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giovedì 21 giugno 2018

Afghanistan? Gialloverde signorsi

Ritiro delle truppe? Nemmeno accennato
E’ un comunicato di 5 righe quello che il ministero diretto da Enzo Moavero Milanesi ha dedicato all'incontro alla Farnesina col Chief Executive del governo afgano, Abdullah Abdullah a Roma fino a ieri per una riunione  del World Food Programme. Sommate all'apprezzamento del 17 giugno sulla tregua tra Kabul e la guerriglia per la festa di Eid el-fitr, la posizione dell’Italia sull'Afghanistan totalizza 8 righe e mezzo. Appena un quarto del messaggio che Moavero ha fatto avere alla stampa quando il 10 giugno ha incontrato a Roma il Segretario generale della Nato, Stoltenberg. In quell’occasione “Moavero ha tenuto a ricordare come l’Italia, quinto contributore al bilancio della Nato, abbia profuso un grande impegno in termini di uomini, mezzi e risorse nelle operazioni Nato”, soprattutto “in Afghanistan e in Kossovo”. Il ministro ha inoltre sottolineato “come la tendenza alla crescita” delle spese militari “si vada consolidando”.

Se si fosse trattato di un incontro coi precedenti governi nulla ci sarebbe di nuovo sotto il sole. Ma il fatto che Moavero rappresenti M5S e Lega – due movimenti che si sono sempre sbracciati per il ritiro delle truppe – fa specie. Se quella di Salvini è sempre stata una posizione qualunquista che parlava alla pancia del Paese, in passato il movimento di Grillo ha invece tenuto un profilo alto: nel maggio del 2013, appena eletti in parlamento, i deputati M5S presentarono come primo atto politico una mozione che chiedeva il ritiro delle truppe e più cooperazione civile. Gli autori principali erano Carlo Sibilia, Manlio Di Stefano e Alessandro di Battista, protagonisti di fiammeggianti interventi per la fine della missione militare. Oggi? Di Battista - molto defilato - è negli Usa, Sibilia è sottosegretario agli Interni e Di Stefano è sottosegretario agli Esteri con delega alla cooperazione. Al momento della fiducia al governo  Di Stefano ha ribadito la necessità del ritiro, ma non ce n’è traccia nella posizione governativa. Né in quella di Moavero né in quella del ministro della Difesa Trenta che pure ha incontrato Abdullah il quale, in un'intervista a RaiNews24, ha ringraziato il governo per il sostegno militare col secondo contingente più numeroso. Quanto alla Lega, le priorità sono altre.

Le due forze politiche che hanno dato vita al governo Conte, in particolare i Cinque Stelle, sembrano dunque aver archiviato gli annunci e le richieste di un tempo. Al loro posto, la consueta subalternità atlantica: in coda, ad aspettare la linea. Eppure la tregua di tre giorni in Afghanistan ha aperto una finestra politica inedita, uno spazio di manovra per trovare finalmente una soluzione negoziata al conflitto. Azzardata dal presidente Ghani, la mossa della tregua ha costretto i Talebani a deporre le armi per tre giorni. Tre giorni in cui il nemico, fin qui guardato dal mirino di un fucile, è diventato persona in carne e ossa. In quasi tutte le province ci sono stati eventi di fraternizzazione tra barbuti da una parte e soldati e funzionari governativi dall’altra: dall’Helmand a Kabul, da Nangarhar a Kunduz, da Ghazni a Takhar. In qualche provincia alcuni Talebani di basso e medio livello, contravvenendo alle direttive della leadership, chiedono il prolungamento della tregua. Succede perfino nel distretto di Urgun nella provincia di Paktika, in una zona controllata dalle rete Haqqani, la fazione stragista e oltranzista degli studenti coranici. Il negoziato vero è ancora lontano e non mancano i rischi, ma i segnali recenti vanno incoraggiati. Per farlo, occorrerebbe più diplomazia. Quella a cui il governo italiano sembra aver rinunciato per mettersi sugli attenti. Un perfetta continuità.

mercoledì 20 giugno 2018

Confesso: anch'io sono rom


Cesare Lombroso: "Rivoluzionari
 e criminali politici, matti e folli"
Al prossimo censimento mi dichiarerò rom. E’ il mio piccolo gesto di resistenza civile a una possibile lista nera che si aggiunga alla schedatura di questo popolo già presente in tutti 
i commissariati e prefetture di Italia. Ma anche per dire che non so da dove vengo. Un modo per rompere i confini di un’identità che mi va stretta

Ho fatto questo ragionamento in macchina sull’autostrada Milano Bologna mentre andavo, ieri, a presentare il libro “Sconfinate” con Giuliano Battiston e Pierluigi Musarò – coautori di un volume sui confini – nel contesto di Atlas of transition, un progetto il cui titolo è inequivocabile e dove le parole di Salvini sono arrivate come l’ennesima bomba del nuovo governo. Una “sparata” oscura e che prefigura una sorta di lista di proscrizione per i rom. In fondo – ho pensato – se mi dichiarassi rom anch’io, starei dicendo il falso? E chi lo sa?

