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giovedì 9 aprile 2020

Ho un virus nel mio vestito

In Myanmar quattro fabbriche si stanno rapidamente riconvertendo nella produzione di mascherine. Inutile dire che alcune sono della filiera del tessile, una delle industrie chiave nel Paese. E’ uno dei nuovi affari connessi al coronavirus. Affari sacrosanti (se i prezzi delle mascherine non lievitassero come la pasta del pane) ma che hanno puntato i riflettori sugli effetti che il virus ha su uno dei grandi settori dell’economia globale – il tessile/calzaturiero - che ha in Asia, dal Bangladesh al Vietnam, da Sri Lanka all’India la fucina dove le grandi firme fabbricano a prezzi super convenienti camice e scarpe, pret a porter e magliette della salute. In certi casi l’apparente disastro (la mancanza di materia prima, il crollo della domanda, i divieti sulla logistica) si trasforma persino in manna dal cielo. Molte aziende in Myanmar hanno approfittato della crisi per chiudere temporaneamente e licenziare sollevando scioperi e proteste in sordina a causa del virus. Ma altre han pensato bene di fallire per riaprire sotto altra forma. In questo modo, denunciano i sindacalisti locali, si licenza senza problemi e si riapre usufruendo dei vantaggi per le start-up. Cosa c’è di meglio di una crisi per ristrutturare il profitto?

L’ondata peggiore della crisi passa dunque soprattutto nei Paesi dove si produce su commissione. Dove la relazione tra aziende e sindacato è fragile e dove le garanzie per chi perde il lavoro sono minime o non ci sono. Due rapporti usciti in marzo han cercato di fare il punto:. Abandoned? del Center for Global Workers’ Rights e Who will bail out the Workers that make our clothes? del Worker Rights Consortium. Mettono in luce gli effetti del Covid-19 sulle catene di fornitura. Lontane da casa.


Marchi e distributori scaricano infatti le conseguenze del calo della domanda sui fornitori. “Le imprese di abbigliamento pagano solo alla consegna, con le fabbriche che sostengono i costi generali e di manodopera. E hanno il potere di decidere di non pagare gli ordini, anche se ciò significa di fatto una violazione contrattuale” spiegano alla Campagna abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign. Al di là dei furbi e di chi si approfitta della situazione, ciò significa che i proprietari delle fabbriche esecutrici non hanno più liquidità per pagare i salari e che in futuro il quadro potrà solo peggiorare. Secondo l’associazione dei produttori del tessile (Bgmea) del Bangladesh, ordini per oltre tre miliardi di dollari sono finora stati cancellati. In Thailandia, le fabbriche di abbigliamento continuano invece a funzionare ma gli ordini stanno rallentando. Si teme – preoccupazione diffusa - che alcune fabbriche possano utilizzare il Covid-19 come scusa per chiudere. E con lo stato di emergenza scioperare è impossibile.

Le due ricerche ricordano infine che in buona parte dei Paesi produttori di abbigliamento, i meccanismi di protezione sociale, come l'assicurazione sanitaria o l'indennità di disoccupazione, non esistono o sono insufficienti. Lo stesso vale per i fondi di garanzia in caso di insolvenza. Non di meno, dicono ad Abiti Puliti, i due dossier sembrano aver sortito un effetto: dopo la loro pubblicazione un certo numero di marchi ha accettato di adempiere ai propri obblighi contrattuali e di  pagare gli ordini che le fabbriche avevano già in produzione: H&M, PVH Corp (che possiede Van Heusen, Tommy Hilfiger, Calvin Klein e altre), Inditex (proprietario di Zara) e Target. Stiamo parlando di un settore – tra tessile, abbigliamento e calzature - che impiega milioni di persone, l’80% donne secondo l’Ufficio internazionale del lavoro: si va dagli oltre 100 milioni dell’India ai 3,6 del Bangladesh dove il tessile è l’industria trainante dell’export. Per saperne di più c’è un blog  che aggiorna quotidianamente sugli effetti globali del virus nella filiera del tessile/calzature.



Questo articolo è uscito ieri su ilmanifesto in edicola

mercoledì 8 aprile 2020

Il racconto della fotografia

Maria Novella De Luca (linkedin)
Da ieri sul sito dell'Atlante delle guerre c'è una novità. Fotografica. Un fotoreportage di Maria Novella De Luca che illustra una bellissima storia: persone che sminano un territorio piantandoci alberi.

