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martedì 20 marzo 2012

LA STRATEGIA DI HAMID

Un silenzio quasi irreale che ha il sapore del gelo è sceso sulla scena insanguinata della strage di Kandahar dell'11 marzo scorso, quando un soldato americano, il sergente 38enne e padre di due figli Robert Bales, ha ucciso almeno 16 civile inermi nel cuore della notte. Un gelo politico denso nuovamente di nubi dopo che la Commissione di indagine inviata dal parlamento afgano ha fatto sapere di non credere alla versione di “one man only”, ma di ritenere che di soldati americani, quella domenica mattina all'alba, ve ne fossero almeno quindici, forse venti. Che, oltre a sparare, avrebbero anche usato violenza su due donne del villaggio di Panjiwai. Un video diffuso dalla Bbc nel fine settimana ha mostrato un incontro a palazzo tra Karzai e gli anziani del distretto: i vecchi raccontano e il presidente prende appunti. Poi, apostrofato da una giornalista dell'emittente britannica, va giù duro: «Com'è possibile che un uomo solo uccida della gente in quattro stanze diverse e trascini poi i cadaveri in un'altra per dargli fuoco»? Tutto ciò, dice il presidente, è intollerabile. E per dar più peso alle ricadute dell'ultima incredibile vicenda, dopo la storia dei Corani bruciati e lo shock prodotto da un video in cui marine urinano sul corpo di guerriglieri morti, il presidente trasferisce sul piano politico l'orrore per il fatto umano.: chiede a Washington che il ritiro si compia non già entro il 2014 ma entro il 2013. Via i soldati. Un anno prima del previsto.

Gli americani non rispondono e anche la stampa americana è silente. I talebani invece ne approfittano per cavalcare la tigre: «Non crediamo nel coinvolgimento di un solo americano – dice un comandante intervistato dalla Cnn - gli stranieri e il regime fantoccio non dicono la verità». Ma questa volta i turbanti arrivano tardi. La Commissione avallata da Karzai ha già detto queste cose due giorni prima e, fin da subito, Kabul ha chiesto che Bales sia giudicato in Afghanistan, richiesta che ora fanno propria anche i turbanti neri.

A vederla da lontano, la vicenda del sergente Bales, che rischia la pena capitale e che solo ieri incontrava per la prima volta il suo avvocato nel carcere militare di Fort Leavenworth in Kansas, sembra aver messo in rotta di collisione definiva Kabul con Washington. Ma è proprio così? Karzai è stato duro ma non è nuovo a queste cose anche se la strage di Kandahr ora gli offre qualche atout in più. Con la possibilità di capitalizzare su più fronti, menando un colpo al cerchio e uno alla botte.

Il contesto è quello del cosiddetto Patto strategico di lungo termine tra Afghanistan e Usa che gli sherpa afgani e americani stanno mettendo a punto. Sin dal primo momento, Kabul ha chiarito che la strage di Kandahar non avrebbe fatto deragliare il negoziato. Ma proprio ieri, il portavoce di Karzai, Aimal Faizi, ha detto che il patto non include la permanenza della basi americane in Afghanistan: un capitolo a parte che richiede «chiarimenti su certe ambiguità». Un giorno si fa, l'altro si mette in dubbio. Il Patto non è una cosa secondaria: Obama lo vuole firmato entro maggio quando a Chicago, nella sua città, si riunirà il vertice Nato che dovrà sancire l'uscita di scena dei militari occidentali dal Paese asiatico entro il 2014. Ma c'è di più. Secondo indiscrezioni della stampa americana, Obama starebbe pensando a ritirare entro metà 2013 circa la metà del contingente americano, ossia ventimila soldati in più di quanto previsto. La strategia è chiara: uscire in fretta dalla guerra costosa e impopolare ma senza perdere la faccia, ossia le basi americane su suolo afgano.

