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domenica 14 luglio 2019

Afghanistan: Il bollettino quotidiano della morte

Nadir Shah Sahibzada
Il commando è formato da tre guerriglieri che alle 12.30 di ieri entrano in un albergo a Qala-e-Naw, capoluogo della provincia occidentale di Badghis che confina col Turkmenistan. L’albergo nel cuore di una cittadina il cui nome significa “casa dei venti” è una sorta di centro commerciale – con negozi, stanze, ristoranti – da cui si può prender di mira il quartier generale della polizia e la casa del governatore. Il tiro al piccione frutta diversi morti tra le forze di polizia, almeno otto, e altrettanti feriti. Ci vogliono cinque ore perché torni la calma in città. Anche se è la capitale della provincia di Badghis, Qala-e-Naw non è Kabul, né Herat, né Jalalabad ma per i Talebani, che stanno negoziando la pace con gli americani, è probabilmente tattico colpire a macchia di leopardo. E, una volta tanto, senza far vittime civili. Si arricchisce il bollettino di guerra dell’Afghanistan – dove a dicembre si celebrano 40 anni di guerra ininterrotta – nel quale ogni giorno c’è solo l’imbarazzo della scelta e in tutti i punti cardinali: la morte dell’ennesimo americano killed in action ad esempio, il quarto dall’inizio di luglio, o la morte senza un colpevole di Nadir Shah Sahibzada, conduttore di una radio locale nella provincia orientale di Paktia.

E’ stato ucciso venerdi a Gardez, il capoluogo della provincia dove lavorava da tre anni nella stazione radio di Sada-e-Gardez occupandosi di società e cultura. Argomenti sensibili in un’area ad alta intensità guerrigliera. Ma è difficile dire chi sia stato a uccidere - e prima torturare come rivelano le ferite sul suo corpo – il quindicesimo giornalista ucciso in Afghanistan dall’inizio dell’anno in quello che, dice Reporter senza frontiere, è stato l’anno peggiore dal 2001 per giornalisti, fotografi e operatori. Il contraltare di uno dei pochi successi dell’occupazione militare (oltre 1800 media) è anche il modo in cui si cerca di orientare l’opinione pubblica visto che, dalla Nato all’Iran, da Islamabad a Riad, il comparto media è uno dei più sostenuti da finanziatori generosi quanto pelosi. E dove sgarrare è sempre un rischio.

Ma se il bollettino della guerra tiene banco, quello della pace o supposta tale non è da meno. Ieri i Talebani hanno messo a segno un altro colpo mediatico concedendo un’intervista per la prima volta a un quotidiano giapponese, il Mainichi Shimbun, colosso dell’informazione nipponica con oltre 3mila dipendenti. A parlare è mullah Stanekzai, il capo dell’Ufficio politico di Doha e numero due del team che negozia con gli Usa: ha gettato il sasso nello stagno augurandosi che Tokio si proponga come garante degli accordi di pace. In realtà Stanekzai è stato vago, chiamando in causa sia asiatici sia europei come possibili garanti, ma al Mainichi l’idea è piaciuta molto. Poi Stanekzai è andato oltre sostenendo che i tempi stanno maturando perché - raggiunto un accordo con Washington - “...varie forze all'interno dell'Afghanistan tengano discussioni sul futuro del Paese, tra cui cessate il fuoco e regime politico… Secondo la bozza che abbiamo, dopo che tutto sarà stato finalizzato, inizierà il dialogo tra afgani, compresi Kabul, politici, attivisti e tutti gli altri". Un’apertura ma anche una chiusura: si al cessate il fuoco e persino a un dialogo intra-afgano anche col governo, ma solo dopo che il negoziato a due sarà concluso. Fonti del giornale sostengono che il divario tra le posizioni si sta riducendo tra i negoziatori ma che ancora si discute sulla tempistica del ritiro: gli Stati Uniti chiederebbero un anno e mezzo, i talebani vorrebbero sei mesi. Ipotesi. Per ora solo ufficiose.

Questo articolo è uscito staane su il manifesto

sabato 13 luglio 2019

Strage nel giorno delle nozze

Il distretto afgano di Pachir Aw Agam, nella provincia orientale di Nangarhar al confine col Pakistan, non ha una bella fama. Comprende le grotte di Tora Bora antico rifugio talebano sottoposto a pesantissimi bombardamenti. Ieri è tornato sotto i riflettori della cronaca per l’ennesimo fatto di sangue che continua a segnare la vita quotidiana degli afgani. Un kamikaze, che secondo alcune testimonianze sarebbe stato un minorenne, si fa esplodere nelle prime ore di venerdi durante un matrimonio, l’investimento più importante per ogni uomo o donna afgani. La scelta è meticolosa: è il matrimonio del nipote di Malak Tor, comandante locale di una milizia pro governativa.

