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domenica 10 novembre 2019

Diritti umani: com'è facile violarli

La bandiera dei diritti umani, la cui la Dichiarazione universale compie in dicembre 71 anni, troppo spesso è stata utilizzata per violarli. E per violarne il primo: vivere. Se la guerra è lo strumento per eccellenza della violazione dei diritti individuali e collettivi, due conflitti in piena salute sono forse i modelli attraverso cui i diritti umani sono stati utilizzati meglio per farne carta straccia. Il primo è il conflitto afgano, che compie quest’anno 40 anni, iniziato con l’invasione sovietica del ‘79 per proseguire con quella post11 settembre: entrambe sotto l’ombrello dei diritti. Per Mosca erano quelli della proprietà terriera diffusa, del diritto ad avere acqua potabile e servizi sanitari e, per le donne, di essere direttrici di giornali o ministre. L’invasione Nato-americana iniziò anch’essa con la bandiera dei diritti: delle donne, all’istruzione, alla democrazia. Ma l’imposizione armata dei relativi modelli di governance ha prodotto quello che abbiamo sotto gli occhi: nell’89 l’Urss si ritirò lasciando un Paese distrutto. Quanto a “noi”, nel 2019 i bombardamenti arei sono triplicati, negli ultimi mesi le vittime sono quasi duplicate e infine sappiamo che squadroni della morte addestrati dalla Cia fanno il lavoro sporco.

Di che diritti parliamo? La Libia è un altro manifesto del fallimento della Carta perché la guerra dilagata in quel Paese in mano a milizie e bande armate e dove si violano costantemente i diritti dei migranti, nacque dalla risoluzione 1973 del 2011 che, se giustamente poneva il problema della difesa dei civili allora accerchiati a Bengasi, fu il via libera all’uso della forza e, di fatto, all’intromissione nel Paese degli appetiti più diffusi che stavano aspettando il momento giusto non certo per salvaguardare diritti quanto per appropriarsi di pozzi e giacimenti. Sarebbe dunque il caso, per onorare quella Carta, di ripensare agli strumenti da usare perché la bandiera dei diritti non sia la strada migliore per violarli col suo brando più violento: la guerra.

L’occasione di questa riflessione personale è stata il convegno organizzato da PeaceGeneration e introdotto dalla sua presidente Marcella Foscarini mercoledi alla Camera e il cui titolo invitava a riflettere sullo stato della Dichiarazione dei diritti dell’uomo approvata dall’Onu nel 1948: A che punto siamo? I Diritti umani sono ancora diritti, e sono ancora universali?

Tra le molte risposte e i molti interventi dei relatori, Fabio Mini ha proposto quella dell’ossimoro della “Guerra per i diritti umani”: ossimoro degli ultimi 30 anni che ha il suo apice nella “guerra umanitaria” del Kosovo. Del resto – dice Mini – la Carta “svolge un ruolo morale ma non è giuridicamente vincolante” e “in caso di emergenza o pericolo per lo Stato, il diritto dei conflitti armati (Diritto internazionale bellico poi diventato Diritto internazionale... umanitario) diventa prevalente con le violazioni che ne conseguono”. Non solo con le armi: “le sanzioni economiche possono far peggio”. Comunque, “se la difesa dei diritti non è il primo pretesto per fare la guerra lo diventa poi a guerra in corso”. E gli strumenti di tutela (come la Corte penale internazionale) “intervengono solo dopo, mai preventivamente. A forza di violare le regole – mette in guardia Mini - la violazione diventa norma”.

Franco Ippolito (Fondazione Basso) riprende la relazione tra diritti effettivi e retorica politica sottolineando – a una platea di giovani studenti - un fallimento: “Abbiamo ereditato grandi conquiste con al centro la dignità dell’uomo ma la nostra generazione non ha saputo rendere effettivi quei diritti”. E’ un invito a chi adesso si ribella alla negazione anche dei diritti ambientali, nodo affrontato da più di un relatore. L’accademico Gianfranco Amendola vi affianca il tema del lavoro (l’Ilva ad esempio) e sottolinea come il diritto all’ambiente sia sancito da ben  quattro articoli della nostra Costituzione (4, 9, 32, 41). In proposito Rosario Lembo, del Contratto Mondiale sull’Acqua, ricorda l’importanza di una risorsa per la quale non esiste un accordo internazionale che possa regolare (e sanzionare) la gestione di quello che oggi è “merce e bene economico più che un diritto”.