Quel che è certo è le mie origini sono “nomadiche”, che quel che era la mia famiglia di origine si è spostata, chissà da dove, chissà per quanto, fino ad arrivare in Piemonte dove i Giordana contano 298 delle oltre 340 famiglie presenti in Italia: stanno in Piemonte tra le province di Cuneo e Torino. Al netto di sposalizi, migrazioni, spostamenti e considerato che Giordana è un cognome poco diffuso, questa cosa mi fa pensare che in origine fossimo un piccolo nucleo di migranti arabi – dalla valle del Giordano – che per qualche motivo (sfuggire a una guerra o a una persecuzione etnico-areligiosa o semplicemente per trovar lavoro) avevano scelto una qualche località verso Cuneo. Quanto durò quella migrazione? Quando avvenne? Quanto fummo obbligati a integrarci e quanto lo scegliemmo?

Eravamo ebrei o musulmani? O cristiani di rito orientale? Cambiammo fede per opportunismo o necessità? Che identità corre nel mio sangue? So che mio bisnonno, un ufficiale dei carabinieri, venne mandato dal Piemonte in provincia di Cremona dove sposò una tabaccaia di Crema, Elvira Carniti. Morirono giovani e mio nonno Tullio, che venne adottato da una famiglia locale, mise la bandierina a Crema dove adesso risiedo anch’io. Ma, come nonno Tullio e mio padre – che a Roma è nato – anch’io ho passato un periodo così lungo della mia vita a Roma da sentirmi ormai quasi più laziale che lombardo. Più terrone che magnapolenta. Alessandra, la compagna con cui ho avuto due figli  - Malvina e Giovanni nati a Roma - era di famiglia toscana: D’Averi, ancora oggi diffusi nella Toscana orientale. I miei figli son romani? O, come me, felicemente bastardi, meticci, sangue misto di cui resta traccia nella carnagione olivastra, i capelli mossi o ricci, il profilo vagamente “giudaico”.


Fummo nomadi, forse perseguitati, aderenti a fedi religiose passibili di transizioni del nostro credo, mescolati con uomini e donne d’origine altrettanto incerti. Questo si che è certo.
Fummo, siamo bastardi e felici di esserlo. Dunque, molto onorevole Salvini, anche rom, perché no?

lunedì 18 giugno 2018

Un bilancio della tregua afgana e un consiglio al governo italiano

Mentre il convoglio partito dall’Helmand 38 giorni fa è arrivato stamane a Kabul, si può tentare un bilancio della tregua decisa da governo e talebani in Afghanistan. Ghani lancia la proposta di otto giorni di cessate il fuoco a cavallo di Eid el-fitr, la festa che celebra la fine del digiuno rituale. I talebani aderiscono all’idea per soli 3 giorni (da giovedi notte a domenica notte). Ghani in seguito si spinge a proporre un prolungamento cui chiede aderiscano anche i turbanti in armi. I talebani dicono no e aggiungono che la loro non è stata una decisione dovuta all’appello del governo ma una scelta autonoma che comunque prevedeva una tregua solo con gli afgani e non con gli stranieri. Da oggi, a loro dire, riprende la guerra contro invasori e “puppet” locali. Ma il dato resta. La tregua ha funzionato con scene incredibili di abbracci e strette di mano tra talebani e parenti ma anche con soldati e ufficiali dell’esercito. Molti guerriglieri sono entrati nelle città e nei villaggi - dove da anni non possono mettere piede – aderendo alla richiesta che non lo facessero armati.

La tregua ha tenuto e, trattandosi della prima in assoluto, si conferma un successo totale. La speranza di un prolungamento era appunto una speranza e può anche darsi che abbiano influito i due attentati nella provincia di Nangarhar (uno dei quali rivendicato dallo Stato islamico) che hanno ucciso civili, soldati e talebani facendo scattare, da quel momento, il divieto per i guerriglieri di recarsi a incontri con parenti o soldati. Lo Stato islamico ce l’ha messa tutta per far deragliare questa anticamera di uno spazio negoziale, ma le sue stragi hanno solo un effetto tattico e in realtà rafforzano il desiderio di pace.

