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lunedì 18 marzo 2019

La memoria della guerra nel Vietnam. La Cambogia -2

La frontiera cambogiana, ma sarebbe meglio dire le frontiere cambogiane, esibiscono soprattutto casinò. Alti, lucenti, accattivanti in un paesaggio di case basse e misere come al posto di confine di Brum dove, tra duty free e roulette, è sorto un polo di attrazione che fa varcare il confine ai tailandesi in cerca dell’ebrezza del tavolo verde, vietato nel regno Thai. Da qui, se l’interesse non è quello di dilapidare il denaro, si prosegue per Battambang e poi verso Siem Reap, la meta più gettonata per le struggenti rovine di Angkor Vat, uno dei siti archeologici più affascinanti del pianeta. Ma sulla strada da Brum a Battambang si passa inevitabilmente per Pailin, una provincia – con capitale la città omonima – di circa un migliaio di chilometri quadrati e 70mila abitanti. La provincia è tra le più piccole del Paese ma ha due caratteristiche principali: i soldi e una storia davvero strana.

I casinò di Brum  si trovano infatti nella provincia di Pailin dove prima – e in parte è ancora così – i soldi si facevano col commercio illegale di pietre e legname. Gemme e tronchi andavano in Thailandia (Chantaburi al di là del confine è la città thai per le pietre) e il ricavato manteneva un piccolo esercito: quello dei khmer rossi rintanatisi qui dopo l’invasione vietnamita  nel 1978. Il paradosso è che oggi – in un Paese in cui la guerra per eccellenza è stata quella di liberazione dal delirio sociale di Pol Pot – Pailin è ancora il posto dove i gerarchi del vecchio regime possono godersi la vecchiaia. Un esempio: fino a cinque anni fa il  governatore di Pailin - poi presidente del Consiglio provinciale – era un ex khmer rosso. Ma non era certo uno qualsiasi il generale di corpo d’armata Y Chhien, responsabile personale della sicurezza di Saloth Sar, il vero nome del fratello Numero Uno. Su questa Salò in sedicesimo, abitata in gran parte da ex khmer rossi o contadini che beneficiarono dell’ultima roccaforte orientale (l’altra era più a Nord, verso Along Veng), è come se il governo avesse chiuso un occhio. Finita la resistenza khmer rossa negli anni Novanta (Pol Pot muore nel 1998), si son lasciate un paio di enclave per evitare grane a Phnom Penh. I tronchi oggi non si commerciano quasi più, semplicemente perché non c’è più una pianta, ma le gemme abbondano. E così gli affari legati al casinò.

Ma Pailin e Along Veng, dove si trovano le tombe di Pol Pot, Ta Mok e Son Sen, sono davvero due
Along Veng la piazza centrale
eccezioni. Due buchi neri per sistemare gli ultimi brandelli di guerriglia o i rappresentanti del Governo di coalizione khmer rosso, monarchico  e nazionalista che aveva sede a Pailin: riconosciuto dall’Onu, sostenuto dai cinesi, ben sopportato dai thailandesi e assai ben tollerato dalle potenze occidentali nemiche storiche dei vietnamiti. Che qui invece sono dei liberatori. I liberatori. La Cambogia, come il Laos, era una delle anticamere o se si preferisce delle retrovie, della guerra americana in Vietnam che doveva terminare nel 1975. Prima, quella che un tempo era l’Indocina francese, aveva combattuto la sua guerra di indipendenza coloniale per poi trovarsi ad aver a che fare con l’ingombrante presenza americana. Gli americani avevano bisogno di governi amici e dunque favorirono un golpe repubblicano in Cambogia, che doveva mettere nell’angolo il “principe rosso” Norodom Sihanouk, e – in Laos – il Pathet Lao, l’esercito di liberazione laotiano appoggiato dal Vietnam (lui pure col “principe rosso”  Souphanouvong). Anche Hanoi aveva bisogno di amici e attraverso Laos e Cambogia passava la famosa pista di Ho Chi Minh per rifornire la guerriglia in Sud Vietnam. Fu quella pista, unita al timore dell’“Effetto Domino” - che avrebbe tinto di rosso l’Asia sudorientale - a scatenare le ire e le bomba americane. La campagna dei B-52 iniziò nel 1969 per finire nel 1973. Ma bombardamenti “tattici” risalivano al 1965. Era la guerra segreta di Nixon: oltre 500mila tonnellate di bombe. Oltre 100mila morti soltanto per i raid.