Questo commento è uscito sabato anche su il manifesto

venerdì 8 novembre 2019

Cambogia: ritorno impossibile

Per ora non si parte anche se il biglietto Thai International che Sam Rainsy, il principale oppositore in esilio del dittatore cambogiano Hun Sen, aveva mostrato alla stampa parla chiaro: imbarco a Parigi il 7 novembre e arrivo al Bangkok venerdi 8 alle ore 6 (la mezzanotte di giovedi in Italia). Il presidente in esilio del Partito di salvezza nazionale cambogiano (Cnrp, messo al bando) non vuole però cambiare i suoi piani di una “marcia” di ritorno in Cambogia di dissidenti e migranti e dunque comprerà “un altro biglietto da un’altra compagnia”. Si va avanti anche se - oggi, domani o dopodomani e se tutto va per il meglio – per Sam Rainsy sarà difficile far ritorno dall’esilio: rischia non solo di non imbarcarsi ma di essere rispedito a Parigi dalle autorità di frontiera tailandesi che così sono state istruite dal premier Prayut O-cha, lui pure un “uomo forte” ma non paragonabile a Hun Sen che tra l’altro non è proprio nelle grazie del generale che guida la Thailandia, Paese con cui Phnom Penh si è spesso scontrata anche con le armi. Vietnam e Laos farebbero lo stesso.

Il fatto è che grazie alle regole che guidano l'azione dei dieci paesi dell’Asean, l'associazione regionale del Sudest asiatico, se viene emesso un mandato di cattura da uno dei Paesi, gli altri devono ovviamente eseguire. Lo ha appena fatto la Malaysia con la dissidente e vice di Sam Rainsy Mu Sochua, anche se Kuala Lumpur non vuole estradarla ma esiliarla in un altro Paese. E anche Prayut vuole evitare l’arresto e tanto meno la consegna ai loro aguzzini: deve farlo però aggirando, ma non ignorando, gli accordi che vincolano i rapporti bilaterali.

Il colpo di teatro di Sam Rainsy però è stato ben studiato e ha ottenuto l’effetto desiderato comunque vada: rimettere sotto i riflettori della cronaca la Cambogia e soprattutto la sua monarchia dove un re acquiescente tollera un governo monocratico, repressivo e che tratta i cittadini come sudditi medioevali. La minaccia per sabato del rientro in Cambogia (via Thailandia) della leadership in esilio, ha mandato il premier su tutte le furie: così Hun Sen ha spedito soldati alle frontiere, inasprito la stretta nel Paese e mobilitato i suoi ambasciatori per chiedere l’arresto dei vari rappresentanti del partito (sciolto nel 2017) che da diverse nazioni cercassero di raggiungere Phnom Penh. La povera Mu Sochua si è vista rimpallare tra Indonesia e Malaysia (ha passaporto americano), ospite scomoda di Paesi che non hanno ottimi rapporti con Hun Sen, un leader al potere dal 1984 e imbarazzante persino per le democrazie autoritarie della regione.

Un editoriale del Bangkok Post lo invitava a mediare ricordandogli che il suo Paese - ormai a “partito unico” - è sotto tiro dalla Ue che sta “valutando se eliminare le preferenze commerciali e cioè l’accesso esente da dazi per le esportazioni verso l’Europa mentre gli Stati Uniti hanno già iniziato a introdurre sanzioni diplomatiche e a rivedere il proprio regime commerciale preferenziale”. Basterà? Comunque vada la vittoria è di Sam Rainsy.

Anche su il manifesto e atlanteguerre

domenica 3 novembre 2019

In piazza, ma le donne a casa

Anche a Islamabad la piazza si muove sotto il nome altisonante di Azadi March, marcia della libertà, una carovana che ha raggiunto la capitale dalla provincia meridionale del Sindh chiedendo nuove elezioni e le dimissioni del premier Imran Khan, eletto un anno fa. Ma questa manifestazione non ha nulla a che vedere con quel che agita il Libano o il Cile, l’Algeria o l’Iraq. Le rivendicazioni si basano su accuse di brogli e sul fatto che Imran si sarebbe dimostrato incapace sia sul fronte economico sia sulla difesa del Kashmir. La manifestazione però, cui ha aderito tutta l’opposizione, non nasce dal basso: è diretta da un partito e soprattutto dal personaggio che lo incarna. Si chiama Fazlur Rehman (a dx nell'immagine) ed è un maulana, un “ulama”, ossia un teologo. Teologo dell’islam politico come dimostra il suo partito, la Jamiat-e-Ulema-e-Islam F o JUI-F, dove F sta per l’iniziale del suo nome. Leader di una coalizione di partitini islamisti – la Muttahida Majlis-e-Amal – è un radicale conservatore, buon amico dei talebani afgani e in rotta di collisione col nuovo premier che, in qualche modo, ha cercato di porre un freno alla deriva islamista del Pakistan.

