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mercoledì 17 ottobre 2018

Sconfinamenti a Trebisonda (Torino)

Libreria Trebisonda

Via Sant'Anselmo 22, Torino

giovedì 18 ottobre Alle 18,30


Presentazione del libro "Sconfinate. Terre di confine e storie di frontiera" a cura di Emanuele Giordana (Rosenberg & Sellier, 2018). Con Emanuele Giordana. Interviene Claudio Canal.

La presentazione e' il primo appuntamento di "Editori senza frontiere" la rassegna ideata dalla Libreria Trebisonda, che ha lo scopo di mettere in evidenza parte dell'offerta editoriale di cinque editori piemontesi: Add, Buendia, Miraggi, Rosenberg & Sellier, Scritturapura.

martedì 16 ottobre 2018

La mia banda suona il rock (a Est)

Dal 23 al 27 ottobre l'Università degli Studi di Milano ospita la mostra Quando infuriava il rock. Il ‘68 all’est. Dissenso e controcultura, un paesaggio inedito dell'opposizione culturale nell’Europa dell’Est e delle sue forme negli anni Sessanta.  Si annuncia interessante.

Va ricordato un periodo particolare che inizia alla fine degli anni Sessanta: nel 1968 l’URSS e alcuni paesi dell’ex Blocco sovietico furono scossi da eventi come la primavera di Praga e le proteste studentesche in Polonia e in Jugoslavia. Il '68 orientale però non fu solo un anno di repressioni, propaganda aggressiva e violente proteste, ma anche un luogo di controcultura di cui furono protagonisti gruppi dissidenti e pacifisti e movimenti artistici e musicali. Nonostante il controllo e la repressione del dissenso politico di quei Paesi,  arrivarono le suggestioni occidentali che si fusero con le tradizioni locali e diedero vita a esperimenti innovativi.

La mostra presenta immagini e documenti che illustrano gli eventi salienti della scena politica e culturale est-europea nel 1968 e negli anni immediatamente successivi.




Dal 23 ottobre al 27 ottobre 2018
Milano, Università degli Studi
Atrio Aula Magna
Via Festa del Perdono 7
Inaugurazione 23 ottobre 2018 ore 11,00
a cura di Carla Tonini, docente di Storia dell’Europa Orientale all’Università di Bologna, progetto grafico di Martino Gasparini.


La mostra è la seconda tappa del progetto: La libertà viaggia con la carta, sponsorizzato da Memorial Italia e Comieco.
I materiali provengono dai seguenti archivi:
Memorial, Mosca
Robert-Havemann-Gesellschaft, Berlin
Hungarian Rockmuzeum, Budapest
Fondo Jiří Pelikán, Archivio storico della Camera dei Deputati, Roma

lunedì 15 ottobre 2018

Lettera22 al Salone dell'Editoria sociale il 2 e 3 Novembre a Roma

Dal 2 al 3 novembre festeggiamo 25 anni di onorata carriera da free lance al Salone dell'Editoria Sociale di Roma del quale è curatore il nostro direttore Giuliano Battiston.


Presentiamo "Sconfinate", l'Atlante delle guerre e dei conflitti e un dibattito sul giornalismo






Venerdi 2 novembre

12.30 -14
Sala A
Lettera22 e 46° parallelo
PRESENTAZIONE del libro
ATLANTE DELLE GUERRE E DEI CONFLITTI DEL MONDO, Terra Nuova edizioni 2018
Intervengono
Raffaele Crocco direttore Atlante delle guerre
Emanuele Giordana Lettera22
Andrea Pira giornalista
Junko Terao giornalista

Sabato 3 novembre mattina

12.30 – 14.00
Sala B
Rosenberg & Sellier e Lettera22
TERRE DI CONFINE E STORIE DI FRONTIERA
PRESENTAZIONE del libro SCONFINATE
a cura di Emanuele Giordana, Rosenberg & Sellier 2018
Intervengono
Anna Maria Giordano giornalista
Emanuele Giordana curatore del libro
Simone Pieranni giornalista
Modera
Paolo Affatato Lettera22