Raffaele Crocco, l'ideatore del progetto Atlante, spiega l'iniziativa:  "...uno spazio per raccontare il Mondo – le sue ingiustizie e crudezze, ma anche le sue bellezze avventurose – soprattutto attraverso le immagini. Ogni quattro settimane, sempre di martedi".  Il servizio della fotoreporter   è accompagnato dai testi della giornalista Alice Pistolesi, colonna della redazione dai suoi esordi. La grafica è stata curata da Daniele Bellesi, l'art director che ha progettato il sito e la grafica dell'Atlante cartaceo e tra i soci fondatori del progetto.

Il sito dell'Atlante ha superato in marzo le 30mila visualizzazioni. Aggiorna quotidianamente sulle guerre in corso, specie ora che la preoccupazione per il Covid-19 sembra offuscarle. Purtroppo, virus o non virus, la guerra è l'unica attività umana che non si è fermata. E la porzione di deserto del Sahara tra Algeria, Mauritania e Sahara Occidentale - raccontata nel reportage -  è una delle più minate del mondo

domenica 29 marzo 2020

Raffaele Masto, il viaggiatore africano

C'era un patto non scritto tra Raffaele Masto e me: mi dai una mano in qualsiasi momento ne abbia bisogno! Non succede con tanti colleghi che si possa far conto su chi ti toglie le castagne dal fuoco la domenica o il lunedi mattina. E così: una breve chiamata, un rapido accordo sulla lunghezza e la massima libertà di raccontarla come credi purché rispetti quelle righe o quel minuto di parlato. Il patto non scritto serve quando sei nelle peste. E l'affidabilità, nel nostro lavoro, è tutto. E non dico l'affidabilità della notizia riportata (ci mancherebbe altro), dico l'affidabilità della persona, dei tempi, delle lunghezze: se son le sette non sono le sette e un quarto. Se è un minuto non sono due. Se son venti righe non sono quaranta. Potete avere la notizia più bella del mondo ma, come si dice, "primo trasmettere", tutto il resto vien dopo.

Non posso dire di Masto che "lo conoscevo bene", e sarà il primo a perdonarmi questo ricordo così scarno e leggero, ma ci fu tra noi – per utilizzare un'altra citazione dotta dal mio grande maestro Mario "Dondi" Dondero – un "corso accelerato di amicizia". Che si sostanziò di un viaggio in macchina l'estate scorsa. Prima ci eravamo sentiti mille volte – per RadioPop o Radio3 o per qualche sua incursione nel sito dell'Atlante delle guerre – ma visti si e no quattro o cinque. Il viaggio in macchina – frammezzato di osteriole e pause caffè – cementò quella collaborazione fino ad allora solo aerea. Gustai il suo umorismo coniugato a un'ironia raffinata e una vista sul mondo spassionata e anaideologica ma curiosa e profonda. E ammiravo – oltre alla competenza – quel suo essere engagée. Non militante direi, che sa tanto di banda armata, ma "impegnato". Com'era Dondero, come cerco di essere io. Imparziale ma non neutrale. La sua voce cristallina da eterno giovinetto, con quegli occhietti furbetti e la battuta pronta ci mancheranno. Buon viaggio o piccolo grande re africano. Sono vicino a tua moglie Gisele e alle migliaia di ascoltatori che ti hanno voluto bene anche senza un viaggio in macchina.


La foto è tratta dal sito della rivista  Africa che ha dato la notizia ieri così:
Raffaele Masto, giornalista della Rivista Africa e di Radio Popolare, ci ha lasciati. Se l’è portato via per sempre questo dannato virus. Raffaele è stato tra i più acuti osservatori e lucidi narratori del continente africano. Per oltre trent’anni ha seguito da vicino guerre, crisi umanitarie, rivoluzioni, svolte democratiche… i maggiori eventi della storia contemporanea.

venerdì 27 marzo 2020

Lettere dall’esilio: l’Ovest visto da Est

Riflessioni personali di un giornalista “fuori luogo”. Sul virus del secolo e su un Secolo dell’Asia proclamato almeno dal secolo scorso ma che continua a restare in sala d’attesa. Il Covid-19 ci insegnerà ad essere più umili e meno provinciali?

