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giovedì 30 maggio 2013

LA GUANTANAMO DI SUA MAESTA' BRITANNICA

Se lo cerchi su googlemap Campa Bastion non lo vedi. L'immagine satellitare è confusa, oscurata. Essenzialmente Campa Bastion non c'è. Con quindici chilometri quadrati di estensione è invece il più grande campo militare britannico d'oltremare costruito dopo la seconda guerra mondiale e la principale base militare dell'Union Jack in Afghanistan. Distante da luoghi abitati, a diversi chilometri dalla capitale dell'Helmand Lashkar Gah, non nasconde alla vista solo i suoi 30mila soldati. Il perimetro del suo enorme Pentagono nasconde anche una piccola Guantanamo con una novantina di sospetti trattenuti in detenzione arbitraria da oltre un anno. A darne notizia è stata ieri la Bbc sulla base dei documenti preparati dagli avvocati inglesi di otto di questi clandestini afgani, trattenuti per mesi illegalmente, che hanno presentato denuncia il 18 aprile scorso a un tribunale del Regno unito. I magistrati dovrebbero prendere in esame l'oscura vicenda entro la fine di luglio.


Foto di Romano Martinis

Davanti alle prove esibite dall'emittente e ancor prima che il tribunale si sia pronunciato, il ministero della Difesa ha ammesso la detenzione di 80-90 afgani che non sarebbero stati consegnati all'autorità giudiziaria locale per timore che non venissero loro applicate le regole di un giusto processo. Risposta che ha qualcosa di vagamente ridicolo dal momento che i padrini del diritto anglosassone avrebbe detenuto gli afgani (di cui con opacità non è stato chiarito nemmeno l'esatto numero) in condizioni che il ministero della Difesa afgano (sapeva?) ha definito “inumane”. Il titolare dell'omologo dicastero britannico Philip Hammond, che ha difeso la privazione della loro libertà perché la liberazione dei detenuti sarebbe stata un rischio per le truppe del Regno unito, ha fatto però sapere che quanto prima i detenuti passeranno in mani afgane. Quando? Non si sa.

Condizioni inumane o meno
, quel che è certo è che le più elementari norme di legge sono state violate. I militari di Isaf, la forza multinazionale della Nato a cui il Regno unito contribuisce numericamente con il secondo contingente per quantità dopo gli Stati uniti, possono trattenere un sospetto, quale che sia l'accusa, per un massimo di 96 ore, non certo per dieci mesi; solo in “eccezionali circostanze” la loro detenzione può essere estesa. Dal novembre 2012 il Regno unito ha però deciso di impedire il trasferimento dei detenuti in mano afgana per timore di “abusi” afgani, ma le carte all'esame dei giudici parlano di abusi britannici evidentissimi commessi su alcuni di loro: è il caso ad esempio di un ragazzo di soli 14 anni e di un padre che ne ha venti, entrambi arrestati durante un raid nell'Helmand. Né il minorenne né il maggiorenne hanno avuto assistenza legale. Altri l'hanno ricevuta, ma hanno potuto parlare con gli avvocati solo dopo molti mesi dal loro arresto e dall'interrogatorio militare e ancora non sanno di cosa sono accusati. I famigliari sono riusciti solo attraverso la Croce rossa a sapere che fine avevano fatto i loro parenti.


Paladini del rule of law, i britannici non si distinguono molto dunque dai loro cugini americani che avevano promesso la chiusura di Guantanamo senza mai arrivare a definirla (nonostante i continui scioperi della fame dei detenuti) ma che almeno hanno consegnato alla giustizia afgana, dopo un'estenuante trattativa, praticamente tutti i detenuti del nuovo carcere costruito a fianco della base militare di Bagram. Va ricordato che lo scambio dei detenuti è stato uno degli argomenti per un altro scambio: l'apertura del governo Karzai al mantenimento della basi americane in territorio afgano dopo il 2014


Questo articolo è uscito oggi su il manifesto

mercoledì 29 maggio 2013

I MISTERI DI CAMP BASTION

Questa base militare britannica, la più grande in Afghanistan, nasconde anche una piccola Guantanamo con una novantina di sospetti trattenuti in detenzione arbitraria da oltre un anno. A darne notizia è stata oggi la Bbc sulla base dei documenti preparati dagli avvocati inglesi di otto di questi clandestini afgani, trattenuti per mesi illegalmente, che hanno presentato denuncia il 18 aprile scorso a un tribunale del Regno unito. Qui sotto una mappa pubblicata dal Guardian

martedì 28 maggio 2013

CONTRORDINE COMPAGNI, NON FU AUTOBOMBA MA KAMIKAZE

Contraddicendo la prima versione ufficiale, il ministro della Difesa Mauro ha ammesso oggi che era un kamikaze e non un'autobomba il responsabile dell'attacco di ieri in Afghanistan a militari italiani durante il passaggio di un mezzo blindato (vedi notizia precedente). I due soldati feriti, bersaglieri del Sesto reggimento di Trapani e che si trovavano a bordo di un blindato Lince, erano stati subito soccorsi ed evacuati.

Ad esplodere dunque non è stata un'autobomba azionata a distanza, mentre il convoglio si stava dirigendo da Farah a Bala Boluk. I talebani locali per altro avevano ieri rivendicato l'attacco sostenendo che "cinque italiani sono morti" e che l'azione è stata compiuta "da un kamikaze". In un breve comunicato il portavoce talebano Qari Yousuf Ahmadi aveva detto che "l'attacco suicida" è stato effettuato alle 9,30 locali vicino a Bala Boluk. Avevano ragione anche se hanno esagerato il numero.



Insomma a compiere l'attentato è stato "un autista suicida che ha diretto la propria auto contro i nostri veicoli", come ha detto a Mattino Cinque, il ministro della Difesa, Mario Mauro. Ieri, lo stesso ministro, in base alle prime informazioni, aveva invece escluso l'azione di un kamikaze, così come era stata rivendicata dai talebani. Delle due l'una, o il ministro non è stato ben informato o ha coperto un'informazione reticente. Se infatti un'auto ai margini di una strada esplode al passaggio di un convoglio (anche se poi immediatamente si dovrebbero trovare i resti del kamikaze) si può anche dare per buona la prima lettura. Ma se l'auto si è lanciata contro il convoglio pare proprio difficile che possa essere stata direzionata: i talebani non hanno questa tecnologia. Era quindi fin troppo evidente che si trattava di un kamikaze ed altrettanto evidente che la cosa è stata chiara sin dall'inizio. Ma la prima versione dà un'altra lettura. Perché? Forse per rassicurare? Questa confusione non aiuta e aumenta la sensazione di una gestione opaca che, in più di un'occasione, è stata raccontata in modo fuorviante.

