddin ha ricordato che «il primo passo, in termini di diritto internazionale pubblico è che gli accordi devono essere rispettati», pacta sunt servanda, come recita uno dei capisaldi della diplomazia internazionale, che si rifà – altro paradosso – proprio al noto aforisma del giurista romano Eneo Domizio Ulpiano.

A molti indiani la mossa italiana appare comunque come una manovra di pura politica interna. Non sono sfuggite le simpatie di Terzi per il centrodestra né la campagna forsennata di giornali, gruppi extraparlamentari e formazioni politiche (Fratelli d'Italia). Del resto la sfida di Roma sembra godere tra gli italiani di ampio consenso (7 su 10). Tutta gente che forse non intende chiedere il visto per un viaggio nel subcontinente.

Il testo con cui l'India ha reagito alla decisione italiana dell'11 marzo

giovedì 14 marzo 2013

PERCHE' L'INDIA NON PUO' PERDERE LA FACCIA

Dopo che l'Italia ha deciso di non restituire i marò, Delhi reagisce duramente e minaccia sanzioni. L'opposizione chiede l'espulsione del nostro ambasciatore. Che intanto ha perso l'avvocato che difendeva i due marinai accusati di omicidio. Dovrà presentarsi davanti alla Corte suprema


La patata è davvero bollente. E chi conosce il linguaggio personale e politico di Manmohan Singh, il primo ministro indiano di poche e pesatissime parole, sa misurare quanto ieri ha detto il capo del governo indiano in parlamento. Un messaggio che, spezzato in brevissimi mini-messaggi, Twitter ha rapidamente veicolato nel mondo. Proprio quello che Singh desiderava e che fa del caso marò un fatto non solo strettamente indiano-italiano ma un manifesto dell'orgoglio nazionale: «Il nostro governo ha già reso noto che questa decisione è inaccettabile – ha detto il premier ai parlamentari (ma questo lo aveva già commentato a botta calda) - ha violato ogni regola diplomatica il che non è nell'interesse di relazioni bilaterali che si basano sulla fiducia. E – ha aggiunto – (mentre) incitiamo a rispettare gli accordi presi davanti alla Corte suprema e chiediamo il ritorno delle persone accusate, cosa che continueremo a fare attraverso il canale diplomatico, se non terrà fede ai suoi impegni, per l'Italia ci saranno conseguenze”.

Il tono è secco e deciso sull'affaire che la stampa indiana definisce “An Italian Job” e non è solo un messaggio rivolto a Roma o al resto del mondo. Singh, che rappresenta un Partito del Congresso che è nel pieno delle polemiche sulla corruzione, sullo scandalo Agusta-Finmeccanica (L'India ieri ha aperto un'inchiesta e la polizia criminale ha iniziato le perquisizioni nelle sedi di Finmeccanica e AgustaWestland per le presunte tangenti per i mezzi Agusta Westland) per non parlare delle proteste per gli stupri, cerca di rispondere alle accuse che provengono da tutta l'opposizione, Bjp – i nazionalisti indù – in testa. A un anno dalle prossime elezioni.
Sono stati i nazionalisti, secondo partito indiano, i primi a chiedere la testa di Daniele Mancini, l'ambasciatore italiano che ha firmato l'impegno di Roma per ottenere la concessione ai due marò di tornare in Italia. Ma adesso il Bjp sostiene che il governo deve dimostrare di non aver in realtà sottoscritto un patto occulto...Leggi tutto su Lettera22

mercoledì 13 marzo 2013

INACCETTABILI E SPERGIURI

Col passare delle ore la vicenda marò inzia a farsi più pesante e diventano più forti le reazioni indiane. Come twitta stamane il primo ministro dell'Unione: "Se italiani non mantengono fede alla loro parola ci sranno conseguenze". Parola di Manomohan Singh questa mattina in parlamento. Un twitt che corre velocemnete in rete e che fa stato della posizione indiana. Era già buio a Delhi e nel Kerala quando, l'altro ieri, è arrivata la notizia che l'Italia non avrebbe rispettato la promessa sui due marinai Girone e Latorre accusati dell'omicidio di due pescatori dell'India del Sud. Così ieri mattina, spulciando i giornali indiani, sembrava che le reazioni fossero state blande. Poi è arrivata la doccia fredda...continua su Lettera22


