domenica 5 luglio 2009

SFIDA COREANA AL 4 LUGLIO

Il 233mo anniversario dell'indipendenza degli Stati Uniti - fu il 4 luglio del 1776 che i padri fondatori firmarono a Filadelfia la Dichiarazione che separava gli americani da Sua Maestà britannica - avrebbe dovuto essere una giornata particolare nella testa di Barack Obama. Non solo per fare il punto sui conti della crisi invitando a superarla con ottimismo, come il presidente ha fatto richiamando lo spirito di Jefferson, Franklin e Adams che quella dichiarazione scrissero, ma anche per procedere nella sua nuova strategia di politica estera. Le uova nel paniere invece le hanno guastate in due: gli iraniani, la cui posizione imbarazza un'Amministrazione che aveva, in segno di apertura, invitato per la prima volta i diplomatici iraniani a festeggiare nelle ambasciate americane il 4 luglio, e la Corea del Nord che ha forse scelto la data non in modo casuale.

Pyongyang ha pensato di festeggiare l'anniversario americano e di sfidare le Nazioni Unite che questo tipo di esperimenti ha da poco vietato ai nordcoreani, lanciando sette missili balistici (Scud) con una raggio di azione attorno ai 500 chilometri: tre sono partiti sabato in mattinata dalle coste orientali della Corea del Nord, un quarto attorno all'ora di pranzo e altri tre sempre nel pomeriggio di ieri. Una mossa che ha molto allarmato sudcoreani e giapponesi anche perché è l'ultima di una serie di provocazioni: il 2 luglio Pyongyang ha lanciato quattro missili a corto raggio e il 25 maggio ha sperimentato un test nucleare sotterraneo (il secondo, che ha portato a nuove sanzioni decretate dall'Onu), preceduto da una serie di lanci di razzi a corta gittata. Infine il 5 aprile, data di inizio dell'ennesima crisi innescata dai nordcoreani, i militari del “regno eremita” avevano lanciato nello spazio un satellite che secondo l'intelligence coreana altro non era che un sistema per aggiustare il tiro di un missile balistico a lunghissima gittata. Insomma un'escalation cui la comunità internazionale aveva risposto - era il 12 giugno scorso – con una risoluzione del Consiglio di sicurezza che consentiva ispezioni internazionali sui trasporti (via mare, terra e cielo) verso e dalla Corea del Nord, per il sospetto di un commercio illegale di materiale sensibile vietato (secondo l'agenzia coreana Yonhap, i nordcoreani ne avrebbero già venduto alla Birmania e la prova sarebbe una transazione di denaro in una banca della Malaysia e l'individuazione del carico da parte americana).


Ma se Kim Jong Il
voleva rovinare la festa a Barck Obama la cosa non ha funzionato. Stati Uniti, Russia e Cina hanno risposto all'unisono gettando acqua sul fuoco, raffreddando il riscaldamento sudcoreano e giapponese e richiamando Pyongyang al tavolo dei negoziati. Posizioni morbide e che forse potrebbero essere lette come un segno di debolezza mentre invece, proprio il fatto che le tre superpotenze (che con i coreani e i giapponesi partecipano la famoso tavolo a sei che si riunisce ciclicamente a Pechino) abbiano risposto con gli stessi toni alla provocazione di Pyongyang indica una sola cosa: che a tirar troppo la corda i nordcoreani rischiano un isolamento ancora maggiore e poco aiuto anche dai loro tradizionali avvocati difensori (Pechino e Mosca).

