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domenica 25 febbraio 2018

Il caffè abile di Hoi An

Quante qualità di caffè esistono in Vietnam, uno dei luoghi del mondo dove si produce una miscela dall’aroma intenso e spesso con un retrogusto al cioccolato? C’è quello classico con Arabica e Robusta, o un’antica ricetta di Hoi An, nel Vietnam centrale, che mette assieme Arabica e Bourbon prodotti sulle colline di Dalat. Non è difficile trovarlo di qualità, organico non è invece sempre facilissimo. Ancor meno berlo sapendo che è legato a un progetto che coniuga l’impresa sociale, l’agricoltura biologica e la difesa dei diritti di chi ha una disabilità. Lo abbiamo bevuto a Hoi An, a qualche ora da Huè, l'antica capitale, dopo aver varcato il Col de Nuages, un picco sul mare avvolto da nuvole che sembrano perenni e che divide geograficamente il Nord dal Sud Vietnam.

Hoi An, una delle più belle città vietnamite, si trova sotto Da Nang, a Sud della provincia di Thua
Thien-Hue, che nel 2017 ha ospitato 3,8 milioni di turisti quasi la metà dei quali stranieri. Hoi An è una meta classica dopo la Cittadella di Hue ma può anche essere un posto che vi dà sui nervi. Considerata un piccolo capolavoro di architettura sincretica tra influssi cinesi, giapponesi e coloniali, la città vecchia è una sorta di museo a cielo aperto: un centro storico perfettamente ristrutturato ma così leccato che può rischiare di apparirvi senz’anima. La sera, quando col buio si accendono migliaia di lampioncini di carta e aprono i battenti di raffinatissimi ristoranti di cucina locale, se non fosse per la presenza di cinesi e giapponesi, potreste avere la sensazione di essere a Berlino dentro la quinta di una piece “orientalista” che riproduce un’antica città vietnamita, dove però di vietnamita ci son solo camerieri, cuochi e impiegati di negozi che vendono esclusivamente manufatti per turisti. Persino le antiche magioni della classe alta sono ora dei musei per cui si paga l’ingresso e nel quale vi accoglie una svogliatissima guida che, facendovi visitare i piani alti, vi conduce inesorabilmente in un’ala adibita a negozio: pipe da oppio, tessuti pregiati, lampade, souvenir per ogni tasca.

Come tutti i piccoli capolavori urbani, Hoi An resta sospesa tra il grande benessere che il turismo ha fatto lievitare - e grazie al quale è un piccolo gioiello - e il rischio della cosiddetta nausea del viaggiatore, che si ritrova fianco a fianco di tedeschi, spagnoli, russi, cinesi in un’atmosfera artefatta dove impazzano selfie e ricerche smodate di qualche anticaglia rifatta o di giacche a vento tecniche trendy che costano un sesto. Ma come ovunque ci sono anche delle piccole perle che a volte si scoprono per caso. In una delle vie principali dedicate allo sciame turistico una graziosissima sala da tè invita il visitatore di passaggio. Colpisce il silenzio che circonda i tavoli e il piccolo giardino affacciato sul retro. Sul tavolo, minute tavolette di legno con delle scritte: zucchero, latte, ghiaccio… e persino grazie. Il fatto è che la Casa da te Hoa Nhap (inclusione) è un luogo dove siete serviti da sordomuti. Dovete chiedere dal menù indicando la scelta e mostrando le tavolette se desiderato lo zucchero o il conto.


I fondatori, Len Nghuyen Binh e sua moglie Mai Thi Kim Quyen, idearono l’attività 18 anni fa. Binh ha una storia di disabilità e voleva fare in modo che altri, come lui, potessero superarla lavorando. Ora ci sono due locali hoa nhap (Reaching Out in inglese): la Casa da tè e un atelier di manufatti artistici (Quyen è infatti figlia di un gioielliere). Ci lavorano solo persone con disabilità in uno staff che ormai conta oltre una settantina di persone - donne e uomini - che credono sia nei diritti, sia nel fair trade e nel rispetto dell’ambiente e della tradizione. Certo, una tazza di caffè qui costa il doppio che altrove. Ma è una delle poche volte che sentirsi un turista fatto e finito dà una certa soddisfazione.

