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lunedì 25 febbraio 2013

KARZAI A MUSO DURO: FORZE SPECIALI USA VIA DA WARDAK

Prima la scomparsa di nove persone, poi quella di uno studente sospettato di simpatie talebane trovato poi sotto un ponte sgozzato. Azioni, avvenute nella conflittuale provincia di Wardak, alle porte della capitale, dove queste orribili vicende sarebbero riconducibili a uomini ingaggiati dalle "forze speciali" americane attive nell'area. Abbastanza per far dire ad Hamid Karzai che queste se ne devono andare dalla provincia entro due settimane: ennesima notizia bomba che rimbalza in tutti i notiziari, da quelli afgani ad Al Jazeera. Il presidente lo ha detto ieri e il suo staff ricara la dose. Ma c'è di più: il Consiglio di sicurezza nazionale, nel quale Karzai ha preso l'ennesima decisione che lo mette in rotta di collisione con Washington, ha anche deciso che sarà il governo di Kabul a dire l'ultima parola sulla collocazione geografica di basi per una forza straniera che volesse lasciare in Afghanistan le sue truppe dopo il 2014, come racconta Tolonews. Stoccata che arriva dopo le dichiarazioni di Leon Panetta secondo cui le truppe americane che rstaranno in Afghanistan non si fermeranno solo a Kabul. La corda tra le due capitali è tesa.

domenica 24 febbraio 2013

KABUL LA CITTA' PIU' INSICURA DEL MONDO?

Secondo Asraf Ghani, ex candidato alla presidenza e a capo della Transition Coordination Commission "Kabul is the most insecure capital in the world". Ghani ha spiegato ieri che nella capitale va anche bene ma sono i dintorni a rendere preoccupante la situazione: Logar, Wardak, Parwan, Kapisa, Laghman sono tutte province con strade per nulla sicure. Anzi, a mettere carne al fuoco, ci sono anche i capi della polizia locale a confermare: tra talebani, affiliati di Al-Qaeda, Haqqani Network e Hizb-e-Islam, in queste province si registrerebbero decine di gruppi attivi. A Logar e Wardak addirittura cento per provincia. Manipoli che infestano le strade. Ammissione grave, forse anche per alzare la posta in vista del ritiro Nato del 2014.

sabato 23 febbraio 2013

POLITICA ESTERA CENERENTOLA NAZIONALE

L'Associazione Italia Alpi, la Rete Afgana e la redazione di 46 Parallelo hanno reso note le adesioni e le risposte all'appello “Da che parte stare” rivolto ai candidati delle politiche 2013. Ne esce un quadro sconfortante e solo 10 interventi di candidati: 6 di Rivoluzione Civile, 3 di Sel, 1 dei montiani e un circolo di Sinistra ecologia libertà. Dovevano rispondere a 11 quesiti sulla politica estera del nostro Paese...Leggi il comunicato sul sito di Afgana

venerdì 22 febbraio 2013

PIU' SOLDATI AFGANI PER IL DOPO 2014

I ministri della difesa della Nato, scrive oggi il New York Times - stanno seriamente considerando una nuova proposta per sostenere un numero di uomini delle le forze di sicurezza afgane fino al 2018 nell'ordine di a 352.000 soldati, nonostante lo sforzo economico che ciò richiede. In realtà la Nato ha già approvato un pacchetto di sostegno a 240.000 uomini per il dopo 2014, quando la missione Nato terminerà la sua missione. Sarà utile questa revisione al rialzo? E' probabilmente dovuta al timore che, dopo aver perso la guerra come Nato, ora la perda anche il governo afgano.

I costi: reclutamento, formazione, equipaggiamento per l'esercito e le forze di polizia nazionali al livello attuale avrà già un costo un costo di circa $ 6,5 miliardi di dollari per l'esercizio in corso. L'Afghanistan paga 500 milioni di dollari, i suoi partner internazionali 300 milioni di dollari e gli Stati Uniti forniscono i rimanenti 5,7 miliardi.

martedì 19 febbraio 2013

MAXI RETATA NEL BELUCISTAN PACHISTANO

C'è anche un ex ministro provinciale nella maxi retata che polizia e Frontier Corps, le forze paramilitari pachistane per le questioni delle aree tribali, hanno messo in atto dopo le massicce proteste seguite alla strage di sabato nel mercato di Quetta (89 persone ma più di 200 dall'inizio dell'anno). Centosettanta arresti tra cui, dice la polizia, anche uno degli architetti della strage che ha perpetrato l'ennesimo massacro tra la comunità sciita pachistana della città beluci. E'il primo effetto della vasta mobilitazione sia degli sciiti di Quetta sia degli sciiti pachistani (circa il 20% dei musulmani del Paese). Manifestazioni si sono svolte in tutto il Pakistan ma vi hanno partecipato, dice la stampa locale, anche non sciiti, in una nuova importante manifestazione di solidarietà della società civile pachistana.

Ma la protesta non si ferma e gli hazara di Quetta si rifiutano di smettere il lpro sit-in.

lunedì 18 febbraio 2013

IL CONTENZIOSO SULLA DIREZIONE DI "TERRA"

EDITORIA: BONELLI, CONTENZIOSO SU GIORNALE 'TERRA' SARA' RISOLTO
(AGI) - Roma, 18 feb. - Il contenzioso sul mensile ecologista 'Terra', che va avanti da anni e a cui si e' aggiunta la vicenda dei due direttori (di cui uno, Emanuele Giordana, scalzato dall'editore senza essere mai stato ufficialmente dimissionato) si risolvera' presto. Ad assicurarlo e' il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, che pur ribadendo la "distanza tra Verdi e gestione-amministrazione" del giornale organo della Federazione, ha garantito un suo "impegno personale" per arrivare a una prossima soluzione. "Tutti i problemi nascono dal fatto che da anni i contributi pubblici, seppur ridimensionati dai tagli all'editoria, non arrivano - ha spiegato Bonelli - e c'e' una totale assenza di garanzie. La crisi morde e quello di 'Terrra' e' un percorso a ostacoli purtroppo vissuto ancora oggi da molte realta' editoriali italiane. Il contenzioso con giornalisti e poligrafici va avanti da anni, ed e' ora che sia risolto". (AGI) Gav (Segue)