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Le immagini: sopra il famoso dipinto di Howard Chandler Christy alla Us Capitol Art Collection; sotto Kim Jong Il

sabato 4 luglio 2009

COLPO DI SPADA E DRONI

Droni Usa e truppe pachistane nel Waziristan mentre continua l'operazione "Colpo di spada" nell'Helmand dove le truppe americane appoggiate dal Regno Unito trovano scarsa resistenza. Attacco agli italiani: due feriti lievi a Farah. La Russa e Frattini riferiranno in parlamento mercoledi

Secondo giorno dell'operazione congiunta antitalebana nell'Helmand, nell'Afghanistan del Sud, ed ennesimo incidente tra talebani e soldati italiani nell'Ovest del paese. Operazione militare congiunta nel Waziristan pachistano. L'AfPak, l'acronimo che identifica la regione della guerra e con cui ormai si raccontano i conflitti che si combattono dalle due parti della frontiera tra Afghanistan e Pakistan, è tornata ieri sotto i riflettori della cronaca.
Un raid aereo statunitense nel Sud del Waziristan, nelle aree tribali del Pakistan al confine con l'Afghanistan, ha ucciso almeno 15 “militanti” mentre 2287altre 33 persone sono state ferite. Le virgolette restano d'obbligo (solitamente le vittime sono in maggioranza civili) anche se la fonte sono giornalisti locali. Secondo la stampa pachistana dunque, tra le vittime vi sarebbero sia talebani pachistani sia combattenti “stranieri”, qaedisti ospiti della guerriglia locale. L'obiettivo dell'attacco missilistico era il rifugio del leader talebano Beitullah Mehsud e il drone americano – secondo le ricostruzioni - ha sganciato tre missili contro la casa di Kokat Khel, un comandante talebano che vive nel distretto di Ladha, considerato il feudo di Mehsud. Non è chiaro però se tra le vittime vi siano o meno comandanti talebani di rilievo. Il drone stava probabilmente appoggiando l'offensiva dell'esercito pachistano proprio contro i santuari di Meshud in Waziristan Intanto, sempre in Pakistan, un elicottero militare è caduto mentre sorvolava una zona a una ventina di chilometri da Peshawar, la capitale della Provincia della Frontiera del NordOvest, e sono morti i 26 soldati a bordo. L'incidente avrebbe cause tecniche.

Di altro segno
e di altra collocazione geografica l'Operazione Khanjar (Colpo di spada in pashto), il vasto operativo militare messo in campo da 4mila marine, diverse centinaia di soldati afgani e almeno 800 soldati britannici nella bassa valle dell'Helmand, la vasta provincia pianeggiante del Sud dell'Afghanistan dove si producono ingenti quantità di oppio. La resistenza incontrata è stata scarsa, stando a quanto riferito dal portavoce della spedizione capitano William Pellettier, un elemento che lascia capire come i talebani abbiano scelto – nel loro stile – di evitare lo scontro diretto. Sarà dunque complesso tener fede alla promessa che “quanto prenderemo terremo”, come aveva detto l'altro ieri il comandante dei marine americani al Sud, generale Nicholson, a inizio operazione.





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venerdì 3 luglio 2009

OBAMA, LA STAMPA E IL SILENZIO DEGLI EUROPEI

A giudicare da quanto appare in questi ultimi giorni sulla stampa americana a proposito della nuova strategia afgana di Obama, sembra che l'Amministrazione abbia scelto l'offensiva mediatica e impartito seri ordini di scuderia, soprattutto ai militari, per delineare quella che appare ancora come una nebulosa. E dopo che ieri mattina un articolo del Washington Post, dal titolo (Key in Afghanistan: Economy, Not Military) e dalla firma inequivocabili (nientemeno che Bob Woodward), è sembrato abbastanza chiaro come, forse stanco di essere frainteso, il presidente abbia deciso di far filtrare sulla stampa ciò che pensa. Per mettere un punto fermo, senza dover proprio pronunciare direttamente le parole, sull'andirivieni di notizie che interpretano il suo nuovo corso.