Il colmo per un cronista? Abitare nel luogo che di li a poco sarà l’epicentro di una delle notizie più importanti del secolo ed essere partito verso un sito per il quale l’interesse è zero perché l’argomento del giorno, il virus globale, lì ancora non c’è. Son sempre cauto nell'esprimere opinioni ma questa volta ho preso una licenza anche se del virus non so nulla (come molti per altro). E' solo perché mi trovo nella posizione di cui ho detto sopra: sono in un Paese, il Myanmar, ignorato perché fino a tre giorni fa non c’era un solo caso conclamato di Covid-19 (oggi sono cinque e tutti importati). Benché proprio questo fatto meritasse e meriterebbe un’analisi (se ne occupa forse un po' allarmisticamente il Lat), la cosa non interessa a nessuno. Posso anche capirlo. Nel mio Paese, l’Italia, e nel mio comune, Crema (15km da Lodi e 20 da Codogno), c’è altro cui pensare. Ma l’esilio più o meno forzato in questa terra struggente (di cui posto una foto in copertina), mi ha obbligato ad alcune riflessioni. Nulla più che qualche idea personale. Che mi piace condividere di questi tempi in cui ognuno dice la sua. E sfugge il bandolo della matassa.

Da lontano si vedono le cose con maggior distacco. E visto da Oriente il Vecchio Continente (stendiamo un velo pietoso sugli Stati Uniti) mi è sembrato superficiale, leggero, incoerente (paradossalmente l’Italia è un’eccezione in positivo). Qui in Myanmar, non certo uno Stato modello di efficienza, appena arrivata a gennaio la notizia del virus, le frontiere di terra con la Cina sono state chiuse. E i cinesi in giro per il capodanno di metà gennaio sono immediatamente spariti. Tornati a casa. E persino ora, con soli 3 casi, la gente sta a casa con autodisciplina e si lava le mani ogni due per tre, Come sapete in Oriente si è messa in moto una macchina che grosso modo prevede due tendenze: il lockdown o la tracciatura dei malati. In Europa si è scelto il primo metodo. In Corea del Sud e Taiwan – ma non solo - il secondo. In Cina – o in Vietnam - una miscela di entrambi ma senza rinchiudere tutta la nazione. La cosa ha funzionato e i risultati si vedevano già almeno 15 giorni fa. Ne abbiamo fatto tesoro?

La tracciatura funziona pressapoco così, come bene riassume - nel caso coreano - Fabio Tana, un asiatista per anni al desk Asia dell’Ansa: “Chi va in quarantena deve notificare l’indirizzo, dare il numero del cellulare e inserirvi una app che consente a un sistema centralizzato il controllo dei suoi spostamenti e del suo stato di salute. Continuano ad essere in vigore le misure di prevenzione che comunque si limitano a raccomandare la mascherina, la distanza di sicurezza ed evitare gli assembramenti”. Si è detto che questo da noi non si potrebbe fare per minaccia della privacy e della democrazia (forse anche per indisciplina). Ma, mi chiedo, essere chiusi in casa non è un po’ come essere agli arresti? E l’esercito in strada e la polizia che strattona i vecchietti non sono una pericolosa apertura a norme autoritarie di sapore ...orientale?

Si dice: quelle asiatiche son dittature. Vero. Ma solo in parte. Nella maggior parte dei Paesi asiatici si tengono libere elezioni, esiste un parlamento e la libertà di stampa. Liquidare l’Asia come un insieme di sistemi autoritari e totalitari tollerando al massimo il mito della “più popolosa democrazia del mondo” (ossia l’India, attualmente l’ultimo dei modelli democratici asiatici) è superficiale e
fuorviante. Ammettere che la Cina sta sconfiggendo il virus,che in Laos ci sono solo un paio di casi, che in Vietnam il fenomeno è contenuto e che persino il Myanmar è per ora esente, forse brucia. Tranne qualche voce fuori dal coro, si parte dall’idea che da queste parti ci sia un peccato originale che, aihmé, impedisce agli asiatici oggi e agli africani domani, di essere come noi. L'Occidente visto da Oriente risulta sempre autoreferenziale, ammalato di un provincialismo culturale per cui – lo vogliamo ammettere o no – o gli altri seguono i nostri modelli o sbagliano. E se in parte avessero ragione “gli altri”? Questo caso sembrerebbe in parte dimostrarlo.