Leggi anche Matto Miavaldi su Chinafiles

martedì 12 marzo 2013

GREEN ON BLUE E ALTRO

Mentre l'ennesimo scontro al calor bianco tra Washington e Kabul strizza la corda già tesa dei rapporti tra le due capitali, un episodio che solo apparentemente rientra nella routine della guerra afgana esplode a Wardak, la provincia che costituisce una sorta di periferia della capitale e che è uno dei nodi del nervosismo tra Usa e Afghanistan.
Le cronache ancora non perfettamente precise raccontano che un poliziotto afgano, o qualcuno vestito con quella divisa, ha aperto il fuoco in un centro di addestramento militare nel distretto di Jalryz, provincia di Wardak. In quel centro ci sono afgani e americani e, tra gli americani, anche uomini delle “forze speciali”, nell'occhio del ciclone dopo alcuni episodi controversi all'origine di una richiesta di Karzai perché abbandonino la provincia. Il poliziotto spara sembra con un mitragliatore e fa una strage: cinque commando, due americani e tre afgani, cadono sotto i suoi colpi. Una dozzina di commilitoni, o forse anche una ventina, vengono feriti. L'uomo in divisa viene rapidamente abbattuto. I numeri sono incerti, dal numero degli attentatori (uno o più) a quello dei feriti.

Raccontata così sembra l'ennesima storia riconducibile la cosiddetto “green on blue”, dal colore (più o meno) delle divise dei soldati (green gli afgani, blu gli internazionali). Ma questa volta, oltre a un fenomeno in crescita, la cosa si complica e si confonde con l'accusa di Karzai di un paio di settimane fa alle forze speciali americane di aver compiuto o diretto, con l'aiuto di miliziani afgani, operazioni anti guerriglia con mano pesante. Karzai ha anche chiesto che da Wardak se ne vadano.

Come se non bastasse, il caso esplode proprio mentre di Wardak hanno appena parlato a palazzo Hamid Karzai e Chuck Hagel, neo segretario alla Difesa in visita ufficiale, cui è toccato ieri smentire direttamente al presidente possibili “back channel” americani coi talebani. Il giorno prima Karzai aveva lanciato l'accusa sostenendo che statunitensi ed europei stavano trattando in segreto a Doha coi turbanti dopo aver tagliato fuori Kabul. Hagel ha risposto la frase di rito: “senza gli afgani nessuna trattativa”, ma Karzai sembra aver messo un altro colpo a segno. Costringere Hagel a smentire è stata un abile mossa in un momento di nervosismo elevato tra Washington e Kabul tant'è che la conferenza stampa congiunta dopo il colloquio dei due è saltata. Motivi di sicurezza? Non solo. Ci sono parecchi nodi da sciogliere a cominciare proprio dalle polemiche sulle forze speciali, sul passaggio di giurisdizione dei detenuti, sul destino della basi, sul numero di soldati che resteranno in Afghanistan e sulle vittime civili. Che continuano a morire: ieri due meccanici sono stati uccisi da soldati americani per errore nei pressi della capitale perché si erano avvicinati troppo a un loro convoglio. E sempre ieri a Kabul il Transitional Justice Coordination Group (coalizione di associazioni della società civile) ha lanciato l'allarme: andare avanti così non aiuta la pace ma a destabilizzare il Paese.