LA CARTA PSICOLOGICA DEI TALEBANI


Non è una bella atmosfera quella che si respira oggi in Afghanistan. L'offensiva talebana di primavera, puntuale come ogni anno, colpisce nella capitale (appena qualche giorno fa quando a farne le spese è stata anche una connazionale) e ogni giorno nelle aree rurali. Ieri un ordigno è esploso al passaggio di un mezzo dei militari italiani nella provincia occidentale di Farah ferendo due soldati. I militari coinvolti, bersaglieri del Sesto reggimento di Trapani e che si trovavano a bordo di un blindato Lince, sono stati subito soccorsi ed evacuati.

Ad esplodere
è stata un'autobomba, presumibilmente azionata a distanza, mentre il convoglio si stava dirigendo da Farah a Bala Boluk. I talebani locali hanno rivendicato l'attacco sostenendo che "cinque italiani sono morti" e che l'azione è stata compiuta "da un kamikaze". In un breve comunicato il portavoce talebano Qari Yousuf Ahmadi ha sostenuto che "l'attacco suicida" è stato effettuato alle 9,30 locali vicino a Bala Boluk.

Il fronte della guerra gioca dunque a fondo la carta psicologica: l'importante è continuare a colpire e possibilmente senza farsi prendere, evitando cioè le battaglie campali e utilizzando ordigni (Ied) nascosti sul ciglio della strada o autobombe. Solo nelle città la guerriglia gioca la carta shaid, “martiri” che si fanno saltare o disposti a tener duro finché non vengono fatti fuori: morte certa infatti ormai per chi si avventura nei centri urbani, blindatissimi e in realtà gli unici luoghi abbastanza sicuri del Paese. La scommessa sono invece le strade che restano in ostaggio della guerriglia o della malavita che si trincera dietro un turbante nero: check point che salassano i camionisti, Ied o sequestri di persona (afgani specialmente), un'attitudine che si è rafforzata da qualche anno anche a Kabul ma di cui non si parla molto. I talebani stanno cercando di minare le speranze per il 2014 cercando di seminare paura, di far passare l'idea che il Paese è ostaggio della guerriglia e che il governo ha i giorni contati.

A Kabul però i giochi non si fermano, specie quelli in vista delle elezioni (ieri sono iniziate le registrazioni per poter votare). Si attende che il candidato del capo dello Stato uscente si faccia ufficialmente avanti prendendo le sembianze, come ha recentemente anticipato un altro fratello del presidente, del maggiore della famiglia: Quayum Karzai (classe '53). Tra gli altri, l'attuale ministro dell'istruzione Farook Wardak, in quota al partito radicale Hezb-e-islami, e l'agguerrita parlamentare Fawzia Koofi, attualmente impegnata in difesa del decreto legge che punisce le violenze sulle donne e che una parte del parlamento vorrebbe cancellare. Quanto ai talebani, Karzai fa sempre mostra di grandi aperture e in una recente intervista alla Sueddeutsche Zeitung si è persino augurato che corra per le presidenziali del prossimo 5 aprile anche mullah Omar. Apertura che per ora ha trovato solo porte chiuse.

lunedì 27 maggio 2013

SE ANCHE IL MULLAH E' ILLUMINATO


Oggi alla Camera, ospiti della vicepresidente Marina Sereni, PeaceWaves (una antica Ong di Savona che si occupa di Afghanistan) e due docenti dell'università salesiana Rebaudengo di Torino hanno presentato i risultati di una ricerca che si intitola “La cultura come sfida per la ricostruzione: le opinioni e le proposte della società civile afghana sul potere delle donne e lo sviluppo educativo dei bambini e dei giovani nel loro Paese”. Alla ricerca hanno partecipato le università di Herat e la Strathclyde di Glasgow oltre alla già citata Ong e all'ateneo torinese. I risultati confermano quanto sappiamo: le donne hanno cognizione dei loro diritti e di quanto poco essi si trasformino da legge in pratica. La tradizione resta un ostacolo al loro sviluppo. Credono nell'istruzione. L'istruzione, come ormai si sa, è in effetti l'unico campo dove davvero la guerra ha portato un progresso reale: l'analfabetismo è sceso, bambini e bambine vanno a scuola (queste ultime un po' meno), tantissimi giovani entrano all'università. E' l'unico dato che emerge come costante in tutti i sondaggi sulla percezione che gli afgani hanno rispetto ai passi avanti (pochi) degli ultimi dieci anni.



Ma quel che mi ha colpito della sintesi presentata è un altro dato. Basata su un questionario, la ricerca ha sondato gli umori di donne, giovani e meno giovani ma anche dei mullah. In molti casi le risposte di questi ultimi sono sorprendenti. Ad esempio alla domanda se i ragazzi che vanno alla moschea (che spesso cura una sorta di educazione primaria) hanno bisogno di maggior istruzione, il 65% si dice fortemente favorevole (il 70% se si considerano anche i solo "favorevoli") mentre il 29% è “fortemente contrario”. Il 29% (31 se si considerano anche i solo “contrari”) non è poco: vuol dire un mullah su tre. Ma sette su dieci che si dicono a favore di una maggior istruzione è un dato interessante. Quanto poi se alle parole seguano i fatti o se per miglior istruzione si intenda l'università Al-Azhar questo è un alto discorso.

Alla domanda se l'istruzione è importante per entrambi i generi, le donne rispondono con un evidente "fortemente si" al 77% e i mullah solo con un 41% . Ma il 41% di quelli che sono “fortemente d'accordo” sommato a un 25% di chi è semplicemente "d'accordo", fa una platea del 66%: quasi sette su dieci dei mullah intervistati (sei province), il che è davvero un dato importante (solo il 34% dei religiosi si dice contrario). Persino il giudizio sulle Ong e sulla spinta all'emancipazione femminile della comunità internazionale è abbastanza rassicurante nelle risposte dei mullah. Personaggi molto spesso poco tenuti in conto come se questo esercito di religiosi-insegnanti di villaggio non contasse. O se fosse composto, come vuole la vulgata, solo da estremisti oscurantisti e ignoranti.

sabato 25 maggio 2013

A UN MESE DAL RANA PLAZA CHI HA GIRATO LA TESTA


Una petizione alle aziende coinvolte nel crollo del Rana Plaza e nell'incendio dell'azienda Tazreen Fashion di Dacca, una manifestazione listata a lutto a Milano, Firenze, Napoli ma anche in molte città europee con finti funerali davanti ai negozi dei brand che avevano rapporti con quegli incidenti. Tutto ciò ricorda, da ieri e durante tutta la giornata di oggi, le due tragedie del lavoro avvenute in Bangladesh, la Mecca del tessile trasformatasi in un cimitero per oltre 1200 persone.



