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venerdì 13 settembre 2019

Afghanistan senza futuro?

Una trasmissione di radio Radicale dedicata all'Afghanistan e condotta con la professionalità che lo caratterizza da Francesco De Leo. Dal minuto 33 e 20" Con

CLAUDIO BERTOLOTTI
direttore di START InSight

MAURO DEL VECCHIO
già Comandante delle forze NATO in Afghanistan nell'ambito dell'operazione ISAF

EMANUELE GIORDANA
cofondatore di Lettera22, Direttore editoriale del portale atlanteguerre.it



mercoledì 11 settembre 2019

Afghanistan: il negoziato è morto?

“Per quel che mi riguarda il negoziato è morto”. E’ lunedi in America e in Afghanistan è già buio quando Donald Trump mette la pietra apparentemente tombale sul processo di pace coi Talebani. Zalmay Khalilzad, il suo uomo a Doha che ha sudato diverse camice per trovare un accordo, viene richiamato a Washington accompagnato dalle parole del segretario di Stato Pompeo: “In soli dieci giorni abbiamo ucciso oltre mille talebani”. Parole che chiosano l’ennesimo tweet del suo presidente “Negli ultimi quattro giorni abbiamo colpito il nemico come mai prima negli ultimi dieci anni”. Dunque?

Trump twitta di nuovo: “Ce ne andremo – ribadisce – ma con i nostri tempi” e intanto ieri il capo delle forze Usa e Nato in Afghanistan, generale Scott Miller, durante una visita nel Sud col Rappresentante civile dell’Alleanza, fa professione di fede seminegoziale: “Siamo tutti impegnati nella pace”. Si ma che vuol dire? Che il negoziato riprenderà? E con che tempi? Gli esegeti del Trump pensiero hanno un bel daffare poiché ancora non è chiaro come sia andata e cosa abbia fatto decidere a Donald (che ha intanto silurato il suo consigliere per la sicurezza Bolton contrario all'incontro) di cancellare il meeting segreto coi capi guerriglieri. Che un americano ucciso dai Talebani alcuni giorni fa – quando di militari Usa ne son morti 2.500 – abbia fatto cambiare idea al presidente sull’incontro previsto a Camp David non è pensabile. Forse Trump – così suggerirebbe la vicenda coreana – ha voluto all’ultimo alzare il prezzo, magari ridisegnando l’accordo su tempi più lunghi per abbandonare il Paese coi suoi soldati o per non abbandonarlo affatto come qualcuno vorrebbe (parte dei militari e Condoleeza Rice ad esempio). Nella logica da bazar cara a Trump (dico 100 e poi scendo a 50) l’ipotesi avrebbe senso ma nella capitale afgana gira un’altra ipotesi che taluno dà per certa. I Talebani si sarebbero irritati dell’improvviso invito non concordato e della presenza del presidente Ghani pure lui tra gli invitati: avrebbero così sdegnosamente rifiutato sostenendo che la data per la firma dell’accordo era altra e, soprattutto, che senza un garante terzo non avrebbero mai firmato. Il gran rifiuto avrebbe fatto infuriare Trump facendogli cancellare il meeting peraltro già saltato.

Secondo alcune fonti, nella capitale gira da tempo un testo in dari e pashto nel quale tutti i punti dell’accordo son nero su bianco: completi di tempi, accordi sulle basi militari, ritiro e forse anche cessate il fuoco e incontro intra afgano. Il colpo di teatro dunque avrebbe davvero mandato a monte tutto il lavoro di Khalilzad per far poi tentare a Trump di salvare la faccia. Ma ora la strada è più che in salita. C’è da aspettarsi una recrudescenza delle azioni talebane e dunque nuovi bombardamenti americani. Mai smessi per altro se quel che dice Pompeo è vero. Intanto il fragile Ghani si porta a casa le sospirate elezioni di fine settembre anche se i maligni dicono che gli Usa stanno per abbandonarlo, magari per puntare sul suo vice oppure su qualche nuovo asso nella manica. Nascosto sotto il biondo riporto del presidente.

giovedì 5 settembre 2019

Kabul alza la testa (e Bruxelles e Roma la chinano)

Marginalizzato e politicamente indebolito dai negoziati solo bilaterali tra Talebani e Americani, il
governo di Kabul prova a fare la voce grossa. Ieri Seddiq Sediqui, il portavoce del presidente Ashraf Ghani, ha reso noto che il governo “è preoccupato e per questo chiede ulteriori chiarimenti per esaminare accuratamente rischi potenziali e conseguenze negative” dell’accordo di Doha tra i Talebani e l’inviato di Trump, Zalmay Khalilzad. Che lunedì ha portato il testo a Ghani e ne ha anticipato alcuni contenuti in un’intervista alla tv ToloNews: ritiro entro 135 giorni dalla firma di 5.400 dei circa 14.000 soldati Usa. Il resto del testo non è pubblico, ma è chiaro il nodo politico. Gli afghani, spalle al muro, si sentono in parte traditi da Khalilzad, che ha derubricato come secondario ciò che fino a pochi mesi fa riteneva prioritario: che alla “pace” tra Americani e Talebani corrisponda quella tra il governo di Kabul e la guerriglia.