Uno dei dubbi infatti riguarda soprattutto la strategia militare: Obama ha dato il via libera a 17mila marine più altri 4mila istruttori (non combattenti), ma da mesi, sulla stampa vicina ai conservatori, sono continuate le indiscrezioni su un possibile aumento dei soldati. Addirittura 100mila in totale, quanti ne aveva Mosca ai tempi dell'occupazione sovietica. Woodward racconta un retroscena del viaggio in Asia del consigliere per la sicurezza James Jones. La chiave di tutto, racconta l'uomo che incastrò Richard Nixon, è in una riunione a Camp Leatherneck, nell'Helmand, dove l'emissario di Obama incontra il generale dei marine Lawrence D. Nicholson (che ne comanda 9mila) subito dopo aver visto a Kabul il generale Stanley McChrystal, comandante in capo delle truppe Usa e Nato nel paese. Il presidente – dice Jones ai due - non aumenterà le truppe: la chiave di volta è l'economia e un maggior impegno degli afgani, a cominciare dall'esercito. Perdete ogni speranza, la guerra non si vincerà con le pallottole.
La risposta però non è mancata: e in un'intervista al Los Angeles Times, l'Ammiraglio Mullen, capo di stato maggiore delle forze armate statunitensi, ha voluto dir la sua dopo l'articolo uscito sul Post a firma di Bob Woodward (ne abbiamo riferito ieri), in cui un inviato di Obama aveva detto proprio a Nicholson che il presidente non avrebbe mollato un soldato in più. Mullen ha invece controbattuto che non esiste alcun veto e che i suoi uomini sul campo stanno facendo i conti su quel che servirà. Una sorta di rettifica in piena regola dopo il pezzo del re del giornalismo americano che riferiva di un colloquio tra Nicholson e il consigliere per la sicurezza del presidente James Jones in missione speciale in Afghanistan.

Però. Nelle stesse ore James Stavridis, il capo operativo fresco di nomina delle forze americane in Europa e del Comando supremo alleato della Nato (ha sostituito il meno malleabile generale John Craddock, maniaco dell'aumento delle truppe) fa una chiacchierata con i giornalisti. Dice l'ammiraglio Stavridis che contro i talebani, più delle armi servono strade, scuole e fabbriche. E a breve giro di intervista interviene, rispondendo alle domande di Radio Free Europe, anche il generale McChrystal. Mc Chrystal, che non è proprio considerato un angioletto, lavora su due tesi: accrescere e sviluppare un buon governo (una good governance afgana), proteggere i civili. Su quest'ultimo punto era già intervenuto più volte e va ormai ripetendo che gli Stati uniti hanno preso a cuore il problema delle vittime civili e che non sono in Afghanistan per uccidere ma per garantire sicurezza (una rapporto Onu dice però che nel 2009 le vittime civili sono aumentate del 24%!). Pare che una direttiva sia già stata impartita ai bombardieri perché riducano le loro attività e i “danni collaterali”. Dossier sensibile dopo la strage di Bala Bolok in maggio (140 morti secondo i locali), assurdo raid a tappeto che ha raso al suolo due villaggi... proprio mentre Obama riceveva alla Casa bianca i presidenti afgano e pachistano. Una mossa che il presidente non deve aver digerito.

Quanto a Holbrooke, l'inviato speciale di Obama per la regione, qualche giorno fa ha detto che Washington vuole chiudere con le radicazioni dell'oppio (care a Londra) e cambiare passo. E infatti, durante questa settimana è partita una grossa operazione nell'Helmand, a caccia di narcotalebani: sarebbe la più vasta operazione aviotrasportata mai compiuta dalle truppe d'assalto dopo la guerra nel Vietnam


Il bizzarro di tutto ciò è che non una parola di quanto filtra sulla stampa Usa è stato detto chiaramente al summit del G8 di Trieste. Multilateralismo si, ma forse Obama si fida più dei giornali di casa che non dei ministri europei. Chissà che dopo queste uscite non prendano il coraggio di dire quel che pensano veramente della guerra.