EDITORIA: BONELLI, CONTENZIOSO SU GIORNALE 'TERRA' SARA' RISOLTO (2)
(AGI) - Roma, 18 feb. - Stesso impegno per la vicenda dei due direttori: "Stimo come professionista Emanuele Giordana e mi faccio carico di trovare una soluzione alla situazione che si e' venuta a creare" con l'editore, le societa' Worksys e Olisistem subentrate nell'editrice Undicidue srl nel 2012. L'obiettivo, ha concluso Bonelli, "e' quello di ristabilire i rapporti con le persone, a cominciare dal punto di vista professionale e lavorativo". "Mi stupisco come i Verdi", commenta Giordana, "garanti "del rapporto tra fondi pubblici e proprieta', abbiano consentito a un editore evidentemente improvvisato di arrivare sino a questo punto, ignorando le continue violazioni delle piu' elementari regole del contratto di lavoro e forse anche della legge sulla stampa se al Tribunale civile di Roma figura ancora il mio nome come responsabile della testata. In attesa che si risolva il contenzioso che mi riguarda - aggiunge - spero che almeno vada in porto quello coi giornalisti di 'Terra', che domani incontreranno l'editore in Tribunale. Un editore che si era impegnato con loro a saldare entro Natale tutto il salario pregresso, impegno non mantenuto". Nei giorni scorsi Giordana, aveva inviato una lettera al segretario della Fnsi Franco Siddi e allo stesso Bonelli, per informarli che l'editore del magazine aveva assunto un nuovo responsabile, gia' al lavoro sulla testata. Il giornalista aveva chiesto al sindacato dei giornalisti e ai Verdi un intervento a tutela della sua figura professionale. (AGI) Gav

Vedi tutta la vicenda sul sito della Fnsi

STRAGE DI QUETTA: 48 ORE AL GOVERNO PER FAR LUCE

Mentre arriva la notizia che almeno 4 persone sono state uccise a Peshawar in un attacco kamikaze, la comunità sciita di Quetta ha dato ieri 48 ore di tempo al governo per far luce sulla strage del mercato che sabato ha ucciso oltre 80 persone nella città baluci e chiede l'intervento dell'esercito perché prenda in consegna la sicurezza della città.

Su questa crisi un articolo del Dawn cerca di rendere più chiara la confusa cornice che circonda le stragi settarie in Pakidstan e soprattutto nel Belucistan.

domenica 17 febbraio 2013

FINMECCANICA VISTA DALL'INDIA


Il governo indiano
ha in mano per adesso solo ritagli di giornali italiani. O almeno questo è quanto appare all'opinione pubblica di un Paese dove lo scandalo Finmeccanica occupa da giorni la cronaca quotidiana di prima pagina e si è guadagnato costantemente l'apertura delle pagine web e cartacee dei giornali più importanti. Sia l'uno (il governo) sia l'altra (l'opinione pubblica) vogliono saperne di più e non sembra abbiano gradito molto il veto opposto dalla magistratura italiana alla condivisione delle notizie che rendono corposa un'istruttoria che riguarda soprattutto la bufera scatenata in Italia dal caso Finmeccanica.

Il dottor Shri Arun Kumar Bal, funzionario di rango del segretariato della Difesa indiana e una squadra del Central Bureau of Investigation di Delhi, l'agenzia investigativa che si occupa specificamente di corruzione, forse già domani sera saranno a Roma. Dopo aver fatto tutte le mosse tramite l'ambasciata di Via XX Settembre, a due passi dagli uffici della Difesa italiana, gli indiani hanno deciso di inviare una pattuglia di detective d'alto profilo che dovrebbero cercare di sapere quel che finora, e non senza una certa stizza, gli indiani non hanno ancora potuto sapere sul caso Finmeccanica. Un caso già soprannominato dalla stampa indiana “Bosfor II”, pesantissima allusione allo scandalo per corruzione che, tra gli anni Ottanta e Novanta, travolse anche il primo ministro Rajiv Gandhi rovinandogli la fama di “mister clean”...Leggi tutto su Lettera22

sabato 16 febbraio 2013

MAI PIU' BOMBE "CONGIUNTE"

Ieri, mentre era in visita all'Accademia militare nazionale a Kabul, il presidente afgano Hamid Karzai ha annunciato che «nessuna istituzione militare afgana e per nessun motivo potrà più chiamare in aiuto forze dell'aria straniere a sostegno di operazioni nel Paese». Un vero e proprio veto cui il presidente vuole dare ancora più forza, questa volta, con un decreto che intende emanare nei prossimi giorni. La dichiarazione senza precedenti, arriva a pochi giorni dalla strage di civili a Kunar del 12 febbraio scorso.

Leggi tutto su Lettera22

I REPUBBLICANI CONTRO IL REPUBBLICANO DI OBAMA

Dopo le polemiche su John Brennan, che Obama vorrebbe a dirigere la Cia, un'altra tempesta sulle nomine del presidente si è scatenata al Senato. Riguarda il passaggio di consegne a Chuck Hagel come ministro della Difesa in sostituzione di Leon Panetta. In America, le nomine importanti del presidente devono passare per il Congresso e Hagel, un repubblicano inviso ai repubblicani, per ora resta in stand by. La sua nomina è passata con facilità all'Armed Services Committee del Senato dove i democratici (14) hanno votato compatti contro i repubblicani (11), ma poi è arrivata la grana in assemblea. Quando la nomina è passata direttamente all'aula (il cui consenso serve al presidente per concludere trattati internazionali e per nominare funzionari e giudici federali), la minoranza repubblicana è riuscita a bloccare la conferma della nomina di Chuck Hagel alla guida del Pentagono con un'azione di “filibustering”, una forma di ostruzionismo che ha tirato per le lunghe il dibattito parlamentare.