Il giovanissimo martire si fa esplodere nel momento in cui sta arrivando il rinfresco e dunque c’è già molta gente. Lo sposo muore e con lui almeno altre otto persone. I feriti sono oltre una dozzina.
In quella provincia di confine povera e remota dove le strade asfaltate si perdono in tratturi polverosi, la declinazione afgano-pachistana dello Stato islamico ha le sue roccaforti. La provincia di Nangarhar è infatti il centro degli scontri tra gli affiliati del neo califfato e il governo sostenuto dalla Nato ma è anche il cuore della battaglia tra talebani e adepti – locali e stranieri – del mantra islamista di al-Baghdadi. La guerriglia in turbante, impegnata a Doha nei negoziati di pace con gli americani da ormai un anno, fa subito sapere che con la strage non c’entra nulla. E infatti l’attentato arriva a un pugno di giorni dalla firma su un documento congiunto, siglato a Doha tra talebani ed esponenti della società civile afgana, in cui si sottoscrive un impegno a cercare di ridurre a zero le vittime civili di una guerra il cui pallottoliere è sempre in movimento. Che lo Stato islamico della provincia del Khorasan volesse proprio reagire a quel documento è una possibilità. L’altra è, più semplicemente, che la cosa fosse preparata da tempo per punire chi sta contro di loro.... (continua su atlanteguerre)

martedì 9 luglio 2019

Il Bando della Scuola di giornalismo Fondazione Basso

La Fondazione Basso è lieta di comunicare l'apertura del bando della Scuola di giornalismo Lelio Basso - XV edizione - 2019-2020


Bando aperto (1 luglio - 15 ottobre)



OPEN DAY: 5, 27 sett, 11 ott, 17h00
Fondazione Basso
Via Dogana Vecchia, Roma (di fianco al Senato)

Bando e programma didattico qui

1130 ore totali: 600 ore di lezioni frontali, 200 ore di laboratorio, 30 ore seminariali e 300 ore di tirocinio formativo presso testate giornalistiche convenzionate, tra le quali:
Agenzia Dire, Archivio delle memorie migranti, Fanpage, Gruppo GEDI (HuffingtonPost, la Repubblica, La Stampa, l’Espresso), Il Fatto Quotidiano, il manifesto, Left, Oxfam, Radio Vaticana, RAI Radio Televisione Italiana, Sky TG24.

INFO giornalismo@fondazionebasso.it

sabato 6 luglio 2019

L'Himalaya è a secco

Un contadino afgano ha una disponibilità d’acqua quasi trenta volte minore rispetto a un suo omologo cinese, indiano, birmano o bangladese. Eppure abitano la stessa macroregione, un’enorme catena montuosa affacciata su pianure desertiche o alluvionali, distese secche o paludose a volte inondate da una tale quantità d’acqua da essere assi più a rischio di aree che corrono quello di siccità. È la grande macroregione dell’Hindu Kush-Himalaya, dal nome delle due grandi dorsali che iniziano dopo l’altipiano iranico per perdersi verso il Mar Cinese Orientale. Finora nessuno aveva messo assieme così tante realtà geografiche cercandone i tratti comuni e collegando, come in natura sono collegate, le montagne, le pianure e i fiumi che attraversano quasi metà del pianeta. Otto Paesi: Afghanistan, Pakistan, India, Cina, Myanmar, Bhutan, Nepal e Bangladesh.

Un consorzio di centri di ricerca e un team di diverse decine di studiosi non solo del clima – in gran parte asiatici – formano lo staff che ha partorito il primo studio completo eppure in evoluzione sul presente e sul futuro del più imponente complesso montuoso del globo e dei suoi corollari. The Hindu Kush Himalaya Assessment. Mountains, Climate Change, Sustainability and People è una ricerca su cambiamenti climatici, globalizzazione, movimento di popolazioni, conflitti e degrado ambientale che attraversano la regione ma anche un modo per proporre soluzioni e individuare risorse. Con notizie non molto confortanti. La prima è che – come ha scritto Nishtha Chugh su The Diplomat nel commentare il rapporto – «l’Asia meridionale, già vulnerabile ai disastri naturali, potrebbe essere lasciata alle prese con milioni di rifugiati climatici» ma anche con gli effetti di «conflitti regionali e contese militarizzate su risorse preziose come cibo e acqua».