Karzai vuole sfruttare
quanto Kandahar gli sta portando su un piatto dorato. Non ha intenzione di tagliare con Washington ma vuole alzare la posta. Il presidente americano ha fretta? Bene, prima ancora che la notizia del ritiro anticipato sia ufficiale, Karzai la fa sua chiedendo a Obama di anticipare i tempi. Washington ha bisogno delle basi? Benissimo, si potrà anche fare ma a certe condizioni. Il muso duro, infine, fa gioco anche sul fronte interno: non piacerà forse agli americani ma piace a un'opinione pubblica stanca della presenza occidentale e che sente il bisogno di essere rassicurata. Il gioco duro serve anche a tenere a bada un parlamento riottoso con cui Karzai, che non ha più una maggioranza solida, deve allearsi. Infine il presidente vuole entrare nel vivo di una trattativa coi talebani, che pure continuano a sbattergli la porta in faccia. Meno si dimostra “regime fantoccio” più diventa credibile.

A riguardo leggi anche l'analisi di G. Battiston su Lettera22

domenica 18 marzo 2012

NUOVE OMBRE SU KANDAHAR

Si chiama Robert Bales, 38 anni padre di due figli e due volte ferito in battaglia, il sergente americano che si è macchiato della strage di Kandahar. La notizia è stata data da Fox News dopo sei giorni di silenzio del Pentagono sul nome dell'uomo ora agli arresti negli Stati Uniti e che rischia una condanna pesantissima. La foto in cui appare (a sinistra) pubblicata ieri dal New York Times era apparsa a corredo di un articolo su “High Desert Warrior”, una pubblicazione online, e poi rimossa.

Sono intanto emersi nuovi particolari sulla vicenda: ToloNews riferisce che, secondo la Commissione d'inchiesta inviata dal parlamento afgano, nell'agguato sarebbero stati coinvolti almeno venti soldati Usa con appoggio dall'aria. Secondo la Nato si è trattato invece di un uomo solo. Secondo l'emittente iraniana PressTv infine, alla Commissione risulterebbero anche due stupri ai danni di donne del villaggio di Panjwai.

Gli afgani vorrebbero processare i soldati in territorio afgano per la strage che ha causato la morte di 16 persone tra cui donne e bambini nel piccolo distretto a Sidest della capitale provinciale Kandahar.

sabato 17 marzo 2012

CHI TRAE VANTAGGIO DALLA STRAGE DI KANDAHAR

Apparentemente non c'era peggior viatico possibile per la visita del primo ministro britannico David Cameron negli Stati uniti che la vicenda del sergente americano che, alla vigilia della partenza, ha fatto strage di civili in un distretto della provincia afgana di Kandahar. L'ennesimo episodio, che rinfocola polemiche e riattizza la rabbia degli afgani, consente però, paradossalmente, un'accelerazione da cui – oltre che i talebani – possono trarre vantaggio sia il governo di Kabul, sia l'Amministrazione Obama. Vediamo perché.

Dopo le vicende del “Kill Team” (un gruppo di soldati capitanati dal sergente Calvin Gibbs, condannato recentemente all'ergastolo per l'uccisione di afgani inermi ma che potrà tornare libero in dieci anni), dell'urina sui corpi di talebani morti (un video scioccante su cui è stata promessa un'inchiesta per ora senza risultati pubblici) e la vicenda dei Corani (malamente gestita e al momento senza colpevoli palesi), gli Stati uniti hanno già fatto sapere, attraverso le parole del capo del Pentagono, che il colpevole di Kandahar rischia la pena di morte: Panetta ha tra l'altro potuto usufruire casualmente di una visita in Afghanistan in realtà da tempo programmata mostrando così una rapidità di reazione americana senza precedenti. Le scuse ufficiali infine sono state velocissime, anche da parte di Obama, così come l'avvio dell'inchiesta e l'arresto immediato, tanto che, nonostante le reazioni del parlamento (chiuso per un giorno in segno di protesta), l'esecutivo afgano si è affrettato a dichiarare che la vicenda non comprometterà il negoziato sull'accordo tra Washington e Kabul che deve regolare la presenza Usa dopo il 2014. Il dossier più delicato al momento sul tavolo dei due governi.

