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domenica 1 giugno 2008

COSA CI DIRA' LA FAO



Forse per la prima volta nella storia della Fao, i grandi temi di un vertice non riguardano solo i paesi poveri. Certo, il clima e lo spettro dei malanni della biosfera, fortemente connessi alla crisi alimentare che attraversa il pianeta, sono al centro del grande summit che dal 3 al 5 giugno, con imponenti misure di sicurezza, vedrà accorrere a Roma da tutto il mondo capi di stato e di governo, ministro e sottosegretari. Ma il focus principale del vertice è soprattutto la fame. E questa volta la fame, o per meglio dire l'aumento esponenziale dei prezzi dei generi di prima necessità, se mette in croce chi già lo è, sta toccando nel portafoglio e nelle borse della spesa anche i cittadini del “primo mondo”. Quelli che, di solito, i vertici li organizzano per lenire i dolori di quella enorme fetta di umanità che tira a campare con un dollaro al giorno.
Il titolo del summit (World Food Security: the Challenges of Climate Change and Bioenergy) dice in una locuzione qual'è il grande tema che, da qualche mese a questa parte, anche noi allegri abitanti delle “società del benessere” abbiamo scoperto andando al mercato: sicurezza alimentare. Nei documenti preparatori del summit, organizzato all'interno del grande palazzone in stile littorio che ospita il ministero dell'Agricoltura delle Nazioni Unite, si dice senza mezzi termini che il pianeta sta sperimentando “un drammatico aumento dei prezzi del cibo” e che nei primi mesi del 2008 i “prezzi nominali di tutti maggiori beni di prima necessità alimentari hanno raggiunto il loro più alto livello degli ultimi 50 anni”. Scoperta recente e drammatica che ha visto vere e proprie sommosse popolari, accaparramenti, leggi per evitare le esportazioni, tentativi di calmierare l'ondata di aumenti che ha fatto lievitare grano e riso, frumento e soia.
Ma se per noi l'effetto si somma ai già onerosi aumenti del prezzo della benzina, al prelievo fiscale, all'aumento delle spese mediche, nel mondo ci sono almeno 800 milioni di persone che già soffrono la fame come se fosse una malattia endemica. Cosa succederà adesso di questo sesto di umanità che non vive ma sopravvive?
Il summit dovrà cercare di spiegare cos'è successo e forse anche come mai non ce ne siamo accorti fino al giorno in cui, facendo la spesa, ci siamo resi conto che un filone di pane costava più del companatico. Il summit dovrà distribuire equamente le colpe che, sino ad ora, sono state rimbalzate su diversi attori: i paesi emergenti che, sviluppandosi, consumano di più e mangiano meglio, i biocarburanti che sottraggono spazio all'agricoltura per alimenti, il prezzo del petrolio che finisce per incidere sui costi della produzione agricola, le politiche finanziarie degli stati che proteggono i propri coltivatori e chiudono i mercati ai prodotti dei paesi poveri. C'è persino chi pensa che la crisi alimentare si potrebbe risolvere in un'opportunità per l'agricoltura dei paesi in via di sviluppo perché l'aumento dei prezzi li farebbe guadagnare...sempre che dazi e protezionismi non ci mettano del loro.
Come che sia, se gli aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari e del carburante minacciano la stabilità macroeconomica e la crescita globale, secondo la Fao ci sono oltre una ventina di paesi che sono più a rischio di altri perché importatori netti di prodotti petroliferi e materie prime agricole. La Fao ha tracciato una mappa della loro vulnerabilità che si ottiene incrociando tre fattori: l'elevato livello di sottonutrizione, la forte dipendenza dalle importazioni di energia (che arriva al 100% nella maggior parte di questi paesi) e di materie prime agricole come cereali riso, frumento e granturco per il consumo interno. Particolarmente vulnerabili sono i paesi africani come Eritrea, Niger, Comore, Botswana e Liberia, a causa di un livello molto elevato di tutti questi fattori di rischio.
Finora, secondo le stime della Fao, il 2007 è già stato un anno da dimenticare con un aumento del costo globale delle importazioni di prodotti alimentari che ha totalizzato una bolletta da 812 miliardi di dollari, il 29% in più rispetto all'anno precedente. Ma quest'anno per alcuni paesi si potrà arrivare ad altri aumenti tra il 30 e il 50 per cento. In una parola: insostenibili, specie se non subentrano correttivi. Quelli per intenderci, che applicati nei paesi ricchi, ci mettono di solito più al riparo di altri.
Quel che il summit dovrà cercare di fare sarà dunque anche indicare come impedire che questa emergenza, cronicizzandosi, non porti a vere a proprie rivoluzioni del pane. La miccia sotto i forni è già accesa.

Questo articolo è stato pubblicato anche su il mattino

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