Credo che sia necessario tenere la guardia alta. Sempre. Lockdown e tracciabilità vanno bene sinché non erodono i nostri diritti fondamentali. E vi si può rinunciare nell’emergenza ma a patto che esistano meccanismi di controllo (vedi scandali delle liste telefoniche) che non abbiamo messo in piedi nemmeno quando l’emergenza non c’era. Se avete avuto a che fare con una compagnia telefonica lo sapete. E lo si sa anche tutte le volte che, cercato un volo su Internet, si viene poi bombardati dalle compagnie aeree per due settimane. L'individuo è libero o di libero c'è solo il mercato?

Dobbiamo – noi giornalisti - tenere la guardia alta ovunque, anche qui in Asia ovviamente. Democrazie fragili o sotto schiaffo (Myanmar, Thailandia per non parlare della Cambogia) possono utilizzare lo stato di emergenza per tornare allo status quo ante e cioè al pieno potere delle forze armate. Dobbiamo vigilare sul “modello cinese” che traccia persino i brufoli sulla faccia e “rieduca” i dissidenti. Dobbiamo tener d’occhio Kim Jong-un e fare le pulci alla statuaria democrazia giapponese che fa ancora fatica a riconoscere le sue colpe storiche. O quella afgana, così ammalata di occidentalismo che non obbedisce più al suo ammaestratore. Guardia alta ma senza salire in cattedra. Con un po’ di umiltà. Con l’umiltà di dire: “Scusateci del coronavirus non capiamo ancora niente. Abbiate pazienza”. Alle ricette giuste penseremo dopo. Anche a quelle in salsa di soia.

L’analisi interessante sul virus di Roberto Buffagni

Qui l’articolo di Fabio Tana

giovedì 26 marzo 2020

La mossa "sovietica" di Washington

Adesso la famosa lista del governo afgano per i negoziati di pace intra afgani è finalmente pronta, dice Arg, il palazzo dove siede - contestato -  Ashraf Ghani. Si potrebbe dire che i soldi comprano tutto perché lunedì il governo degli Stati Uniti ha annunciato una riduzione immediata di 1 miliardo di dollari  nella sua assistenza all'Afghanistan per l'impasse politica nel Paese:  Mike Pompeo ha incontrato il presidente Ghani e Abdullah Abdullah a Kabul, insieme e separatamente, ma senza risultato e così Washington avverte  che un altro miliardo di dollari nel 2021 dovrebbe essere tagliato se la situazione non cambiasse. totale 2 miliardi di verdoni.

Questa vicenda mi ricorda una brutta storia. Dopo il ritiro dell'Urss dall'Afghanistan nel 1989 Washington e Mosca fecero un accordo: niente più soldi né al governo filosovietico di Najibullah e niente più fondi ai mujaheddin. A quanto si sa avvenne così. Quali furono gli effetti? I mujaheddin avevano gli Stinger e continuarono a ricevere soldi dall'Arabia saudita, dal Pakistan o dall'Iran. A Kabul invece il flusso di rubli si fermò e Najibullah smise di pagare gli stipendi ai soldati. Il suo esercito che, finché aveva ricevuto  un salario, aveva impedito la conquista di Kabul da parte degli integralisti islamici si sciolse come neve al sole e il suo regime crollò. Il resto lo sappiamo.

Gli Usa interrompono l'assistenza civile ma non probabilmente quella militare ed esiste un impegno - anche italiano - a pagare il salario per i soldati. Ma messo alle strette, benché Ghani si ostini a dire che il taglio non lo mette in difficoltà, la mossa potrebbe tradursi in una riduzione dei già magri salari a un esercito sotto stress. Tirate voi le somme.

martedì 24 marzo 2020

Battaglia birmana contro il climate change

U Aung Toe (settimo da sinistra) nel suo villaggio
U Aung Toe, villaggio di Twin Phyu Yoe nella regione centrale di Magway, l’effetto serra lo conosce bene. Vive in un’area del Myanmar chiamata la “zona secca” e non c’è termine più appropriato quando attraversate distese di campi ricoperti di una sabbia fine dove far crescere le piante è una vera impresa. “Negli ultimi cinque-dieci anni le cose – dice - sono peggiorate: almeno prima c’era un ciclo di piogge abbastanza stabile. Iniziava ad aprile, un anno bene, un anno peggio. Ma adesso… ad aprile non piove più”.