Il killer silenzioso del Vietnam

Ho Chi Minh City - Il grande Chinook CH4 all’ingresso dell’edificio sembra ancora perfettamente funzionante. Il gigantesco elicottero da trasporto, che ebbe il suo battesimo proprio in Vietnam, è uno dei tanti reperti di quel conflitto che accolgono il visitatore del War Remnant Museum, il museo della guerra di Saigon: è uno dei molti residuati bellici disposti nel giardino su cui si affaccia il più terribile percorso della memoria che si possa compiere nell’ex capitale del Vietnam del Sud. Il palazzo ha una serie di sale dedicate ai conflitti che hanno attraversato il Paese, dalla guerra coi francesi fino a quella con gli americani. Ci sono scene di battaglie, stragi, incendi di villaggi e di cadaveri e un ampio spazi dove sono esposte le fotografie che, da Robert Capa (che morì proprio in Vietnam saltando su una mina) a Larry Burrows, illustrarono il dramma vietnamita e fecero da denotare a una coscienza che andava crescendo e che nel museo prende la forma di volantini, giornali, manifesti e striscioni che stavano in testa ai cortei di protesta, da Washington a Bucarest, da Parigi a Roma. «Il Vietnam è la nostra coscienza» recita proprio uno di questi, regalato da qualche gruppo provietnam italiano negli anni Settanta.

Ma come tutte le memorie c’è anche un problema di eredità. La guerra condotta dagli Stati Uniti, per durata seconda solo a quella afgana ancora in corso, finì nel 1975 con la presa di Saigon immortalata nelle immagini della fuga dal tetto dell’ambasciata americana o del crollo del cancello che difendeva la residenza di Van Thieu, il dittatore del Sud che era appena scappato a Taiwan: c’è un vietcong seduto sul carro armato che abbatte il cancello e corre poi lungo la scalinata del palazzo, oggi dedicato alla Riunificazione e a pochi passi dal museo della guerra, e piantare la bandiera con la stella gialla sull’edificio diventato il simbolo della vittoria dei comunisti. Dal 1975 a oggi però l’eredità lasciata dal conflitto ha continuato a lavorare uccidendo più di centomila persone e ferendone migliaia. Sono le vittime di una guerra postuma, saltati sulle mine o ammazzati dalle migliaia di bombe rimaste inesplose. Durante la Guerra del Vietnam (che qui chiamano “Guerra americana”) furono sganciate 14 milioni di tonnellate di bombe, tre volte quelle utilizzate dagli alleati nel secondo conflitto mondiale. Tra il 10 e il 30% di questi ordigni (Uxo) è rimasto dormiente. Scoppiando anni dopo.

Scomoda eredità

1975, i vietcong entrano nel palazzo del governo a Saigon.
Finisce il più lungo conflitto della Guerra Fredda
A fare i conti con l’inquinamento ambientale non c’è dunque solo la sopravvivenza dei grandi corsi d’acqua – come il Fiume Rosso o il Mekong, il cui delta immenso ospita il 20% dei contadini vietnamiti. Non c’è solo l’inquinamento da metalli industriali, l’invasione di plastica e polistirolo o la perdita di limo fertile dovuta alle dighe a monte del delta. Così come non c’è solo il problema dello sminamento. Il Paese deve ancora finire di fare i conti con gli effetti a lungo termine di un’altra più subdola eredità che ha continuato a colpire silenziosa e invisibile: la diossina e dunque tumori, malformazioni, malattie della pelle e degli organi interni. Alcune sale del museo sono dedicate a questa violazione patente di ogni regola della guerra che era stata impiegata per fare terra bruciata nei territori dove era attiva la guerriglia. Il napalm, utilizzato per costruire bombe incendiarie che davano fuoco a intere aree di foresta non era sufficiente. Gli scienziati della guerra pensarono allora a un’arma ancora più micidiale: un defoliante che avrebbe messo a nudo intere zone verdi in modo da levare il riparo naturale ai vietcong.