Sabato 3 novembre pomeriggio

16.15 – 17.45
Sala B
Lettera22 e Collettiva
RACCONTARE GLI ESTERI
Al tempo della crisi e dei populismi
Un dibattito in occasione dei 25 anni di Lettera22, in ricordo di Mauro Martini
Ne discutono le giornaliste
Paola Caridi
Tiziana Guerrisi
Shelly Kittleson
Lucia Sgueglia
Junko Terao
Modera
Giuliano Battiston direttore Lettera22
Con gli interventi dei soci di Lettera22


Leggi tutto il Programma del Salone
Vai al sito di Lettera22

domenica 14 ottobre 2018

Via le truppe Usa dall'Afghanistan? Se ne sarebbe parlato a Doha

E' ufficiale: il rappresentante speciale per l'Afghanistan Zalmay Khalilzad ha incontrato a Doha i rappresentanti ufficiali del movimento talebano. Ma cosa si sono detti? Un'indiscrezione di Al Jazeera sostiene che hanno iniziato a prefigurare un possibile negoziato sul ritiro delle truppe americane (quindi Nato) dal Paese. Ma come, dove, quando e in cambio di cosa? La notizia è vera o è solo l'intenzione di una delle tante fazioni del movimento?

Ieri il sito dai talebani ha scritto che: "The negotiation team of the Political Office of Islamic Emirate of Afghanistan – comprising the head of the Political Office the respected Al Haj Sher Muhammad Abbas Stanikzai, deputy of Political Office the respected Mawlawi Abdul Salam Hanafi and members of the Political Office Sheikh Shahabuddin Delawar, Qari Deen Muhammad Hanif, Al Haj Muhammad Zahid Ahmadzai and Muhammad Sohail Shaheen – met with the US negotiation team headed the US special representative for Afghanistan, Dr. Zalmay Khalilzad, on 12th October 2018 in Doha where they held a discussion about ending occupation and working towards finding a peaceful resolution to the Afghan conflict. The representatives of the Islamic Emirate identified presence of foreign forces as the greatest obstacle obstructing true peace and solving problems, adding that Afghanistan is an Islamic country and has its own Islamic values and culture. Keeping that in mind, efforts must be made towards a true and intra-Afghan solution. At the end both sides agreed to continue holding meetings in the future".

Per ora è certo solo che c'è stato  l'incontro di venerdi a Doha, riportato da diversi media e confermato dai talebani con un comunicato stampa e poi col messaggio sul sito. Ma se Al Jazeera ha ragione, si sarebbe già entrati nel vivo e non solo vagamente accordati per andare avanti con gli incontri in cerca di una soluzione. Gli americani, che hanno ormai accettato colloqui diretti con la guerriglia bypassando Kabul, avrebbero accettato di mettere in agenda il ritiro delle truppe, forse condizionato al controllo sulle basi aeree che sembra essere l'unico vero motivo della permanenza di 14mila soldati. Probabilmente se i talebani accettassero di lasciare agli Usa la base di Bagram e l'utilizzo di altre basi aeree come oggi è previsto da un accordo (il che consentirebbe loro di controllare l'Iran e i territori meridionali dell'ex pianeta sovietico) l'accordo si troverebbe. E la Nato, a cominciare dall'Italia, si accoderebbe.

Per adesso il nostro Paese ha deciso un ritiro di 100 soldati  (anziché 200 come aveva già deciso, senza metterlo in pratica, il governo Gentiloni) che è poco ma che è soprattutto poco se la notizia viene praticamente nascosta. Il pallino ce l'ha ora Donald Trump. Anche a nome di Roma

venerdì 12 ottobre 2018

A quando la stella gialla sulla giacca? Salvini sta superando persino mullah Omar

"Stiamo pensando alla chiusura, entro le 21, dei negozietti etnici, che la sera diventano ricettacolo
di spacciatori, di gente che beve fino alle tre di notte, che pisciano e cagano".