E' un desiderio che è ormai esploso pubblicamente e di cui la marcia di circa 800 chilometri dall’Helmand è il segno. La gente comune vuole la pace, dall’Helmand a Kunduz, da Herat a Kabul. Le donne di Helmand ieri hanno chiesto ai talebani di aderire al prolungamento della tregua e gli attivisti della marcia sono pronti a consegnare a governo e talebani un piano in 4 punti: estensione del cessate il fuoco; colloqui di pace tra governo e talebani; accordo su leggi condivise; ritiro delle truppe straniere. Programma chiaro, condivisibile e accettabile.

Cosa succederà adesso? Un successo raggiunto non è per forza l’apertura di una via maestra senza intoppi ma se la tregua ha funzionato è anche perché la gente comune si è data da fare: marciando, protestando, alzando la voce, reiterando le richieste. La saggezza imporrebbe a governo e talebani – ma anche a noi stranieri – di capire che l’occasione è storica. E se davvero volessimo la pace, noi occidentali che ce ne riempiamo sempre la bocca, dovremmo essere i primi a sostenere le proposte dei marciatori, cioè del popolo afgano. Vediamo se il governo pentasalvinato – espressione di due gruppi da sempre favorevoli al ritiro – batterà un colpo. Per ora non mi pare che abbia detto mezza parola (a parte 4 righe in un comunicato della Farnesina del 17 giugno peraltro bilanciate da una trentina sull'incontro tra Moavero e Jens Stoltenberg a Roma il 10). Del resto anche Trump era per il ritiro delle truppe salvo poi decidere di triplicare i bombardamenti.

domenica 17 giugno 2018

Sconfinate a Bologna il 19 giugno

Atlas of Transitions Biennale prende il via a Bologna con le dieci giornate di Right to the City | Diritto alla Città dal 15 al 24 giugno
Esperienze comuni tra residenti italiani e stranieri, migranti, richiedenti asilo, rifugiati politici 
Tra gli eventi la presentazione di
Sconfinate. Terre di confine e storie di frontiera

Arena del Sole – Chiostro
Martedi 19 giugno // ore 19 // Chiostro Arena del Sole
ingresso gratuito

Cosa sono oggi e cosa sono stati i confini? Cosa rappresentano e come sono nati? Chi se ne sente protetto e chi invece li vive come una privazione identitaria?
Nella raccolta Sconfinate (Rosemberg & Sellier 2018), a cura di Emanuele Giordana, dieci autori provano a disegnare una nuova mappa geografica che tenga conto del “confine che non c’è” del Somaliland, della frontiera liquida del Mediterraneo, dei confini di sabbia dei deserti africani, dei lasciti coloniali della linea Durand tra Afghanistan e Pakistan, del muro di Trump tra Usa e Messico.



Il curatore del volume Emanuele Giordana, direttore di atlanteguerre.it ne  discute con gli autori Giuliano Battiston e  Pierluigi Musarò



Giuliano Battiston
Giornalista e ricercatore freelance, socio dell’associazione indipendente di giornalisti Lettera22.
Giuliano Battiston scrive per quotidiani e periodici, tra cui L’Espresso, il Manifesto, Pagina99, Ispi. Si occupa di islamismo armato, politica internazionale, globalizzazione, cultura. Per le Edizioni dell’Asino ha pubblicato Arcipelago jihad, Lo Stato islamico e il ritorno di al-Qaeda. Per la stessa casa editrice è autore dei libri intervista Zygmunt Bauman. Modernità e globalizzazione (2009) e Per un’altra globalizzazione (2010). Dal 2010 cura il programma del Salone dell’editoria sociale. Dal 2007 si occupa di Afghanistan, con viaggi, inchieste, reportage e ricerche accademiche.


Pierluigi Musarò
professore associato presso l’Università di Bologna e research fellow presso IPK, New York University e London School of Economics and Political Science. Presidente dell’Associazione YODA (gruppoyoda.org) e Direttore di IT.A.CÀ_migranti e viaggiatori: Festival del Turismo Responsabile (festivalitaca.net).
Autore di molte pubblicazioni nel campo dei media e delle migrazioni, del turismo e dello sviluppo sostenibile, dell’innovazione e della comunicazione sociale.

sabato 16 giugno 2018

Scommessa Eid el fitr

Per un giorno, in Afghanistan le armi hanno taciuto e si sono levate le voci di pace. Ieri, in occasione dell’Eid el-Fitr, la festività che segna la fine del sacro mese del Ramadan, in tutto il Paese c’è stato un giorno di tregua. È il primo dei tre giorni di cessate il fuoco che la leadership talebana ha deciso di accordare, dopo che il presidente Ashraf Ghani aveva annunciato una settimana di tregua unilaterale da parte del governo. Le date delle due tregue si sovrappongono per tre giorni. Ieri è stata la prima giornata. Una giornata storica: da Kabul alle città più periferiche, in molti sono scesi per strada per celebrare la pace, per quanto provvisoria ed effimera. Sulle reti social, per tutto il giorno si sono alternate immagini mai viste prima: soldati in uniforme al fianco di Talebani, funzionari governativi a braccetto con barbuti col turbante nero, strette di mano, sorrisi, pacche sulle spalle, bandiere tricolori dell’Afghanistan unite allo stendardo bianco con scritte nere degli studenti coranici.

