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martedì 12 dicembre 2017

Un dibattito sul caso Rohingya con Msf a Roma il 14 dicembre


* Per motivi di lavoro Amedeo Ricucci non potrà essere presente
Modererà l'incontro Junko Terao, giornalista di Internazionale, media partner dell'evento

sabato 9 dicembre 2017

Il progetto del Califfato da Kabul a Giacarta

Martedi a Napoli, su invito di Antonia Soriente, avrò il piacere di raccontare ai suoi studenti dell'Orientale, il nostro "A Oriente del Califfo", un libro che tratta del progetto dello Stato islamico da Kabul a Dacca. Posto sotto la locandina invito di martedi,  un contributo scritto recentemente sull'Indonesia per il dossier di Reset dedicato a questo grande Paese



























Se si volesse suddividere la recente storia dell’arcipelago indonesiano in fasi, potremmo dire che, dopo la liberazione dal dominio olandese a metà del secolo scorso, l’Indonesia ne ha conosciute fondamentalmente tre: l’epopea rivoluzionaria “non allineata” guidata da Sukarno e brutalmente interrotta dal colpo di stato del 1965; la fase di ordine, crescita ma anche di oscura dittatura degli anni del regime del generale Suharto, e infine l’attuale: la Reformasi, l’epoca di riforme – democratiche, economiche e del costume – che l’Indonesia sta ancora vivendo e che si è aperta con la fine della dittatura dell’Orde Baru (Ordine Nuovo) e la nascita di una democrazia che negli anni si è consolidata mettendo mano a interventi importanti nella struttura istituzionale, economica e culturale di questo grande Paese.

Volendo tracciare un bilancio di questo mezzo secolo di storia, dalla metà degli anni Novanta a questo primo spicchio di XXI secolo, il risultato non potrebbe essere che positivo e con prospettive future interessanti. Non di meno qualche ombra ancora grava soprattutto per quel che riguarda i conti con la propria memoria e soprattutto con quell’oscura fase che, nella metà degli anni Sessanta, doveva gettare l’arcipelago nelle braccia di una dittatura pesante e apparentemente impossibile da sconfiggere, nata da una repressione brutale delle forze della sinistra locale e da avvenimenti gravi e dolorosi sui quali ancora non vi è stato un esercizio di revisione che li possa finalmente archiviare restituendo dignità alle vittime e alle loro famiglie. Una fase durata 32 anni.

L’Indonesia è il quarto Paese più popoloso del pianeta e il primo Paese al mondo per numero di musulmani. Gli indonesiani chiamano questa nazione insulare tanah air kita, ossia la “nostra terra d’acqua”, con un’evidente richiamo a una realtà dispersa territorialmente in oltre 16mila isole su molte delle quali (per quasi due terzi sono disabitate) è ancora in corso un lavoro, sia geografico sia di ricerca storica, che ne definisca esattamente posizione e identità. Giava, l’isola più popolosa e più ricca di tradizioni, è sempre stata il motore propulsore di questo grande Paese e ancora oggi gioca un ruolo chiave nell’economia e nell’architettura istituzionale di un pianeta così variegato da comprendere centinaia di lingue, comunità e tradizioni assai diverse. Ma di questa diversità l’Indonesia è sempre stata cosciente tanto da farne un elemento importante della sua difficile geometria amministrativa e la chiave di volta di una convivenza che, oltre che nel Pancasila (i cinque principi alla base della Costituzione), si ritrova nel motto nazionale: “Unità nella diversità”. Un motto che non è solo uno slogan ma il segno di uno sforzo, non del tutto concluso, per trovare un denominatore comune alle molte anime del Paese e ridimensionare la centralità di Giava. Un’unità che può rifarsi alla memoria di vasti regni insulari come quello di Srivijaya (comprendeva Sumatra, la penisola malese e una parte di Giava) o all’estensione della dominazione coloniale, o ancora all’elemento unificante dell’islam (che non è però la religione di Stato) al netto di una forte identità delle singole isole o di parte di esse e della presenza di caratteristiche linguistiche, etniche, religiose, tradizionali e persino agricole completamente diverse: dalla civiltà della risaia inondata a Giava e Bali al mondo della palma sagu nell’estremo oriente indonesiano. E così, sotto il profilo culturale, dal teatro delle ombre giavanese alle immaginifiche architetture dei Batak sumatrani, ai differenti culti dei morti e degli antenati. Una vastità di elementi culturali così diversi e affascinanti che fanno sempre di più di questo Paese un’attrazione turistica importante, decisivo motore della sua economia; motore di sviluppo ma a volte anche elemento di disgregazione ambientale (il caso di Bali) o elemento paradigmatico della sempre difficile convivenza tra influssi esterni e realtà locali.