Che non sia un progressista e che la sua marcia sia ben diversa da quanto accade nelle altre piazze del pianeta lo si capisce dal fatto che, al suo corteo, non c’è nemmeno una donna il cui ruolo - è stato scritto sui volantini della marcia - è “stare a casa a digiunare e pregare”. Le giornaliste sono state allontanate e insultate anche se poi Fazlur ha addolcito i toni: ...“Possono assistere se vestite adeguatamente”. La sua marcia però è un successo. Nonostante la polizia abbia valutato in 30mila i marciatori e in 1200 i veicoli, a giudicare dalle riprese aeree i manifestanti sembrano molti di più. E ci sono anche i miliziani di Ansar-ul-Islam, braccio armato del partito per cui è stata chiesta in ottobre la messa al bando. Vestiti di giallo circondano il leader sempre addobbato, più che da ulama, da nawab. Ma far leva sul malcontento paga.

Partita il 27 ottobre, l’Azadi March ha attraversato Sukkur, Multan, Lahore e Gujranwala per raggiungere Islamabad nella notte tra giovedi e venerdì quando Fazlur ha tenuto il suo comizio. Ma mentre i dignitari degli altri partiti di opposizione (la Lega della famiglia Sharif, il Ppp dei Bhutto, e l’Anp, il partito secolare Awami) han mantenuto un basso profilo, Fazlur le ha sparate grosse: ha dato due giorni di tempo a Imran per dimettersi e lo ha minacciato: "Non abbiamo più pazienza. Stiamo concedendo due giorni di tempo, altrimenti le persone potranno con la forza entrare a palazzo e arrestare il primo ministro". Un po’ troppo anche per Imran che fino all’ultimo ha cercato di mediare: “Sono finiti i giorni in cui si usava l'Islam per guadagnare potere”, ha detto da Gilgit e ieri il governo si è rivolto al tribunale per denunciare il maulana. Imran potrebbe anche decidere di far cessare il sit-in se si prolungasse o impedirgli di raggiungere la zona rossa di Islamabad se Fazlur cercasse di farlo. Il maulana potrebbe accontentarsi del bagno di folla oppure cercare di forzare.

sabato 2 novembre 2019

Afghanistan: squadroni della morte targati CIA

Quattordici casi documentati e 53 pagine di rapporto fanno luce sulle tenebre delle notti afgane in cui paramilitari locali, che rispondono alla Cia, si sono macchiati di gravi abusi e crimini di guerra. Piomba sull’incerto paesaggio politico e militare dell’Afghanistan un rapporto di Human Rights Watch, accurato e impietoso, che disegna quanto avvenuto negli ultimi due anni, tra la fine del 2017 e la metà del 2019: in parte gli anni del negoziato di pace ora nelle secche mentre il Paese è alle prese con l’incertezza delle ultime elezioni presidenziali avvelenate dalle reciproche accuse di brogli tra candidati.

Il rapporto “They’ve Shot Many Like This”: Abusive Night Raids by CIA-Backed Afghan Strike Forces,  sostiene che milizie locali appoggiate dalla Cia hanno commesso esecuzioni sommarie e altri gravi abusi impunemente… ucciso illegalmente civili durante i raid notturni, fatto scomparire detenuti, attaccato strutture sanitarie perché si riteneva curassero ribelli”. Le vittime civili di queste incursioni accompagnate da raid aerei americani – aggiunge il rapporto - sono aumentate notevolmente negli ultimi due anni. Se si dovesse arrivare a un accordo politico, conclude HRW, il futuro governo dovrà disarmare ogni tipo di milizia compresi i paramilitari che rispondono teoricamente all’intelligence del Paese ma che sono in realtà “in gran parte reclutati, formati, equipaggiati e controllati dalla Cia”. Funzionari, società civile, attivisti locali, operatori sanitari afgani e stranieri, giornalisti e anziani “hanno descritto – scrive il dossier - incursioni abusive e attacchi aerei indiscriminati quotidiani nella vita di molte comunità, spesso con conseguenze devastanti...”. Un diplomatico le ha definite operazioni da “squadroni della morte".