Tanto per cominciare, la ricerca prevede che – se le emissioni globali di gas serra non saranno drasticamente ridotte – i ghiacciai che occupano la catena montuosa himalayana si ridurranno di due terzi entro il 2100. E lo sforzo collettivo attuale di riduzione del riscaldamento globale non impedirà comunque che un terzo dei ghiacciai si riducano entro la fine del secolo. Bisognerebbe fare di più. Perché non sarà indolore. La filosofia di questo lavoro risiede nell’idea che questi otto Paesi – con realtà agricole e urbane molto diverse – siano profondamente intrecciati da una complessa rete di ecosistemi, fiumi, biodiversità, centinaia di picchi sopra i 6mila metri, e risorse naturali cruciali. Oltre a quello che viene anche chiamato il «Terzo Polo» (i ghiacciai dell’Himalaya), la regione ospita infatti dieci grandi bacini fluviali che dai nevai himalayani si alimentano: dal Mekong al Gange, dai grandi fiumi cinesi all’Indo sino al piccolissimo Kabul, un corso d’acqua che è quasi un torrente. Sempre sull’acqua, il rapporto è ricco di sorprese: l’accesso all’acqua potabile in Pakistan, per esempio, pur avendo una disponibilità di risorse idriche doppia rispetto all’Afghanistan e non essendo un Paese ufficialmente in guerra, è del 48% contro il 50 del vicino che soffre 40 anni di conflitto. In Cina è dell’89%, in Myanmar del 71. La performance migliore è del Bhutan: 92%.


Lo studio è un rapporto di valutazione che cerca di stabilire lo stato dell’arte di un’area lunga 3.500 chilometri dove vivono 240 milioni di persone (sia nelle aree collinari sia in quelle di montagna) e un miliardo e 650 milioni (in totale siamo a più di un quarto della popolazione mondiale) che abitano i bacini fluviali a valle. L’intenzione dello studio, per il suo carattere interdisciplinare e anche per aver messo assieme un network esteso (e forse per la prima volta anche di studiosi che in quelle aree vivono e lavorano), è di farne un materiale di lavoro per il Panel on Climate Change (Ipcc): individuare rischi e risorse di un’area conosciuta soprattutto da scalatori e geografi ma mai studiata nella sua interezza. Il rapporto è un pezzo di un progetto più ambizioso: l’Hindu Kush Himalayan Monitoring and Assessment Programme’s (Himap), il cui obiettivo è individuare non solo risposte scientifiche ma soprattutto politiche perché «la conoscenza si trasformi in azione». Il suo staff è di circa 350 persone tra tecnici, scienziati, ricercatori.

Il lavoro del team è legato a speranze che, di questi tempi, appaiono veramente remote: Lo studio mira «a disegnare il significato globale dell’Hkh, ridurre l’incertezza scientifica sulle questioni montane, presentare soluzioni pratiche e aggiornate e offrire nuovi spunti per lo sviluppo della regione, valorizzare e conservare gli ecosistemi, le culture, le società esistenti, i legami, la conoscenza e le soluzioni specifiche dell’Hkh che sono però importanti anche per il resto del mondo, mettere sul piatto politiche da adottare, influenzare i processi decisionali fornendo solide prove», scrivono i ricercatori. Le prove le forniscono. Ma i processi politici sono ancora molto al di là da venire.

Questo articolo è uscito sull'inserto ambientalista de il manifesto il 26.6.2019

mercoledì 3 luglio 2019

I signori dell’arte sui muri di Kabul

Un talebano che al posto del Kalashnikov porta in spalla una grande matita. Il simbolo di Usaid – l’agenzia di cooperazione americana – di fianco a una bomba che cade dal cielo. Un ragazzino e un cane che fan pipì su un cumulo di AK47. Sono alcuni dei disegni di strada riprodotti in fotografia che Kabir Mokamel e Omaid Sharifi hanno messo in mostra nei giorni scorsi a Lugano, progetto itinerante per mostrare in Europa come si può trasformare un muro di protezione in cemento armato in un’opera d’arte. Un muro che separa in un ponte di dialogo. Collettivo. Come le opere d’arte fotografate ed esposte alla Galleria Doppia V della città ticinese. Le mani di vernice che, nelle sagome disegnate dai due pittori al tratto in bianco e nero, riempiono i buchi con il colore, sono opera di gente di passaggio: curiosi che si fermano a guardare e che poi possono contribuire a completare il disegno. Alla fine “questi stupidi muri di Kabul che proteggono ambasciate, caserme, ville di ricchi residenti o espatriati – dice Kabir Mokamel – diventano opere d’arte”.