I campi del Magway producono arachidi, fagioli e un sesamo molto richiesto soprattutto dal mercato indiano e cinese. La terra, che ora viene preparata per la semina, è punteggiata da palma da olio e da qualche rada pianta di mango di una qualità non commerciabile. Gli scarsissimi pali della luce, la cisterna per l’acqua piovana e una fila di donne con secchi attaccati al bilanciere che vengono dall’unico pozzo comune della zona, la dicono lunga su come si vive qui. C’è anche qualche vacca,
Da sn : U Lin Myat, Andrea Ricci e Ko Mio
maiali, polli. E buoi, per lavorare un terreno ostile come si fa da secoli in una delle aree del Myanmar più esposte al cambiamento climatico. Tutto ciò per far magari un solo raccolto anziché due o perderlo se il regime di piogge fa brutti scherzi.

In più c’è un problema comune a gran parte dell’Asia: “Molti contadini – spiega U Aung Toe – non hanno carte che dimostrino la proprietà della terra”. Ciò in sostanza, spiega Ko Mio Min Aung – un esperto di agraria e sistemi idrici - “significa per loro non avere accesso al credito perché non c’è alcuna garanzia”. Se non piove o piove troppo nel momento sbagliato, si rischia ad esempio di non avere abbastanza semente per l’anno successivo.

Ko Mio lavora ormai da oltre un decennio col Cesvi, una Ong di Bergamo che è presente in Myanmar dal 2001. Poiché i finanziamenti in cooperazione sono un po’ come le piogge – vanno e vengono secondo i capricci dei governi – è stato lui a mantenere il presidio in questi anni anche quando i soldi non c’erano. Adesso però sul piatto ci sono due milioni di euro della Cooperazione italiana per un progetto di tre anni. Prima di farcelo spiegare andiamo con Ko Mio a incontrare U Lin Myat, il direttore del Dipartimento regionale di agricoltura del Magway. E’ un signore con un sorriso aperto e una discreta eleganza. Parla poco ma non ha reticenze: “I nostri prodotti interessano anche il mercato internazionale: Cina e India in primis ma anche altri Paesi asiatici. Vendere all’estero però non è
A pochi chilometri: Bagan, patrimonio Unesco
dell’umanità. Struggente bellezza
 in una terra inospitale e desertificata
facile: costo della logistica, intermediari e soprattutto standard di garanzia”.

Tutto ciò abbassa i profitti e rende i contadini ostaggio oltreché del mercato, dei suoi intermediari. “Il costo di produzione qui è ancora troppo elevato così come i materiali che importiamo. Infine c’è l’impatto climatico che ha aggravato la situazione. Se piove poco i risultati sono scarsi e se piove troppo, nel momento sbagliato, il raccolto si ammala per problemi legati allo stoccaggio e alla diffusione di malattie fungine”.

U Lin Myat è di quelli che credono nella Cooperazione internazionale. “Facciamo di tutto per favorire investimenti, tecnologia, pratiche per alzare gli standard di quantità e qualità”.... (continua)

Leggi tutto su RepubblicaOnline

lunedì 23 marzo 2020

Afghanistan, tre fronti caldi per un negoziato


L'inviato  degli Stati Uniti Zalmay Khalilzad ha twittato ieri una notizia molto attesa e cioè che il governo afgano e i talebani hanno tenuto una riunione sulla liberazione dei prigionieri e sul processo di pace. Colloqui dunque che sembrano superare lo stallo che si trascina dalla firma dell'accordo di Doha. Eccone una sintesi prima del tweet di un uomo al centro da mesi di una delle più difficili e  tortuose maratone diplomatiche per far uscire l'Afghanistan dalla palude della guerra. Inshallah...