Con oltre 250 milioni di abitanti su quasi due milioni di terre emerse, il crogiolo indonesiano è sempre stato forzatamente un laboratorio di convivenza tra anime differenti, rese ancora più lontane dalla presenza del mare, un elemento che spesso unisce ma che assai più spesso divide. Una convivenza che non ha un passato indenne da forme di violenza e da spinte identitarie spesso sostenute e sfruttate a fini politici dalle forze politiche soprattutto giavanesi, le più articolate e quelle al centro della macchina del potere statale. Decentramento e gestione del potere locale e nazionale restano ancora problemi sui quali il lavoro sembra non terminare mai ma con una realtà in rapido movimento che sembra sempre più in grado di articolare la costruzione nazionale tenendo conto delle diversità e cercando di far fronte alle spinte centrifughe: un fatto endemico in un mondo insulare e un problema comune – oggi – all’intero pianeta, dalla Catalogna alla piccola nazione di Timor, nata agli inizi di questo secolo dopo sanguinosi anni di resistenza all’invasione dei soldati inviati da Giava.

Ma la stagione dei grandi conflitti interni, che hanno marcato soprattutto gli anni della dittatura di Suharto da Timor all’Irian Jaya, dalle Molucche ad Aceh, sembra ormai alle spalle e proprio la nascita di Timor indipendente, ex enclave portoghese, fu il segnale importante degli effetti positivi dell’avvento di una democrazia che stava cambiando anche il rapporto tra centro e periferia. L’estremismo islamico è stata la vera emergenza recente ma, a parte casi sempre più sporadici benché molto violenti (come nel caso dell’attacco dello Stato islamico nel cuore di Giacarta nel gennaio 2016), il Paese sembra essere riuscito a contenere un fenomeno che aveva segnalato il suo ingresso nello scenario indonesiano con l’attentato di Bali del 2002 e il rafforzamento della Jemaah Islamiyah, organizzazione filoqaedista (e in parte filo Stato islamico) ancora presente ma fortemente ridimensionata. Fenomeno complesso e spiegabile anche con la manipolazione dei movimenti radicali da parte di servizi deviati o da colpi di coda dei nostalgici della dittatura, attivi sostenitori di gruppi radicali e di gang di preman (criminalità organizzata locale). Le grandi organizzazioni islamiche del Paese, ben radicate nella società civile e capaci di avere rispetto per il variegato mondo spirituale locale (comprese forme diffusissime di animismo e correnti tradizionali fortissime come quella del misticismo giavanese), sembrano aver saputo gestire questa emergenza dimostrando ancora una volta la capacità di far convivere espressioni religiose diverse, disinnescando anche potenziali scontri interni tra modernisti e tradizionalisti, tra Stato laico e organizzazioni religiose. Non si può negare che un problema esista né che l’Indonesia non stia conoscendo una sorta di revivalismo islamico (un’inchiesta del New York Times sostiene che dei sei milioni di giovani indonesiani che frequentano l’università, il 20% si laurea in teologia in un Paese che soffre di una mancanza cronica di tecnici specializzati) ma la forza di un Paese sta nella capacità di comprendere e controllare, pacificamente, spinte e suggestioni che, quando non prendano strade violente e clandestine, possono anche risolversi in uno stimolo. E dunque persino in esempio virtuoso di convivenza.

L’epoca della Reformasi ancora in corso è dunque quella in cui il Paese ha dovuto fare i conti, ancora aperti, sia con il problema delle spinte radicali (fenomeno forse ormai persino residuale ma sempre sintomo di un malessere); con quello delle sfide poste dalla crescita economica (McKinsey stimava nel 2012 che l’Indonesia potesse diventare entro il 2030 la settima potenza economica mondiale a condizione di uno sforzo nella qualificazione della forza lavoro in un Paese che ha 57 milioni di lavoratori formati ma che entro il 2030 dovrebbe averne almeno 113 e che ha solo il 10% della sua forza lavoro laureata); con il problema, a lungo ignorato, di una distribuzione più equa della ricchezza e con un’estensione del welfare cui il presidente Jokowi ha messo mano in un paesaggio economico segnato da disparità enormi e da una distanza delle periferie dal centro che spesso è stata sintomo di abbandono, di servizi sanitari e scolastici inesistenti, di dipendenza dai grandi conglomerati con sede a Giava. Se non è oro tutto quel che luccica, si può ben dire però che la sfida della Reformasi ha più luci che ombre ed è alla fine la dimostrazione di un coraggio politico, non solo basato su una crescita del Pil e sulla capacità di far fronte alla gravissima crisi finanziaria della fine degli anni Novanta, ma anche su una capacità negoziale con Paesi vicini e lontani che ha visto ridimensionare la sua dipendenza dagli Stati Uniti, per anni faro economico (e diplomatico) del Paese.