Nelle immagini: dall'alto in basso, Woodward, Stravridis, la bandiera dei marines

mercoledì 1 luglio 2009

DURAND LINE, THE DAMNED BORDER

Tra cronaca e storia
(nell'immagine a destra: sir Henry Mortimer Durand. Più sotto, le gole del Khyber Pass)

L'epopea dell'Impero britannico nel subcontinente indiano lasciò diversi frutti avvelenati. Alcuni di questi riguardavano – e riguardano - la frontiera che il righello coloniale aveva tracciato durante le ultime stagioni del Raj, quando la Corona aveva preso il posto della Compagnia delle Indie e Londra voleva tutelarsi dalle mire zariste al confine occidentale. Altri ancora, sempre all'interno della geografia dell'Impero, riguardavano i confini tracciati da burocrati e genieri di sua Maestà per dividere il Pakistan, la terra dei puri voluta dai musulmani indiani e dal loro capo, Ali Jinnah, per separarsi dall'India di Nehru, Gandhi e del Partito del Congresso.

Il righello di Sua Maestà britannica

All'indomani della Partition del 1947, la divisione del Punjab, la ricca terra dei cinque fiumi, parlò subito il suo linguaggio di morte quando, nell'agosto del '47, la geografia delle mappe si trasformò in realtà di fatto dando luogo e a un esodo senza precedenti di oltre 14 milioni di individui al di qua e al di là della linea di demarcazione tracciata grossolanamente da Sir Cyril Radcliffe, che aveva diviso in due villaggi e stalle, canali di irrigazione e proprietà. Sul fronte Est, nella bizzarra enclave del Pakistan orientale – una porzione del Bengala oggi Bangla Desh - il veleno brillò agli inizi degli anni Settanta. Scatenò una guerra tra India e Pakistan e portò alla secessione di bengalesi “pachistani” che non si riconoscevano nell'artefatto gemello occidentale guidato da islamabad. Ma non era finita lì.
Alla fine dell'800, nel 1893, la geometria coloniale aveva tracciato un altro confine lungo 2.640 chilometri e che serviva a separare in modo evidente l'Afghanistan, di cui Londra non era riuscita ad aver pienamente ragione, dai territori sotto dominio britannico. Quel frutto avvelenato, quell'eredità geopolitica, quel lascito figlio di un calcolo attento e perverso, doveva rilasciare il suo veleno lentamente. Sino ad esplodere definitivamente con l'invasione sovietica dell'Afghanistan e, in seguito, con l'epopea talebana sino all'occupazione dell'Afghanistan da parte della Nato a partire dagli inizi del nuovo secolo. La “Durand Line”, la frontiera maledetta tra Pakistan e Afghanistan che divide in due le aree abitate dai pashtun, omogenee per tradizioni e costumi, è oggi il segno tangibile che il concetto di “AfPak” - la nuova regione geopolitica che ha per sigla l'acronimo che accorpa i due paesi - non è affatto peregrino. E' lungo questa frontiera infatti, non meno che a Kabul o a Islamabad, a Washington o a Bruxelles, che si decide il destino di Pakistan e Afghanistan e delle tante guerre che vi si combattono. A cavallo della frontiera.

La scommessa di Mortimer Durand

La Durand line si deve al lavoro di Sir Mortimer Durand, all'epoca segretario agli Esteri del governo del Raj. La nuova frontiera, destinata a chiudere contenziosi antichi e soprattutto a chiarire quale fosse - soprattutto in chiave anti russa - il bastione difensivo occidentale di Sua Maestà britannica, definiva le zone di influenza dell'India britannica e dell'Afghanistan. Il suo tracciato scatenò all’epoca una rivolta tribale nelle aree pashtun, che per essere contenuta, richiese l’invio di 35mila soldati. Fu solo una delle tante perché, racconta Olaf Caroe nel suo monumentale “The Pathans”, andare a ispezionare le aree tribali pachistane era per l'esercito si sua Maestà un'avventura. Il fuoco dei cecchini, appostati sui fianchi delle gole lungo tratturi polverosi arsi dal sole d'estate o bruciati dal gelo delle nevi invernali, faceva il tiro a segno coi soldatini dell'Union Jack. Uno dei luoghi più pericolosi era il Waziristan, una vasta area tribale controllata da diversi clan spesso in guerra tra loro. E' un nome che, da qualche anno, abbiamo imparato a memoria.
La frontiera è da sempre occasione di contenziosi e persino di scambi di poco amichevoli proiettili dalle due parti. E il suo nome si è legato, nell'andirivieni della storia, al fantasma del del Pashtunistan – terra dei pashtun – una Padania etnicamente pura che comprenderebbe un territorio vasto quanto l'Italia. A turno questo fantasma è stato agitato da questo o quell'attore ed è un'idea che resta nell'immaginario collettivo dei pashtun e dei patahn, i due nomi con cui la stessa comunità è conosciuta al di qua e al di là della frontiera. Fantasma agitato e molto temuto. A Kabul come a Islamabad che, nel 2006, aveva addirittura pensato di minare la dannata linea di Durand. Fantasma provocatoriamente agitato recentemente anche da un'economista “verde” (Hazel Henderson, l'autrice di "Ethical Markets: Growing The Green Economy") quale soluzione possibile per prosciugare il pantano che sta soffocando i due paesi....

