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domenica 2 agosto 2020

Pace, guerra e elezioni. Le sfide ravvicinate del Myanmar

Ultimora (4 agosto): il governo birmano ha rinviato di una settimana la riunione sul processo di pace senza dare spiegazioni. Avrebbe anche ripristinato Internet nel Nord Rakhine pur se secondo alcune fonti la connessione e' bassa e piena di buchi. Infine ha reso effettive le restrizioni sui voli da e per il Paese sino a ottobre, cioe' poco prima delle elezioni previste l'8 novembre

Si avvicinano in  Myanmar i due appuntamenti più importanti dell’anno che, nonostante le restrizioni per il Covid-19, si terranno con i tempi e i modi già decisi anche se con alcune limitazioni: si tratta della quarta sessione della “Conferenza sulla pace di Panglong del 21°secolo”, come è stato intitolato il vertice che si terrà nella capitale Naypyidaw a metà agosto, e delle elezioni legislative in programma per novembre. La consultazione elettorale si terrà con restrizioni nei raduni di massa e nelle modalità di propaganda dei partiti. La Conferenza di pace ha invece visto sostanzialmente diminuire il numero dei delegati, una misura accettata da tutti i partecipanti.

Alla riunione – fissata dal 12 al 14 agosto prossimi - sono invitate tutte le entità che hanno combattuto contro il governo centrale e che in gran parte hanno aderito al processo di pace. Ma hanno ricevuto l’invito anche gruppi che non hanno aderito o che hanno accettato in linea di principio il Nationwide Ceasefire Agreement (NCA) – siglato nel 2015 - ma senza firmare accordi. Tra gli invitati di rilievo, fuori dall’accordo, ci sono per esempio la Kachin Independence Organisation e l’United Wa State Party. Entrambi hanno un braccio armato. I temi sul tavolo riguardano sia l'attuazione dell'accordo di cessate il fuoco a livello nazionale, sia ulteriori negoziati sui principi di base per formare un'unione federale che continueranno anche dopo le elezioni. Sarà la prima volta che il federalismo, sinora parola tabù, farà il suo ingresso al tavolo negoziale. L’ultima conferenza si è tenuta tra il 31 agosto e il 4 settembre 2016, quando si era per la prima volta insediato il governo civile guidato dalla de facto premier Aung San Suu Kyi. Si chiuse con una "Roadmap for National Reconciliation and Union Peace" che prevedeva sette passaggi, alcuni dei quali rimasti lettera morta.

Sul processo di pace pesano diversi fattori: la forza di contrattazione delle diverse forze in campo, che possono contare sulla pressione militare dei relativi eserciti locali, la posizione della Cina - in grado di controllare diversi gruppi lungo la frontiera col Myanmar - e infine la guerra in corso, soprattutto nel Chin e nel Rakhine, cui contribuiscono gruppi armati fuori dal negoziato e, come nel caso dell’Arakan Army, inscritte nella lista dei gruppi terroristici. Proprio giovedi scorso, due raid aerei dell’esercito birmano hanno bombardato l’area tra Kyauktaw e Mrauk U - a circa 150 chilometri da Sittwe, capitale del Rakhine - per rispondere a un attacco dell’Arakan Army. La sezione Mrauk-U-Kyauktaw della carreggiabile Yangon-Sittwe è stata chiusa fino al tardo pomeriggio. I combattimenti hanno avuto luogo nei campi sul lato Est della strada tra la diga di Abaungtaw e quella di Taungphyu. Non si ha per ora notizia di vittime ma molti residenti avrebbero abbandonato l’area. La zona dista una sessantina di chilometri in linea d’aria dal territorio di Paletwa, nel Chin, dove, con la popolazione civile, sono intrappolati dai continui scontri armati anche cinque sacerdoti cattolici.

giovedì 23 luglio 2020

I Paesi della “cintura” a Sud della Cina: un mistero del Covid-19?