Le manifestazioni, organizzate dalla Campagna internazionale Clean Clothes (in Italia “Abiti puliti”) mirano a sensibilizzare il grande pubblico nel momento dello shopping e a raccogliere altre firme, dopo quelle già ottenute per spingere le firme internazionali a firmare l'accordo sulla sicurezza nelle fabbriche orientali, per far si che adesso i marchi coinvolti si impegnino nel risarcimento delle vittime. «L’accordo sulla sicurezza firmato da numerosi marchi internazionali è stato un primo passo importante per affrontare i problemi strutturali che affliggono l’industria tessile bengalese – dice Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti - ma non basta. Occorre che tutte le imprese coinvolte garantiscano il pieno risarcimento alle famiglie, attraverso l’assunzione di una responsabilità chiara e l’adesione ad un meccanismo multistakeholder che coinvolga i lavoratori e i sindacati».



La campagna per
il lavoro sicuro nel Bangladesh i suoi primi risultati li ha già ottenuti, in molti Paesi europei e negli Stati uniti e con molte delle grandi firme coinvolte: in Italia ad esempio – per citare il caso più eclatante – con la Benetton. L'azienda, che inizialmente aveva negato un coinvolgimento con le fabbriche ospitate nel palazzo collassato il 24 aprile, ha poi ammesso e, in seguito, ha firmato il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement. Non solo, due giorni fa il gruppo trevigiano ha annunciato di aver preso accordi con una Ong internazionale per partecipare ai risarcimenti. Ma nonostante altri marchi abbiano annunciato pubblicamente che avrebbero prestato soccorso alle vittime, la maggior parte delle famiglie dei deceduti nel Rana Plaza non ha ancora ricevuto un centesimo, denunciano gli attivisti decisi a non mollare la presa. Nemmeno un euro né per le vittime del Rana Plaza, né per quelle della Tazreen: famiglie che non hanno alcuna garanzia che tali promesse saranno mantenute, pur essendo un diritto previsto dagli standard dell’Ufficio internazionale del Lavoro di Ginevra (Ilo). La somma necessaria a costituire il fondo di risarcimento per la tragedia del Rana Plaza ( 1127 morti e circa 1650 feriti) ammonta a circa 54 milioni di euro, mentre – spiegano alla Campagna - quello per l’incendio alla Tazreen (117 vittime) a circa 4,5 milioni. Queste cifre sono state calcolate dai sindacati del Bangladesh e internazionali sulla base degli standard dell’Ilo. L'idea di fondo è che i marchi si dovrebbero assumere l’onere il 45% del totale. A Governo del Bangladesh, associazione dei datori di lavoro del tessile (Bgmea) e fornitori toccherebbe il restante 55%.

La Campagna ha anche fatto il punto sulla posizione dei diversi brand. Finora – dice il dossier - solo Benetton, Manifattura Corona e YesZee (Italia), Camaieu (Francia), Cato Fashions, Walmart e The Children’s Place (Usa), El Corte Ingles e Mango (Spagna), Joe Fresh Loblaw (Canada), Kik (Germania), Bon Marche , Matalan e Premier Clothing (Gb), Primark (Gb/Irlanda) e Texman (Danimarca), hanno riconosciuto, spesso tra mille distinguo, di aver avuto rapporti con le fabbriche ospitate al Rana Plaza. Alcune hanno ammesso di averlo fatto tramite agenti (C&A, Dress Barn, Gueldenpfennig, Inditex, Mascot e Pellegrini), altre hanno negato in toto: è il caso di Carrefour e Auchan (Francia) di cui son saltate fuori alcune etichette nelle macerie.

Ma tra tutte queste società per altro, solo sette hanno detto di voler partecipare al fondi di risarcimento (Primark , El Corte Ingles , Loblaw, PVT, Matalan, Premier Clothing e appunto Benetton). Senza contare che resta in piedi anche il capitolo dell'accordo sulla sicurezza che molte aziende si son ben guadate dal firmare.
(La petizione su abitipuliti.org).

mercoledì 22 maggio 2013

COMUNISTI NEL PAESE SBAGLIATO

Eric Salerno, Rossi a Manhattan, Il Saggiatore 2013, pp 224, euro 16,00



Durante gli anni in cui il senatore Joseph McCarthy imperversava negli Stati uniti, quella che sarebbe stata definita una paranoia persecutoria colpì indiscriminatamente a sinistra e a sinistra. A farne le spese furono persone che comuniste non erano affatto e molti altri che invece erano e restarono tali, ma che non rivestivano quel pericolo per la sicurezza che McCarthy sbandierava. Paradossalmente anzi, sarebbero potuti essere in qualche modo i difensori di quel modello, imperfetto ma affascinante, di democrazia.


Mc Charty

Il nome di Mike Salerno, un emigrato dalla provincia di Cosenza, era sulla lista di quelli che costituivano un pericolo e che andavano espulsi. Mike era sempre stato comunista e non dissimulava, ma il senno di poi dovrebbe indicarlo come una risorsa per quel Paese e non il traditore che lo minava dall'interno al soldo dell'Urss come lo dipingeva l'isteria maccartista. Mike, cacciato negli anni Cinquanta dagli Stati uniti per la sua attività sovversiva, si ritrovò in Italia - in più di un'occasione - a difendere quell'America che l'ideologia del primo Pci doveva per forza dipingere come il diavolo anche senza conoscerla. Lui, che ne aveva subito gli effetti peggiori, era così intellettualmente onesto da riconoscerne anche i meriti. Cosa che non impedì il suo esilio perpetuo dal Paese dove aveva passato diversi decenni, aveva messo su famiglia, lavorato e combattuto, dalle pagine dell'Unità del popolo, i pregiudizi razziali, la xenofobia e la negazione dei diritti di quelle colonie di immigrati che erano sbarcate, come lui e la moglie Betty, nel sogno americano e che ora appartenevano alla fratellanza internazionalista.

Nel ripercorrere la storia di suo padre Mike e di sua madre Betty, Eric Salerno, giornalista e scrittore che già aveva messo mano anni fa alla storia di famiglia, disegna, con molto equilibrio, un quadro di quel periodo che ci restituisce atmosfere e toni di un'epoca di cui abbiamo letto e sentito raccontare ma che i Salerno vissero in prima persona sulla propria pelle. Nel riafferrare quei ricordi però - i rari colloqui col padre, le rarefatte ricostruzioni dei pogrom contro gli ebrei della madre, gli intrecci tra parenti amici e compagni di partito arricchiti da documenti recentemente desecretati - l'autore non cede mai al compiacimento che correrebbe il rischio di trasformarsi in una storia troppo di parte, indulgente col padre quanto troppo poco con il periodo. Non di meno il racconto sulla famiglia è incorniciato in un contesto che spesso fa rabbrividire e che emerge, più che dai ricordi di Eric, dagli schedari della polizia fascista, nei cablo dei diplomatici italiani in America, negli articoli di una stampa italoamericana filofascista prima e democristiana poi. Di cui Mike era la bestia nera, la vittima designata.