lunedì 11 marzo 2013

KARZAI-HAGEL, UNO A ZERO PER IL PRESIDENTE


E' toccato a Chuck Hagel, neo segretario alla Difesa, smentire direttamente a Karzai possibili“back channel” americani coi talebani. Ieri Hamid Karzai aveva lanciato l'accusa sostenendo che statunitensi ed europei trattavano in segreto a Doha avendo tagliato fuori Kabul. Oggi Hagel, a colloquio col presidente, ha risposto la frase di rito: senza gli afgani nessuna trattativa. Ammirevole la tecnica usata da Karzai che, nonostante quel si possa pensare di lui, si rivela un fine politico. Se ha lanciato quell'accusa pubblicamente ha in mano qualche asso e comunque, se mai bluffasse, lo sa far bene. Costringere Hagel a smentire in diretta a Kabul è stata un abile mossa. Intanto la conferenza stampa congiunta dopo il colloquio dei due è saltata. Motivi di sicurezza? Anche, scrive l'agenzia Pajhwok, ma non solo. Ci sono un paio di questioni dolenti su cui evidentemente si fatica a trovare un accordo. La polemica sulle forze speciali americane a Wardak (sulla controversa vicenda accaduta oggi in questa provincia torneremo domani), il passaggio di consegne a Bagram (Karzai insiste che avverrà in settimana), il destino della basi, il numero di soldati che resteranno in Afghanistan. Ma intanto Hamid Karzai mette a segno un altro colpo. Uno a zero per il presidente in una guerra dei nervi con Washington con cui i rapporti sono tesi. Interessante il ruolo dei comprimari (tra cui noi italiani). Silenzio e via. Sembra che ormai sia stata girata la pagina e che Kabul sia un nodo solo per Washington. Con buona pace della politica estera comune ma anche di quella dei singoli Stati che hanno militari tra le forze Nato.

Ps Agli oppositori di Karzai la mossa non è affatto piaciuta a hanno condannato l'uscita di ieri del presidente

L'ARTE E IL CORAGGIO DI MALINA SULIMAN




Guardate le immagini delle sue opere sul sito di questa giovane artista afgana, Malina Suliman. Mi sembra un modo di festeggiare la giornata della donna e prendo esempio dal coraggio di questa artista, nota per i suoi grafiti ma che, come potete vedere, sa fare ben altro: dipinge, scolpisce, utilizza materiali diversi. Vive in India ed è già finita, con la sua famiglia, nell'occhio del ciclone integralista. E' di Kandahar. La sua biografia dice che a 23 anni ha scelto di studiare arte realista in Pakistan all'Art Council di Karachi (2010). Poi è tornata a Kabul dove ha creato un'associazione locale di arte contemporanea, Berang (il sito merita una visita). Infine Malina fa ritorno alla sua città natale per creare la Kandahar Fine Arts Association (Kfaa). Vi espone anche le sue opere e apre un laboratorio di arte contemporanea (2012) e, con Kfaa, apre la prima galleria d'arte contemporanea di Kandahar. Una bella scommessa per una città conservatrice ben prima dei talebani.

domenica 10 marzo 2013

KARZAI A MUSO DURO2

I talebani negoziano con americani ed europei in Qatar senza gli afgani. Parola di Hamid Karzai che oggi ne ha avute per tutti. Per Washington, mentre il capo del Pentagono Chuck Hagel è in visita ufficiale a Kabul, e per i talebani, accusati di favorire la presenza straniera con gli attentati che anche ieri hanno ucciso: 9 civili a Kabul e otto a Khost. Gli americani e i talebani smentiscono ma certo l'uscita del presidente, che da qualche mese a questa parte sta alzando i toni, è l'ennesimo strappo con gli Usa. Karzai vuole che le forze speciali americane lascino la provincia di Wardak, dove avrebbero commesso stragi, vuole che tutti i detenuto sotto tutela Usa passino sotto giurisdizione afgana e infine fa il muso duro sulle basi. Trattativa? Ricerca del consenso? Abile negoziato? E a favore di chi? Il gioco si fa duro nel suo ultimo spicchio di governo del Paese prima delle elezioni presidenziali del 2014.

