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venerdì 17 agosto 2018

Ferragosto (afgano) di fuoco

E’ stato forse il peggior ferragosto della storia recente afgana: mentre ieri a Kabul si tenevano i
funerali delle decine di studenti (almeno 34) uccisi da un kamikaze dell’auto proclamato Stato islamico che mercoledi si è fatto esplodere davanti un istituto frequentato da sciiti che si stavano preparando per gli esami, la capitale è tornata sotto attacco. Un gruppo di uomini armati ha preso di mira un centro di training militare dell’intelligence afgana con un attacco che è durato sei ore. Tutti e tre i guerriglieri sarebbero stati uccisi mentre il bilancio della sparatoria, condotta dai guerriglieri da una casa vicina in costruzione, si sarebbe concluso con soltanto sei feriti. Ma anche altrove si è combattuto duramente....

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martedì 14 agosto 2018

La battaglia di Ghazni

Con un bilancio di vittime che ha ormai superato quota 300 e mentre sono in arrivo altri 1000 soldati di rinforzo, la battaglia della città di Ghazni – nell’Afghanistan centrorienttale – entra oggi nel suo quinto giorno di guerra. I talebani, dicono gli ultimi aggiornamenti, sarebbero in ritirata. Sin da sabato le notizie su quella che appare come l’ennesima prove di forza delle milizie talebane, sono state confuse e intermittenti, con voci e rumori sulla situazione poco rassicuranti e con rassicurazioni governative che, dopo i toni trionfalistici dei primi due giorni, sembrano adesso più caute e realistiche. Con l’ammissione da parte del governo di essere stato colto di sorpresa.

giovedì 9 agosto 2018

Rohingya e il rimpatrio impossibile

Difficile accesso al Rakhine per le agenzie umanitarie Onu
L'ambasciatore alle Nazioni Unite del Bangladesh, Masud Bin Momen, in una lettera inviata al Consiglio di sicurezza dell'Onu, ha scritto che mentre il Bangladesh continua a impegnarsi con la Birmania "in buona fede" sugli accordi per il ritorno dei Rohingya, "dispiace che le condizioni necessarie per il ritorno sostenibile non esistano  in Myanmar....né il Myanmar - aggiunge nellla missiva - ha intrapreso uno sforzo dimostrabile per affrontare le preoccupazioni dei Rohingya e della comunità internazionale". Momen ha invitato  il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite  ad adottare una risoluzione ad hoc sulla vicenda e a intraprendere "un'azione concertata e determinata per affrontare la crisi Rohingya". Che resta al palo da ormai un anno.

martedì 7 agosto 2018

Pugno di ferro a Dacca contro gli studenti (aggiornato)

Shahidul Alam in uno scatto di  Rahnuma Ahmed
 sul Daily Star: Hrw accusa governo e polizia di pestaggi
e tortura al fotografo incarcerato durante le proteste
Da oltre una settimana la cronaca quotidiana di Dacca, capitale del Bangladesh, è attraversata da incidenti tra forze di polizia e studenti. Iniziate pacificamente, le manifestazioni degli studenti hanno incontrato sempre più resistenza e, un paio di giorni fa, la semplice azione di contenimento è diventata una vera e propria repressione senza esclusione di colpi. Cui non sono estranee squadracce del partito la governo, la Lega Awami, che si sta preparando per le elezioni di dicembre: appuntamento sempre contrassegnato da violenze in un Paese che vede da decenni uno scontro bipolare tra due partiti e due donne premier.

domenica 5 agosto 2018

La biblioteca di Amanullah: Pol Pot e uno sterminio che non invecchia

Quel che spesso disntigue un libro riuscito da una somma di parole è anche il modo in cui un testo – romanzo o saggio che sia – si lascia leggere. Se a un certo punto, arrivando in fondo o a metà, cominciate a sfogliare le pagine per vedere quante ne mancano alla fine, forse non ci siamo. Ma quando al contrario iniziate a sfgoliare le pagine perché, aihmé, vi stanno tragicamente segnalando la conclusione, allora – almeno per voi – quello è un grande libro. “Pol Pot. Anatomy of a Nightmare” di Philip Short, che per ironia della sorte ha un cognome che signifca “corto”, fa parte di questi. Con un altro indicatore – trattandosi di un saggio - del valore del testo: la avida lettura delle note per poter guadagnare qualche altra decina di pagine alle misere... 660 del volume.