Il ministro Matteo Salvini, nel suo linguaggio greve come le sue idee, ha aggiunto un altro tassello razzista alla schedatura dei rom. I negozietti etnici infatti sono quelli gestiti in molte città da persone che risiedono stabilmente nel nostro Paese ma vengono da altrove. Non sono italiani insomma, oppure magari lo sono ma la loro provenienza etnica continua a pesare. Quando nazisti e fascisti chiudevano i locali degli ebrei, prima in Germania e poi in Italia, la gente lasciò fare. Come opporsi del resto a chiusure imposte dalla forza pubblica? Passerà, diceva qualcuno. Fan bene, dicevano altri. Oggi sarebbe complicato dire che vanno chiusi i negozi dei bangladesi e dunque si usa il termine negozietto etnico per indicare i colpevoli della gestione di luoghi frequentati, oltreché da bevitori di lungo corso, anche da chi si è dimenticato di fare la spesa. Fatti i debiti distinguo, a me pare che il concetto vada nella stessa scia di quelle usanze barbare che nazisti e fascisti utilizzarono con gli ebrei che vivevano in Europa subito prima di spedirli nei campi di concentramento dove trovarono la morte.

Nemmeno i talebani giunsero a tanto. Si disse che avevano obbligato gli indù a mettere una fascia attorno al braccio che indicasse la loro appartenenza etnica. Ma anche se il movimento dei barbuti era particolarmente rigido, la notizia è una bufala come mi hanno testimoniato testimoni oculari dell'epoca. Nemmeno loro chiusero gli esercizi degli indù anche se certo non ne amavano la presenza sulla quale ancora oggi qualcuno storce la bocca.

La vicenda negozietti potrebbe essere derubricata come una delle tante volgarità che escono dalla bocca di un ministro oggettivamente sboccato e xenofobo ma a me questa sembra l'anticamera di un fascismo rivisitato che oggi non si chiama più Fascio e che sullo stemma non ha più Musssolini ma che sembra ripeterne in molte cose il percorso. A cominciare dalla guerra per fare un esempio che mi sta a cuore. Nel prossimo decreto missioni - a quanto è dato sapere -  ritireremo dall'Afghanistan 100 soldati: cento in meno rispetto a quelli che voleva ritirare persino la  ministra Pinotti del governo Gentiloni.

Questa storia meriterebbe una levata di scudi e non solo una levata di capo virtuale sui social o nelle discussioni tra amici. Si comincia coi rom, poi si passa ai bangla, poi.... Ci salverà essere italiani? Per quel che mi riguarda mi sono già autodenunciato come rom. Ma non ho un negozietto. Posso solo rivendicare di essere un giornalistucolo etnico.



Il cappio spezzato

Da settimana prossima la Malaysia potrebbe essere il 143simo Paese che abolisce la pena capitale.
Se il condizionale è d’obbligo – il parlamento discuterà la legge abolizionista solo lunedi – il risultato è praticamente certo perché è il governo a volere fortemente le legge e ha già imposto al boia di fermarsi: per ora gli oltre 1200 detenuti nel braccio della morte possono sperare che il loro destino muti clamorosamente da settimana prossima. La pena capitale in Malaysia viene comminata per impiccagione a chi si è macchiato di terrorismo, omicidio, sequestro, traffico di droga e vari altri reati e tra l’altro, Kuala Lumpur, pur avendo firmato la Convenzione sui Diritti del Fanciullo, aveva espresso una riserva all'articolo 37, che vieta la pena di morte ai minori di 18 anni. L’Asia è un continente con un triste primato: non solo la pena capitale è diffusa in molti Stati dal Bangladesh (che due giorni fa ne ha condannati a morte 19) alla Thailandia, da Singapore al Vietnam, e annovera i Paesi dove si verificano più esecuzioni: come nella Repubblica popolare cinese o in Iran (che tra il 2015 e il 2018 ha giustiziato anche 90 minorenni).

Questo piccolo ma saldo Paese del Sudest asiatico non smette di stupire. Nel bene e nel male. La giustizia si è piegata spesso alle pressioni del potere politico (famoso il caso del vicepremier Anwar Ibrahim entrato in rotta di collisione con il primo ministro Mahathir Mohamad e finito a lungo in carcere) e la repressione violenta – dai casi di terrorismo al traffico di stupefacenti – son sempre stati punti fermi. Ma adesso il Paese è governato da una colazione molto eterogenea - Pakatan Harapan - che ha promesso una sterzata nel campo del diritto. Non in quello della politica: ha appena visto il ritorno sia dell'inossidabile Mahathir (classe 1925) sia di Anwar Ibrahim: il primo è il capo di PH e l’attuale premier. Il secondo è il leader... della medesima colazione. E per dirla tutta, dopo che Pakatan Harapan ha vinto le elezioni nel 2018, l’ex premier Najib Razak è stato arrestato per corruzione (libero con la condizionale). Prima di perdere era praticamente intoccabile.