La fiammata del ritorno di Covid-19 in Cina, all’inizio dell’estate, ha creato timori in tutto il mondo e in particolare in Asia orientale, dove si teme che nuovi focolai di infezione riportino indietro le lancette dell’orologio. Non ovunque: il Giappone per esempio ha tolto lo stato di emergenza e Paesi come Taiwan o la Corea del Sud sono abbastanza tranquilli sulla capacità di governare possibili nuovi picchi, forse anche grazie al loro relativo isolamento geografico. Nel Sudest asiatico, la vasta regione al confine meridionale della Cina, le cose sono un po’ diverse. I Paesi hanno reagito sin dall’inizio della crisi con modalità differenti e la paura non è certo passata, specie in Indonesia e Malaysia, che presentano ancora i tassi più alti di infezione. Ma il timore di una ripresa è contagioso anche per chi ha meno infetti e riguarda in particolare quelli che potremmo chiamare i “Paesi della cintura”: Paesi che non hanno molti casi di contagio ma che proprio per questo continuano a tenere alta la guardia.

Sono in particolare i quattro Stati che confinano con la grande Cina Popolare – dunque i più vicini geograficamente al primo focolaio di Wuhan,e quindi, a rigor di logica, i più esposti. Come un po’ ovunque nel Sudest, vi abitano comunità cinesi della diaspora e, soprattutto, sono crocevia di un intenso via vai commerciale e di una grossa circolazione di persone da e verso la Cina, e si trovano sulla rotta di lavoratori stagionali impegnati nei grandi lavori della Nuova Via della Seta.
Eppure, Cambogia, Laos, Vietnam e Myanmar sono tra gli Stati meno colpiti al mondo. E’ una sorta di mistero perché si tratta di Paesi poveri, con evidenti casi di sottosviluppo, malnutrizione, povertà e, soprattutto, con una struttura sanitaria di base – fatta forse esclusione per il Vietnam – fragile e, in diverse aree, inesistente. Come è possibile dunque che siano tra i pochi Stati al mondo a essere sostanzialmente immuni dal virus? Con l’esclusione del Myanmar, che ha avuto sei decessi, sono tutti Paesi dove il virus non ha ufficialmente fatto vittime e dove la somma dei casi di infezione non arriva a mille. Davvero poco su un totale di circa 180 milioni di abitanti. Qual è il segreto del “mistero della cintura”?

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martedì 21 luglio 2020

La protesta soffia sul Sudest

Manifestazioni di piazza a Bangkok e nelle Filippine e, in Indonesia, contro cinesi della Rpc assunti da un’azienda a Sulawesi. L’Asia di Sudest, l’area del mondo meno colpita dal Covid-19, vede dimostrazioni continue in alcuni dei principali Paesi dove alla morsa del virus e agli effetti del lockdown sull’economia si aggiunge una rinvigorita protesta contro i regimi autoritari di Thailandia e Filippine.

Ieri a Bangkok un gruppo di attivisti ha dimostrato davanti al quartier generale dell'esercito per protestare contro un commento su Fb dell'ex vice portavoce Nusra Vorapatratorn. Il colonnello ha criticato la manifestazione che sabato scorso ha attraversato la capitale descrivendo i manifestanti come mung ming, in gergo chi – spiega il Bangkok Post - è giovane, carino, innocente e, pertanto, ignorante: gente che dovrebbe pensare a guadagnarsi il pane anziché scendere in piazza. Il militare ha poi rimosso il post ma qualcuno lo aveva già “catturato” e condiviso. Gli attivisti hanno sfidato il maggior potere del Paese, forti della manifestazione di sabato, organizzata dall'Unione studentesca e dal gruppo “Gioventù libera” che chiede una nuova Costituzione, lo scioglimento della Camera e nuove elezioni. Almeno 2mila persone, secondo gli organizzatori, hanno sfidato il premier Prayut Chan-o-cha e lo stato di emergenza in vigore da marzo per il Covid, che ha però permesso al governo di silenziare le proteste mai interrottesi dopo le contestate elezioni del 2019. Vi si sono aggiunte una sentenza in febbraio che ha sciolto il Future Forward Party, opposizione sempre più emergente, e la scomparsa di attivisti che si erano esiliati in Cambogia e in Laos.