La preoccupazione non è solo sua. Dagli Stati Uniti – dove Ghani ha vissuto a lungo – arriva una dichiarazione congiunta di 9 tra ex ambasciatori e inviati speciali Usa in Afghanistan. Sostengono con forza la soluzione negoziata al conflitto, ma chiedono “che il ritiro completo delle truppe avvenga solo dopo una vera pace”, non prima, e che il governo afghano venga sostenuto, non tagliato fuori dai negoziati, come fin qui avvenuto. Rigettano inoltre una delle ipotesi ventilate nelle scorse settimane – un esecutivo a interim dopo la firma dell’accordo – e si dicono a favore dello svolgimento delle presidenziali del 28 settembre. Nessuno sa se si terranno o meno.

Ghani, in cerca del secondo mandato, assicura che le elezioni sono indispensabili per la legittimità del sistema ma alcuni candidati poco convinti si sono già ritirati mentre uno dei favoriti, l'ex consigliere per la sicurezza nazionale Hanif Atmar, ha sospeso la campagna e il premier Abdullah è disposto a rinunciarvi "per favorire la pace". Sul voto un funzionario internazionale da anni a Kabul e che preferisce restare anonimo è sconsolato: “Continua a stupirmi la mancanza di conoscenza diretta della realtà dell'Afghanistan quotidiano di vari analisti che pontificano sul futuro... se solo chiedessero in strada e nelle campagne alla gente cosa pensa delle elezioni che, secondo la consumata narrativa americana, ogni non talebano vorrebbe disperatamente…”. Sfiducia sul voto dunque ma anche rabbia e rumor di ogni tipo tra cui quello, riferisce una fonte, secondo cui gli americani sparerebbero addirittura sui soldati afgani. Clima teso e preoccupato. Anche tra gli umanitari che lavorano nel Paese. Luca Lo Presti di “Pangea” se ne fa tramite: “Al tavolo negoziale sono assenti i temi legati alla popolazione: i diritti delle donne o quello all’istruzione. Solo controllo e spartizione del potere. Che trattativa è”?

Non la spiega nemmeno il segretario generale della Nato Stoltenberg che, incontrando Mike Pompeo, si limita a ribadire “sostegno pieno agli Usa”. Si, ma i suoi 16mila soldati che faranno? In Italia la cosa è nelle mani di due neoministri: Di Maio e Lorenzo Guerini, che dal Comitato parlamentare per la sicurezza (Copasir, controllo parlamentare sui servizi segreti) è stato mandato alla Difesa a sostituire la ministra pentastellata Trenta che si è distinta per le sue visite in mimetica (uno stile ereditato da La Russa) al contingente italiano in Afghanistan (800 uomini) che il governo gialloverde, nonostante le posizioni “ritiriste” in campagna elettorale, ha ridotto solo di un centinaio di unità. Lodigiano e già vicesegretario del Pd si spera che almeno smetta l’uso della mimetica. Ma soprattutto il nuovo capo della Farnesina potrebbe prendere una posizione visto che erediterà dal silenziosissimo Moavero Milanesi il dossier afgano che il suo predecessore aveva avocato a sé sottraendolo al sottosegretario per l’Asia Manlio Di Stefano. Per tenerlo nel cassetto.

A quattro mani con Giuliano Battiston


mercoledì 4 settembre 2019

La crisi del Kashmir in otto minuti

La crisi del Kashmir in otto minuti secondo il mio punto di vista. Ringrazio LechLechà e Davide Assael per le domande puntuali



L'intervista video si può vedere qui

martedì 3 settembre 2019

Afghanistan: L'accordo c'è ma la guerra continua

Un’auto bomba ha colpito stanotte nel cuore della capitale al Green Village, luogo frequentato anche da stranieri (almeno 16 morti e oltre 100 feriti) mentre si continua a combattere nel Nord del Paese, dove la guerriglia ha scatenato negli ultimi due giorni un’offensiva che ha tutta l’aria di essere stata preparata con cura. Ma da Kabul arriva anche una buona notizia: l’accordo tra i Talebani e l’amministrazione statunitense sull’Afghanistan è chiuso, almeno “in linea di principio”, assicura l’inviato del presidente Trump, Zalmay Khalilzad. Che ieri nella capitale ha sottoposto il testo all’attenzione del presidente afghano Ashraf Ghani, mentre nel resto del Paese i Talebani intensificavano la battaglia per portare a casa, oltre a un accordo che gli permette di rivendicare “vittoria”, anche qualche successo militare in più...segue su atlanteguerre