Cercando di porgli fine, il leader della maggioranza democratica Harry Reid ha deciso di mettere al voto una mozione che doveva chiuderlo, ma i 55 senatori democratici non sono riusciti ad ottenere i cinque voti necessari tra i repubblicani per arrivare a 60 senatori sul totale di 100, maggioranza necessaria alla luce verde. Hanno chiuso 58 a 40. Decisione rinviata anche se Obama ha reiterato il suo sostegno al candidato e se la nuova insidia ha scatenato polemiche, specie tra chi ritiene che i repubblicani, pur di far male al presidente, fanno male al Paese.

Quella contro Hagel comunque è una vecchia battaglia ed è per questo che convincere i repubblicani sembra in salita. Chuck Hagel è inviso ai suoi compagni di partito che lo considerano un traditore forse perché le canta chiare, dal Medio oriente all'Afghanistan. Critico con Israele, è stato tra i pochi del suo partito a paragonare nel 2005 l'Irak al Vietnam e, nel 2011, a considerare l'exit strategy di Obama dall'Afghanistan un'ottima idea per scalare l'impegno militare ed evitare di rimanere impantanati nel Paese asiatico. La stessa posizione di Obama e lo stesso ragionamento caro a John Kerry, designato dal presidente a dirigere la politica estera. L'ex senatore del Nebraska, nominato da Obama il 7 gennaio scorso, è il primo segretario della Difesa in pectore oggetto di un tale trattamento nella storia americana.

venerdì 15 febbraio 2013

UN NUOVO CONTENZIOSO AL MENSILE DEI VERDI

(AGI) - Roma, 15 feb. - In piena campagna elettorale riesplode il contenzioso sul mensile ecologista 'Terra', organo della Federazione dei Verdi e destinatario da anni dei contributi pubblici per l'editoria: il mensile si trova con due direttori.
A riferirlo e' Emanuele Giordana, direttore della testata che ha rilanciato e firmato fino al numero di dicembre, e che non e' mai stato mai ufficialmente dimissionato. Il secondo e' stato nominato oggi dai due soci, la piemontese Worksys e la romana Olisistem, subentrati nel 2012 nella societa' Undicidue srl che editava 'Terra quotidiano' in seguito 'Terra mensile'".
Giordana, che figura ancora oggi come responsabile della testata sul sito internet Terra.it, ha inviato una lettera al segretario della Fnsi Franco Siddi e al presidente dei Verdi Angelo Bonelli, per informarli che l'editore del magazine ha assunto un nuovo responsabile gia' al lavoro sulla testata.
Il giornalista ha chiesto al sindacato dei giornalisti e ai Verdi un intervento censorio a tutela della sua figura professionale, giacche' l'azione dell'editore costituisce una grave violazione delle norme che regolano il rapporto di lavoro
giornalistico tra proprieta' e direttore. E ha diffidato l'editore. La nuova proprieta', che ha ereditato i debiti della Undicidue, "ha gia' incassato parte del contributo pubblico, ma io da un anno e mezzo non ricevo comunque lo stipendio", ha riferito Giordana.
Dopo i dieci numeri del 2012, il magazine green non e' piu' uscito. La testata, fin dai tempi del quotidiano, ha un contenzioso con giornalisti e poligrafici, che minacciano una richiesta di fallimento. "E' soltanto per senso di responsabilita' verso i Verdi e i giornalisti di Terra che ho diretto il mensile per dieci numeri", ha detto Giordana, "mi sarei aspettato dall'editore un atteggiamento altrettanto responsabile e non una rottamazione nemmeno comunicata per via formale". (AGI)

giovedì 14 febbraio 2013

IL MONDO PER OBAMA E LE SPINE AFGANE

Ridurre l'arsenale nucleare nel mondo, rispondere alle provocazioni nordcoreane, ritirare altri 30mila soldati dall'Afghanistan. La politica estera entra nel discorso di Obama sullo Stato dell'Unione su tre punti il primo dei quali rilancia una strategia di contrazione dell'arma nucleare mentre l'ultimo affronta il tema più scottante per chi vuole passare per il presidente che avrà chiuso il capitolo guerre aperto dal predecessore. I passaggi sono stati brevi tranne quello dedicato al rapporto con Kabul, il più lungo e il più anticipato dalle indiscrezioni circolate prima del discorso del presidente.

Si becca due salve di applausi Barack Obama quando affronta il nodo afgano: «Già, abbiamo portato a casa 33mila dei nostri coraggiosi militari, uomini e donne. In primavera – dice Obama - le nostre forze avranno solo un ruolo di sostegno mentre le forze di sicurezza afgane prenderanno l'iniziativa. Stanotte posso annunciare che il prossimo anno altri 34mila soldati americani torneranno a casa... ed entro la fine del prossimo anno, la nostra guerra in Afghanistan sarà finita». Gli applausi coprono le sue parole (e, dopo alcune ore, l'applauso gli arriva anche da Karzai in persona). Obama in effetti ha voluto rassicurare anche Kabul: «Dopo il 2014, il nostro impegno per un Afghanistan unito e sovrano durerà, ma cambierà la natura del nostro impegno. Stiamo negoziando un accordo con il governo afgano – aggiunge - che si concentra sulla formazione e l'equipaggiamento delle forze afgane in modo che il Paese non scivoli di nuovo nel caos, e sugli sforzi antiterrorismo che ci permettono la caccia ai resti di al Qaeda e affiliati». E se, dice Obama, l'organizzazione che ci ha attaccato l'11 settembre è «l'ombra di se stessa» (applausi) è pur vero che la minaccia si sposta in Africa. Ma, aggiunge, «per rispondere a questa minaccia, non abbiamo bisogno di inviare decine di migliaia di nostri figli e figlie all'estero o occupare altre nazioni». Il messaggio ai francesi è chiaro. Agli americani anche. Tutti a casa. Ma ci sono anche le ombre su cui il presidente, ovviamente, sorvola.