La guerra americana però non ha lasciato grandi tracce nella memoria ufficiale della Cambogia. Per Hun Sen, l’ex ufficiale khmer rosso che passò poi ai vietnamiti e che, dopo l’invasione del 1978, dai vietnamiti fu messo al vertice del potere, la vera guerra da ricordare è soprattutto una: la sua. A gennaio, Phnom Penh ha celebrato i 40 anni dalla fine del regime khmer rosso caduto nel 1979 dopo i tre anni di terrore con cui aveva governato. Ma genocidario e folle che fosse quel regime, il mondo condannò i liberatori e Hun Sen finì con loro tra i paria. L’indiscusso leader cambogiano però non si era perso d’animo. E così, festeggiando con una mano  la fine dei khmer rossi e perdonando con l’altra i quadri minori e i loro maggiori sodali (i cinesi), il capo dei capi – 35 di potere ininterrotto -  ha rimodellato la Storia. A sua immagine. Eppure sul periodo khmer rosso i cambogiano preferiscono stendere un velo d’oblio. “Troppo dolore – dice un insegnante straniero di Siem Reap – e lo si capisce da certi comportamenti. Molto difficile vedere un cambogiano con un libro in mano. Troppo vivo il ricordo di quando, se che eri colto a leggere, venivi ucciso all’istante”

C’è però la macchina di propaganda del regime. Che non dimentica, Esalta gli amici vietnamiti e il grande leader e dice anche che – adesso - la Cina è un ottimo compagno di viaggio. Hun Sen c’è appena stato in gennaio portando a casa  promesse di investimenti, da qui al 2021, per circa 600 milioni di dollari. Nel 2018 il premier cinese Li Keqiang era già venuto a Phnom Penh con un pacchetto di 19 accordi da firmare e nel  2016 la Rpc era comunque  già diventata  la più grande fonte di capitale da investimento nel Regno.  Pechino val bene una messa. Per seppellire quell’aiuto a Pol Pot che Hun Sen preferisce dimenticare.


Moun  Sinarth è una delle guide del museo della guerra di Siem Reap. Entra nei dettagli mentre
conduce un gruppo di stranieri a visitare i piccoli allestimenti  con pezzi arrugginiti e mal conservati pur se si lavora a un ampliamento del sito. Nulla a che vedere  con Tuol Sleng, il museo del genocidio khmer rosso a Phnom Penh - curato e stravisitato – sulla lista di ogni tour nella capitale. Tra i tanti carri armati russi Moun ne indica uno: “In questo, c’è morto un mio parente”. Maledetta guerra. Una guerra che anche qui è soprattutto quella contro i khmer rossi di cui sono esibite fotografie e armi acanto agli abiti verdi e neri che, nella coreografia di un’omogeneità purista, il popolo da rieducare doveva vestire nei campi di lavoro da cui spesso non si faceva ritorno. Ma quando gli chiediamo cos'è stata la guerra per lui e da che parte stava, Moun si fa laconico: “Raggiunsi l’esercito nel 1979… avevo fame”.

Questo articolo è uscito su il manifesto il 13 marzo
La prima puntata si può leggere qui

domenica 3 marzo 2019

Imran Khan, una mossa da cricket per gestire la guerra tiepida

Questo articolo è uscito oggi
su il manifesto
La guerra vera tra India e Pakistan, per ora, forse non si farà. Ma la tensione rimane alta e il conflittodi bassa intensità, che da decenni caratterizza ormai la “guerra fredda” tra i due colossi asiatici nati dalla Partition dell’India britannica, continua. Quando nella notte tra venerdi e sabato le autorità pachistane hanno restituito il pilota indiano Abhinandan Varthaman, catturato nell’Azad Kashmir (l’area kashmira controllata da Islamabad), alle autorità indiane di frontiera, la tensione innescata dal raid di Delhi del 26 febbraio si è improvvisamente raffreddata. E il gesto di buona volontà del Pakistan sembra aver offerto una via d’uscita per interrompere l’escalation di botta e risposta che avrebbe (e ancora potrebbe) portare a un conflitto. La prudenza resta d’obbligo.

