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lunedì 18 gennaio 2021

Looking for Angus Fraser


CHI L'HA VISTO? Questo gentiluomo irlandese si chiama Angus Fraser. Ho perso le sue tracce e chiedo aiuto. Nel 2000 lavorava a Peshawar per il World Food Programme e fu grazie a lui se potei andare nell'Afghanistan dell'emirato talebano con una delegazione del Wfp capeggiata da Tarek el-Guindi e cui fu ammesso grazie ai buoni auspici di Laura Boldrini, allora portavoce dell'organizzazione.

Fu un viaggio speciale e fortunato perché in Afghanistan non erano ammessi i reporter, salvo un collega della Bbc che stava a Kabul. Con Tarek andammo in macchina da Peshawar a Gazni e da li a Kabul, sempre in auto per strade polverose con l'asfalto sfatto dall'incuria, la guerra, le piogge. La missione trattava coi talebani per rifornire di viveri l'Azarajat assediato e il cui unico passaggio era a Gazni. Tarek riusci' nell'impresa.

Poi tornammo a Peshawar accolti dall'enorme gentilezza di Angus che, tra l'altro, mi introdusse nei circoli pathan (pashtun) della città. Ricordo bene il primo incontro con lui. Mi disse, mostrandomi un intero armadio stracolmo di whisky e birre: "Emmanuel, questo e' il bar, servitene quando vuoi".... Come vorrei incontrarlo di nuovo!

sabato 9 gennaio 2021

L’eredità di mio fratello Franco

Franco e Saveria Giordana 
  Un mese fa mio fratello, Franco Giordana, se n'è andato dopo aver combattuto una lunga battaglia contro un tumore davvero maligno, gestito con personale saggezza e l’aiuto della sua compagna. Battaglia in parte vinta, aiutandosi col tai-chi, di cui era maestro, un’alimentazione attenta e il conforto del suo lavoro per Acta Plantarum nella catalogazione di piante e fiori. Il legame tra noi era forte perché Franco era il maggiore e io il più piccolo e, al di là delle inevitabili controversie dovute alle gerarchie del sistema famigliare, per molti anni l’ho considerato un secondo padre, che il nostro aveva lasciato lui ancora minorenne e me di appena sei anni.

  Mi sono interrogato sulla eredità che mi ha lasciato e sto cercando di radiografarla, mondandola dei conflitti e delle incomprensioni che abbiamo avuto e dissacrando il mito inevitabilmente legato alla morte, per il quale si diventa improvvisamente (solo da morti) modelli incomparabili di grandi virtù. Per molti anni ho pensato che il suo lascito sarebbe stato etico: quello che mio padre non aveva potuto trasmettermi e che mia madre aveva coltivato nella fatica di allevare cinque figli senza avere più un marito. Ma adesso mi rendo conto che il suo lascito, la sua vera eredità, risiede per me non tanto in un concetto – labile e manipolabile come tutti i concetti – ma in un’essenza vivente: un bosco.

Franco con la mamma Bianca Maria
detta "Titti"
Alcuni anni fa diventammo proprietari delle terre che circondano la Ca’ della Mosche, una casale del cremasco appartenuto ai veneziani signori Mosca e poi alla famiglia dei Rossi Martini che la vendettero a mia nonna, Clelia Bertollo, che aveva sposato mio nonno Tullio, giornalista coraggioso che aveva sfidato Mussolini e che per questo motivo aveva perso il lavoro e il suo giornale – La Tribuna – nei primi anni del Ventennio. Il nonno era di Crema (storiche le sue battaglie col rais Farinacci di Cremona) e la nonna, che aveva portato in dote capitali importanti, gli aveva comprato le Mosche con 44 ettari di terreno che, di mano in mano, passarono a Franco, Barbara, Marco Tullio e me. Io Barbara e Marco Tullio vendemmo la terra comprando altrove: nel mio caso un’abitazione a Roma. Ma Franco, molto più legato di noi a Ca’ delle Mosche, dove si era trasferito da Milano negli anni Settanta coi primi due figli e la prima moglie Alessandra, non ne aveva voluto sentir parlare di vendere. Di più, iniziò a lavorare a un progetto per cui qualcuno deve aver pensato che in lui si fosse instillato il germe della pazzia.