Obama dovrebbe quindi arrivare all'appuntamento di maggio (il vertice Nato che si terrà nella sua città, Chicago) rafforzato da un'exit strategy che inizia a dare i suoi frutti. E rafforzato nella scelta, che la vicenda di Kandahar ha accelerato, di un ritiro forse più rapido dei suoi soldati dal teatro, anche se pubblicamente il presidente si dice favorevole a un'uscita senza troppa fretta («We don't rush for the exits in a way that could end up leading to more chaos and more disaster...» , un modo per tenere a bada alcuni settori del Pentagono e i parlamentari più critici). Su un'accelerazione del ritiro in realtà non c'è ancora una posizione ufficiale, che potrebbe essere presentata al summit Nato, ma si potrebbe trattare di ventimila soldati in più entro metà 2013, almeno secondo il New York Times, rispetto a quanto finora previsto (22mila circa entro settembre 2012). Una mossa che mira a ridurre il contingente (e le spese relative) della metà rispetto all'anno scorso (quando c'erano circa 100mila soldati americani), ben prima della scadenza del 2014, anno che dovrebbe concludersi con la fuoruscita quasi totale dei soldati occidentali in Afghanistan. Se i repubblicani avevano dunque utilizzato la vicenda dei Corani come grimaldello per dimostrare la debolezza di Obama, costretto a loro avviso a scuse ufficiali a Karzai non dovute, la storia di Kandahar li lascia senza armi e il vertice di Chicago rischia di risolversi con la vittoria delle tesi del presidente: accelerare l'uscita dei soldati mantenendo un piede in Afghanistan e terminare una guerra sempre più impopolare senza perdere la faccia.

Anche sul fronte afgano il debole Karzai può trarre vantaggio dalla vicenda di Kandahar. Hamid Karzai, indispettito nei mesi scorsi dalla gestione del negoziato coi talebani (condotto da Berlino e Washington senza consultarlo), ha avuto buon gioco – complice l'affaire Corani - nella trattativa quadro sulla permanenza americana in Afghanistan dopo il 2014. Gli americani hanno ceduto su una questione dirimente, cavallo di battaglia di Karzai degli ultimi due mesi: il passaggio di consegne dei detenuti afgani della grande base americana di Bagram (di cui un'ala è adibita a prigione di guerra) sotto la giurisdizione giudiziaria afgana. Ora, la vicenda Kandahar potrebbe assegnare a Karzai un altro punto: la fine o la riduzione sostanziosa dei raid aerei notturni, altro cavallo di battaglia del presidente. Ottenuti questi due atout, Karzai potrebbe persino rivendicare come sua l'accelerazione dell'uscita di scena di gran parte dei soldati Nato/americani (e infatti ha appena chiesto che gli eserciti se ne vadano nel 2013) e servirsene sia nella trattativa coi talebani, sia di fronte a un parlamento riottoso ma comunque incapace di organizzargli contro una vera e propria opposizione coordinata. Karzai ha anche rivendicato la luce verde al trasferimento a Doha – dove la guerriglia in turbante dovrebbe aprire un ufficio politico – dei cinque prigionieri talebani detenuti a Guantanamo, oggetto iniziale della trattativa tra mullah Omar e gli americani. Messo così, il negoziato, sino a ieri patrimonio di due attori estranei al governo di Kabul (i talebani e gli occidentali), rientrerebbe nei binari afgani, ridando al palazzo di presidenziale di Arg, nel cuore della capitale, una parte importante nella trattativa.

Ovviamente da tutto ciò anche la la guerriglia in turbante trae i suoi vantaggi. Ha annunciato di aver sospeso il negoziato sostenendo che gli Stati Uniti non hanno soddisfatto le condizioni e che i colloqui con il governo afgano sono «senza senso» oltre ad aver minacciato di vendicarsi della strage di Kandahar decapitando «gli animali...soldati sadici e assassini». Ma la propaganda talebana questa volta ha stranamente fatto poca presa sulla popolazione civile, se si escludono le comprensibili manifestazioni nell'area della strage e qualche dimostrazione abbastanza contenuta altrove (a Jalalabad ad esempio), segno di una stanchezza popolare e di un'incapacità della guerriglia di trasformare la diffusa rabbia e disillusione, come forse aveva sperato durante la vicenda dei Corani bruciati, in un consenso militante e popolare alla causa nazional-islamica del movimento.