I due eserciti hanno infatti ricominciato il gioco delle artiglierie dall’una e dall’altra parte della LoC, la Linea di Controllo che divide la regione disputata dai due Paesi: quella più piccola e quasi disabitata del Pakistan, e il fertile giardino del Kashmir sotto amministrazione indiana. Islamabad lamentava ieri pomeriggio due soldati e due civili uccisi e almeno altri tre feriti. Da parte sua l’India accusava il Pakistan di cannoneggiare aree civili del Kashmir indiano da cinque giorni. Pallottole vere con esagerazioni e propaganda? Fuochi d'artificio per far vedere che non si molla? Tutte le cose assieme ma i bollettini di ieri, se possono sembrar una coda delle tensioni dei giorni scorsi o l’avanguardia di nuove, sono anche l’ordinaria amministrazione del Kashmir diviso dalla LoC. Cui vanno aggiunte manifestazioni su base settimanale contro quella che per molti kashmiri (in maggioranza musulmani) è una “occupazione” che produce vittime. Tra cui la verità.

"I due Paesi con l’arma nucleare, armati                           fino ai denti    (da americani, cinesi, israeliani,           europei) si guardano  in cagnesco dal 1947"

Se la guerra calda si allontana, e se la guerra fredda rituale torna a far rullare i suoi tamburi, chi l’ha vinta la “guerra tiepida” che ha tenuto il mondo col fiato sospeso? Due Paesi con l’arma nucleare e armati fino ai denti (da americani, cinesi, israeliani, europei) si guardano dal 1947 in cagnesco. Hanno già combattuto tre guerre (due per il Kashmir e una quando nacque il Bangladesh) e sono stati sull’orlo di una quarta qualche anno fa: mettono paura quando alzano i toni. Quando dal rimpallo diplomatico con mille forme (diplomazia del cricket, della ferrovia o degli autobus transfrontalieri) si passa alle bombe, la preoccupazione è più che motivata. Ma in realtà, sostengono molti osservatori, nessuno la guerra la voleva veramente. E se Narendra Modi – che non poteva tollerare la strage di Pulwama del 14 febbraio con 42 paramilitari indiani uccisi dai terroristi di Jaesh-e Mohamad - ha vinto la partita interna, a un pugno di giorni delle elezioni e accogliendo il pilota come un eroe simbolo della capitolazione pachistana, la guerra vera l’ha vinta Islamabad. O meglio il suo nuovo leader, quell’Imran Khan, ex giocatore di cricket, che sembrava un parvenu della politica ostaggio dei militari. E’ lui che nell’arena internazionale giganteggia. E’ lui che, consegnando il pilota, offre la via d’uscita per evitare l’escalation. E’ stato abile: l’India colpisce in territorio pachistano? Il Pakistan risponde ma solo bombardando oltre la LoC, non nell’India propriamente detta. L’India risponde mandando gli aerei? Il Pakistan risponde e abbatte ma rilascia il prigioniero. Imran Khan ha saputo tenere a freno i suoi generali assai più di Modi che ne rimane forse in parte ostaggio.
 "Imran ha spiazzato con una sorta di imprevedibile reverse swing, o oscillazione inversa, che nel cricket è l'arte di lanciare la palla giocando sulle sue oscillazioni per ingannare il battitore"
Ora si tratta di vedere come va la partita. Ma finora la partita – anche perché resta da dimostrare che l’India abbia davvero colpito i campi di addestramento dei terroristi e non solo capre e pietre - segna un punto per Modi e due per Imran. Un ex diplomatico indiano ha suggerito al corrispondente dall’India della Bbc - Soutik Biswas – che Imran ha spiazzato con una sorta di imprevedibile reverse swing, o oscillazione inversa, che nel cricket è l'arte di lanciare la palla giocando sulle sue oscillazioni per ingannare il battitore. Imran sembra averla lanciata con l’oscillazione giusta.

