Ho appena ascoltato il commiato da Radiotre Mondo di Emanuele Giordana. Fatico a credere che sia la sua ultima puntata, Manu è come l'erba cattiva, rispunta sempre...Siamo diversi in tutto - stile, interessi, accento, voce, carattere - forse per questo quando ci siamo trovati a condividere microfoni, carta o schermo TV siamo stati bene. A Radio3Mondo abbiamo iniziato insieme, nell'estate di 12 anni fa, durante una breve stagione di co-conduzione. Manu è l'unica persona che mi ha costretto a scappare dal microfono perché non riuscivo a trattenere una risata. Si parlava di Africa orientale, tema non particolarmente esilarante, e di quella battaglia per riportare la stele ad Axum che lui stesso ha ricordato stamani. Un paio di mesi dopo, seguendo questa vena comica, facemmo il numero zero di un programma semi-demenziale semi-giornalistico dal titolo provvisorio "Mondo Trash", con la cura di Betta Parisi e la partecipazione straordinaria di Giovanna Savignano. La proposta non passò, nel frattempo erano cadute le Torri, e "gli esteri", dai media italiani spesso trattati con quei goffi formalismi riservati ai parenti lontani e un po' invadenti, richiedevano "gravitas" e toni compunti, non scherno e leggerezza. Emanuele con acume e leggerezza ha continuato da quei microfoni a portarci in giro, in luoghi spesso misconosciuti e impronunciabili, ma in realtà molto vicini a noi, in questo mondo piccolo piccolo...Mi fermo qui, altrimenti sembra un coccodrillo, in attesa del prossimo, inconfondibile "scararacchio" da rumorista retrò, usato come fosse un voltapagina tra due continenti.
Visualizzazioni ultimo mese
Cerca nel blog
Translate
venerdì 28 giugno 2013
IL MIO SALUTO AGLI ASCOLTATORI
...sono davvero commosso e colpito dalla quantità di messaggi che, via facebook o per mail, ho ricevuto...e che dire dei commenti? Bello avere degli amici "di radio", dei fratelli d'etere, delle principesse virtuali sparse nell'aria del mattino. Non so se riesco a rispondere a tutti ma cercherò di farlo. Per chi avesse tempo da perdere posto qui il sonoro dell'ultima puntata dove, nella parte finale vi mando i miei saluti e posto di seguito il semi-coccodrillo che Luigi Spinola, compagno d'arme e di radio in questi anni, ha scritto su fb. Semi coccodrillo perché ancora non son defunto e continuerò a darmi da fare. Ho molti vizi e difetti ma fortunatamente non soccombo facilmente alla depressione. Non addio dunque, Arrivederci
giovedì 27 giugno 2013
IL MIO ADDIO A RADIO3MONDO (E A RAINEWS)
Devo ringraziare tutti gli ascoltatori che mi hanno scritto, individualmente ma soprattutto su facebook, quando hanno sentito martedi mattina alla radio che questa sarebbe stata la mia ultima settimana di conduzione della rassegna stampa di Radio3Mondo. Mi avevano già chiesto spiegazioni per le conduzioni più rarefatte degli ultimi mesi e avevo glissato. Ma adesso, che manca un giorno alla fine di un turno durato per me 12 anni per una settimana ogni mese (ero stato chiamato da Chiara Galli nel 2001), devo loro qualche spiegazione. Diversi mesi fa la direzione di Radio3 mi ha fatto sapere che il mio ciclo si era concluso. Che la radio deve avere ricambio e che – questo lo so anch'io – nulla è per sempre. Convinto di essere stato in questi anni una risorsa e di avere, per quanto piccola, una discreta fetta di ascoltatori che apprezzano il mio lavoro, ho fatto resistenza anche perché, di questi tempi, perdere un lavoro è un problema più che in altri. Uscivo tra l'altro dalla vicenda di Terra il cui editore mi ha licenziato “per giusta causa” (ossia per mio torto!!!) trovando così l'ennesima scusa per non pagarmi lo stipendio (soldi pubblici). Vicenda ora in mano al tribunale che in merito deciderà.
Ma posso sindacare le decisioni del vertice fino a un certo punto. E' legittimo infatti che la direzione decida come vada fatta la radio e da chi. Direzione che ha lasciato la porta aperta su altre collaborazioni ma per quella cui tengo di più, e che ha rappresentato almeno più di un terzo della mia vita professionale, ho dovuto prendere atto che la missione era compiuta. Domani, ultimo giorno di conduzione, tenterò un bilancio di questi 12 anni e ringrazierò il mio pubblico che per tanto tempo mi ha seguito. Un addio con qualche amarezza e un po' di tristezza ma anche accompagnato dalla convinzione zen che quando un ciclo si chiude è perché se ne sta per aprire un altro. Inshallah.
Alla decisione di Radio3 se n'è aggiunta un'altra. Silente, per altro, e dunque maggiormente ostica. Esattamente 12 anni fa (avevo appena iniziato a Radio3) fui chiamato da Elisabetta Castellani a collaborare con la nascente RaiNews24 dell'indimenticato Roberto Morrione. Allora erano i tempi di Timor Est, un'area su cui avevo qualche competenza per via dei miei studi sull'Indonesia, Paese di cui conosco la lingua e dove avevo fatto la mia tesi di laurea. Era un collaborazione “a pezzo” ma ben retribuita. Col tempo i miei interessi si sono spostati molto sull'Asia meridionale e poi sull'Afghanistan, Paese da cui ho fatto corrispondenze per RaiNews e analisi da studio. Due anni fa, direttore Corradino Mineo, ricevetti una sorta di “premio di produzione”: i miei contratti divennero stabili e non più a pezzo ma a minimo garantito. Una cifra fissa (non elevatissima ma interessante) che era il riconoscimento professionale di tanti anni da portatore d'acqua. Per 24 mesi i contratti sono stati rinnovati d'ufficio e grazie ai buoni auspici della redazione esteri sino all'arrivo di Monica Maggioni sotto la cui direzione il mio contratto è scomparso. Nessun rinnovo. Né una telefonata, né una mail. Neppure un sms con scritto “Ciao e grazie”. Questione di stile.
Se una considerazione si può fare, con le opportune differenze, è che la vita di un conduttore o di un collaboratore a contratto non ha alcuna garanzia (per evitare cause la Rai ha sempre stipulato contratti periodici, anche uno al mese il che deve esser costato in carta, conto approssimativo, qualcosa come 100 chili ovvero un pioppo di circa sette anni di vita anche se ora l'azienda chiede di risparmiare sulle fotocopie). Non parliamo di garanzie sindacali, visto che l'argomento non è mai stato preso in considerazione né dall'Usigrai né dalla Fnsi. Ma non esiste nemmeno una seppur minima tutela economica visto che, quale che sia il numero di anni continuativamente lavorati, non avete diritto alla più piccola liquidazione. Si può dire ciao o non fare nemmeno quello e il gioco finisce lì... Eppure proprio la Rai ha nei conduttori la spina dorsale dei suoi programmi ma un tentativo di organizzarci sindacalmente e autonomamente alcuni anni fa fallì proprio per la natura stessa del rapporto: individuale. Ognuno per sé e Dio per tutti. Ecco perché se c'è una cosa che fa male – oltre alla fine del ciclo – è quel far finta di nulla di alcuni colleghi. Molti per la verità mi hanno chiamato, abbracciato, sorriso. Altri, forse semplicemente ignorando il mio destino, nemmeno quello.
Resta la soddisfazione degli ascolti e, come diceva mia madre, la coscienza di aver fatto bene il proprio lavoro. Nessun rimpianto e il bel ricordo di una battaglia proprio per Radio3 condotta con una raccolta di firme dalle colonne di Lettera22 (purtroppo quei post sono antichi e non più conservati in archivio), mettendoci la faccia quando avevo appena iniziato a collaborare. Con qualche colpo di tosse e pasticciando i fogli sul tavolo, il che mi valse il soprannome del...”miglior rumorista di Radio3”. Una mansione che, non a caso forse, non esiste più.
mercoledì 26 giugno 2013
IL CHI E' DEI TALEBANI A DOHA
Estratto dal documentato articolo di ROD NORDLAND e ALISSA J. RUBIN uscito ieri sul Nyt col titolo Taliban’s Divided Tactics Raise Doubts Over Talks. Nomi e funzioni dei delegati della guerriglia in turbante
Among the delegation are six former diplomats, five ex-ministers or deputy ministers, and four preachers...They are all seen as close adherents of Mullah Omar. One, Tayeb Agha, the apparent leader of the delegation, was his secretary and chief of staff. Another, Hafiz Aziz Rahman Ahadi, is the son of Mullah Omar’s teacher at his madrassa in Quetta, Pakistan...
While there are some two dozen Taliban officials here — along with their families, they number a couple of hundred people in all — most are administrative and support staff. The emissaries are by Taliban leadership standards relatively young, mostly in their 40s. Tayeb Agha is apparently the youngest, at age 37 or 38.
Although Mr. Agha is reportedly a fluent English speaker, he was not speaking out for the group last week. That role was filled by Sohail Shaheen, a former second secretary in the Taliban’s embassy in Islamabad, Pakistan...The group’s other spokesman, Mohammad Naim Wardak, in his 40s, is also fluent in English, and speaks Arabic and German as well. When the Taliban were in power, he was posted to embassies and consulates in Pakistan and the United Arab Emirates.
Of the nine known delegates here, at least three are on the United Nations blacklist that authorizes the seizing of assets — and prevents international travel. However, it appears that special arrangements were made to allow them to come to Doha. The listed men are Shahbuddin Delawar, described by the United Nations as either 56 or 60, a veteran diplomat and deputy supreme court justice for the Taliban government; Sher Mohammad Abbas Stanekzai, described as about 50, a former public health minister; and Qari Din Mohammad Hanif, who is about 58, an ethnic Tajik from Badakhshan and the only non-Pashtun member of the delegation. Mr. Shaheen had previously been listed, but was delisted in anticipation of his role in Doha, a Western official said. The other confirmed delegates include Mualavi Nik Mohammad, age unknown, from Panjwai District in Kandahar, a former minister of agriculture and commerce, and Khalifa Sayid Rasul Nangarhari, a former low-level diplomat about whom little is known.
Qatar and other countries are providing extensive monetary aid to support the Taliban office, allocating a total of $100 million for it, according to Mualavi Shahzada Shahid, the spokesman for the Afghan government’s High Peace Council. There was no independent confirmation of that figure, although at one point the United States, Japan and other allies had allocated a quarter-billion dollars for peace and reconciliation efforts in Afghanistan....
L'articolo fa riferimento anche alla "duplice tattica" (parlare di pace a Doha, combattere in Afghanistan) di cui abbiamo appena avuto prova con l'attacco ad Arg, il palazzo presidenziale, e alla sede della Cia di Kabul. Si veda l'articolo di G. Battiston su Lettera22
Among the delegation are six former diplomats, five ex-ministers or deputy ministers, and four preachers...They are all seen as close adherents of Mullah Omar. One, Tayeb Agha, the apparent leader of the delegation, was his secretary and chief of staff. Another, Hafiz Aziz Rahman Ahadi, is the son of Mullah Omar’s teacher at his madrassa in Quetta, Pakistan...