LE PRIME GRANE DI CHUCK HAGEL A KABUL


Sulla scena dell'attentato
suicida restano alla fine nove corpi. Due sono poliziotti ma gli altri semplici poveracci che andavano al lavoro o ne andavano in cerca. Una scena che si ripete e che questa volta si consuma, nel centro di Kabul, a pochi metri dal Palazzo di Karzai e dalla grande area del mercato sul fiume. Obiettivo: il ministero della Difesa dove un uomo in bicicletta si fa esplodere alle 9 del mattino, ora di punta. Obiettivo politico: il benvenuto a Chuck Hagel, neo titolare del Pentagono. Nella spaventosa simmetria di questa guerra selvaggia, qualche centinaio di chilometri più a Sud, nella provincia orientale di Khost, altri due attacchi suicidi: il primo in campagna, il secondo nella capitale di provincia. Obiettivo nei due casi la polizia afgana ma il risultato è simile a quello di Kabul. In città due bambini se la cavano con qualche ferita, ma fuori dal perimetro urbano otto loro piccoli coetanei vengono ammazzati dal kamikaze che si porta via anche un poliziotto.

Se Chuck Hagel voleva quel che si dice il suo “battesimo del fuoco” (era già stato a Kabul ma è la prima volta da ministro) l'ha trovato. Il neo segretario alla Difesa, che Obama ha sudato sette camice a nominare, arriva nella notte di venerdi. In agenda ha gli appuntamenti di rigore con Karzai e il suo omologo Bismillah Mohammadi. Hagel, che pur avendo un passato repubblicano si è distinto in passato per essere un fautore dell'exit strategy dall'Afghanistan e uno dei pochi che denunciò l'epopea guerriera del presidente Bush, voleva farsi un'idea di persona. Eccola qua: i talebani gli mandano a dire che conoscono così bene le sue mosse da presentargli il conto appena arrivato.



Ma dietro quella che è ormai la tragica routine del Paese e la consueta prova di forza a colpi di bombe dei talebani (non è la prima volta che accolgono così le visite ufficiali appena le intercettano) c'è anche un altro punto controverso. E che forse ha anche qualcosa a che vedere con la sanguinaria azione di ieri mattina.

Il 9 marzo era infatti il giorno in cui gli americani avrebbero dovuto fare, con una cerimonia importante, il definitivo passaggio di consegne della Parwan Detention Facility anche detta Bagram Theater Internment Facility e assai più nota come “prigione di Bagram”. Bagram è l'ex mega base sovietica, ora in mano americana, che domina una piccola cittadina a 70 chilometri da Kabul. Tra gli hangar in disuso per elicotteri e Mig i marine ne riadattarono uno prigione. Ma anche a luogo di tortura e interrogatorio per talebani o presunti tali che non godevano nemmeno del titolo di “prigionieri di guerra”: uno scandalo cui è stato messo rimedio con nuove costruzioni accanto alla base ora dirette da un generale afgano. Karzai ha fatto della giurisdizione sui questi uomini un punto d'onore e, alla fine, gli americani, un anno fa, hanno ceduto. Ma il passaggio di consegne che doveva completarsi ieri è saltato. Perchè?

La bomba del mattino non c'entra ed è semmai una reazione alla decisione. E la cancellazione non ha spiegazioni ufficiali. Una la dà il New Yor Times. Agli americani non è piaciuto che Karzai mercoledì scorso abbia pubblicamente criticato la lentezza nel passaggio di consegne ma soprattutto che abbia reiterato la promessa, già in parte operativa, di liberare un buon numero di detenuti appena consegnati alla giustizia afgana (un modo anche per distendere i rapporti con mullah Omar). L'agenzia Pajhwok, sostiene invece che ancora l'accordo non c'è, sebbene la cerimonia fosse in calendario e la stampa pronta per raccontarla.