Il mondo salvato dai topolini

Esistono ratti in grado di annusare l’esplosivo di una mina e individuare così gli ordigni inesplosi. Storia di un topo africano e di un ricercatore belga. Una storia scritta per l'inserto green de il manifesto uscita giovedi scorso


Siem Reap (Cambogia) - Se siete tra coloro che temono o detestano i topi, forse dovreste avere a che fare con il Cricetomys Gambianus, un ratto che del criceto ha solo una certa somiglianza fisica perché può arrivare a pesare oltre un chilo con una lunghezza di quasi un metro. E se queste misure vi spaventano ancora di più, allora bisogna sapere che questo topo africano ha una qualità eccezionale che gli permette di salvare – come ha già fatto – centinaia di vite umane. Il criceto del Gambia infatti ha un odorato finissimo in grado di percepire sostanze nascoste anche nel terreno. O dentro il corpo umano. E sì, il nostro eroe è in grado, se ben addestrato, di scovare una mina interrata da anni annusando il terreno e scovando il contenitore che emana odore di esplosivo. E’ persino in grado di capire chi è ammalato di tubercolosi. E’ una storia incredibile che rivolta la percezione che abbiamo in genere dei topi, nemici che tentiamo di uccidere con trappole e veleno, portatori di microbi e virus.

Tutto comincia nel 1995 quando il giovane belga Bart Weetjens si mette a studiare come impiegare i
roditori per trovare le mine antiuomo. Mancano ancora quattro anni alla nascita della Mine Ban Convention di Ottawa che verrà firmata da 133 Paesi tra cui l’Italia. Ma il problema c’è e – bando o non bando – Bart vorrebbe dare il suo contributo. Oltre che un ricercatore è un animalista da quando, all’età di nove anni, gli hanno regalato un criceto. Paradossalmente Bart in gioventù è stato attratto dall’arte della guerra e diventa cadetto all’Accademia in cui resta però solo un anno. La sua biografia non dice cosa è scattato nella sua testa ma da quel momento la sua vita prende un’altra strada. Si laurea in ingegneria ma continua la sua attività preferita: allevare ratti. Poi arriva la svolta rivoluzionaria. All’inizio i donatori sono scettici. Topi contro le mine? Idea balzana. Ma i suoi ex docenti dell'università di Anversa gli danno una mano. Un’altra gliela dà la Sokoine University of Agriculture di Morogoro, in Tanzania. Di lì a poco nasce Apopo, l’organizzazione che è attualmente attiva nello sminamento in diversi Paesi. E con lei i criceti africani diventan degli HeroRATS. Dei roditori “eroici”. Che però non sacrificano la loro vita per l’uomo. Semplicemente, troppo leggeri per saltare sulla mina, si limitano a scovarla in cambio di cibo.

A Siem Reap, nella sede cambogiana di Apopo, vediamo gli HeroRATS in azione. La Cambogia è un Paese dove, tra il 1979 e il 2017, ordigni inesplosi hanno ucciso – dice il Landmine Report - quasi ventimila persone (l’ultima a fine gennaio) e ne hanno ferite 44.962. Il ratto viene legato a un guinzaglio corto che scorre lungo una corda fermata alle due estremità alle caviglie dei suoi datori di lavoro. Delimitata una certa area, preventivamente disboscata dal braccio di una trituratrice vegetale per liberare il campo d’azione, il topo comincia a correre a destra e sinistra, avanti e indietro lungo la corda, annusando finché non sente l’odore dell’esplosivo. A quel punto si ferma e comincia freneticamente a scavare. I suoi addestratori allora lo fermano e, mentre con un segnaposto segnalano l’ordigno, danno al topo da mangiare. E avanti cosi per tre quattro ore al giorno.

Michael Heiman, capo progetto in Cambogia di Apopo, è un ragazzo giovane ma con una solida esperienza come sminatore. E’ compiaciuto del nostro stupore ma la prima cosa che fa è smorzare l'entusiasmo: “Purtroppo, anche se gli HeroRATS fanno un enorme lavoro, non sono adatti a tutte le situazioni. Non c’è una soluzione unica per le mine e i topi hanno limiti che conosciamo bene: lavorano solo all’alba perché sono animali notturni. E lavorano bene solo su terreni pianeggianti dove l’impatto del vento è minore e dunque è minore la possibilità che il loro olfatto sia distratto. Ma sono un’enorme risorsa se paragonati a un metal detector”. La natura sorpassa la tecnologia. “Il metal detector individua i metalli… tutti i metalli – spiega Michael – il ratto invece individua solo ciò che contiene esplosivo. Ci mette dunque la metà del tempo”. Senza contare che le mine possono anche essere di materiale plastico o persino contenute nel ferro o nel legno... In molti casi si sono usate le capre: saltavano in aria salvando vite umane ma sacrificando la propria. I cani si usano ancora: è raro che si facciano male perché allungano il muso verso la fonte dell’odore senza calpestarla. Ma un cane potrebbe scappare spaventato da qualcosa e magari finire su un ordigno. Il topo no.

