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giovedì 22 gennaio 2015

Non si uccidono così gli elefanti: come il turismo sta assassinando Sri Lanka

Avevo sentito dire e letto di Kandy ogni meraviglia. E anche ogni male, dal momento che la capitale delle Hills dello Sri Lanka, una delle zone a maggior densità di produzione di tè nel mondo, nasconde anche il tragico segreto delle condizioni di lavoro nelle piantagioni, che furono – obviously -un'idea degli inglesi. Che tra l'altro, per i loro noti calcoli politico economici, importarono un milione di tamil dall'India per farli lavorare nei campi dando una mano a creare uno dei maggiori problemi di questo Paese che risiede nella difficile convivenza tra singalesi (sinhala) e tamil. Ma sul fronte turistico la città appariva, nei racconti d'antan e nelle guide, come un piccolo paradiso tropicale dove rinfrancare lo spirito e rinfrescare il corpo (500 mt d'altezza).

Hermann Hesse
Lo spirito ahinoi ha poco da rinfrancarsi e questo già lo aveva scritto Hermann Hesse, cui di Kandy non era piaciuta quel che gli sembrava una pessima deriva del buddismo quivi praticato. Anche il nostro spirito è rimasto piuttosto rattristato: non solo dalle deviazioni attuali del buddismo (in parte violento identitario e nazionalista), che devono far rigirare il povero Hesse anche nella tomba, ma anche dal paesaggio, urbano e umano.

Il nostro alberghetto, pulito e senza troppe pretese, sta di fianco a uno dei suoi tanti gemelli – ve ne sono davvero a decine – che si chiama “Lake View”. Ma oggi, più che il lago vedete un monumento di cemento armato di otto piani in fase di costruzione. Potreste tentare di sbirciare verso la residenza del “sacro dente”, che apparteneva all'altrettanto sacra e venerata arcata mandibolare di Gautama Siddharta, ma l'occhio vi cade su un imponente albergo splendente di bianco nitore che sembra di una quindicina di piani. Scossi dal “Building View”, mentre siete assaliti dai dubbi per aver scelto questa meta e vi difendete da uno stuolo di assalitori che vi vogliono vendere un tour, consigliare un ristorante, farvi risparmiare sull'acquisto delle banane, vi vien fatto di pensare se anche questa città – con un vecchio centro storico affacciato su un lago suggestivo – non sia l'ennesima vittima del turismo. Al cui omicidio state contribuendo anche voi.

Sceso dal Nord, quasi privo di occhi esterni (un po' per via di trent'anni di guerra un po' perché il turismo non è molto incoraggiato e le strutture ricettive scarseggiano), il primo impatto vero col turismo è stata per me la città di Arunadhapura, l'antica capitale dello Sri Lanka che annovera rovine suggestive di un'ampiezza imponente e stupa assai ben conservati che risalgono al secondo o terzo secolo A.C. La città è quel che è – una lunga caotica fila di negozi immersa in un traffico abbastanza caotico – ma le rovine sono davvero uno spettacolo (ben conservato) che merita un viaggio. Il contorno però è sfiancante. Siete l'oggetto di un furto continuato: inizia il tuk tuk (i Bajaj a tre ruote che fungono da taxi economici) che non vi porta nel posto richiesto, continua con l'albergatore con cui dovete fare un'estenuante trattativa sul prezzo della camera, finisce con l'offerta-truffa di bypassare l'acquisto del carnet d'ingresso alla zona archeologica pagando un po' meno di metà prezzo (ma in realtà vi mostrerebbero quasi solamente la parte che si può comunque visitare gratuitamente). La cosa migliore è procurarsi una bicicletta e auto organizzarsi. Con l'aiuto della Lonely Planet? Si certo, ma tenendo conto che nemmeno questa guida è più quella di una volta e si è molto standardizzata. Alcune di questa piacevolezze non ve le racconta.

Nonostante Colombo sia una bella e ordinata città che merita una visita (contrariamente
Kandy: da Lake View a Building View
al mantra sul suo traffico disordinato e caotico) e nonostante la bella passeggiata nel Nord (di cui mi riprometto di riferire in seguito), la perla dell'Oceano indiano è un'esperienza a volte persino deprimente. Credo che ciò imponga una riflessione sul turismo, anche sul cosiddetto turismo sostenibile o responsabile: riflessione ineludibile perché ne siamo i protagonisti principali. Se lo Sri Lanka (che durante gli anni della guerra ha già fatto i conti con la caduta delle presenze) non fosse più la meta che è, il suo Pil ne soffrirebbe parecchio. I turisti – quella massa un po' grigia e malvestita in short, scarpe da tennis col calzino sporco, t-shirt e zaino in spalla – sono una manna che garantisce ingresso di divisa forte, occupazione e... sviluppo. Ma è sullo sviluppo che grava l'interrogativo (sui primi due punti siam tutti d'accordo).

Arunadhapura: area archeologica estesa
e molto ben conservata
Se lo sviluppo è la vista sul grattacielo anziché sul sacro dente, se una passeggiata vi costringe a fuggire venditori e guide variamente dissimulate, se il vostro rapporto con la gente è diventato ormai una relazione semplicemente commerciale, al massimo si sviluppa una grande distanza tra visitatori e visitati. Certo direte voi, lo sviluppo è per gli srilankesi, e questo è il prezzo da pagare. Ma io temo due cose: la prima è che la vista sul grattacielo rimarrà agli srilankesi che si godranno gli effetti perversi generati dal flusso turistico. Secondo, Sri lanka corre il rischio di fare la fine dell'Italia, un Paese che negli anni Sessanta-Settanta era nei primi posti delle classifiche e cui adesso viene preferita persino la Germania (siamo esosi, imbroglioni e maestri nella rovina del paesaggio). La soluzione non è certo il solo turismo d'élite che, anzi, quello del viaggiatore a low budget è senz'altro meno impattante e diffonde ricchezza in modo più egualitario (a parte l'enorme quantità di lavoro minorile). Ma c'è qualcosa che non va e che lascia l'amaro in bocca. Un po' come il tè e le sigarette.

Le seconde costano come uno stipendio (circa 4 euro al pacchetto), sono rigidamente contingentate (un problema trovarle) e sono solo di un paio di marche. Ma questo – direte voi – riguarda solo gli orridi viziosi con la cicca in bocca, politicamente e salutisticamente scorretti. Allora veniamo al tè. Nel Paese dove si produce uno dei tè migliori del mondo (lasciamo stare in che modo), è quasi impossibile bere un tè decente. La media è a livello di quello che vi propinano nei bar italiani. Tutto se ne va in esportazione e il fondo del sacco resta qui. Oggi andremo a vedere il Museo del tè di Kandy per vedere se ne rimediamo una bustina.

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