L'ingresso di Ca' delle Mosche. Franco ci ha vissuto
 coi figli Guido, Aline e Nicoletta
   La terra della Padania è piana e irrigua il che la rende ottima per l'agricoltura su larga scala, oggi di pura rapina gravida di veleni, che si deve al disboscamento millenario di queste lande e alla bonifica delle paludi. Ma Franco pensò bene di ricostituire un bosco proprio su 7 o 8 ettari di terra a ridosso del casale, irrigui e pianeggianti. Piante contro pannocchie, arbusti contro soia. Maturava forse l’idea da qualche tempo ma ci si mise con vigore inaspettato architettando un bosco che doveva rispondere anche a esigenze educative: solo specie locali, un laghetto artificiale, piccole stradelle di attraversamento per le scolaresche… La cosa andò avanti per un po’ ma alla fine la natura ebbe ragione di lui, le cui forze – con l'età - andavano diminuendo: i semi portati dagli uccelli o sparsi dalle piante germogliarono; le edere si avvinghiarono ai tronchi; i rovi si attorcigliarono sui fusti; gli animali – tassi, volpi, lepri – fecero i loro nidi… mentre le radici delle piante formavano quel reticolo sotterraneo che serve a far comunicare esseri che per lo più ci sembrano inanimati. Si ricreò quell’apparente caos “naturale”, selvatico,  che Franco aveva tentato inutilmente di governare. 

Maggiore di 5: da destra Claudia, Barbara,
Marco Tullio, Emanuele a Ca' delle Mosche
negli anni Cinquanta. Nostro padre Gian
se ne andò in un incidente aereo appena
dopo la conclusione dei restauri della cascina


A un certo punto lasciò perdere. Il bosco era diventato, da progetto degno di un architetto ambientalista,  un selvaggio universo di specie vegetali con alberi di alto fusto, roveti impenetrabili, cespugli rigogliosi. Franco lasciò – forse anche felice di non doversene più occupare – che il suo bosco vivesse di luce propria. Che diventasse non più il “suo” bosco ma un bosco. Con le sue dinamiche, la sua selezione naturale, la sua potente e apparentemente disorganizzata, gerarchia.

Oggi che osservo il suo lascito mi rendo conto che questa è  l’eredità  che mi ha consegnato. Se dovessi tornare ad avere un pezzo di terra infatti, seguirei il suo esempio. Ne lascerei una porzione allo stato selvatico e mi accontenterei di farci un po’ di legna e di osservare come un luogo "abbandonato"  a se stesso possa trasformarsi in un universo governato da leggi incomprensibili ma di una formidabile armonia. Quando nella vita ci ostiniamo a voler controllare tutto - comprese le foreste, i ghiacciai, i fiumi – dovremmo avere il coraggio di lasciare almeno una parte al caso. Dovremmo cioè consentire alla natura di fare il suo corso del quale sappiamo ancora cosi poco e che non mancherebbe di stupirci. Una lezione di vita che gli devo. 

Quanto al bosco è  ancora li e, se si osserva dall’alto questa porzione di territorio, è facile notare che è l’unico polmone verde nel raggio di centinaia di chilometri. Cosa c'è di più bello di questa eredità condivisa e ormai bene comune? Grazie fratello.

Ca' delle Mosche e una porzione del "Bosco di Franco"
Mosca bianca nella devastazione ambientale del cremasco






La croce e la miniera

La violenza nell'ex provincia di Irian Jaya (oggi Papua)  ha come vittime soprattutto civili tra cui diversi religiosi. La loro morte ha contribuito a squarciare il velo su quanto accade nella parte occidentale della Nuova Guinea.

“La sera del 24 dicembre 2020 il corpo senza vita di Zhage Sil, seminarista cattolico, è stato trovato in un fossato a Jayapura, città della Papua indonesiana. Secondo la polizia locale – scrive l’agenzia vaticana Fides - sono tuttora ignoti gli autori del delitto… Alla comunità di Sorong-Manokwari, diocesi cui Sil apparteneva, sono giunti numerosi messaggi di condoglianze di leader religiosi e laici che condannano fermamente l'atroce atto”. La vicenda che riguarda il seminarista è solo l'ultimo dei molti episodi che costellano il clima di violenza che avvolge la provincia indonesiana di Papua (ex Irian Jaya), la parte occidentale della vasta realtà insulare che conosciamo come Nuova Guinea, seconda isola al mondo per grandezza.

La violenza, nella parte occidentale che appartiene all’Indonesia, non ha particolari sfumature religiose ma ha visto diversi omicidi senza responsabili di protestanti e cattolici, cosa che li ha fatti venire alla luce gettando un’ombra sinistra sull’Indonesia del presidente riformista Joko Widodo, detto Jokowi. Se Zhage Sil stava per diventare diacono e quindi sacerdote nella diocesi di Jayapura, il motivo del suo omicidio sembra infatti riconducibile più alla sua attività di uomo sensibile ai diritti e non solo di religioso. Nelle parole di un collega, Sil “era una persona coraggiosa che si interessava dei bisogni delle persone, e non aveva paura di alzare la voce, soprattutto quando si trattava di giustizia". Il punto sembra stare qui (alzare la voce), dove si incrocia la lotta al razzismo contro i papuani (di pelle scura e per i quali si contano diversi episodi di esclusione razziale) ma anche il bisogno di giustizia su episodi oscuri, come nel caso del catechista laico Rufinus Tigau, ucciso nell'ottobre scorso nel distretto di Intan Jaya. Un caso che diventa virale e squarcia il velo del silenzio su quanto avviene a Papua e Papua Barat, le due province indonesiane della Nuova Guinea.