Agente arancio

Il cosiddetto “Agente Arancio” - dal colore dei barili che contenevano il veleno – fu utilizzato su gran parte del Vietnam del Sud per oltre 10 anni. Tra il 1961 e il 1971, 80 milioni di litri di “Arancio” furono sganciati per ripulire quasi 80mila chilometri quadrati (circa un quarto del Vietnam che è grande quanto l’Italia) al di sotto del 17mo parallelo. Circa 4 milioni di vietnamiti furono esposti al veleno che spogliava le piante, contaminava fiumi e terra ed entrava nella catena alimentare; almeno 1 milione quelle che ne riportarono forme di disabilità che ancora perdurano. Con la pace, e la nuova stagione di amicizia e investimenti tra Usa e Vietnam, gli americani hanno in parte iniziato a pagare. Si è però dovuto aspettare sino al 2012 per decontaminare in 5 anni il solo suolo dell’aeroporto di Da Nang da cui partivano i bombardieri della morte. Adesso resta l’aeroporto di Bien Hoa, fuori Ho Chi Minh City, considerato a oggi il maggior sito al mondo contaminato da diossina, con 500mila metri cubi di terra avvelenata. Grazie all’impegno dell’Amministrazione Obama, nel gennaio di quest’anno è stato firmato un accordo per sanare l’intera area con fondi americani. Nello stesso tempo però, nonostante impegni, rimorsi o convenienze, il programma di sminamento nel Paese sta correndo grossi rischi proprio perché l'amministrazione Trump - ricorda il South China Morning Post - vuole tagliare le promesse del suo predecessore: nel budget 2018 i tagli previsti negli aiuti al Vietnam sono nell’ordine del 26% con una riduzione dei fondi per “non-proliferation, antiterrorism, de-mining and related programmes” per circa un terzo, da 10,5 a 7 milioni di dollari.
Aerei e bombe dei disegni di bambini colpiti
dall'agente Arancio

Il simbolo della guerra fredda

Se l’agente Arancio venne utilizzato soprattutto nel Sud, le bombe furono invece sganciate anche al Nord e persino su Hanoi, la capitale della Repubblica popolare guidata da Ho Chi Minh. Si stima che oggi il 15% del Paese sia ancora a rischio per i residui inesplosi: una percentuale che arriva all’84% nella provincia di Quang Tri dove passa il 17mo parallelo. Per andarci bisogna puntare su Danang e risalire oltre Hue, l’antica capitale della dinastia Nguyen che aveva dato i natali a Bao Dai, l’ultimo imperatore vietnamita, un fantoccio prescelto dai francesi e che aveva il compito di far la foglia di fico dei colonialisti. Arrivò a governare fino a pochi mesi dopo la Conferenza di Ginevra del 1955 che sanciva la vittoria sui francesi (sconfitti a Dien Bien Phu l’anno prima) e decideva la spartizione del Vietnam lungo il 17mo parallelo. Il Nord ai comunisti e il Sud all’imperatore o meglio al nuovo governo repubblicano di Ngo Dinh Diem che, qualche mese dopo Ginevra, deporrà Bao Dai.

«Ho sbagliato e chiedo scusa»

Da Dong Ha, una fermata di treno dopo Hue risalendo verso Hanoi, si imbocca la Statale 1 e si arriva al luogo simbolo della Guerra fredda: la “zona demilitarizzata” attorno al fiume Ben Hai che corre dal confine laotiano al mare. Spezzava una terra di nessuno larga circa 8 chilometri. Oggi è una zona tranquilla circondata da piantagioni e bisogna entrare nel piccolo museo sorto accanto a un grande monumento celebrativo per ricordarsi cos’era. Il ponte che divideva e ora unisce Sud e Nord è in buono stato come le sue assicelle di legno, il casotto della dogana nordvietnamita, gli edifici dove stavano gli osservatori internazionali e una torretta di guardia nella parte Sud, non lontano dalla quale è stato eretto un enorme cono di pietra con una bizzarra forma di missile che si erge in mezzo a foglie di palma stilizzate. La zona meridionale è stata teatro di battaglie violentissime soprattutto durante il conflitto con gli Stati Uniti. I nomi sono noti: Khe Sanh, Con Thien, Hamburger Hill… Ancora oggi la provincia di Quang Tri - e la contigua Quang Binh - restano luoghi pericolosi per farci una passeggiata e le zone del Vietnam dove è più alta la presenza di ordigni inesplosi. Mines Advisory Group, una Ong che opera a Quang Tri dal 1999 (Nobel per la pace nel 1997) qualche anno fa ne aveva disinnescate circa 5 milioni.
Al museo di Saigon c’è un quadretto con diverse medaglie che il sergente William Broiwn ha preferito donare al Vietnam. C’è scritto: «Sbagliavo. Vi chiedo perdono». Per migliaia di persone quella guerra non è ancora finita.