Opere di tutti, dallo spazzino alla signora che va a far la spesa, dallo studente che passa per caso, al tassista che si ferma e ci mette del suo. La mostra di “ArtLords” e la presenza di Kabir e Omaid – che hanno dipinto nei giorni scorsi con studenti, cittadini, ragazzi un muro della città al Parco Tassino di Lugano – è stata organizzata nella capitale della Svizzera italiana da un giovane ma caparbio giornalista ticinese, Filippo Rossi, che a Kabul ha visto i muri trasformati e ha fatto di tutto per trasferire questi Banksy afgani in Europa. E’ l’occasione per farsi spiegare che storia c’è dietro e come nasce un’idea semplice ma forte iniziata ormai cinque anni fa. Un inno alla pace o alla stupidità crudele del guerra ma non solo. I muri di Kabul ora son pieni di messaggi tra cui due grandi occhi diventati famosi come uno slogan contro la corruzione perché, anche se lo fai di nascosto, Allah ti vede…

L’idea nasce nel 2014 nella testa di Kabir, di Omaid e di sua moglie Lima. Girano per le strade della capitale afgana tra intere aree delle città circondate da muri grigi in cemento armato alti tre-quattro metri: “Corridoi – dice Kabir – corridoi in cui la gente è obbligata a camminare tra caserme, ambasciate, residenze protette. Orribili ma non potevamo buttarli giù. Trasformarli si. Potevamo farli sparire ricoprendoli di immagini e messaggi; di immagini che sono messaggi. Abbiamo cominciato con quei due grandi occhi che hanno colpito l’immaginario di tutti: ti posso vedere, ti vedo, ti vede Dio. Rapidamente quei due occhi sono diventati un simbolo di lotta alla corruzione. Una forza. E così siamo passati ad altri temi: i diritti umani, quelli dei bambini, quelli delle donne. E poi gli eroi. Ma non quelli della guerra, non quelli dei Warlord: quelli di ArtLord. Una provocazione che mette al centro altri eroi. I nostri eroi sono quelli che puliscono le strade, ad esempio, e che hanno una scopa al posto del Kalashnikov”.

Passeggiamo accanto all’immagine di uno spazzino che dentro la carriola in cui raccoglie la spazzatura ha invece un enorme cuore rosso. “Ci interessava coinvolgere e con l’arte si può. L’arte va oltre, consente anche a chi è analfabeta di esprimersi con i colori. Ci siamo ritrovati a volte con centinaia di persone che coloravano i muri assieme a noi”. Prima curiosi poi attori. Prima comparse, poi protagonisti. “Questa è la filosofia di ArtLords: la gente, quelli la cui voce non si sente mai, sono i veri protagonisti della guerra. Il muro allora diventa un ponte. Sparisce e l’immagine si fa parola, softpower, coscienza”.

 Kabir Mokamel a Lugano
Nel 2014 all’inizio è dura. Vengono guardati con sospetto ma poi la polizia finisce a lasciar in pace chi dipinge: “Sai perché? – dice Kabir – Perché la nostra è una forza etica, così potente che persino i talebani hanno rispettato il nostro lavoro. E’ arte del popolo dal popolo. Un potere dal basso che non si può cancellare. E la gente impara che può dipingere, che in realtà – se ci si mette – sa farlo benissimo. Le donne ad esempio: sono bravissime ma non lo sapevano. Nessuno aveva mai dato loro in mano un pennello e una scelta di colori. E così i bambini di strada. Mi ricordo le prime volte. Arriva uno di questi ragazzetti stracciati che chiedono un afghanis di mancia nelle code del traffico. Ehi zio – mi dice – posso provare anch’io? Poi chiama altri amici e ne arrivano a frotte. Una festa. Vedono il loro talento che vien fuori. Mi vien da ridere a pensare che poi, quando fermavano me per chiedermi un afghanis per pulire i vetri dell’auto, arrivava qualcuno a dire ai compagni: A questo devi pulirgli il vetro ma senza farlo pagare!”