Il piccolo animaletto è un lavoratore serio: “Ma attenzione: è ammaestrato, non addomesticato. Ecco una differenza importante col cane che si affeziona al “suo” sminatore. Il topo no. Va con chi gli dà da mangiare. E costa assai meno: circa 8 dollari al mese in vegetali. Ma, ripeto, non tutte le condizioni si prestano al suo impiego”.

Apopo: bilancio di un anno
Apopo in Cambogia lavora in copia con il Cambodian Mine Action Centre (CMAC), l’organismo nazionale più importante del Paese. Apopo non è ovviamente l’unica organizzazione presente in Cambogia, ma è l’unica a usare i ratti. Vive soprattutto di sovvenzioni private e solo in parte di denaro pubblico. Una gara dunque per sopravvivere. Con molta concorrenza: “La Cambogia, come il Laos o il Vietnam, restano Paesi ad altro rischio. Purtroppo però la guerra si sposta creando nuove emergenze. E il denaro tende ad andare comprensibilmente verso queste nuove necessità”. Siria, Irak, Afghanistan... Sempre meno attenzione per la Cambogia e per l’Africa è ancora peggio.

Giuseppe Schiavello, direttore della Campagna italiana contro le mine, conferma che, nel nostro Paese, la spesa pubblica per lo sminamento è tornata a livelli costanti (sopra i 3 mln annui) ma che non bisogna dimenticare le vittime: “In generale i fondi per la bonifica sono cresciuti - al crescere comunque di conflitti e guerre asimmetriche - ma sono anche cresciute le vittime. Esiste ancora un problema di sostegno ai disabili, sia nel contesto post emergenziale (protesi e fisioterapia) sia per il reinserimento socio economico dei sopravvissuti”. Gente che non dovrebbe aspettare. Già lo fanno le mine, dormienti anche per decenni prima di sferrare l’attacco mortale per cui son state progettate.

giovedì 28 febbraio 2019

Doha. Il negoziato procede ma senza una tregua

Nel quinto round negoziale a Doha tra talebani e americani non è stato ancora il cessate il fuoco
l’argomento principale della discussione. Le due delegazioni hanno scelto di approfondire i due argomenti principali già emersi alla fine dello scorso incontro di Doha: ritiro delle truppe e garanzie che l’Afghanistan non diventerà la retrovia permanente di gruppi terroristici. Infine questa volta, la presenza autorevole di mullah Baradar al negoziato – considerato un uomo flessibile e influente – è ritenuto da molti un ulteriore segnale positivo. Khalilzad, il negoziatore americano, ha definito i tre giorni di colloquio “produttivi”. Ci sono dunque diversi elementi che segnalano che i colloqui di pace proseguono e proseguiranno alimentando molte speranze. Ma, per ora, deludendone altre.

A Kabul infatti le cose non vanno affatto bene. E per più di un motivo. Il primo è che dal tavolo negoziale, il governo di Kabul – e con lui chi lo ha votato – resta escluso e resta in un limbo denso di incognite che lo indebolisce costantemente e che alimenta tensioni interne, critiche e il rafforzamento delle fazioni. Il secondo riguarda il tentativo del governo di cercare una legittimazione attraverso la Loya Jirga, l’antico sistema di autogoverno dell’Afghanistan. Ma ormai – spogliata del suo antico e originario dettato – la Jirga è solo consultiva ed è diventata il bersaglio di chi, non a torto, la considera solo un maldestro tentativo del governo di Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah per rafforzare una posizione sempre più debole... segue su atlanteguerre

martedì 26 febbraio 2019

India vs Pakistan, la grande paura

E’ difficile dire dove porterà l’escalation di tensione tra India e Pakistan che ieri mattina ha visto l’aviazione di Delhi colpire obiettivi – campi di addestramento guerriglieri - a Balakot, in territorio pachistano.