Uscito ieri su "Il gambero verde" de il manifesto

giovedì 22 febbraio 2018

La memoria del 17mo parallelo

Il treno notturno parte dalla stazione di Ninh Bin quando le luci del giorno sono ormai state inglobate dalle tenebre. Motrice e vagoni provengono da Hanoi, la capitale, per scendere verso Sud attraversando un fitto paesaggio di case e risaie, classica scenografia vietnamita. Si scende a Dong Ha che non è esattamente una meta turistica ma è spesso una tappa ineludibile per molti reduci della guerra del Vietnam o per qualcuno che la curiosità spinge sul confine più famoso della Guerra fredda lungo il 17mo parallelo. Una linea tracciata sulla carta che per anni ha marcato la linea di separazione tra Nord e Sud Vietnam. Bisogna dunque scendere a Dong Ha, una fermata prima di Hue – l’antica capitale dei Nguyen, ultima dinastia imperiale – per imboccare con un taxi la Statale 1 che, dopo una decina di chilometri, arriva al luogo simbolo del confronto tra Est e Ovest e, ancora prima, della vittoria sui francesi dei vietnamiti del Nord. E’ la DMZ, o zona demilitarizzata, segnata dal fiume Ben Hai che corre dal confine laotiano al mare. Questo confine che oggi non esiste più se non nella memoria storica, spezzava una terra di nessuno larga circa otto chilometri che è solo un ricordo. Adesso è soltanto un’area tranquilla e verde, circondata da piantagioni e da villaggetti di contadini...

Continua su Atlante delle guerre

giovedì 15 febbraio 2018

Viaggio all’Eden. Vietnam tra cronaca e memoria (1)

“Giap Giap Ho Chi Minh – Giap Giap Ho Chi Minh”… Passeggiando davanti al mausoleo del liberatore del Vietnam – liberatore due volte anche se “zio Ho”, morto nel 1969, non vedrà mai la fine nel 1975 della “guerra americana” , come la chiamano qui - è difficile non fare un salto con la memoria all’epoca in cui le piazze italiane e non solo si riempivano di manifestanti contro la guerra in Vietnam. Negli Stati Uniti si bruciava la “cartolina” con cui i giovani venivano richiamati per andare a combattere “charlie”, il nome in codice dei Vietcong, guerrieri per la libertà che infestavano il Vietnam del Sud. Da Milano a Berlino, da Napoli a Parigi, studenti e operai univano agli slogan locali quelli dedicati all’Indocina. A quell’epoca andare in Vietnam per portare la propria solidarietà era impossibile e tutt’al più ci si poteva avvicinare al Laos, attraversando il militarizzatissimo confine tailandese dove c’erano le retrovie degli yankee. Il Laos era come sospeso in quella guerra non dichiarata che però colpiva con bombardamenti mirati – in Laos e Cambogia – il “cammino Ho chi minh”, la strada nella foresta con cui i nordisti rifornivano la guerriglia del Sud. Il Vietnam era un mito, simbolo di tutti i conflitti e della grande menzogna della “pacifica” Guerra fredda, che faceva migliaia di morti nelle risaie vietnamite o sulle montagne cambo-laotiane. Oggi, ad Hanoi, il mausoleo in puro stile socialrealista – scuro e austero – è un luogo tranquillo tra giardini curatissimi di minuti bonsai, guardie speciali vestite di bianco candido, e una fila interminabile di persone che vengono a porgere l’ultimo saluto al liberatore, che sotto l’imbalsamatura sembra dormire il sonno del giusto.

Nel nostro immaginario il Vietnam erano le paludi di Apocalypse Now o i sordidi quartieri di una Saigon che stava per soccombere e dove si aggirava Robert De Niro, cacciatore di cervi che la sporca guerra – iniziata da Kennedy e proseguita da Johnson per poi finire con Nixon (ovviamente “Nixon boia” come si gridava allora) – aveva spedito in Vietnam. A combattere prima e a cercare l’amico scomparso poi. E per la verità quei film, i primi che denunciavano con coraggio quel che quella guerra era appena stato – ci sembravano troppo tiepidi con le responsabilità americane e troppo severe coi Vietcong di Ho chi minh e Giap. I vietnamiti poi, la storia l’han riscritta a modo loro e adesso le foto e i quadretti con Giap e Ho si vedono solo nelle bancarelle. Il generale Giap, l’uomo che aveva messo a posto sia francesi sia americani, è caduto in disgrazia quando ha criticato il partito. Ed è morto senza onori per non disturbare il manovratore.
Il manovratore, il partito unico che con la politica del doi moi - che dal 1986 prefigura una socialist-oriented market economy - in realtà ha messo da parte il socialismo nell'economia del Paese, con gli americani ha fatto pace. Facendo pragmaticamente due conti e soprattutto decidendo di non finire completamente nella rete tesa dai vicini cinesi. Il modello economico – arricchirsi non è più un reato ma una virtù – può anche andar bene. Ma che i cinesi stiano a casa loro. A meno che non siano turisti o investitori.