Gli afgani accusano Washington non solo di aver trasferito solo 3000 dei 3082 prigionieri di Bagram (tra cui ci sono 50 non afgani) dalla prigione americana a quella afgana ma affermano che ci sarebbero altri 600 sospetti ancora in mano loro, ossia uomini che gli americani continuano a catturare e che prima vogliono interrogare. Insomma il caso resta controverso e per ora la marcia si è fermata. Come resta ferma quella sulla riconsegna delle basi o sul loro destino dopo il 2014 quando teoricamente la Nato se ne andrà. Non tutta: secondo James Mattis, a capo dell'United States Central Command (Centcom), in Afghanistan resteranno 20mila soldati. Tredicimila americani e il resto forniti dalla Nato. Quanti dall'Italia?

sabato 9 marzo 2013

BRENNAN, PETRAEUS E LE OMBRE DELLA CIA

La vittoria di Obama nel far passare al Senato la nomina alla Cia di John Brennan, il successore a Langley del generale David Petraeus, è accompagnata da ombre pesanti. E non tanto per il boicottaggio repubblicano che, come nel caso del titolare della Difesa Chuck Hagel, è stato in realtà una battaglia più contro Obama che contro le due nomine (anche se Hagel è indigesto al Grand Old Party che lo considera un traditore). Il fatto è che lo scambio Petraeus-Brennan somma le polemiche sui droni, fiore all'occhiello del pupillo di Obama, all'inchiesta che The Guardian e la Bbc hanno appena pubblicato sui lati più oscuri della guerra in Irak: torture e illegalità con la certezza che Petraeus sapeva.

Quanto a Brennan, i repubblicani hanno fatto ostruzionismo per ore dibattendo se sia possibile che un drone uccida un cittadino statunitense nella stessa America. La risposta è stata logicamente no ma in realtà, oltre alle polemiche che non solo negli Stati uniti accompagnano la politica degli omicidi mirati coi velivoli senza pilota, sono in tanti a interrogarsi sul sistema di sorveglianza anti terroristica che la Cia tiene in piedi e che, oltre a spiare il resto del mondo, classifica e archivia due miliardi di mail al giorno. Ma questo non preoccupa i repubblicani anche se su questa vecchia storia, trama di film, memoriali e thriller, adesso si torna a parlare: l'economista americana di origini olandesi Saskia Sassen ha scritto che l'apparato di sorveglianza è aumentato a dismisura negli ultimi dieci anni e comprende almeno diecimila edifici, un milione di funzionari addetti e circa due miliardi di mail tracciate ogni giorno.

Brennan comunque
ha superato l'impasse al Senato (63 a 34) dopo rassicurazioni ufficiali che i droni non si useranno mai in territorio Usa se non in casi “eccezionali”. E per altro ai repubblicani, il programma non dispiace affatto, specie se ci va di mezzo un “traditore”, come quel Anwar al-Awlaki, leader islamico yemenita nato negli Usa e ucciso nel settembre del 2011 nello Yemen. Da due droni.