Indicato dalla freccia, Eric. La seconda da sinistra è la madre Betty

Rossi a Manhattan è dunque un po' più che una memoria di casa. E' la prima ricostruzione dettagliata di una persecuzione che aveva per oggetto le idee in un'America in cui la paura dell'Urss era diventata un'ossessione e il rosso del Workers Party una maledizione. Ma questa storia di “comunisti nel paese sbagliato” è anche un romanzo, raramente autobiografico (l'autore accenna a se stesso raramente), che accompagna nel racconto spesso drammatico di quell'epoca attraverso documenti e minuziose ricostruzioni arricchite da sopralluoghi, dal quartiere di famiglia alla vecchia sede-museo del Partito comunista americano. Ma l'autore non dimentica mai gli aspetti piacevoli di un viaggio nella memoria per quanto drammatica sia la storia che ne emerge: aspetti legati, come in una foto sbiadita, a un vezzo, un refolo di vento, il ricordo di una scampagnata. Un sorriso nella barbarie della discriminazione che accompagna, piacevolmente, la lettura e un suggestivo apparato iconografico.

martedì 21 maggio 2013

IMRAN ALLA CONQUISTA DI KARACHI, TPI VS MQM

Se le proiezioni di ieri nel nuovo voto nella corsa elettorale di Karachi saranno confermate dall'esito definitivo, il partito della giustizia di Imran Khan, l'ex cricketer pachistano prestato alla politica, guadagnerà un seggio all'assemblea provinciale del Sindh, la provincia del Sud la cui capitale è la grande città portuale. Una ennesima novità nel panorama politico del Pakistan.

Il nuovo voto, che segue le elezioni nazionali e provinciali a distanza di solo una settimana e che è stato boicottato dal Mqm, il partito storicamente forte della città, è avvenuto in 43 delle 200 stazioni di voto messe sotto accusa dall'opposizione che aveva contestato i risultati e chiesto che si andasse di nuovo a votare. Il Tpi, già terzo partito nella consultazione nazionale che ha dato a Nawaz Sharif lo scranno di primo ministro, avanza così anche nel Sindh, roccaforte del Mqm e del Ppp, il partito popolare dei Bhutto uscito però sonoramente sconfitto dall'ultima tornata elettorale.
Ma il nuovo voto e le polemiche seguite all'assassinio qualche giorno fa del numero due del partito, la signora Zahra Shahid Hussain ( i cui funerali si sono svolti l'altro ieri a Karachi in coincidenza con la riapertura delle urne) rischiano di infiammare una città popolosissima, con un enorme divario tra poveri e ricchi, abitata da turbolente comunità pashtun e beluci e teatro da anni di scontri politici violentissimi. Il Mqm, o movimento dei mohajir, i musulmani che dopo la Partition del Raj britannico nel '47 emigrarono nel Pakistan, è stato infatti accusato della responsabilità della morte di Zahra in un'intervista video rilasciata da Imran Khan nel letto di ospedale dove si trova per una brutta caduta. Imran ha accusato senza perifrasi Altaf Hussain, leader del Mqm auto esiliatosi a Londra per timore di vendette. Il movimento ha respinto le accuse al mittente ma la polemica ha infuocato gli animi, adesso accalorati anche dal risultato di un nuovo voto che premia il partito di Imran.

Il Tpi è stato uno dei grandi protagonisti del voto nazionale che, una settimana fa, ha incoronato il partito di Nawaz Sharif, la Lega musulmana, e ha certificato la debacle del Ppp, il partito dell'attuale presidente. Quello di Imarn è invece uscito come forza in grado di condizionare l'esecutivo e adesso la vittoria a Karachi segna un'inversione di tendenza anche nella grande città portuale. Da sempre uno dei teatri più violenti nella realtà urbana del Pakistan.

domenica 19 maggio 2013

IL NO DEL PARLAMENTO ALLA LEGGE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE AFGANE

Il decreto legge che nel 2009 era stato siglato dal presidente Karzai e che stabilisce un passo avanti inequivocabile dei diritti delle donne afgane e nel campo delle pene per chi li viola non è riuscito ieri a superare il dibattito parlamentare, necessario a farne legge dello Stato a tutti gli affetti. Così com'è, il dl resta in vigore ma è pur sempre passibile di lunghe discussioni in tribunale e soprattutto di emendamenti come quelli ieri richiesti in aula e che alla fine, dopo un fuoco di sbarramento di mullah e conservatori, ha fatto decidere per un rinvio del dibattito a data da destinarsi. Rinvio che apre la strada a nuove possibili erosioni dei dritti conquistati faticosamente dalle donne afgane.



Col decreto attuale, una coppia non può decidere di dare in sposa la propria figlia prima dei 16 anni di età. Diciotto invece gli anni necessari a una donna afgana per decidere se sposarsi o meno e con chi, una novità nel Paese dove vige la pratica di matrimoni combinati di maschi e soprattutto femmine (spesso bambine) e dove è ancora in vigore la poligamia, benché limitata a “sole” due mogli. Ma gli emendamenti, denunciati dalle attiviste di Afghan Women's Network, la maggior rete di associazioni femminili, vanno ancora più in là perché vorrebbero chiudere la case rifugio faticosamente costituite per le donne in fuga da un matrimonio indesiderato e da una tradizione e pressione sociale oscurantiste, che spesso le spinge al suicidio o forza i parenti all'omicidio d'onore. Infine la legge punisce duramente lo stupro e la violenza contro le donne e da che esiste ha già fatti finire dietro le sbarre non pochi uomini, mariti e non. Un emendamento vorrebbe edulcorare le sanzioni.

In parlamento la discussione è stata aspra: da una parte i partigiani della legge, capeggiati dalla parlamentare del Badakhshan Fawzia Koofi, dall'altro mullah e conservatori le cui tesi, sostenute con il Corano alla mano, sono ben spiegate da quanto ha detto in aula Obaidullah Barekzai, un deputato dell'Uruzgan che ha citato Hazrat Abu Bakr Siddiq, un compagno di strada del Profeta che aveva dato sua figlia in moglie a soli sette anni di età. Sia detto per inciso, in Uruzgan si registra uno dei tassi più elevati di analfabetismo femminile, in Afghanistan ancora di gran lunga superiore a quello maschile.

La discussione in parlamento ha anche creato polemiche nel mondo femminile: molte attiviste avrebbero preferito cercare di bypassare gli emendamenti ed evitare il dibattito in aula, passo per altro inevitabile visto che i decreti presidenziali richiedono alla fine la luce verde del parlamento. Un parlamento tra l'altro che, in questo momento, è sfavorevole e ostile al presidente. La Koofi ha anche spiegato che un nuovo presidente potrebbe cambiare per decreto la legge attuale (Elimination of Violence Against Women Law o Evaw) introducendo de facto gli emendamenti richiesti dai conservatori. Per strizzare l'occhio ai talebani.

sabato 18 maggio 2013

BANGLADESH, UNA FIRMA IN CALCE ALL'ACCORDO

Chi ha firmato il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement, l'accordo che prevede controlli stringenti sulla sicurezza nel settore manifatturiero locale? Non proprio tutti...