Scene inattese ed eccezionali, accolte con entusiasmo dai civili, che celebrano l’Eid el-Fitr chiedendo con forza il prolungamento della tregua. Tanti afghani sono sorpresi: mai avrebbero immaginato di poter vedere Talebani e “governativi” gli uni accanto agli altri, né che la tregua – almeno nella prima giornata – abbia davvero tenuto, un po’ ovunque nel paese. È uno stimolo a proseguire lunga la strada del negoziato. Una strada che il leader dei Talebani, il mawlawi Haibatullah Akhundzada, nel suo discorso per l’Eid ha definito percorribile: “se gli americani vogliono davvero una conclusione a questo imbroglio afghano allora devono presentarsi direttamente al tavolo negoziale così che questa tragedia (invasione) si possa risolvere attraverso il dialogo”. Ma già il fatto che si rivolga a Washington, e non a Kabul, indica che la strada che dalla tregua conduce alla pace è ancora tutta in salita.

mercoledì 13 giugno 2018

La sfida di Eid el-fitr

La festa di Eid el-fiṭr (o festa dell’interruzione de digiuno alla fine del Ramadan) è una delle più
importanti ricorrenze dell’islam che si celebra alla fine del mese lunare del digiuno rituale e che quest’anno cade in questa settimana. Ma in Afghanistan questa volta, Eid potrebbe essere ricordata non solo come una festa ma come il primo passo verso il processo di pace, dopo tanti tentativi fallimentari. Una tregua unilaterale è stata infatti lanciata dal presidente Ashraf Ghani giorni fa, il che ha effettivamente sottolineato il suo impegno nel tentare possibili nuove strade negoziali con la guerriglia. Ma la notizia vera è che i talebani questa volta han detto si e hanno aggiunto che, dunque, le armi taceranno (contro l’esercito afgano ma non contro gli stranieri occupanti) per i primi tre giorni della festa.

La tregua dell’esercito afgano – dove la mossa è stata presa da qualcuno con non celato malumore - è già iniziata anche se tutto l’apparato militare è in stato di massima allerta e non solo perché non tutti i talebani, un movimento tutt’altro che omogeneo, potrebbero non aderire. C’è infatti anche un pericolo Stato islamico, come si è visto nei giorni scorsi a Kabul con l'ultima strage firmata dall'autoproclamato califfato. Rompere la tregua in ogni modo – con attacchi e attentati - può infatti sicuramente figurare nell’agenda di ciò che resta dell’esercito di Raqqa che ha tutto l’interesse a far deragliare qualsiasi tentativo di pacificazione.

Il segnale dato dai talebani, ufficialmente, è invece un passo nuovo e importante che sembra aprire uno spiraglio negoziale. Paradossalmente, proprio il nemico comune Stato islamico potrebbe finire a favorire il dialogo tra governo e guerriglia in turbante.

venerdì 8 giugno 2018

Sconfinate in una Marina di libri

All'orto botanico di Palermo (via Lincoln 2)
al Festival  Una marina di libri 

Sabato 9 giugno alle ore 18.00 nella Serra Tropicale


Paola Caridi ed Emanuele Giordana
parlano di confini e frontiere


a partire dal volume  Sconfinate. Terre di confine e storie di frontiera



Che cosa unisce il Sahara all’Ucraina, Haiti e il Congo, il Pakistan e il Myanmar? La storia di comunità divise da linee tracciate sulla carta, confini che cambiano provocando deportazioni di intere popolazioni, monarchi che non vogliono abbandonare il loro scranno, frontiere illegali che creano ghetti, lasciti coloniali che provocano guerre…


In questo volume – scritto a più mani e curato da Emanuele Giordana senza intenti di esaustività ma rappresentativo delle differenti tipologie di frontiere contese – si racconta la geopolitica dei confini analizzando alcuni casi emblematici, per concludere con un inquadramento storico e letterario sul concetto di confine, un’analisi sociologica sulla sua mediatizzazione come nel caso delle tragedie del Mediterraneo e uno sguardo a una situazione di portata globale più emblematica tra quelle attuali che si va consumando attorno al 38° parallelo.