(continua su Lettera22)


sabato 26 dicembre 2020

Rcep: promessa di sv iluppo o illusione?

Durante un summit virtuale ad Hanoi un mese fa, è nato il Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep). Un accordo commerciale che include le 10 nazioni del Sudest asiatico (Asean) e i maggiori Paesi di Asia e Oceania: Giappone, Cina, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. In calce all’accordo, che rappresenta circa un terzo del Pil e della popolazione mondiale, ci sono anche due grandi assenti: Stati Uniti e India. I primi si erano già ritirati dalla Trans-Pacific Partnership (Tpp ora Cptpp), cui guarda adesso anche la Cina. L’India si è invece autoesclusa ritirandosi l’anno scorso. Ma le promesse del Rcep rischiano di essere volano di sviluppo solo per qualcuno... segue su Lettera22

domenica 6 dicembre 2020

Lettera22: un ritorno in continuita'

Diversi anni fa un mio carissimo amico pittore, Massimo Crestini (prematuramente scomparso), mi regalo' un piccolo studio a matita di una Lettera22 Olivetti da cui poi realizzo' un quadro di cui mi fece dono  e che in un certo senso regalo' a tutta  Lettera22. Lo riproduco qui assieme a una foto di Massimo (il secondo da sinistra dietro) nel periodo in cui collaborava col Gruppo italiano (dalla cui voce su wikipedia ho tratto l'immagine). Era un artista dalle molte sfaccettature Massimo, che usava il pennello  come il sax o la chitarra e che passava lunghi periodi in India per svernare e armeggiare coi colori tanto che uno dei suoi elementi ricorrenti erano delle...valige. Aveva talento e si sapeva divertire, due cose che non sempre vanno per forza d'accordo. E incarnava, direi, un po' lo spirito vagabondo, libertario e godereccio  di noi letterini che da un paio di giorni, grazie alla creatività di Matteo Micalella e all'impegno del nostro attuale direttore Giuliano Battiston, siamo tornati online con un bel sito molto elegante e senza troppi orpelli. Ecco perché voglio dedicare a Massimo il ritorno di Lettera22 sulla scena mediatica: "Diversi ma uguali" (e vagabondi), parafrasando il primo libro collettivo che scrivemmo assieme quando ancora c'erano ancora tre compagni di viaggio che abbiamo perso con gran rimpianto: Elisabetta Sirugo, Sergio Trippodo e il grande Mauro Martini. Il nostro ritorno e' dedicato anche a loro. 

Il nostro silenzio e' durato sin troppo a lungo. Non perché si sia smesso di lavorare, ma perché Lettera22 ha cambiato pelle. Era nata come un'agenzia di servizi di politica estera e come tale ha funzionato per 15 anni. Poi il mondo del giornalismo e' molto cambiato: vogliono da te i testi, le foto, magari un audio e pure un video. Mi chiedo? E un piatto di spaghetti all'arrabbiata no? La maggior parte di noi, che ha - come si dice a Roma - "una certa" (eta'), si e' un po' persa via e ha preferito fare un passo indietro. I più giovani hanno tentato (con successo) altre strade. Lettera22 degli inizi secolo (e' nata in realtà nel; 1993) non esiste più ma il gruppo e' rimasto. Il bello di quell'esperienza risiedeva nel fatto che eravamo soprattutto un gruppo di affiatati amici uniti da passione e curiosità: non c'erano (ne' ci sono) capi, capetti, gerarchie. Libertari per nascita e per scelta.