Amici, nemici, amichetti

Con altri Paesi del vecchio asse comunista le cose invece son diverse. In questi giorni c’è una mostra, proprio a due passi dal mausoleo, che celebra l’amicizia tra i popoli vietnamita e russo: fotografie dell’epoca, visite ufficiali, manoscritti e dattiloscritti, armate di Vietcong e Armata Rossa e un Ho Chi Minh in cera che batte a macchina. La mostra è corredata dalle testimonianze di reduci dell’esercito del Nord. E guarda caso manca proprio Giap. I russi, come gli americani, come milioni di altri turisti ogni anno, sono ormai di casa in Vietnam. Le nuove classi medie, organizzate in tour tutto compreso e ormai dotate di passaporto, sono uno dei grandi introiti di un Paese che si sta attrezzando per riceverne sempre di più. Hanoi non è Hong Kong, né Londra o Parigi, né Singapore o Roma ma, stando alle stime ufficiali, nel 2017 Hanoi è stata visitata da quasi sei milioni e mezzo di turisti stranieri, con un salto del 23% rispetto al 2016. Anche i vietnamiti fan la loro parte, non fosse che per far la coda al mausoleo. Son stati quasi 25 milioni l’anno scorso secondo le statistiche interne: ossia un vietnamita su quattro! Il risultato economico per la capitale è valutato in 5 miliardi di dollari.

Scendendo verso il centro del Paese, per raggiungere Hue, la “Kyoto del Vietnam” e la sede dell'ultima dinastia (i Nguyen che diedero i natali all'ultimo imperatore Bao Dai), i numeri son meno impressionanti: poco meno di quattro milioni di visitatori nel 2017 il 40% dei quali stranieri in una provincia che si protende verso altri luoghi di grande richiamo più a Sud, come Hoi An e soprattutto My Son, sede rituale di un impero nato da migranti indonesiani (i Champa) che furono induisti, buddisti e, alla fine, pragmaticamente, musulmani. My Son è stata pesantemente bombardata dagli americani che han fatto a pezzi 50 dei suoi 70 templi. A restaurarli meglio dei francesi che scoprirono le rovine, ci dice una guida locale, son stati gli italiani. E un brivido corre lungo la schiena, per una volta non dovuto alle parole “mafia”, “milan” o “spaghetti”. Ma un altro brivido corre invece lungo la costa che da Da Nang, sede della più importante base americana dell’epoca, porta a Hoi An. Lasciata la città, chilometri e chilometri di spiaggia sono stati colonizzati sia da quartieri residenziali molto esclusivi sia da infrastrutture turistiche. Sono in costruzione – spiegano foto e scritte sui pannelli che nascondono i lavori in corso - sterminati campi da golf, resort per riccastri, parchi giochi e ancora golf. L’altra sorpresa potreste averla in città se ne aveste per associarvi al progetto del nuovo Hi-teck Park che offre vantaggi a chi investe in lavori pubblici, infrastrutture tecniche, o “progetti speciali”: nessun affitto per il periodo dei lavori, un bonus di 4 anni di esenzione totale e solo il 10% di tasse fisse per 15 anni mentre nei successivi 9 anni si godrà di una riduzione del 50% sulla tassazione dei profitti. Per progetti oltre i 130 milioni di dollari la tassazione al 10% potrà invece durare anche 30 anni. Da Nang farà concorrenza alle zone speciali di Hanoi e Città Ho Chi Minh (Saigon) che l’anno scorso ha attratto da sola 800 milioni di dollari di investimenti e l’anno prossimo se ne aspetta 900. Chissà zio Ho e Giap cosa ne pensano.