A questo link (fonte Wall Street Journal) la risposta

venerdì 17 maggio 2013

DA DACCA A PHNOM PENH, IL FILO CHE LEGA LE MORTI NELLE FABBIRCHE DEL TESSILE

Non è il Rana Plaza di Dacca la fabbrica cambogiana di scarpe dove il crollo di un mezzanino ha ucciso ieri almeno due persone (bilancio provvisorio) tra cui Sim Srey Touch di soli 15 anni, e ferito gravemente diversi lavoratori a Kampong Speu, a ovest di Phnom Penh. Le operazioni di soccorso, nella fabbrica che ospita 2mila operai, si sono svolte in fretta ma l'episodio “minore”, che non avrebbe normalmente occupato la cronaca internazionale, rimbalza sui giornali e in rete. Troppo fresca la memoria dell'implosione del palazzo del Bangladesh che ha ucciso più di 1100 persone. Fresca la polemica sulle condizioni di lavoro e sulle fabbriche in cui, nei Paesi più poveri, si lavora per i più ricchi. Qui si tratterebbe di una firma giapponese: la fabbrica appartiene a un marchio di Taiwan, Wing Star Shoes, trai cui clienti c'è la nipponica Asics, scarpe sportive, il cui acronimo starebbe paradossalmente per...Anima sana in corpore sano, latino traslato con licenza. In Bangladesh i marchi coinvolti sono invece tantissimi, da Benetton a H&M o Tesco, per citare alcuni tra quelli che, in questi giorni (ultima proprio Benetton) hanno firmato l'accordo che garantisce ispezioni nelle fabbriche perché non si ripeta una strage come a Dacca o un omicidio colposo plurimo come a Kampong Speu (disinvolta ignoranza della possibile catastrofe: un lavoratore ha testimoniato di pezzi di mattone e ferro che cadevano dal soffitto poi rovinato sotto il peso delle masserizie) .



Tra i due eventi c'è un nesso fin troppo evidente e che proprio ieri, sul New York Times, giornale di un grande Paese del tessile che delocalizza molto lavoro, era al centro di un'inchiesta che approfondiva la reazione di chi ha investito, negli ultimi trent'anni, nelle fabbriche e nel lavoro a poco prezzo dei Paesi più o meno sviluppati. E che ora, in fuga dal Bangladesh, cerca altre strade. La Cambogia ad esempio. In questo Paese, vessato dalla guerra e retrovia storico del Vietnam che lo occupò a fine anni Settanta, i salari non sono a livello del Bangladesh ma comunque al di sotto dei 100 euro/mese per i 650mila operai del settore. Le leggi, come in Bangladesh, ci sono. Pochi le rispettano.

Al Nyt Bennett Model, a capo di una “fashion factory” di New York, spiega che accostare un prodotto al nome Bangladesh è oggi “politicamente scorretto”. Per questo molti guardano altrove. E non da oggi. Model iniziò a lavorare coi cinesi nel 1975, un lustro prima che si avviasse il boom del settore in Bangladesh dove il tessile occupa oltre due terzi dell'export. Vietnam e Cambogia sono i Paesi più gettonati perché tutto sommato l'Asia resta il luogo preferito, sia per la capacità della manodopera, sia per la lunga tradizione tessile (che la rivoluzione industriale mise in crisi con i telai meccanici) sia per la reperibilità di materia prima. Anche India e Pakistan figurano nella lista per la loro capacità, tra l'altro, di garantire sistemi industriali di confezione, impacchettamento, spedizione.

L'Indonesia sembra però il preferito di questa nuova “colonizzazione”. Con l'eredità della dittatura ormai alla spalle, produce ottimo cotone (kapok) e ha già una lunga esperienza nella produzione concentratasi a Giava e Bali. Politicamente corretta e con bassi salari, per chi fugge dalla Cina (troppo cara), o da tentativi in America latina e Africa (lente nella produzione), l'Indonesia è la terra promessa: il centro di formazione di Semarang ad esempio forma 12mila persone l'anno. Poco in un Paese dove stanno per aprire 4 nuove fabbriche con 30mila nuovi posti di lavoro.

mercoledì 15 maggio 2013

BENETTON/DACCA: UNA BUONA NOTIZIA E LA VITTORIA DEL BUON SENSO

L'azienda di cui è a capo sottoscrive il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement, un accordo che prevede controlli stringenti sulla sicurezza nel settore manifatturiero locale di cui anche Benetton è cliente. Nel Paese chiuse altre 200 fabbriche preventivamente

Ci sono due buone notizie oggi sul Bangladesh. Una viene dall'Italia, dove l'amministratore delegato di Benetton Group ha fatto sapere che l'azienda di cui è a capo sottoscrive il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement, un accordo che prevede controlli stringenti sulla sicurezza nel settore manifatturiero locale di cui anche Benetton è cliente. Ciò significa per il gruppo trevigiano un esborso per garantire i controlli ma, soprattutto, un'assunzione di responsabilità, seppur tardiva, che le rende merito e soprattutto cancella le ombre che il crollo aveva disegnato sulla firma italiana famosa nel mondo col marchio United Colors of Benetton. L'altra arriva dal Paese dove il crollo del Rana Plazza ha imposto un'accelerazione sugli accertamenti che riguardano la sicurezza delle fabbriche tessili con la conseguente chiusura preventiva di 200 impianti...Continua su Lettera22

Leggi il comunicato della Campagna Abiti puliti

martedì 14 maggio 2013

IL PAKISTAN SVOLTA A DESTRA: NUOVO PREMIER VECCHIE FACCE


La vera novità delle elezioni pachistane è che non c'è nulla di nuovo sotto il sole. Il nuovo premier è una faccia antica che premier è già stato e che calca le scene della politica pachistana da decenni. Ma al di là della battuta, della longevità politica e della controversa caratura di Nawaz Sharif, a capo della fazione della Lega musulmana che porta il suo nome (Pakistan Muslim League-Nawaz), queste elezioni per il rinnovo del parlamento di Islamabad e del potere provinciale hanno rappresentato più di una novità.