Il rapporto mette il dito nella piaga del lato più oscuro della guerra e arriva a pochi giorni dalle dichiarazioni di Amdullah Mohib, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Ashraf Ghani. Mohib ha fatto sapere che, se finora non c’erano precondizioni per il dialogo con i Talebani, ora le cose sono cambiate: serve almeno un mese di cessate il fuoco “per verificare che i Talebani controllino davvero i comandanti” militari. Il movimento, accusa Mohib, non è unitario. Richiesta bizzarra e inaspettata, che complica ulteriormente il compito di Zalmay Khalilzad, l’inviato del presidente Donald Trump che deve far ripartire i negoziati con gli studenti coranici, interrotti a sorpresa da Trump il 7 settembre, quando la firma dell’accordo negoziato a Doha sembrava imminente.

Oltre che a Kabul, l’inviato di Trump ha ripreso a girare per le capitali della regione, alla ricerca di un consenso sul processo di pace. Sulla carta, tutti si dicono d’accordo. Così, per esempio, i rappresentanti dei governi di Stati Uniti, Unione europea, Francia, Germania, Italia e Regno Unito, che il 22 ottobre in un comunicato congiunto hanno incoraggiato la ripresa dei colloqui. E sollecitato il governo a nominare la delegazione che dovrà incontrare i Talebani nel prossimo dialogo “intra-afghano” da tenersi a Pechino tra qualche giorno, dopo quello dello scorso luglio a Doha. Difficile che la richiesta venga accolta in fretta: a Kabul e in tutto il Paese si aspettano ancora i risultati preliminari delle elezioni presidenziali del 28 settembre. Sarebbero dovuti arrivare a metà ottobre, ma arriveranno il 14 novembre. I due candidati principali, il presidente Ghani e il primo ministro Abdullah Abdullah si dicono entrambi convinti di aver vinto. La commissione elettorale, intanto, ha rivisto le stime: al voto sarebbero andati meno di 2 milioni di cittadini. Su 30 milioni di abitanti.

A 4 mani con Giuliano Battiston per il manifesto

giovedì 31 ottobre 2019

La corsa di GoJek approda a un ministero

Difficile dire quando sia nato in Asia il primo mototaxi. Certo ormai il fenomeno è diffuso e in Paesi come l’Indonesia il mototaxi – ojek in lingua locale - si avvia ormai a sostituire il becak, la bicicletta a pedali(a destra) o, se dovete spedire un pacco o ordinare del cibo, anche il più comodo bemo o la diffusissima bajaj, motocarrozzetta con un motore clone della Vespa che un po’ ovunque ha ormai assunto il nomignolo di tuk tuk. Con l’ojek ci si siede dietro di lui e per una piccola somma si attraversa la città: un fenomeno ormai diffuso in tutto il Sudest asiatico, dal Vietnam alla Thailandia, dal Laos all’Indonesia appunto. E non solo nei grandi centri urbani. A volte un ojek vi salva la vita: si trova magari ad aspettare vicino alla fermata di un autobus che non passa o in un crocevia da cui, quel giorno, non transitano più mezzi di trasporto pubblico. Il problema però è se l’ojek non si trova nei paraggi…

Se è difficile stabilire quando è nato in Indonesia il primo mototaxi si sa con certezza quando è nata la prima app per servirsene e risolvere dunque il problema della distanza. O perlomeno l’app locale che in meno di dieci anni ha fruttato al suo inventore, l'indonesiano Nadiem Makarim, una valutazione stratosferica da oltre oltre dieci miliari di dollari. Facendone il capo di una decacorn, ovvero una start-up che vale appunto oltre 10 miliardi di verdoni (o dieci unicorni).