 Le versioni dei due Paesi sono contrastanti: l’India dice di aver distrutto basi della guerriglia Jaish-e-Mohammad, il gruppo che ha rivendicato l’attentato a Pulwana, in Kashmir, il 14 febbraio scorso. Un autobomba che ha ucciso oltre 40 uomini delle forze paramilitari indiane. Il Pakistan sostiene che non ci sono stati danni né vittime e che anzi l’aviazione indiana, inseguita dai caccia del Pakistan, ha gettato il suo carico esplosivo nella foresta.

La realtà dei fatti è che comunque – benché Islamabad abbia fatto riferimento solo a una violazione della LoC, la linea di controllo che divide il Kashmir indiano da quello pachistano o Azad Kashmir - non si tratta solo di quello. Non è solo la prima violazione della LoC dalla guerra tra i due Paesi nel 1971 (quando Delhi compì diversi raid in territorio pachistano durante la secessione del Pakistan Orientale poi divenuto Bangladesh): si tratta della prima volta che, da allora, caccia indiani colpiscono un territorio del Pakistan violandone la sovranità. Un atto che, nel linguaggio militare, chiama guerra.

Il Pakistan per ora ha risposto solo con il tono fermo che si addice a chi è stato preso alla sprovvista ma minacciando ritorsioni a tempo debito. Quali? Il Paese con l’arma nucleare, tanto quanto l’India, sa che colpire con un raid aereo l’India sarebbe un passo che potrebbe davvero innescare un conflitto. Un conflitto di cui Islamabad non ha affatto bisogno. I toni, nei giorni scorsi, sono stati quelli di una Paese che non vuole prendere le armi. Imran Khan, il neo premier, ha offerto a Delhi collaborazione nelle indagini sulla strage di Pulwana ma l’India ha rispedito la proposta al mittente. Gruppi come Jaesh-e-Mohammad, che da anni è fuori legge, sono probabilmente appoggiati e sostenuti da una parte dei militari e dell’intelligence, ma sono per Imran Khan e il suo governo un problema. Che continua a lasciare il Pakistan tra i Paesi a rischio: tra i Paesi “paria”, per usare un’espressione indiana... continua su atlanteguerre.it


martedì 19 febbraio 2019

La memoria della guerra nel Vietnam. La Thailandia - 1

La Thailandia fu la retrovia logistica degli Stati uniti durante il lungo conflitto nel Sudest asiatico. Ci stazionarono fino a 50mila uomini. Che usarono quel Paese per le guerre aperte e quelle segrete. E per spassarsela nelle ore di libera uscita. Un reportage uscito domenica 17 su il manifesto.

Chantaburi (Thailandia) – Chantaburi è a settanta chilometri dal confine cambogiano dove si sono appena celebrati i 40 anni dalla caduta dei Khmer rossi. Ma è il 1989 forse assai di più del 1979 o del 1975, quando cadde Saigon segnando di fatto la fine della Guerra del Vietnam, la data che ha senso per la Thailandia. In quell’anno – venti anni fa - cadeva infatti il muro di Berlino che doveva segnare la fine dell’Urss e per molti la “fine del comunismo”. E se c’era stato un alleato prezioso nella guerra che gli americani avevano combattuto nel Sudest asiatico per evitare l’“effetto domino” che poteva contagiare l’intera Asia sudorientale, questo era stato la Thailandia. Quei tempi son lontani e resta soltanto il Thai Vietnam War Veterans Memorial, a 5 chilometri da Kanchanaburi e a 140 da Bangkok, a ricordare quell’epoca. Ma la Thailandia fu essenziale nella guerra ai vietnamiti perché fu la retrovia logistica dell’esercito e soprattutto dell’aviazione a stellestrisce. La Casa reale e l’esercito tailandese costituirono le spalle larghe della guerra anche se seppero tenersene al di fuori. Ma solo fino a un certo punto. Mostrano ancora l’orgoglio di esser stati il baluardo contro il domino rosso e se affiancarono gli americano nelle retrovie, lo fecero anche nel teatro di battaglia in Vietnam.