Brennan, 58 anni di cui 25 passati alla Cia, già consigliere del presidente per l'antiterrorismo che in quel posto lo voleva dal 2008, è uno dei padri putativi del programma droni: fu il primo l'anno scorso a rivendicarne pubblicamente i successi dal Pakistan alla Libia. Il programma piace al presidente anche se le stime sui civili uccisi sono elevate: secondo un'inchiesta del Bureau of Investigative Journalism, le operazioni dei droni sono migliaia. Solo in Pakistan, nel periodo 2004-2013, i dati raccolti danno un bilancio totale di 362 azioni (310 imputabili all'amministrazione Obama). I morti oscillano tra 2.629 e 3.461. I civili tra 475 e 891 (di cui 176 sarebbero bambini). I feriti tra 1.267 e 1.431. Nello Yemen? Tra 43 e 53 attacchi, tra 228 e 325 civili uccisi tra cui oltre una dozzina sono bambini. L'incertezza sui numeri denuncia la difficoltà di valutare esattamente gli effetti del programma.
Quanto alle ombre sull'ex direttore della Cia (dal settembre 2011 al novembre 2012, quando fu travolto dallo scandalo delle mail rosa), David Petraeus era solo un generale quando andò in Irak ma lì aveva il compito di dirigere tutto, appena un passo dietro al titolare della Difesa Donald Rumsfeld. Come ha rivelato la stampa britannica, Rumsfeld aveva scelto un tal colonnello James Steele, che era stato nelle forze speciali ed era uno “specialista” nelle guerre sporche centramericane, per stroncare con ogni mezzo, e cominciando dai campi di detenzione, soprattutto i miliziani sunniti. Gli fu affiancato un altro specialista: il colonnello in pensione James Coffman. Ebbero soldi e carta bianca e fecero i supervisori di quello spicchio di guerra che fu il più oscuro di tutta l'occupazione. Petraeus era lì. Un'altra macchia sulla sua divisa. E su quella della Cia.

venerdì 8 marzo 2013

BRENNAN ALLA CIA, LA SPUNTA OBAMA

John Brennan, 58 anni di cui 25 passati alla Cia, è il nuovo capo della Central Intelligence Agency. L'ha spuntata dopo un lungo braccio di ferro al Senato, che ha l'ultima parola sulle nomine del presidente degli Stati uniti. Già consigliere di Obama per l'antiterrorismo e che alla Cia lo voleva già nel 2008, è uno dei padri putativi del programma droni: fu il primo l'anno scorso a rivendicarne pubblicamente i successi in Pakistan, Yemen, Somalia, Libia e Afghanistan. Del resto è noto che il programma piace al presidente anche se le stime dei civili uccisi sono elevate.

Ha ha superato l'impasse (63 voti a 34) dopo una filippica di lunga durata (un “filibustering” di 13 ore) condotta dal senatore repubblicano Rand Paul sulla possibilità che i droni siano usati in territorio americano cosa possibile, secondo l'Amministrazione, solo in casi “eccezionali”. Non che ai repubblicani il programma, prediletto da Obama e perfezionato da Brennan, non piaccia, ma qui si trattava di mettere in difficoltà Obama più che Brennan, che è del resto già stato nell'occhio del ciclone diverse volte proprio per i posti che ha occupato, sia alla Cia, sia alla Casa bianca. Più che Brennan, l'ha spuntata Obama

mercoledì 6 marzo 2013

AFGHANISTAN: RESTEREMO IN 20MILA

Quanti soldati resteranno in Afghanistan dopo il 2014? Almeno ventimila, di cui 13,600 americani e il resto in forza alla Nato.

Lo ha sostenuto davanti al Senato del suo Paese il generale americano James Mattis, capo del Centcom (o United States Central Command-UsCentcom), il comando unificato che controlla i teatri di combattimento in Medio oriente, Asia centrale e Nord Africa e dunque anche la guerra in Afghanistan. La sua è una “raccomandazione”, una previsione che fa per la prima volta una cifra abbastanza chiara e che supera le previsioni degli ultimi mesi. Affiancheranno i circa 352mila soldati e poliziotti afgani e saranno quindi circa il 25% delle truppe al momento impiegate sul terreno (circa 90mila).

Se le cifre verranno confermate lo vedremo ma ci sono un paio di domande da farsi. A cosa serviranno tanti sodlati? Per il training dell'esercito afgano son fin troppi. Per far la guardia alle basi che gli americani (e dunque forse la Nato) vogliono conservare invece andrebbero bene. Ma la seconda domanda è se si tratta di una buona scelta. Io la considero pessima. La cifra è comunque così alta da irrigidire i talebani. E soprattutto non supera il grande ostacolo, peccato originale – a mio avviso – del confitto. Il fatto cioè che l'occupazione rimane. E si tratta di un'occupazione univoca, targata Stati uniti e Alleanza atlantica.