Rimane per gli americani una questione più generale di management della truppa, ossia la gestione del contingente: naturalmente la sequela di vicende che hanno attraversato gli ultimi mesi richiedono un intervento preciso e forte degli americani nei confronti dei responsabili dei soldati in una missione con numeri elevati di militari impiegati – e nel quale dunque il novero di “mele marce” è altrettanto elevato- e che spesso, come nella vicenda del sergente di Kandahar, hanno alle spalle più di una missione in teatri particolarmente difficili e debilitanti (nel suo caso tre missioni in Iraq e una in Afghanistan). La capacità di gestione del contingente ha infatti direttamente a che vedere non solo con l'evidente erosione del consenso nell'opinione pubblica afgana, ma con un problema di fiducia della leadership militare afgana sul tipo di addestramento che gli americani danno alle truppe nazionali, sulle quali si è addivenuti a un accordo che ne riduce sostanzialmente il peso numerico ma che, anche in vista dell'accordo Kabul-Washington, da definire nei dettagli prima di Chicago, prevede pur sempre la presenza di formatori dell'esercito americano senza un limite preciso di tempo. Una formula che consentirà, dopo il ritiro, di conservare una presenza di soldati che il Pentagono ritiene irrinunciabile e senza che sia percepita come forza di occupazione.

venerdì 16 marzo 2012

QUEL CHE HO DA DIRE SU MOHAMMAD MOHAQEQ

A proposito dell'incontro con l'ex mujaheddin sulla lsista nera di Hrw

A proposito della visita in Italia di Mohammad Mohaqeq, a capo della Commissione giustizia del parlamento afgano, è necessario un chiarimento se non altro per fare un po' di luce chiara su un'informazione che, nella fretta di gettare la croce addosso a qualcuno, prima ha tacciato “Afgana”, la rete di società civile che rappresento, di aver “avallato” la visita di Mohaqeq, infine di aver annaspato nell'imbarazzo perché, come è stato scritto su un sito “...in rete si sprecano gli interventi di chi – è il caso della Rete Afgana – si dice vittima di una mancanza di comunicazione e informazione all’origine dell’abbaglio”. Si sprecano gli interventi? Ma quali? Che io sappia Afgana non ne ha fatto alcuno se si esclude una correttissima precisazione di Nino Sergi di Intersos (che fa parte della Rete) sulla pagina web di Giuliana Sgrena. Nessuno ha sprecato niente perché non c'è niente da sprecare né nulla da cui difendersi. Provo a dire perché.

All'annuncio dell'arrivo del parlamentare afgano, il Cisda, organizzazione attiva da anni in Afghanistan e in Italia e molto sensibile sulle vicende dell'impunità e della giustizia, lancia un allarme che è apparso in inglese anche sul sito di Rawa, un'organizzazione afgana che dai signori della guerra ha subito ogni nefandezza. Secondo il Cisda e Rawa è inammissibile che in Italia siano ricevuti personaggi di quella fatta e dunque il ricevimento in Campidoglio, che comprendeva un saluto del sindaco, e, a seguire, una tavola rotonda, non s'ha da fare.