Questo articolo è stato scritto a quattro mani con Giuliano Battiston per il manifesto e aggiornato stamane per atlanteguerre

venerdì 30 agosto 2019

I “non detto” dell’accordo di Doha. E Trump spariglia

Il presidente Trump ha sparigliato ieri nuovamente le carte sostenendo che dai 14mila soldati americani in Afghanistan ne dovranno rimanere almeno 8.600: una riduzione dunque e non un totale ritiro come vogliono i Talebani che a Doha negoziano con gli americani. I 4 punti principali, sui quali c’è un’intesa sin dallo scorso gennaio, spono infatti: ritiro delle truppe straniere, garanzia da parte della guerriglia di smarcarsi del tutto dal jihadismo globale, dialogo intra-afghano, cessate il fuoco. Ma le parole di Trump fanno prevedere una strada ancora in salita.

Del resto, nonostante i buoni propositi e un clima apparentemente disteso c’è da sempre qualcosa di segreto e oscuro nel negoziato in corso a Doha. A parte il governo afgano, un fantasma cui per ora non è concesso alcun ruolo, ci sono molti “non detto” sull’accordo in corso oltre a quanto sappiamo più o meno ufficialmente. Tra i tanti fantasmi c’è infatti il convitato di pietra che va sotto il nome di “basi militari”, dossier strettamente collegato al numero di soldati (oggi 14mila) che gli americani vorrebbero conservare sul suolo afgano.

Stando a rare indiscrezioni, Talebani e Americani avrebbero già concordato anche il futuro di Bagram - la grande base militare a Nord di Kabul, principale hub militare Usa nel Paese - e l’utilizzo delle basi aeree dell’esercito afgano sparse per l’Afghanistan da cui l’Us Air Force potrebbe controllare il fianco orientale iraniano e il fianco meridionale dell’Asia centrale ex sovietica, leggi il confine Sud della cintura protettiva russa. Per sorvegliare le basi e garantire il loro utilizzo serve però una forza di alcune migliaia di soldati. Dove stazionerebbero? L’ipotesi è che ci sia un vincolo su Bagram o un trasferimento dei soldati americani nella vasta area dove si trova l’ambasciata Usa e l’attuale comando Nato, vincolata a un accordo ultradecennale di affitto col governo di Kabul e vicina all’aeroporto militare afgano di Kaya dove già stazionano i caccia americani.

Tra i tanti non detto c’è anche un altro esercito con cui fare i conti. Un esercito allevato dall’intelligence americana di milizie paramilitari. Nel loro recente saggio The CIA’s “Army”, Astri Suhrke e Antonio De Lauri scrivono che “le milizie sostenute dalla Cia sono una versione particolarmente problematica di milizie locali sviluppate in Afghanistan negli anni”: un piccolo potere armato afgano sostenuto dall’esterno. Dal 2001 in avanti “le forze militari statunitensi e la Cia hanno organizzato milizie per combattere i militanti islamisti. Quasi due decenni dopo, la Cia gestisce ancora milizie locali nelle operazioni contro Talebani e altri islamisti”: gruppi armati responsabili di “gravi violazioni, tra cui numerose uccisioni extragiudiziali di civili”. Violazioni impunite grazie alla “sponsorizzazione della Cia che assicura la copertura del segreto (militare)… senza alcuna supervisione pubblica...”. La stima varia da 3 a 10mila unità. Tutte cose su cui per ora è meglio regni il silenzio.

giovedì 29 agosto 2019

Kalimantan: la nuova capitale sarà qui

L'ultimo indice di qualità dell'aria pubblicato dall'Energy Policy Institute dell’Università di Chicago (Epic) spiega che chi abita a Giacarta potrebbe vedersi ridurre di oltre due anni la sua aspettativa di vita se i livelli di inquinamento non scenderanno da quelli attuali. Un peggioramento degli ultimi vent’anni che corrisponde a un aumento dei livelli di crescita economica e a un’esponenziale allargamento dell’area urbana di una capitale che occupa una superficie di oltre 6.300 kmq. Al censimento del 2010 a Giacarta vivevano 9 milioni di persone ma la “Greater Jakarta” arriva ad almeno 30 che saranno quasi 36 entro il 2030. Se già adesso è il più grande agglomerato urbano del mondo dopo Tokio, nel 2030 potrebbe diventare la più grande megalopoli del pianeta. Una megalopoli che affonda lentamente: si stima che circa il 40% della città sia già ora al di sotto del livello del mare in un’area costiera soggetta a inondazioni, alla minaccia dell’innalzamento dei mari e al drenaggio selvaggio di acqua potabile che ne svuota le falde.

