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giovedì 31 dicembre 2015

Afghanistan, il bilancio del Pentagono

Nel rapporto che il Pentagono ha presentato al Congresso degli Stati Uniti per la fine dell'anno
(Enhancing Security and Stability in Afghanistan), i militari americani sono costretti ad ammettere che le cose non vanno bene. “Costretti” sembra un termine appropriato perché lo stile del rapporto mira sia ad assicurare che le forze di sicurezza afgane sono in grado di maneggiare la guerra infinita sia a dare un senso alla scelta di lasciare in Afghanistan quasi diecimila soldati (9.800) anziché i 5.500 che a fine 2016 avrebbero dovuto restare. Una scelta che Obama aveva fatto dopo l'eclatante presa di Kunduz da parte dei talebani tre mesi fa (nota soprattutto per il bombardamento dell'ospedale di Msf). Seppur obtorto collo, il rapporto dà conto di un peggioramento della guerra infinita: tra gennaio e novembre gli attacchi mortali sono aumentati del 4% e sono aumentati quelli con fuoco diretto (rispetto a mine e Ied); i talebani godono, nonostante tutto, di buona salute, Daesh continua a crescere e Al Qaeda non è affatto scomparsa. Solo il 28% degli afgani si sente nel 2015 “al sicuro”, rispetto al 35% nel 2014 e al 45% del 2013. «Collettivamente – conclude il rapporto – terroristi e gruppi insurrezionalisti continuano a presentare una sfida formidabile per gli afgani, gli Usa e la forze della coalizione» (a novembre circa 11.385 uomini).

Le poche righe destinate ai seguaci di bin Laden e Al Zawahiri hanno però attirato l'attenzione della stampa americana e soprattutto del New York Times: che il Paese non sia pacificato ci può stare, ma che Al Qaeda sia in forma è un altro discorso visto che, morto Osama, la missione nell'area doveva ritenersi tecnicamente conclusa. Il rapporto invece rende nota la “resilienza” della rete anche se vi dedica poche righe e tende a derubricarla come l'effetto di un'emigrazione verso l'Afghanistan dovuta all'operativo pachistano Zarb e Azb, che da diciotto mesi martella le postazioni degli stranieri (ceceni, uiguri, uzbeki) con domicilio in Waziristan (area tribale del Pakistan) e che sono i maggiori sostenitori del progetto qaedista. Non solo loro però: il rapporto ammette la preoccupazione per la scelta di mullah Mansur (il nuovo leader dei talebani o, almeno, della fazione più forte) di chiamare come suo vice Siraj Haqqani – l'erede della famosa famiglia afgana jihado-qaedista con residenza in Pakistan e forti legami coi servizi locali. Paradossalmente invece, nota ancora la stampa americana, il rapporto non fa menzione dei rapporti tra Zawahiri (nemmeno citato) e Mansur. Il primo, dopo la proclamazione a luglio del nuovo leader dei talebani aveva registrato un audio messaggio in cui giurava fedeltà al nuovo capo. E qualche giorno dopo, sul sito dei talebani campeggiava l'accettazione del giuramento da parte di Mansur (è anche vero che la pagina è poi scomparsa).

Il rapporto non menziona nemmeno quella che deve invece dev'essere considerata un'altra preoccupazione e non di natura insurrezionalistica: i movimenti al confine tra Afghanistan e repubbliche ex sovietiche, dove il dispositivo di sicurezza congiunto è stato potentemente rafforzato da Mosca dopo la presa di Kunduz tra settembre e ottobre da parte dei talebani che ha molto preoccupato i russi. Non è una novità che stiano guardando nuovamente con attenzione all'area da cui se ne sono andati nel 1989 con ignominia. Ed è di ieri la notizia che Mosca fornirà agli afgani 10mila Kalashnikov, l'arma da combattimento per eccellenza e nota in gergo come Ak47. Il Grande Gioco torna in tutta la sua potenza mentre per ora il processo di pace langue. Al netto di una riunione con americani, cinesi e pachistani che Kabul ospiterà a giorni ma a cui i talebani non parteciperanno.

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