Orgoglio nazionale

La storiografia americana se n’è occupata molto. Tra i tanti, Richard Ruth, docente all’AccademiaN avale americana (Usna). Classe 1928, è morto l’anno scorso, lo stesso anno in cui usciva il suo capitolo “War and Society in Southeast Asian History” in una collettanea che aveva fatto precedere dal saggio “In Buddha’s Company: Thai Soldiers in the Vietnam War” (2010) e da un articolo scritto per il New York Times (Why Thailand Takes Pride in the Vietnam War). Sul quotidiano della Grande Mela, Ruth ricordava che cinquant’anni prima – nel 1967 – il primo soldato tailandese volontario era stato mandato a Bien Hoa in Sud Vietnam per combattere a fianco degli alleati americani. Quell’uomo faceva parte dei “Cobra della regina” del Royal Thai Volunteer Regiment, un’unità di volontari inquadrati nell’esercito che, in questo Paese dalla longeva monarchia, contava circa 2mila uomini. Con lui non c’erano solo volontari ma un totale di 40mila uomini che, a diverso titolo, furono coinvolti nella guerra. Una guerra, sostiene Ruth sulla base di interviste a veterani, che ha lasciato nei thai una sorta di orgoglio patrio. Un bel ricordo, dice Ruth, che sembra fare della Thailandia l’unico Paese che di quel conflitto conserva una memoria in positivo. Del resto, lo sforzo bellico tailandese era profumatamente pagato dagli americani che versarono oltre un miliardo di dollari in aiuti economici e militari a Bangkok e un altro mezzo miliardo in aiuto allo sviluppo.

I tailandesi affittarono sette basi che arrivarono a ospitare fino a 50mila soldati americani con una media di 26mila. Il prezzo della guerra non fu elevato: si stima a 351 soldati uccisi in azione in Vietnam e a oltre 1350 feriti. Ci fu anche una parentesi laotiana perché le forze su cui gli americani contavano nel Paese alla frontiera Nord del regno thai (soprattutto le tribù Hmong) ricevevano la loro formazione militare in Thailandia. La base di Udorn (Udorn Royal Thai Air Force Base) a Udon Thani (a sinistra), a un pugno di chilometri dal confine, era la base operativa principale sia per le operazioni logistiche o di spionaggio in Vietnam, Laos e Cambogia, sia per le operazioni di “guerra segreta” della Cia (secondo la Bbc una piccola area della base – detta Detention Site Green - fu poi usata nel 2002 dagli uomini di Langley per interrogare e torturare Abu Zubaydah - ora a Guantanamo - ritenuto un luogotenente di bin Laden. Bangkok ha sempre negato).

Eredità sessuale

I ricordi di oggi, nella memoria del viaggiatore, si confondono con quelli di ieri. Alla vigilia della caduta di Saigon attraversammo la Thailandia di ritorno dal Laos e ci capitò di dormire proprio davanti a una caserma americana nei pressi di Udon. Di fronte alla caserma c’era un bordello affacciato sul lato opposto della strada. Al suono della libera uscita, decine di marine rasati uscivano dai compound militari e… attraversavano la strada per la loro oretta di R&R "rest and relaxation", come si dice in gergo.

Bangkok
All’acronimo R&R e a tutto ciò che esso significa, si deve anche la nascita di Patpong, ancor oggi una delle mete prescelte di Bangkok per il sesso a pagamento. Per esser precisi, Patpong esisteva già prima dell’arrivo dei giovani marine rasati in cerca di relax: erano (e sono) un paio di vicoli, due soi commerciali nel quartiere finanziario della capitale proprietà della famiglia sino-thai Patpongpanich. Ora la zona si è un po' più estesa nei vicoli attorno con richiami per tutte le tasche e le esigenze sessuali. Diventato con gli anni però anche un luogo di attrazione tradizionale per il turista (ora anche per famigliole in cerca di esotismo estremo, spiega la Lonely Planet) a partire dagli anni Settanta, Pat Pong fu il luogo prescelto per la R&R dei soldatini di passaggio nella capitale, diretti o di ritorno dal Vietnam o dalle basi tailandesi. I “bar” - più raffinati delle sale con esposizione di ragazze locali esibite con un numero sulla camicetta per essere indicate dal cliente dopo la scelta – cominciarono a moltiplicarsi man mano che cresceva la richiesta. E così gli alberghi a ore e non. Uno di questi, il Malaysia Hotel – che negli anni Settanta valeva un dollaro a notte – era un 4 stelle decaduto, con piscina e ogni sorta di relax. Ragazze a piano terra, buddha stick al terzo piano ed eroina al quarto. Nella hall si confondevano le reclute e i primi viaggiatori che, dopo l’India, avevano scelto di proseguire il loro viaggio all’Eden nel Sudest. Le retate non erano infrequenti. Adesso è uno dei tanti rispettabili hotel della capitale.