While there are some two dozen Taliban officials here — along with their families, they number a couple of hundred people in all — most are administrative and support staff. The emissaries are by Taliban leadership standards relatively young, mostly in their 40s. Tayeb Agha is apparently the youngest, at age 37 or 38.
Although Mr. Agha is reportedly a fluent English speaker, he was not speaking out for the group last week. That role was filled by Sohail Shaheen, a former second secretary in the Taliban’s embassy in Islamabad, Pakistan...The group’s other spokesman, Mohammad Naim Wardak, in his 40s, is also fluent in English, and speaks Arabic and German as well. When the Taliban were in power, he was posted to embassies and consulates in Pakistan and the United Arab Emirates.
Of the nine known delegates here, at least three are on the United Nations blacklist that authorizes the seizing of assets — and prevents international travel. However, it appears that special arrangements were made to allow them to come to Doha. The listed men are Shahbuddin Delawar, described by the United Nations as either 56 or 60, a veteran diplomat and deputy supreme court justice for the Taliban government; Sher Mohammad Abbas Stanekzai, described as about 50, a former public health minister; and Qari Din Mohammad Hanif, who is about 58, an ethnic Tajik from Badakhshan and the only non-Pashtun member of the delegation. Mr. Shaheen had previously been listed, but was delisted in anticipation of his role in Doha, a Western official said. The other confirmed delegates include Mualavi Nik Mohammad, age unknown, from Panjwai District in Kandahar, a former minister of agriculture and commerce, and Khalifa Sayid Rasul Nangarhari, a former low-level diplomat about whom little is known.
Qatar and other countries are providing extensive monetary aid to support the Taliban office, allocating a total of $100 million for it, according to Mualavi Shahzada Shahid, the spokesman for the Afghan government’s High Peace Council. There was no independent confirmation of that figure, although at one point the United States, Japan and other allies had allocated a quarter-billion dollars for peace and reconciliation efforts in Afghanistan....
L'articolo fa riferimento anche alla "duplice tattica" (parlare di pace a Doha, combattere in Afghanistan) di cui abbiamo appena avuto prova con l'attacco ad Arg, il palazzo presidenziale, e alla sede della Cia di Kabul. Si veda l'articolo di G. Battiston su Lettera22
lunedì 24 giugno 2013
domenica 23 giugno 2013
BATTAGLIE MINORI
Eccola qui la famosa bandiera dei talebani.
Com'è noto il suo sventolio sull'ufficio del Qatar e la dizione "Ufficio dell'Emirato islamico d'Afghanistan" su una targa all'ingresso dell'edificio a Doha hanno cerato un caso politico. Poi targa e bandiera sono state rimosse. Ecco come la guerriglia in turbante commenta la vicenda sul suo sito, sostenendo che non vi fu mai accordo con gli americani per non farla sventolare e come invece i qatarioti avessero dato il loro assenso a targa e sventolio. Battaglie minori di una tragedia: il negoziato di pace fantasma.
Com'è noto il suo sventolio sull'ufficio del Qatar e la dizione "Ufficio dell'Emirato islamico d'Afghanistan" su una targa all'ingresso dell'edificio a Doha hanno cerato un caso politico. Poi targa e bandiera sono state rimosse. Ecco come la guerriglia in turbante commenta la vicenda sul suo sito, sostenendo che non vi fu mai accordo con gli americani per non farla sventolare e come invece i qatarioti avessero dato il loro assenso a targa e sventolio. Battaglie minori di una tragedia: il negoziato di pace fantasma.
venerdì 21 giugno 2013
LA FIGURACCIA DI WASHINGTON E L'UFFICIO DEI TALEBANI
Washington fa marcia indietro: “Nessun incontro in agenda coi talebani”. Italia e Germania confermano: resteramo anche dopo il 2014
Il giorno dopo l'affaire dell'ufficio politico dei talebani a Doha e dell'imminente negoziato tra turbanti e americani è il giorno delle smentite e delle marce indietro. Ma, sul fronte della permanenza delle truppe della Nato, è anche il giorno della marcia avanti. Per Italia e Germania.
I due ministri della Difesa, Mario Mauro e Thomas de Maizière, spiegano in una conferenza stampa congiunta a Herat che entrambi i Paesi resteranno anche dopo il 2014. A fianco c'è il generale Bismillah Mohammadi, loro omologo afgano. I due ministri chiariscono quanto già sappiamo (non forze “combat” ma solo di sostegno e training), numeri però non ne fanno e restano sul vago anche sulla permanenza. Mauro fa sapere che la visita a Herat ha l'intento di assumere informazioni per il necessario vaglio del Parlamento italiano e nel suo discorso rivendica i successi della presenza occidentale citando otto milioni di bambini a scuola. Entrambi sottolineano i paletti di una Costituzione che salvaguarda diritti umani e di genere e in tal modo sembrano voler, unica voce europea, entrare nel merito della disputa con relativo polverone alzato dagli Stati uniti nei giorni scorsi a proposito dell'ufficio talebano a Doha. Ma sul punto evitano polemiche, nella scia consolidata che gli alleati non si criticano nemmeno quando fanno sbagli colossali.
Lo sbaglio colossale è degli Stati uniti ed è quello di aver pompato – forse per un calcolo tattico propagandistico - l'indiscrezione secondo cui già da ieri americani e talebani avrebbero inaugurato il nuovo ufficio di mullah Omar a Doha con negoziati bilaterali, in barba a Kabul. La pronta reazione di Karzai - sdegnato dall'ennesima scelta che lo mette all'angolo e indignato perché quell'“ufficio” improvvisamente è diventato un'ambasciata dell'Emirato islamico d'Afghanistan con tanto di bandiera coranica - provoca la marcia indietro. La prima è telefonica. Nel cuore della notte e poi ancora ieri mattina: Kerry da una parte, dall'altra Karzai. Nella telefonata il capo della diplomazia statunitense fa mille scuse al presidente mentre a Doha la bandiera talebana viene ammainata e gli sceriffi dell'emiro del Qatar fanno sparire la pomposa placca che annuncia la sede dell'Emirato, foriera di tanto disastro politico-diplomatico. Di più. Lo stesso Obama chiarisce che «vogliamo vedere parlare afgani con afgani» mentre i i famosi colloqui bilaterali imminenti diventano una variabile nebulosa e per ora senza alcuna data in agenda. Si vedrà.
La marcia indietro è tanto evidente quanto imbarazzante. Lo è per Washington e lo è per Bruxelles. La vince Karzai un'altra volta tanto che nessuno prende in seria considerazione quanto il portavoce talebano Mohammad Naeem dice all'emittente russa Rfe/Rl: «Vogliamo un governo che comprenda tutti gli afgani. Dovrà essere un governo a cui possano partecipare tutti i rappresentanti del nostro popolo, che dia la speranza agli afgani di essere un governo di tutti». Apertura (condizionata comunque al ritiro delle truppe) altrimenti degna di nota ma che finisce per passare quasi inosservata.
Non passa invece inosservata, specie sui media afgani, la posizione di Cina e India, veri supporter del presidente afgano, tre giorni fa delegittimato, seppur indirettamente, dall'improvvida accelerazione di Washington. I due colossi asiatici esprimono solidarietà a Karzai e Pechino chiarisce: «La comunità internazionale deve garantire assistenza al processo di pace sulla base del rispetto dell'indipendenza del Paese». Il colmo: prendere lezioni di democrazia rappresentativa e di galateo diplomatico proprio dalla Cina.
Il giorno dopo l'affaire dell'ufficio politico dei talebani a Doha e dell'imminente negoziato tra turbanti e americani è il giorno delle smentite e delle marce indietro. Ma, sul fronte della permanenza delle truppe della Nato, è anche il giorno della marcia avanti. Per Italia e Germania.
I due ministri della Difesa, Mario Mauro e Thomas de Maizière, spiegano in una conferenza stampa congiunta a Herat che entrambi i Paesi resteranno anche dopo il 2014. A fianco c'è il generale Bismillah Mohammadi, loro omologo afgano. I due ministri chiariscono quanto già sappiamo (non forze “combat” ma solo di sostegno e training), numeri però non ne fanno e restano sul vago anche sulla permanenza. Mauro fa sapere che la visita a Herat ha l'intento di assumere informazioni per il necessario vaglio del Parlamento italiano e nel suo discorso rivendica i successi della presenza occidentale citando otto milioni di bambini a scuola. Entrambi sottolineano i paletti di una Costituzione che salvaguarda diritti umani e di genere e in tal modo sembrano voler, unica voce europea, entrare nel merito della disputa con relativo polverone alzato dagli Stati uniti nei giorni scorsi a proposito dell'ufficio talebano a Doha. Ma sul punto evitano polemiche, nella scia consolidata che gli alleati non si criticano nemmeno quando fanno sbagli colossali.
Lo sbaglio colossale è degli Stati uniti ed è quello di aver pompato – forse per un calcolo tattico propagandistico - l'indiscrezione secondo cui già da ieri americani e talebani avrebbero inaugurato il nuovo ufficio di mullah Omar a Doha con negoziati bilaterali, in barba a Kabul. La pronta reazione di Karzai - sdegnato dall'ennesima scelta che lo mette all'angolo e indignato perché quell'“ufficio” improvvisamente è diventato un'ambasciata dell'Emirato islamico d'Afghanistan con tanto di bandiera coranica - provoca la marcia indietro. La prima è telefonica. Nel cuore della notte e poi ancora ieri mattina: Kerry da una parte, dall'altra Karzai. Nella telefonata il capo della diplomazia statunitense fa mille scuse al presidente mentre a Doha la bandiera talebana viene ammainata e gli sceriffi dell'emiro del Qatar fanno sparire la pomposa placca che annuncia la sede dell'Emirato, foriera di tanto disastro politico-diplomatico. Di più. Lo stesso Obama chiarisce che «vogliamo vedere parlare afgani con afgani» mentre i i famosi colloqui bilaterali imminenti diventano una variabile nebulosa e per ora senza alcuna data in agenda. Si vedrà.
La marcia indietro è tanto evidente quanto imbarazzante. Lo è per Washington e lo è per Bruxelles. La vince Karzai un'altra volta tanto che nessuno prende in seria considerazione quanto il portavoce talebano Mohammad Naeem dice all'emittente russa Rfe/Rl: «Vogliamo un governo che comprenda tutti gli afgani. Dovrà essere un governo a cui possano partecipare tutti i rappresentanti del nostro popolo, che dia la speranza agli afgani di essere un governo di tutti». Apertura (condizionata comunque al ritiro delle truppe) altrimenti degna di nota ma che finisce per passare quasi inosservata.