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martedì 30 giugno 2009

AFGHANISTAN, COSA NE PENSO DELLA GUERRA

STALLO AFGANO è il titolo che ho dato a un contributo per la newletter del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente, un'organizzazione e un sito che mi piace e che è pieno di spunti e risorse. Mi ha così dato l'occasione di riflettere su quanto è avvenuto a Trieste ma anche su quello che forse si potrebbe fare. Insomma, come la penso su questa guerra. In effetti...

...Chi sperava che il vertice dei ministri degli Esteri del G8, riunitosi a Trieste dal 25 al 27 giugno, indicasse una nuova strategia per superare la guerra in corso in Afghanistan dal 2001 è rimasto deluso.

Il G8 e l'AfPak

La Conferenza, che avrebbe dovuto essere dedicato soprattutto alla stabilizzazione dell'AfPak (l'acronimo con cui si indicano Pakistan e Afghanistan ormai ritenute un insieme geopolitico), si è in realtà occupata del conflitto con una riunione informale allargata solo nel pomeriggio del penultimo giorno e nella mattinata dell'ultimo, così che nella dichiarazione finale del summit, resa nota già venerdi, i capi della diplomazia mondiale di tutto hanno parlato (dall'Iran alla pirateria) ma senza far menzione della guerra.
Quanto alla riunione “informale” che ha concluso i lavori del vertice, il suo unico merito sembra esser stato quello – il che certo non è poco ma neppure molto – di aver fatto sedere allo stesso tavolo 24 paesi, che si sono trovati d'accordo – come ha spiegato il ministro Frattini – nel dare avvio a un processo virtuoso di maggior "coerenza e concretezza" negli sforzi verso l'Afghanistan che fino a oggi, ha ammesso il ministro, "non sempre sono stati coordinati fra di loro". Ma oltre a spiegare che l'Afghanistan, rimane "un'area di preoccupazione" per la comunità internazionale e che, in quanto tale, merita "aiuto, sostegno e incoraggiamento" attraverso una più stretta "collaborazione regionale" con il coinvolgimento anche dei paesi vicini, il summit non sembra aver partorito molto di più. Non solo: la macroscopica assenza di Teheran – che ha declinato l'invito triestino – potrebbe persino far pensare che il vertice sia in gran parte fallito. Di che collaborazione dei paesi vicini si può infatti parlare se manca l'Iran, la nazione più importante con il Pakistan, tra quelle confinanti?. Frattini ha spiegato che "l'Iran è solo uno dei molti paesi vicini, tutti gli altri hanno collaborato costruttivamente" e ha aggiunto che "ci sono temi come il traffico di droga sul quale credo che l'Iran abbia grande interesse a cooperare e spero che in futuro coopererà". Un auspicio, niente di più. Ma non è tutto.