Parola di Doi Moi

“Sembra che il Vietnam ami il mercato ma in realtà è qualcosa di cui ha ancora paura”, sentenzia Nguyen Dinh Cung, dell’Istituto centrale per la gestione economica (Ciem), un ente di Stato per lo sviluppo dell’economia. In un forum di due giorni, il Ciem ha fustigato la lentezza dello sviluppo locale: il ministro per gli investimenti e la pianificazione (quel che resta di socialismo nell’economia del Vietnam) ha detto – riferisce la stampa – che i conti del 2017 mostreranno un “impressionante” crescita del 6,8% che nei prossimi 15-20 anni si assesterà su un aumento del Pil dell’8% e una crescita della produttività del 7. Cosa che, aggiunge il ministro Nguyen Chi Dung, si può ottenere solo con un mercato libero che il Paese ancora non ha: “Il Vietnam – dice Dung – non solo non è ancora riuscito a ridurre il settore statale e a espandere quello privato ma non riesce ancora a integrare l'economia informale in quella formale”. Esiste anche la preoccupazione che i nuovi lavori caratterizzati da tecnologia e robotizzazione riducano l’occupazione, timore forte – questo si tipicamente socialista - in un Paese che vanta un tasso di disoccupazione...all’1%. Ma sui rischi di un’eccessiva dipendenza dagli investimenti esteri (circa 28 mld di dollari nel 2017) si dice poco. Americani, giapponesi, coreani e cinesi la fanno da padrone in un’economia ancora profondamente fragile e agricola (su 95 milioni l’80% lavora nel primario) dove il partito unico si erge a baluardo di uno “sviluppo sostenibile” (era il titolo del forum). Una parola che non sembra esattamente coniugarsi coi campi da golf.
(1 - continua)

Questo reportage è stato pubblicato ieri sul quotidiano il manifesto




venerdì 2 febbraio 2018

Dietro la nuova offensiva talebana

La guerra in sordina dell’Afghanistan, un conflitto che ogni anno reclama un sempre maggior numero di vittime, è tornata improvvisamente sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. L’esposizione mediatica è dovuta soprattutto a due attentati che, in rapida sequenza, hanno colpito la capitale e che portano la firma dei talebani, il movimento guerrigliero fondato da mullah Omar e oggi guidato da mullah Akhundzada. Il primo ha colpito il 20 gennaio l’hotel Intercontinental, un vasto edificio razionalista da sempre residenza di corrispondenti esteri e uomini d’affari che si trova su una collina alla periferia della città. L’assedio al commando asserragliato nell’edifico, durato quasi un’intera giornata, si è concluso con un bilancio di almeno 25 vittime, tra cui molti stranieri. Una settimana dopo, i talebani hanno colpito nel mucchio con una strage nel cuore della capitale: un’auto bomba – nascosta dalle insegne di un’ambulanza – è saltata in aria col suo conducente in un’area dove si affacciano gli uffici dell’Unione europea, alcune sezioni del ministero dell’Interno e, poco più in là, il quartier generale della polizia. La zona, sempre molto trafficata e non lontana dal municipio e dal gran bazar di Kabul, è frequentata da funzionari e poliziotti ma soprattutto da cittadini ordinari. Il bilancio ha superato i cento morti, in uno degli attentati più sanguinari della storia della capitale. A rendere ancora più tragica la sequenza di attentati talebani, è stato – qualche giorno dopo – la strage di oltre una decina di soldati sempre a Kabul e – alcuni giorni prima - l’assalto alla sede di una Ong internazionale a Jalalabad, nell’oriente afgano a ridosso del Khyber Pass. I terroristi hanno firmato i due massacri con la sigla dello Stato islamico: prendendo in ostaggio la sede di Save the Children e uccidendo membri del personale locale e dello staff internazionale di un organismo per la protezione dell’infanzia, gli emuli di Al-Bagdadi si sono assicurati la pubblicità che consente loro di dimostrare di essere sopravvissuti alle macerie di Raqqa…