ArtLord diventa un’impresa. Adesso ci sono diciotto persone in un ufficio affittato dalle parti dell’università, cinquanta artisti e un gruppo di un centinaio di volontari. La struttura si auto mantiene: “Abbiamo iniziato a a lavorare con organizzazioni internazionali che ci commissionano campagne. Quella contro la polio ad esempio”. Dunque anche uno spazio di lavoro, di arte grafica che vola oltre la street art e che è anche un luogo per i giovani di Kabul in un mercato del lavoro dove ogni anno si affacciano 400mila nuove persone in cerca di occupazione. Attorno la guerra. Comunque. E la domanda è inevitabile perché, certo, dipingere i muri non è sufficiente. Cosa ne pensa Kabir dei colloqui di pace in corso tra talebani e americani a Doha? Del negoziato iniziato mesi fa che per molti rappresenta una speranza? Risponde caustico: “Peace Talks? Io li chiamo Piss Talks. Non ci credo come non credo alla Dronokracy”. Eccolo li il ragazzino che piscia sul Kalashnikov o la bomba che cade dal cielo come gli aiuti promessi dagli stranieri. “Non è incredibile – conclude Kabir – che a parlare di pace siano delle persone che hanno fatto della violenza la loro bandiera? Non è assurdo che si decida il destino degli afgani senza coinvolgere gli afgani, a porte chiuse? Non ha alcun senso parlare del nostro futuro senza di noi”.

Questo articolo è il primo che ho scritto dopo tanti anni di collaborazione con il manifesto per Alias ed è uscito il 25 maggio 2019


martedì 2 luglio 2019

Bombe sul negoziato (e sui civili)

Zalmay Khalilzad:
il negoziatore
Mentre è appena iniziato il settimo round negoziale a Doha tra americani e talebani, la guerriglia in turbante si macchia dell’ennesima strage di civili a Kabul. Ieri mattina un’autobomba è scoppiata davanti a un centro logistico della Difesa afgana nell’area di Pul-e-Mahmood Khan, non lontana dalla cosiddetta zone verde della capitale. Le immagini mostrano un’enorme esplosione con una scia di fumo che non lascia dubbi sulla portata dell’attentato. Appena dopo lo scoppio, cinque uomini armati sono entrati nell’edificio a fianco ingaggiando una sparatoria con le forze di sicurezza che dopo circa sette ore ne hanno avuto ragione uccidendoli tutti. Ma il bilancio è pesantissimo e probabilmente in crescita visto l’alto numero di feriti – oltre un centinaio - tra cui una cinquantina di bambini. Secondo Al Jazeera il ministero dell’Interno avrebbe confermato ieri sera almeno 16 vittime. 200 persone sarebbero invece state messe in salvo dopo l’esplosione. I talebani hanno immediatamente rivendicato ammettendo di aver colpito anche dei civili ma specificando che l’obiettivo era militare. Nel pomeriggio a Kabul si è scatenata la rituale polemica sull’incapacità di prevenire questo genere di attentati che mettono a rischio la popolazione civile. Se dunque i talebani volevano in realtà colpire il governo e innescare polemiche interne, la loro bomba – evidentemente studiata anche per far pressione sui negoziatori americani di Doha – ha raggiunto sicuramente il risultato.

Benché ormai si negozi più o meno apertamente da oltre un anno e da alcuni mesi americani e talebani si siano incontrati più volte, concordando su qualche punto, la guerra in Afghanistan non si è fermata e la speranza di una tregua – chiesta a gran voce dalla società civile e dal Movimento dei marciatori di pace – resta un’illusione su cui si sperava il settimo round negoziale avrebbe battuto un colpo. Gli attentati con bombe si sono susseguiti negli ultimi mesi con ritmo incalzante senza risparmiare i civili. Il 31 di maggio – per ricordare i fatti più recenti – un'esplosione a Kabul ha ucciso quattro persone. Pochi giorni dopo, il 2 giugno, altre quattro bombe esplodono nella capitale. Il giorno dopo ancora, il 3 giugno, un'esplosione colpisce un autobus di impiegati governativi uccidendone cinque. E se la guerra colpisce la città, specie quando si vuole una cassa di risonanza internazionale, il conflitto continua nelle campagne e nei piccoli centri sebbene – magra consolazione – abbia causato meno vittime tra i civili nei primi sei mesi di quest'anno rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso: Secondo The Civilian Protection Advocacy Group 1.981 civili sono stati uccisi e feriti tra gennaio e giugno 2019 mentre il numero era 2.639 durante lo stesso periodo l'anno scorso. Secondo il rapporto, le vittime si sono notevolmente ridotte a giugno, con 63 morti e 134 feriti registrati durante il mese. Il declino viene attribuito al decrescere del numero di attacchi suicidi.
La guerriglia ora privilegia le bombe.

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