Gli afgani hanno a mio giudizio bisogno di truppe di interposizione con mandato di intervento che svolgano un lavoro di polizia internazionale come forza terza di interposizione e peacekeeping. Ciò rassicurerebbe chi teme l'uscita di scena della Nato ma potrebbe anche esser accettata dalla guerriglia. A un patto però: che questa forza sia terza davvero. E le Nazioni unite da sole, per intenderci, non basterebbero. Ci vorrebbe la Lega araba, la Conferenza islamica, la Sco e insomma tutta una serie di camere di compensazione che diano a questa forza un mandato politico chiaro ma davvero autonomo da una sola superpotenza e dai suoi alleati. Impossibile? Forse, chissà. Ma nessuno ci ha mai davvero provato. Anzi, nessuno si vuole sforzare per andare in questa direzione. Mentre la guerra – 90mila o 20mila – continua e a pagare restano gli afgani.

domenica 3 marzo 2013

GRILLO, BERSANI E LE BOMBE DEL GULISTAN

Ho notato con grande soddisfazione che aver postato la foto di un bombardamento italiano di due giorni fa nel Gulistan ha suscitato tantissime reazioni (la ripubblico ingrandita perché è la prima che vedo: mi è stata gentilmente veicolata dall'Aeronautica) segno forse che l'abitudine alla guerra non ha toccato tutti i cuori e le coscienze del mio Paese. Un Paese che, senza nemmeno un decente passaggio parlamentare, ha deciso l'estate scorsa, per scelta del ministro tecnico Di Paola, di armare i nostri caccia in Afghanistan, fino ad allora impegnati in sole azioni ricognitive. La notizia all'epoca di reazioni ne suscitò davvero pochine. Ci fu solo l'Idv a prendere posizione con un'interrogazione parlamentare da cui uscì una conferma: ebbene si, siamo cresciuti, bombardiamo anche noi. Quante volte e con che effetti non è dato sapere. Importante era che ci si abituasse all'idea. Passata sotto silenzio dai maggiori partiti dell'Italia repubblicana, dal Pd al Pdl.

Mi ha scritto un sostenitori del M5S per dirmi che Grillo sulla guerra ha le idee chiare. Ma aihmé anche Beppe Grillo ha passato quelle bombe sotto silenzio. Si certo, sin dal 2002 se non erro ha detto che quella guerra era sbagliata e che bisognava riportare a casa i nostri. Sufficiente? Penso di no. Una posizione simile l'hanno avuta in tanti, articolandola in modi diversi, dall'Idv a Sel, passando per la Lega Nord che, pur essendo al governo, parlò alla pancia del popolino: via dalla guerra, tutti a casa.

Riportare i soldati a casa ormai è solo questione di tempo (entro il 2014 Nato dixit) anche se per ora non si sa con che tempi e con che modi, una delega in bianco lasciata a Di Paola, che decida con comodo. Nessuno, se non uno sparutissimo gruppo di parlamentari (dell'Idv) gli ha mai fatto le pulci. Nessuno, a iniziare dal Pd, ha chiesto chiarezza. Nessuno ha parlato del futuro. Che faremo dopo? E l'Afghanistan lo lasciamo così? E di quelli che temono la guerra civile che facciamo? Diamo loro asilo politico quando saremo tutti tornati a casa? Che facciano pure domanda da Patrasso, dove di solito arrivano a piedi, a un Paese che in materia è piuttosto sordastro.