Per la prima volta nella storia del Pakistan, un governo civile porta a termine la legislatura e, nonostante minacce, attentati e 150 morti durante la campagna elettorale, il 60% degli aventi diritto è andato a votare: un record e un 20% in più rispetto alla passata consultazione. La terza novità è che il Partito popolare della dinastia Bhutto (Ppp) ha subito la sua confitta più clamorosa, evidenziando la fine di un'era e forse di quella stessa dinastia. La quarta è l'affermazione del Pti, il partito di Imran Khan, un partito che si basa più sugli slogan e sul carisma del suo leader – un ex campione di cricket – che su un vero programma. Aveva un seggio e ora ne ha una trentina. Ha fatto man bassa nelle aree tribali, tradizionale base elettorale del partito laico Awami (praticamente scomparso e questa è la quinta, triste, novità) e dei partiti islamisti che, tutto sommato, tengono la posizione. L'ultima novità è forse che, anche in Pakistan, la sinistra, o almeno i partiti che tradizionalmente si ispirano a principi secolari e socialisti, è in difficoltà (il Ppp e appunto il partito Awami).

Il Pakistan dunque svolta a destra: sceglie un leader conservatore, chiacchierato quand'era al potere per i suoi rapporti con gli islamisti e nemico dell'esercito più per una questione personale (furono i militari con un golpe e cacciarlo nel 1999) che non perché sia poi un così ferreo baluardo del potere civile. Come ogni nuovo premier ha promesso aperture all'India e agli Stati uniti (sia Delhi sia Washington si sono calorosamente congratulati) ma fu il suo governo a fare i test atomici del 1998 che impaurirono Delhi con cui, qualche mese, dopo scoppiò l'ennesimo confitto (Musharraf, che poi lo rovesciò, era allora capo di Stato maggiore). Quanto agli americani, Nawaz Sharif ha bisogno dei loro quattrini ma dovrà vedersela con l'amara politica dei droni (omicidi mirati con aerei senza pilota) tanto cara a Obama. Avrà però una freccia al suo arco: il ritiro americano deve per forza passare dal porto pachistano di Karachi.

I risultati, non ancora ufficiali, gli danno almeno 125 seggi nell'Assemblea nazionale e una maggioranza schiacciante in quella del Punjab, la provincia ricca che ha finanziato la sua campagna elettorale. Ha tre settimane per mettere assieme l'esecutivo e basterà dunque un po' di scouting tra gli “indipendenti” che, con una trentina di seggi, si contendono il primato di secondo partito con circa gli stessi scranni di Ppp e Pti....(segue su Lettera22)

lunedì 13 maggio 2013

TI RICORDI DEL BANGLADESH?

Radio3 e in particolare la trasmissione Tutta la città ne parla si distingue per tenere alta l'attenzione sulla vicenda Bangladesh. Anche stamattina Giorgio Zanchini ci è tornato sopra (si può riascolatare in podcast) stimolato dagli ascoltatori e dall'intervento di M. Yunus sul Guardian che lancia un appello sui salari (citato anche da Luigi Spinola nella rassegna delle 6.50). Alla radio hanno fatto sentire anche la vecchia "Bangladesh" di George Harrison. Oggi però, nonostante queste rare voci, c'è molto più silenzio di ieri...




Segnalo questo ottimo link (Comune-info, nel senso di "bene comune") con i vari articoli usciti in Italia

venerdì 10 maggio 2013

UN MILIONE DI FIRME SULLE MACERIE DEL RANA PLAZA


Il crollo del Rana Plaza (oltre 1000 morti!) ha prodotto almeno un risultato: un milione di firme in calce alle petizioni che chiedono ai marchi che si riforniscono in Bangladesh di sottoscrivere immediatamente il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement, un accordo che vincola al controllo della sicurezza nelle aree del lavoro tessile, una moderna forma di schiavitù più volte venuta alla luce ma mai in maniera così eclatante. A renderlo noto è la Campagna italiana “Abiti puliti”, quella che ha denunciato, tra l'altro, il coinvolgimento di molti clienti italiani e sbugiardato la firma più importante: il colosso multinazionale Benetton. L’accordo messo a punto insieme ai sindacati internazionali – spiegano alla Campagna - pone le basi strutturali per evitare la perdita di altre vite. Firmarlo entro il 15 maggio, aggiungono gli attivisti di “Abiti puliti”, è questione di “vita o di morte”.

L'Italia però sembra molto in ritardo. A parte qualche piccola manifestazione a Padova e qualche sdegnato commento sui giornali, l'opinione pubblica e i grandi marchi sono rimasti silenti. Anche il governo si è speso poco. Lo stesso i sindacati. Sembra non contar molto che in quella vicenda siamo coinvolti e che dal 2005 a oggi più di 1700 lavoratori tessili sono morti in quel Paese a causa della scarsa sicurezza degli edifici. La firma di quell'accordo sarebbe una buona scelta: prevede ispezioni indipendenti nelle fabbriche, formazione dei lavoratori sui loro diritti, informazione pubblica e revisione strutturale delle norme di sicurezza.

giovedì 9 maggio 2013

IL NOSTRO RICORDO DELLA TORRE DI GENOVA AL MOLO GIANO

Una settimana fa il nostro percorso, mentre Mario Dondero prepara un libro fotografico sul porto e io un reportage per Radio3, ci portò al "fungo" del Molo Giano. Scomparso nella tragedia di mertedi notte. Un ricordo scritto a quattro mani della gente che ci lavora e ci lavorava



Il comandante Giovanni Lettich è un istriano alto e vigoroso. E' stato proprio lui ad accoglierci appena una settimana fa al terzo piano di quel bizzarro “fungo” che era la Torre piloti. Adesso non abbiamo cuore di chiamarlo. Scorriamo con angoscia la lista dei nomi pubblicata online dal SecoloXIX per paura di trovarci il suo o quello di uno dei suoi collaboratori appena conosciuti e con cui abbiamo scherzato.

Il suo ufficio aveva un'aria vagamente retrò, con quei timoni in legno e le immagini appese di navi d'antan, in mezzo a quel groviglio di alta tecnologia che è una Torre piloti. Manufatto di ferro cemento e vetro alto cinquantaquattro metri, finiva con una cabina di regia tutta specchi che, dominando l'intero scalo di Genova da Molo Giano, controllava chi entra e chi esce dal porto e coordinava l'attività delle “pilotine”, gli agili e potenti scafi che raggiungono le immense fabbriche del mare quando devono ormeggiare o lasciare le banchine. Devono guidarle ai moli o in mare aperto. Gesti e azioni ripetute, sempre le stesse, eseguite con precisione, competenza e sempre con un occhio alla sicurezza: della nave, del carico, degli equipaggi.