Assenze ingombranti


La guerra in Afghanistan si può definire in molti modi: un conflitto interno tra gruppi insurrezionalisti che combattono un governo centrale debole appoggiato da forze straniere; la prima vera guerra che impegna la Nato fuori dai suoi “confini naturali”; una “guerra americana”. Tutti gli elementi di analisi porterebbero a considerare quest'ultima accezione come la più corretta. Gli Stati Uniti hanno in Afghanistan una missione militare (Operation Enduring Freedom, Oef) che sfugge al comando di Isaf/Nato, autorizzato a operarvi da un mandato del Consiglio di sicurezza; controllano la leadership afgana (come si evince dalle manovre attorno alle candidature per le presidenziali di agosto); sono il maggior donatore sul piano militare e civile; la loro influenza sugli alleati occidentali è fortissima.
Il basso profilo tenuto dagli Stati Uniti a Trieste, dove per motivi di salute il segretario di Stato Clinton si è fatta sostituire da un funzionario del Dipartimento di Stato, ha corroborato l'opinione che solo Washington sia effettivamente in grado di indicare una strategia. E che in sua assenza, gli europei – e non solo loro – non siano in grado di indicare non soltanto una via d'uscita (exit strategy, una locuzione che si fa sempre più strada nel parlamento statunitense e nella stampa americana) ma nemmeno i nodi principali del conflitto: il quadro del processo di riconciliazione nazionale (cioè il dialogo con i talebani); il problema delle stragi di civili; la convivenza del doppio mandato tra Isaf/Nato e Oef; una miglior cooperazione allo sviluppo che incida sulla vita degli afgani e aumenti un consenso alla presenza occidentale decisamente in declino; una precisa svolta che superi la mera “opzione militare”.
Benché la nuova amministrazione americana abbia iniziato ad affrontare tutti questi punti (apertura sul negoziato, promozione del cosiddetto “civilian surge”, consistenza della spesa in cooperazione e infine una ridefinizione della strategia militare che limiti i raid aerei e le vittime civili) essa appare ancora nebulosa e, soprattutto, prigioniera dello scontro tra le nuove idee di Obama e dei suoi consiglieri (tra cui Ahmed Rashid e il professor Rubin Barnett), i settori del Pentagono e del Dipartimento di Stato ancora fedeli alle tattiche del suo predecessore e una macchina della guerra che sembra ormai autoalimentarsi. Se dunque a questa nebulosa, non priva di spunti interessanti e importanti, si associa l'incapacità europea sia di sostenere adeguatamente la nuova politica americana sia di consigliarla al meglio, l'impressione che se ne ricava è che ormai il conflitto sia in una fase di stanca, di stallo diplomatico e di impasse militare, condito da una totale mancanza di una strategia (europea) che ne possa indicare il superamento. La macchina insomma sembra assai logora.

Quale svolta?