Dopo un po' che il comunicato gira in Rete (figurarsi se i quotidiani si occupano di queste quisquilie*) un imbarazzo diffuso fa ritrattare la presenza al sindaco e ai due parlamentari del Pd Touadi e Vernetti. La tesi è, grosso modo, che nessuno aveva ben capito con chi si aveva a che fare. Ma veniamo a noi. “Afgana”, e io per lei (nell'invito figurava anche Lisa Clark semplicemente perché è con me la portavoce della rete** ma sono io ad essere stato contattato da un'associazione di afgani in Italia), era stata invitata con Sergi, Toaudi e Vernetti alla tavola rotonda. Sapevamo chi è il signor Mohaqeq e abbiamo fatto un supplemento di indagine a Kabul chiedendo chi è adesso, cosa fa e con chi si accompagna. Conosciamo il suo passato tutt'altro che specchiato e sappiamo anche che fu favorevole, come la maggior parte del parlamento afgano, alla legge di amnistia che, con un colpo di spugna, ha (per ora) cancellato i crimini della guerra civile. Il problema è che nel parlamento di Kabul come lui ce ne sono tanti. Diciamo pure la maggioranza. Il primo vicepresidente della Repubblica e così l'attuale figurano sulla stessa lista citata dal Cisda (e compilata da Hrw) e nella quale una lunga sfilza di personaggi viene accusata di crimini durante la guerra contro i sovietici e subito dopo. Da questo punto di vista, nelle istituzioni, chi si salva in Afghanistan è un pugno di persone, tra cui Karzai che, non a caso, è uomo della diaspora. Non bisogna parlare con nessuno di loro?

Questa è la posizione assunta dal Cisda. Legittima e rispettabile. Ma non è la mia. Io (ed evidentemente anche Nino Sergi tacciato in qualche messaggio di “irrecuperabile farabutto”) la penso diversamente. In un paese ostaggio da 30 anni di guerra parlo con tutti. Se avessi l'occasione di parlare con mullah Omar, lo farei. Anzi lo avrei fatto dal 2006, quando ormai si era già capito che o si faceva un accordo coi turbanti o la guerra sarebbe stata infinita. Naturalmente le mie opinioni e quelle del Cisda sono divergenti ma credo ci sia spazio per entrambe. La politica è esattamente questo. Ci sono delle persone che mediano (e che secondo alcuni sono dei pompieri, secondo altri dei venduti, per altri ancora strumenti di pacificazione e costruzione) e ce ne sono altre che assumono posizioni più radicali. Che ricordano ai primi, se possiamo banalizzare, che non bisogna mollare troppo o abbassare la guardia. E, direi, viceversa. Ai miei tempi si chiamava dialettica.

Messe le cose a posto almeno sul piano della chiarezza delle posizioni, aggiungo che personalmente sono andato a incontrare Mohaqeq. Ci sono andato con Nino Sergi e alla presenza di un giornalista che, figura terza, potrà se crede smentire o confermare. Vorrei dire che è stata un'iniziativa personale perché non volevo trascinare in una polemica le decine di associazioni che aderiscono ad Afgana, molte delle quali sono state turbate da questa vicenda che inizialmente ha seminato panico e imbarazzo. Perché ci sono andato? Perché io e Sergi volevamo far presente a Mohaqeq le vive preoccupazioni di molti italiani dopo la pubblicazione del “codice di condotta” firmato dal Consiglio degli ulema afgani e appena avallato da Karzai. Ma non ci siamo limitati ai lai: abbiamo chiesto che la commissione da lui presieduta facesse un gesto forte, segnalando alla presidenza che questo avallo presidenziale è fuori luogo. Mohaqeq ha sostenuto davanti a noi che ritiene l'editto “contrario alla legge afgana”. Glielo abbiamo fatto ripetere per vedere se avevamo capito bene. Ha aggiunto che riferirà delle nostre rimostranze in commissione. Poco? Può darsi. E poi, lo farà? Ci ha preso in giro? Aveva le penne abbassate per via della polemica nata dal Cisda? Tutto è possibile. Compreso il fatto che questo incontro costituisce un precedente (forse pessimo per qualcuno) in cui, davanti alla stampa, Mohaqeq (che è tra l'altro un influente mullah sciita) ha messo la croce sull'editto (e se lo ha fatto perché è in rotta con Karzai o perché sono sunniti e lui no, poco importa. Le opinioni vanno, i fatti restano).