Martedi 10 marzo doveva essere un giorno particolarmente importante nel calendario della pacificazione dell’Afghanistan. In quella data, secondo quanto stabilito dall’accordo firmato a Doha il 29 febbraio tra americani e Talebani “per portare la pace in Afghanistan”,* sarebbe dovuto iniziare il vero e proprio negoziato intra afgano, tra il governo di Kabul e il governo ombra di mullah Akhundzada, rappresentato sinora dal team negoziale talebano in Qatar capeggiato da mullah Baradar. Se l’accordo di Doha tra guerriglia e parte delle forze di occupazione doveva pavimentare la strada per la pace, la prima data negoziata del vero e proprio processo di pace doveva essere appunto quel 10 marzo. Ma i guai sono iniziati ben prima. E su più fronti.

Il primo fronte caldo da menzionare è quello interno che riguarda l’esecutivo di Kabul cui spettava presentare, per il 10 di marzo, la lista del team negoziale in capo alla Repubblica. Un esecutivo che ancora non c’è e che si è spaccato, se così si può dire, ancor prima di nascere. Ancor prima infatti che la maratona negoziale di 18 mesi condotta da americani e Talebani a Doha partorisse il documento definitivo, Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah, rispettivamente presidente e capo dell’esecutivo uscenti, si erano già divisi sui risultati delle presidenziali del settembre 2019, resi noti in forma definitiva dalla Commissione elettorale nazionale il 18 febbraio. I risultati, che hanno confermato Ghani come presidente, sono stati immediatamente respinti dall’eterno secondo Abdullah; né l’intervento americano, né quello di notabili locali sono riusciti a ricomporre una crisi che il 9 marzo – il giorno prima del fatidico 10 – li vedeva entrambi prendere possesso della carica di presidente. Ghani con l’avvallo – seppur senza fanfare - di personalità politiche nazionali e internazionali. Abdullah Abdullah con l’appoggio di diversi personaggi politici dell’arena afgana. Infine, dopo il fallimento dei tentativi di conciliazione tra i due, veniva abolita nei primi decreti di Ghani la carica di capo dell’esecutivo (una figura istituzionale inventata nel 2014 per risolvere la prima crisi tra i due contendenti che aveva portato alla nascita di un governo bipolare).

Il secondo fronte caldo riguarda i rapporti con i Talebani. Se a Kabul non c’è un esecutivo che rispecchi l’equilibrio delle forze non c’è ovviamente nemmeno una lista condivisa per aprire i negoziati né, pertanto, una linea politica univoca – più o meno inclusiva – che rappresenti la Repubblica. La faccenda si complica sia per le colorazioni etniche (Ghani è pashtun come la stragrande maggioranza dei Talebani) sia per gli equilibri e i rapporti di forza, visto che ad Abdullah fa capo quel che resta della famosa e potente “Alleanza del Nord”, la coalizione di signori della guerra considerata la peggior nemica dei Talebani e la forza che, con l'aiuto esterno, determinò la fine dell’Emirato di mullah Omar nel dicembre 2001. A complicare le cose è nata una diatriba immediata sul rilascio di 5mila detenuti talebani rinchiusi nelle carceri della Repubblica cui doveva far seguito il rilascio di circa mille prigionieri (soprattutto militari) nella mani della guerriglia. Abdullah non è nemmeno entrato nel merito della questione mentre Ghani ha posto il rilascio dei primi detenuti talebani non come premessa ma semmai punto di discussione del futuro negoziato di pace. Ghani ha poi con un decreto dato luce verde alla liberazione di 1500 detenuti ma legandola a un calendario e, ancora una volta, non come una premessa per iniziare i colloqui. I Talebani, che in proposito agitano l’accordo di Doha sostenendo che la liberazione di 5mila combattenti è una precondizione e non un punto di discussione, hanno respinto il piano Ghani e, nel frattempo, ricominciato a intensificare le azioni contro l’esercito afgano, attenuatesi per una settimana alla vigilia dell’accordo di Doha del 29 febbraio.