In realtà sull'Afghanistan resta da sciogliere il nodo più grosso, anzi due: il primo si chiama basi militari e il secondo talebani. Il primo sembra per ora una palude coperta di nubi, il secondo resta viziato dalla richiesta Usa di immunità per le truppe che resteranno nel Paese dopo il 2014. Kabul per adesso tiene il punto e rifiuta. Poi c'è anche l'interrogativo su quanti militari resteranno dopo il 2014. Obama non lo scioglie ma, secondo il Post, 8mila unità potrebbe essere la mediazione tra le richieste del Pentagono (almeno 10mila) e le riduzioni imposte dalla presidenza. E' comunque stato più chiaro del nostro governo e del nostro ministero della Difesa, visto che non sappiamo bene se i mille soldati italiani che rientrano a casa sono già partiti, stanno partendo, partiranno.

mercoledì 13 febbraio 2013

ENNESIMA STRAGE DI CIVILI IN AFGHANISTAN

Una decina di civili, in gran parte donne e bambini, sono stati uccisi ieri notte in un raid nel distretto di Shigal, nella piccola provincia di Kunar. Colpite due famiglie del villaggio di Chawgam. La Nato conferma ma non le vittime civili: il portavoce dell'Alleanza, il maggiore Adam Wojack, spiega ad Al Jazeera: «Sappiamo dell'incidente e prendiamo tutte le informazioni sulle vittime civili con scrupolo ma in questo momento stiamo ancora raccogliendo informazioni».

Secondo l'agenzia afgana Tolonews si sarebbe trattato di un attacco aereo congiunto ma, spiega il governatore di Kunar Fazlullah Wahidi, «le forze straniere hanno fatto tutto da sole, senza informarci». Sarebbe stata una caccia al talebano e avrebbe ucciso, secondo l'Isaf/Nato, quattro guerriglieri tra cui un comandante importante di nome Shahpoor. I conti sono confusi: secondo le autorità locali, ci sono cinque bambini uccisi e quattro donne, oltre ad altri due uomini. Appartengono a due famiglie del villaggio che conta adesso anche alcuni feriti: almeno quattro tra cui tre ragazze.

I DUE SISMI PROVOCATI DA PYONGYANG


Ha scatenato due terremoti il terzo test nucleare nordcoreano, annunciato ieri in pompa magna alla Tv di Stato da Pyongyang. Il primo, di carattere geologico, l'ha provocato alle 4 ora italiana (mezzogiorno in Nord Corea), quando i sismologi hanno registrato un sisma di 4,9 gradi Richter e hanno subito capito la natura della scossa. Il secondo l'hanno invece provocato in mezzo mondo, facendo convocare d'urgenza una riunione del Consiglio di sicurezza che, solo dieci giorni fa, li aveva sanzionati nuovamente (all'unanimità) per la loro ultima attività militare: il lancio a dicembre di un “satellite” subito svelato come un missile a lungo raggio. Ma questa volta l'hanno fatta più grossa. E il consiglio di sicurezza dell'Onu, presieduto dalla Corea del Sud, ha immediatamente e ovviamente condannato il test nucleare e promesso «misure appropriate». Questa volta le misure potrebbe essere assai più implacabili che in passato, anche perché ormai tutta la rosa di sanzioni possibili è stata messa in atto. La provocazione per altro è stata sin troppo evidente.

L'ultimo test nucleare era del 2009 (in precedenza nel 2006) e la somma di questo, la cui qualità tecnologica sembra elevata, con il test missilistico a lungo raggio di due mesi fa (più un altro in aprile), comincia e diventare una questione più che seria. Così seria che anche i cinesi, che già col test missilistico si erano irritati, hanno fatto la voce ancora più grossa appena i nordcoreani hanno annunciato il successo del test nucleare. In linea – una scelta politica meditata – con la reazione di tantissimi Paesi, Stati uniti, Corea del Sud, Giappone e Palazzo di vetro in testa: tutti contro Pyongyang, dalla Nato – il che si capisce – alla Russia, uno degli ex alleati forti e ormai sempre più tiepidi di Pyongyang.

Stando ai coreani il test non solo avrebbe avuto successo ma dimostrerebbe una capacità di gestione dell'arma nucleare senza precedenti: avrebbero usato materiale nucleare in un dispositivo «miniaturizzato» in grado di sprigionare – hanno detto ufficialmente - un'energia esplosiva «ben maggiore» dei test precedenti...Continua su Lettera22

martedì 12 febbraio 2013

ALTRI 34MILA SOLDATI USA VIA DALL'AFGHANISTAN


Fonti che hanno richiesto l'anonimato hanno detto alla Reuters che il presidente Barack Obama starebbe per annunciare, nel discorso sullo Stato dell'Unione, un ulteriore ritiro di 34mila soldati dall'Afghanistan per l'inizio del 2014. Con quelli già ritirati saranno più di 60mila i militari Usa che fanno ritorno a casa prima della scadenza "naturale" del 2014, fissata per il ritiro della Nato dal Paese asiatico. Se la notizia sarà confermata, ne rimarrebbero circa 32mila.

TERZO TEST NUCLEARE NORDCOREANO (video)


L'annuncio oggi alla Tv di Stato dopo gli esperimenti del 2006 e del 2009 e dopo il lancio del "satellite" di qualche settimana fa

domenica 10 febbraio 2013

sabato 9 febbraio 2013

RAID SOTTO ACCUSA: TROPPI MORTI TRA I BAMBINI AFGANI

Proprio mentre il Congresso lo metteva sulla graticola per l'utilizzo dei droni e per le “tecniche” in uso dalla Cia, Jhon Brennan– il consigliere di Obama in tema di anti terrorismo e l'aspirante alla poltrona più importante di Langley - si è visto arrivare addosso l'ennesima tegola che mette sotto accusa la strategia militare americana in Afghanistan e i suoi effetti sulle vittime civili. Tornano sotto i riflettori i bombardamenti e soprattutto i loro “danni collaterali”: che in molti casi riguardano bambini.