Patpong e la vita notturna di Bangkok, con la sua prostituzione illegale per legge ma largamente tollerata, hanno scatenato molti dibattiti tra chi trova immorale un mercato del sesso che deborda anche nella pedopornofilia e chi sostiene che la prostituzione c’è sempre stata e che la maggior parte dei clienti sono thai. Tutto può essere ma l’eredità è certa. Un’eredità che viene dalla guerra di cui i bordelli sono sempre stato un aggregato per tenere alto il morale dei “ragazzi”. Lontani dalla capitale, a noi non resta che partire da Chantaburi, famosa per il suo mercato di pietre preziose, e proseguire verso la Cambogia. Al di là del confine c’è Pailin, sede dell’ultimo governo khmer rosso e crocevia del traffico di preziosi. Memoria o non memoria, qualcosa lega sempre in modo inestricabile i Paesi che si ritrovarono nell’abbraccio avvelenato della Guerra del Vietnam.

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Seni Pramoj

Le strane relazioni Washington Bangkok

Alla fine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti fecero i conti con chi aveva appoggiato i vincitori e chi invece, più o meno obtorto collo, si era schierato col Giappone che aveva fatto del Sudest asiatico la sua area di “co-prosperità” al grido di “L’Asia agli asiatici”. Cioè all’imperatore.
Durante l’invasione giapponese succede che il Giappone chiede ai nuovi alleati di dichiarare guerra agli Stati Uniti. E’ il gennaio del 1942 e Bangkok risponde signorsi anche perché allora al governo c’è un militare – Phibun, al secolo Plaek Phibunsongkhram - che ammira Mussolini e dunque se la intende con Hiroito. Ma Seni Pramoj, l’ambasciatore tailandese a Washington – uomo della Resistenza e in seguito premier – decide col suo staff di non consegnare la dichiarazione di guerra e anzi di collaborare col “nemico”. E così, alla fine del conflitto – e quando ormai per gli Usa sta per iniziarne uno nuovo – la Thailandia sfugge a sanzioni e anatemi. La strada è in discesa per una nuova alleanza.

mercoledì 13 febbraio 2019

La Cina è vicina

Nel remoto angolo di Laos in cui mi trovo (non così remoto per la gente di qui visto che si tratta di una cittadina non piccola) si sente che la Cina è vicina.  Muang Xay capoluogo della provincia settentrionale di Oudomxai (come è anche chiamata la città stessa) è probabilmente il centro urbano  più importante del Nord Laos. Difficile dire quanti abitanti abbia. Ho trovato che la provincia ne ha circa 300mila e questo centro potrebbe forse averne 50mila. Ha un aeroporto e si trova sulla direttrice che da Kunmig, in Cina, passa per la frontiera a Boten e poi, via Oudomxai, arriva a Luang Prabang e dunque a Vientiane. La frontiera si trova a poco meno di cento chilometri da qui  e ha una storia molto bizzarra da raccontare di cui però parleremo più avanti.

E' che in questo luogo la presenza cinese è sempre più evidente: macchine agricole, motori, pompe made in China. Ristoranti e alberghi gestiti da cinesi e scritte ovunque in cinese e in lao. Pure la presenza cinese, che deve contare per una bella percentuale, è abbastanza discreta in questa zona dove prevalgono i Khmu e una piccola percentuale di Hmong. Discreta se si levano gli alberghi più appariscenti della città: terreno di discesa dei cinesi che vengono qui per affari.

E' abbastanza evidente che la nuova ferrovia, che collegherà lo Yunnan a Singapore passando per Laos e Thailandia, transiterà da qui e, a quel punto, la città avrà un incremento ancora maggiore. E' l'avamposto di Pechino  Oudomxai anche se il mercato locale (capannoni e capannoni che espongono camion, tubi, lavatrici, tondini e ferramenta d'ogni tipo) è in parte anche terra di conquista di vietnamita (le pompe di benzina sono Pvn Petrovietnam) e tailandese (dalle fasce elastiche a scocche, motori e anche trattori made in Thailand). La Cina è vicina e non resta dunque che andare verso il confine a vedere com'è spiandola dal buco della serratura laotiana.

Il seguito nei prossimi giorni su il manifesto