Anche nelle Filippine la protesta va avanti da che il presidente Duterte ha voluto una nuova legge antiterrorismo liberticida e ha messo in difficoltà una delle maggiori reti televisive ritenuta nemica: la Abs-Cbn cui il Parlamento non ha rinnovato la concessione per le trasmissioni e che rischia una multa miliardaria e il sequestro della sede a Quezon City. Ma quel che è più sorprendente è la posizione della Chiesa locale, che si e schierata senza mezzi termini contro le misure emergenziali. Ieri il vescovo ausiliare di Manila, Broderick Pabillo – uomo assai poco tenero con l’autoritario Duterte – ha sfidato il consulente legale del presidente Salvador Panelo a querelare la Lettera pastorale della Conferenza episcopale delle Filippine (Cbcp) che ha sollevato preoccupazioni per la legge antiterrorismo, invitando a pregare per la sua abrogazione. Panelo – riferisce l’Inquirer - aveva affermato che la Lettera potrebbe aver violato la disposizione costituzionale che vigila sulla separazione tra Chiesa e Stato e ha accusato la Cbcp di aver fatto indebite pressioni sulla Corte Suprema in occasione della firma della legge. La vicenda ha anche una coda “politica” interna: quando il cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon e presidente delle Conferenze episcopali asiatiche, ha chiesto preghiere contro la legge sulla sicurezza imposta a Hong Kong da Pechino (Bo è noto per le sue posizioni anti cinesi), i vescovi filippini gli hanno risposto che con certezza si sarebbero uniti nella preghiera per Hong Kong ma che al contempo gli chiedevano di pregare per le Filippine: non meno che a Hong Kong – dicono i presuli – i filippini sono allarmati per la recente approvazione della legge antiterrorismo.

Il clima filippino lo racconta bene la lettera di un sacerdote pubblicata dall’agenzia di stampa vaticana Fides, in cui paragona alla piazza di oggi quella del 1986 che portò alla caduta del dittatore Ferdinando Marcos: “...posso di nuovo sentire ciò che ho provato durante i giorni del People Power: l'emozione, il disgusto, la rabbia, la dedizione, l'impegno dei giovani". Il sacerdote Daniel Franklin Pilario, che è anche un docente di teologia, non teme di firmare il messaggio col suo nome: “Il 'No' emerge dal profondo della nostra umanità quando la nostra fibra morale viene violata. Diciamo che tutto questo è sbagliato e ci mobilitiamo per protestare… Sono molte le vittime di questo governo che meritano il nostro sostegno. È tempo di alzarsi e far sentire le nostre voci. Di fronte al male, il silenzio è un sì allo status quo. Neutralità significa essere complici del potere".

Di segno totalmente diverso invece le proteste in Indonesia - iniziate ad aprile e ancora in corso a luglio - contro l’assunzione di manodopera cinese da parte di alcune aziende che lavorano nella zona sudorientale dell’isola di Sulawesi: la società mineraria cinese PT Virtue Dragon Nickel Industry e la PT Obsidian Stainless Steel (OSS). Per calmare le acque, gli industriali hanno offerto, in cambio dell’assunzione degli operai specializzati dalla Cina, 5mila nuovi posti di lavoro per la manodopera locale indonesiana.

Articolo uscito oggi su il manifesto

Racconti birmani. La scoperta di Kalaw

In rotta per la remota regione di Kayah, ci lasciamo alle spalle la piacevole cittadina di Kalaw, forse 10mila abitanti e una sorprendente  sorpresa climatica e sociale. Quest’area del Paese, che è la porta di accesso al famoso lago Inle degli orti galleggianti e della filatura del midollo di ninfea, si trova a 1310 metri di altezza il che la rende simile ad altre stazioni termali asiatiche dall’aria fresca e delicata che spesso si incontrano ai tropici e che gli inglesi sceglievano per sopportare il caldo della pianura. Durante l’alta stagione deve essere un piccolo carnaio di turisti, ma nella bassa e per via del Covid-19, si respira un’aria vagamente “Ruggenti Settanta”, quando i viaggiatori erano pochi e, anziché evitarsi come accade ora, facevano subito amicizia (“corsi accelerati di amicizia” avrebbe detto Mario Dondero). Cosi la dolce Kalaw mi ricorda Kathmandu e i miei anni ruggenti sulle rotte indiane del Viaggio all’Eden: nuvole basse, aria umida e fredda di notte e, al mattino e durante il giorno, un sole piacevolissimo interrotto dalle piogge che si asciugano rapidamente su questa terra rossa circondata da pinete.