Non passa invece inosservata, specie sui media afgani, la posizione di Cina e India, veri supporter del presidente afgano, tre giorni fa delegittimato, seppur indirettamente, dall'improvvida accelerazione di Washington. I due colossi asiatici esprimono solidarietà a Karzai e Pechino chiarisce: «La comunità internazionale deve garantire assistenza al processo di pace sulla base del rispetto dell'indipendenza del Paese». Il colmo: prendere lezioni di democrazia rappresentativa e di galateo diplomatico proprio dalla Cina.
giovedì 20 giugno 2013
PERDERE LA GUERRA E ORA LA PACE (E LA FACCIA)
Qualche consiglio al governo del mio Paese
La Nato, e con lei l'Italia come tutti i Paesi della coalizione, la guerra militare in Afghanistan l'hanno persa. Adesso si tratta di non perdere la pace e, tra l'altro, anche la faccia. A quel che pare di capire della controversa vicenda dell'apertura dell'ufficio dei talebani in Qatar, gli americani hanno sparato una già acquisita riunione con la guerriglia (ieri poi negata). Inevitabile la reazione del governo Karzai che si è sentito delegittimato da possibili colloqui diretti – e questa volta ufficiali – tra Washington e l'Emirato islamico che fa capo a una parte (non certo tutta) della galassia talebana. Per gli americani l'anticipazione serviva forse a rimarcare che nel giorno del passaggio di consegne sulla sicurezza dalla Nato all'autorità afgana, si chiudeva il capitolo guerra per aprire quello negoziale. Sotto il profilo tattico e propagandistico questa linea non fa una piega (per gli americani) ma non poteva che produrne tantissime nel rapporto con l'alleato Karzai, che considera (giustamente) il negoziato una questione “tra afgani”, non certo eterodiretta da qualche capitale, sia Washington o Islamabad. Per quanto attanagliato da una corruzione endemica, delegittimato da un'elezione presidenziale gravata da brogli, ancora inefficiente sul piano della governance, dovrebbe essere il governo di Kabul ad avere in mano le redini del processo di pace. Legittimarlo un giorno e il giorno dopo screditarlo, forse fa il gioco tattico di Washington ma non fa quello di Kabul e, a nostro modesto avviso, nemmeno di Berlino o di Roma.
In questi casi è bene affidarsi ai buoni consigli degli afgani (vedi articolo a fianco) quali sono stati quelli che, ieri pomeriggio, una delegazione della società civile afgana ha suggerito in un incontro a Roma al vice presidente della Commissione esteri del Senato, il Pd Paolo Corsini, che li ha ascoltati con molto interesse.
Gli attivisti afgani, non sospettabili di simpatie governative né di amicizie talebane, sono stati chiari su due punti: il primo è il principio di sovranità nazionale e quindi, hanno detto a Corsini, è al governo in carica che spetta condurre il negoziato. Il secondo è che la comunità internazionale può avere un ruolo forte nell'appoggiare quelle istanze che rispettino la Costituzione e cioè i pochi successi acquisiti in tema di libertà di stampa e diritti umani e di genere durante oltre dieci anni di occupazione militare. Hanno suggerito che l'Italia spinga il governo Karzai a fare quel che finora non ha fatto: cambiare la composizione dell'Alto consiglio di pace, deputato a trattare coi talebani. La polemica è antica: quando fu istituito, i suoi 80 membri furono accusati proprio dagli attivisti di essere vecchie facce in gran parte legate a signori della guerra marcatamente antitalebani che, agli occhi della guerriglia in turbante, non potevano certo apparire super partes: con tale struttura, composta da personaggi che han sempre fatto la guerra, la riconciliazione non può camminare. Se a questo aggiungiamo il modo in cui gli americani (e i tedeschi, a loro modo francesi e giapponesi e dall'altra parte sauditi, pachistani, catarioti) stanno gestendo la “loro” agenda di pace, la frittata è fatta.
Per uscire dal guado serve una posizione netta: non ingerenza ma debita pressione che raffreddi gli entusiasmi e gli asolo americani, appoggi un processo di pace trasparente e consigli Karzai sulla formazione del Consiglio. Stare a guardare una partita giocata da altri significa, dopo la guerra, perdere anche la pace. E, ovviamente, la faccia.
mercoledì 19 giugno 2013
PASSAGGIO DI MANO A KABUL, INCOGNITE A DOHA, PEOCCUPAZIONI A ROMA
Il 18 giugno potrebbe essere ricordato nella storia afgana come un giorno davvero particolare. E non solo perché ieri, formalmente, la gestione della sicurezza è passata dalla Nato a esercito e polizia locale, ma anche perché la notizia dell'apertura di un ufficio politico dei talebani in Qatar è stata accompagnata da un profluvio di altre notizie inneggianti a una svolta imminente per il processo di pace, nuova speranza in fondo al tunnel. Un'analisi distaccata invita però a raffreddare speranze negoziali troppe volte annunciate ma rimaste pie intenzioni. Tutto questo mentre in Italia una delegazione della società civile afgana è stata ricevuta alla Camera da oltre venti parlamentari a cui è stata espressa la preoccupazione che l'uscita di scena definitiva della Nato nel 2014 equivalga anche un oblio politico. Che – dicono gli afgani – non riprecipiterà il Paese nel caos ma rischia di lasciarlo in balia dei suoi potenti vicini, attori consolidati di una moderna riedizione del “Grande gioco”.
La Nato a Kabul
La quinta fase del passaggio di consegne mette da ieri in mano agli afgani il “90% delle operazioni militari”, spiega con enfasi il segretario della Nato Rasmussen secondo cui, entro il 2014, il passaggio sarà completato, nel momento in cui la stragrande maggioranza delle forze occidentali saranno tornate a casa. Restano ombre tutte da chiarire. Chi e quanti resteranno, dove, come. E appare bizzarro che proprio nel giorno del passaggio di mano, si venga a sapere che un raid Nato avrebbe ucciso tre ragazzini nel distretto di Baraki Barak, provincia di Logar. Resta poi tutta l'incognita politica su cui si interrogano cittadini e analisti. Uno di questi è Ahmad Joyenda, invitato dalla Rete Afgana all'incontro con i parlamentari convocato dalla Pd Federica Mogherini e cui hanno partecipato Pd, Sel e 5stelle.
Afgani a Roma
Joyenda, direttore di un prestigioso centro di ricerca (Areu), ex parlamentare e noto a Kabul come il “Papà della società civile” (ha 62 anni ed è tra i membri dell'intellighenzia a non aver mai lasciato il Paese), spiega che gli afgani non si aspettano il caos: “Abbiamo 350mila soldati e poliziotti e i sondaggi dicono che il consenso ai talebani è del 7%. La vera preoccupazione del 93% degli afgani è l'ingerenza di Iran e Pakistan nei nostri affari”. Uno spettro che, a torto o a ragione, gli afgani pensano possa essere scacciato dalla presenza occidentale. Nell'incontro Giulio Marcon (tra l'altro tra i fondatori di Afgana nel 2007) fa le pulci a una missione che continua a far parte di un'alleanza di parte e rilancia il ruolo dell'Onu augurandosi un «cambio di paradigma e il superamento di una pigrizia politica che ci impedisce di trovare soluzioni diverse nelle aree di conflitto». Mogherini, da sempre attenta alle vicende afgane, promette un «impegno non solo sull'investimento non militare ma proprio sul rafforzamento della società civile». E il 5stelle Artini fa sua la proposta di reinvestire il 30% del risparmio ottenuto dal ritiro militare in attività di cooperazione.
Talebani a Doha
Intanto a Doha qualcosa di muove anche se per ora la montagna ha partorito un topolino. Da un anno si discute dell'apertura dell'ufficio dei talebani che adesso è realtà. In un comunicato teletrasmesso Mohammed Naim, portavoce dell'ufficio, dice che la guerriglia in turbante vuol parlare agli afgani e non vuole coinvolgere altri Paesi, messaggio che però non cancella gli insulti con cui fino a ieri -a parole e a suon di stragi – ha preso di mira Karzai, “puppet” degli americani. I quali fanno sapere – scrive la Bbc - che negoziati diretti tra loro e la guerriglia sono imminenti. Una sorta di trilaterale o di bilaterale ancora tutta da definire che ognuno pare interpretare a modo suo: Karzai, che della cosa ha parlato durante la cerimonia con Rasmussen per il passaggio di consegne, ha detto di aver mandato in Qatar emissari dell'Alto consiglio di Pace (con cui i talebani si son sempre rifiutati di parlare) e che anche a suo avviso il dialogo deve essere solo interafgano escludendo terzi. Karzai pensa al Pakistan? O agli americani? O all'Iran dove i talebani sono appena stati in delegazione? Per ora in fondo al tunnel la luce è davvero tenue. A tenere acceso quel fioco lume c'è sullo sfondo il potente emiro del Qatar.
Lettera22
La Nato a Kabul
La quinta fase del passaggio di consegne mette da ieri in mano agli afgani il “90% delle operazioni militari”, spiega con enfasi il segretario della Nato Rasmussen secondo cui, entro il 2014, il passaggio sarà completato, nel momento in cui la stragrande maggioranza delle forze occidentali saranno tornate a casa. Restano ombre tutte da chiarire. Chi e quanti resteranno, dove, come. E appare bizzarro che proprio nel giorno del passaggio di mano, si venga a sapere che un raid Nato avrebbe ucciso tre ragazzini nel distretto di Baraki Barak, provincia di Logar. Resta poi tutta l'incognita politica su cui si interrogano cittadini e analisti. Uno di questi è Ahmad Joyenda, invitato dalla Rete Afgana all'incontro con i parlamentari convocato dalla Pd Federica Mogherini e cui hanno partecipato Pd, Sel e 5stelle.
Afgani a Roma
Joyenda, direttore di un prestigioso centro di ricerca (Areu), ex parlamentare e noto a Kabul come il “Papà della società civile” (ha 62 anni ed è tra i membri dell'intellighenzia a non aver mai lasciato il Paese), spiega che gli afgani non si aspettano il caos: “Abbiamo 350mila soldati e poliziotti e i sondaggi dicono che il consenso ai talebani è del 7%. La vera preoccupazione del 93% degli afgani è l'ingerenza di Iran e Pakistan nei nostri affari”. Uno spettro che, a torto o a ragione, gli afgani pensano possa essere scacciato dalla presenza occidentale. Nell'incontro Giulio Marcon (tra l'altro tra i fondatori di Afgana nel 2007) fa le pulci a una missione che continua a far parte di un'alleanza di parte e rilancia il ruolo dell'Onu augurandosi un «cambio di paradigma e il superamento di una pigrizia politica che ci impedisce di trovare soluzioni diverse nelle aree di conflitto». Mogherini, da sempre attenta alle vicende afgane, promette un «impegno non solo sull'investimento non militare ma proprio sul rafforzamento della società civile». E il 5stelle Artini fa sua la proposta di reinvestire il 30% del risparmio ottenuto dal ritiro militare in attività di cooperazione.
Talebani a Doha
Intanto a Doha qualcosa di muove anche se per ora la montagna ha partorito un topolino. Da un anno si discute dell'apertura dell'ufficio dei talebani che adesso è realtà. In un comunicato teletrasmesso Mohammed Naim, portavoce dell'ufficio, dice che la guerriglia in turbante vuol parlare agli afgani e non vuole coinvolgere altri Paesi, messaggio che però non cancella gli insulti con cui fino a ieri -a parole e a suon di stragi – ha preso di mira Karzai, “puppet” degli americani. I quali fanno sapere – scrive la Bbc - che negoziati diretti tra loro e la guerriglia sono imminenti. Una sorta di trilaterale o di bilaterale ancora tutta da definire che ognuno pare interpretare a modo suo: Karzai, che della cosa ha parlato durante la cerimonia con Rasmussen per il passaggio di consegne, ha detto di aver mandato in Qatar emissari dell'Alto consiglio di Pace (con cui i talebani si son sempre rifiutati di parlare) e che anche a suo avviso il dialogo deve essere solo interafgano escludendo terzi. Karzai pensa al Pakistan? O agli americani? O all'Iran dove i talebani sono appena stati in delegazione? Per ora in fondo al tunnel la luce è davvero tenue. A tenere acceso quel fioco lume c'è sullo sfondo il potente emiro del Qatar.