Poiché l'impasse, politico, diplomatico e di consenso, esiste fortunatamente anche dall'altra parte del campo, segnatamente nelle file di una guerriglia disomogenea e, al momento, incapace di creare un fronte comune tra le sue diverse anime, il momento non potrebbe essere più opportuno per tentare una svolta definitiva di cui l'Europa, il maggior contributore della coalizione, dovrebbe farsi promotrice. Come articolarla?
Il negoziato tra il governo e i talebani è una realtà, per quanto fragile, già in atto da diversi mesi e si è allargato ad altre figure come quella di personaggi del calibro di Hekmatyar. Il processo andrebbe rafforzato, spiegato alla società civile (in molti casi contraria a scendere a patti con l'ancién regime in turbante), coadiuvato dallo studio di strumenti legislativi adeguati e da un piano di assorbimento dei futuri ex guerriglieri. La “ownerwrship afgana”, da più parti sbandierata, andrebbe affettivamente rafforzata e resa efficace (qualche segnale in questa direzione già c'è) con un piano di lungo termine che preveda la presenza di consiglieri ma che effettivamente consegni al governo afgano (cosa che al momento non è) la direzione degli affari di stato - e la gestione della sicurezza - anche attraverso il ripristino delle strutture di consultazione tribale (loya jirga) destrutturate o private di potere dall'amministrazione “controllata” messa in campo dagli occupanti; una revisione dei piani di cooperazione con investimenti mirati ai bisogni primari reali (sanità in primis, educazione, servizi come acqua e luce, controllo dell'ambiente); la costruzione di un archivio e di un catasto che si accompagni a una riforma agraria, vero nodo di tutti i conflitti afgani e primo tassello della guerra alla produzione dell'oppio e al narcotraffico; un piano di costruzione di strumenti di democrazia “dal basso” in una società in cui, attualmente, il potere rappresentativo è in mano ai vecchi comandanti mujaheddin protetti da una legge di amnistia.
Infine, sul piano militare, senza prevedere un ritiro immediato delle truppe - che consegnerebbe il paese, nella situazione attuale, a una nuova stagione di caos e di guerra civile - andrebbero sempre più ridotte le azioni militari occidentali, prefigurando un cessate il fuoco unilaterale e restituendo all'Isaf il suo primigenio mandato, quello di una presenza di stabilizzazione. Un'idea impossibile però se prima non si chiarisce ruolo e autorità delle due missioni (Nato e Oef) che attualmente convivono parallele in un conflitto che non ha una direzione né un unico comando operativo. Una confusione pericolosa che sinora ha fatto gravissimi danni di cui, soprattutto i militari europei, sono ben consci. Anche se nessuno di loro ha il coraggio di ammetterlo pubblicamente.

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lunedì 29 giugno 2009

I MISTERI DI TEHERAN

Sul sito della Sapienza il documento in italiano,non si sa quanto attendibile, che inchiodava Ahmadinejad. E che gira tra i seguaci di Musavi

Nell'accusare di brogli la macchina elettorale ma soprattutto il neo presidente Ahmadi Nejad, l'opposizione iraniana, benché sempre in forma non ufficiale, fa riferimento a un documento che, la sera del 13 giugno, fu inviato dal ministro dell'Interno Sadeq Mahsuli all'ayatollah Ali Khamenei. Documento che attestava la vittoria senza se e senza ma di Musavi e la sonora sconfitta di Ahmadi Nejad. Il testo, di cui per primo parlò Robert Fisk sull'Independent, sarebbe stato fatto “uscire” dalle maglie della censura da un funzionario del ministero che la notte stessa morì... in un incidente.
Ora quel documento – sulla cui attendibilità nessuno può scommettere – si può leggere in italiano sul sito della Facoltà di Studi Orientali dell'Università di Roma La Sapienza (cliccando qui).Gli studiosi spiegano di aver pubblicato e tradotto il testo “per informazione” e che sulla sua “autenticità ognuno è libero di pensarla come crede”. Nel documento i numeri dicono che su 42 milioni di lettori, 19.075.633 avevano votato per Mir Hoseyn Musavi, 13.387.104 per Mehdi Karrubi e solo 5.698.417 per Mahmud Ahmadi Nejad.

domenica 28 giugno 2009

LA GUERRA E IL TOPOLINO DI TRIESTE

La diplomazia italiana la considera una sua vittoria e probabilmente anche un recupero sulle critiche piovute sulla dichiarazione del G8 dei ministri degli Esteri conclusosi ieri a Trieste, e resa nota venerdi, accusata di esser stata molto blanda sull'Iran e priva di indicazioni sull'Afghanistan. Ma dalla riunione “informale” e allargata sull'AfPak (acronimo che indica Afghanistan e Pakistan) - tenutasi tra venerdi sera e ieri mattina nella città friulana - qualcosa sarebbe uscito anche se, in realtà, sembra trattarsi più di un'indicazione di metodo che non di merito.
Trieste attesta che l'appuntamento della diplomazia (24 paesi) avrebbe stabilito una nuova azione coordinata verso l'Afghanistan da parte di tutti i paesi in qualche modo interessati alla stabilizzazione della regione. Così sintetizza il ministro degli Esteri Franco Frattini, in partenza per Corfù per il vertice Nato-Russia in cui è stato preceduto, a sorpresa, da Berlusconi.