Kalaw vista dal monastero buddista che la domina
Tiziano Terzani, quello che considero il mio maestro in fatto di giornalismo (altro che Montanelli), venne qui qualche decennio fa' e si incontro’ con un missionario italiano che custodiva la chiesa cattolica di Cristo re, edificata al tempo della colonia britannica. L’ausiliario attuale, Padre Lucas - un sacerdote birmano che ha fatto i suoi studi nel seminario di Loikaw, un centro da cui proviene la gran parte dei preti locali - ha cominciato a servire a Kalaw appena il suo predecessore - Padre Paul, birmano pure lui, è morto - facendo avanti-indietro da Taunggyi, capitale dello Stato Shan e arcidiocesi. La chiesa è una costruzione degli anni Trenta, custodita all’inizio da quel Padre Angelo citato da Terzani e morto nel 2000: l’interno è appena stato ristrutturato e ogni domenica accoglie circa 400 fedeli da oltre una trentina di famiglie sparse nei villaggi attorno a Kalaw. Per diversi bambini (non solo cattolici) e' anche l'occasione per poter studiare: seguendo i corsi della piccola scuola cattolica o utilizzando il dormitorio per seguire le lezioni in altri istituti.

L'ex cinema ora ristorante indiano
Ma la chiesa di Cristo Re non è certo l’unica realtà religiosa di Kalaw, in una cittadina dove la maggioranza degli abitanti è buddista come il resto del Paese. Con gli inglesi arrivarono indiani, cinesi e nepalesi per custodire gli interessi dei sudditi di Sua Maestà in vacanza e soprattutto costruire la ferrovia che li portava sin qui e che tuttora funziona. Molti rimasero e oggi formano la multiforme comunità di Kalaw al di là degli shan che calano dalle montagne per colorare coi loro turbanti variopinti il bellissimo mercato locale. Ne è una prova la gentile signora che mi ha  ospitato per una settimana di ricche colazioni in una semplice ma delicata Guest House dal nome altisonante: Eastern Paradise. E’ di padre indiano e di madre birmana e sembra unire la gentilezza e l’acume dei due popoli.

Nuvole sulla Aung Chan Tha Zedi pagoda
Kalaw ha un’incredibile presenza di credi diversi – musulmani sunniti e sciiti, induisti, cattolici, protestanti, buddisti ovviamente – che raccontano di mercanti di legname iraniani o di agguerriti gurkha, membri della famosa brigata della British Army. Molti si stabilirono qui mettendo radici e questa variegata comunità vive però in totale armonia. “Quando ci sono le nostre feste religiose – spiega Shankar di un’importante famiglia indiana arrivata coi britannici per costruire la ferrovia – ci invitiamo reciprocamente. E ogni volta la comunità che invita prepara il cibo per gli invitati secondo le regole alimentari della comunità ospite”. Lo conferma Paolo Felice, agronomo cremonese che si è trasferito a Kalaw ormai da diversi anni. Gestisce con la moglie birmana Kaing Zar una famosa pizzeria dove, oltre agli “expat” in cerca dei sapori di casa, almeno la metà degli avventori sono birmani: “Questa è un’isola felice dove la gente vive in armonia e dove puoi trovare un tempio sikh e quello di una setta nepalese, la chiesa cattolica e quella battista e naturalmente la pagoda. Ma con rispetto, armonia e solidarietà”. Detto tra noi, benché io non sia un frequentatore abitale dei locali per expat, la pizza (due forni a legna e un'abilissima pizzaiola) è ottima, per non dire di certe penne al sugo di salsiccia o della mozzarella di bufala che Paolo si procura da un tedesco che la produce vicino a Yangon.


Cenetta conviviale al Kalaw Heritage, un albergo
 di epoca coloniale. Sotto lo staff
dell'Eastern Paradise, un piccolo paradiso
Proprio accanto al Red House Restaurant di Paolo e Kaing Zar, c’è la moschea di Kalaw che dista poco più di cento metri dalla pagoda di Aung Chan Tha Zedi, famosa perché ricoperta di piccoli mosaici di vetro luccicanti. I musulmani gestiscono varie attività commerciali accanto alla moschea dove incontriamo casualmente il maestro di arabo: “Lui si che lo sa parlare – dice sorridendo uno dei fedeli indicandolo – io posso giusto recitare il Corano!”. Ora la moschea è chiusa, come tutti i templi della città, per via delle restrizione del Covid-19. E anche alla chiesa di Cristo Re, cerchi rossi segnano la distanza fisica da tenere per chi visita le strutture ecclesiali. E, mannaggia al Covid, un piccolo tesoro di stupa nella montagna a due chilometri dal centro è chiuso lui pure e mi salta la visita...