Lettera22
domenica 16 giugno 2013
IL TERRIBILE CONTAGIO STRAGISTA
Quando si dice “pachistanizzazione” (o irachizzazione) della guerra afgana...Prendete l'orribile strage di ieri a Quetta, rivendicata da Lashkar-i-Jhangvi (gruppo radicale di vecchia data, ora filoqaedista e filo talebano ma con uno spiccato focus anti sciita. E' stato messo al bando ai tempi di Musharraf. Il gruppo tentò di assassinare Nawaz Sharif). In Pakistan c'è una lunga scia di sangue stragista ma da un paio d'anni le cose stanno precipitando con un'ottica a “colpire nel mucchio”. Il Sardar Bahadur Khan Women's University di Quetta ad esempio (nella foto) non mi risulta che sia un'università sciita o comunque confessionale: E peraltro mettere una bomba su un minibus di laurende mi pare non faccia senso comune se non quello di procurare uno stato di terrore esteso tra la popolazione civile (continuato ieri con l'assalto all'ospedale vicino). Ma questa tendenza si va lentamente diffondendo anche in Afghanistan, rendendo quella guerra,se mai ce ne fosse bisogno, ancora più sporca (di sangue innocente). C'è una vena di pura follia nella guerra e in chi ne fa un mestiere, ma queste cose non accadono mai per caso. In Pakistan c'è una guerra in corso (non ufficializzata) che usa modalità ben peggiori di quella afgana. Ma il contagio su quella porosa frontiera tende a diffondersi rapidamente
sabato 15 giugno 2013
LA STRATEGIA BIFRONTE DEI TALEBANI
Lo spaventoso attacco dell'11 giugno che ha ammazzato quasi 20 persone (erano 17 nel bilancio della giornata ma molta gente muore poi in ospedale) è stato rivendicato dai talebani in un comunicato che però era già sparito dalla home dell'Emirato nei giorni a seguire. La dinamica è stata la seguente: un'auto piena di esplosivo è esplosa nel parcheggio della corte suprema mentre tre minibus aspettavano i funzionari in uscita alle 16 di quel dannato pomeriggio. Nel rivendicare, i talebani hanno dichiarato di aver ucciso 50 top-level della corte (ossia giudici o alti funzionari) ma, a parte il numero, è abbastanza facile capire che i top alla corte ci vanno in macchina e che a prendere i bus, se non son proprio gli inservienti, sono i funzionari di livello medio-basso. E' stata dunque una strage terroristica premeditata di civili, posto che è difficile considerare la Corte suprema – e soprattutto i suoi uomini, siano o meno giudici – un obiettivo militare. Ci sono già stati altri attentati ai ministeri (Giustizia, Interni, etc) ma mai così stragisti. Mai così mirati – sebbene l'attacco alla corte sia rivendicato come politico-militare – ai civili, che tali sono i suoi funzionari. Non si tratta qui di effetti collaterali in un'azione di guerriglia (come io ritengo l'assalto all'aeroporto nei giorni precedenti e persino l'attentato che ha ucciso il povero La Rosa checché ne pensi il ministro Mauro): si tratta, nel caso della corte, di un atto di terrorismo bello e buono che si differenzia da un atto di guerra quando l'obiettivo sono appunto civili (e non militari o poliziotti), fossero pure funzionari del governo più o meno top. Il salto logico mi preoccupa. Non siamo ancora alle bombe nei bazar ma la faglia è sottile, il confine fragile.
I talebani (quelli in capo a mullah Omar) hanno finora seguito una strategia ambigua: primo, rivendicano tutte le azioni tranne quelle eclatantemente fuori linea (è stato il caso dell'attacco all'Icrc di Jalalabad, da cui hanno preso le distanze, e fu il caso dell'eccidio due anni fa di un'intera Ong nel Nord che prima fu rivendicato e poi smentito); secondo, le azioni tendono a essere solitamente “di guerra” contro obiettivi militari (caserme, check point, convogli) stranieri e nazionali, una pratica che però (con le bombe sporche Ied) coinvolge in massima parte i civili, effetti collaterali di queste azioni. Nei fatti la sostanza non cambia, ma per capire come si muove il movimento è bene fare la distinzione. Come dicevo, fatti di sangue gravi ed eminentemente terroristici con un grosso coinvolgimento di civili, sono avvenuti ma assai raramente (ci sono state ad esempio anche bombe nelle moschee). Il succo che se ne può trarre è che, com'è noto, nel movimento si agitano anime diverse con strategie e agende differenti. La shura di Quetta, espressione del sito Voices of Jihad e di mullah Omar, per non sbagliare rivendica quasi tutto, salvo fare qualche distinguo: una tattica per alzare il livello dello scontro e fare proprie anche azioni che non sono condivise pienamente dalla shura stessa. E' in questo senso che la guerriglia, che in realtà è in difficoltà dal punto di vista militare, si va irachizzando (o pachistanizzando che mi pare più appropriato). Vittime della loro stessa frammentazione, i talebani stanno perdendo di vista l'obiettivo del consenso che, con certe azioni (non con altre), inevitabilmente si riduce. Una strategia perdente anche se al momento riesce a far parlare di sé: con la complicità di una stampa disattenta e ormai incapace di analisi tanto è lontana dal campo di battaglia, che ha dato rilievo magari all'attacco all'aeroporto o all'uccisione di La Rosa ma che ha completamente ignorato (specie in Italia) la strage della corte suprema. La più interessante per capire come stanno andando le cose.
I talebani (quelli in capo a mullah Omar) hanno finora seguito una strategia ambigua: primo, rivendicano tutte le azioni tranne quelle eclatantemente fuori linea (è stato il caso dell'attacco all'Icrc di Jalalabad, da cui hanno preso le distanze, e fu il caso dell'eccidio due anni fa di un'intera Ong nel Nord che prima fu rivendicato e poi smentito); secondo, le azioni tendono a essere solitamente “di guerra” contro obiettivi militari (caserme, check point, convogli) stranieri e nazionali, una pratica che però (con le bombe sporche Ied) coinvolge in massima parte i civili, effetti collaterali di queste azioni. Nei fatti la sostanza non cambia, ma per capire come si muove il movimento è bene fare la distinzione. Come dicevo, fatti di sangue gravi ed eminentemente terroristici con un grosso coinvolgimento di civili, sono avvenuti ma assai raramente (ci sono state ad esempio anche bombe nelle moschee). Il succo che se ne può trarre è che, com'è noto, nel movimento si agitano anime diverse con strategie e agende differenti. La shura di Quetta, espressione del sito Voices of Jihad e di mullah Omar, per non sbagliare rivendica quasi tutto, salvo fare qualche distinguo: una tattica per alzare il livello dello scontro e fare proprie anche azioni che non sono condivise pienamente dalla shura stessa. E' in questo senso che la guerriglia, che in realtà è in difficoltà dal punto di vista militare, si va irachizzando (o pachistanizzando che mi pare più appropriato). Vittime della loro stessa frammentazione, i talebani stanno perdendo di vista l'obiettivo del consenso che, con certe azioni (non con altre), inevitabilmente si riduce. Una strategia perdente anche se al momento riesce a far parlare di sé: con la complicità di una stampa disattenta e ormai incapace di analisi tanto è lontana dal campo di battaglia, che ha dato rilievo magari all'attacco all'aeroporto o all'uccisione di La Rosa ma che ha completamente ignorato (specie in Italia) la strage della corte suprema. La più interessante per capire come stanno andando le cose.
giovedì 13 giugno 2013
IL FUTURO NELLA SFIDUCIA E NELLA SPERANZA DEGLI AFGANI
Qualche giorno fa abbiamo dato conto dell'intervento di Elizabeth Winter al convegno internazionale di studi sulla società civile afgana che si è tenuto ad Herat il 6 giugno, organizzato dalla rete Afgana. Al suo – che era per lo più un contributo teoretico - ne sono seguiti diversi altri tra cui quello di Giuliano Battiston, che di Afgana fa parte sin dall'inizio e per la quale ha già realizzato una ricerca precedente sulla percezione che gli afgani hanno del concetto di società civile.
Anche questa volta, benché il tema fosse altro e riguardasse aspettative e speranze ma anche la coscienza del proprio passato, Battiston ha cercato di riferire il punto di vista degli afgani o di quella che definiamo società civile afgana*. Cercheremo qui di riassumerne il focus essenziale prendendo spunto dal suo intervento pubblico a Herat. Il suo personale punto di vista Battiston invece lo ha sottolineato molto brevemente e riguarda la cornice attuale: per noi – dice il ricercatore di Afgana- la transizione rappresenta una grande occasione per introdurre più voci afgane nel processo di decisione politica, assenza che gli afgani per primi lamentano.
Dalla sua ricerca sembra infatti emergere e dominare una senso di sfiducia generale. Che non impedisce la speranza – dice Battiston – ma che rende gli afgani piuttosto disillusi: verso il governo, la comunità internazionale, i talebani. I primi due non sembrano in realtà metterci tutto l'impegno che la transizione e il processo di riconciliazione richiederebbero: agli afgani sembrano sbagliati gli strumenti e gli attori messi in campo dal governo che utilizza un approccio inappropriato e inefficace. Un approccio da “bazar” dove ognuno negozia la sua convenienza personale, ossia la sua agenda particolare e non quella del paese. Discorso in cui rientrano a pieno titolo anche i talebani, sulle cui mosse grava l'ombra e di agenti esterni che ne manipolano i piani. Infine questo mercato è lontano dagli sguardi della gente, è chiuso verso l'opinione pubblica. E' un mercato dove si negozia in segreto e che agli afgani intervistati non sembra dare frutti: ne emerge una figura del popolo afgano che lo disegna come molto cosciente sia della propria identità nazionale sia della scarsa trasparenza dei protagonisti attuali che di coscienza nazionale (intesa come interesse pubblico) non sembrano proprio averne. Così alla maggioranza degli intervistati i processi di reintegrazione e riconciliazione sembrano importanti e fondamentali ma anche inefficaci perché strumentalizzati politicamente dalle varie parti in gioco: il governo per farsi bello dei successi, i talebani approfittandone per fare cassa.
La sfiducia sembra generalizzata su più fronti. Dalla ricerca emerge un evidente timore delle agende di Iran e Pakistan e dunque la fiducia negli americani si brucia nel momento in cui si constata la loro scarsa pressione su Islamabad. Anche i talebani finiscono schiacciati dal peso del Paese dei puri. La ricerca, durata 4 mesi e condotta in 7 province, sembra raccontarci un Paese molto diverso da quello che conosciamo. Certamente Battiston tiene conto e riferisce di colloqui con un'intellighenzia ormai diffusa quanto ineludibile che forse non rappresenta tutto il paese nella sua complessità. Ma che sicuramente ne rappresenta la faccia più attenta e più impegnata civilmente (la società civile organizzata) tanto da restituirci, attraverso le tante testimonianze, un Paese che affronta il suo futuro con lucidità e con le idee chiare.