La tegola che fa diretto riferimento a un argomento così sensibile, è un rapporto dell'Onu che lancia l'allarme su centinaia di bambini che sarebbero stati uccisi in Afghanistan negli ultimi cinque anni. Morti dovute «alla mancanza di misure precauzionali e a un uso indiscriminato della forza» e che sono l'effetto di «attacchi e raid aerei delle forze armate americane» nel Paese asiatico nel periodo oggetto di studio da parte del Committee on the Rights of the Child, un comitato per la difesa dei diritti dei bambini (Crc) che è stato istituito dall'Ufficio dell'Alto commissario per i diritti umani, la signora Navi Pillay, una delle figure più risolute e assertive della grande famiglia Onu. Il rapporto del Comitato (che di solito commenta ed esprime pareri e raccomandazioni) argomenta una «grave preoccupazione derivata del fatto che tra il 2010 e il 2011 il numero di incidenti che hanno coinvolto bambini è raddoppiato». Così almeno sostiene chi ha potuto leggere le carte (ieri l'Associated Press ma già il 5 febbraio – quando il rapporto sarebbe stato reso noto al governo americano – la stessa Human Rights Watch) perché il dossier non è di dominio pubblico. Sul sito dell'Ohchr (l'uffico di Pillay) il rapporto non c'è anche se non sono soltanto i guardiani del rispetto dei diritti umani a citarlo. E se Victoria Nuland, la portavoce del dipartimento di Strato, ha detto di non averlo ancora letto, il quartier generale delle forze statunitensi in Afghanistan (Usfor-A) ha definito ieri a Kabul «categoricamente infondate, prive di sostanza e totalmente false» le informazioni contenute nelle raccomandazioni fatte a Washington dal rapporto targato Crc.

Secondo Hrw il governo degli Stati Uniti dovrebbe immediatamente rendere effettive le raccomandazioni del Comitato di esperti dell'Onu per migliorare la protezione dei bambini coinvolti all'estero in un conflitto armato, un aspetto che chiaramente non riguarda solo l'Afghanistan. Il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo, che ha reso note le sue raccomandazioni martedi scorso – dice Hrw – non si è espresso però solo rispetto al problema delle «centinaia» di bambini uccisi ma nell'aggravarsi di una situazione (l'ultimo lavoro del comitato sull'Afghanistan risale al 2008) che solleva «profonda preoccupazione» anche per l'arresto e la detenzione di bambini in Afghanistan. Un elemento che fa riferimento a un lavoro a firma congiunta dell'ufficio della Pillay e di Unama, la missine Onu a Kabul, uscito nel gennaio scorso (Treatment of Conflict-Related Detainees in Afghan Custody. One Year On) in cui si dà conto di decine di casi di interrogatori, detenzioni illegali e maltrattamenti di minorenni.

Quanto all'unica reazione ufficiale al momento, i militari americani sostengono che la forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf, sotto comando Nato e in cui gli americani sono la maggioranza), hanno «ridotto nel 2012 del 49% le vittime civili rispetto all'anno precedente». In particolare, si dice ancora, «il numero di bambini che sono morti o sono rimasti feriti come risultato delle nostre operazioni aeree è sceso del 40% lo scorso anno rispetto al 2011» perché, dicono ancora gli americani a loro difesa, «nel rapporto sulle vittime civili pubblicato in agosto 2012 da Unama si sostiene che l'84% di tutti i civili uccisi o feriti nel Paese sono caduti per mano degli insorti». Sia l'Isaf sia l'Usfor-A, si dice ancora, «utilizzano specifici sistemi di valutazione e controllo tecnico, tattico e procedurale» per ridurre il rischio di vittime civili e «si preoccupano di impiegare la forza solo quando necessario, ed in un modo adeguato».

venerdì 8 febbraio 2013

ALCUNE QUESTIONI SULLA SOCIETA' CIVILE AFGANA*


A cadenza regolare il conflitto in Afghanistan è stato scandito da alcune parole chiave. Talebani, jihadisti, sicurezza, transizione, exit strategy, post-2014. Le parole con cui raccontiamo la realtà o con cui cerchiamo di figurarci come sarà in futuro, nascondono spesso illusioni o speranze, ma a volte un vuoto teorico che viene riempito solo dal loro suono. Molto sinceramente la mia impressione è che il termine “civil society”, jemaa madani in dari, appartenga a questa categoria. Questa locuzione ha iniziato ad apparire nei dossier e nei discorsi ufficiali già da qualche anno ma negli ultimi due la sua presenza è aumentata. Direi anzi che, come nel caso del termine “gender”, non può essere evitata. Ma se scavate dietro a quel termine, se ci chiediamo cosa esattamente vuol dire o rappresenta, ci prende un certo sconforto. Nel caso della società civile afgana non si può dire che abbondino gli studi o le ricerche anche se da un paio d'anni a questa parte qualche passo avanti è stato fatto. In realtà, se quando diciamo “pashtun” sappiamo bene a cosa ci stiamo riferendo o se diciamo “sistema finanziario” comprendiamo esattamente di cosa si tratta, quando utilizziamo il termine “civile society” - questa almeno è la mia impressione – intendiamo forse cose molto diverse o non sappiamo esattamente a cosa ci riferiamo....Segue (versione italiana)

Certain words appear with unerring regularity in reference to the conflict in Afghanistan: the Taleban, jihadists, security, transition, exit strategy, post 2014. The words we use to describe the situation or through which we try to imagine a future often conceal illusions or hopes, but they are also frequently used to fill a theoretical void. To be perfectly honest, it seems to me that the term ‘’civil society’’ (jemaa madani in Dari) fits into this category. Though it first started appearing in official speeches and dossiers a few years back, its use has increased sharply in recent times...Go to english version

* Il mio intervento alla Conferenza “Afghanistan to 2014 and beyond – Ask and Task”, Rome, 7-8 February 2013 organizzata da Iai e Nato Defense College

giovedì 7 febbraio 2013

LA GUERRA IN MALI....