Il terzo fronte caldo riguarda gli Stati Uniti, il loro rapporto coi Talebani e quello con Kabul, a sua volta diviso in due tronconi. Ma c’è anche un fronte interno al Congresso, a una parte del Pentagono poco convinta dagli accordi di Doha e a un clima di sfiducia che dopo la firma ha contagiato un po’ tutte le parti in causa con l'esclusione di Zalmay Khalilzad, l’inviato americano artefice degli accordi di Doha la cui maratona diplomatica non si è mai fermata. Prima, durante e dopo l’accordo di febbraio. Va aggiunta infine la variabile Donald Trump. Il presidente americano, che ha investito sulla riuscita degli accordi buona parte della sua campagna elettorale per la rielezione, si è distinto per una posizione ondivaga sin dall'inizio del suo mandato: favorevole al ritiro durante la prima campagna elettorale era tornato interventista da presidente con la decisione di un aumento degli “stivali sul terreno”, salvo poi caldeggiare il negoziato di Khalilzad. E si deve a Trump se una prima firma dell’accordo è saltata a settembre (famosa la sua frase: “Il negoziato coi Talebani è morto”), costringendo i negoziatori di Doha a una nuova maratona di oltre cinque mesi. Infine il presidente americano ha probabilmente indispettito i più tiepidi verso l’accordo di Doha, sia a Kabul sia a Washington, con una telefonata a mullah Baradar immediatamente dopo la firma del 29 febbraio. Una conversazione così poco gradita che dopo un’altra telefonata tra Trump e Ghani, il neo presidente afgano si affrettava a chiarire che non c’era alcun impegno a liberare 5mila prigionieri talebani, argomento nemmeno trattato nell'amichevole chiacchierata con Donald: “Questione di sovranità nazionale”.

Quanto al fronte interno americano, è sufficiente riportare qualche dichiarazione in merito al ritiro delle truppe (da 13mila a 8.600 in 135 giorni), i cui preparativi sarebbero già iniziati settimana scorsa: Il generale Kenneth "Frank" McKenzie, comandante dell’United States Central Command (Centcom), ha sottolineato a denti stretti la celebrazione degli accordi di Doha da parte di Al Qaeda, che li ha definiti "una grande vittoria storica" del movimento jihadista: “Nell'accordo di ritiro delle forze occupanti – continuava la nota dei qaedisti - c’è un'evidente vittoria e una sconfitta umiliante per l'America e i suoi alleati". Infine il generale notava che il livello di attacchi talebani seguiti alla fine della settimana di tregua di febbraio “non sono coerenti con un'organizzazione che intenda mantenere la sua parola". Gli faceva eco il segretario alla Difesa Mark Esper: "Possiamo fermare il ritiro in qualsiasi momento e metterlo in pausa". Una clausola prevista dagli accordi di Doha se i talebani non dovessero rispettare gli impegni. Ma negli Stati Uniti, già al momento dell’accordo del 29, molti timori erano già venuti a galla surriscaldando il clima: con i repubblicani preoccupati dal calendario del ritiro e poco fiduciosi sugli impegni presi dai Talebani e i democratici a chiedere un maggior coinvolgimento del Congresso nelle decisioni della Casa Bianca. Infine molti parlamentari restano sospettosi sui due annessi “segreti” all’accordo di Doha - ammessi dal segretario di Stato Pompeo - che stabiliscono nel dettaglio le regole sul ritiro delle truppe. Trump però ha sempre respinto tutte le critiche confermando tra l'altro di voler incontrare di persona i Talebani. Le primarie e in seguito il Covid-19, lo hanno poi aiutato a distogliere l’attenzione dalla guerra più lunga del Paese che, al momento, deve comunque a Trump quantomeno la possibilità di un inizio della sua fine.

Un ultimo punto val forse la pena di essere sottolineato. E’ una sorta di peccato originale e al contempo un’ipoteca sul futuro di negoziati che appaiono ancora nebulosi. Purtroppo il dialogo Usa-Talebani si è svolto senza padrini né mediatori. E lo stesso sembra dover accadere per il processo di pace intra afgano – qualora cominci veramente e sempre che compaia una lista di negoziatori. Una lista di possibili parti terze è circolata alcune settimane fa ma gli interessati, citati da un servizio della Cnn, hanno smentito. E’ una delle tante nubi sul futuro, una cattiva stella sotto la quale si è cominciato a trattare senza che il negoziato di Doha fosse, in qualche modo, “accompagnato” da terzi e dunque garantito anche sulla sua interpretazione. Una mancanza cui sarebbe bene – per il dialogo intra afgano - porre rimedio in fretta.

* Come recita il titolo dell’accordo: Agreement for Bringing Peace to Afghanistan between the Islamic Emirate of Afghanistan which is not recognized by the United States as a state and is known as the Taliban and the United States of America