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sabato 25 giugno 2022

Al via per Odessa una nuova Carovana per la pace


Parte oggi una nuova marcia per la pace contro la guerra in Ucraina.Questa volta ci saranno meno
mezzi e meno persone nel convoglio che sabato mattina partirà da Gorizia alla volta di Odessa, in una nuova Carovana di pace il cui senso è continuare il percorso iniziato a Leopoli nell’aprile scorso. Allora furono 60 mezzi e diverse tonnellate di aiuti umanitari a raggiungere la città occidentale dell’Ucraina. Ma questa volta le associazioni aderenti al cartello StoptheWarNow – oltre 170 – hanno dovuto fare i conti con la guerra guerreggiata così che percorsi e date hanno subìto più che una variazione. Andare a Odessa è una scelta forte perché significa entrare nella fornace del conflitto col rischio di diventarne un target. Le cose sono state preparate con cura, riunioni virtuali, chat, punti di raccolta, dettagliate informazioni logistiche, avvisi alle autorità. A Odessa c’è un’antenna della coalizione che fa capo a StoptheWarNow che aggiorna di continuo la segreteria organizzativa.

Il senso politico è molto chiaro: portare aiuti umanitari e riportare in Italia che ne ha bisogno (anziani, bambini, disabili, mamme), ma anche affermare un principio – pacifista e non violento – di simbolica interposizione – anche di corpi – tra la logica della guerra e quella della pace. Le sensibilità diverse delle sfaccettate anime del movimento per la pace italiano scommettono su questo cartello unitario dove ci sono associazioni laiche, religiose, non violente. I cattolici – presenti con decine di sigle e forse i più numerosi – incassano anche il placet della Conferenza episcopale italiana dove, non a caso, è da poco presidente un cardinale, Matteo Zuppi, che oltre ad aver fama di “prete di strada”, ha un passato da mediatore nelle file di Sant’Egidio. Di più, la Cei assicura anche una presenza pesante: quella del vescovo di Cassano all’Jonio, Francesco Savino, Vice Presidente dell’istituzione. Parteciperà alla carovana in carne ed ossa accompagnato da alcuni volontari della Caritas. Le organizzazioni laiche ci saranno comunque con una vasta rappresentanza, testimoni anche di battaglie sull’obiezione di coscienza, sindacali o di attenzione alle minoranze Lgbtq+.

La carovana – oltre a raccogliere cibo e medicinali – si è nutrita infatti anche delle molte riunioni, incontri, festival (come l’Eirene Festival di maggio a Roma) in cui si è cercato di declinare la parola guerra nelle mille forme che purtroppo conosciamo: dalle fibrillazioni governative – triste spettacolo a fronte di un Paese che i sondaggi dipingono come fortemente contrario all’invio delle armi – al problema dell’accoglienza, in cui non mancano le discriminazioni verso comunità che hanno la sfortuna di non essere ucraine. Declinazioni complesse - dove appare evidente l’interesse dell’apparato militar industriale - ma in cui si muove , ragionando, un movimento che è una delle migliori espressioni della società civile italiana (come si può leggere nelle adesioni alla coalizione su stopthewarnow,eu).

Nella logica della carovana c’è anche l’evidente spinta dal basso a fare di più che non limitarsi a secretare la lista degli armamenti per l’esercito ucraino: una mancanza di diplomazia, un’assenza dell’Onu, un’incapacità europea di formulare proposte francamente imbarazzanti. Tant’è, nessuno si illude che marce e convogli possano fermare le guerre. Ma questa sfilata di corpi ha il senso di esserci. Con la propria presenza fisica oltreché con i pensieri, i medicinali e gli slogan. Non finirà a Odessa. A luglio si partirà di nuovo come a garantire un flusso virtuoso senza interruzioni. L’idea di fondo è quella di creare dei luoghi fisici fissi in almeno tre città ucraine: Leopoli, Kiev e Odessa, garantiti dalla presenza a rotazione di decine di volontari.