La pace ad esempio. Ci vuole - dicono gli afgani - un doppio approccio: un processo di pace condotto dall'alto e uno condotto dal basso, una “social peace” che renda effettiva la “poltical peace” delle istituzioni. Ma c'è anche la coscienza che troppi problemi irrisolti, specie se riguardano crimini passati e impunità, lasceranno una pessima eredità sul futuro di un Paese dove la vera pace non si potrà ottenere senza coniugarla alla giustizia. E qui torna la sfiducia. Si riuscirà a conciliare pace e giustizia? La maggioranza giudica questa opzione “irrealistica”.
* “La società civile afghana: pace, giustizia e aspettative per il post-2014” è il titolo della ricerca di Battiston alla conferenza internazionale “Società civile afgana in transizione: ruolo, prospettive, sfide, opportunità”cui hanno partecipato tra gli altri Mirwais Wardak (Afghanistan: PRTO, Peace Training and Research Organization) Elizabeth Winter (Regno Unito: LSE, London School of Economics), Fhiam Akim (AIhrc)
Anche questa volta, benché il tema fosse altro e riguardasse aspettative e speranze ma anche la coscienza del proprio passato, Battiston ha cercato di riferire il punto di vista degli afgani o di quella che definiamo società civile afgana*. Cercheremo qui di riassumerne il focus essenziale prendendo spunto dal suo intervento pubblico a Herat. Il suo personale punto di vista Battiston invece lo ha sottolineato molto brevemente e riguarda la cornice attuale: per noi – dice il ricercatore di Afgana- la transizione rappresenta una grande occasione per introdurre più voci afgane nel processo di decisione politica, assenza che gli afgani per primi lamentano.
Dalla sua ricerca sembra infatti emergere e dominare una senso di sfiducia generale. Che non impedisce la speranza – dice Battiston – ma che rende gli afgani piuttosto disillusi: verso il governo, la comunità internazionale, i talebani. I primi due non sembrano in realtà metterci tutto l'impegno che la transizione e il processo di riconciliazione richiederebbero: agli afgani sembrano sbagliati gli strumenti e gli attori messi in campo dal governo che utilizza un approccio inappropriato e inefficace. Un approccio da “bazar” dove ognuno negozia la sua convenienza personale, ossia la sua agenda particolare e non quella del paese. Discorso in cui rientrano a pieno titolo anche i talebani, sulle cui mosse grava l'ombra e di agenti esterni che ne manipolano i piani. Infine questo mercato è lontano dagli sguardi della gente, è chiuso verso l'opinione pubblica. E' un mercato dove si negozia in segreto e che agli afgani intervistati non sembra dare frutti: ne emerge una figura del popolo afgano che lo disegna come molto cosciente sia della propria identità nazionale sia della scarsa trasparenza dei protagonisti attuali che di coscienza nazionale (intesa come interesse pubblico) non sembrano proprio averne. Così alla maggioranza degli intervistati i processi di reintegrazione e riconciliazione sembrano importanti e fondamentali ma anche inefficaci perché strumentalizzati politicamente dalle varie parti in gioco: il governo per farsi bello dei successi, i talebani approfittandone per fare cassa.
La sfiducia sembra generalizzata su più fronti. Dalla ricerca emerge un evidente timore delle agende di Iran e Pakistan e dunque la fiducia negli americani si brucia nel momento in cui si constata la loro scarsa pressione su Islamabad. Anche i talebani finiscono schiacciati dal peso del Paese dei puri. La ricerca, durata 4 mesi e condotta in 7 province, sembra raccontarci un Paese molto diverso da quello che conosciamo. Certamente Battiston tiene conto e riferisce di colloqui con un'intellighenzia ormai diffusa quanto ineludibile che forse non rappresenta tutto il paese nella sua complessità. Ma che sicuramente ne rappresenta la faccia più attenta e più impegnata civilmente (la società civile organizzata) tanto da restituirci, attraverso le tante testimonianze, un Paese che affronta il suo futuro con lucidità e con le idee chiare.
La pace ad esempio. Ci vuole - dicono gli afgani - un doppio approccio: un processo di pace condotto dall'alto e uno condotto dal basso, una “social peace” che renda effettiva la “poltical peace” delle istituzioni. Ma c'è anche la coscienza che troppi problemi irrisolti, specie se riguardano crimini passati e impunità, lasceranno una pessima eredità sul futuro di un Paese dove la vera pace non si potrà ottenere senza coniugarla alla giustizia. E qui torna la sfiducia. Si riuscirà a conciliare pace e giustizia? La maggioranza giudica questa opzione “irrealistica”.
* “La società civile afghana: pace, giustizia e aspettative per il post-2014” è il titolo della ricerca di Battiston alla conferenza internazionale “Società civile afgana in transizione: ruolo, prospettive, sfide, opportunità”cui hanno partecipato tra gli altri Mirwais Wardak (Afghanistan: PRTO, Peace Training and Research Organization) Elizabeth Winter (Regno Unito: LSE, London School of Economics), Fhiam Akim (AIhrc)
martedì 11 giugno 2013
LA NATO, I TALEBANI E IL "COLPACCIO" DELL'AEROPORTO
Ogni cosa si può rivendere come vogliono le regole della propaganda. Isaf e governo afgano possono legittimamente affermare di aver vinto ieri la battaglia dell'aeroporto ma anche la guerriglia in turbante può altrettanto legittimamente rivendicare il “colpaccio”: aver colpito il luogo più protetto della capitale, simbolo per eccellenza dell'occupazione militare, impegnando per almeno cinque ore le forze di Isaf (dall'aria) ed esercito e polizia nazionali (da terra). La battaglia militare l'hanno vinta governo e Nato ma lo smacco politico, l'effetto mediatico, l'eco internazionali valgono per la guerriglia molto di più della perdita di sette combattenti (qualche fonte ha azzardato che fossero invece una dozzina) comunque votati al martirio in operazioni dove la morte del commando è certa.
Non è la prima volta che la guerriglia in turbante attacca l'aeroporto: è anzi stato per anni uno degli obiettivi più ricercati e ricorrenti. Ma tradizionalmente lo si colpiva sparando razzi da uno dei tanti picchi che circondano Kabul e tra i quali è facile mimetizzarsi specie se il cannoncino viene telecomandato. Privilegiavano le ore della notte o le prime luci dell'alba, sparavano a pioggia, con diversi colpi a vuoto o meglio sulle case di Macrorayon, quartiere residenziale di epoca sovietica. Poi è diventato sempre più difficile colpire dalla montagna e gli attacchi si sono ridotti. Sino a ieri. Paradosso vuole che la zona di Qasaba sia anch'essa di epoca sovietica, case popolari per gli impiegati dello scalo. Ora, come ogni luogo a Kabul, è in preda alla febbre edilizia che riempie la città di scheletri in cemento armato nei quali è facile arrampicarsi e, dai piani alti, dominare e colpire l'obiettivo.

Le decisioni di Bruxelles sul nuovo mandato della missione Isaf, dal 2015 Resolute support, ha dato impulso alla cosiddetta “offensiva di primavera” inaugurata con la bella stagione dai talebani, orientando presumibilmente nuovi obiettivi e colpi di scena nel tentativo di rafforzare l'idea nella popolazione che chi accetta di rimanere dopo il ritiro fissato a dicembre 2014 la pagherà cara. Italiani e tedeschi, responsabili delle aree Nord e Ovest del Paese, si aspettano attacchi mirati che finora hanno sempre preferito americani e britannici (responsabili dell'Est e del Sud). La possibilità di una svolta decisa, Bruxelles non l'ha colta. E con lei le cancellerie dei paesi Nato.
Nessuno ha avuto il coraggio di avanzare una nuova proposta politica che superasse lo stallo inevitabile in cui la Nato, alleanza eminentemente occidentale e marcatamente americana, si è cacciata sin dall'inizio di Isaf, senza far il minimo sforzo per coinvolgere altri attori che rendessero più digeribile la presenza straniera. Una presenza, che in altra forma, non sarebbe disprezzata specie nelle città, dove nessuno ha voglia di veder ritornare il comando dei mullah.
Non è la prima volta che la guerriglia in turbante attacca l'aeroporto: è anzi stato per anni uno degli obiettivi più ricercati e ricorrenti. Ma tradizionalmente lo si colpiva sparando razzi da uno dei tanti picchi che circondano Kabul e tra i quali è facile mimetizzarsi specie se il cannoncino viene telecomandato. Privilegiavano le ore della notte o le prime luci dell'alba, sparavano a pioggia, con diversi colpi a vuoto o meglio sulle case di Macrorayon, quartiere residenziale di epoca sovietica. Poi è diventato sempre più difficile colpire dalla montagna e gli attacchi si sono ridotti. Sino a ieri. Paradosso vuole che la zona di Qasaba sia anch'essa di epoca sovietica, case popolari per gli impiegati dello scalo. Ora, come ogni luogo a Kabul, è in preda alla febbre edilizia che riempie la città di scheletri in cemento armato nei quali è facile arrampicarsi e, dai piani alti, dominare e colpire l'obiettivo.
Le decisioni di Bruxelles sul nuovo mandato della missione Isaf, dal 2015 Resolute support, ha dato impulso alla cosiddetta “offensiva di primavera” inaugurata con la bella stagione dai talebani, orientando presumibilmente nuovi obiettivi e colpi di scena nel tentativo di rafforzare l'idea nella popolazione che chi accetta di rimanere dopo il ritiro fissato a dicembre 2014 la pagherà cara. Italiani e tedeschi, responsabili delle aree Nord e Ovest del Paese, si aspettano attacchi mirati che finora hanno sempre preferito americani e britannici (responsabili dell'Est e del Sud). La possibilità di una svolta decisa, Bruxelles non l'ha colta. E con lei le cancellerie dei paesi Nato.
Nessuno ha avuto il coraggio di avanzare una nuova proposta politica che superasse lo stallo inevitabile in cui la Nato, alleanza eminentemente occidentale e marcatamente americana, si è cacciata sin dall'inizio di Isaf, senza far il minimo sforzo per coinvolgere altri attori che rendessero più digeribile la presenza straniera. Una presenza, che in altra forma, non sarebbe disprezzata specie nelle città, dove nessuno ha voglia di veder ritornare il comando dei mullah.
lunedì 10 giugno 2013
AFGHANISTAN, LA VITTORIA DEL BIG MAC
Ho sempre detto e scritto che la Nato e gli americani hanno perso la loro guerra in Afghanistan. Mi sbagliavo. La sentenza è forse vera per l'Alleanza che con questo Paese ha trasformato in fallimento politico una vittoria militare facilmente annunciata, ma per gli americani è diverso. La loro forza, che è poi quella di ogni impero che si rispetti, sta nell'esportazione di un modello, di una visione del mondo: l'american way of life. Tutto ciò passa attraverso molti aspetti della vita degli individui di cui uno dei fondamentali è il cibo.