“Pol Pot. Anatomia di uno sterminio”, come Rizzoli ha preferito tradurre nel 2005 il titolo originale, è in realtà davvero un viaggio in un vero e proprio incubo. Un incubo per milioni di cambogiani, trasferiti in massa dalle città alla campagna, che nasce dal sogno folle del loro laeder Pol Pot, al secolo Saloth Sar, in seguito noto anche come Fratello numero 1. In effetti il compagno Pol Pot (1925-1998), vocazione monacale, riservatezza austera, grande carisma e disciplina morale, all’inizio appare soprattutto come un libearatore: la sua storia però si presta a essere raccontata come una sorta di romanzo dell’orrore; un orrore corroborato, nello stile asciutto di Short, un giornalista della Bbc, da documenti e prove certificate che lasciano assai poco all’inventiva.

Il giovane Saloth Sar matura le sue idee in Francia, nel ristretto circolo universitario dove i cambogiani che se lo possono permettere, studiano le scienze politche e si avvicinano al marxismo. Ma sviluppa poi un pensiero molto personale, solo apparentemente “orientale” e in realtà assai vicino al nazismo, che prevede la creazione di un uomo nuovo: ideologicamente puro, etnicamente khmer, socialmente sottomesso alla logca numerica di fratelli – 1, 2, 3, 4 e così via – vestiti tutti allo stesso modo e obbedienti all’inattaccabile macchina del partito. Nessuno escluso. Nemmeno lui, sempre in sandali e con un vestito nero ingentilito da una sciarpetta a scacchi rossi.

Short (ha dedicato anche un libro a Mao e uno a Mitterand) ne delinea il percorso – storico, ideologico e di guerriero – conducendo il lettore per mano nell’incubo poltico peggiore della fine del secolo scorso. Aggiungendo a una luce già sinistra – quella della guerra vietnamita – l’epilogo disgraziato della reinterpretazione del concetto di tabula rasa. Un perido controverso, attraversato dall’incapacità iniziale della sinistra (salvo pochissime eccezioni alla Tiziano Terzani) di rendersi conto del baratro cambogiano.

Come diceva un saggio, di alcuni libri basta leggerne la metà, di altri ancora l’incipit e la conclusione. Altri al contrario si divorano sino alla fine. Note comprese appunto. Eccone uno che non invecchia.

Una recensione scritta per l'inserto Asia de il manifesto uscito il 31 luglio

Una scuola ebraica per...musulmani


La Jewish Girls’ School di Calcutta è un istituto fondato dalla comunità di ebrei della città. Situata in uno dei quartieri tradizionali dell’islam cittadino è però aperta a tutti senza preclusioni religiose. E costa un terzo rispetto agli altri college

Alle 8 del mattino, quando ormai la grande città indiana si è risvegliata da un pezzo e il traffico comincia a diventare insopportabile, anche la piccola stradina laterale di Royd Street inizia la sua quotidiana e trafficata vita urbana in uno dei quartieri musulmani di Calcutta nel centro della terza città dell’India che conta, con i sobborghi, 15 milioni di abitanti. Royd Street e Park Street hanno una particolarità che le rende speciali. Non sono i ristoranti e i grandi alberghi affacciati sulle arterie laterali, né le luci delle vie dello shopping e nemmeno una vecchia Guest House rifugio di viaggiatori sacco-in-spalla. In questo quartiere abitato da famiglie musulmane c’è infatti una scuola ebraica. Il cartello, al numero 65 di Park Street o nella parallela Royd Street – vie che racchiudono un vasto edificio - è inequivocabile: Jewish Girls’ School. La curiosità inizia però a diventare stupore quando arrivano le prime ragazze: scendono dai risciò, dalle biciclette o dai motorini accompagnate da padri e fratelli ma assai più spesso dalle madri: tutte rigidamente velate. Alcune addirittura col niqab, il velo islamico che copre tutto il corpo, lasciando fuori solo gli occhi.