Dopo qualche ora Mohaqeq doveva incontrare Staffan De Mistura, sottosegretario agli Esteri. Lo avevamo informato di quanto detto a Mohaqeq, seppur a titolo personale. E credo che De Mistura abbia dunque avuto in mano una carta più per far sentire la voce del governo italiano su questa questione del codice di condotta che davvero non va giù, né agli italiani, né agli svedesi o agli spagnoli ma nemmeno a tanti afgani. Insomma alla fin fine, la buriana ha, dal mio punto di vista, persino creato le condizioni migliori per dire a Mohaqeq quel che gli andava detto. E che forse sarebbe venuto fuori in maniera meno pressante nella tavola rotonda che mai non fu.

* Con rare eccezioni...Sulla vicenda vedi anche il blog Diritti e rovesci di G. Cadalanu

** Nel bloggismo web la povera Lisa è stata definita “pacifista” tra virgolette. Possiamo capire che in Italia non si sappia chi è Mohaqeq, ma che non si sappia chi è Lisa Clark è un po' più grave. Dove saranno stati i virgolettatori quando Lisa si beccava i "proiettili" serbi a Sarajevo o rischiava "bastonate" in Congo o qualche "attentato a Kabul" (il virgolettato è mio)?

giovedì 15 marzo 2012

OGGI A ROMA

Un Soleil à Kaboul… ou plutôt deux Film documentario del Thèatre du Soleil – Oggi 15 Marzo alle ore 19,00 al Teatro Valle

Un Soleil à Kaboul…ou plutôt deux è un film-documentario di Duccio Bellugi-Vannuccini,  Sergio Canto Sabido, Philippe Chevallier

Realizzato dall’attore del Théâtre du Soleil Duccio Bellugi-Vannuccini insieme a Sergio Canto Sabido e Philippe Chevallier, il film-documentario Un Soleil à Kaboul ….ou plutôt deux ricostruisce l’esperienza che ha coinvolto per tre settimane in Afghanistan l’intera compagnia del Théâtre du Soleil. Nel 2005 Ariane Mnouchkine e i suoi compagni hanno condotto a Kabul uno stage teatrale per attori afghani. Per alcuni di loro questa sarà solo una parentesi, per altri significherà il futuro, un lavoro dentro il teatro: 17 attori scelti da Ariane fonderanno, alla fine dello stage, il Théâtre Aftab (Teatro del Sole).

martedì 13 marzo 2012

DOPO LA STRAGE DI KANDAHAR

Rischia la pena di morte il sergente americano responsabile della strage di Kandahar che ha ucciso 17 afgani, tra cui donne e bambini, nella notte tra sabato e domenica. E' stato il segretario alla Difesa americano Leon Panetta a spiegare che il sottufficiale sarà processato davanti ad una corte marziale secondo il codice di giustizia militare americano che prevede tra le possibili sanzioni anche la pena capitale. Ma le dichiarazioni di Panetta e le scuse di Obama non hanno ovviamente frenato le reazioni della piazza né l'ovvia presa di posizione dei talebani, pronti a sfruttare, servita su un piatto dorato, l'ennesima ottima occasione.

La guerriglia in turbante ha infatti minacciato di decapitare soldati americani per vendicare a strage di Kandahar: «Ancora una volta l'Emirato islamico – ha fatto sapere con un comunicato Zabihullah Mujahid, nome col quale i talebani rivendicano le azioni - mette in guardia gli animali americani. I mujaheddin si vendicheranno, e con l'aiuto di Allah uccideranno e decapiteranno i soldati sadici e assassini».

Ma la reazione popolare non sembra aver bisogno dell'aiuto dei talebani...segue su Lettera22

lunedì 12 marzo 2012

LA STRAGE DI KANDAHAR

Dopo le scuse di rito, rapide ma probabilmente inefficaci, del capo del Pentagono Leon Panetta e dello stesso Barack Obama, l'ennesimo episodio che ha coinvolto un soldato americano e ha lasciato sul terreno 17 afgani, tra cui donne e bambini, in un villaggio della provincia di Kandahar, evoca scenari sempre peggiori: ritorsioni e proteste alimentate da una diffusa disillusione sulla capacità delle truppe di occupazione di garantire l'incolumità degli afgani e un'erosione del consenso verso l'Occidente che, dopo la vicenda del Corano dato alle fiamme o il video in cui i marine urinavano su talebani morti, è ormai al lumicino. Gli aspetti sono tanti anche se collegati tra loro