Oggi l’Indonesia è un partner economico importante anche per Cina, Giappone e altri Paesi della regione e un protagonista fondamentale dell’area con una presenza significativa nei consessi internazionali e un ruolo chiave nell’Associazione dei Paesi del Sudest asiatico (Asean). Il “giovane” Paese nato dall’indipendenza nel 1949 è ormai un adulto che cammina saldamente sulle sue gambe.

Le ombre restano tante e le sfide da vincere non mancano. A quelle economiche e sociali abbiamo accennato e così ai conti in sospeso con la memoria di un golpe militare costato almeno 500mila morti e una ferita non ancora rimarginata che il Paese fatica ad affrontare come prova, ad esempio, il divieto della circolazione di un documentario come The Act of Killing, un film di Joshua Oppenheimer (2012) proprio sulla memoria di quelle stragi. Ma, se per citare un fortunato libro di Adam Shwarz del 1999 (un anno dopo la caduta di Suharto), l’Indonesia era alla fine del secolo scorso A Nation in Waiting, oggi forse questa attesa è terminata. La strada per liberarsi anche delle ombre del passato è probabilmente meno in salita di quanto si possa pensare.

venerdì 8 dicembre 2017

Buddismo ecologismo

Chetsang Rinpoche: ambientalista
monaco e ambasciatore della Fao 
Chetsang Rinpoche è un monaco tibetano abbastanza singolare. Non è solo il rappresentante di una scuola e uno studioso molto apprezzato per la sua ricerca spirituale: è anche un ...eco monaco o, se preferite, un venerabile lama ambientalista. Oggi è a Roma per tenere una conferenza proprio su ecologia e ambiente e sull’attualità, secondo il lama, della prospettiva buddista.
Ma chi è in realtà Chetsang Rinpoche? Nato in una famiglia aristocratica di Lhasa e riconosciuto fin da bambino come la reincarnazione di uno dei più importanti tulku del Tibet (la reincarnazione del custode di uno specifico insegnamento), dopo l’insurrezione tibetana del marzo 1959 non scappa dal Tetto del Mondo ed è quindi un testimone diretto dell’occupazione cinese che gli farà pagare la sua formazione spirituale con la reclusione. Nel 1975 però riesce a fuggire in India e poi si trasferisce negli Stati Uniti. Tornerà nel subcontinente indiano solo alla fine degli anni Settante per stabilirsi a Dehradun, nell’Uttarakand, da dove inizia il suo lavoro per la la rinascita della scuola Drikungkagyu, di cui è appunto uno dei custodi. Ma il monaco ha anche altro per la testa. Alcuni anni fa crea il progetto Go Green & Go Organic e a Jangthang, in Ladhak, e inaugura nel 2014 un progetto che prevede la piantumazione di giovani alberi su ettari ed ettari di terra per un estensione di cento chilometri.

I tibetani, a cominciare dal Dalai Lama, apprezzano Chetsang Rinpoche per il suo lavoro di cura alla rinascita della scuola Drikungkagyu e per diverse opere letterarie tra cui una monumentale Storia dell’impero tibetano, frutto di una ricerca decennale, essenzialmente basata su fonti tibetane e cinesi e su manoscritti dell’ottavo-nono secolo ritrovati in una grotta circa un secolo fa. Ma il monaco deve la sua fama all’attività ambientalista che, oltre alla teoria, ne fa un eminente ecologista che mette in pratica le più svariate idee. E non solo le sue.