Adesso che quella torre non c'è più ci vengono in mente le facce dei piloti che abbiamo conosciuto, dei centralinisti e dei timonieri, degli addetti alla segreteria e del comandante Lettich che, con la pazienza che si deve ai giornalisti, è stato un'ora a spiegarci come funziona una pilotina e cosa fa un pilota: “E' il primo a salire sulla nave e l'ultimo a scendere”, ci aveva detto per spiegare il lavoro fondamentale dei suoi uomini (“carte nautiche parlanti”, li chiamano) che devono salire in mare aperto su petroliere, merci, navi passeggeri e guidare in porto la manovra per fare poi la stessa cosa quando la nave se ne riparte. Spiega che anche questa, come molte altre al porto, è una cooperativa con una tradizione e un'identità: son 22 i piloti e – dice – c'è appena stato un cambio generazionale nei ranghi dei comandanti che son quasi tutti molto giovani ma con già centinaia di operazioni di servizio alle spalle. Tutti ex naviganti con una lunga storia marina alle spalle. Gente che i “vapori” li conosce.

Lettich ci conduce poi a una pilotina. Il timoniere Fabio Clerici di Camogli accende i motori e ci accompagna in porto dove un cargo di 260 metri da 42mila tonnellate sta lasciando la banchina. I piloti sono a bordo. I rimorchiatori manovrano con le cime per direzionare la nave oppure la spingono da un lato per fare resistenza alla spinta delle eliche laterali che servono allo scafo per mollare gli ormeggi. A operazione conclusa Clerici carica a bordo i comandanti Savarese e Gazzale che scendono dalla “biscaglina”, la scaletta di corda che corre lungo la pancia della nave, e saltano in corsa sulla pilotina. Concluso, si torna alla torre. Siamo rimasti affascinati da questi “abbordaggi” specie se la giornata è di quelle con un moto ondoso considerevole (almeno per noi) e lascia stupefatti che la tragedia di martedi notte si sia verificata con grande bonaccia e mare calmissimo.

Al rientro saliamo sino alla “cappella” del lungo fungo della Torre. Scherziamo con questi sorveglianti speciali, ci facciamo raccontare. Poi ragioniamo tra di noi: è gente che deve saper far fronte anche a situazioni complesse in condizioni di mare imprevedibile, compiendo un lavoro oscuro ma essenziale. Ragioniamo anche, fuor di retorica, che è proprio su una pilotina che senti quel sentimento di solidarietà che sembra attraversare i marinai quando son lì, sul filo dell'acqua e un'errore può costare la vita.

Adesso quel fungo, che riuniva responsabili di guardia costiera, marina, piloti e rimorchiatori, è un cumulo di macerie che si è frantumato in parte su una vicina palazzina della guardia di Finanza. Poco più in là ci sono i sommozzatori e gli specialisti delle profondità, quelli che fanno le “campane” per andare a cento metri sott'acqua a fare qualche ingrato lavoro. Anche con loro abbiamo scherzato, fotografato, preso appunti, registrato per mettere assieme un libro fotografico sull'umanità del porto di Genova e farne poi anche una trasmissione per radio3. Che adesso racconterà anche di questa torre e di alcuni dei suoi abitanti che non ci sono più.

sabato 4 maggio 2013

SBATTI IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA. MA UNO SOLO. ANCORA SU DACCA

Il mostro in prima pagina è Sohel Rana, proprietario del Rana Plaza, crollato dieci giorni fa a Dacca con un bilancio che ha superato i 500 morti. Gli è stato contestato il posssso di una pistola ritrovata nelle macerie e rischia la pena di morte. Se la cavano invece i comprimari di quel dramma: le decine di marchi occidentali che in Bangladesh fanno profitti grazie ai pochi scrupoli di molti signor Rana e a salari da un dollaro al giorno che hanno scioccato persino papa Francesco. L'Ufficio internazionale del lavoro (Ilo) ne ha approfittato per ricordare al governo che è ora di un programma che preveda un serio utilizzo della legge, garanzie di salute e sicurezza, diritti e salari. Un programma che non si può disgiungere dal senso di responsabilità che anche il mondo degli affari dovrebbe dimostrare.

Una petizione online, promossa tra gli altri dalla campagna “Abiti puliti” chiede a tutti i marchi coinvolti nel lavoro del tessile bangladeshi di firmare il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement promosso dall'International Labor Rights Forum per evitare nuovi drammi (prevede controlli e che ogni azienda produttrice straniera versi una piccola somma per garantirli). «Dal crollo della fabbrica Spectrum nel 2005, il rispetto della sicurezza degli edifici e delle norme antincendio è stato ripetutamente chiesto ai marchi che si riforniscono in Bangladesh. Questi – dice Deborah Lucchetti di “Abiti puliti” - non possono più nascondere le loro responsabilità per l’inerzia dimostrata nell’evitare che queste tragedie si verifichino. Non vi è alcuna ragione per ulteriori ritardi nella firma dell'accordo». C'è però chi ancora non l'ha firmato o non si è fatto avanti per garantire un compenso alle famiglie delle vittime.

Le aziende italiane (cinque) che avevano a che fare con le fabbriche coinvolte nel crollo hanno in parte ammesso con vari distinguo (vecchi ordini, affari ormai conclusi) ma non hanno fatto accenno a compensazioni o alla firma dell'accordo. I nomi ormai sono noti: Itd, Pellegrini, De Blasio, Essenza, Benetton. Quest'ultima aveva addirittura negato ma poi il ritrovamento di un ordine commerciale e di etichette tra le macerie del Plaza le hanno fatto ammettere il coinvolgimento. Sarebbe interessante sapere che passi intendono fare: se hanno deciso, come la Disney, di ritirarsi dal mercato per non correre rischi di immagine o se invece, come alcune società occidentali, pensano che sia giusto partecipare al lutto facendo fare un passo avanti ai diritti dei lavoratori che ci cuciono T-shirt e pantaloni.

giovedì 2 maggio 2013

AFGHANISTAN: MI RITIRO MA INTANTO SPARO, ANZI BOMBARDO

Herat, 02 maggio 2013 – Con un’unica vasta operazione congiunta che ha visto sul campo uomini e mezzi di diverse unità dell’Esercito e dell’Aeronautica Militare in forza al Regional Command West (RC-W), i militari del contingente italiano di stanza a Herat hanno inferto nei giorni scorsi un duro colpo all’attività degli insorti distruggendo tre distinti ripetitori radio nella provincia di Farah, nella parte sud della regione sotto responsabilità italiana”. Comincia così il bollettino inviato oggi ai giornalisti dall'ufficio stampa difesa di Herat. Dunque ancora bombardamenti aerei, come si vede nella foto allegata.




A detta dei militari italiani questa apparecchiature erano nascoste “in una vasta area tra i picchi di alcune montagne rocciose”. Due ripetitori sono stati distrutti “attraverso il fuoco diretto dei cannoni a canne rotanti da 20mm di quattro elicotteri A-129 ‘Mangusta’” e dopo che “due elicotteri NH-90, prima di autorizzare l’apertura del fuoco, hanno confermato la posizione degli apparati e verificato che non vi fosse la possibilità di danni collaterali (zero civilian casualties: nessuna vittima civile)”. Rassicurante.