Il piccolo gioiello di convivenza di Kalaw, se è un eccezione per la quantità di credi religiosi, non è
l’unico esempio di questo tipo in Myanamar: “Anche il piccolo centro di Pyin Oo Lwin – aggiunge Steffen Degenhardt, una guida turistica tedesca - è un crogiolo di comunità religiose che, come a Kalaw, convivono in perfetta armonia”. Piccole scoperte dove la bellezza del luogo si accompagna a un’esperienza a prima vista nascosta ma davvero stupefacente. Ma ora è tempo di partire. E visto che, per puro caso, ho fatto amicizia con Steffen, che tra l’altro parla un po' di birmano, mi faro' guidare da lui verso lo Stato Kayah, un’altra – immagino – piacevole sorpresa di questo fantastico Paese la cui conoscenza devo al Covid-19. Che per me, obbligandomi a un soggiorno forzato in queste lande, è stato una vera occasione per godermi il Myanmar.


Le prime tre foto (bruttine) sono opera mia. Le ultime due sono scatti di Steffen

sabato 18 luglio 2020

Authoritarian contagion? Not as much as you’d think

Asia is a large continent, and trying to make a general assessment of its response to the virus is almost impossible. However, some trends and particular good examples can be examined—and if we exclude China, a world unto itself, we can attempt a classification.

First, there are the countries on the border with China, its southern geographical “belt”: Cambodia, Laos, Vietnam and Myanmar, direct neighbors but among the least-affected countries in the world. Then, there are the countries with large populations, from Indonesia to the highly populous nations of South Asia, with relatively “few cases.” Then, the rich countries, technologically advanced but not always praiseworthy at the social level (South Korea, Malaysia, Singapore). Finally, the areas where war reigns, more or less explicitly proclaimed, from Afghanistan to the endemic conflicts around Myanmar.

First, we must look at the “mystery of the (Chinese) belt.” Looking at the statistics table, it is striking that only five countries in Asia have zero recorded deaths. Excluding East Timor (24 cases, 0 deaths) and Turkmenistan (0 cases, 0 deaths), the others are Vietnam, Cambodia and Laos, to which we can add Myanmar (only 6 deaths). These are the countries from the southern “belt” of China, on the periphery of the “Empire” and therefore the closest to the epicenter in Wuhan (Central Asia, further to the west, was also little affected, but is farther from the epicenter).

Read all on ilmanifesto (published on June 21th)

venerdì 17 luglio 2020

Libertà di stampa, pugno di ferro in Malaysia

Il rapporto e la gestione con i migranti in Malaysia, caratterizzati nei mesi scorsi da deportazioni e arresti, ha visto crescere le intimidazioni ai giornalisti che si sono occupati del caso e suscitato la preoccupazione delle organizzazioni di difesa della libertà di espressione. L’ultimo capitolo riguarda un video di inizio luglio dell’emittente del Qatar Al Jazeera in cui viene documentato l'arresto di migranti privi di documenti durante la pandemia Covid-19. Il documentario - Locked Up in Malesia Lockdown – è stato criticato dalle autorità come inaccurato, fuorviante e ingiusto e il ministero della Difesa ha invitato Al Jazeera a scusarsi sostenendo che le accuse di razzismo e discriminazione contro i migranti privi di documenti erano false. La polizia ha annunciato un'indagine sul personale dell’emittente araba per reati come potenziale sedizione, diffamazione e violazione del Communications and Multimedia Act.

La tv del Qatar ha respinto le accuse, segno di una sterzata autoritaria che sembra aver chiuso la luna di miele tra governo e giornalisti che era appena stata lodata da Reporter Sans Frontieres, la maggior organizzazione di difesa della libertà di stampa, secondo cui “dopo la sconfitta a sorpresa del partito dell'ex premier Najib Razak nel maggio 2018, una ventata d'aria fresca ha iniziato a soffiare sulla libertà di stampa... i giornalisti e i media inseriti in una lista nera sono stati in grado di riprendere l’attività (e) l'ambiente generale in cui operano i giornalisti si è notevolmente alleggerito, l'autocensura si è ridotta enormemente e le pubblicazioni del Paese presentano ora opinioni molto più equilibrate tra l'opposizione e la maggioranza”. Una luna di miele interrottasi con la pandemia. Le prima avvisaglie si sono avute dopo un’inchiesta del South China Morning Post sulla condizione dei lavoratori migranti (oltre 5 milioni in Malaysia) e in particolare dopo un articolo - a firma Tashny Sukumaran e Bhavan Jaipragas – che documentava l’arresto violento di centinaia di migranti all’interno di tre dormitori in una “zona rossa” nella capitale Kuala Lumpur il 1 maggio.