I risultati del sondaggio che Lettera22 ha condotto sui visitatori del suo sito a partire dalla prima settimana di guerra in Mali rivelano alcune cose, per quanto relativo sia un sondaggio sulla rete ma comunque su un sito che ha una specializzazione in politica estera, che pubblica soprattutto approfondimenti e che ha anche una buona percentuale di lettori fissi. Per 18 di loro (17,8%), la guerra Andava fatta senza se e senza ma, per 8 (8,2%) Andava condotta in altra maniera, per venti tra i votanti (20,5%) Era meglio trovare una via diplomatica e per la maggioranza(53,4%) invece La guerra è sempre sbagliata. Questi dati mi hanno stupito. Aggiungo due elementi.

Io avrei personalmente scelto l'ipotesi 2 per questi motivi: "senza se e senza ma" vuol dir tutto e nulla comprese le vittime civili. Insomma a qualsiasi costo. La sola via diplomatica, è in linea di principio la miglior strada, ma non al punto in cui eravamo arrivati in Mali. Pensandoci prima forse si poetva anche fare ma già un anno fa si capiva che le cose sarebbero andate in quella direzione: i jihadisti cercano lo scontro dunque bisogna prepararlo il problema è semmai come. Infine c'è il rifiuto totale della guerra. Mi trova d'accordissimo ma è un'aspirazione generale che, senza adeguati strumenti, resta solo un'enunciazione di principio. Credo che al punto in cui erano arrivati i fatti, il conflitto fosse inevitabile ma c'era ancora modo di fare altro: era meglio aspettare lo schieramento Ecowas (inclazando gli africani) e sarebbe bastata una schicchera per fermnare le colonne dei jihadisti perché il problema vero arriva adesso, col controllo territoriale. Infine non posso credere che non ci sia uno Stato africano con tre o quattro caccia che siano in grado di fermare una colonna di 150 jeep. E' un'azione che si può fare anche con gli elicotteri. Il conflitto era inevitabile ma è stato confotto more solito: uno Stato muscolare, e con passato coloniale, prende la testa del corteo e trascina tutti gli altri. E' la vecchia teoria che nel mondo sottosviluppato c'è sempre biosgno di noi. Così proprio non mi piace e c'era tutto il tempo di preparare per bene le cose visto che l'occupazione del Nord maliano era vecchia di mesi. Quanto all'Onu, che fa? Dorme sonni beati cullata dal dottor Ban Ki-moon, un uomo che si limita a prendere atto, risolutamente timido nel prendere l'iniziativa e specchio di quanto abbiamo esautorato la società delle nazioni. Guai a dar retta a chi continua a dire che l'Onu non serve a nulla: i suoi limiti dipendono solo dalle nostre scelte non dalla macchina in sé.

L'altra considerazione è che, vedendo man mano i risultati dei sondaggi, quello iperpacifista - La guerra è sempre sbagliata - ha preso forza via via che la guerra andava avanti. Quando se ne è parlato di più e quando, forse, son venute fuori le magagne. Tutti gli strateghi sanno - Hitler lo aveva chiarissimo - che la guerra lampo è la migliore proprio perché non lascia il tempo di riflettere. Ma questo genere di guerre, se mai sono esistite (perché un conflitto va poi sempre misurato sul lungo periodo), non funzionano più. La loro unica fortuna è il black out informativo e la sempre minor attenzione dei media e dei decisori politici ai conflitti. L'Italia ha mandato due aerei e un centinaio di soldati da quelle parti (non sappiamo bene dove) ma il passaggio parlamentare che ha autorizzato l'invio (dunque l'entrata in guerra) è avvenuto con...un'ordine del giorno...dopo un dibattito scarno e poco approfondito.

Certo, quando le cose vengono fatte così è meglio astenersi. Davvero la guerra è il peggiore dei mali soprattutto quando la si fa nel silenzio generale, tanto più potente quanto la guerra è lontana e non riguarda fratellini con la pelle bianca.

mercoledì 6 febbraio 2013

QUALCHE DOMANDA SULLA POLITICA ESTERA

L'Associazione Ilaria Alpi, 46mo parallelo, che da quattro anni pubblica l'Atlante delle guerre e dei conflitti, e la Rete Afgana hanno chiesto oggi con un appello diffuso in Rete ai futuri parlamentari e alle loro liste di esprimersi sulla politica estera e sugli impegni che intendono prendere nella prossima legislatura.

L'appello “Da che parte stare” si richiama nel preambolo all'articolo 11 della Costituzione sul ripudio della guerra ed è nato a gennaio durante la presentazione pubblica dell'Atlante in una libreria di Roma. Sono undici domande che partono dalla considerazione che “i partiti e le coalizioni che si presentano alle elezioni del 24 febbraio 2013 mostrano, nei programmi proposti agli elettori, carenze e vuoti – dicono i promotori - per ciò che riguarda la politica estera. Non chiariscono – dice ancora il testo dell'appello - cosa intendono fare una volta chiamate a governare, non indicano ai cittadini la posizione del Paese su questioni importanti quali la partecipazione a missioni armate, il ruolo nel Mediterraneo, la cooperazione internazionale, la funzione della Nato e delle Nazioni Unite, i rapporti commerciali con Paesi che non rispettano i diritti umani e la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo”. La prima domanda riguarda gli F-35.

Afgana, con un comunicato ricorda, tra l'altro, di aver già proposto alle forze politiche di impegnare il 30% del risparmio ottenuto col ritiro dele truppe dall'Afghanistan perché sia investito in cooperazione civile in quel Paese.