A Odessa sono previsti diversi incontri con autorità civili, religiose e associative. Ma l’agenda resta incerta come lo sono possibili spostamenti in altri luoghi fuori dalla grande città portuale. E forse non ci sarà la possibilità di una marcia simbolica, come avvenuto a Leopoli in aprile, perché le condizioni sul campo potrebbero non permetterlo. Ci sarà però la possibilità di far sapere agli Ucraini che c’è una solidarietà italiana che sembra ricalcare la grande mobilitazione che abbiamo visto durante la guerra nei Balcani dove all’aspetto umanitario, anche di singoli cittadini partiti da soli alla volta di Sarajevo, si accompagnava il ripudio netto della guerra. Espresso fisicamente da chi si espose come target sui ponti di Belgrado.


venerdì 24 giugno 2022

Terremoti: il doppio dramma del popolo afgano

Non ci sono aggiornamenti sul numero delle vittime e dei feriti (rispettivamente 930 e 610 ufficialmente)dopo il terremoto che la notte scorsa, con epicentro a 44 chilometri da Khost, ha colpito l’Afghanistan orientale (6.1 sulla scala Richter) cancellando interi villaggi. Una prova per il neo Emirato talebano ma anche per la macchina degli aiuti. Una macchina inceppata da sanzioni e blocchi al denaro della Banca centrale. Dunque gli aiuti internazionali andranno a sottrarre le già risicate risorse arrivate col contagocce in questi mesi. I cinesi si son fatti avanti subito però. Si sono mossi anche Europei e Nazioni Unite che “stanno valutando”. Naturalmente le Ong, per quel che possono, sono in prima linea. L’Emirato si muove e così i mezzi di primo soccorso dell’Onu che, fortunatamente, non ha lasciato il Paese con l’arrivo dei Talebani. Ma la domanda vera riguarda i soldi.... Leggi tutto su atlanteguerre

giovedì 9 giugno 2022

Un tempo in Cina (di Danilo De Marco)

                       

Per gentile concessione dell'autore pubblico il mio  contributo scritto per l'ultimo libro fotografico di Danilo De Marco "Un tempo in Cina". 

Le foto che illustrano il testo sono tratte dal volume che si può ordinare qui


Il marzo del 2008 sul ‘Tetto del Mondo’ e tutto è pronto: è pronto nella capitale Lhasa, nei piccoli villaggi sparsi sulle nevi del Tibet, in Nepal dove vivono migliaia di esuli tibetani e a Dharamsala, la città dell’India settentrionale dove, dal 1959, vive il Dalai Lama nella sede del governo in esilio. Tutto è pronto per ricordare l’anniversario del 1959 che ha segnato la fine definitiva di ogni speranza di indipendenza tibetana. Tutto è pronto per ricordare il dramma di una rivolta che si è opposta all’occupazione militare da parte della Cina che aveva invaso la regione nel 1950 e che, nel giro di due settimane, aveva chiuso definitivamente il caso Tibet, sciogliendone il governo e assumendo il totale controllo di quella che ormai doveva diventare Cina a tutti gli effetti. Il suo territorio verrà frazionato tra le province del Qinghai, del Gansu, del Sichuan e dello Yunnan, mentre ciò che resta diventerà nel 1965 la Regione Autonoma del Tibet, un’area della Repubblica Popolare Cinese a statuto speciale.

Nel 2008, però, c’è ancora chi non vuole dimenticare: chi è pronto persino a una marcia su Lhasa per commemorare la rivolta del ’59’. È un gruppo di monaci che parte da Dharamsala e che conta di arrivare nella capitale tibetana nel momento in cui a Pechino cominceranno le Olimpiadi. L’occasione è ghiotta. Gli occhi del mondo sono puntati sulla Cina proprio per via dei Giochi. È il momento giusto per ricordare cosa è successo nell’ottobre del 1950 quando l’Esercito popolare di liberazione ha attraversato il fiume Jinsha e sconfitto in due settimane l’esercito tibetano. È il momento giusto, soprattutto, per ricordare il marzo del 1959 e la grande rivolta durante la quale lo stesso Dalai Lama, allora ventitreenne, dovette fuggire in India.

Ma è una storia che, anche questa volta, finisce male. Come la rivolta del 1959, repressa nel sangue e conclusasi allora con una strage dal bilancio incerto e stimata dai tibetani in ottantasettemila vittime. L’anniversario del 10 marzo 1959, celebrato ogni anno ma in modo particolare questa volta, segnerà nel 2008 l’ultimo grande tentativo di ricordare al mondo il destino di un popolo. Accompagnata da marce di protesta e cortei anche in Tibet, «Lhasa, quasi completamente circondata dalle forze dell’ordine», scrive Junko Terao in Tibet. Lotta e compassione sul Tetto del Mondo 1 , «è una pentola a pressione e venerdì 14 la situazione precipita. I civili scendono in strada a gonfiare i cortei e la protesta si trasforma in una vera sommossa anticinese. Negozi presi d’assalto, auto incendiate e mercato in fiamme: si tratta del più grande movimento di protesta degli ultimi vent’anni nella regione. Si diffondono voci di lotte tra tibetani e cinesi e i residenti Han, il gruppo etnico maggioritario in Cina, si barricano in casa. La polizia spara sulla folla e fa le prime vittime. I monasteri di Drepung, Sera e Ganden vengono chiusi e circondati dalle truppe cinesi, mentre nei pressi del mercato vicino al tempio di Jokhang un migliaio di poliziotti si scontra con quattrocento manifestanti. È iniziata la repressione».... continua su atlanteguerre




giovedì 26 maggio 2022

Appuntamenti: la scelta delle armi


La geografia della guerra e gli accordi sui traffici di armi 

Roma 4 Giugno  18:30 - 19:30
Verano Bertha Kinsky (von Suttner)

La guerra viene con le armi 
Incontro-Dibattito organizzato da OGzero; Atlante delle Guerre;  Afgana. 