Joko Widodo, detto Jokowi, il giovane presidente indonesiano al suo secondo mandato, non ha aspettato i dati dell’Università di Chicago sull’aria né le proiezioni dei demografi sulla crescita della capitale. Quando si candidò per il primo mandato nel 2014, tra le tante promesse – riforme e lotta alla corruzione – c’era anche il traffico caotico di Giacarta. Un video in cui attraversava la città vessata dalle code chilometriche divenne virale sul web aumentando la sua popolarità nella capitale. Per mantenere la promessa, Jokowi ha pensato così di fondarne una nuova: abbandonare Giacarta e trasferire la sede diplomatico-amministrativa addirittura nel Kalimantan, il Borneo indonesiano. Lontano da Giava, l’isola più popolosa dell’arcipelago, per sfuggire forse, oltre al traffico e all’inquinamento, anche alla cattiva fama di una città vissuta da molti indonesiani più come l’espressione del potere dei giavanesi che non come sintesi del variegato pianeta della tanah air kita, la “nostra terra d’acqua”, come gli indonesiani chiamano il loro impero insulare di 17 mila isole abitate da 270 milioni di persone.

L’idea di Jokowi, che vorrebbe realizzare lo spostamento della capitale entro il 2024, non è nuova. Il presidente ne aveva già parlato a maggio ma in agosto è tornato sull’argomento e il 26 dello stesso mese ha fatto l’annuncio ufficiale sul luogo prescelto. Fa parte, della sua “visione” per i prossimi anni: “Tutti gli aspetti sono stati attentamente studiati – ha detto - in modo che la decisione sia in linea con la nostra visione nazionale per i prossimi 10, 50, 100 anni”. Idea folle, futuribile o necessaria? Solo in termini finanziari, gli ingorghi in città produrrebbero una perdita secca annuale di 100 trilioni di rupie (quasi 9 miliardi di euro). Trasformare la capitale in un sito solo amministrativo, sul modello di Washington o Brasilia, vorrebbe dire anche disegnare una nuova smart city tra l’altro lontana dagli epicentri sismici o dal rischio di inondazioni. Nella prima fase, la nuova capitale dovrebbe ospitare 1,5 milioni di residenti, tra cui circa 200mila funzionari statali e 25.000 agenti di polizia e militari. Il costo previsto per avviare l’operazione viene valutato in circa 30 miliardi di euro (in tre anni dunque si ripagherebbe), una cifra che il governo potrebbe ottenere alienando beni nella vecchia capitale. La sfida però è notevole.

La scelta definitiva del posto doveva essere annunciata a fine del 2019 ma Jokowi ha preferito giocare d’anticipo, d’accordo con il suo ministro della pianificazione dello sviluppo nazionale Bambang Brodjonegoro, che lavora da mesi con un team dell'Agenzia nazionale per la pianificazione dello sviluppo (Bappenas). Jokowi ha annunciato che il luogo prescelto a Kalimantan è Bukit Soeharto, un’area forestale che copre circa 300mila ettari di foresta nelle due regioni di Panajam Paser Utara e Kutai Kertanegara. La nuova capitale sarebbe così vicino al mare e in una località a metà strada tra la ricca città petrolifera di Balikpapan e Samarinda, altro grande centro del Borneo. Le due città, dotate di aeroporto, sarebbero a meno di un’ora di macchina e sono collegate da un'autostrada. Il governo possiede due terzi dell’area forestale ed è qui che nascerà la nuova “Ibukota” la nuova capitale. Ha un solo difetto… nasce in un posto che si chiama “Collina Suharto”, un nome – quello del vecchio dittatore – che non porta molto bene. Ma non è l’unico neo.

Gli ambientalisti hanno cominciato ad avanzare qualche riserva sull’ennesima ferita nel secondo polmone verde del pianeta. Bukit Soeharto infatti è dal 2007 un’area forestale protetta, considerata un sito di conservazione. La nascita di una nuova città segnerebbe un punto di non ritorno. I dubbi non si fermano agli ambientalisti. Le città ideali - sogno di amministratori e urbanisti - sono spesso un fallimento. L’ultimo in ordine di tempo è Naypyidaw, in Myanmar, dal 2005 nuovo centro del potere birmano. Le cronache però dicono che chi ci dovrebbe vivere ci resta il meno possibile e appena può torna a Yangoon la vecchia capitale. Così che le sue spaziose strade centrali fanno sembrare il nuovo centro una città fantasma. Un posto da toccata e fuga.

Questo articolo è uscito stamane su il manifesto