Così quando sul volo Kam-air da Kabul a Mazar mi son visto portare, anziché i rituali micro bolani fritti (pastella tirata di farina ripiena) un sandwich “Sadaf” ho capito come avanza la sottile occupazione culturale degli americani che già a Kabul producono Sprite e Coca. Ma, state bene a sentire, il cold sandwich Sadaf, composto di una fetta di tacchino, insalata, cetriolo e ketchup insaccati in un panino morbido al latte, non solo è prodotto e confezionato a Kabul (non so da che tipo di azienda), ma porta stampigliata sull'involucro che lo contiene l'immagine di un cuoco, tipicamente occidentale, che fa da sfondo a un classico big mac con una fetta di prosciutto in bella mostra. Inequivocabilmente prosciutto cotto nel Paese più osservante della terra. Nessuno fa una piega e non so dire cosa la gente ne pensi, però gradisce e accompagna con la Coke.
Avran pure perso la guerra politica, quella militare, quella della governance (il panino prevede un numero di autorizzazione sanitaria che però non c'è), ma la guerra del Mac stanno provando a vincerla senza apparente difficoltà. Del resto mi aveva colpito tempo fa – sempre a Kabul - un tipico Kentucky Fried Chicken ribattezzato Kandahari Fried Chicken. Dite voi se è colonialismo, sincretismo, globalizzazione o altro.

Così quando sul volo Kam-air da Kabul a Mazar mi son visto portare, anziché i rituali micro bolani fritti (pastella tirata di farina ripiena) un sandwich “Sadaf” ho capito come avanza la sottile occupazione culturale degli americani che già a Kabul producono Sprite e Coca. Ma, state bene a sentire, il cold sandwich Sadaf, composto di una fetta di tacchino, insalata, cetriolo e ketchup insaccati in un panino morbido al latte, non solo è prodotto e confezionato a Kabul (non so da che tipo di azienda), ma porta stampigliata sull'involucro che lo contiene l'immagine di un cuoco, tipicamente occidentale, che fa da sfondo a un classico big mac con una fetta di prosciutto in bella mostra. Inequivocabilmente prosciutto cotto nel Paese più osservante della terra. Nessuno fa una piega e non so dire cosa la gente ne pensi, però gradisce e accompagna con la Coke.
Avran pure perso la guerra politica, quella militare, quella della governance (il panino prevede un numero di autorizzazione sanitaria che però non c'è), ma la guerra del Mac stanno provando a vincerla senza apparente difficoltà. Del resto mi aveva colpito tempo fa – sempre a Kabul - un tipico Kentucky Fried Chicken ribattezzato Kandahari Fried Chicken. Dite voi se è colonialismo, sincretismo, globalizzazione o altro.
domenica 9 giugno 2013
COSA CAMBIA PER L'ITALIA DOPO IL SUMMIT NATO DI BRUXELLES
Non c'è bisogno di fare una telefonata all'Aise, i servizi di sicurezza che si occupano dell'estero, per capire che, da qualche giorno a questa parte, gli italiani sono nel mirino più del solito. Precisamente da quando il vertice della Nato del 5 giugno a Bruxelles ha dato luce verde alla “nuova” missione dell'Alleanza Resolute Support. Che di nuovo, salvo la riduzione numerica dei militari di stanza in Afghanistan e la vocazione non combattente della truppa, non ha nulla. Tutto è infatti rimasto come prima e il comando italiano nell'Ovest è già un dato di fatto come lo è quello tedesco nel Nord. Il fatto è che il vertice assegna a Italia e Germania (e forse Turchia) un ruolo “mediaticamente” più esposto pur se dal punto di vista operativo e politico non cambia di fatto quanto già oggi esiste sul terreno. Così come è altrettanto vero che un ruolo di nazione “leader” significa avere più truppa di altri nel teatro.
Bombardamento italiano nel Gulistan
I tedeschi hanno già dato i loro numeri in aprile (600-800 unità) e i talebani hanno risposto che ciò avrebbe esposto Berlino a maggiori ritorsioni. Ora tocca all'Italia (in cui la Difesa concorda una cosa e il premier ne pensa un'altra...) che numeri non ne fa. Ma è difficile mettere in relazione l'attentato di ieri con una nuova direttiva strategica talebana contro gli italiani. Basta però fare due più due per capire che siamo più esposti e già da l'altroieri circolava un'allerta sulla possibilità di attacchi mirati contro chi rappresenta il tricolore.
Discorso diverso per Ankara: basta leggere quanto il sito dell'Emirato talebano Voce della Jihad (VoJ) scriveva il 13 maggio in occasione della liberazione di quattro prigionieri turchi grazie «alla buona volontà, umanità e islamica simpatia» nei confronti «della nazione musulmana turca». Del resto a un Paese che è orgoglioso di non aver ucciso un solo afgano e che si trova defilato in una regione del Nord, finora è andata bene: ebbe due morti nel 2009 ma per un incidente stradale. Altri 12 soldati morirono nello schianto di un elicottero ma i talebani non c'entravano. Se ora riprenderanno la responsabilità della capitale (come già in passato) le cose cambieranno?
Il quadro si complica per il fatto che i talebani sono una compagine disomogenea, come dimostra l'attacco alla Croce rossa (Icrc) di fine maggio. In un comunicato apparso sempre su VoJ i talebani hanno reso nota la loro estraneità a un attentato che hanno condannato ribadendo che non è un target «chi aiuta la popolazione senza avere legami con l'intelligence». A riprova di questa visione confermavano la loro apertura ai programmi di vaccinazione antipolio, fortemente osteggiati invece dai loro cugini in Pakistan. Le diverse fazioni, che rispondono a logiche o finanziatori diversi, rendono complessa la lettura di una strategia che ha comunque cambiato la sua tattica comunicativa senza che ciò possa però rappresentare tutte le fazioni della galassia in turbante, più o meno jihadista, qaedista o semplicemente legate a traffici politici o criminali.
Se dunque le azioni talebane non rappresentano mai tutte le anime del movimento (così come le rivendicazioni non si sa mai bene a quale fazione corrispondano), la delegazione che nei giorni scorsi si è recata a Teheran indica però come si sta muovendo il segmento più numeroso, nazionalista e diplomaticamente attivo e che è riconducibile alla cerchia di adepti di mullah Omar, definita più o meno impropriamente “Shura di Quetta”.
Non è la prima volta che un esponente talebano viene invitato in Iran, ma in questa occasione è stata una missione ufficiale dell'ufficio politico dell'Emirato, qualcosa in più rispetto ad altre “visite”, in Giappone e in Francia l'anno scorso. Sarebbe avvenuta su «invito formale» iraniano. La lettura corrente è che – dice a Killid magazine l'analista politico Wahid Muzhda - questo incontro serviva a Teheran per mostrare i muscoli a Washington, indicando che gli ex nemici (i talebani) sono ora possibili collaboratori in caso di attacco alla repubblica islamica. Ma la lettura può anche essere ambivalente: i talebani mostrano a Karzai la loro capacità di “governo ombra” e forse anche al Pakistan che l'Emirato non è poi così dipendente da Islamabad.
Bombardamento italiano nel GulistanI tedeschi hanno già dato i loro numeri in aprile (600-800 unità) e i talebani hanno risposto che ciò avrebbe esposto Berlino a maggiori ritorsioni. Ora tocca all'Italia (in cui la Difesa concorda una cosa e il premier ne pensa un'altra...) che numeri non ne fa. Ma è difficile mettere in relazione l'attentato di ieri con una nuova direttiva strategica talebana contro gli italiani. Basta però fare due più due per capire che siamo più esposti e già da l'altroieri circolava un'allerta sulla possibilità di attacchi mirati contro chi rappresenta il tricolore.
Discorso diverso per Ankara: basta leggere quanto il sito dell'Emirato talebano Voce della Jihad (VoJ) scriveva il 13 maggio in occasione della liberazione di quattro prigionieri turchi grazie «alla buona volontà, umanità e islamica simpatia» nei confronti «della nazione musulmana turca». Del resto a un Paese che è orgoglioso di non aver ucciso un solo afgano e che si trova defilato in una regione del Nord, finora è andata bene: ebbe due morti nel 2009 ma per un incidente stradale. Altri 12 soldati morirono nello schianto di un elicottero ma i talebani non c'entravano. Se ora riprenderanno la responsabilità della capitale (come già in passato) le cose cambieranno?
Il quadro si complica per il fatto che i talebani sono una compagine disomogenea, come dimostra l'attacco alla Croce rossa (Icrc) di fine maggio. In un comunicato apparso sempre su VoJ i talebani hanno reso nota la loro estraneità a un attentato che hanno condannato ribadendo che non è un target «chi aiuta la popolazione senza avere legami con l'intelligence». A riprova di questa visione confermavano la loro apertura ai programmi di vaccinazione antipolio, fortemente osteggiati invece dai loro cugini in Pakistan. Le diverse fazioni, che rispondono a logiche o finanziatori diversi, rendono complessa la lettura di una strategia che ha comunque cambiato la sua tattica comunicativa senza che ciò possa però rappresentare tutte le fazioni della galassia in turbante, più o meno jihadista, qaedista o semplicemente legate a traffici politici o criminali.
Se dunque le azioni talebane non rappresentano mai tutte le anime del movimento (così come le rivendicazioni non si sa mai bene a quale fazione corrispondano), la delegazione che nei giorni scorsi si è recata a Teheran indica però come si sta muovendo il segmento più numeroso, nazionalista e diplomaticamente attivo e che è riconducibile alla cerchia di adepti di mullah Omar, definita più o meno impropriamente “Shura di Quetta”.
Non è la prima volta che un esponente talebano viene invitato in Iran, ma in questa occasione è stata una missione ufficiale dell'ufficio politico dell'Emirato, qualcosa in più rispetto ad altre “visite”, in Giappone e in Francia l'anno scorso. Sarebbe avvenuta su «invito formale» iraniano. La lettura corrente è che – dice a Killid magazine l'analista politico Wahid Muzhda - questo incontro serviva a Teheran per mostrare i muscoli a Washington, indicando che gli ex nemici (i talebani) sono ora possibili collaboratori in caso di attacco alla repubblica islamica. Ma la lettura può anche essere ambivalente: i talebani mostrano a Karzai la loro capacità di “governo ombra” e forse anche al Pakistan che l'Emirato non è poi così dipendente da Islamabad.
sabato 8 giugno 2013
AFGHANISTAN, LA LEZIONE DEL PRINCIPE DI SALINA
Cambiare tutto perché nulla cambi. La sentenza del principe di Salina è valida ancora oggi per mille situazioni e l'Afghanistan non fa difetto. Perché? Posto qui di seguito una sintesi di Giuliano Battiston uscita sul manifesto di ieri e su Lettera22 che riguarda la “nuova” missione della Nato Dopo il vertice interministeriale che si è tenuto il 4 e 5 giugno a Bruxelles (50 ministri della Difesa, provenienti dai 28 paesi membri della Nato e dai 22 paesi “non-Nato” che attualmente contribuiscono alla missione “Isaf” in Afghanistan):
...gli Stati Uniti continueranno a essere il paese che più contribuisce in termini militari alla missione Nato in Afghanistan. Ma ha voluto (Hagel ndr) sottolineare il sostegno ricevuto dall’Italia e della Germania: “apprezziamo gli impegni che altre nazioni stanno assumendo – ha dichiarato -, inclusi gli annunci fatti dalla Germania e dall’Italia secondo i quali assumeranno il compito di nazioni-guida per le aree settentrionali e occidentali”. Il “Concept of Operations” della missione “Resolute Support” adottato due giorni fa a Bruxelles prevede infatti la divisione dell’Afghanistan in diverse aree geografiche di competenza: agli Stati Uniti spetterà la responsabilità delle attività nelle aree meridionali e orientali (le più insicure); alla Germania l’area settentrionale, dove è attiva da anni; all’Italia la parte occidentale, dove attualmente ha la responsabilità del comando-ovest della missione Isaf (il comando comprende le province di Herat, Farah, Badghis e Ghor). Secondo il capo del Pentagono, la Turchia starebbe “considerando favorevolmente” l’ipotesi di gestire le attività nell’area centrale attorno a Kabul (sarebbero cinque i punti nevralgici della provincia di Kabul interessati dalla nuova missione).