C'è anche un terzo ripetitore radio distrutto “mediante l’impiego di armamento a guida GPS impiegato da una coppia di velivoli AMX in forza al Task Group ‘Black Cats’ della Joint Air Task Force (JATF) dell’Aeronautica Militare”. Per dirla in due parole, gli Amx sono i nostri caccia (che hanno sostituito i Tornado) spediti in Afghanistan allo scopo di operazioni ricognitive. Poi sono stati armati e da questa estate sparano. Rassicurante?

La Difesa chiosa: “L’operazione rappresenta un felice esempio di coordinamento delle diverse capacità che il contingente italiano è in grado di esprimere sul territorio, al fine di rendere più sicura l’area e accrescere la fiducia della popolazione locale nell’abilità delle forze di sicurezza di contrastare la criminalità e gli insorti nell’attuale delicato periodo di transizione”. In una parola, i locali sono felici di questi bombardamenti, come si evince dalle manifestazioni di piazza o dalle rimostranze del governo afgano quando aihmé ci va di mezzo qualche civile. Ma qui pare che non sia il caso. Felice esempio di coordinamento. Assai rassicurante.

LA TABELLA DI MARCIA DEL POST 2014


Se per tentare di definire il futuro dell'Afghanistan si può prendere per certo il fatto che per la fine del 2014 si completerà il ritiro delle truppe ISAF/NATO, tutto il resto appare come una nebulosa. Elezioni presidenziali (previste sempre per il prossimo anno), futuri assetti di potere interno e processo di pace, economia, rapporti con i paesi confinanti: sono tutti elementi di incertezza.

In realtà
, anche l'uscita di scena della NATO pone non pochi problemi. Il ritiro delle truppe ISAF/NATO è in corso da tempo, ma ogni paese della coalizione lo sta declinando a suo modo con un coordinamento solo apparente di Bruxelles: la “exit strategy” è definita secondo esigenze nazionali. Di per sé la cosa non sembra preoccupare particolarmente il governo afgano: che nel tal paese si acceleri e nell'altro si prolunghi la ferma, la scadenza è il dato cui, più o meno obtorto collo, tocca conformarsi. Ma tutta una serie di questioni restano aperte sul piano militare: le più importanti riguardano gli americani, con cui il presidente Karzai ha aperto un vero e proprio contenzioso negli ultimi mesi.

La tattica adottata dal presidente afgano è abbastanza evidente: in cerca di consensi per ritagliarsi una posizione importante nel futuro del paese, ha criticato duramente gli USA sul punto più sensibile, cioè lo status delle truppe (10-12.000 unità) che resteranno dopo il 2014....segue su Lettera22

mercoledì 1 maggio 2013

PRIMO MAGGIO A DACCA

Il primo maggio del Bangladesh oggi si chiama Rana Plaza, l'edifico crollato una settimana fa e in cui sono rimaste sepolte centinaia di vittime e le ambizioni dell'industria tessile del Paese, il maggior polo di sviluppo e profitto ma anche la causa di altrettanti drammi. Un dramma che ha coinvolto anche molte aziende occidentali, che in Bangladesh delocalizzano le produzioni.



Qualcuno ha fatto spallucce. Altri, come la canadese Loblaw e la britannica Primark hanno ammesso di essere clienti di alcune delle fabbriche ospitate nel palazzo e hanno proposto una compensazione alle famiglie delle vittime. Altri hanno plaudito a un'iniziativa che convertirà la spesa per l'acquisto di una T-shirt in un contributo ai lavoratori del Bangladesh. Altri ancora invece, come l'italiana Benetton, una decisione non l'hanno ancora presa. La Benetton, incastrata dal ritrovamento tra le macerie di etichette United Colors e di un ordine commerciale, ha ammesso di aver avuto a che fare con la New Wave, una delle fabbriche ospitate nel palazzone crollato. Ma ha aggiunto che “nessuna delle aziende coinvolte nel tragico incidente di Dacca è ad oggi un nostro fornitore”. Una “ricerca attenta” e, aggiungiamo noi, tardiva, ha verificato che “quantomeno un ordine in passato c'è stato, forse due: si tratta di una fornitura occasionale, one shot, e probabilmente in subfornitura come capita nel settore del tessile. Ma a fine marzo – ha detto un portavoce dell'azienda trevigiana all'Ansa - lo avevamo già eliminato dai nostri fornitori regolari per gli audit non convincenti che ci erano arrivati”. Audit che, a detta di Benetton, non comprendono “informazioni sulle strutture degli edifici''.

Fornitura occasionale dunque - almeno che non emergano nuovi elementi – pur se stupisce che in questa occasione Benetton rivendichi di essere “in prima fila sia per gli audit approfonditi con cui verifica condizioni ambientali e sociali delle società presso cui si rifornisce sia per la sensibilità sull'ecocompatibile”. Come che sia, poiché l'azienda sostiene di non “volersi lavare le mani” sulla vicenda si può sperare in un gesto significativo che renda quell'essere in prima fila un'evidenza e non uno slogan.

Intanto,
mossa dalla rabbia della protesta popolare e dalle pressioni che soprattutto nei Paesi anglosassoni hanno messo sotto inchiesta il settore, la magistratura bangladeshi si dà da fare. L'alta corte di Dacca ha ordinato l'immediata confisca di tutti i beni mobili e immobili di Sohel Rana, il proprietario di cinque fabbriche di indumenti che avevano i loro laboratori nel Rana Plaza, sempre di sua proprietà. Dopo il crollo, annunciato da una grossa crepa che era stata ignorata, Rana si era dato alla macchia ma il suo arresto, nei pressi della frontiera indiana, è arrivato con una velocità rara in un ambiente dove l'impunità è di solito di casa: molti imprenditori che commettono reati contro la sicurezza non vengono perseguiti e se vengono arrestati, dopo poco escono di prigione. Questa volta però la giustizia locale non vuole lasciar nulla al caso e Sohel Rana rischia di pagare per tutti, persino con la morte in un Paese che prevede la pena capitale.

L'alta corte ha anche ordinato all'ispettorato generale del registro di emettere una circolare che vieti rapidi passaggi di mano delle società di Rana. Ma non se la passano bene nemmeno gli altri quattro proprietari di fabbriche tessili (tra cui Samad Adnan e Mahbubur Rahman Tapash, capo e direttore della New Wave, la ditta che aveva Benetton come cliente), anch'essi agli arresti.
Intanto, anticipazione del primo maggio, le proteste hanno invaso le piazze della capitale anche ieri dando fiato a una rabbia che si alimenta di voci sulla possibilità che alcuni cadaveri siano stati nascosti dalle squadre dei soccorritori e che tiene alta una tensione che non farà dimenticare la festa del lavoro. In questo Paese, oggi, listata a lutto.