Le domande si trovano sui siti delle tre associazioni Ass Ilaria Alpi, 46mo Parallelo/Atlante delle guerre, Afgana, sui quali si raccolgono anche le adesioni e le risposte di liste e candidati. Molte le associazioni e le Reti che hanno aderito. Tra i primi firmatari:
TAVOLA DELLA PACE, ARCI, ARCS, CIPSI, LETTERA22, AMANI, EDUCAID, VOGLIO VIVERE ONLUS, BEATI COSTRUTTORI DI PACE, TERRA DEL FUOCO, KOINONIA ROMA, LEGAMBIENTE, AAM TERRANUOVA EDIZIONI o singoli cittadini come la docente dell'Università di Scienze politiche a Milano Elisa Giunchi o la coreanista Rosella Ideo.

lunedì 4 febbraio 2013

LA TRILATERALE AFPAK E I DESIDERATA DI LONDRA


La cena che il primo ministro britannico Cameron ha organizzato ieri sera per Hamid Karzai e Asif Zardari è stata la preparazione della “trilaterale” di oggi nella capitale britannica che Londra caldeggia tra Pakistan e Afghanistan sotto la sua ala protettrice. Ci sono già state due riunioni di questo tipo sia a Kabul sia a New York ma onestamente non si capisce bene cosa questi meeting possano produrre se non l'evidente tentativo di Londra di avere ancora un peso nel futuro nelle sue ex colonie. Infatti, se pur l'Afghanistan non è mai stata una colonia territoriale della Corona britannica, le guerre anglo afgane, che sancirono l'espulsione degli occupanti dell'Union Jack, sancirono anche il controllo di Londra sulla politica estera di Kabul. Gli afgani vincevano la guerra delle armi, gli inglesi quella della diplomazia.

Islamabad e Kabul guardano da sempre a Londra con sospetto. I pachistani sanno che i britannici amano più l'India del Pakistan e gli afgani non hanno mai digerito gli appetiti british sul loro Paese. Forse non amano tanto gli americani e sono abbastanza indifferenti agli italiani, ma è certo che detestano gli inglesi. Dunque cosa spera o può ottenere Londra da questa trilaterale? E cosa afgani e pachistani? Molto poco. Si, certo, che afgani e pachistani si incontrino va sempre bene, sono pur sempre misure di confidence building, ma non è Londra che aiuterà il processo di pace in Afghanistan che dipende, purtroppo, in larga misura da ciò che fanno (male) gli americani.

Del resto sia Karzai sia i suoi uomini hanno messo le mani avanti. Il presidente in maniera sfumata in un'intervista alla Bbc pashto. Ma il portavoce del ministero degli Esteri Janan Mosazai è stato chiarissimo: “No one except the government and the High Peace Council has the competency for direct talks to the Taliban”. Non credo serva una traduzione. Questa uscita (sabato) alla viglia della trilaterale sembra voler dire chiaramente agli inglesi una cosa: fatevi da parte. Almeno voi.



domenica 3 febbraio 2013

F-35, COMUNICAZIONE DI SERVIZIO

Stasera alle 21.30 Presa diretta dedica un’intera serata alle spese militari e in particolare ai cacciabombardieri F-35. Ottimo lavoro senz'altro del prode Riccardo Iacona

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LA VOCE NEL DESERTO DEL GENERALE McCHRYSTAL

Il columnist del Philadelphia Inquirer Trudy Rubin ha fatto una telefonata al generale Stanley McChrystal che, come tutti ricorderete, fu silurato dopo un resoconto giornalistico su Rolling Stones che riferiva di come il comandante americano si fosse lasciato andare a dure critiche sull'operato della Casa bianca in Afghanistan. Il generale ha pubblicato un libro, My Share of the Task: A Memoir", in cui ricorda la sua esperienza irachena e afgana senza risparmiare critiche all'approccio classico della "counterinsurgency" (Coin) tanto caro al generale David Petraeus. In effetti, com'è noto, McChrystal voleva uomini (ne chiese 40mila e ne ebbe 30mila) ma la sua visione era più ampia rispetto al solo intervento militare di terreno. Pensava che fosse necessario conquistare la fiducia degli afgani e che questi considerassero gli americani veri e affidabili alleati. Ecco perché, al telefono, il generale non è apparso molto favorevole all'opzione “zero” prefigurata per il dopo 2014. Gli pare anche che lasciare un pugno di uomini (anziché 9mila o 15mila come i militari vorrebbero) non sia una buona idea. Il generale si basa sul fatto che, dal punto di vista del governo afgano, la sensazione di abbandono sarebbe nettissima. Che fiducia – dice lui – possono avere gli afgani se adesso ce ne andiamo? I talebani aspetteranno e poi zac.

McChrystal è un militare e dunque il suo approccio è diverso dal mio. Aggiungo solo però che la sua strategia militare e politica aveva un senso, comunque la si guardi, e produsse una seppur piccola svolta e che proprio per questa fu silurato. Ma adesso, proprio chi ce l'aveva con lui e che era per essere più cattivi e muscolari pensa che sia meglio lasciar perdere del tutto. La verità mi pare è che alla base di tutto ci sia solo una questione di moneta e interessi sulle risorse. Né ideali né sensata strategia poltico militare anti talebana. La moneta è poca a e l'Afghanistan costa troppo. Egli interessi si stanno spostando a Ovest, tra Medio oriente e Africa. Penso che quella del generale resterà una voce nel deserto. Maliano più che afgano.

sabato 2 febbraio 2013

MALI, I NODI AL PETTINE

I nodi vengono al pettine. Nello stesso giorno, Amnesty International e Human Rights Watch, le maggiori organizzazioni di tutela dei diritti umani, hanno denunciato gli abusi commessi sulla popolazione civile nella guerra in Mali, dopo che francesi ed esercito di Bamako hanno ripreso le città sotto controllo islamista. Alle loro voci si aggiunge quella di testimonianze raccolte dai pochi giornalisti, tra cui quelli dell'Associated Press, che riescono a raggiungere le zone “liberate”.