La notizia comunque è buona. La Malaysia – il cui nuovo governo sembra deciso a mantenere le promesse - potrebbe spingere altri Paesi a seguire il suo esempio. Molti hanno aderito alla moratoria sulle esecuzioni, promossa da una lunga campagna di associazioni come Nessuno Tocchi Caino o Amnesty, ma la strada è ancora lunga.


giovedì 11 ottobre 2018

Benzina sul fuoco a Dacca

E’ un’atmosfera sempre più tesa quella che si respira a Dacca alla vigilia di elezioni che ancora non sono state messe in calendario. Sempre più tesa dopo che il tribunale ha comminato ieri ben 19 condanne a morte nelle file dell’opposizione e una sentenza di ergastolo al suo capo in esilio a Londra. La vicenda riguarda i gravissimi incidenti del 2004 quando un corteo dell’allora partito di opposizione – la Lega Awami ora al governo – fu attaccato anche con granate, con l’intento - secondo l’accusa - di uccidere il capo della Lega signora Sheikh Hasina, ora primo ministro. La donna fu circondata da un cordone di militanti del partito che le salvarono la vita ma negli incidenti morirono oltre venti persone tra cui personaggi di spicco del suo movimento. Per i giudici si è trattato di un “meticoloso complotto” per uccidere la leader dell’AL, guidando la mano del gruppo jihadista Harkatul Jihad al Islami. Per l'opposizione, il Bangladesh Nationalist Party, non è invece che un processo motivato politicamente. E in un momento molto delicato per la destra Bangladese, rappresentata appunto dal Bnp.

La pena di morte per i 19 include due ex ministri mentre l’ergastolo riguarda invece Tarek Rahman, figlio in esilio dell’ex premier Khaleda Zia. Non contenta la Lega Awami, partito teoricamente progressista e di sempre più tenue ispirazione socialdemocratica, vorrebbe la pena capitale anche per Tarek, che vive nel Regno unito dove si è rifugiato nel 2008 mentre si addensavano nubi sulla sua famiglia. La madre, premier sino al 2006 in alternanza con Sheikh Hasina, fa parte di una delle maggiori dinastie del potere locale: negli anni Sessanta aveva sposato Ziaur Rahman, un ufficiale diventato nel 1977, alcuni anni dopo l’indipendenza, presidente. Viene ucciso nel 1981 e Khalezda Zia si butta in politica. Come in ogni dinastia anche i due figli Tarek e Arafat le sono vicini. Nel 2007 vengono entrambi arrestati per corruzione ma riescono a uscire (nel 2015 Arafat muore). Ma i guai giudiziari tornano più volte per Tarek e nel 2018 per la madre, arrestata per una vicenda di corruzione legata a fondi esteri utilizzati per lo Zia Orphanage Trust, fondazione di famiglia. Condannata a 5 anni di galera ora Khaleda Zia, che alcuni giorni fa è riuscita a farsi spostare in un ospedale di Dacca per problemi di salute ma sempre sotto custodia, facilmente sarà interdetta dalle prossime elezioni. Ipotesi che ha reso il clima politico incandescente. La nuova sentenza butta benzina sul fuoco.

Quattromila agenti presidiavano ieri la capitale perché è chiaro che il Bnp non passerà la cosa sotto silenzio e reagirà con manifestazioni di piazza, un’attività che in Bangladesh costa molto spesso la vita a chi vi partecipa. Tarek è teoricamente il capo del Bangladesh Nationalist Party anche se a casa per ora non può tornare. Oltre all’ergastolo – e una possibile futura condanna a morte – deve sommare altri anni di galera per diversi guai giudiziari che riguardano il periodo in cui sua madre era al governo.