Come ben si vede tutto cambia ma in realtà non cambia nulla. L'Italia è già al comando nell'Ovest e la Germania nel Nord. Gli Stati uniti (e la Gran Bretagna qui non menzionata) già lo sono al Sud e nell'Oriente afgano. L'unica novità sono i turchi per ora ancora cauti e che potrebbero anche cambiare idea dopo che, da quella decisione in avanti, son diventati anch'essi un target dei talebani. Il topolino partorito dalla montagna della Nato è che ci saranno meno soldati e che non saranno “combat” ma solo addestratori (il nome della missione è Resolute Support). Ma dal punto di vista politico non c'è assolutamente nulla. La Nato e i ministri e governi dei Paesi che compongono l'Alleanza non ne vogliono sapere di ammettere due cose: che dal punto di vista militare la missione ha fallito e che dal punto di vista politico 12 anni di guerra non hanno fatto fare un passo avanti. La Nato vuole continuare a stare in sella da sola, a presidiare - a 5mila chilometri da casa - territori che appartengono a un altro continente. Nel violare la sua stessa carta, la Nato non vuole ammettere che il suo tempo politico è finito in Afghanistan (per me già da tempo senza contare che considero la scelta Nato un peccato originale che andava evitato).
Che fare? Non mi stanco di proporre una soluzione politica allargata che includa le maggiori alleanze regionali (come la Conferenza di Shangai o Sco) e musulmane (la Organizzazione per la Conferenza islamica o Oic e forse anche al Lega araba) che sotto cappello Onu garantiscano forze di interposizione per salvaguardare la transizione. Occorrerebbe un meccanismo più forte del cosiddetto processo di Istanbul guidato dalla Turchia e che dia mandato per una presenza di peacekeepeer internazionali. La Nato ci potrebbe stare, anzi dovrebbe, ma solo come una delle componenti e non certo la “leading”. Ciò la renderebbe digeribile e le farebbe fare un passo avanti politico. Ma ciò si scontra non solo con le resistenze particolari dell'Alleanza, ma coi voleri degli americani e l'inerzia degli europei: con la mancanza di una visione globale di servizio all'Afghanistan e non la mera conservazione di un interesse strategico da nuova edizione del Great Game. Una miopia che riguarda senza mezzi termini anche il mio Paese.
...gli Stati Uniti continueranno a essere il paese che più contribuisce in termini militari alla missione Nato in Afghanistan. Ma ha voluto (Hagel ndr) sottolineare il sostegno ricevuto dall’Italia e della Germania: “apprezziamo gli impegni che altre nazioni stanno assumendo – ha dichiarato -, inclusi gli annunci fatti dalla Germania e dall’Italia secondo i quali assumeranno il compito di nazioni-guida per le aree settentrionali e occidentali”. Il “Concept of Operations” della missione “Resolute Support” adottato due giorni fa a Bruxelles prevede infatti la divisione dell’Afghanistan in diverse aree geografiche di competenza: agli Stati Uniti spetterà la responsabilità delle attività nelle aree meridionali e orientali (le più insicure); alla Germania l’area settentrionale, dove è attiva da anni; all’Italia la parte occidentale, dove attualmente ha la responsabilità del comando-ovest della missione Isaf (il comando comprende le province di Herat, Farah, Badghis e Ghor). Secondo il capo del Pentagono, la Turchia starebbe “considerando favorevolmente” l’ipotesi di gestire le attività nell’area centrale attorno a Kabul (sarebbero cinque i punti nevralgici della provincia di Kabul interessati dalla nuova missione).
Come ben si vede tutto cambia ma in realtà non cambia nulla. L'Italia è già al comando nell'Ovest e la Germania nel Nord. Gli Stati uniti (e la Gran Bretagna qui non menzionata) già lo sono al Sud e nell'Oriente afgano. L'unica novità sono i turchi per ora ancora cauti e che potrebbero anche cambiare idea dopo che, da quella decisione in avanti, son diventati anch'essi un target dei talebani. Il topolino partorito dalla montagna della Nato è che ci saranno meno soldati e che non saranno “combat” ma solo addestratori (il nome della missione è Resolute Support). Ma dal punto di vista politico non c'è assolutamente nulla. La Nato e i ministri e governi dei Paesi che compongono l'Alleanza non ne vogliono sapere di ammettere due cose: che dal punto di vista militare la missione ha fallito e che dal punto di vista politico 12 anni di guerra non hanno fatto fare un passo avanti. La Nato vuole continuare a stare in sella da sola, a presidiare - a 5mila chilometri da casa - territori che appartengono a un altro continente. Nel violare la sua stessa carta, la Nato non vuole ammettere che il suo tempo politico è finito in Afghanistan (per me già da tempo senza contare che considero la scelta Nato un peccato originale che andava evitato).
Che fare? Non mi stanco di proporre una soluzione politica allargata che includa le maggiori alleanze regionali (come la Conferenza di Shangai o Sco) e musulmane (la Organizzazione per la Conferenza islamica o Oic e forse anche al Lega araba) che sotto cappello Onu garantiscano forze di interposizione per salvaguardare la transizione. Occorrerebbe un meccanismo più forte del cosiddetto processo di Istanbul guidato dalla Turchia e che dia mandato per una presenza di peacekeepeer internazionali. La Nato ci potrebbe stare, anzi dovrebbe, ma solo come una delle componenti e non certo la “leading”. Ciò la renderebbe digeribile e le farebbe fare un passo avanti politico. Ma ciò si scontra non solo con le resistenze particolari dell'Alleanza, ma coi voleri degli americani e l'inerzia degli europei: con la mancanza di una visione globale di servizio all'Afghanistan e non la mera conservazione di un interesse strategico da nuova edizione del Great Game. Una miopia che riguarda senza mezzi termini anche il mio Paese.
giovedì 6 giugno 2013
SOCIETA' CIVILE, ALLA RICERCA DI UNA DEFINIZIONE
La società civile in Afghanistan è un'invenzione occidentale? La domanda arriva diretta e tagliente. La fa Elizabeth Winter, una veterana della ricerca sulla società civile in Afghanistan, al convegno internazionale promosso dalla rete Afgana a Herat (“Afghani civil society in Transition: role, opportunities, challenges and expectations”) conclusosi oggi nella città afgana. Il provocatorio quesito che fa da titolo al suo intervento viene rivolto dalla ricercatrice un'attenta platea, per quasi metà composta da donne, in un'aula della facoltà di agraria. C'è un attimo di gelo pur nella temperatura torrida, poi alzano la mano in due: una giovane studentessa e un non più giovanissimo signore.
Winter cerca innanzi tutto di comporre una “definizione operativa” - dice – visto che ognuno usa questo termine un po' come gli pare. E dice che una definizione accettabile potrebbe indicare “individui e attori collettivi volontari, favorevoli a una crescita e sviluppo sociali della società che non ne comprometta la dignità. Insiste su due punti: la dignità e il fatto che società civile è anche l'individuo, non solo il gruppo associativo dunque. Ci deve essere – aggiunge – la componente non profit e quella culturale e l'articolazione in campagna e attività di sostegno a battaglie per i diritti. Ne fan parte a pieno titolo le Ong certamente, ma anche le associazioni culturali e professionali, quelle delle donne, sindacati, coalizioni e reti, imprenditori. E ritorna poi sull'elemento individuale: le persone singole, dice, sono il popolo.
La Winter alla fine non crede che la società civile sia un'invenzione occidentale: esisteva già prima in Afghanistan e utilizza valori condivisi anche dall'Islam, non è dunque in contraddizione e non è un'imposizione La società civile ha la sua ragion d'essere nei “valori umani”, quindi trasversali quindi impossibili da monopolizzare dall'Occidente o da chicchessia.
Convincente e preparata la Winter ha preparato anche una serie di “raccomandazioni” che ha però rimandato alla parte scritta del suo intervento che verrà data alle stampe con gli atti.
Fin qui la cronaca...
Un paio di punti mi lasciano perplesso: l'inclusione degli imprenditori che, per loro stessa natura, sono profit e che dunque mi paiono attori in contraddizione col concetto di volontariato. Certo possono essere solidali, ci mancherebbe, e soprattutto possono finanziare campagne e associazioni a fin di bene. Ma sugli imprenditori non può non gravare il sospetto che dietro ogni buona azione ci sia un obiettivo personale, di profitto. Se una campagna andasse contro i loro interessi non la finanzierebbero o smetterebbero di appoggiarla. Ciò li rende, mi pare un po' spurii. Quanto agli individui singoli, li si può certo includere nella società civile ma con qualche distinguo. L'individuo singolo non può mai fare molto e l'insieme dei singoli (popolo) può fare opinione ma non va oltre quella che è appunto l' “opinione pubblica”. La differenza a mio avviso la fa l'organizzazione. Quando il singolo membro della società civile cioè si associa con un altro. Punti di vista.
Per saperne di piu', il pezzo di A. Depascale su Il Punto
Winter cerca innanzi tutto di comporre una “definizione operativa” - dice – visto che ognuno usa questo termine un po' come gli pare. E dice che una definizione accettabile potrebbe indicare “individui e attori collettivi volontari, favorevoli a una crescita e sviluppo sociali della società che non ne comprometta la dignità. Insiste su due punti: la dignità e il fatto che società civile è anche l'individuo, non solo il gruppo associativo dunque. Ci deve essere – aggiunge – la componente non profit e quella culturale e l'articolazione in campagna e attività di sostegno a battaglie per i diritti. Ne fan parte a pieno titolo le Ong certamente, ma anche le associazioni culturali e professionali, quelle delle donne, sindacati, coalizioni e reti, imprenditori. E ritorna poi sull'elemento individuale: le persone singole, dice, sono il popolo.
La Winter alla fine non crede che la società civile sia un'invenzione occidentale: esisteva già prima in Afghanistan e utilizza valori condivisi anche dall'Islam, non è dunque in contraddizione e non è un'imposizione La società civile ha la sua ragion d'essere nei “valori umani”, quindi trasversali quindi impossibili da monopolizzare dall'Occidente o da chicchessia.
Convincente e preparata la Winter ha preparato anche una serie di “raccomandazioni” che ha però rimandato alla parte scritta del suo intervento che verrà data alle stampe con gli atti.