Una di quelle più più interessanti e innovative si deve ad esempio a Sonam Wangchuk, un ingegnere ladachi fondatore della Secmol Alternative School, una scuola di formazione ambientalista. Wangchuk si era inventato un sistema per raccogliere l’acqua durante l’inverno per poi rilasciarla nella stagione secca: un metodo semplice quanto ingegnoso. Durante il grande freddo, l’acqua viene convogliata in una sorta di “stupa di ghiaccio”. Lo stupa è un classico monumento buddista la cui funzione principale sarebbe quella di conservare reliquie ma, in questo caso, conserva l’acqua che, solidificandosi all’esposizione delle bassissime temperature, viene accumulata in una piramide di ghiaccio che si viene a formare man mano che l’acqua affluisce in un’area prescelta protetta dal sole. Questa “diga piramidale” naturale, che richiede solo un complesso sistema di tubature, rilascerà l’acqua al momento opportuno: acqua che altrimenti andrebbe dispersa. Wangchuk però aveva bisogno di fondi ed ecco che arriva Chetsang Rinpoche, un uomo che crede nella sua idea, che ha i contatti, che può trovare il modo di finanziare lo “stupa di ghiaccio”. Così il prototipo che Wangchuk e i suoi studenti elaborano un paio di anni fa – un cono ghiacciato largo venti metri e alto quaranta in grado di conservare 16 milioni di litri d'acqua – diventa un progetto: un’idea semplice e relativamente poco costoso che consente di avere un mini ghiacciaio alle porte di casa.

martedì 5 dicembre 2017

Un ricordo di Giovanni Bensi

L’ISIS: DALLE RADICI AL CROLLO
In ricordo di Giovanni Bensi

La Biblioteca Archivio del CSSEO, in collaborazione con il Centro studi sul Caspio e il Dipartimento di Lettere, Filosofia, Comunicazione, organizza mercoledì 6 dicembre alle ore 12, 30, nell’Aula 6 del Campus di Giurisprudenza dell’Università degli studi di Bergamo (via Moroni 255), l’incontro “L’ISIS: dalle radici al crollo”.
Intervengono Michele Brunelli, Carlo Frappi, Emanuele Giordana e Fernando Orlandi.

Nell’ultimo periodo lo Stato Islamico (o ISIS o Daesh) ha incassato una dura serie di pesanti sconfitte e il collasso come organizzazione territoriale. Ma il progetto dello Stato Islamico resta quello di estendere i confini di un neo Califfato a tutta la comunità dei musulmani sunniti oltre il mondo arabo. In Asia le aree di un conflitto ormai permanente, come nel caso afgano o pachistano o nel caso della guerra sempre sotto traccia tra India e Pakistan, si presentano come un terreno ideale. Così il nuovo revivalismo islamico nelle repubbliche centroasiatiche dell’ex Unione Sovietica o nelle provincie meridionali musulmane della Thailandia o, ancora, in Paesi attraversati dal contrasto tra governo e comunità musulmane come nel Sud filippino, in quel vasto territorio insulare che fa dell’Indonesia il Paese più musulmano del pianeta o ‒ per venire a fatti recentissimi ‒ nel dramma dei Rohingya, cacciati dal Myanmar in Bangladesh.
Come mai e con quali strumenti ha funzionato il messaggio dello Stato Islamico e qual è il contesto in cui opera? A rispondere a queste domande contribuisce un recente volume curato da Emanuele Giordana (“A oriente del Califfo. A est di Raqqa: Il progetto del gruppo Stato Islamico per la conquista dei musulmani non arabi”, Rosemberg & Sellier), testo in cui ci si interroga su cosa può restare, anche dopo la caduta di Raqqa, del messaggio di Al-Baghdadi in paesi così distanti dal cuore e dalla cultura mediorientale e in che contesto è maturato e cosa ha spinto un giovane di Giacarta, di Dacca o del Xinjang a scegliere la spada del Califfo e la sua violenta lettura del Corano.

Ci aiuta, invece, a comprendere le antiche origini del jihadismo e dell’idea di ricostruzione del Califfato il libro postumo di Giovanni Bensi (“Il mito del Califfato”, Teti). Ricco di informazioni, il lavoro di Bensi offre una prospettiva altra, argomentando come l’idea di jihadismo e di Stato Islamico non sono sorte in Medio oriente: le origini del Califfato, come suggerito dal titolo del libro, vanno cercate molto più a est, nel subcontinente indiano e nel pensiero del teologo e politico musulmano Sayyd Abu l-A’la Maududi (1903-1979). Assai poco conosciuto in Occidente, Maududi nel mondo islamico è ritenuto uno dei principali pensatori del Ventesimo secolo. A lui si deve la fondazione nel 1941, del Jamaat-i Islami, nell’allora India britannica. Maududi sviluppò l’idea di uno Stato Islamico dove ogni aspetto della vita singola e collettiva sono plasmati dai dettami dell’Islam. Le sue dottrine hanno segnato tutto il pensiero jihadista.
Giovanni Bensi, deceduto il 6 marzo 2016, non ha potuto osservare il rapido disfacimento territoriale attualmente subito dallo Stato Islamico. Ma con lungimiranza ha saputo intuire come l’aspirazione a ristabilire un Califfato, sull’onda lunga dell’umiliazione per la fine dell’Impero Ottomano, sia la più forte “nostalgia” insita nel mondo e nella cultura musulmana. Una nostalgia che si nutre, si autoalimenta della propria efferatezza, e che la forza militare da sola non può sradicare completamente.