La “GoJek Super App”, che secondo l’azienda ha una rete di oltre due milioni di autisti diffusi in tutto l’arcipelago, è la seconda in Asia dopo la rivale Grab, già MyTeksi e GrabTaxi, un vero colosso regionale: società di servizi di consegna e pagamenti digitali con sede a Singapore ha aperto persino un ufficio a Seattle… ma il suo piatto forte è l’Asia di Sudest dove copre 168 città in otto Paesi (Singapore, Malaysia, Indonesia, Filippine, Vietnam, Thailandia, Myanmar, Cambogia) e, secondo la compagnia, nel 2018 son stati coperti 920 milioni di chilometri di strada.
Makarim formato ministro)
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In realtà anche Nadiem ha origini di Singapore, fucina di start up o sede delle più importanti (come nel caso di Grab, creata in Malaysia). Nasce nella “Città del leone” nel 1984 ma è indonesiano, tanto da non aver esitato a giocare la carta nazionalista anche nel suo business. Divenne virale un video postato su Youtube – che gli valse anche problemi – in cui invitata gli autisti di ojek a mollare le loro compagnie per venire da lui: "Qualunque sia la decisione, sei un eroe della strada a Giacarta, non dimenticarlo. Tuttavia, se hai il desiderio di difendere il Paese, se ti arde dentro spirito del ‘45, unisciti al lavoro dei ragazzi della nazione". Era il 22 aprile del 2016 e lo spirito del ‘45 è quello dell’anno dell’indipendenza dagli Olandesi, un motivo di orgoglio per ogni buon indonesiano. E forse anche uno dei motivi per cui – a sorpresa – è stato nominato il 23 ottobre ministro dell'istruzione e della cultura.

Con l’app GoJek si può fare praticamente tutto: prenotare un ojek ovviamente, ordinare nasi goreng al più vicino ristorante, spedire pacchi. L’app è molto diffusa anche tra gli stranieri e si può prenotare, chiamare, pagare tutto via telefono. L’intuizione ha premiato Makarim nel 2016, oltre che con un mare di rupie, con il riconoscimento di Asian of the Year che ogni anno viene attribuito dal quotidiano di Singapore The Straits Times. Un po’ come l’uomo dell’anno di Time magazine e una vittoria per Giacarta perché Nadiem è il primo indonesiano ad aver ricevuto il premio da che è stato istituito nel 2012. Viene assegnato a un individuo o a un gruppo che hanno contribuito in modo significativo ad aumentare il benessere delle persone nei loro Paesi o in Asia in generale.

Nadiem afferma che il premio è arrivato nel momento in cui si sta concentrando sull'aumento del benessere del settore informale. E allo stesso tempo, dice, il suo modello può fornire sostegno agli indonesiani perché modifica il mercato del business tradizionale. Nel 2015 aveva detto al Jakarta Post: “Non siamo una società di ojek. Non siamo una compagnia di corrieri. Siamo solo una società di software. In realtà, i nostri clienti sono gli autisti stessi. Li colleghiamo ai clienti”. Tutte luci e davvero anche un’aspirazione di welfare aziendale per proteggere gli autisti? Questo bisognerebbero chiederlo a loro, la nuova classe operaia, non solo in Asia, del trasporto via app. Anche perché il portafoglio del welfare non è toccato a Nadiem.

Questo articolo è apparso ieri nello Speciale Asia de ilmanifesto, appuntamento mensile da non perdere e prezioso strumento per capire un continente

venerdì 25 ottobre 2019

16 condanne a morte per l'omicidio di Nusrat

Nel marzo dell’anno scorso Nusrat, studentessa di una madrasa a Feni in Bangladesh, denuncia il suo preside alla polizia: un esponente religioso che la toccava in continuazione. Il 6 aprile viene attirata sul tetto della scuola e circondata da figure coperte con un velo integrale che le chiedono di ritrattare e che, al suo rifiuto, le danno fuoco. Nusrat riesce a scappare e col corpo quasi completamento bruciato arriva in ospedale dove morirà cinque giorni dopo. Fa in tempo però a far registrare tutta la vicenda al telefono del fratello. Ieri, il Tribunale per la prevenzione della repressione di donne e bambini di Feni ha condannato a morte il preside Siraj Ud Doula, che secondo la polizia ha ordinato l'omicidio dalla prigione dove si trovava per sospette molestie, due insegnanti e diversi alunni della classe di Nusrat tra cui due donne, una delle quali ha partorito in prigione. Due degli imputati condannati, Ruhul Amin e Maksud Alam, sono leader locali del partito al potere, la Lega Awami. In totale 16 persone che, se non saranno salvate dall’appello, penderanno a breve dalla forca.