Due scuole di pensiero

Se gli attentati stragisti con vittime civili sono all’ordine del giorno per gli uomini del califfato – che colpiscono senza problemi nelle strade e nelle moschee - i talebani sembrano aver deragliato da una strategia che coltiva quasi esclusivamente obiettivi militari e dove le vittime civili sono “effetti collaterali”, raramente se non mai obiettivo diretto. Le analisi su questo nuovo “surge” talebano, caratterizzato da azioni dove sono inevitabili le vittime civili, hanno riempito giornali e televisioni, afgane e internazionali. Con due interpretazioni dominanti. La più diffusa riguarda il Pakistan, che la recente messa in mora del presidente americano Trump avrebbe innervosito. Trump ha accusato Islamabad non solo di fare il doppio gioco, sostenendo che anziché combattere il terrore in realtà foraggia e ospita i talebani afgani, ma ha tacciato i pachistani di essere solo dei bugiardi che meritano una lezione. Lezione equivalente al taglio dei fondi militari già decisi dal Congresso: un congelamento di circa 1,3 miliardi di dollari per l’anno in corso. Il Pakistan ha reagito male ma non così duramente- almeno ufficialmente - come ci si aspettava. Ecco allora, sostengono diversi analisti, che Islamabad avrebbe risposto indirettamente, spingendo i talebani a colpire più duramente del solito. Un messaggio che significherebbe in sostanza una sola cosa: che senza l’aiuto di Islamabad la pace in Afghanistan è una “missione impossibile” Altri analisti propendono invece per un’altra interpretazione, ben riassunta il 28 gennaio in un articolo sul New York Times di Max Fisher (Why Attack Afghan Civilians? Creating Chaos Rewards Taliban). Anche se il Pakistan gioca sempre un ruolo importante nella guerra afgana, il surge talebano sarebbe piuttosto da mettere in relazione con la necessità del movimento di reagire alla nuova escalation nella guerra afgana che Trump ha promesso l’anno scorso e iniziata con un aumento delle forze americane nel teatro da da 11 a 15mila unità.

Quanto conta il Pakistan?

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Questa seconda lettura della nuova stagione stragista talebana appare più convincente. La nuova strategia enucleata nel 2017 da Trump prevede infatti più uomini e un maggior impiego della forza aerea, tradottosi in un aumento dei raid aerei (tre volte in più che negli anni precedenti). Il presidente inoltre, ha dato luce verde alla Cia per raid mirati e selettivi anche in Afghanistan mentre, con Obama, l’intelligence poteva farli solo in Pakistan. Secondo gli uomini del presidente (al netto di chi, come l’ex consigliere Steve Bannon erano contrari a questa nuova strategia), i talebani afgani e i leader pachistani, messi alle strette dalle bombe gli uni e dal taglio dei fondi gli altri, si sarebbero visti costretti a far partire negoziati di pace col governo di Kabul. Ma la strategia non sembra aver funzionato. I talebani, più dei pachistani, hanno reagito diversamente tanto che Trump, dopo gli attentati, ha escluso che si possa ancora parlare di negoziati.

Il Pakistan è indubbiamente un attore chiave nella crisi afgana ma non è onnipotente. Controlla il movimento talebano ma solo fino a un certo punto e fino a un certo punto riesce a condizionarlo. Immaginare che i talebani di Akhundzada siano eterodiretti da Islamabad sembra più un desiderio che non una realtà. Benché i paragoni in politica siano sempre effimeri e spesso fuori luogo, Islamabad sta ad Akhundzada come Pechino sta al nordcoreano Kim Jong-un che, come si è visto e nonostante le buone relazioni con la Cina, agisce assai spesso di testa sua. Infine, Islamabad ha un problema interno generato nelle aree tribali pashtun dalla presenza dei talebani pachistani, movimento parente (anche etnicamente) dei cugini afgani ma autonomo e filoqaedista. Per Islamabad il terrorismo è un grosso problema interno e la sua incapacità di risolvere il nodo in casa testimonia di quanto siano in realtà complessi i rapporti tra governo e guerriglie. Se è pur vero che i servizi pachistani hanno giocato e giocano a fare i burattinai con i gruppi islamisti (spesso in chiave anti indiana), è altrettanto vero che il gioco è sfuggito di mano. E stabilizzare l’Afghanistan è probabilmente anche un interesse di Islamabad, pur con tutti i distinguo. Anche perché Kabul chiude un occhio sui talebani pachistani che cercano rifugio in Afghanistan.