Questi temi vengono affrontati nell’incontro “L’ISIS: dalle radici al crollo”, che si terrà mercoledì 6 dicembre alle ore 12, 30, nell’Aula 6 del Campus di Giurisprudenza dell’Università degli studi di Bergamo (via Moroni 255).
Intervengono Michele Brunelli, Carlo Frappi, Emanuele Giordana e Fernando Orlandi.

“A oriente del Califfo. A est di Raqqa: Il progetto del gruppo Stato Islamico per la conquista dei musulmani non arabi”, a cura di Emanuele Giordana. Con i contributi di Paolo Affatato, Giuliano Battiston, Guido Corradi, Tiziana Guerrisi, Matteo Miavaldi, Massimo Morello, Andrea Pira, Ilaria Maria Sala, Lucia Sgueglia (Rosenberg & Sellier, pp. 192, € 15,00).
Giovanni Bensi, “Il mito del Califfato. Le radici indiane dell’ISIS” (Teti, pp. 198, € 16,00).


Per oltre cinquanta anni Giovanni Bensi ha seguito e commentato ogni giorno le vicende dell’Unione Sovietica prima e della Russia e degli stati successori poi, in questo facilitato dalle straordinarie competenze linguistiche e storico-culturali.
Nato a Piacenza il 19 dicembre 1938, appassionato allo studio delle lingue già in giovanissima età, da autodidatta affronta anche lo studio della lingua russa che presto domina con maestria.
Nel 1964 inizia a scrivere per il quotidiano “Italia” (oggi “Avvenire”) e a collaborare con il CESES, diretto da Renato Mieli. Nel 1972 si trasferisce a Monaco di Baviera per lavorare a Radio Svoboda, dove per decenni ha condotto trasmissioni quotidiane in russo.
Dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan, Bensi viene mandato a Peshawar, nella Tribal Zone del Pakistan, a costruire il servizio di trasmissioni di Radio Svoboda indirizzate ai militari dell’Armata Rossa che occupavano quel paese. Tra il 1980 e il 1987 soggiorna per lunghi periodi in Pakistan. La sua curiosità lo porterà a frequentare una madrassa e a studiare all’università islamica “Dar-ul-‘Ulum”, frequentando corsi di lingua araba, persiana e urdu, oltre che di storia dell’Islam.
Nel 2003 si ritira da Radio Svoboda, rientrando dopo decenni in Italia. Nel 1997 era stato tra i costitutori del Centro Studi sulla Storia dell’Europa Orientale (CSSEO).
Giovanni Bensì era sapiente, tanto sapiente quanto modesto. È stato uno studioso di primaria levatura e un grande giornalista, scrupolosamente attento ai fatti e lontano dell’ufficialità mediatica e dalla retorica.
A lui dedichiamo questo incontro di Bergamo.

domenica 3 dicembre 2017

L'escalation nella guerra infinita (e silenziosa)

Un Falcon F-16. I bombardamenti
in Afghanistan sono triplicati
La guerra infinita sta vivendo una nuova escalation purtroppo solo sotto gli occhi degli afgani. E’ stato Trump a dare il via libera a quella che sembra ormai - oggi assai più di ieri - completo appannaggio di generali e 007. Trump ha dato ascolto alle sirene più guerrafondaie del Pentagono e autorizzato la Cia ad estendere le sue operazioni segrete lasciando del tutto in secondo piano il lavoro dei suoi diplomatici, il cui unico mantra attuale è accusare il Pakistan di essere uno dei maggiori responsabili della guerra, blandendo l’India, ritenuta un contraltare chiave per osteggiare le mire di Islamabad. L’effetto appare per ora solo quello di imbaldanzire Delhi e deprimere Islamabad, i due fratelli-coltelli cui servirebbe un mediatore forte e non certo un colosso che prende le parti di uno solo dei contendenti.