Grazie alla tre giorni a Trieste – dice il ministro - può esserci adesso più «coerenza e concretezza» negli sforzi verso l'Afghanistan che fino a oggi «non sempre sono stati coordinati fra di loro». L'Afghanistan, aggiunge Franco Frattini, rimane «un'area di preoccupazione» per la comunità internazionale che però merita «aiuto, sostegno e incoraggiamento» attraverso una più stretta «collaborazione regionale» con il coinvolgimento anche dei paesi vicini.
Il capo della diplomazia italiana dice in sostanza quel che si va ripetendo da anni e la sua sintesi sembra più che altro far stato dell'avvio di un processo regionale negoziato, per altro già in corso, che sembra restar tanto più faticoso quanto più è stata sottolineata la grande assenza di Teheran. Frattini minimizza: «l'Iran è solo uno dei molti paesi vicini, tutti gli altri hanno collaborato costruttivamente» e aggiunge «ci sono temi come il traffico di droga sul quale credo che l'Iran abbia grande interesse a cooperare e spero che in futuro coopererà». Berlusconi da Corfù aggiunge la ciliegina: «Adesso abbiamo bisogno anche della federazione russa per l'Afghanistan, visto il suo ruolo centrale nella regione da cui potrebbero partire le missioni terroristiche». Un'ultima novità: per le presidenziali Roma manderà 500 soldati, 100 in più del previsto.

Il summit però sembra aver tralasciato i temi veri: dove va la guerra e dove va, se c'è, il negoziato, internazionale ma soprattutto interno, per certificarne la fine. Esiste insomma una strategia o, per meglio dire una exit strategy, seppur sotto banco invocata persino dagli americani? Una mezza novità arriva da Kabul dove il presidente Hamid Karzai ha ieri fatto appello ai «fratelli talebani» perché si registrino nelle liste elettorali e si rechino a votare alle elezioni presidenziali e provinciali di fine agosto. Frattini apprezza e, dice, la strategia di Karzai per qualche forma di riconciliazione nazionale è «da incoraggiare fortemente». In fondo anche questo è un segno dei tempi. Ma da Trieste non esce molto di più soprattutto su una strategia di riconciliazione nazionale che faccia tacere le armi. La montagna, anche questa volta, partorisce un topolino.

Intanto però la guerra va avanti. Ieri un ennesimo ordigno è esploso al passaggio di una pattuglia di militari italiani a 40 chilometri a NordEest di Farah, nell'Ovest dell'Afghanistan, area di competenza del Comando Ovest di Isaf/Nato comandato dagli italiani: nessuno è rimasto ferito grazie alla blindatura del Lince su cui viaggiavano anche se il mezzo è stato invece gravemente danneggiato. E non è stato l'unico episodio: un attacco con armi automatiche è avvenuto sempre nella stessa area di Farah mentre una pattuglia di paracadutisti della Folgore era in perlustrazione. Quanto al primo incidente, la pattuglia si stava recando nella località di Bala Bolok dove una caserma dell'esercito afgano era stata assaltata da un gruppo di guerriglieri.
Bala Bolok è il luogo dove, agli inizi di maggio, un raid a tappeto dell'aviazione americana ha fatto strage di civili per colpire dei talebani: sarebbero almeno 140 secondo le autorità locali (bilancio respinto al mittente dai militari Usa), la strage numericamente più rilevante dall'inizio della presenza occidentale (2001) in Afghanistan.

L'attacco agli italiani (che bombardamenti non ne fanno) rientra nella gran confusione che circonda la due missioni parallele: Isaf/Nato (cui partecipa anche Roma) e Enduring Freedom (Oef, a sola partecipazione americana) completamente disgiunte (benché, si dice, coordinate) come catena di comando e decisioni operative. Ma a Trieste di questo, uno dei maggiori problemi della guerra e che rimanda alle responsabilità per le stragi di civili, non si è fatto parola. Come al solito. As usual, direbbero gli americani.