So di affrontare un argomento così scomodo e negletto da diventare fastidioso. C'è chi ha detto che il pacifismo è roba d'altri tempi. Ma qui non è questione di essere solo pacifisti. Mentre infuria la polemica sul governo, gli Amx partono dalle loro basi e sparano. Non è solo che questo ci costa caro, è che dall'aria si commettono errori da cui troppo spesso non si torna più indietro. Ogni giorno di non governo è un missile in più. Ogni giorno passato a prendere le misure anche. E poi vedremo quando chi andrà a Montecitorio prenderà in mano la matassa. Comincino a dire che gli Amx devono restare a terra. Li facciano tornare a casa prima dei soldati. Spendano una parola sulla guerra più odiosa, quella dall'aria. Chi avrà il coraggio di farlo si prenderà il mio voto. Sono disposto a sacrificare l'ideologia se si salva anche solo una vita umana. Anche se è così lontana che la sua morte non fa rumore. Come le bombe nel Gulistan.

sabato 2 marzo 2013

LA GUERRA? QUESTIONE DI ABITUDINE


Con il consueto anodino e pacato afflato, l'esercito italiano ha informato con uma mail ai giornalisti che seguono il Paese asiatico, che Amx dell’Aeronautica Militare hanno "distrutto due antenne radio dei ribelli" (afgani). Hanno usato "bombe a guida laser" nel distretto del Gulistan - circa 130 miglia a sud est di Herat. Il comunicato spiega che l'"operazione, che ha portato alla distruzione ‘chirurgica’ dei due impianti radio, è stata portata a termine con successo grazie al coordinamento con altri assetti nazionali ed internazionali". Diamine, "chirurgica"! Cosa vorrà dire? Colpito e affondato? Nessuna vittima? Nessuna antenna di qualche tv locale colpita per errore?
(Nella foto un Amx italiano che bombarda: la foto corredava il comunicato stampa, è la prima volta che se ne vede una che io ricordi).

Fare l'abitudine alla guerra è una questione su cui rifletto da tempo. Del resto siamo occupati da altro: un governo che non c'è e la diatriba tra Grillo e Bersani, due personaggi che questa guerra la ignorano. Il primo si limita a dire: tutti a casa. Il secondo la guerra l'ha avallata, seppur con qualche distinguo, e adesso sembra averci fatto anche lui l'abitudine.

Capisco che di questi tempi l'Afghanistan interessi poco, ma il comunicato ci dice che stiamo bombardando, belli tranquilli. Che la guerra corre e va con tutte le sue forze e utilizzando i caccia Amx che sparano chirurgicamente. Lo trovo terribile e trovo aberrante il silenzio che accompagna questa abitudine. E poiché il parlamento uscente sta facendo le valige, non ho nemmeno il conforto di deputati come Di Stanislao e Caforio (si proprio lui, quello che ha rifiutato 5 milioni per cambiare casacca) che in queste cose cercavano di vederci chiaro.

Comunque all'aeronautica rassicurano: "Velivoli ‘Predator’ ed EC27J ‘Jedi’ dell’Aeronautica Militare hanno rispettivamente perlustrato la zona per evitare danni collaterali (il corsivo è mio) e inibito eventuali attivazioni di ordigni esplosivi, mentre un elicottero Chinook 47 e un Mangusta dell’aviazione dell’Esercito hanno trasportato e scortato il team che, da terra, ha diretto l’azione dei cacciabombardieri per garantire una ancor maggiore precisione. Un aereo-cisterna KC 135 statunitense, infine, ha permesso il rifornimento in volo agli AMX". E ancora, tanto per non perdere l'abitudine: "Gli stessi AMX dell’Aeronautica Militare, schierati ad Herat da circa un anno, proprio due giorni prima erano intervenuti nella vicina provincia di Farah fornendo fuoco di copertura in supporto di un convoglio costituito da forze di sicurezza afgane e da militari italiani della Transition Support Unit South attaccato da un gruppo di insorti posizionati in altura". Ben fatto ragazzi! Anche se tanto nessuno se ne accorge.


ps Oggi la Nato si è scusata per aver ucciso per errore due ragazzini in Uruzgan scambiandoli per ribelli. Pare che siano stati uccisi da proiettili sparati da un elicottero. Gli errori si fanno anche raso terra, ma dall'alto sbagliare chirurgicamente è di solito molto più facile