Quanto alla guerra sul terreno, i dati parlano da soli: secondo fonti statunitensi citate dalla stampa afgana, al 31 ottobre di quest’anno l’aviazione americana avrebbe sganciato 3.554 bombe in Afghanistan contro le 1.337 dell’anno scorso e le “sole” 947 del 2015. L’Us Air Force ha dunque triplicato le operazioni dall’aria su obiettivi talebani o dello Stato islamico (compresa la madre di tutte le bombe, un ordigno da 11 tonnellate di esplosivo, sganciato l’aprile scorso). Al dato ufficiale va poi aggiunto il dato ufficioso: le operazioni coperte con droni dell’esercito e della Cia (che ora ha luce verde per bombardare anche in Afghanistan oltreché in Pakistan). L’effetto è per adesso quello di aver fatto salire almeno settimanalmente il numero delle vittime civili causate da bombardamenti chirurgici solo per definizione. L'ultimo (cinque morti tra cui tre bambini) è solo di qualche giorno fa. Ma c’è di più.

Il generale John Nicholson, diventato il vero (e praticamente l'unico) portavoce della guerra, non perde occasione per spiegare la nuova strategia americana che normalmente dovrebbe essere resa nota dal presidente o dal suo segretario di Stato. Nicholson, cui si deve sia la scelta di aumentare le truppe sul terreno, sia la nuova escalation di bombardamenti, ha spiegato anche che adesso nel mirino ci sono i laboratori che raffinano oppio e lo trasformano in eroina. Poiché i dati dicono che la produzione aumenta, Nicholson sembra aver deciso in completa autonomia che bisogna smetterla con la diversificazione della produzione – offrendo ai contadini incentivi per terminare di coltivare il redditizio papavero – ma che conviene bombardare. Una strategia che già si è dimostrata fallimentare sia in Afghanistan sia altrove (Colombia). L'ingegnoso generale ha anche informato l’opinione pubblica che non si perderà più tempo a incendiare i campi coltivati a papavero ma che le bombe punteranno direttamente sui laboratori.

mercoledì 29 novembre 2017

La parola rohingya

Il papa e la Nobel in una foto tratta dal sito
dellaa Radio Vaticana. Il Consiglio cittadino
della città di Oxford ha appena
 ritirato a Suu Kyi un riconoscimento
Rohingya. Alla fine la parola proibita Francesco Bergoglio non la pronuncia. O perlomeno non la pronuncia in pubblico. Nella sua seconda giornata birmana papa Francesco, che ha incontrato il giorno prima per soli 15 minuti il generale più anziano e più alto in grado del Paese, viene ricevuto dalla Nobel Aung San Suu Kyi per ben 45. Colloquio privato e, con ogni probabilità, non troppo cerimoniale in cui il pontefice deve aver fatto riferimento al dramma della comunità rohingya per cui ha speso in passato parole forti, affacciato alla finestra del suo studio che dà su Piazza San Pietro. L’uomo che ha chiamato i rohingya “fratelli e sorelle” e che, dicevano allora fonti confidenziali, aveva già affrontato la vicenda con la Nobel in occasione della sua visita a Roma l’estate scorsa (quando Vaticano e Myanmar hanno riallacciato le relazioni diplomatiche), nel suo discorso pubblico ha sottolineato alcuni punti importanti, ribaditi anche nell’incontro con i responsabili religiosi. Il papa ha auspicato la costruzione di un “ordine sociale giusto, riconciliato e inclusivo” e ha ricordato (sono ormai pochi a farlo) l’importanza del ruolo dell’Onu. Ma soprattutto ha detto che: “Il futuro del Myanmar dev’essere la pace, una pace fondata sul rispetto della dignità e dei diritti di ogni membro della società, sul rispetto di ogni gruppo etnico e della sua identità, sul rispetto dello stato di diritto e di un ordine democratico che consenta a ciascun individuo e ad ogni gruppo – nessuno escluso – di offrire il suo legittimo contri buto al bene comune”. Il discorso è chiaro e lo è, soprattutto, quell’inciso (nessuno escluso) che equivale, seppur in linguaggio diplomatico, a pronunciare la parola “rohingya”. “Le differenze religiose – aggiunge il pontefice – non devono essere fonte di divisione e di diffidenza ma piuttosto una forza per l’unità, per il perdono, per la tolleranza.”. E’ un concetto che riprende anche con gli esponenti delle varie comunità religiose cui parla di un “coro delle differenze” dove la diversità diventa una ricchezza. Nel gruppo ci sono anche tre leader musulmani.