 Il 2022 si è aperto con una crisi internazionale che riporta venti di guerra in Europa. Ma il mondo è teatro di infinite proxy war; conflitti a sfondo religioso sostenuti da milizie o eserciti irregolari; scontri regionali tra stati vicini; lotte contro il neocolonialismo predatore. Qual è in questo momento la geografia di questi conflitti? Da cosa ci distrae quello in Ucraina oggi, e ieri quello in Afghanistan, prima ancora in Iraq, infine Siria? Quel che è certo è che c’è comunque una costante: il traffico e la vendita di armi. OGzero e Atlante delle Guerre dedicano il 2022 ad accendere un faro sul traffico di armi, legale o illegale che sia. Su un’apposita sezione del sito www.ogzero.org a partire da gennaio, sono pubblicati articoli, inchieste, leaks che riguardano il commercio di armi globale. È un progetto editoriale comune che verrà presentato nel corso del Festival dove verranno illustrati anche i contenuti dell’Atlante delle guerre e dei conflitti del Mondo edizione 2022, strumento per disegnare una geografia della guerra.

Interverranno: 

Adriano Boano (OGzero)
Alessandro De Pascale (Atlante delle Guerre) 
Emanuele Giordana (Afgana) 

sabato 21 maggio 2022

La doppia guerra americana. Prima e dopo



Gli Usa fanno i conti col conflitto appena perso: “Minammo il morale degli afgani”. Un mea culpa mentre restano congelati i fondi della Banca centrale di Kabul e il Paese è alla fame


Benché gli americani siano praticamente stati gli unici a tentare una riflessione sui vent’anni di guerra afgana, il risultato non è molto soddisfacente. In un rapporto al Congresso, l’Office of the Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction (Sigar) ha provato a indagare le cause del crollo militare della Repubblica di Ashraf Ghani, difesa da un esercito (Andsf, circa 300mila uomini) costato al contribuente americano 90 miliardi di dollari tra il 2002 e il 2021 (e 800 milioni a quello italiano). Secondo Sigar “il singolo fattore più importante del crollo dell'Andsf è stata la decisione degli Stati Uniti di ritirare forze militari e contractor dall'Afghanistan con l'accordo Usa-Talebani nel febbraio 2020 sotto l'amministrazione Trump, seguita dall’annuncio di Biden nell'aprile 2021. 

A causa della dipendenza dalle forze militari statunitensi, questi eventi hanno distrutto il morale dell'Andsf”. Vero, ma apparentemente riduttivo. Secondo il report la colpa anche sta anche nell’aver ridotto drasticamente i raid aerei (7.432 nel solo 2019) – levando un “vantaggio fondamentale per tenere a bada i Talebani”- e, col richiamare i contractor, nell’aver ridotto i manutentori di apparecchi sofisticati. Inoltre, dice Sigar, “l'Andsf disponeva di armi e rifornimenti ma non aveva le capacità logistiche per spostarli”. Infine il governo “non è riuscito a sviluppare una strategia di sicurezza nazionale” per il dopo. Insomma colpe americane ma anche degli afgani.

Il rapporto sembra però non ricordare che Trump aveva concordato una riduzione iniziale delle forze statunitensi da 13.000 a 8.600 entro luglio 2020 e che all'inizio dell'amministrazione Biden, gennaio 2021, c'erano ancora 2.500 soldati statunitensi in Afghanistan. La base di Bagram fu abbandonata solo a inizio luglio. La verità è che non si erano accorti dell’avanzata dei Talebani o l’avevano ignorata. Né si erano accorti, o avevano ignorato (e noi con loro), che la catena logistica non funzionava, gli stipendi erano ridotti o non pagati, armi e vettovaglie non arrivavano in periferia. Da che parte stavano guardando?