In Malaysia, secondo RsF, “l’esecutivo ha ancora un arsenale legislativo assolutamente draconiano per reprimere la libertà di stampa: il Sedition Act del 1948, il Official Secrets Act del 1972, il Press and Publications Act del 1984 e la legge sulle comunicazioni e il multimediale del 1998… che pesano come una spada di Damocle sui giornalisti”. La Malaysia non è per altro l’unico Paese dell’Asia ad aver stretto le maglie della libertà di espressione come ben dimostra il caso della giornalista filippina Maria Ressa: un appello di RsF sul sito dell’organizzazione in suo appoggio ha già quasi raggiunto 10mila firme. In Myanmar, decine di siti internet sono stati chiusi all’inizio di quest’anno con l’accusa di pornografia ma tra questi alcuni erano testate di informazione. Diversi giornalisti infine sono stati incriminati per aver intervistato gruppi guerriglieri definiti terroristi.

giovedì 16 luglio 2020

Il limite oltre il limite

"Spesso una cultura del limite è sembrata appannaggio delle visioni contenitive o repressive; la realtà è che affrontare il problema del limite vuol dire immergersi in un pensiero dialettico, che è per definizione alieno ad ogni autoritarismo e ad ogni rigidità". Lo scrive Davide Assael alla fine di una lunga camminata  da Aristotele a Lucio Gambi, dal Leonardo dei limiti "sfumati" al pensiero di Charles Sanders Peirce (in due superfici contigue, di cui una bianca e una nera, il limite che le separa è nero o bianco?), dalla rivoluzione di Giordano Bruno al filosofo Martin Buber il cui pensiero si è  concentrato sulla relazione. Nel suo "Elogio del limite" (Pazzini, 2020), Assael riprende il concetto di Buber per dare al limite - al confine, per esempio, se vogliamo - un valore forte e sostanzialmente positivo. Di più, una necessità.

"Il limite - scrive - si presenta, nella sua contingenza, come una assoluta necessità... che separa due sponde irrimediabilmente contrapposte... è assolutamente inutile chiedersi quale dei due significati prevalga perché dipende dal punto di osservazione... le due sponde, seppur contrapposte, implicano l’una l’esistenza dell’altra. La contrapposizione implica, dunque, una complementarietà... Una logica relazionale ci pone dunque di fronte al paradosso, ben conosciuto da molte correnti della filosofia, per cui la complementarità si dà nell’opposizione".

Davide Assael
Quel che interessa qui il lettore appassionato di geopolitica (semmai affascinato dalla disquisizione filosofica e dal percorso intellettuale che sostiene la tesi finale di Assael), non è tanto la speculazione accademica quanto il risvolto pratico del pensiero espresso nell'elogio del limite. Elogio che alla fine fa del confronto, del dialogo e del negoziato il punto in cui il bianco e nero di Sanders Peirce diventano (se vogliamo per convenzione e convinzione) una linea grigia formata dai due colori, che non appartiene più né al campo bianco né a quello nero (che pero' ne sono all'origine).  Non c'e' dunque un limite "giusto" ma semmai utile e necessario (che diventa semmai "giusto" se non deriva da una  decisione univoca, quindi  autoritaria e repressiva). Assael aggiunge un mattone alla cultura del dialogo e ne sottrae un altro al dibattito sovranista o ipernazionalista: se riconosciamo i limiti che bisogno ci sarà  mai di combattere per difenderli?


Davide Assael e' un filosofo italiano la cui ricerca si e' concentrata sul tema del limite e su quello della fratellanza nella tradizione biblica. Presiede l'Associazione Lech Lechà ed è fra i conduttori della trasmissione  "Uomini e profeti" (Radio3). Docente al Master "Filosofia del vino e del cibo" dell'Università Vita e Salute S. Raffaele di Milano, collabora con Limes.