Ecco dunque che siamo tornati: non con la pretesa di rifare quello che più non si può fare ma con l'idea di mettere al servizio del pubblico la nostra competenza/esperienza, facendo rifluire nel sito di Lettera22 il meglio di quanto scriviamo, registriamo, indaghiamo, giriamo e cosi via.  Non e' un caso che quattro di noi lavorino  anche con la Scuola di giornalismo della Fondazione Basso. E non e' un caso se ci e' tornata energia nelle vene. Il mondo delle notizie ha bisogno non solo di immediatezza ma di profondità, analisi, pensiero. Insomma eccoci di nuovo. Mi faccio gli auguri e vi invito a fare altrettanto. Viva Lettera22. 





giovedì 3 dicembre 2020

Prayut assolto ma non ferma la protesta


Il premier tailandese Prayut Chan-O-Cha è stato assolto ieri a Bangkok dalla Corte costituzionale per l’accusa di corruzione e di tradimento del codice etico  per aver continuato ad abitare in una residenza dell'esercito pur essendosi spogliato della divisa quando, da golpista militare, si trasformò in primo ministro in doppiopetto. Le migliaia di dimostranti, che come ormai accade dal febbraio scorso e con sempre più costanza negli ultimi mesi, si erano dati appuntamento in piazza non l’anno presa bene. E hanno trasformato il presidio organizzato in attesa della sentenza in una sorta di processo al premier, di cui chiedono le dimissioni, e al paravento democratico di un regime  ostaggio della Corona e dei militari. L’assoluzione – che ha rigettato il ricorso del partito Pheu Thai, in sostanza il rappresentante dell’ex governo che proprio Prayut aveva sciolto nel 2014 prima di dimettersi da generale - era forse scontata ma la partita era importante.

Se la Corte lo avesse riconosciuto colpevole, Prayut avrebbe dovuto dimettersi. Ma i giudici del tribunale più importante del regno hanno ritenuto che il fatto che Prayut continuasse a vivere in una residenza militare (in cui paga l’affitto) anche dopo le dimissioni non è una situazione conflitto di interessi e dunque tutto va bene. Un ipocrita a “doppio standard” l’hanno chiamato i dimostranti che, impediti dalla polizia di raggiungere la Corte, avevano deciso di aspettare la sentenza in una una sorta di grande assemblea cittadina a una decina di chilometri di distanza dalla sede del tribunale dove hanno riaffermato il principio che, se Prayut resta, anche la piazza resterà. Lo farà nonostante le minacce del premier anche col rischio dell’utilizzo del famigerato articolo 112 del Codice penale che punisce chi offende la casa reale con pene sino a 15 anni di reclusione. Un articolo che la polizia ha già usato per convocare una dozzina di capi della protesta accusati appunto di lesa maestà.

Il movimento delle papere gialle, per l‘uso di gigantesche anatre di plastica gialla che campeggiano ormai a ogni corteo (sberleffo agli idranti della polizia e forse vago riferimento alle camice gialle dei provocatori lealisti), non sembra comunque voler farsi intimidire. E’ certo che nei giorni a venire le papere torneranno in piazza per chiedere, come fanno da febbraio, la fine del governo Prayut e un cambiamento della Costituzione che riformi il sistema elettorale  e limiti i poteri della Corona. 

Questo articolo e' uscito oggi anche su ilmanifesto

lunedì 30 novembre 2020

Atlante delle guerre. Cosa abbiamo fatto in novembre...


I
l mese di novembre 
è stato denso di avvenimenti per quel che riguarda l’osservazione di guerre e conflitti sul sito www.atlanteguerre.it
 Mentre la maggior parte della stampa si è occupata delle elezioni americane (a cui anche noi abbiamo dedicato un’analisi in tre capitoli sulle guerre commerciali e su cosa cambierà’ con Biden), l'attenzione è venuta meno su quanto stava per accadere nel Tigrai etiopico  e in terra saharawi, dove lo sconfinamento delle truppe marocchine ha provocato una dura reazione delle forze di difesa di questo territorio contestato e in attesa di un referendum che non si è mai svolto. In particolare, Alice Pistolesi, che conosce bene quei territori, vi ha dedicato più articoli e anche una raccolta di video e immagini inviatele dalle sue fonti locali.  In Asia continuiamo a seguire le proteste in Thailandia cosi come - dall'altra parte del Mondo - seguiamo le evoluzioni dei conflitti civili in Nicaragua, Guatemale e Peru. Vi abbiamo anche segnalato la nostra partecipazione al Festival del Cinema dei diritti umani di Napoli, che è stata curata per noi dalla nostra Lucia Frigo, e cui siamo molto legati. Abbiamo iniziato una collaborazione col Forum internazionale delle città e dei territori di pace che ha ora una pagina dedicata  ed è in questo quadro che abbiamo iniziato con i nostri dosssier a fare il punto sullo stato degli Obiettivi dell'Agenda 2030. Inoltre, abbiamo anche avviato  una collaborazione con Il Fendinebbia, una realtà che si occupa di analisi sulla Germania Infine i nostri reportage fpotografici e gli editoriali del nostro direttore, l'ultimo dei quali dedicato alle auto green: green si, ma giuste? 
E molto altro naturalmente....