La dinamica della strage non è ancora chiara: secondo la stampa americana si è trattato dell'atto di follia individuale di un sergente dell'esercito, alla sua prima missione in Afghanistan ma già stato per tre volte in Iraq, che sembra l'incarnazione perfetta del cosiddetto Post Traumatic Stress Disorder: una forma maniaco depressiva che può tramutarsi in violenza gratuita e che è tipica dei reduci. Alcuni testimoni hanno però menzionato più soldati all'opera: un commando che avrebbe agito con un'azione coordinata e dunque premeditata ,ma non è chiaro se gli abitanti del villaggio non abbiano visto invece gli uomini della Nato correre sul luogo della strage, come potrebbe spiegare anche la presenza di un elicottero. Come che sia, la dinamica resta oscura e controversa e dovrebbe essere chiarita da un'inchiesta rapida prima che resti troppo spazio a dubbi e interpretazioni

I precedenti aggravano la situazione: solo poche settimane fa la vicenda dei Corani dati alle fiamme aveva dato la stura a una protesta pubblica – e diffusa in tutto il Paese - senza precedenti, che dà ai talebani la possibilità di sfruttare gli umori di una piazza inferocita e già scioccata dal video che, solo qualche mese prima, aveva mostrato dei soldati americani intenti a urinare sul corpo di alcuni guerriglieri morti per non parlare della vicenda della cosiddetta "Banda degli assassini" del 2010 ("The Kill Team"). Quel che risulta sin troppo evidente è comunque che gli americani (che addestrano le truppe locali!) non riescono a tenere sotto controllo i circa 90mila soldati di stanza in Afghanistan. Un fatto gravissimo per un esercito moderno e considerato il più potente e avanzato del mondo

Sul versante politico afgano l'ennesimo episodio ha questa volta portato la rabbia , sinora patrimonio della piazza, sin dentro il parlamento che oggi è stato chiuso dagli stessi parlamentari in segno di protesta. Nonostante qualcuno abbia giù chiesto al presidente di dimettersi, la vicenda potrebbe però rafforzare Karzai la cui reazione è stata immediata e che, dopo aver ottenuto da Washington qualche giorno fa il trasferimento
dei detenuti afgani nella Base di Bagram sotto la giurisdizione della giustizia afgana, ora punta a far smettere i raid notturni, colpevoli di uccidere civili innocenti (http://emgiordana.blogspot.com/2012/02/crescono-le-vittime-civili-in.html). Una sua vecchia richiesta finora ignorata

Sul versante politico americano la vicenda mette in difficoltà Obama ma solo fino a un certo punto. Quando capitò l'episodio del Corano, i repubblicani in corsa per la Casa Bianca lo criticarono perché si era scusato con gli afgani, ma dopo la strage folle di domenica si ritrovano ora ad armi spuntate. Kabul ha comunque assicurato che l'episodio di domenica mattina non modificherà il negoziato in corso con Washington per un accordo quadro sulla permanenza americana in Afghanistan dopo il 2014. Accordo che dovrebbe essere siglato entro maggio dalle due capitali, prima cioè del vertice Nato che farà il punto della situazione a Chicago, la città di Obama. L'accordo è vitale per il presidente perché dimostrerebbe la sua capacità di gestire la promessa exit strategy senza far uscire gli Usa completamente dal teatro afgano.

Il processo di pace, avviato con fatica e sotto traccia da ormai un anno, potrebbe invece subire un rallentamento. I talebani sfrutteranno l'episodio per alzare il prezzo e per indicare in Karzai l'uomo sotto il cui governo agli stranieri è permessa ogni violazione anche contro donne e bambini. Una recente ricerca fatta per conto della Ong italiana Intersos dimostra che la diffidenza verso le truppe occupanti non fa che aumentare. Inutile dire che episodi come quello di domenica gettano solo benzina sul fuoco.