Quello che si temeva e che, senza essere facili Cassandre, era già stato denunciato dalle prime indicazioni emerse dopo i raid francesi iniziati a gennaio, è adesso una realtà codificata che ha sostituito alle ipotesi e alle illazioni prove e testimonianze oculari che raccontano di bombardamenti, arresti indiscriminati, esecuzioni, corpi abbandonati nel deserto descritti da che ha visto. In un clima, denunciano le organizzazioni umanitarie, nel quale l'esercito maliano agisce da censore, dando indicazioni a chi parla con la stampa o vietando contatti con stranieri in cerca di informazione.

Amnesty International ha reso noto ieri un dossier, il primo sulla situazione in Mali durante il conflitto e redatto al termine dell'ultimo lavoro (di cui abbiamo dato notizia il 22 gennaio) di una missione spedita sul posto per verificare voci e timori che già allora, a nemmeno due settimane dai primi raid, si stavano trasformando nella cruda normalità della guerra e nel tradizionale meccanismo di “pulizia” che segue di regola le operazioni militari dall'aria. Il dossier (il quarto dal 2012 e il primo del 2013 dopo le missioni a Ségou, Sevaré e Niono e nelle città di Konna and Diabaly dopo l'arrivo dei franco-maliani) dice che un “quadro più chiaro del costo del conflitto sta iniziando ad emergere” anche se resta “molto difficile confermare tutte le circostanze delle molte presunte violazioni”. Amnesty ha però ricevuto testimonianze “credibili” su civili vittime di “esecuzioni extragiudiziali da parte dell'esercito del Mali dal 10 gennaio 2013”, cioè dopo l'intervento francese. Inoltre, l'organizzazione ha avuto notizia che almeno cinque civili, tra cui tre bambini, sono stati uccisi in un attacco aereo lanciato durante la controffensiva congiunta franco maliana per riprendere la città di Konna. Amnesty ha anche raccolto “testimonianze di violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario da parte dei gruppi armati islamici” che si sono macchiati di omicidi hanno fatto uso di bambini soldato.

Ma se le nefandezze degli islamisti dei gruppi qaedisti, da cui la stragrande maggioranza dei residenti ha preso le distanze, non stupiscono, ciò che più colpisce del rapporto è l'accusa all'esercito maliano, in qualche modo coperto se non altro dal silenzio delle autorità francesi. “Le informazioni ricevute da Amnesty – dice ancora il rapporto First Assessment of the Human Rights situtione after three week Conflict - indicano che dopo che le forze franco maliane hanno assunto il controllo di Gao e Timbuctu, civili tuareg e arabi - accusati di essere vicini ai gruppi islamisti armati – sono stati presi di mira da parte dei residenti e parte dei loro beni sono stati saccheggiati”. AI ha ricevuto richieste d'aiuto da gente di Gao che si dichiaravano obiettivo di rappresaglia per i suoi presunti legami con tuareg o gruppi armati islamisti, mentre le forze governative sarebbero rimaste a guardare.

Sugli attacchi aerei ancora si sa poco, ma la testimonianza di un parente delle vittime è inequivocabile. E' l'11 gennaio a Konna: “Ho sentito il rumore di due elicotteri e immediatamente il lancio dei razzi...sono stato ferito da schegge nei piedi. Poi vengono sparate bombe contro le cinque finestre e le tre porte della mia casa dove ci sono mia madre, i miei fratelli e le mie sorelle. Mi sono precipitato dentro e ho visto i miei fratelli coperti di sangue che scorreva a fiotti da diverse ferite...erano già morti”. Di quella famiglia ci sono nomi ed età: Aminata Maiga 40 anni, Adama dieci anni, Ali 11, Zeinabou sei. Un altro dei fratelli, Saouda, si è salvato: è stato ferito a un braccio e a una gamba. Poco più in là un siluro ucciderà un meccanico in bicicletta. Sono i primi effetti collaterali di cui abbiamo notizia certa.

Hrw dal canto suo ha denunciato ieri (un giorno dopo l'uscita del suo Rapporto 2013) un episodio raccapricciate: si svolge a Sevaré il 9 gennaio, prima dell'attacco francese, e mentre Konna, 65 chilometri più a Nord, è sotto attacco dei ribelli islamisti. Qui la pulizia (in parte anche etnica visto che si tratta per lo più di peul, una minoranza maliana dalla pelle ambrata e dai tratti somatici nilotici) è preventiva. La cornice è la stazione degli autobus dove l'esercito ferma dei sospetti che non hanno documenti: i testimoni raccontano di attimi drammatici in cui gli arrestati, prima di essere portati via, cercano disperatamente tra il pubblico testimoni della loro identità. Poi 13 persone, forse di più, vengono portate in un campo e fucilate. I loro corpi finiscono nei pozzi vicini, il modo ormai usuale in Mali per far sparire i cadaveri. L'esercito nega. Non sa nulla nemmeno di cinque uomini scomparsi nelle guarnigioni di Konna e Sevaré sempre in gennaio. Non è l'unico crimine denunciato dall'organizzazione che certifica anche testimonianze su soldati sotto l'effetto patente dell'alcol. Hrw non risparmia certo gli islamisti che si sono distinti in violazioni di ogni tipo: esecuzioni sommarie, e, come già denunciato dall'organismo con sede a New York, l'utilizzo di bambini soldato, addirittura di solo 11 anni.

Alle voci di Hrw e AI si aggiunge quella dei giornalisti. Ieri l'Associated Press ha riferito di tre uomini arrestati dai maliani a Timbuctu e visitati in carcere. I tre, islamisti noti, hanno denunciato torture: “Mi hanno versato in bocca e sulle narici 40 litri d'acqua sino a soffocarmi...pensavo di morire – dice Ali Guindo – dormivo all'addiaccio e ogni notte mi vbuttavano addosso acqua gelata”. Tutti e tre riferiscono ad Ap una versione molto simile. Sino a che i soldati non fanno rapidamente smettere l'intervista.