La parte più interessante del rapporto è forse l’ammissione che agli Usa “mancava un vero e proprio metro di misura per lo sviluppo dell'Andsf e i parametri utilizzati dal Dipartimento della Difesa erano incoerenti e incapaci di misurarne capacità e competenze”. Più che aver creato un collasso nel morale della truppa afgana, verrebbe da dire che non si sapeva che guerra si stava combattendo. Una miopia durata 20 anni.

Su un’altra vicenda di questi giorni c’è invece un silenzio generale ben spiegato da una posizione pubblica proprio del capo di Sigar Jhon Sopko: “Possiamo inviare tutti i soldi nel mondo in Afghanistan, ma sarà una tragedia se quei soldi finiranno nelle mani del regime talebano o di altri cattivi attori piuttosto che degli afgani che ne hanno davvero bisogno”. L’affermazione riguarda gli oltre 9 miliardi di dollari, proprietà della Banca centrale di Kabul, congelati in banche americane ed europee dove erano depositati: di questi, 7 miliardi sono in America. La metà è stata stanziata a beneficio del popolo afgano ma è ancora negli Usa; l'altra metà è in un fondo fiduciario per la potenziale compensazione delle famiglie delle vittime dell'11 settembre. Proprio mentre usciva il rapporto Sigar un gruppo di attivisti americani ha preso il tema di petto in una conferenza stampa mercoledi. 

Per Kelly Campbell, co-fondatrice di 11th September Families for Peaceful Tomorrows "è chiaro che quel denaro appartiene agli afgani e la nostra organizzazione è delusa dal fatto che il tribunale ci abbia negato voce di modo che le uniche parole consentite delle famiglie dell'11 settembre sono quelle di coloro che cercano di sottrarre denaro agli afgani”. "Il popolo afgano ha istituito una banca centrale indipendente per gestire i soldi afgani, regolare i prezzi, il commercio, contenere l’inflazione”, spiega Shah Mehrabi, membro del Consiglio della Banca centrale d'Afghanistan: “Potremmo assistere a un collasso totale del sistema finanziario: è essenziale iniettare liquidità nel Paese per stabilizzarne l'economia".

Masuda Sultan, afgano-americana del gruppo statunitense Unfreeze Afghanistan, è appena tornata dal Paese asiatico: “Ho visto gente con lo stomaco dolorante per la fame: 9 afgani su 10 hanno fame e 9 milioni sono a forte rischio. Come attivista sto con le donne afgane ma come possiamo aiutarle levando loro i soldi? Non possono andare a scuola, ma una madre mi ha detto che non ci manda nemmeno i maschi perché non ha i soldi per i quaderni. E se mai le donne potranno avere uno stipendio, non ci sono i soldi per pagarlo”. E chi prova dall’Italia a mandar soldi a Kabul – denuncia la Onlus “Omnes oltre i confini”– si vede bloccare il bonifico dal sistema finanziario europeo.

Nella foto, soldati Nato in Afghanistan





 

mercoledì 18 maggio 2022

Verso un anno di governo talebano. Il 3 giugno a Roma EireneFest


Verso un anno di governo talebano

Libreria Giufà

Cosa è cambiato in Afghanistan dopo la fine della guerra nell'agosto scorso?


Giuliano Battiston, Elisa Giunchi ed Emanuele Giordana, membri dall’associazione Afgana (Trento), hanno pubblicato diversi libri sull’Afghanistan che seguono quotidianamente: Giuliano ed Emanuele come giornalisti ed Elisa Giunchi come docente e ricercatrice universitaria. Per la sezione cultura della non violenza vorremmo  ripercorrere con Giunchi le tappe dello stereotipo pashtun per poi tornare ai giorni nostri con una disamina del movimento talebano. Con Giuliano gli ultimi aggiornamento dal Paese. Con Emanuele una riflessione su una guerra inutile


Incontro attraversato da una valutazione su cosa abbia significato la fine di una guerra quarantennale, dall’occupazione sovietica ad oggi e cosa sia il nuovo regime talebano.


– Elisa. Giunchi, IL PASHTUN ARMATO – La diffusione delle armi da fuoco in afghanistan e il declino dell’Impero Britannico (1880-1914), Mondadori

2021. Armi e stereotipi coloniali e non sulla comunità pashtun.

– E. Giordana (a cura di), LA GRANDE ILLUSIONE – L’Afghanistan in guerra dal 1979, Rosenberg&Sellier 2019, che ha come filo conduttore la miseria di una guerra durata 40 anni e la dimostrazione di come un conflitto non sia mai una soluzione.

– I TALEBANI, Luni Editrice, 2021, postfazione di Battiston e Giordana. L’aggiornamento a oggi (nella lunga postfazione) di un libro scritto da Bensi nel 2001 sui primi Talebani.


Tutto il programma del Festival