Fin qui la cronaca...
Un paio di punti mi lasciano perplesso: l'inclusione degli imprenditori che, per loro stessa natura, sono profit e che dunque mi paiono attori in contraddizione col concetto di volontariato. Certo possono essere solidali, ci mancherebbe, e soprattutto possono finanziare campagne e associazioni a fin di bene. Ma sugli imprenditori non può non gravare il sospetto che dietro ogni buona azione ci sia un obiettivo personale, di profitto. Se una campagna andasse contro i loro interessi non la finanzierebbero o smetterebbero di appoggiarla. Ciò li rende, mi pare un po' spurii. Quanto agli individui singoli, li si può certo includere nella società civile ma con qualche distinguo. L'individuo singolo non può mai fare molto e l'insieme dei singoli (popolo) può fare opinione ma non va oltre quella che è appunto l' “opinione pubblica”. La differenza a mio avviso la fa l'organizzazione. Quando il singolo membro della società civile cioè si associa con un altro. Punti di vista.
Per saperne di piu', il pezzo di A. Depascale su Il Punto
mercoledì 5 giugno 2013
IL CHI E' DELLA SOCIETA' CIVILE AFGANA
Si apre domani all'università di Herat il primo seminario internazionale di studi sulla società civile afgana, organizzato dalla rete Afgana (www.afgana.org) e da un consorzio di Ong, con capofila Arcs, nel quadro di un progetto finanziato dal ministero degli Esteri.
Il seminario “Società civile afgana in transizione: ruolo, prospettive, sfide, opportunità” è forse il pirmo incontro internazionale di studi sulla società civile afgana. Vedrà interventi, tra gli altri, di Mirwais Wardak (Afghanistan: PRTO, Peace Training and Research Organization) e Elizabeth Winter (Regno Unito: LSE, London School of Economicczds), considerati tra i più importanti ricercatori su questo tema.
Tra i relatori italiani, Giuliano Battiston, già autore del primo studio italiano sulla società civile afghana, presenterà i risultati della ricerca “La società civile afghana: pace, giustizia e aspettative per il post-2014”.
In questo stesso contesto, sono stati realizzati anche i dibattiti che si sono tenuti nei giorni scorsi in diverse città afgane (Kabul, Mazar-i-Sharif, Jalalabad), organizzati dalle associazioni locali partner con il sostegno delle università delle città coinvolte. Negli incontri, alcuni esponenti della società civile italiana hanno discusso tematiche centrali per il rafforzamento del processo di democratizzazione del Paese come diritti, lavoro dignitoso, pace, conflitti, partecipazione attiva dei cittadini e rapporto con la rappresentanza istituzionale locale, beni comuni, legalità.
Queste attività sono accompagnate da una mostra del fotografo Romano Martinis, con una lunga esperienza in aree di conflitto, che dal 2007 ha documentato in diverse zone del Paese i molti aspetti su cui la società civile è impegnata. Si tratta della seconda mostra esposta nel recentissimo centro ACKU (Afghan Center at Kabul University), inaugurato nel 2013 e frutto dell'impegno di Nancy Dupree, che ha donato alla fondazione 70mila documenti sull'Afghanistan, raccolti con il marito in decenni di lavoro.
Le associazioni sociali e italiane e le Ong aderenti alla rete Afgana riaffermano e rafforzano con queste iniziative il loro sostegno alle associazioni per i diritti umani, fondazioni di ricerca, reti di donne, Ong afgane, "terza forza" di un Paese stretto tra talebani e signori della guerra. Afgana auspica che il governo italiano, che ha contribuito al finanziamento di queste attività, continui a investire ancora sul processo di democratizzazione nel Paese e sul rafforzamento delle istanze sociali, pilastro di una vera ricostruzione e garanzia di diritti futuri dopo il ritiro militare. A tal proposito la rete Afgana ha lanciato alle forze politiche la proposta di riconvertire il 30% del risparmio ottenuto col ritiro militare in attività di cooperazione.
lunedì 3 giugno 2013
LA MOZIONE DI SEL SULL'AFGHANISTAN
La pubblico con colpevole ritardo ma è stata presentata a fine maggio proprio mentre stavo tornando a Kabul per una serie di eventi di cui darò conto nei prossimi giorni:
Atto Camera
Mozione 1-00060
presentato da
MIGLIORE Gennaro
testo di
Mercoledì 29 maggio 2013, seduta n. 25
La Camera,
premesso che:
sono trascorsi quasi 12 anni dall'inizio della missione NATO in Afghanistan, uno dei conflitti più lunghi, controversi e sanguinosi, in cui hanno perso la vita oltre 3.000 soldati della coalizione, di cui 52 italiani e oltre 70.000 civili afghani;
soltanto nel 2011, in base ad un rapporto dell'UNICEF, in Afghanistan sono stati uccisi o feriti, a causa del conflitto, 1.756 bambini, una media di 4,8 bambini al giorno; sempre lo stesso anno, 316 tra bambini e ragazzi sotto i 18 anni di età sono stati reclutati dalle parti in conflitto, in particolare dai gruppi armati di opposizione;
trattasi di una missione che ha visto schierati 130.000 soldati stranieri, 4.000 dei quali italiani, e che è costata solo agli Stati Uniti oltre 150 miliardi di dollari, mentre l'Italia ha speso 5.415.640.096 euro di cui solo 217.903.400 destinati alla cooperazione;
nel vertice della NATO, tenutosi a Lisbona nel novembre 2010, si è deciso di ritirare le truppe dall'Afghanistan entro il 2014, quando le forze di sicurezza afghane avranno assunto il controllo della sicurezza sul territorio, mentre nel vertice tenuto a Chicago nel maggio 2012 la NATO ha deciso che trasferirà la sicurezza alle forze afghane in tutto il territorio entro il 2013 e che resterà con un solo ruolo di sostegno fino alla fine del 2014; successivamente resteranno truppe di addestramento e saranno finanziati stipendi a soldati e poliziotti afghani, con un costo annuo di 4,1 miliardi di dollari per mantenere ed addestrare i 228.500 effettivi;
al vertice di Chicago l'Italia si è impegnata a sostenere le forze di sicurezza negli anni 2015-2017 con 360 milioni di euro da spalmare nel triennio;
la Conferenza dei donatori dell'Afghanistan, svoltasi a Tokyo nel luglio 2012, ha preso l'impegno di fornire più di 16 miliardi complessivi in aiuti civili entro il 2015 e di proseguire con i finanziamenti almeno fino al 2017;
il prodotto interno lordo dell'Afghanistan, secondo la Banca mondiale, dipende per il 90 e 95 per cento dall'aiuto esterno; dunque la paura degli afghani è che finita la missione militare si verifichi un disimpegno della comunità internazionale sia a livello economico, che di attenzione verso le sorti del Paese;
la Francia ha anticipato il ritiro del suo contingente, portando a casa nel 2012 le truppe da combattimento (circa 2000 soldati su 3550), gli altri hanno l'incarico di organizzare il rimpatrio del materiale e l'addestramento delle forze di sicurezza afghane; dopo il 2014 resterà una ridottissima presenza francese per una limitata cooperazione civile ed economica;
anche Canada ed Australia hanno annunciato un ritiro anticipato delle loro truppe;
gli enormi sforzi in termini di vite umane e investimenti economici sono stati ripagati da scarsi progressi di democrazia e sviluppo;
secondo l'UNODC, l'ufficio dell'ONU per le droghe ed il crimine, il fenomeno della corruzione in Afghanistan ha toccato nel 2012 i 3,9 miliardi di dollari, con una crescita del 40 per cento rispetto al 2009, nello stesso anno circa un afghano su due ha pagato la «mazzetta» per ottenere un servizio pubblico;
sempre da un rapporto dell'UNODOC, risulta che nel 2011 in Afghanistan le terre coltivate ad oppio siano 154.000 ettari, con un incremento del 18 per cento rispetto all'anno precedente, con una produzione di 3.700 tonnellate, con un calo del 36 per cento rispetto al 2010 a causa di malattie delle piante e cattive condizioni meteorologiche; quello dell'oppio è un business che rappresenta fra il 4 ed il 7 per cento del prodotto interno lordo del Paese;
secondo il rapporto 2012 di Amnesty International, le autorità giudiziarie, la polizia e l'esercito nazionale afghano hanno commesso gravi violazioni dei diritti umani. Sono continuate le detenzioni e gli arresti arbitrari, con ricorso sistematico alla tortura e ad altre forme di maltrattamento da parte dei servizi d’intelligence. Gli afghani, in particolare donne e ragazze, sono stati privati dei loro diritti alla salute e all'istruzione. Gli aiuti umanitari sono rimasti inaccessibili per gran parte della popolazione nelle zone controllate dai talebani e da altri gruppi d'insorti. La violenza contro donne e ragazze è stata diffusa ed è rimasta impunita, in particolare nelle zone controllate dagli insorti. L'Isaf e la Nato hanno continuato a lanciare attacchi aerei e raid notturni, mietendo decine di morti tra i civili;
il Ministro della difesa pro tempore Giampaolo Di Paola aveva annunciato una riduzione della presenza militare italiana in Afghanistan del 25/30 per cento entro il 2013 e del restante 70/75 per cento entro il 2014;
questa fase di passaggio è un'occasione per il Governo italiano di rilanciare la sua credibilità come attore rilevante nella cooperazione internazionale, con un importante contributo alla costruzione di una società afghana fondata sul rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali di donne e uomini,
impegna il Governo:
ad annunciare l'immediata uscita del nostro Paese dalla missione ISAF, riportando quanto prima in Italia le truppe impegnate sul terreno, lasciando sul campo solo i militari necessari ad organizzare il rientro del materiale con precise regole d'ingaggio;
a fornire al Parlamento una dettagliata analisi sulla presenza militare italiana in Afghanistan negli ultimi dodici anni e, in particolare, nell'ultimo periodo, ovvero da quando il Ministro pro tempore Di Paola ha annunciato la possibilità per gli aerei italiani di caricare bombe e colpire obiettivi a terra;
nel rifinanziare le missioni per l'ultimo trimestre del 2013, ad assumere due iniziative normative urgenti, una per l'Afghanistan e una per tutte le altre missioni, finalizzando per la prima i fondi della missione militare al solo scopo di organizzare il ritiro delle truppe e destinando il 30 per cento di ogni euro risparmiato dalla missione militare alle politiche di cooperazione con l'Afghanistan;
a sostituire quanto prima la missione militare con una civile con lo specifico compito di sostenere la popolazione afghana con progetti di sostegno alla cooperazione e di ricostruzione civile del Paese.
(1-00060) «Migliore, Scotto, Duranti, Claudio Fava, Piras, Aiello, Airaudo, Boccadutri, Franco Bordo, Costantino, Di Salvo, Daniele Farina, Ferrara, Fratoianni, Giancarlo Giordano, Kronbichler, Lacquaniti, Lavagno, Marcon, Matarrelli, Melilla, Nardi, Nicchi, Paglia, Palazzotto, Pannarale, Pellegrino, Piazzoni, Pilozzi, Placido, Quaranta, Ragosta, Ricciatti, Sannicandro, Zan, Zaratti».
Iscriviti a:
Post (Atom)