Alzare il livello dello scontro

La tesi di una scelta autonoma dei talebani nell’alzare il livello dello scontro ha dunque più di un valido motivo: è non solo un modo di reagire al surge americano appoggiato dal governo di Ashraf Ghani, ma quello di dimostrare che la guerriglia in turbante non è affatto sulla difensiva. Spingere Trump a dichiarare che la pace è saltata è per i talebani una vittoria. Il movimento, che raggruppa anime e tattiche diverse, è abbastanza disomogeneo e le direttive vengono da “shure (consigli) spesso strategicamente distanti, che amministrano la guerra da Quetta a Peshawar ma anche da Mashad, in Iran, o da Doha, dove il movimento ha un ufficio politico. Con gli attentati i talebani danno però un’idea di unità di queste anime tanto diverse: da quella del teologo Akhundzada, a quella di Sirajuddin Haqqani, leader di una fazione stragista e minoritaria ma ormai numero due del movimento.
A tutto ciò vanno aggiunti altri due elementi: il primo è che le stragi mettono in difficoltà un governo fragile e litigioso che gli afgani percepiscono come incapace di garantire la loro sicurezza persino nel centro della capitale. Il consenso al governo è così labile che ogni attentato non fa che spingerlo sempre più in basso. L’altro elemento riguarda lo Stato islamico e il suo progetto del “Grande Khorasan”, regione ideale del progetto califfale che comprende Iran, Afghanistan e Pakistan. Tra i due gruppi guerriglieri si è inevitabilmente stabilita una sorta di rincorsa competitiva per dimostrare chi sono i veri mujahedin. Lo Stato islamico non ha molti combattenti in Afghanistan e ricorre quindi praticamente solo agli attentati: suoi erano stati finora quelli col maggior numero di vittime. Gli attentati talebani di Kabul sembrano dunque una risposta anche a loro e una rivendicazione di supremazia strategico militare per il primato sulla guerra nel nome di Allah.

Questo articolo è stato pubblicato il 31 gennaio su AspenOnline

martedì 30 gennaio 2018

La Taranto del Nord. Sotto il tappeto della città cartolina

Era il settembre del 2012 quando uscì la mia prima inchiesta sulla ferriera di Servola, a Trieste. La pubblicammo su Terra (il mensile cui lavoravo allora e che l'insipienza del suo editore trascinò al fallimento) e poi organizzammo un incontro con il sindaco, l'associazione NoSmog e la cittadinanza per parlarne. Ci sono tornato nel dicembre dell'anno scorso, a distanza dunque  di cinque anni, per vedere a che punto eravamo arrivati e per scoprire che le bocce erano, più o meno, allo stesso punto. Ne è uscito in gennaio un reportage per Internazionale che, mutatis mutandis, sembra quasi "copiato" da quello del 2012. Solo la sofferenza dei residenti è cambiata: è aumentata, come i danni alla loro salute.  Un ieri e un oggi che sembrano maledettamente simili a domani...



La foto di apertura (di M. Borzoni) con cui Internazionale ha aperto
il servizio pubblicato sull'edizione online del settimanale. Sopra,
la copertina di Terra con le foto di M. Bulaj che illustravano il reportage

Lasciata l’autostrada a Duino, la cittadina che annuncia la costiera triestina, ci sono una ventina di chilometri per raggiungere il capoluogo del Friuli Venezia Giulia. Venti chilometri che si dipanano tra una serpentina di curve appoggiate alla montagna carsica a strapiombo sul golfo. Il paesaggio è sempre spettacolare in qualsiasi stagione si percorra la costiera. Sui pendii di roccia grigia e frastagliata si allunga in estate l’ombra dei lecci e, d’inverno, le chiome di queste querce sempreverdi disegnano di colore la passeggiata sul mare. In autunno le foglie rosso carminio del sommacco puntellano il bosco che all’inizio della stagione calda si riempie di asparagi selvatici e di altre specie vegetali che ne fanno un museo a cielo aperto di biodiversità. Il golfo, sulla vostra destra mentre raggiungete Trieste, è un enorme bacino che non ha quasi orizzonte. Le nuvole sono rare e spesso la bora, il vento gelido che spira da Nord, spazza un cielo terso per gran parte dell’anno. Piccoli sentieri scendono al mare dove trattoriole senza pretese preparano cozze e spritz che qui si beve, come a Gorizia, con vino bianco miscelato ad acqua. La montagna offre invece l’accoglienza delle osmice (osmize), piccoli ristori a conduzione famigliare dove il proprietario, e solo in certi mesi, può offrirvi in casa sua i prodotti della sua terra, dal vino al formaggio, ai salumi. Niente dannatissimi scontrini e un’atmosfera di frontiera che si percepisce già nel nome, condiviso con lo sloveno.